Mozioni sui ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni
(1-00519) (10 gennaio 2012)
GASPARRI, QUAGLIARIELLO, SACCONI, CASOLI, PICCONE, IZZO, SPADONI URBANI, SPEZIALI, PARAVIA, CONTI, GALLO, D'AMBROSIO LETTIERI, DE ECCHER, DI STEFANO. -
Il Senato,
premesso che:
i tempi medi di pagamento da parte delle Pubbliche amministrazioni per somministrazioni, prestazioni, forniture e appalti raggiungono nel Paese livelli intollerabili sia in termini comparativi che in termini di sostenibilità per le imprese fornitrici e prestatrici di opere e servizi;
secondo la stima fornita dal Ministro dello sviluppo economico Corrado Passera, lo scaduto dei pagamenti privati e pubblici raggiunge ormai la cifra di 60-80 miliardi di euro di debito forzoso;
il fenomeno del ritardo nei pagamenti da parte delle Pubbliche amministrazioni appare intollerabile in primo luogo dal punto di vista dei principi liberali di tutela della buona fede, dell'affidamento e della certezza delle relazioni giuridiche. E tale intollerabilità diviene anche maggiore alla luce delle sempre più serrate politiche di rigore sul versante degli adempimenti fiscali e del recupero dei tributi non pagati, le quali richiedono analoga sollecitudine nell'assolvimento degli obblighi contratti dagli enti pubblici nei confronti dei privati a fronte delle relative prestazioni;
tutto ciò assume una importante valenza di politica economica nel contesto dell'attuale crisi economico-finanziaria internazionale che, fra l'altro, ha determinato un preoccupante fenomeno di stretta creditizia nei confronti delle imprese, sempre più spesso in difficoltà nell'accesso al credito bancario o chiamate a rientrare della propria esposizione creditizia;
nonostante la tendenziale eterogeneità, in alcuni casi anche molto consistente, dei dati relativi ai tempi medi di pagamento da parte delle Pubbliche amministrazioni nelle diverse aree del Paese, la capillare distribuzione delle piccole e medie imprese sul territorio e i drammatici eventi succedutisi nell'ultimo periodo impongono di considerare il fenomeno un problema di indubbia portata nazionale,
impegna il Governo:
a elaborare misure di carattere strutturale che impediscano l'accumularsi di ulteriori debiti da parte delle Pubbliche amministrazioni nei confronti di privati, mediante la fissazione di termini di pagamento la cui inderogabilità sia resa effettiva da prescrizioni efficaci in termini di deterrenza;
ad assumere tutte le iniziative necessarie per recepire e dare sollecita attuazione alla direttiva 2011/7/UE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, che stabilisce termini rigorosi e non derogabili per l'adempimento delle obbligazioni monetarie delle Pubbliche amministrazioni, prima del termine di recepimento, fissato al 16 marzo 2013;
a rendere pienamente operative mediante l'adozione dei relativi decreti attuativi le disposizioni di cui all'art. 28-quater del decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, introdotto dall'art. 31, comma 1-bis, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, che prevedono la compensabilità dei crediti non prescritti certi, liquidi ed esigibili nei confronti delle regioni, degli enti locali e degli enti del servizio sanitario nazionale per somministrazione, forniture e appalti, con le somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo;
a valutare la possibilità di introdurre ulteriori meccanismi di compensazione dei crediti vantati dai privati nei confronti delle Pubbliche amministrazioni con le obbligazioni di natura fiscale, per consentire un rientro dello stock di debiti delle Pubbliche amministrazioni accumulato sino ad oggi;
nell'ambito dell'attuazione del federalismo fiscale, a valorizzare gli strumenti di responsabilizzazione delle amministrazioni locali e i meccanismi di premio e sanzione al fine di incentivare le pratiche virtuose nelle aree del Paese in cui il ritardo nei pagamenti assume dimensioni medie più consistenti.
(1-00528) (19 gennaio 2012)
BUGNANO, BELISARIO, GIAMBRONE, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA. -
Il Senato,
premesso che:
la problematica dei ritardati pagamenti della pubblica amministrazione sta purtroppo mettendo a rischio la sopravvivenza di molte imprese, soprattutto quelle piccole e medie, che, a fronte di prestazioni regolarmente eseguite, non ricevono i pagamenti dovuti da parte della pubblica amministrazione;
nella fase economica attuale l'allungamento dei tempi di pagamento rischia di mettere definitivamente in ginocchio le aziende italiane, soprattutto le piccole e medie imprese (PMI), già in sofferenza per la stretta del credito e costrette ad accollarsi ulteriori oneri finanziari ed amministrativi per il recupero dei crediti vantati;
già nella Relazione annuale del Presidente dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (AVCP) per l'anno 2009 erano state evidenziate le dimensioni del problema: "La questione (...) si pone in tutta la sua gravità soprattutto per le imprese che stipulano contratti con la Pubblica Amministrazione, le quali, in misura ancor più forte rispetto alle aziende che operano con committenze private, sono da sempre soggette al gravame di un onere aggiuntivo rappresentato dall'ulteriore costo che le stesse devono sostenere per far fronte al gap, spesso di proporzioni assai considerevoli, che si viene a determinare tra il momento della liquidazione dei costi gestionali e quello dell'incasso del corrispettivo pattuito; onere di cui ovviamente non si può non tener conto nella determinazione del prezzo offerto in sede di gara pubblica. (...) La conseguenza è che questo tipo di mercato finisce con il privilegiare le grandi imprese e colpisce, in maniera irreversibile, le piccole e medie imprese che rischiano, pertanto, di uscire definitivamente dal sistema. Il tutto, come è facile intuire, determina conseguenze di rilevante entità sulla concorrenza, falsando, in misura considerevole, il regolare andamento del mercato";
un ingiustificato trattamento differenziato da parte della pubblica amministrazione riguardo ai tempi complessivi di pagamento può creare un effetto distorsivo della concorrenza in funzione dei vantaggi o degli svantaggi che tale comportamento arreca ai fornitori;
