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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 672 del 08/02/2012


Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

D'ALIA, FINOCCHIARO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che il giorno 4 gennaio 2012 autorevoli fonti giornalistiche ("Il Sole-24 ore") rendevano noto che "Con molta probabilità giovedì [12 gennaio] si terrà una nuova riunione del Cipe che potrebbe sbloccare una serie di opere immediatamente cantierabili e che (...) È possibile che all'ordine del giorno venga inserita anche la valutazione finale sul progetto del ponte sullo Stretto";

considerato che:

un attento esame dei documenti di progetto evidenzia gravi lacune e manifeste inosservanze rispetto alle prescrizioni e raccomandazioni con cui il Cipe aveva a suo tempo approvato la progettazione preliminare;

in particolare, il progetto cosiddetto definitivo: manca di elementi affidati alla progettazione di enti terzi (progettazione dello scalo ferroviario sul lato della Sicilia, raccordo con la rete ferroviaria sul lato della Calabria, raddoppio della carreggiata per il collegamento tra la rete autostradale siciliana); evidenzia carenze di indagine sismica, apertamente dichiarate dalla stessa "Relazione geologica generale" nella quale si legge che: per descrivere le strutture tettoniche presenti nello Stretto ci si è basati sui dati del progetto preliminare, in quanto non sono disponibili elementi nuovi, concludendo che in sede di progetto esecutivo sarebbe auspicabile che si aggiornassero i profili sismici del progetto preliminare e fossero acquisiti dati aggiornati delle aree marine (Doc. PB0004_F0, pag. 63); mostra, sempre in relazione al profilo sismico, lacune a livello di ricerche sul campo e/o interpretazione dei dati e risulta non cartografata una faglia che, se attiva, va ad incidere direttamente sulle fondamenta dei piloni o nelle sue immediate prossimità (osservazioni delle associazioni ambientaliste al progetto definitivo, 27 novembre 2011, pag. 168); non ha prodotto nuova valutazione di impatto ambientale (VIA) in relazione alle importanti variazioni del manufatto principale, del quale sono stati modificati posizionamento, altezza, peso; non risponde in maniera soddisfacente alla raccomandazione n. 1 del Cipe ed ai rilievi della Corte dei conti in materia di aggiornamento dei flussi di traffico;

il modello trasportistico utilizzato nella apposita "relazione" (Doc. G0322_F0), infatti, appare di dubbia affidabilità ed è molto probabile che mantenga elevati livelli di sovrastima dei passaggi, dato che: considera per un periodo di tempo molto lungo (oltre 30 anni) una sola variabile (la crescita del prodotto interno lordo) come determinante del volume di traffico, trascurando del tutto altre variabili strutturali (ad esempio, la dinamica demografica della popolazione, la dinamica del "parco automezzi") la cui tendenza stazionaria riduce l'impatto del Pil sulla domanda di trasporto;

non tiene conto nell'analisi di previsione del costante calo di passeggeri in attraversamento sullo stretto di Messina negli ultimi 15 anni, pur debitamente descritto nell'apposito paragrafo;

sussistono notevoli incertezze in relazione sia alla natura statistica che al valore dei parametri utilizzati per convertire la crescita del Pil in variazione dei passaggi sul ponte (parametri che lo studio applica al loro livello massimo);

dopo aver proceduto a stime di breve e di lungo periodo del Pil per la Sicilia e l'Italia, lo studio sostanzialmente raddoppia i tassi di crescita di Sicilia e Calabria per un periodo di 12 anni (6 precedenti e 6 seguenti l'avvio dell'esercizio del ponte), senza esporre le ragioni e gli sviluppi analitici di tali effetti e menzionando solo un oscuro effetto "trascinamento";

in relazione all'evoluzione attesa della domanda di passaggi da e per la Sicilia, il progetto definitivo prevede già dall'anno 2011 una brusca impennata, lontana sia dal trend storico che dalla realtà attuale;

lo stesso studio ipotizza che l'esistenza del ponte modificherà le preferenze modali dei passeggeri da e per la Sicilia, riducendo in maniera significativa la percentuale di domanda rivolta al mezzo aereo ed incrementando fortemente la domanda di uso dei mezzi gommati, basando tali previsioni su indagini prevalentemente telefoniche, poco adatte a rilevare preferenze relative a scenari ipotetici complessi, quale quello determinato dall'eventuale esistenza del ponte;

le previsioni non tengono conto del rischio di chiusura dell'opera per alcuni giorni l'anno a causa dei venti;

ad esito di tali opinabili valutazioni, vengono offerte previsioni di utilizzo del ponte in linea con gli scenari intermedi del progetto preliminare le quali, non finalizzate ad analisi dei costi e benefici, non offrono alcun elemento di valutazione per la sostenibilità economica e finanziaria dell'opera;

inoltre, nell'analisi dei costi e benefici del progetto preliminare, gli scenari fondati sugli stessi livelli di attraversamento generavano valori attuali negativi quando si simulava un incremento del costo dell'opera del 15 per cento. Poiché tale costo è passato da 4,4 ad 8,5 miliardi di euro, crescendo del 93 per cento (ovvero del 39 per cento, se si considera l'importo messo a base della gara al lordo degli oneri di interessi), non risulta credibile che l'opera sia economicamente e finanziariamente sostenibile;

considerato ancora che:

risulta non conclusa la procedura di VIA del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare in relazione allo stesso progetto;

nel settembre 2009 è intervenuto tra Stretto di Messina SpA e contraente generale un accordo che ha modificato ex post in maniera sostanziale alcuni requisiti e condizioni posti a base della gara e dichiarati a suo tempo non negoziabili dallo stesso amministratore delegato della concessionaria (risposta del dottor Pietro Ciucci alla sen. Anna Donati del 21 dicembre 2005, prot. n. 1899);

a quanto risulta agli interroganti, in particolare, nella citata missiva il dottor Ciucci aveva affermato che la disciplina dei rapporti tra la concessionaria ed il contraente generale dell'opera non era stata né avrebbe dovuto costituire oggetto di una puntuale negoziazione tra le parti perché l'articolato del contratto era stato inviato ai tre raggruppamenti ammessi a concorrere per l'affidamento con gli altri documenti di gara. In risposta a ciò, i concorrenti hanno dovuto fornire, a pena di esclusione, la formale attestazione di aver verificato e di accettare senza condizioni o riserva alcuna tutte le norme, disposizioni, clausole e condizioni di cui allo schema di contratto e suoi allegati, avendo di ciò tenuto conto nel formulare la propria offerta. Ancora nello stesso documento il dottor Ciucci chiariva che il contratto sarebbe consistito nello schema anzidetto con il solo inserimento dei contenuti economici dell'offerta accolta;

inoltre, in merito alle penali, richiamando lo schema di contratto, veniva chiarito che dopo l'approvazione del progetto definitivo da parte del Cipe, qualora Stretto di Messina SpA non avesse approvato il progetto esecutivo o non avesse avviato i cantieri, il contratto sarebbe potuto essere unilateralmente risolto riconoscendo al contraente generale le prestazioni regolarmente effettuate, il rimborso delle spese sostenute se documentate e ritenute congrue, nonché una ulteriore somma pari al 10 per cento dell'importo predetto (art. 44 del contratto);

in contrasto con tali affermazioni l'accordo intervenuto nel settembre 2009, all'art. 3 ed all'art. 5, ha ridotto dal 15 per cento (percentuale contenuta nell'offerta accolta) al 10 per cento l'importo di prefinanziamento a carico del contraente generale, prevedendo la possibilità di una ulteriore riduzione fino al limite minimo del 5 per cento (il limite minimo previsto nel bando era fissato alla percentuale doppia del 10 per cento) (art. 3);

lo stesso accordo del settembre 2009 ha previsto che, a seguito dell'approvazione del progetto definitivo da parte del Cipe, la mancata approvazione del progetto esecutivo da parte di Stretto di Messina SpA o il mancato avvio dei cantieri obblighino a riconoscere ad Eurolink il pagamento delle prestazioni rese e delle spese sino a quel momento sostenute come previste all'art. 44.4 del contratto senza alcuna maggiorazione ed incluse quelle precedenti alla stipula del presente atto, nonché di quelle da sostenere per la smobilitazione delle attività, oltre a un indennizzo per la perdita del contratto nella misura del 5 per cento dell'importo risultante dal progetto definitivo diminuito di un quinto (art. 5);

non può non rilevarsi che tale accordo stravolge le clausole del contratto, favorendo il contraente generale e danneggiando la parte pubblica, determinando fin dall'approvazione del progetto definitivo un ipotetico diritto a penali di importo elevatissimo, in aperta contraddizione a quanto ufficialmente dichiarato dall'amministratore delegato della concessionaria;

per quanto sopra premesso e considerato, dando atto che il Presidente del Consiglio dei ministri ha correttamente sostenuto la necessità di "procedere ad una verifica puntuale delle opere" ("Il Sole-24 ore", 27 dicembre 2011) da valutare, dati i fondati dubbi sulle reali caratteristiche di definitività del progetto del ponte sullo Stretto di Messina, date le carenze documentali, le inadeguatezze analitiche, la reiterata inaffidabilità delle stime di traffico, la conseguente probabile insostenibilità finanziaria dell'opera, il non completamento della procedura di VIA, l'assenza della valutazione di incidenza richiesta dall'Unione europea, la non corretta considerazione dei vincoli paesaggistici e di quelli idrogeologici, l'esclusione del progetto dal core network dei dieci corridoi delle Reti transeuropee di trasporto (TEN-T) dell'Unione europea, nonché la intervenuta modificazione a posteriori di condizioni e clausole che costituivano parte integrante del bando di gara per l'individuazione del contraente cenerale,

si chiede di sapere se il Governo non ritenga opportuno: 1) adoperarsi affinché il Cipe rigetti il progetto ove confermata l'incompletezza della documentazione tecnica, senza che il contraente generale possa avanzare richieste per il riconoscimento di maggiori compensi; 2) valutare in maniera approfondita la legittimità dell'accordo sottoscritto nel settembre 2009 tra la società concessionaria ed il contraente generale; 3) considerare in maniera meditata l'adeguatezza degli attuali organi di amministrazione della Stretto di Messina SpA, titolare di una concessione dello Stato, a tutelare l'interesse pubblico, promuovendone in caso contrario la rimozione; 4) valutare altresì l'utilità (ove venisse rescisso il contratto con il contraente generale) della esistenza stessa della società, promuovendone eventualmente lo scioglimento.

