POLI BORTONE, VIESPOLI, CASTIGLIONE, CARRARA, CENTARO, FERRARA, FLERES, MENARDI, PISCITELLI, SAIA, VILLARI - Il Senato,
premesso che:
obiettivo principale dei padri fondatori dell'Europa unita era quello di conseguire gradualmente non solo l'unità economica ma essenzialmente una unità politica basata su fondamentali valori identitari comuni;
il mancato conseguimento dell'unità politica mette in discussione, nell'eurozona, l'unione monetaria e la stabilità finanziaria, sicché senza una politica non si può porre argine alla crisi economica finanziaria che minaccia pesantemente di travolgere l'euro;
il percorso, non facile, sembrerebbe oggi subire un rallentamento oltre che presentare elementi di criticità, a causa della profonda lunga crisi che, partita dagli USA, ha investito l'Europa;
gli sforzi di coesione per la costruzione sostanziale dell'unità europea non possono essere vanificati e, dunque, occorre intervenire con azioni comunitarie a rafforzare l'Europa in tutte le sue Istituzioni e nella Banca centrale europea (BCE), nonché nella pratica rafforzata dal metodo comunitario, soprattutto in materia di disciplina di bilancio;
nonostante l'atteggiamento negativo della Gran Bretagna, è necessario insistere sull'approvazione del patto di bilancio (il cosiddetto fiscal compact) a 27;
l'aver adottato nei due rami del Parlamento, in prima lettura, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, rende l'Italia più credibile e quindi più autorevole nel sostenere le sue proposte per uscire dalla crisi;
il Parlamento italiano deve avere costantemente un ruolo di indirizzo delle scelte che il Governo italiano porta in Europa a norma dell'articolo 10 del Trattato sull'Unione europea e dell'articolo 4-bis della legge n. 11 del 2005, introdotto dalla legge n. 96 del 2010 (legge comunitaria per il 2009);
occorre comprendere quali siano le interrelazioni fra gli strumenti di controllo delle finanze pubbliche degli Stati membri dell'Unione europea (con riferimento al cosiddetto six-pack, alle proposte dalla Commissione europea del 23 novembre 2011, al nuovo "trattato" intergovernativo) per dirimere problemi di coesistenza fra la disciplina già vigente nell'UE e quella in corso di negoziato;
l'Italia dovrà insistere per l'accordo (e non per il trattato intergovernativo) in considerazione del fatto che l'accordo non richiede un nuovo strumento internazionale;
al di là della natura squisitamente politica dell'accordo, occorre affrontare i temi dello sviluppo, della crescita, dell'equilibrio socio-economico fra territori dell'eurozona ed all'interno degli Stati aderenti all'UE in considerazione del fatto che la crisi ha acquisito le differenze accentuando la povertà;
in particolare il Mezzogiorno d'Italia sta attraversando un lungo periodo di difficoltà che vede crescere la disoccupazione giovanile e femminile e registra il fallimento quotidiano di piccole e medie imprese (PMI) che rappresentano il tessuto vitale dell'economia meridionale insieme con l'agricoltura, anch'essa in crisi per le misure sempre più penalizzanti della politica agricola comune (PAC),
impegna il Governo:
a partecipare in termini attivi e propositivi al negoziato per giungere alla redazione di un accordo politico che, oltre alla costituzionalizzazione del bilancio, all'accordo Six-Pack, alla riduzione complessiva del debito, ai contenuti del patto Europlus, tenga in primaria considerazione l'adozione di politiche fiscali funzionali alla crescita, anche negoziando con le Istituzioni europee in merito alla concessione di fiscalità di vantaggio quinquennale per le aree sottoutilizzate;
ad insistere perché siano inseriti nell'accordo gli impegni per una più profonda integrazione nell'ambito del mercato interno e per il conseguimento di una reale coesione sociale;
ad affrontare le politiche della crescita e contestualmente quelle di riduzione del debito e del deficit attraverso una serie di interventi che riguardano l'emissione di eurobond, l'aumento delle risorse del Fondo monetario internazionale (FMI), un ruolo più attivo e flessibile della BCE che preveda una disposizione positiva in tema di ampliamento del credito per le imprese, per i cittadini, per le famiglie, per i giovani;
ad adoperarsi perché si avvii finalmente il percorso di una unione fiscale propedeutico ed essenziale per l'unità politica d'Europa.