i ritardi di pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni possono inoltre distorcere l'allocazione delle risorse tra i diversi settori economici, per le penalizzazioni che si creano in quei settori produttivi, come ad esempio quello sanitario, i quali sono più diffusamente caratterizzati di altri da rapporti con l'acquirente pubblico. Come ripetutamente sottolineato dalla Commissione europea, i ritardi di pagamento e le differenze nelle prassi amministrative che si riscontrano a questo riguardo negli Stati membri sono anche di ostacolo agli scambi transfrontalieri e alla realizzazione del mercato interno. Più in generale, quando i tempi dei pagamenti sono incerti, l'impresa fornitrice si trova, indirettamente, a finanziare l'amministrazione pubblica. Quest'onere aggiuntivo e ingiustificato può risultare, come rilevato dall'AVCP, particolarmente gravoso per le PMI, per le quali il fenomeno dei ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali costituisce una tra le principali cause di fallimento e di perdita di posti di lavoro;
inoltre, il rischio di mancato rispetto dei tempi di pagamento da parte delle amministrazioni può determinare ex ante un effetto dissuasivo alla partecipazione di alcune categorie di imprese alle gare d'appalto. Occorre considerare altresì che le aspettative sui ritardi di pagamento possono determinare un aumento dei prezzi delle prestazioni offerte dalle imprese alle amministrazioni. Così, l'inaffidabilità di alcune pubbliche amministrazioni può comportare maggiori esborsi anche per le amministrazioni che rispettano i tempi di pagamento;
nel momento in cui l'amministrazione appaltante deroga ex post alle condizioni di pagamento originariamente poste o ne ritarda l'esecuzione, viene sostanzialmente meno lo schema concorrenziale sulla base del quale è stata condotta la gara; in pratica, il mancato rispetto delle condizioni di pagamento riduce il valore reale del corrispettivo pattuito. Ne possono derivare varie conseguenze negative sia per la concorrenza sia per l'efficienza complessiva della domanda pubblica incorporata negli appalti. Una diffusa situazione di mancato rispetto delle condizioni di pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni contribuisce a scoraggiare la partecipazione delle imprese estere al mercato degli appalti pubblici;
i dati numerici divulgati dall'AVCP nella citata relazione per l'anno 2009 hanno restituito un'immagine molto preoccupante: i tempi di pagamento oscillano in un arco compreso tra un minimo di 92 giorni ed un massimo di 664 giorni. L'entità dei ritardi mediamente accumulati è circa doppia rispetto a quanto si registra nel resto dell'Unione europea: mediamente 128 giorni contro i 65 che si computano a livello europeo. Il ritardo è per lo più imputato ai tempi di emissione dei certificati di regolare esecuzione (46,3 per cento) e dei mandati di pagamento (29,6 per cento) da parte delle stazioni appaltanti e, ancor più in generale, a lentezze che derivano da vischiosità burocratiche interne alla pubblica amministrazione (32,5 per cento);
secondo una indagine dell'ufficio studi della Confartigianato realizzata nel 2011, in Calabria nel 2010 il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione ha toccato i 793 giorni, con un aumento di ben 267 giorni rispetto al 2007, per il Molise il dato si assesta sui 755 giorni, per la Campania a 661, per il Lazio a 398, per la Puglia a 349. L'indagine rivela che se la pubblica amministrazione paga mediamente in 113 giorni, il solo comparto Sanità impiega più del doppio: 269 giorni. Considerando il solo Mezzogiorno, si arriva, a causa di situazioni come quella calabrese, ad una media di 425 giorni, ossia più del doppio dei ritardi riscontrabili nella sanità delle Regioni del Centro-Nord (193 giorni);
uno studio elaborato sulle singole aziende sanitarie e strutture ospedaliere del Paese effettuato dal Centro Studi di assobiomedica, l'associazione di Confindustria dei produttori del settore biomedico e diagnostico, ha evidenziato che nel 2010 i tempi medi di pagamento delle strutture sanitarie pubbliche italiane si sono confermati essere tra i più alti dell'intera Unione europea. Basti pensare che l'Azienda sanitaria locale (ASL) di Napoli 1, l'Azienda ospedaliera San Sebastiano di Caserta e l'Azienda provinciale di Crotone contano, per i tempi di pagamento ai fornitori di prodotti e servizi sanitari, rispettivamente 1.876, 1.414 e 1.335 giorni di ritardo accumulati. Ma è altrettanto grave il ritardo dell'ASL Roma E (822 giorni), dell'ASL 6 di Cirié di Torino (510 giorni), dell'ASL di Forlì (509 giorni), e dell'ASL 12 veneziana (477 giorni);
appare dunque evidente che il fenomeno del ritardo dei pagamenti ha ormai raggiunto e superato i livelli di guardia. L'Unione europea è intervenuta recentemente sul problema approvando la direttiva 2011/7/UE, del Regolamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, allo scopo di dettare indirizzi ai Paesi membri per rafforzare le misure di contrasto ai ritardi di pagamento nei diversi Stati membri. Il terzo considerando della direttiva evidenzia con chiarezza che: «nelle transazioni commerciali (...) tra operatori economici e amministrazioni pubbliche molti pagamenti sono effettuati più tardi rispetto a quanto concordato nel contratto o stabilito nelle condizioni generali che regolano gli scambi. Sebbene le merci siano fornite e i servizi prestati, molte delle relative fatture sono pagate ben oltre il termine stabilito. Tali ritardi di pagamento influiscono negativamente sulla liquidità e complicano la gestione finanziaria delle imprese. Essi compromettono anche la loro competitività e redditività quando il creditore deve ricorrere ad un finanziamento esterno a causa di ritardi nei pagamenti. Il rischio di tali effetti negativi aumenta considerevolmente nei periodi di recessione economica, quando l'accesso al finanziamento diventa più difficile»;
in particolare, l'articolo 4 della direttiva citata dispone che gli Stati membri sono tenuti ad assicurare che, nelle transazioni commerciali in cui il debitore è la pubblica amministrazione, il creditore che non abbia ricevuto l'importo dovuto entro il termine massimo di sessanta giorni abbia diritto agli interessi legali di mora. Ad ulteriore rafforzamento della tutela del creditore, la nuova direttiva reca all'articolo 2 l'aumento di un punto percentuale del saggio degli interessi moratori da riconoscere in suo favore in caso di ritardato pagamento;