(4-06806)

LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri per i beni e le attività culturali e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

il Procuratore aggiunto, Alberto Caperna, ha avviato un'indagine, al momento senza indagati e senza ipotesi di reato, affidando al Nucleo di polizia tributaria di Roma il compito di verificare la regolarità dell'operazione relativa agli immobili della Società italiana degli autori ed editori (SIAE) - (tra cui sei palazzi del Fondo Pensioni) nella Capitale ceduti ai fondi Aida e Norma, gestiti da Sorgente Group;

secondo quanto denunciato dai sindacati che rappresentano i dipendenti e i pensionati della SIAE, infatti, gli immobili varrebbero molto di più del prezzo a cui sarebbero stati ceduti: 463 milioni di euro contro 260 milioni di euro;

secondo i sindacati la SIAE avrebbe ceduto per 80 milioni di euro i sei palazzi del Fondo Pensioni al fondo Aida. Un prezzo giudicato molto al di sotto di quello di mercato, visto che già nel bilancio del 2010 dell'ente il valore degli immobili era stato indicato in 103 milioni. L'accordo prevederebbe anche la cessione degli altri immobili della SIAE al fondo Norma per 180 milioni di euro, contro i 360 milioni stimati dai sindacati. La Guardia di finanza dovrà verificare su quali basi il direttore generale della SIAE, Gaetano Blandini, abbia deciso di dismettere il patrimonio immobiliare dell'Ente affidandosi a Sorgente Group e quali siano i reali numeri dell'operazione (Atto Senato 2-00402);

un articolo de "Il Giornale" tratta la criticità della gestione immobiliare della SIAE: «Quando la Siae a giugno scorso incarica i revisori della Ria&Partners di redigere una due diligence su come è amministrato il fondo pensioni dell'ente, non si aspetta un esito così nefasto. Il documento punta l'indice, tra l'altro, proprio sulla (cattiva) gestione del patrimonio immobiliare, acquistato in passato come garanzia per l'equilibrio del fondo integrativo, ossia quelli romani di cui abbiamo scritto ieri a proposito della tentata alienazione agli occupanti, prevedendo mutui quarantennali anche per inquilini ultraottantenni. Tra i potenziali acquirenti, manco a dirlo, erano in lista tanti ex dirigenti dello stesso fondo pensioni Siae e diversi sindacalisti. E non a caso, tra le criticità messe in evidenza, c'è la mancanza di criteri per l'assegnazione in affitto delle case (che venivano date «discrezionalmente») i cui contratti, tra l'altro, erano custoditi da un'amministratrice di condominio senza essere depositati, nemmeno in copia, alla sede dell'Eur. Sull'Affittopoli Siae, la Ria&Partners non fa sconti, tant'è che il nuovo dg Gaetano Blandini è "costretto" a occuparsi personalmente della gestione del Fondo come direttore (prendendo il posto del ragionier Truffa Giachet, reggente dal 2001 all'anno scorso). Il primo rilievo dei revisori è sulla scelta degli affittuari (ex direttori, parenti, sindacalisti) oggetto di lettere anonime e esposti in procura da parte di dipendenti "senza tetto". Nelle conclusioni, la R&P annota infatti che "non si capisce come venivano scelti gli affittuari, non venendo rispettati i termini cronologici di richiesta". Episodio esemplare, in questo senso, quello dell'assegnazione di un appartamento nello stabile più prestigioso di proprietà del Fondo, quello di via Flaminia Vecchia, assegnato nel 2007 a una certa signora Apolloni e finito al centro di un esposto in procura già nel 2008. La signora è la moglie dell'ex presidente del Fondo Siae, Irace, che infatti non firma l'assegnazione, e lascia siglare la delibera alla vicepresidente dell'epoca, Anna Avallone. L'altro punto che la due diligence trova incredibile è l'assegnazione, dal '99 al "nuovo corso" di Blandini, dell'amministrazione degli immobili a un consulente esterno. Una 70enne che diventa il dominus degli asset immobiliari del Fondo Siae: per una cifra superiore ai 50mila euro l'anno, la signora non ha solo fatto da amministratrice dei palazzi, ma era l'unica a detenere fisicamente i contratti di affitto e a stabilire gli stipendi di portieri e operai, stipendi che però pagava "mamma Siae". Come quello, incredibile, di 2.000 euro al mese a un operaio incaricato solo di "leggere" la caldaia dell'ambasciata del Canada, ospite di un immobile Siae. La Ria&Partners, inoltre, sottolinea come in una dozzina di anni il Fondo non abbia mai controllato l'operato della donna, pur essendo questa attività prevista dalla consulenza. Ci hanno provato i revisori ma "il consulente esterno non si è reso disponibile", e non ha nemmeno risposto alla "richiesta di conferma dati" spedita dagli analisti di R&P. Che, nonostante la mancanza di collaborazione (la documentazione è stata consegnata solo a fine anno) hanno notato una mancanza nei bilanci 2010 di 155mila euro "rispetto alla stima effettuata sui ricavi per fitti attivi" nello stesso anno. L'elenco di follie gestionali è lungo. Oltre a inquilini morosi ("senza azioni in atto contro di essi"), comprende anche la mancanza di un albo dei fornitori a cui rivolgersi per i lavori di manutenzione. Tanto che, annoterà successivamente R&P, una ditta di idraulica e una di opere edili «nel solo 1° trimestre 2011 hanno fatturato rispettivamente opere per 110mila e 170mila euro»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali siano le sue valutazioni a riguardo;

quali iniziative di competenza intenda assumere per restituire trasparenza e legalità ad aziende come la SIAE travolta da scandali che minano irrimediabilmente la sua credibilità, affinché venga tutelato il sostanziale equilibrio economico-finanziario per garantire il pagamento delle prestazioni agli iscritti ed ai pensionati;

se non ritenga opportuno che eventuali cessioni possano avvenire solo nella piena garanzia patrimoniale delle pensioni e degli stipendi dei 1.200 dipendenti;

se non ritenga utile che per la cessione del patrimonio immobiliare si proceda attraverso un bando internazionale di gara e non attraverso trattative private e personali;

quale sia secondo il Governo il ruolo della SIAE e quali garanzie pubbliche, svincolate dall'oligopolio dei grandi gruppi, vengano date agli autori ed editori italiani.

(4-06807)

LANNUTTI - Al Ministro della salute - Premesso che:

il direttore generale dell'Azienda sanitaria locale (ASL) Roma "B", dottor Vittorio Bonavita, su proposta del direttore dell'Unità operativa complessa (UOC) Sviluppo delle risorse umane, dottor Pasquale Molitierno, a chiesto all'Azienda USL RM F di potersi avvalere della collaborazione del dottor Giuseppe Graziano, dirigente medico-Disciplina Igiene e Organizzazione dei Servizi ospedalieri, per il controllo delle attività sanitarie territoriali dell'azienda, tramite l'attivazione delle procedure di comando per un periodo di 12 mesi;

in particolare l'incarico prevede la riorganizzazione delle attività sanitarie distrettuali, la omogeneizzazione delle procedure attuate nelle diverse sedi, il censimento del personale, l'analisi dei costi nonché la valutazione delle attività e delle prestazioni svolte;

durante il periodo indicato le competenze economiche spettanti al "comandato" saranno a carico dell'ASL Roma "B", pur se anticipate dall'azienda USL RM F, la quale provvederà successivamente a chiedere rimborso, e l'onere derivante è quantificato in 163.596,30 euro;

considerato che:

risulta all'interrogante che la struttura ASL Roma "B" è già dotata di personale specializzato e competente per svolgere le stesse mansioni oggetto della richiesta di comando del dottor Giuseppe Graziano;

la spesa sanitaria pubblica misura quanto viene destinato per soddisfare il bisogno di salute dei cittadini in termini di prestazioni sanitarie (inclusi tutti i suoi costi: servizi amministrativi, interessi passivi, imposte e tasse, premi di assicurazione e contribuzioni diverse). La spesa sanitaria pubblica complessiva dell'Italia ammonta nel 2010 a circa 115 miliardi di euro, pari al 7,4 per cento del prodotto interno lordo (PIL), e supera i 1.900 euro annui per abitante;

il trend della spesa sanitaria pubblica e delle sue articolazioni su base regionale continua a rappresentare uno dei problemi fondamentali del sistema di assistenza sanitaria;

la spesa sanitaria pubblica, che è comunque fortemente penalizzata dal peso eccessivo della spesa pensionistica, assorbe, in termini di incidenza sul PIL, quote di PIL inferiori ai nostri competitor europei quali Germania, Francia e Svezia con un valore pari al 6,8 per cento. La crescita di domanda per l'assistenza sanitaria, di fronte a risorse "scarse", pone un comune dilemma sulla politica da adottarsi da parte di tutti i Governi;

sotto la pressione continua, rivolta al contenimento dei costi ed all'aumento dell'efficienza e del livello degli standard dei servizi, gli operatori di politica sanitaria, tanto in Italia quanto negli altri Paesi, hanno introdotto numerosi cambiamenti per incrementare la performance dei sistemi sanitari,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di verificare l'effettiva necessità per la struttura ASL Roma "B" di un dirigente comandato per svolgere le funzioni di cui in premessa;

se non ritenga che, vista la difficile fase di crisi economia che il Paese sta attraversando per cui si chiedono sacrifici a tutti i cittadini, la somma di 163.596,30 euro stabilita dall'ASL Roma "B" come impegno di spesa per l'incarico del dottor Giuseppe Graziano non vada contro la politica del contenimento delle spese a cui le ASL dovrebbero attenersi;

se non ritenga che dette voci di spesa, se gestite in maniera efficiente, potrebbero liberare nel breve periodo importanti risorse da destinare alle priorità del sistema sanitario quali la prevenzione, le tecnologie innovative e i servizi a livello locale.