(1-00531)
BRICOLO, GARAVAGLIA Massimo, BOLDI, CALDEROLI, ADERENTI, BODEGA, CAGNIN, CASTELLI, DAVICO, DIVINA, FRANCO Paolo, LEONI, MARAVENTANO, MAURO, MAZZATORTA, MONTANI, MONTI Cesarino, MURA, PITTONI, RIZZI, STIFFONI, TORRI, VACCARI, VALLARDI, VALLI - Il Senato,
premesso che:
l'andamento dello spread tedesco ha risposto negativamente anche nelle settimane successive all'approvazione della pesante manovra del Governo Monti;
allo stato attuale, la delusione della gran parte dei cittadini è amplificata, e si fa riferimento non solo agli italiani sostenitori della precedente maggioranza uscita vincitrice dalle elezioni, che, è opportuno ribadire, si sentono espropriati della loro rappresentanza politica, in particolare l'elettorato padano - che il gruppo Lega Nord Padania (LNP) rappresenta oggi, suo malgrado, dai banchi dell'opposizione -, ma anche a tutti i cittadini-contribuenti, che subiscono gli effetti dirompenti dei sacrifici imposti dalla manovra Monti, senza vedere la cessazione dello stillicidio a cui da mesi è sottoposta l'Italia;
oltre al tendenziale dello spread tedesco, che permane elevato, forti preoccupazioni derivano dal recente declassamento di importanti Paesi europei, come la Francia, la stessa Italia e l'Austria, operato dall'Agenzia di rating Standard & Poor's (S&P);
il downgrade dell'Italia da A a BBB inficia la presunta fievole credibilità acquisita dal Governo Monti, aggravando l'economia italiana in quanto il declassamento si è subito esteso, a cascata, su società controllate, banche, assicurazioni ed enti locali;
infatti, hanno subito il downgrade la Cassa depositi e prestiti, Poste italiane, Generali, Cattolica, Unipol ed ENI;
è legittimo sospettare che, in parte, ciò sia il frutto di una anomala speculazione internazionale finanziaria aggressiva, alla luce di quanto riportato dall'articolo de "Il Sole 24 Ore" del 18 gennaio, ossia che le agenzie di rating a cominciare da S&P, sono nuovamente oggetto di controlli ed indagini da parte del Dipartimento della giustizia di New York, a causa dei generosi voti assegnati da S&P ai titoli legati ai mutui poi rivelatisi tossici e che scossero il sistema bancario mondiale. L'accelerazione delle indagini sulle agenzie di rating conferma che la loro credibilità resta in discussione. Nonostante ciò, S&P con le recenti decisioni di declassamento adottate nei confronti di importanti Paesi europei, ha aggravato il clima di preoccupazione e instabilità, che imperversa in Europa, e che rende ancora più pressanti le richieste della Germania nei confronti dell'Italia;
si considerino, inoltre, le peggiorate prospettive di crescita del prodotto interno lordo (Pil) in Europa, come risulta dalle ultime previsioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), secondo il quale in Europa è atteso un calo del Pil pari allo 0,5 per cento nel 2012, con una revisione al ribasso di 1,6 punti percentuali. La crescita tornerà invece nel 2013, ma sarà di appena lo 0,8 per cento. Per quel che riguarda l'Italia la situazione sarà però peggiore, ossia nel 2012 la contrazione del Pil supererà addirittura il 2 per cento attestandosi al 2,2 per cento, con un taglio di ben 2 punti e mezzo rispetto alle stime di settembre 2011. E nel 2013, il Pil subirà un'ulteriore contrazione dello 0,3 per cento;
considerato che:
sono imminenti gli importanti incontri a Bruxelles dell'Eurogruppo e dell'Ecofin su tematiche importanti, fra cui la messa punto del cosiddetto fiscal compact, che si prevede sarà definito a fine gennaio, firmato a marzo, per entrare in vigore a luglio 2012;
è doveroso aprire una parentesi sul percorso realizzato dal precedente Governo Berlusconi in ottemperanza agli impegni assunti in sede europea, in particolare quelli concordati con il "Semestre europeo": a) il documento di economia e finanza (DEF) 2011, approvato nella primavera scorsa, è assolutamente in linea con le indicazioni della commissione europea, per la stabilità finanziaria dei Paesi dell'euro e per il percorso di crescita dell'economia, attraverso le riforme strutturali. In seguito alle peggiorate previsioni di crescita del Pil nell'area euro, il Governo Berlusconi è intervenuto con le manovre estive di luglio ed agosto 2011, per anticipare