la legge 11 novembre 2011, n. 180, recante "Norme per la tutela della libertà d'impresa. Statuto delle imprese", all'articolo 10, ha delegato il Governo ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della medesima legge, un decreto legislativo che, modificando il decreto legislativo 9 ottobre 2002, n. 231, disponga l'integrale recepimento della direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011;
stando a quanto dichiarato dal Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti, lo scaduto dei pagamenti privati e pubblici è pari a 60-80 miliardi di debito forzoso che gravano sulle imprese e stanno diventando un peso insopportabile. In particolare, la presunta esposizione debitoria della pubblica amministrazione, calcolata sulla base della stima effettuata dalle associazioni interpellate dall'AVCP ai fini della stesura della Relazione per l'anno 2009 precedentemente citata, ammonterebbe a circa 37 miliardi di euro: una somma pari al 2,4 per cento del Prodotto interno lordo nazionale del tempo;
un Governo che intende perseguire la politica della concorrenza come elemento strutturale e non congiunturale della sua azione non può non riconoscere che le patologie della fase del pagamento possono avere un impatto rilevante sulla dinamica concorrenziale e che occorre, quindi, intervenire tempestivamente;
considerato che:
non risolutivi, in ordine alle criticità generate dai ritardati pagamenti, si sono rivelati meccanismi pur innovativi quali la compensazione dei crediti vantati verso la pubblica amministrazione con somme dovute all'erario a seguito di iscrizione a ruolo, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, l'acquisizione della certificazione del credito di cui al decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, come modificato dalla legge 12 novembre 2011, n. 183, nonché gli ordinari istituti civilistici della cessione del credito di cui agli articoli 1260 del codice civile, anche a causa del mancato coordinamento di discipline speciali di settore che pongono limitazioni differenziate al ricorso alla cessione e comunque generano oneri non irrilevanti, sotto il profilo fiscale e degli oneri bancari;
recentemente, al fine di formulare proposte innovative rivolte a dare soluzione al problema dei ritardati pagamenti, è stato previsto di attivare un apposito "tavolo tecnico", istituito con il decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 149, recante "Meccanismi sanzionatori e premiali relativi a regioni, province e comuni, a norma degli articoli 2, 17 e 26 della legge 5 maggio 2009, n. 42";
in particolare, si prevede che, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto il Ministero dell'economia e delle finanze, un rappresentante delle Regioni, un rappresentante delle autonomie locali e l'Associazione bancaria italiana (ABI), debbano istituire un tavolo tecnico per il perseguimento dei seguenti obiettivi: formulare soluzioni finalizzate a sopperire alla mancanza di liquidità delle imprese determinata dai ritardi dei pagamenti degli enti territoriali; valutare forme di compensazione all'interno del patto di stabilità a livello regionale previsto dalla normativa vigente, anche in considerazione delle diverse fasce dimensionali degli enti territoriali; valutare la definizione di nuove modalità ed agevolazioni per la cessione pro soluto dei crediti certi, liquidi ed esigibili maturati dalle imprese nei confronti delle pubbliche amministrazioni; stabilire criteri per la certificazione dei crediti delle pubbliche amministrazioni;
è espressamente previsto, infine, che i prefissati obiettivi del tavolo tecnico possano essere realizzati anche attraverso un'apposita convenzione stipulata tra i soggetti coinvolti ed aperta all'adesione delle banche e degli intermediari finanziari;
tuttavia, tali ultime iniziative - allo stato ancora solo programmatiche -, indirizzate a mettere in circolazione maggiore liquidità per far fronte ai pagamenti alle imprese creditrici della pubblica amministrazione e ad agevolare la cessione pro soluto dei loro crediti, non risultano idonee a garantire una necessaria e tempestiva soluzione al problema dei ritardati pagamenti della pubblica amministrazione;
per far fronte a questa situazione, altri Governi europei, a fronte della gravità della tematica, hanno assunto iniziative concrete volte a risolvere le preoccupazioni degli operatori del settore. In particolare, la Spagna, con legge n. 15 del 2010, ha sostanzialmente anticipato l'entrata in vigore della direttiva europea 2011/7/UE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, stabilendo nuovi termini per il perfezionamento dei pagamenti nelle transazioni commerciali. I termini sono di 60 giorni per il pagamento tra imprese e di 30 giorni per il pagamento effettuato da parte delle pubbliche amministrazioni. Il mancato perfezionamento del pagamento determina l'automatica costituzione in mora del debitore,
impegna il Governo:
a procedere senza indugi ad esercitare la delega contenuta all'articolo 10 della legge 11 novembre 2011, n. 180, recante "Norme per la tutela della libertà d'impresa. Statuto delle imprese", al fine di provvedere al recepimento e all'attuazione, entro brevissimi termini, della direttiva 2011/7/UE del 16 febbraio 2011 e, conseguentemente, a dare applicazione agli indirizzi in essa contenuti in termini di effettività della tutela giurisdizionale del creditore, senza la quale i richiami alla tempestività dei pagamenti rischiano di rimanere affermazioni volatili;
a garantire nel recepimento e nell'attuazione della direttiva procedure di recupero rapide ed efficaci per il creditore;
a prevedere una normativa sugli interessi di mora relativa ai ritardi dei pagamenti maggiormente adeguata alle esigenze delle imprese fornitrici ed al contempo a porre in essere adeguati strumenti al fine di assicurare l'effettiva applicazione della normativa vigente;
a prevedere idonee forme di intervento della Cassa depositi e prestiti o di banche, al fine di consentire alle imprese creditrici di realizzare una cessione pro soluto dei crediti certificati vantati nei confronti della pubblica amministrazione a fronte del pagamento dei medesimi da parte dei soggetti citati, a condizioni del tutto agevolate, con riferimento agli oneri per il cedente e per la parte pubblica debitrice, per evitare ulteriore danno economico nei confronti delle imprese fornitrici.