(4-06808)

LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

secondo la rivista "International Financing Review" il Tesoro italiano ha in portafoglio strumenti derivati per un ammontare di 30 miliardi di euro. Si tratta in particolare dei cross currency swap e degli interest rate swap, utilizzati largamente dagli enti pubblici;

l'Italia è dunque uno dei maggiori investitori sovrani in tali controverse attività finanziarie;

tutti i Governi succedutisi nel tempo si sono sempre rifiutati di dire da dove vengono questi derivati e quanti si annidano nello stock del debito pubblico;

questa scarsa trasparenza getta un'ombra circa la composizione del debito stesso e, in ultima analisi, sulla sua sostenibilità, alla luce dell'attacco speculativo di cui l'Italia è bersaglio da mesi;

l'articolo segnala il caso di Morgan Stanley, che ha ridotto la propria esposizione in credit default swaps verso l'Italia di 3,4 miliardi di dollari. Ciò che non emerge dai risultati finanziari della banca sono le modalità con cui questa dismissione è avvenuta. Se lo swap fosse stato ristrutturato o ceduto ad un altro intermediario, il Tesoro potrebbe non aver pagato nulla. Se invece il contratto è stato chiuso, e molti pensano sia andata così, l'operazione potrebbe esserci costata circa 2 miliardi di dollari;

secondo la European Bank Authority, l'Italia deve alle banche dell'area euro circa 5,1 miliardi di euro in contratti swap, ovvero al netto di quelle statunitensi, svizzere e inglesi. Se tali investitori decidessero di chiudere le rispettive posizioni, peraltro sempre più costose da mantenere in virtù del nuovo regime normativo, il salasso per le italiche finanze potrebbe rivelarsi astronomico;

"Linkiesta" ha ripreso l'articolo cercando di ricostruire la genesi di questo fenomeno sulla base delle informazioni già in possesso. In sintesi, un anno fa il Wall Street Italia metteva in correlazione un articolo del "New York Times", il quale denunciava che l'Italia avrebbe truccato i propri conti pubblici a partire dal 1996, con un altro del "Fatto quotidiano", secondo cui gli interessi sul debito pagati dallo Stato si mantenevano costanti, nonostante i tassi di mercato fossero in discesa. Da sospettare l'ombra della finanza creativa dietro le operazioni del Tesoro. Sempre "Linkiesta", citando fonti Eurostat, segnalava mesi fa che l'Italia ha fatto un ingente (ab)uso di strumenti finanziari nel periodo tra il 1998 e il 2008. Per la verità le speculazioni avevano preso avvio due anni prima, ma è stato sotto Tremonti che questa prassi ha conosciuto un netto incremento. Si parla in particolare di cross-currency swap swap e interest rate swap, ma anche cessioni di crediti in cartolarizzazioni. Fino al 2008 l'Italia ha guadagnato un ricavo di 8 miliardi, ma con l'avvio della crisi il trend trend deve essersi invertito, per quanto non esistano dati certi per mancanza di informazioni ufficiali. Ma la discrepanza tra tassi di mercato e interessi pagati segnalata dal "Fatto quotidiano" rappresenta una prova circostanziale che tali contratti sono ora in perdita, sebbene sia impossibile stabilire di quanto;

il volume totale delle "scommesse" sulla bancarotta dell'Italia, sotto forma di CDS, ammonta a 8.611 contratti per un controvalore di 21 miliardi di euro. Segno che il mercato nutre serie preoccupazioni sulla capacità dell'Italia di tenere fede ai propri impegni,

si chiede di sapere se al Governo risulti a quanto ammonta la reale entità dei titoli derivati in possesso del Tesoro e quali siano precisamente i relativi rischi per le finanze del Paese.

(4-06809)

OLIVA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'interno - Premesso che:

l'ondata di maltempo che ha colpito l'Italia ha assunto i connotati di una vera e propria emergenza colpendo la popolazione, le infrastrutture e più in generale il sistema produttivo;

la provincia di Frosinone appare tra le zone più colpite registrando ingenti danni, di gran lunga superiori a quelli registrati in altre realtà del Paese;

numerosi comuni tra cui Frosinone, Sora, Ceccano, Ferentino, Arpino, Fiuggi, Arce, Ceprano, Rocca d'Arce, Strangolagalli, Santopadre, solo per citarne alcuni, sono rimasti senza elettricità;

stando alle notizie riferite dalle agenzie, ammonterebbe a circa 30.000 il numero di cittadini rimasti senza energia elettrica e senza riscaldamento e un numero altrettanto significativo è rimasto senza acqua e senza telefono;

in molti centri sono stati i soccorsi a scongiurare il peggio fornendo viveri e medicinali a interi nuclei familiari rimasti isolati;

numerosi disservizi si sono registrati anche sulla tratta ferroviaria Roma-Cassino e sulla tratta Roccasecca-Sora-Avezzano;

secondo la Coldiretti di Frosinone i danni sono davvero ingentissimi per tutto il settore agricolo ciociaro ed inoltre esistono, purtroppo, gravi problemi di sopravvivenza per migliaia di animali che, nelle zone di montagna, più difficili da raggiungere, rischiano di restare senza mangiare;

in molti Comuni è stata prorogata l'ordinanza di chiusura della scuole in quanto la situazione appare ancora critica;

il Sindaco di Frosinone ha richiesto l'intervento straordinario dell'Esercito e più in particolare ulteriori unità di militari allo scopo di superare la grave situazione di emergenza,

si chiede di sapere:

quali provvedimenti urgenti il Governo intenda adottare per ripristinare lo stato di normalità e quale piano di emergenza sia stato previsto in prospettiva, considerato che le previsioni meteorologiche per il prossimo week end sono tutt'altro che rosee;

quale sia l'ammontare degli stanziamenti previsti per fronteggiare l'emergenza maltempo in Ciociaria.

(4-06810)

CAFORIO, GIAMBRONE, BELISARIO - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

nell'anno 2009, il Vice Prefetto Vicario della Prefettura di Foggia, dottor Michele Di Bari, ricopriva l'incarico di commissario della Croce Rossa Italiana (CRI), Comitato provinciale di Foggia;

nell'anno 2009 il Comitato Provinciale della CRI della provincia di Foggia è soggetto gestore, con convenzione di affidamento diretto da parte della Prefettura, della gestione del centro di accoglienza richiedenti asilo (CDA-CARA) di Borgo Mezzanone, sito in provincia di Foggia;

la Prefettura di Foggia, in data 19 gennaio 2009, procedeva alla pubblicazione dell'evidenza pubblica di affidamento triennale del servizio di gestione del centro di accoglienza richiedenti asilo (CDA-CARA) di Borgo Mezzanone sito in provincia di Foggia;

il Presidente della Commissione di aggiudicazione di suddetta gara risulta essere il Vice Prefetto Vicario della Prefettura di Foggia, il dottor Michele Di Bari;

alla gara partecipano, oltre al Comitato provinciale di Foggia della CRI, il consorzio Connecting People, la cooperativa Albatros 1973, Consorzio cooperative sociali SISIFO, Arciconfraternita del S.S. Sacramento e di S. Trifone, Consorzio cooperative sociali Opus, CooperativaAuxilum e Eriches 29;

la Prefettura di Foggia, in data 2 dicembre 2009, procedeva alla redazione dell'apposita graduatoria con aggiudicazione definitiva, ex articolo 11 del codice dei contratti pubblicai di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006, a favore del consorzio Connecting People, mentre il Comitato provinciale della CRI di Foggia risultava secondo in graduatoria;

considerato che:

a seguito dell'aggiudicazione della gara, la Prefettura ritardava la stipula del contratto di gestione del Centro che avveniva solo in data 28 gennaio 2010;

dopo la procedura di aggiudicazione, il comitato provinciale della CRI di Foggia ha presentato ricorso amministrativo al fine di pervenire all'annullamento di detta procedura di aggiudicazione della gara;

il 10 febbraio 2010 il TAR Puglia, sezione di Bari, con ordinanza n. 111, rigettava l'istanza di sospensione dei provvedimenti impugnati dalla CRI, cosicché il 23 febbraio il Consorzio Connecting people subentrava nella gestione del centro di Borgo Mezzanone;

atteso che:

dal 19 gennaio 2009 al 23 febbraio 2010, le attività di gestione del centro continuavano ad essere svolte dal Comitato provinciale della CRI di Foggia secondo i parametri individuati nella convenzione di gestione diretta, precedentemente sottoscritta con la stessa prefettura di Foggia;

a seguito dell'insediamento nella gestione del CARA, il Consorzio Connecting People ha ricevuto numerose ispezioni da parte della Prefettura di Foggia, dalle quali non è emersa alcuna disfunzione o inadempienza nella gestione del centro;

nel marzo del 2010 il commissario straordinario della CRI, avvocato Francesco Rocca, con ordinanza commissariale n. 99, considerata la situazione di potenziale conflitto di interessi del dottor Michele Di Bari, procedeva alla sostituzione dello stesso avocando a sé l'incarico;

a seguito di un lungo contenzioso amministrativo, il Consiglio di Stato, in data 21 dicembre 2011, con sentenza dichiarava l'inefficacia del contratto stipulato tra la Prefettura di Foggia ed il consorzio Connecting People;

la prefettura di Foggia, in ottemperanza alla suddetta sentenza del Consiglio di Stato, deve provvedere alla aggiudicazione definitiva e al subentro nel contratto del Comitato provinciale della CRI di Foggia, previa verifica dell'insussistenza a carico della stessa CRI di Foggia di ogni eventuale impedimento alla stipula;

considerato inoltre che:

la Prefettura di Foggia ha proceduto alla aggiudicazione definitiva ed al subentro nella gestione, come specificamente previsto dalla sentenza del Consiglio di Stato;

in data 15 luglio 2010 il TAR del Lazio, con la sentenza n. 32649, ha escluso la possibilità per la CRI di sottostare a procedure di evidenza pubblica con altri soggetti avendo essa la capacità giuridica di assumere la veste di parte in un rapporto instaurato con altro soggetto pubblico, ma solo a mezzo delle convenzioni all'uopo previste dal suo statuto tra le quali non può ritenersi che possa rientrare anche l'appalto di servizi, potendo il rapporto convenzionale configurarsi in vari modi, ma non come appalto di servizi, postulante una natura imprenditoriale della stessa estranea alla CRI (che non ha scopo di lucro ed ignora il rischio di impresa);