(1-00541) (02 febbraio 2012)
MENARDI, VIESPOLI, SAIA, CASTIGLIONE, CARRARA, CENTARO, FERRARA, FILIPPI Alberto, FLERES, PALMIZIO, PISCITELLI, POLI BORTONE, VILLARI. -
Il Senato,
premesso che:
i pagamenti nelle transazioni commerciali tra imprenditori privati e tra gli stessi e la pubblica amministrazione in Italia avvengono con ritardi enormi, ormai apertamente in spregio non solo agli usi e consuetudini dei settori produttivi e commerciali ma anche alle clausole previste nei contratti. Quello dei ritardi nei pagamenti non è un problema nuovo. È sempre esistito, ma negli ultimi anni ha assunto una dimensione veramente esagerata;
l'Italia è purtroppo al primo posto nella classifica negativa per i ritardi nei pagamenti. Ritardi che per l'intero sistema economico rappresentano un costo quantificabile approssimativamente in 900 milioni di euro all'anno (secondo il rapporto annuale dello European Payment Index). Secondo altre indagini promosse in Italia, circa l'80 per cento delle imprese dichiara di subire ritardi generalizzati nei pagamenti, con relativi aumenti nei tempi medi d'incasso e connessi aumenti dei costi di ricorso al credito. C'è poi il capitolo a parte delle amministrazioni pubbliche, nei confronti delle quali le molte ricerche e indagini svolte dicono che i crediti delle imprese ammontano complessivamente a circa 60-70 miliardi di euro;
a fronte del ritardo di un pagamento, avviare un procedimento giudiziario per un'impresa rappresenta un costo immediato per un beneficio incerto e molto dilazionato nel tempo, e quindi non risulta economicamente conveniente soprattutto se si tratta di una piccola impresa. Qui emerge il tema dell'efficienza e dell'efficacia del sistema giudiziario italiano che potrebbe meglio contribuire a favorire la crescita;
il fenomeno dei pagamenti in ritardo ha un impatto negativo anche sugli scambi commerciali all'interno dell'Unione europea, in quanto la vendita di beni e di servizi in altri Stati dove i pagamenti sono tardivi e incerti, ancorché membri della UE, viene considerata più rischiosa. E il ricorso a strumenti di assicurazione del credito assorbe una quota notevole del margine di profitto, in particolare per le piccole imprese;
i ritardi pesano sempre di più sulla liquidità e sulla solidità finanziaria degli operatori economici coinvolti, arrivando in certi casi a comprometterne la sopravvivenza. Le piccole e medie imprese (PMI) sono le più colpite dal fenomeno dei ritardi dei pagamenti, anche perché, viste le difficoltà di accesso al credito, soprattutto nell'attuale periodo caratterizzato da una crisi economica mondiale, dispongono di risorse finanziarie limitate;
la situazione in molti casi è paradossale, perché proprio le PMI, a causa di questo malcostume, non solo subiscono ritardi ripetuti e sempre più frequenti nei pagamenti, ma loro malgrado assumono di fatto il ruolo di finanziatori delle grandi imprese e delle amministrazioni pubbliche,
impegna il Governo:
a dare un'immediata regolamentazione alla materia dei pagamenti nelle transazioni commerciali, con l'obiettivo, da un lato, di assicurare una giusta tutela alla parte più debole dei contratti, cioè le PMI, e, dall'altro lato, di garantire l'interesse generale rappresentato dal corretto ed ordinato svolgimento dell'attività economica e dalla rimozione di quello che è un vero e proprio freno alla crescita economica, visto che l'economia italiana è caratterizzata da una presenza capillare delle PMI, che ne costituiscono il vero e proprio motore;
a garantire che tale regolamentazione sia immediatamente applicabile a tutti i pagamenti derivanti da transazioni commerciali, siano esse tra privati o tra privati e pubblica amministrazione;
a recepire le norme europee contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali e contribuire, così, all'attuazione dello «Small Business Act for Europe» (COM(2008)394), il cui obiettivo è la realizzazione di un miglior contesto giuridico ed amministrativo per le PMI;
a varare, in definitiva, misure volte a dare un'efficace soluzione alla problematica esposta, tenendo possibilmente anche conto del disegno di legge Atto Senato 2509, presentato il 22 dicembre 2010.