la suddetta decisione del TAR Lazio è stata impugnata dalla CRI, ma è stata pienamente confermata dal Consiglio di Stato, sez. III, il 9 agosto 2011, sentenza n. 4720;

nella succitata sentenza, depositata dal Consiglio di Stato in data 9 agosto 2011, il Consiglio di Stato ha avuto modo di precisare che: «lo statuto vigente della C.R.I., approvato con D.P.C.M. 6 maggio 2005, n. 97 (atto normativo di livello regolamentare, ai sensi dell'articolo 17, comma 3, della 400/1988) all'articolo 2, comma 1, prevede un istituto diverso dal contratto di appalto quale strumento della collaborazione della C.R.I. con le pubbliche amministrazioni, per l'espletamento dei servizi sociali, assistenziali e sanitari. Ciò che lo statuto preclude, insomma, non è la partecipazione alle gare in sé e per sé, ma la stipulazione di contratti di appalto»;

in data 20 gennaio 2012 la Prefettura di Foggia, in (apparente) ottemperanza al pronunciamento del Consiglio di Stato, aveva stipulato apposita convenzione con la CRI per la gestione del CARA di Foggia; e tuttavia, dalla lettura di tale atto si aveva modo di verificare che la stessa Prefettura di Foggia (dando seguito ai proclami di CRI) aveva consentito la modifica dell'art. 5 della convenzione, dapprima ribadendo che l'ente gestore garantisce, altresì, l'osservanza delle disposizioni in tema di trattamento giuridico ed economico del personale, dettate dai rispettivi Contratti collettivi nazionali di lavoro nonché per quel che riguarda la posizione del personale impiegato dalla ditta cessante l'appalto in corso, l'osservanza delle disposizioni di cui all'art. 4 del Contratto collettivo nazionale del lavoro del personale dipendente da imprese che esercita servizi di pulizia e servizi integrati/multiservizi, sottoscritto in data 25 maggio 2001 e sue successive modifiche, in tema di acquisizione del personale facente capo all'impresa cessata, ma immediatamente dopo premurandosi di asteriscare il punto e precisare che: *la previsione dell'art.5 relativa all'assunzione del personale impiegato è così modificata secondo quanto precisato in merito dal Ministero dell'interno-Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione-Direzione centrale dei servizi civili per l'immigrazione e l'asilo, con nota in data 20 gennaio 2012: l'annullamento dell'aggiudicazione nei confronti del Consorzio Connecting People produce effetti ex tunc. Ciò esclude che possa parlarsi di un "subentro" da parte della CRI nel servizio prestato da codesto gestore, non sussistendo, quindi, in capo alla CRI alcun obbligo, in particolare le assunzioni di personale;

il contenuto dell'articolo 5 della convenzione era contenuto nel capitolato speciale di appalto ed era elemento non modificabile in quanto ciascun partecipante si era impegnato a sottoscrivere in caso di aggiudicazione,

si chiede di sapere:

se, a giudizio del Ministro in indirizzo, non rappresenti un palese conflitto di interesse la posizione del vice prefetto vicario dottor Michele Di Bari, il quale pur ricoprendo l'incarico di commissario del comitato provinciale della CRI, presiedeva la commissione di aggiudicazione per la gestione triennale del CDA-CARA di Borgo Mezzanone;

con quali iniziative e controlli si intenda approfondire la sussistenza di tali conflitti di interesse ed evitare che in futuro possano essere riproducibili tali situazioni di intrecci tra prestazioni di servizi e organismi di controllo sugli stessi;

se il Ministro in indirizzo non ritenga che, a seguito della sentenza n. 32649 del TAR del 15 luglio 2010 e del conseguente pronunciamento del Consiglio di Stato, la prefettura di Foggia non avrebbe potuto procedere alla stipula del contratto di appalto in favore della CRI, per la gestione triennale del CDA-CARA di Borgo Mezzanone;

come la Prefettura di Foggia abbia potuto modificare l'articolo 5 della convenzione, visto l'impegno sottoscritto da ciascun partecipante in fase di gara;

se non ritenga, in considerazione di quanto illustrato in premessa e dell'ulteriore contenzioso, che potrebbero essere avviate, a carico della prefettura di Foggia, iniziative volte a verificare la correttezza delle procedure di gara e di aggiudicazione;

se non reputi utile promuovere iniziative per giungere ad una nuova procedura di gara per l'affidamento del servizio di gestione del CDA-CARA di Borgo Mezzanone sito in provincia di Foggia.

(4-06811)

LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:

il cosiddetto decreto liberalizzazioni, decreto-legge n. 1 del 2012, al comma 6 dell'articolo 35 stabilisce: "Al fine di assicurare alle agenzie fiscali e ai Monopoli di Stato la massima flessibilità organizzativa, le stesse possono derogare a quanto previsto dall'articolo 9, comma 2, ultimo periodo del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78";

un articolo de "il Fatto Quotidiano" del 2 febbraio 2012 analizza la norma ritenendo che nel testo introdotto dal Governo Monti detto comma permetterà di aggirare i tagli ai salari dei manager;

si legge nell'articolo citato: «La sostanza, però, è semplice: è una deroga a quanto stabilito da una legge, in particolare da una delle manovre del duo Berlusconi-Tremonti. Cosa c'è scritto? All'inizio dell'articolo in questione (che resta in vigore) si istituisce il contributo di solidarietà del 5 % e 10 % per gli statali che guadagnino più di 90 e 150 mila euro, all'ultimo periodo (quello che potrà essere aggirato) si dice i nuovi contratti dei superdirigenti della P. A. non possano costare di più rispetto a quelli già in vigore. Insomma, col dl liberalizzazioni, ai Monopoli e alle Agenzie fiscali (Entrate, Demanio, Territorio e Dogane) potranno assumere della gente pagandola più di quanto si faccia ora o anche aumentare lo stipendio a chi è già in carica, basterà rinnovargli il contratto: l'unica raccomandazione è che il surplus venga pagato coi soldi dell'amministrazione, magari col fondo con cui si dovrebbero pagare i premi di risultato o simili. Bizzarra disposizione, soprattutto se si tiene conto del fatto che il governo ha appena inviato alle Camere il decreto legislativo con cui fissa un tetto alla retribuzione per i manager di ministeri, Autority e Agenzie pubbliche: senza entrare nel tecnico, il massimo sarà 305 mila euro, senza deroghe farlocche per rimborsi spese, consulenze in altre amministrazioni e via aggirando (esiste, però, la possibilità di "deroghe motivate per le posizioni apicali", anche se Monti ha fatto sapere informalmente che non intende avvalersene). E allora perché questa normetta ad hoc nel decreto liberalizzazioni? Forse la risposta sta nel fatto - confermato al Fatto quotidiano da diverse fonti informate - che è previsto a breve un cospicuo valzer di poltrone proprio alle Agenzie fiscali e ai Monopoli di Stato. Certo, si potrebbe sostenere che questa scelta riguarda la "flessibilità organizzativa" invocata dalla norma oppure la possibilità di attrarre in uffici così rilevanti talenti che altrimenti sceglierebbero di guadagnare di più nel privato, ma - al di là del sospetto che si sappia già per chi si è scritta la legge - certo la cosa stride in un paese che ha appena stabilito che non adeguerà all'inflazione le pensioni da 1.300 euro. Cosa può succedere? Prima di spiegare, un'avvertenza: faremo esempi con nomi e cognomi, ma solo per farci capire. Se, per ipotesi, il premier / ministro Monti decidesse che l'avventura di Giuseppe Puleggi alla direzione generale dell'Agenzia delle Dogane è arrivata al termine, potrebbe pagare il suo successore più degli attuali 181 mila euro. Lo stesso Puleggi potrebbe andare a sostituire Gabriella Alemanno all'Agenzia del Territorio e beccarsi i 300 mila della sorella del sindaco di Roma. Ma non di soli capi viva la P. A., ci sono anche i direttori generali: volendo - giova ripetere: è solo un esercizio teorico - il governo potrebbe rinnovare il contratto al capo della Direzione centrale Catasto e cartografia (Franco Maggio) dandogli 300 mila euro invece degli attuali 211 mila. O ancora: se Monti volesse un nuovo direttore delle Accise ai Monopoli potrebbe fargli guadagnare più dei 186 mila euro che oggi percepisce Diego Rispoli, mentre non ci sarà niente da fare per il direttore generale Raffaele Ferrara, che già sfonda il tetto della bellezza di 170 mila euro. Il problema vero, alla fine, è che - come non smette di ricordare l'ex sottosegretario all'Economia Guido Crosetto (PdL) - "le manovre non le scrivono mica i ministri, le scrivono i capi di gabinetto". Per questo c'è sempre un comma che non torna sui dirigenti della Pubblica amministrazione»,

a giudizio dell'interrogante, in un momento come quello attuale, con il Paese nel pieno di una crisi economica epocale in cui tutte le amministrazioni pubbliche sono chiamate ad una riduzione delle spese, in Italia non si sentiva proprio il bisogno di certe notizie, per cui i Monopoli e alle Agenzie fiscali possono sentenziare sugli aumenti degli stipendi dei manager,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda approfondire, per gli aspetti di propria competenza, con doverosi riscontri ed ispezioni, quanto riferito dalla stampa ed in particolare che i Monopoli e le Agenzie fiscali potranno assumere manager pagandoli di più o anche aumentare lo stipendio a chi è già in carica utilizzando il rinnovo del contratto o il cambio di poltrona e se risulti che sia previsto a breve un cospicuo valzer di nomine proprio alle Agenzie fiscali e ai Monopoli di Stato;

come si sposi la ratio del comma 6 dell'art. 35 del decreto liberalizzazioni con quella dello schema di decreto legislativo, all'esame del Parlamento, con cui il Governo fissa un tetto alla retribuzione per i manager di Ministeri, Authority e agenzie pubbliche;

se non intenda promuovere una revisione della disposizione in questione considerato che non vi è ragione per cui da una parte, vista la difficoltà economica che il Paese sta attraversando, viene varata una manovra che chiede pesanti sacrifici ai cittadini comuni incidendo sul loro potere di acquisto e dall'altra con un decreto si "liberalizzano" gli stipendi di alti dirigenti della pubblica amministrazione.