(1-00544) (07 febbraio 2012)
TEDESCO, PISTORIO, ASTORE, DEL PENNINO, OLIVA, ROSSI Nicola, MONGIELLO, SCANU, PROCACCI. -
Il Senato,
premesso che:
il tema del ritardo con cui la pubblica amministrazione provvede al pagamento dei corrispettivi inerenti all'esecuzione dei contratti pubblici suscita, ormai da anni, l'allarme degli imprenditori che operano nel mercato italiano;
la Relazione dell'Autorità per la vigilanza sui contratti (AVCP) pubblici offre un quadro allarmante delle dimensioni del problema: "La questione in esame si pone in tutta la sua gravità soprattutto per le imprese che stipulano contratti con la Pubblica Amministrazione, le quali, in misura ancor più forte rispetto alle aziende che operano con committenze private, sono da sempre soggette al gravame di un onere aggiuntivo rappresentato dall'ulteriore costo che le stesse devono sostenere per far fronte al gap, spesso di proporzioni assai considerevoli, che si viene a determinare tra il momento della liquidazione dei costi gestionali e quello dell'incasso del corrispettivo pattuito; onere di cui ovviamente non si può non tener conto nella determinazione del prezzo offerto in sede di gara pubblica. (...) La conseguenza è che questo tipo di mercato finisce con il privilegiare le grandi imprese e colpisce, in maniera irreversibile, le piccole e medie imprese che rischiano, pertanto, di uscire definitivamente dal sistema. Il tutto, come è facile intuire, determina conseguenze di rilevante entità sulla concorrenza, falsando, in misura considerevole, il regolare andamento del mercato" (Relazione annuale dell'AVCP per l'anno 2009, pagine 8-9);
i tempi di pagamento oscillano tra un minimo di 92 giorni ed un massimo di 664 giorni. L'entità dei ritardi, mediamente accumulati, è circa doppia rispetto a quanto si registra nel resto dell'Unione europea: 128 giorni contro i 65 a livello europeo;
il ritardo è imputato in particolare: ai tempi di emissione dei certificati di regolare esecuzione (46,3 per cento); ai tempi di emissione dei mandati di pagamento (29,6 per cento); alle lentezze derivanti dalla vischiosità burocratica interna alla pubblica amministrazione (32,5 per cento);
la presunta esposizione debitoria della pubblica amministrazione, calcolata dall'AVCP, ammonterebbe a circa 37 miliardi di euro, pari al 2,4 per cento del prodotto interno lordo nazionale;
gli effetti negativi di ritardati pagamenti della pubblica amministrazione sono particolarmente avvertiti dalle piccole e medie imprese (PMI) che, soprattutto nell'attuale congiuntura economica di difficile accesso al credito bancario, risentono in maniera grave della mancanza di liquidità;
l'assunzione del rischio connesso alla dilazione dei pagamenti induce i partecipanti ad una gara pubblica a considerare il ritardo nei pagamenti come un aggravio di onere da imputare al prezzo proposto alla stazione appaltante, con conseguente impoverimento della competitività delle offerte e ricadute negative nei confronti delle stesse amministrazioni appaltanti;
gli interessi di mora relativi al ritardato pagamento implicano l'aumento delle risorse economiche per l'appalto; il ritardo nei pagamenti incide in termini negativi anche sull'indotto, investendo le imprese subappaltatrici e subfornitrici sulle quali i ritardi vengono sovente ulteriormente ribaltati; il concatenarsi di tali eventi provoca danni economici e sociali di vasta portata;
i vincoli imposti dal patto di stabilità interno hanno altresì peggiorato la situazione italiana in merito ai ritardati pagamenti in quanto costringono spesso gli enti locali committenti a dover scegliere tra due violazioni, da un lato se pagare il debito maturato dall'appaltatore, violando così il patto di stabilità, dall'altro non effettuare i pagamenti dovuti violando in tal modo la normativa in materia di transazioni commerciali;
le incertezze interpretative sulle norme in materia di tracciabilità dei flussi finanziari hanno determinato poi un fenomeno di sostanziale paralisi sistemica di tutti i pagamenti della pubblica amministrazione aggiungendovi, altresì, oneri burocratici ed organizzativi che sono andati ad aggravare la fase dei pagamenti. Tali rigidi adempimenti se, da un lato, hanno la virtuosa finalità di prevenire le infiltrazioni della criminalità organizzata nel mercato degli appalti pubblici, dall'altro, essendo confusamente formulati, implicano ulteriori inceppamenti e ritardi nelle procedure di pagamento della pubblica amministrazione,
impegna il Governo:
a prevedere norme e misure volte alla semplificazione e all'eliminazione dei passaggi burocratici inutili e ridondanti al fine di giungere a tempi di liquidazione dei debiti della Pubblica amministrazione accettabili e tendenzialmente prossimi ai livelli di liquidazione rilevati mediamente nella UE;
a promuovere disposizioni che sanciscano il principio della compensazione dei crediti da parte dei soggetti privati nei riguardi delle pubbliche amministrazioni; prevedano il divieto di rinuncia agli interessi di mora in contratti stipulati con la pubblica amministrazione; prevedano il divieto di riduzione dell'ammontare del credito vantato nei confronti delle pubbliche amministrazioni;
ad istituire un'Autorità garante del rispetto dei termini contrattuali e un Fondo per il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese, ovvero, in alternativa, ad istituire presso le Camere di commercio un fondo rotativo cui le imprese creditrici possano accedere in caso di mancato o ritardato pagamento di merci o servizi forniti a terzi;
ad intraprendere opportuni accordi con il sistema del credito al fine di giungere a forme di cartolarizzazione dei debiti verso le imprese senza oneri a carico delle imprese stesse.