(4-06812)

POLI BORTONE - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e della salute - Premesso che:

il 24 marzo 2009 il dirigente generale dell'Azienda sanitaria locale (ASL) Bat, Rocco Canosa, sottoscriveva un bando di concorso per 5 posti di dirigente per le farmacie territoriali. Le prove si sono svolte in diverse fasi e, dei 67 partecipanti, solo 21 sono stati ammessi all'orale, per poi risultare vincitori 14, dei quali 6 assunti e i restanti 8 in attesa; la graduatoria resta in vigore per due anni, fino al 7 aprile 2012;

all'esito del concorso, due candidate nonostante la bocciatura sono state inspiegabilmente assunte con contratto a tempo determinato come dirigenti farmaciste. Le stesse sono state assegnate rispettivamente alle farmacie ospedaliere dei nosocomi di Barletta e Canosa di Puglia. Dalla lettura degli atti risulta che entrambe, dopo una prima proroga dell'incarico di un anno, hanno ricevuto altre quattro proroghe. Il tutto in evidente violazione dei diritti dei vincitori del concorso;

la vicenda risulta in palese violazione del cosiddetto blocco del turn over, introdotto dal patto di stabilità della Puglia (legge regionale 24 settembre 2010, n. 12). Il provvedimento legislativo in parola, all'art. 2 impone ai dirigenti sanitari di non bandire altri concorsi pubblici a partire dal 24 settembre 2010, e ricoprire gli eventuali posti vacanti promuovendo la mobilità da un'azienda sanitaria all'altra, o attingendo dalle liste di vincitori di esami pubblici precedenti alla legge; una deroga al principio è prevista dal comma 3 dello stesso articolo, allorché prevede la possibilità di bandire nuovi concorsi, o assumere a tempo determinato solo in presenza di comprovata urgenza;

a ciò si aggiunga che il 15 settembre 2011 i nuovi dirigenti sanitari, in difformità con la presente legge di stabilità, hanno sottoscritto un nuovo bando per dirigente farmacista, facendo venire meno la graduatoria degli altri otto vincitori del concorso precedente; inoltre, la prova solo per titoli, sembra rappresentare un vantaggio solo per chi ricopre nell'ASL Bat un incarico a tempo determinato,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo per quanto di competenza sia a conoscenza della vicenda richiamata in premessa e se risulti che i contratti di assunzione delle due farmaciste, seppur a tempo determinato e con successive proroghe, nonché l'ulteriore bando disposto dal dirigente sanitario dell'ASL Bat per dirigente farmacista del 15 settembre 2011 siano legittimi.

(4-06813)

GRAMAZIO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

risulta all'interrogante che sarebbe in corso di sottoscrizione una convenzione fra il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e Trenitalia SpA avente ad oggetto la possibilità per gli stretti collaboratori del Ministro di usufruire di un carnet di 30 viaggi in 1ª classe valido per l'intera rete ferroviaria nazionale;

Trenitalia SpA praticherebbe sul prezzo di mercato dei suddetti titoli di viaggio lo sconto dell'80 per cento;

sembrerebbe, inoltre, che la spesa sarà a carico del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;

durante il mandato del precedente Governo i componenti della segreteria del Ministro non avevano richiesto ne usufruito di carnet di biglietti per le Ferrovie dello Stato,

si chiede di sapere quali iniziative il Governo intenda porre in essere se venisse confermata la notizia della stipula della suddetta convenzione anche alla luce dei ripetuti richiami del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti alla necessità del contenimento della spesa pubblica.

(4-06814)

SBARBATI - Al Ministro dell'interno -

(4-06815)

(Già 3-02585)

LANNUTTI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

è di questi giorni la notizia che in data 31 gennaio 2011 un esponente politico del Popolo della Libertà (PDL) ha comprato un edificio dal fondo immobiliare Omega gestito dalla Fimit di Massimo Caputi per conto di Intesa San Paolo alla cifra di 26 milioni e mezzo di euro e lo ha rivenduto all'istante all'ente di previdenza degli psicologi a 44 milioni e mezzo che con l'Iva al 20 per cento diventano alla fine 54;

un articolo di "la Repubblica" dell'8 febbraio 2012 denuncia che qualcosa di simile è successo anche a Venezia un po' di tempo fa, davanti al nuovissimo ponte di Calatrava, dove la Regione del Veneto ha acquistato da Grandi Stazioni per 70 milioni di euro (69,5 per l'esattezza) un immobile che si affaccia sul Canal Grande: «L'unico fatto certo è che le Ferrovie cedendolo a Grandi Stazioni in un pacchetto che comprendeva anche altri edifici lo aveva valutato 70 miliardi di lire - ovvero 35 milioni di euro -, la metà dei soldi sborsati dalla Regione. Ma la cosa più curiosa è che nelle trattative per entrambi i palazzi in questione, spunta il nome della medesima persona. Vale a dire Massimo Caputi, protagonista della vendita del palazzone romano attraverso "Idea Fimit", che nei primi anni Duemila, in veste di amministratore delegato di Grandi Stazioni, aveva avviato la trattativa per la vendita dei 20 mila metri quadri del palazzo che oggi ospita gli uffici della Regione. "Un grande risultato per la Regione", a sentire l'ex governatore Giancarlo Galan, che riuscì a portare in un'unica sede 600 dipendenti, un'impresa effettivamente non semplice in una città come Venezia, pagando alla resa dei conti 3.300 euro per metro quadro un palazzo restaurato sul Canal Grande, al quale bisogna aggiungere i magazzini retrostanti che presto diventeranno anch'essi uffici. Un affare per Galan, ma certamente di più per chi ha venduto un immobile al doppio di quanto era stato valutato. La vicenda è complicata, inizia nel 2001 con Caputi che dall'alto di Grandi Stazioni non vuol saperne di chiudere la trattativa al prezzo con cui aveva rilevato il mega-edificio dalle Ferrovie (70 miliardi di lire). Non vende, ma affitta, facendo nascere però poco dopo un contenzioso con la stessa Regione che lo trascina in tribunale per inadempienze contrattuali. Nel frattempo Caputi paga comunque la prima tranche di una ricca consulenza all'amico Michele Gambato - oggi presidente di Sistemi Territoriali, società di progettazione della Regione - per avergli agevolato la trattativa. Dal contenzioso con la Regione riparte la trattativa per la vendita del palazzo, intanto Caputi non è più però in Grandi Stazioni. L'affare va comunque in porto per 70 milioni grazie anche a una nuova stima certificata dall'Agenzia del Territorio. Gambato può così incassare il totale della provvigione, pari a 1,6 milioni. Vicenda chiusa? Nemmeno per sogno. I dipendenti prendono possesso degli uffici, la Regione può così risparmiare 2 milioni all'anno di affitti, ma parallelamente si apre un fronte giudiziario. Perché nel 2010 la Procura di Roma mette sott'inchiesta per truffa, oltre al "mediatore" Gambato, gli ex amministratori di Grandi Stazioni. Ma non è tutto, in quanto la Procura veneziana contestualmente apre un fascicolo per concussione. Entrambi i procedimenti si sono però persi per strada»;

il "Corriere della Sera" dedica un articolo a Massimo Caputi definendolo il manager da 71 incarichi: «Vicino alla boa dei 60 anni, superata quella dei 71 incarichi in società pubbliche e private, Massimo Caputi [...] è abituato a scherzare e sorridere anche quando i nuvoloni sono grigi per davvero. La "sua" Idea Fimit è il primo anello del nuovo affaire di case e politica? E lui accompagna con quelle vezzose paroline il comunicato spedito via mail ai "cari amici" per smontare la "notizia pseudoscandalistica". Non è successo niente, anzi è stato un grandissimo risultato. Come sempre. Nato a Chieti, ingegnere, i primi passi nello studio del papà, il grande salto Caputi lo fa all'inizio degli anni 90. La sua società di allora, la Proger spa, lavora molto per le Ferrovie dello Stato. E alla fine le Fs gli affidano quello che sembra il solito progetto pilota, ristrutturare le principali stazioni italiane. Ma da pilota quel progetto diventa operativo e Caputi siede sulla poltrona di amministratore delegato di Grandi stazioni, che ridisegna per davvero i 13 snodi più importanti e viene privatizzata. Sono gli anni in cui Caputi combatte una guerra quasi personale con le ditte di pulizia, ma anche quelli in cui stringe i rapporti con Caltagirone, con Marco Staderini, con la Roma che conta. E infatti nel 2002, piena epoca berlusconiana, arriva il secondo salto: amministratore delegato di Sviluppo Italia, con il compito di ricostruire la holding pubblica che dovrebbe aiutare lo sviluppo d'impresa e l'attrazione degli investimenti. Le cose vanno un po' così, Caputi si mette di traverso sull'acquisizione della Cit, la Compagnia italiana del turismo. E la cosa non passa inosservata. Pure allora i nuvoloni sono grigi ma lui continua a scherzare. Anche perché continua a stringere mani, a dare pacche sulle spalle. E soprattutto ad accumulare incarichi su incarichi: adesso gliene restano pochi ma tra quei 71 che ha nel curriculum c'è il cda del Monte dei Paschi di Siena, dell'Acea, di Antonveneta, e poi altri nomi che mischiano alto e basso, dalle Manifatture lana Marzotto ad un piccolo cantiere navale di Pescara. Bulimico, lo definiscono e lui lo prende come un complimento. Ci sono solo due cose che lo fanno arrabbiare davvero. La prima è essere scambiato con l'altro Massimo Caputi, il giornalista sportivo che si vede sempre in tv. La seconda il fattaccio che gli capita nel maggio del 2008. A Milano, in un hotel di via Cusani, si dimentica una busta con 45.000 mila euro. Parte un'inchiesta che lo vedrà indagato per riciclaggio e aggiotaggio. Lui si difende dicendo che quei soldi servivano per pagare i fattori della Locanda Rossa, uno splendido resort che ha con la moglie sulle colline di Capalbio. Un'ombra non da poco per chi già allora era al vertice di due società di gestione del risparmio. Compresa la Fimit, il primo anello della catena in questa nuova storia piena di nuvoloni»;

considerato che:

come manager pubblico di Sviluppo Italia nel 2005 Caputi si occupa della vendita di Turismo Italia, che viene acquisita dal presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, insieme alla Mita Resort. La stessa società che ha acquisito a prezzo di saldo il controllo dell'Arsenale della Maddalena, l'albergo che avrebbe dovuto ospitare il G8 poi trasferito a L'Aquila, costruito dal duo Anemone-Balducci grazie alle ordinanze di Guido Bertolaso. Della stessa Mita Resort, Caputi è stato consigliere dal 2005 al 2010 e nel 2007 anche vice presidente, grazie al controllo di metà delle quote. Non solo: secondo "L'Espresso" la Mita Resort nel 2007 acquista dalla Lehman Brother un complesso turistico a Pula, nei pressi di Cagliari, chiamato Forte Village. E la Mita cede, per 210 milioni, il gioiellino appena acquistato ai fondi immobiliari della Fimit. Il cui amministratore delegato è lo stesso Caputi. Tra le innumerevoli operazioni immobiliari milionarie gestite dal finanziere ce n'è una che salta all'occhio. Nel 2006 un gruppo di attivisti di Action occupano in Via Cavour, a Roma, un immobile sfitto, denunciando un progetto di speculazione. Da alcuni documenti del 2007 emerge che il Fondo Beta della Fimit di Caputi ha acquistato l'immobile nel 2005 per 62 milioni. L'anno seguente lo rivende a 63,7 milioni a una nuova società, la Via Cavour Srl, con sede a Milano. La società risulta di proprietà per il 51 per cento dello stesso fondo Beta della Fimit e per il 49 per cento della Doughty Hanson & Co. Nel consiglio d'amministrazione della società, tra il 2007 e il 2008, siede proprio il proprietario della Bpd, l'inventore del fondo Aq di Europa Risorse sgr, Antonio Napoleone, lo sviluppatore;

nel 2009 Massimo Caputi, amministratore delegato delle società di gestione del risparmio Zero e Fimit, di cui sono soci gli enti previdenziali Inpdap, Enasarco, Empals e Inarcassa, nonché gestore di tre fondi immobiliari quotati in Borsa (denominati Alpha, Beta e Delta) e altri riservati a investitori qualificati (denominati Gamma, Sigma, Omicron Plus, Theta, Eta, Tau, Omega, Omicron Sviluppo e Senior) veniva indagato dalla Procura della Repubblica Milano per le accuse di riciclaggio, aggiotaggio e ostacolo all'attività degli organi di controllo. Dalle intercettazioni telefoniche, disposte in seguito all'apertura dell'inchiesta, emergerebbe che Caputi avrebbe tenuto nascoste al mercato alcune notizie sulla precaria situazione debitoria di alcuni dei fondi amministrati dalle società di cui è dirigente. In particolare risulterebbero gravemente indebitati i fondi denominati Alpha, Beta, Fondo Due, Delta e Gamma, tuttavia dai comunicati ufficiali emessi dalle società Fimit e Zero non risulterebbe che alcuno dei fondi citati sia in default di cassa o presenti rilevanti anomalie, ma anzi negli stessi comunicati ne verrebbe ribadita la solidità e affidabilità (atto 4-01888);

un'inchiesta del 2010 del settimanale "Left" sulla ricostruzione post terremoto de L'Aquila, che prendeva spunto da un'interrogazione di Leoluca Orlando (atto 4-09705), parla di un fondo immobiliare, 'Europa risorse sgr', che aveva acquisito la proprietà di 380 appartamenti, affittati agli sfollati, ma che dopo alcuni anni sarebbero stati rivenduti a prezzi di mercato. Dietro il fondo immobiliare, come risulta da un dossier preparato dai comitati aquilani e da un'inchiesta pubblicata dal settimanale "Left", si nascondono società anonime lussemburghesi e società finanziarie in un paradiso fiscale come le Cayman. Dietro questi investimenti - proseguono i comitati- si cela il finanziere Massimo Caputi. Questo fondo immobiliare e queste imprese sarebbero entrate nelle stanze dei bottoni grazie alle ordinanze della Protezione civile che hanno assegnato appalti ai privati di 'Europa risorse' e persino la requisizione degli immobili, senza alcuna gara pubblica;

il quotidiano "Il Centro" del 14 giugno 2011 riportava la vicenda del Comune di Pescara che avrebbe pagato due volte per il progetto di ristrutturazione dell'Aurum. In particolare vi si legge: «Nel 2006, l'ente ha versato 258.900 euro all'ingegnere Massimo Caputi per un progetto finito nel cestino. La stessa cosa è accaduta con la progettazione della riviera nord. Anche in quel caso l'elaborato non è stato mai utilizzato in compenso, non è stato ancora pagato. Il progettista ha richiesto una parcella di circa 200mila euro e il Comune è in causa da quasi venti anni, perché non intende pagare» (atto 4-05451);

la Commissione delle Comunità europee ha emanato una raccomandazione ai Paesi membri, il 15 febbraio 2005, sul ruolo degli amministratori delle Società quotate in Borsa;

il testo di detta raccomandazione indica innanzitutto che «un amministratore dovrebbe essere considerato indipendente soltanto se libero da relazioni professionali, familiari o di altro genere con la Società». In secondo luogo: «Ciascun amministratore dovrebbe dedicare ai propri compiti il tempo e l'attenzione necessari e dovrebbe limitare il numero di altri impegni professionali, in particolare gli incarichi in altre società»;

la Fimit Sgr è una società di gestione del risparmio che privatizza il patrimonio immobiliare degli Enti previdenziali pubblici con l'obiettivo di collocare in Borsa un fondo comune immobiliare chiuso;

un'attività che diventa, nel caso del patrimonio dell'Inpdap, una miniera per Fimit e una perdita enorme per i dipendenti pubblici e per lo Stato;

è nota la vicenda dell'istituto dei dipendenti pubblici che ha conferito ad Alpha tutti i suoi immobili, spogliandosi della proprietà, ma ricevendone in cambio una quota sostanziosa della Fimit. I gestori del fondo dopo qualche mese cominciano a vendere gli immobili che hanno appena comprato. Esempio: quello di viale Bruno Buozzi, a Roma, è stato ceduto, al triplo di quanto era stato corrisposto all'Inpdap, alla fantomatica Ber-rywoods Ltd dell'isola di Man, famoso paradiso fiscale, che farebbe capo all'Opus Dei;

la stessa procedura è riservata all'immobile di via Barberini 47 che il fondo immobiliare ha venduto al gruppo Caltagirone tramite la società Enotria, senza indire alcuna gara, con un realizzo pari al doppio del suo valore di apporto, ovvero l'Inpdap ha realizzato per sé la meta di quanto ha realizzato il fondo,

si chiede di sapere:

se il Governo sia conoscenza dei fatti esposti in premessa;

quali siano le valutazioni del Governo sulle vicende esposte in premessa ed in particolare sui recenti scandali che vedono coinvolto Massimo Caputi con la Fimit relativamente all'acquisto da parte di un esponente politico del PDL di un edificio a Roma, rivenduto immediatamente al doppio del suo valore, e analogamente per l'acquisto della Regione Veneto di un edificio al doppio del valore stimato;

se e quali iniziative intenda intraprendere per rimuovere l'evidente conflitto di interessi e per attuare la raccomandazione della Commissione delle Comunità europee del 15 febbraio 2005, nonché per verificare la compatibilità dello status dell'ingegnere Massimo Caputi con gli incarichi pubblici tuttora rivestiti;

quali azioni intenda porre in essere, nell'ambito delle proprie competenze, al fine di assicurare il rispetto e la verifica costante della correttezza, trasparenza, compiutezza e tempestività delle comunicazioni delle società al mercato e alle autorità di vigilanza;

quali iniziative intenda assumere al fine di garantire l'interesse pubblico e gli interessi degli iscritti e futuri pensionati degli enti previdenziali, i cui contributi potrebbero essere impiegati in incerte attività speculative;

se, nell'ambito dei propri poteri di vigilanza e controllo sugli enti pubblici, non ritenga di dover ordinare le opportune verifiche o acquisire elementi a tutela del patrimonio dei medesimi enti partecipati ai fondi in questione.

(4-06816)

CARLONI, MARCENARO, VITA, CECCANTI, ARMATO, PASSONI, NEROZZI, DELLA SETA, DELLA MONICA, FONTANA, MUSI, GHEDINI, MARITATI, FRANCO Vittoria, DE LUCA, CHIAROMONTE, MAZZUCONI, MARINARO, MONGIELLO, AMATI, CHITI, DE SENA, ANTEZZA - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che dal gennaio 2012 in varie aziende del gruppo Fiat e Fiat Industrial viene applicato il nuovo "Contratto collettivo specifico di lavoro di I livello del 29 dicembre 2010", con il quale si intende sostituire ogni precedente accordo e contratto previgente nelle aziende Fiat, ivi compreso il contratto collettivo nazionale lavoratori industria metalmeccanica privata;

considerato che:

nel testo dell'accordo è previsto che "Il premio straordinario 2012 pari a 600 euro lordi verrà erogato esclusivamente a chi avrà effettuato nel periodo gennaio-giugno2012 un numero di ore di effettiva prestazione lavorativa non inferiore ad 870";

nel testo dell'accordo è evidente come sia esclusa dal computo delle ore di effettiva prestazione lavorativa qualunque assenza e/o mancata prestazione lavorativa retribuita e non retribuita a qualsiasi titolo ivi comprese "le assenze la cui copertura è, per legge/o contratto, parificata alla prestazione lavorativa";

ciò significa che nelle aziende del gruppo Fiat le assenze dovute a maternità (ivi compreso il periodo di congedo obbligatorio, le 2 ore di riposo per allattamento, i congedi parentali, le assenze per malattia del figlio, i permessi ex legge n. 104 del 1992), concorreranno tutte a far perdere il diritto a percepire il suddetto premio 2012;

visto che il decreto legislativo n. 5 del 2010 di recepimento della direttiva 2006/54/CE relativa al principio delle pari opportunità tra uomo e donna, prevede che è considerata discriminazione diretta ogni trattamento meno favorevole della donna in ragione della gravidanza e della maternità ed è considerato discriminatorio ogni trattamento meno favorevole in ragione dello stato di gravidanza nonché di maternità o paternità anche adottive ovvero in ragione della titolarità e dell'esercizio dei relativi diritti,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga palesemente discriminatorio un accordo che nega l'erogazione di un premio di produzione a lavoratrici e lavoratori in ragioni di gravidanza, maternità, paternità e/o esercizio di diritti di conciliazione;

se non ritenga opportuno riferire rapidamente in merito ai fatti evidenziati e alle iniziative da intraprendere per garantire nel Paese le pari opportunità e la pari dignità nel lavoro.