(1-00549) (07 febbraio 2012)
RANUCCI, SANGALLI, BUBBICO, MERCATALI, ZANDA, CASSON, CECCANTI, LEGNINI, PEGORER, ANTEZZA. (*) -
Il Senato,
premesso che:
il settore delle imprese industriali e di servizio, in particolare delle piccole e medie imprese (PMI), sta subendo i contraccolpi di una delle peggiori crisi economiche degli ultimi decenni e vede la situazione aggravata da un fenomeno di progressivo razionamento del credito;
in questa fase le imprese si trovano a sostenere uno sforzo straordinario per evitare che fattori esterni ed indipendenti dal sistema economico nazionale - quali la sottovalutazione della volatilità di alcuni prodotti finanziari e l'inadeguatezza di iniziative e strumenti atti a governare la crisi del debito sovrano - si traducano in ulteriori elementi di indebolimento del tessuto produttivo italiano. Fin dal 2008 le imprese hanno reagito contenendo i costi di gestione, gli investimenti fissi e le spese per il personale, ma ciò non è bastato a ridurre il fabbisogno finanziario di capitale circolante, anche a causa dell'allungarsi dei tempi di pagamento nelle transazioni commerciali; un fenomeno che ha selettivamente colpito le imprese di minori dimensioni, contrattualmente più deboli;
la questione dei ritardati pagamenti della pubblica amministrazione e nelle transazioni commerciali tra imprese, che suscita ormai da anni forte allarme tra gli operatori economici, è divenuta fattore concorrente di perdita della capacità competitiva del sistema economico nazionale e di disincentivo degli investimenti esteri nel Paese;
la portata e la rilevanza del problema sono state segnalate con chiarezza dal Presidente dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (AVCP), nella relazione annuale per l'anno 2009. In quella sede si sottolineava la peculiare gravità della situazione per le imprese che stipulano contratti con la pubblica amministrazione «le quali, in misura ancor più forte rispetto alle aziende che operano con committenze private, sono da sempre soggette al gravame di un onere aggiuntivo rappresentato dall'ulteriore costo che le stesse devono sostenere per far fronte al gap, spesso di proporzioni assai considerevoli, che si viene a determinare tra il momento della liquidazione dei costi gestionali e quello dell'incasso del corrispettivo pattuito; onere di cui ovviamente non si può non tener conto nella determinazione del prezzo offerto in sede di gara pubblica», concludendo che: «questo tipo di mercato finisce con il privilegiare le grandi imprese e colpisce, in maniera irreversibile, le piccole e medie imprese che rischiano, pertanto, di uscire definitivamente dal sistema. Il tutto, come è facile intuire, determina conseguenze di rilevante entità sulla concorrenza, falsando, in misura considerevole, il regolare andamento del mercato»;
i dati resi noti dall'AVCP evidenziano, in particolare, le seguenti criticità: a) i tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese fornitrici/appaltatrici oscillano tra un minimo di 92 giorni ed un massimo di 664 giorni, con una media di 128 giorni. I ritardi mediamente accumulati sono circa doppi rispetto a quanto si registra nel resto dei Paesi dell'Unione europea (UE) dove i tempi medi di pagamento sono pari a 65 giorni; b) il ritardo è imputato ai tempi di emissione dei certificati di regolare esecuzione (46,3 per cento) e dei mandati di pagamento (29,6 per cento) da parte delle stazioni appaltanti, ma anche in generale a lentezze che derivano da vischiosità burocratiche interne alla pubblica amministrazione (32,5 per cento); c) l'esposizione debitoria della pubblica amministrazione, calcolata sulla base della stima effettuata dalle associazioni interpellate dall'AVCP, ammonterebbe oggi a oltre 70 miliardi di euro, dei quali una parte consistente deriverebbe dalla gestione del sistema sanitario e dalla raccolta dei rifiuti solidi urbani;
l'AVCP ha infine sottolineato come la problematica sia particolarmente avvertita dalle PMI che, soprattutto nell'attuale congiuntura economica, risentono in maniera grave della mancanza di liquidità;
ad aggravare tale quadro intervengono le conseguenze finanziarie che colpiscono le amministrazioni pubbliche. In particolare, l'assunzione del rischio connesso ai ritardati pagamenti induce i partecipanti ad una gara pubblica a considerare l'onere finanziario di eventuali ritardati pagamenti nell'ambito del prezzo proposto alla stazione appaltante, con conseguente impoverimento della competitività delle offerte. Inoltre, l'obbligo di corrispondere interessi di mora in conseguenza del ritardato pagamento implica l'aumento delle risorse economiche necessarie per il conseguimento delle prestazioni oggetto di appalto (risorse che potrebbero essere diversamente e più utilmente investite);
il ritardo nei pagamenti, oltre ad incidere sull'impresa che si trova a sostenere un'attesa ingiustificata nella percezione dei corrispettivi dovuti, si ripercuote in termini negativi anche sull'indotto, investendo le imprese subappaltatrici e subfornitrici sulle quali i ritardi vengono ulteriormente ribaltati;
considerato, inoltre, che:
l'UE ha recentemente impresso un impulso significativo alla ristrutturazione delle insoddisfacenti procedure di pagamento della pubblica amministrazione italiana, attraverso la direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, orientata a dettare indirizzi ai Paesi membri per rafforzare le misure di contrasto ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali;
il Governo Monti ha ritenuto di dare in tal senso un primo e concreto segnale, disponendo, attraverso il decreto-legge n. 1 del 2012 (il cosiddetto decreto liberalizzazioni), lo stanziamento di 5,7 miliardi di euro per il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni, 2 miliardi di euro dei quali pagabili alle imprese creditrici sotto forma di titoli di Stato: un impegno economico rilevante, ma comunque ancora inadeguato, a fronte di un monte debiti che si attesta, come ricordato, sui 70 miliardi di euro,