(4-06817)

CAFORIO, GIAMBRONE, BELISARIO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

il combinato disposto del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante "Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria", convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e del decreto-legge 1° settembre 2008, n. 137, recante "Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università", convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2008, n. 169, ha generato ingentissime, oltre che negative, modifiche all'ordinamento giuridico riguardante il mondo scolastico;

a seguito di detta riforma - a parere degli interroganti ispirata a criteri non condivisibili ai fini di una corretta e sana riforma del sistema dell'insegnamento - gli istituti scolastici si sono trovati ad affrontare una serie infinita di problemi;

l'aumento del numero alunni per la composizione delle classi, i tagli delle dotazioni finanziarie da assegnarsi agli istituti scolastici, la riduzione in scala progressiva annuale del personale docente e non docente hanno ridotto la scuola pubblica in condizioni di difficoltà estrema, non ulteriormente sostenibile;

considerato che:

tra le sopraindicate situazioni di emergenza, ad opinione degli interroganti, quella dei collaboratori scolastici - (ex bidelli) con competenza di sorveglianza e pulizia - risulta essere davvero preoccupante, non solo per la modalità di svolgimento del lavoro degli stessi operatori, ma anche in considerazione della carenza di sicurezza, per l'impossibilità - data dall'esiguità del personale - di coprire i servizi minimi indispensabili quali ad esempio il controllo degli alunni nei momenti di assenza del docente;

alla problematica sopra citata contribuisce inoltre la gestione, da parte degli istituti scolastici, di un numero di collaboratori ATA (amministrativo, tecnico ed ausiliario) significativamente ridotto e gestito in orario di servizio con compiti di sorveglianza e pulizia, insieme, molto spesso, con i lavoratori cosiddetti ex LSU (lavoratori socialmente utili), gestiti invece da cooperative esterne con soli compiti di pulizia da espletarsi assolutamente in assenza di alunni, ovvero fuori dall'orario scolastico. L'assegnazione alle istituzioni scolastiche "dell'organico di diritto" di personale ATA, che potrebbe infatti esser sufficiente, viene sistematicamente decurtata nella misura di un terzo, in quanto coperto da lavoratori ex LSU, i quali però non possono operare durante l'orario di lezione, generando la situazione paradossale sopra riportata;

considerato inoltre che la quasi totalità delle scuole funziona a tempo pieno, è oggettivamente impossibile garantire, in orario di attività didattiche, un servizio importante quale la sorveglianza degli alunni, a causa dell'insufficiente numero di collaboratori scolastici statali;

ritenuto che:

quanto sopra esposto accada regolarmente nella stragrande maggioranza degli istituti scolastici del Paese, per tutti i lavoratori delle categorie citate, pur contro la volontà dei medesimi operatori;

sia oggettivamente anti-economico continuare a far sopportare agli enti locali i costi esorbitanti dell'affidamento dei lavoratori ex LSU ai servizi di cooperative le quali, a fronte di significative somme erogate, trasferiscono ai lavoratori retribuzioni nette pari a circa il 30 per cento di quanto ricevuto dagli enti locali, in luogo del possibile e più vantaggioso inserimento dei suddetti lavoratori già operanti all'interno degli organici ATA,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo, alla luce di quanto esposto, non ritenga opportuno porre in essere concrete iniziative, volte a risolvere il problema oggettivo del precariato storico esistente all'interno della categoria di personale ATA, e mirate all'assorbimento da parte dello Stato degli operatori cosiddetti ex LSU, oggi già operanti in tutti gli istituti scolastici, come peraltro già accaduto in passato per altre categorie di personale esterne al comparto scuola, producendo un significativo risparmio per le casse dello Stato.

(4-06818)

PORETTI, PERDUCA - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

l'intesa sul fondo di solidarietà per il personale del credito è stata recepita dal regolamento di cui al decreto del Ministero del lavoro n. 157 del 2000. Il 24 gennaio 2001 le parti, con un'intesa specifica quindi con un'intesa facente parte del Contratto collettivo nazionale del lavoro, hanno esteso l'applicazione della normativa del fondo anche agli esodi volontari;

nel contratto nazionale del credito, la sua scadenza, fissata al 2010, è stata prorogata al 2020. Il fondo eroga prestazioni a favore dei lavoratori di aziende facenti parte di gruppi creditizi o che applicano i contratti collettivi del credito e i relativi contratti complementari;

l'attività è divisa tra parte ordinaria, che finanzia programmi di formazione, e straordinaria, che eroga assegni di sostegno al reddito per lavoratori in esubero prossimi ai requisiti pensionistici, scelti in base agli accordi sindacali e che aderiscono volontariamente;

l'attività ordinaria è finanziata con lo 0,5 per cento delle retribuzioni (0,375 per cento a carico della banca, 0,125 per cento del lavoratore), quella straordinaria dalle banche con una somma pari all'1,5 per cento delle retribuzioni. Ogni banca paga da sé i propri esuberi e nessun onere è a carico dello Stato;

la crisi finanziaria ha però avuto un profondo impatto sul Fondo di solidarietà dei dipendenti del credito perché ha gestito le ricadute delle ristrutturazioni bancarie degli ultimi dieci anni e più recentemente ha gestito gli esuberi derivanti dalla crisi finanziaria;

le riorganizzazioni degli ultimi anni hanno accresciuto sempre più il numero dei lavoratori accompagnati alla pensione con "scivoli costosissimi" per una durata fino a 60 mensilità;

considerato che le aziende di credito che ricorrono al Fondo di solidarietà hanno diritto alla sospensione degli obblighi occupazionali all'inserimento lavorativo delle persone con disabilità, di cui all'art. 3, comma 5, della legge n. 68 del 1999 ed infatti molte aziende di credito hanno visto la numerosità dei dipendenti riconducibili alle categorie protette ridotte anche del 50 per cento rispetto a quanto previsto dalla norma;

visto che l'art. 3, comma 5, della legge n. 68 del 1999 prevede esplicitamente che il provvedimento di sospensione opera "per la durata dei programmi e in proporzione all'attività lavorativa effettivamente sospesa e per il singolo ambito provinciale",

si chiede di sapere:

se risulti quali siano gli strumenti adottati per verificare che la sospensione sia stata effettuata esclusivamente nello specifico territorio di competenza dell'Amministrazione provinciale e non per ridurre in modo arbitrario la presenza di disabili e categorie protette nel settore creditizio;

se il Ministro in indirizzo non ritenga auspicabile promuovere una indagine per verificare come le pratiche di sospensione, di cui all'art. 3 della citata legge n. 68 del 1999, tendano a diventare, in un contesto di crisi, permanenti compromettendo l'integrazione lavorativa dei cittadini con disabilità e in generale le finalità della norma finalizzata ad una politica attiva del lavoro in una più ampia strategia di inclusione sociale e lavorativa e di pari opportunità.

(4-06819)

VITALI - Al Ministro della difesa -

(4-06820)

(Già 3-02416)

POLI BORTONE - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, delle infrastrutture e dei trasporti, dell'interno e della giustizia - Premesso che:

ben 22 anni addietro (nel 1990) quattro Comuni del brindisino (Carovigno, San Vito dei Normanni, San Michele salentino, San Sabino e Specchiolla) decisero di porre mano alla costruzione del depuratore di Carovigno per il quale, ad oggi, sono stati spesi ben 30 miliardi di euro;

il depuratore di Carovigno non solo non è entrato in funzione, ma si apprende che, se fosse attivato a giugno, come previsto, scaricherebbe acque non perfettamente depurate nell'oasi naturale di Torre Guaceto;

l'amministrazione provinciale di Brindisi ha negato l'autorizzazione a questo impianto, chiedendo di modificare il percorso per garantire uno scarico almeno a 1,6 chilometri al largo dell'oasi e, nel contempo, di attivare il depuratore di Mesagne, che potrebbe partire entro quattro mesi con una spesa di 1,5 milioni di euro a carico della Regione e con la disponibilità delle due Autorità di bacino e Idrica pugliese;

l'amministrazione provinciale di Brindisi ha chiesto alla Regione Puglia ed all'Acquedotto pugliese di intervenire per l'allungamento delle condotte sotterranee del depuratore di Carovigno;

Provincia e Acquedotto pugliese si sono impegnati ad avere le autorizzazioni delle due già citate autorità delle acque per attivare l'impianto di Mesagne che è già costato 14 milioni di euro (28 miliardi delle vecchie lire) e che, come già rilevato, abbisogna di ulteriori interventi per 1,5 milioni di euro (3 miliardi delle vecchie lire);

l'Acquedotto pugliese ha chiesto non solo il finanziamento per il completamento del depuratore di Mesagne, ma anche l'impegno da parte della Regione del ristoro annuale dei costi di gestione pari a 600.000 euro all'anno;

in conclusione, per i due depuratori non ancora in funzione nel corso di 22 anni sono stati spesi 29 milioni di euro (pari a 58 miliardi delle vecchie lire) e occorrerebbero ben 1,5 milioni per il completamento di Mesagne e 600.000 euro a regime per il suo funzionamento,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo non ritengano che ci siano state delle gravi carenze progettuali per il depuratore di Carovigno, oltre ad una scarsa attenzione delle autorità preposte a valutare il progetto e scarsa vigilanza da parte della Regione che avrebbe dovuto fin dall'inizio dell'iter procedurale prevedere la tutela di Torre Guaceto, dal momento che la stessa Regione Puglia la individuava come oasi, dunque sito protetto;

se non ritengano di doversi attivare, per quanto di competenza, affinché sia aperta un'indagine per individuare la responsabilità dei diversi soggetti interessati nelle varie fasi attuative del progetto, anche al fine di richiedere i danni per un investimento evidentemente sbagliato ed ancora oggi inutile al territorio.

(4-06821)

PORETTI, PERDUCA - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che dal prossimo mese di aprile 2012 presso l'Università degli studi di Perugia verrà avviato il master della durata di un anno "Progettazione, gestione e coordinamento dell'oratorio" che ha come finalità il perfezionamento delle competenze di base nella realizzazione, gestione e coordinamento di un progetto di oratorio;

considerato il carattere assolutamente privatistico dell'iniziativa, non avente lo scopo di creare professionalità da impiegare nel mondo del lavoro ma di valorizzare l'esperienza di vita in conformità con i dettami della chiesa cattolica,

si chiede di sapere:

se risulti quali oneri per lo Stato tale attività comporti;

quali siano le materie di insegnamento previste;

se non si ritenga opportuno richiamare il Senato accademico dell'Università degli studi di Perugia sull'opportunità di istituire tale master invece di indirizzare risorse per corsi di perfezionamento per favorire l'inserimento nel mondo del lavoro dei giovani in attività formative.

(4-06822)

PEDICA, BELISARIO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'interno - Premesso che:

in data 3 febbraio 2012 un'ondata di freddo ha colpito l'Italia portando con sé neve e gelo come non si vedeva da ben 27 anni. A seguito delle avverse condizioni climatiche l'Italia si è paralizzata: paesi isolati, migliaia di cittadini senza luce e acqua, regioni in piena emergenza;

una situazione drammatica si è verificata nella capitale, fortemente colpita dalla nevicata di venerdì 3 febbraio. Sono al centro della cronaca le polemiche causate dalla cattiva gestione dell'emergenza da parte del sindaco Alemanno. Quello che è certo è che, a parte le polemiche e le accuse, le vittime come sempre sono i cittadini: quelli rimasti senza elettricità, quelli che viaggiavano in treno o in automobile, fermi alle stazioni o imbottigliati sul grande raccordo anulare, quelli che si sono ritrovati improvvisamente privi di mezzi pubblici e di taxi, quelli che si ritrovati con il ghiaccio sulle strade, perché mancava il sale da spargere, e quelli che, a causa di tali condizioni, si sono addirittura infortunati;

in particolare dalle ore 13.30 del 3 febbraio la situazione nella capitale precipita: auto bloccate in mezzo alla strada, molti autobus richiamati nei depositi, mentre quelli che restano in strada, in base al piano neve, non riescono comunque a circolare per le condizioni del manto stradale. I taxi sono pressoché introvabili, la metropolitana funziona ma le rampe di accesso a numerose fermate sono inutilizzabili a causa del ghiaccio; di sale, nonostante, il Sindaco abbia dichiarato l'utilizzo di 250 tonnellate, i cittadini non ne hanno quasi visto. Di fronte a questa già grave situazione si è registrata la totale assenza di vigili;

sabato 4 febbraio la situazione era ancora grave, soprattutto nelle zone meno centrali a causa del ghiaccio e della mancanza del sale: molte strade e marciapiedi erano pericolosi e impraticabili;

considerato che:

dell'emergenza meteo e delle polemiche relative alla mala gestione della situazione da parte del Comune di Roma si sono occupate numerose testate giornalistiche. In particolare in data 6 febbraio 2012 il quotidiano "Il Corriere della sera", che si occupa della vicenda anche nella versione cartacea, sul proprio sito Internet pubblica un articolo, nel quale si legge: «Si parte da giovedì, ultima riunione tra Comune, Prefettura, enti locali e Protezione civile. È il caso, ormai famoso, del bollettino meteo che fa litigare Alemanno e Gabrielli. Una nota che parla di "15-35 millimetri di acqua" e "al livello del mare, Roma inclusa", di "pioggia mista a neve per la giornata di venerdì, con possibilità di accumuli nella serata di venerdì". Secondo gli esperti, la comunicazione è chiara: i millimetri di acqua corrispondono ai centimetri di neve prevista, ma quel riferimento al "livello del mare" e al misto pioggia/neve trae in inganno il Campidoglio (…). Il Campidoglio si dimostra impreparato a gestire l'emergenza. Il sindaco Alemanno, con un'ordinanza di giovedì, aveva sospeso le lezioni nelle scuole lasciando però aperti gli istituti. Una comunicazione che ha lasciato interdetti dirigenti, maestre e professori: le classi, infatti, sono quasi tutte mezze vuote. Tanta gente, non sapendo bene come regolarsi, preferisce lasciare i ragazzi a casa. Alle 13.45 di venerdì scatta il "piano neve": la maggior parte degli autobus dell'Atac vengono richiamati nei depositi, restano in strada solo quelli previsti dal piano. Ma i bus sono pochi, e a volte male equipaggiati. Così, anche quelli che dovrebbero circolare, sono costretti a fermarsi per le condizioni del manto stradale. L'Ama, l'azienda dei rifiuti che si occupa anche di ambiente e decoro urbano, dovrebbe spargere il sale sull'asfalto. Ma il sale (250 tonnellate, secondo il Comune) è poco e gran parte di quello messo se ne va con la pioggia che cade al mattino. Anche i taxi sciolgono i turni, ma le auto bianche sono pressoché introvabili: Roma, di colpo, si ritrova senza mezzi pubblici o quasi. La metropolitana funziona, ma le rampe di accesso di alcune fermate sono rese inutilizzabili dal ghiaccio formatosi. Di vigili, in giro, nemmeno l'ombra. È uno dei punti che anche il sindaco vuole capire. (…) La Prefettura decreta la chiusura degli uffici pubblici, la gente si riversa sulle consolari e poi sul Gra per tornare a casa. L'anello che circonda Roma, gestito dall'Anas, va in tilt e gli automobilisti finiscono "imprigionati": per raggiungere la propria abitazione, ci vogliono ore, anche per fare pochi chilometri. Su twitter, o via sms, arrivano le lamentele: "Siamo stati lasciati soli"»;

a causa delle condizioni delle strade e dei marciapiedi si sono registrati numerosi incidenti a danno dei cittadini romani. Il dato è confermato, tra l'altro, anche dalle dichiarazioni rilasciate dal dottor Sandro Rossetti, responsabile della Divisione di ortopedia e traumatologia dell'ospedale San Camillo di Roma, come riportato da un breve articolo de "Il Messaggero": "In questi due giorni nel mio ospedale c'è stato un aumento del 33% di fratture e lussazioni, soprattutto in anziani, a causa di cadute sul ghiaccio" e "In particolare le lussazioni sono aumentate del 33% mentre le sole fratture del 22%. Se, invece, consideriamo lussazioni, distorsioni e fratture possiamo considerare un +35%. Le vittime sono soprattutto over 65, ma anche giovani che si sono fatti male venerdì in seguito a cadute dal motorino. Gli scooter, infatti, venerdì hanno circolato, e in molti nonostante le cautele sono scivolati sulla neve fresca. (…) Stamattina i traumi erano soprattutto da caduta: abbiamo calcolato in generale un 30% in più rispetto a lunedì scorso";

il quotidiano "Il Messaggero" sul proprio sito Internet pubblica un articolo intitolato "Neve, a Roma morti altri due clochard. Centinaia di feriti per cadute", dando conto dell'assedio degli ospedali romani da parte dei numerosi cittadini infortunati. Si legge: «Ospedali sotto pressione. Il grande nemico, soprattutto nelle ore notturne, è rappresentato dal ghiaccio: le temperature minime sono molto basse e potrebbero scendere, in questo modo verso sera si formano lastre di ghiaccio che creano problemi alla circolazione e ai pedoni. Da sabato sera gli ospedali della Capitale sono assediati da centinaia di cittadini che si sono fratturati polsi, gomiti, anche femori, a causa di scivoloni nel ghiaccio. I dati sono emblematici: in poche ore, ieri, le ambulanze hanno trasportato in ospedale 358 romani caduti a causa del ghiaccio. Normalmente sono il 120 per cento in meno. A questi vanno aggiunti coloro che hanno raggiunto il pronto soccorso con i propri mezzi»;

a causa della situazione meteorologica si sono registrati inoltre tanti decessi, forse anche questi evitabili con una gestione migliore dell'emergenza. È assurdo, a parere degli interroganti, che nel 2012 ci siano ancora persone che muoiono per il freddo;

ritenuto che:

si evidenzia inoltre come in alcuni punti, stranamente proprio quelli di fronte alle abitazioni di persone note, come ad esempio una parte di via Prisciano, si sia, ex adverso, registrata una gestione super efficiente dell'emergenza meteo con pulitura della zona e relativo spargimento di sale;

in molte zone della capitale, infine, invece di procedere al taglio dei rami degli alberi necessario al fine della messa in sicurezza delle vie, sono stati tagliati totalmente molti tronchi, in spregio dell'ambiente, e a giudizio degli interroganti ancora una volta a dimostrazione che la città di Roma è mal gestita sotto troppi profili;

ad avviso degli interroganti ci si trova di fronte ad un'errata gestione della situazione di emergenza che, sebbene sicuramente caratterizzata da eventi meteorologici eccezionali, necessitava sicuramente di interventi più celeri e incisivi a tutela della cittadinanza,

si chiede di sapere:

se il Governo non intenda intervenire, per quanto di sua competenza, al fine di far luce sulla vicenda e in particolare per verificare le responsabilità laddove se ne ravvisino;

se e quali interventi intenda programmare, d'intesa con le altre istituzioni competenti, per evitare che situazioni come quella descritta si ripetano.

(4-06823)

COMPAGNA, AMATO - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

l'esercizio (previsto come obbligatorio dalla Costituzione) dell'azione penale non può essere originato da ragioni politiche o politologiche;

a giudizio degli interroganti, una sensazione del genere si è, invece, accreditata nei giorni scorsi a proposito dell'ormai notissima operazione di intermediazione immobiliare inerente all'ormai notissima palazzina di via della Stamperia a Roma che ha interessato un esponente politico;

a giudizio degli interroganti, una pregiudiziale diffidenza, se non peggio, nei confronti del mandato parlamentare, è parsa più che sufficiente per avviare indagini ed accertamenti nei confronti di un esponente politico che si è visto all'improvviso privato di quella presunzione di non colpevolezza, che dovrebbe sempre ispirare diritto e procedura penale nei confronti di ogni cittadino,

si chiede di sapere se il Ministro della giustizia ritenga che nella vicenda richiamata si possano individuare responsabilità, peraltro verosimilmente indotte dal clima di antiparlamentarismo diffusosi negli ultimi anni, tali da non far escludere un'eventuale azione disciplinare.

(4-06824)