impegna il Governo:
ad adottare le iniziative necessarie a dare rapido recepimento, e conseguente attuazione, alla direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, relativa al contrasto ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali;
in particolare, a prevedere misure alternative di pagamento da parte degli enti statali e territoriali, quali la possibilità di compensazione, nel periodo d'imposta successivo a quello di omesso pagamento, con i debiti erariali e i relativi accessori dovuti nei confronti di ciascuna amministrazione statale, regionale e locale;
ad attuare politiche di rigore nei confronti delle pubbliche amministrazioni, con riferimento alla regolamentazione dei pagamenti dovuti a privati ed imprese, al fine di garantire certezza ai tempi di pagamento e di assicurare le necessarie condizioni di concorrenza e competitività nei mercati nazionali;
ad adottare provvedimenti mirati al sistema bancario e orientati ad assicurare che la maggiore liquidità derivante dai prestiti rilasciati dalla Banca centrale europea agli istituti creditizi, ad un tasso dell'1 per cento, venga tempestivamente immessa nel sistema economico nazionale, con ciò allentando la stretta creditizia che frena la ripresa economica del Paese e rischia di condurre al collasso interi settori dell'industria e dei servizi.
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(*) Firma aggiunta in corso di seduta
ORDINI DEL GIORNO
Il Senato,
premesso che:
la Camera dei deputati, in occasione del voto in prima lettura del disegno di legge concernente "Disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee - Legge comunitaria 2011" (Atto Camera 4623), ha approvato, nella nuova formulazione, l'articolo 14;
in tale articolo, pur non recependo integralmente la normativa comunitaria di riferimento (direttiva 2011/7/UE), si dispone che il Governo è delegato ad approvare, entro sei mesi dall'entrata in vigore del provvedimento normativo stesso, uno o più decreti proprio al fine di dare attuazione alla disciplina comunitaria citata;
pur nella sua parzialità, l'articolo approvato dalla Camera dei deputati su proposta del Governo contiene importanti novità nella considerazione che si ha per le imprese che hanno fornito beni e servizi alla pubblica amministrazione senza ricevere il corrispettivo di quanto fornito nei tempi stabiliti;
meritorio appare l'intento di provvedere, ancorché solo parzialmente, al saldo dei debiti contratti dal settore pubblico. E ciò è previsto non solo per i debiti che saranno contratti per il futuro, ma anche per quelli contratti in passato, contribuendo almeno a dare certezza sul momento del pagamento il quale, pur se effettuato con gran ritardo, consentirà ai creditori di conoscere il quando, oltre al quanto è loro dovuto. Condizioni ben specificate entrambe nei contratti sottoscritti dalle pubbliche amministrazioni, ristabilendo una parvenza di effettività del principio detto della "certezza del diritto",
impegna il Governo:
in attesa che venga completamente recepita la normativa comunitaria, a provvedere alle esigenze di tanti imprenditori, artigiani, professionisti, mediante ulteriori iniziative a sostegno di tali categorie;
in particolare a valutare l'adozione con urgenza di un nuovo regime dell'Iva per i soggetti indicati, detto Iva per cassa, consentendo loro di effettuare cessioni di beni o prestazioni di servizi in relazione alle quali l'Iva diviene esigibile al momento dell'effettiva riscossione del corrispettivo. Applicando il regime dell'Iva per cassa, i cedenti/prestatori possono posticipare il versamento dell'Iva avuta sulle proprie fatture di vendita al momento del loro effettivo incasso, evitando in tale modo di impiegare risorse finanziarie proprie o di terzi nel pagamento anticipato dell'Iva sulle vendite non ancora incassate. Purtroppo ciò è oggi possibile solo per i contribuenti con un ridottissimo volume di affari pari ad appena 200.000 euro, i quali, soli, potranno scegliere di aderire al nuovo regime e di versare l'Iva dopo il pagamento del corrispondente;
più specificamente, per giungere ad un efficiente meccanismo di versamento dell'Iva dovuta, ad attivarsi affinché sia recepita urgentemente la nuova normativa contenuta nella direttiva 2010/45/UE del Consiglio, del 13 luglio 2010, che modifica la direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, estendendo il regime della cosiddetta Iva per cassa a tutti i soggetti interessati sino al limite massimo pari a due milioni di euro e consentendo così un'assoluta simmetria tra diritto alla detrazione ed esigibilità dell'imposta;
a farsi carico del disagio dei medesimi soggetti ad ottenere credito dalle imprese bancarie, a causa della crisi in atto. A tal proposito ad adottare altresì, eventualmente ricorrendo al supporto dell'ABI (Associazione bancaria italiana) e delle associazioni di categoria, per il maggior numero di enti pubblici interessati dal fenomeno dei ritardi nei pagamenti, un sistema di siglatura dei documenti pubblici per la certificazione dei crediti vantati da privati nei confronti degli enti della pubblica amministrazione. In tal modo gli enti pubblici ed il settore bancario potrebbero andare in soccorso delle imprese che vantano crediti nei confronti della pubblica amministrazione perché la certificazione di crediti delle imprese e il successivo smobilizzo degli importi presso il sistema bancario garantirebbero, da parte dell'ente pubblico, su richiesta dell'impresa creditrice, la verifica della sussistenza ed esigibilità del credito, nonché l'esistenza del relativo provvedimento di liquidazione da parte dell'ufficio competente, il quale dovrebbe rilasciare un'apposita certificazione ove sono indicate informazioni fondamentali per ottenere crediti dal sistema bancario.
BALDASSARRI, RUTELLI, BAIO, BRUNO, CONTINI, DE ANGELIS, DIGILIO, GERMONTANI, MILANA, MOLINARI, RUSSO, STRANO, VALDITARA
Il Senato,
premesso che:
in base alle informazioni assunte presso l'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato, ammonterebbero a circa 98 miliardi di euro i crediti vantati da Monopoli SpA nei confronti dei concessionari dei giochi e scommesse;
secondo le stime più aggiornate, i crediti vantati dalle imprese private nei confronti dell'amministrazione pubblica, in particolare per forniture di beni e servizi, ammontano a oltre 70 miliardi di euro, ed è da considerarsi a tutti gli effetti debito pubblico, anche se non contabilizzato nello stock ufficiale ai fini del Patto europeo di stabilità e crescita;
la pratica dei ritardati pagamenti, che ha condotto all'accumulazione di un debito ingentissimo nei confronti delle imprese private fornitrici di beni e servizi alla pubblica amministrazione e ha di conseguenza drenato un volume enorme di liquidità dall'economia reale, viste anche le condizioni di crisi generale, sta mettendo in estrema difficoltà moltissime piccole e medie imprese con riverberi dannosi anche per l'intero sistema produttivo;
il pagamento dell'ingente debito pregresso, in mancanza di una contropartita di risorse a copertura, determinerebbe un inevitabile aumento del debito pubblico contabilizzato ai fini del Patto europeo di stabilità e crescita, con riflessi incerti e potenzialmente negativi sui mercati finanziari;
l'ammontare dei crediti vantati dai Monopoli di Stato nei confronti dei concessionari pubblici di giochi e scommesse, pari a circa 98 miliardi di euro, rappresenta una contropartita congrua al fine di trovare copertura al pagamento dei debiti pregressi della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese,
impegna il Governo:
a istituire nel bilancio dello Stato un apposito fondo per il pagamento dei crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione alimentandolo con le maggiori entrate provenienti dal recupero delle somme vantate dall'Amministrazione dei Monopoli di Stato di cui in premessa;
a disporre attraverso gli idonei provvedimenti il pagamento alle imprese dei crediti pregressi vantati da queste ultime nei confronti dell'amministrazione pubblica, dando priorità ai crediti più vecchi.
GARAVAGLIA MASSIMO, VACCARI, FRANCO PAOLO, MONTANI
Il Senato, preso atto della mozione 1-00519 in discussione,
premesso che:
il tema affrontato dalla mozione rappresenta una problematica che deve essere affrontata in tempi brevi e a regime, anche in virtù dell'applicazione di quanto disposto dalla direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011;
si condividono gli impegni contenuti nella mozione, oggetto di discussione;
si rileva che nel corpo del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, l'articolo 35 contiene disposizioni finalizzate allo stanziamento di risorse per pagare una parte dei crediti vantati dalle imprese, certi ed esigibili, per forniture di beni e servizi, inclusi i consumi intermedi;
una quota di risorse, pari a 260 milioni di euro, sono state recuperate mediante la sospensione del regime di tesoreria mista per gli enti locali, territoriali, università ed enti del settore sanitario, i quali per tre anni sono costretti a tornare al precedente regime di tesoreria unica e centralizzata, che li obbligherà a versare presso la suddetta anche tutte le risorse proprie;
è inaccettabile che con tale disposizione si sottraggano risorse finanziarie ai Comuni ed alle Province, nonché si mortifichi l'autonomia gestionale dei medesimi enti per estinguere parzialmente solo i debiti contratti dalle Amministrazioni centrali; nulla si è disposto per la soddisfazione dei crediti delle imprese, fornitrici degli enti locali;
quindi non solo le imprese fornitrici dei suddetti enti sono penalizzate rispetto a quelle che hanno fornito le Amministrazioni centrali, ma tale scelta politica "centralista" comporterà effetti negativi per l'economia territoriale, che non sono stati considerati ed analizzati;
si fa riferimento sia alla sottrazione di liquidità degli enti locali, che dovranno anche rinunciare ad un interesse maggiore dell'1 per cento e a sostenere la ripresa economica nei loro territori;
altro danno a livello territoriale è costituito dalla sottrazione annuale di circa 8,6 miliardi di liquidità dal sistema bancario locale, con tutte le conseguenze immaginabili, in un momento di grave restrizione del credito proprio per mancanza di liquidità,
impegna il Governo:
a rivalutare la sospensione della tesoreria mista in favore della tesoreria unica e adottare provvedimenti, che consentano anche il pagamento dei crediti vantati dalle imprese per la fornitura di beni e servizi agli enti locali e territoriali;
a destinare eventuali risorse aggiuntive, che si dovessero conseguire nel triennio 2012-2014, per consentire ai Comuni in avanzo di gestione di provvedere al pagamento dei residui passivi, congelati a causa degli stretti vincoli del patto di stabilità