il pareggio di bilancio nell'anno 2013. La fase immediatamente successiva contemplava i provvedimenti per le riforme strutturali per incentivare la crescita dell'economia, come previsto nella lettera di intenti presentata a Bruxelles il 26 ottobre 2011, accolta positivamente dai partner europei. Non si sottovaluti che il percorso di risanamento del debito pubblico italiano è stato appesantito dalla recessione dell'intera area euro, dagli impegni finanziari assunti anche dall'Italia per il fondo salva-Stati: il sostegno al Portogallo è costato 14 miliardi di euro, che si aggiungono a quelli erogati per la Grecia; b) il Governo precedente, a causa degli eventi ben noti, non ha avuto l'opportunità di provvedere alla realizzazione del programma anticrisi, sollecitato da Germania e Francia, anzi si evidenzia che, con l'insediamento del Governo Monti, è stata congelata la riforma federalista dello Stato, riforma che aveva una importanza fondamentale nel programma dell'alleanza che ha vinto le elezioni, e che rappresenta, inoltre, il migliore strumento per una nuova organizzazione dello Stato, finalizzata al migliore impiego delle risorse pubbliche, attraverso la responsabilizzazione degli amministratori locali, una maggiore trasparenza nella gestione delle risorse, l'adozione di costi standard per contrastare gli sprechi storici; c) si riconosca che la cautela e un'attenta valutazione degli strumenti da adottare per fronteggiare l'acuirsi della recessione sono state dettate dall'intento di evitare il ricorso all'aumento della pressione fiscale, ovvero il venir meno delle tutele delle varie categorie del settore economico, per evitare effetti recessivi ancor più gravi; sono da respingere, dunque, le accuse di immobilità del Governo Berlusconi nell'affrontare la crisi economica. Oggi è possibile constatare, a posteriori, quanto le misure intraprese dal Governo Monti erodano il potere d'acquisto dei contribuenti italiani e minaccino ripercussioni gravi su intere categorie, già provate dalla persistente recessione;
ora gli organi comunitari accelerano per raggiungere un rapido accordo sul fiscal compact, ossia l'accordo sulle regole di bilancio degli Stati dell'area euro, che contempla, oltre al principio del pareggio di bilancio, anche il drastico rientro del debito pubblico, soprattutto dei Paesi con un debito superiore al 60 per cento del Pil, nella misura di un ventesimo della distanza dal valore di riferimento ogni anno per venti anni. Il fiscal compact conterrà pesanti sanzioni per chi non ottempera agli impegni assunti;
è evidente la preoccupazione rispetto a tale impegno di rientro del debito pubblico italiano, che si è formato sotto la vigenza di una classe politica che ha alimentato per anni la crescita economica e sostenuto la domanda di beni e servizi aumentando la spesa pubblica, secondo una politica non condivisibile, che è stata disconosciuta ed abbandonata, come testimoniano i provvedimenti di rigore dei conti pubblici, adottati nella vigente legislatura dal ministro pro tempore Tremonti;
la riduzione forzata del debito pubblico di un ventesimo all'anno per l'Italia si traduce in una manovra annuale pari al 3 per cento del Pil, ossia pari a circa 50 miliardi di euro ogni anno, un impatto devastante se si considerano già gli effetti negativi dell'aumento dei prezzi al consumo e della aumentata tassazione, conseguenti alla manovra Monti di dicembre 2011; una consistente riduzione della spesa pubblica potrebbe non essere sufficiente al raggiungimento dell'obiettivo, in quanto non accompagnata dalla certezza di crescita del Pil, a causa della recessione. Pertanto si ritiene di dover contemperare l'esigenza di riduzione del debito, ovviamente condivisa, all'esigenza di dare impulso e sostegno alla crescita, evitando, nel contempo, un disagio sociale intollerabile sia sul fronte dei tagli di posti lavoro, sia sul fronte di eccesivi tagli della spesa assistenziale e sociale. Anche alcune misure, che il Governo si appresta ad adottare, anticipate da notizie di stampa e dichiarazioni, finalizzate a favorire la crescita, quali le liberalizzazioni in alcuni settori economici, devono essere ben ponderate in tale contesto recessivo. Infatti, considerato che la rimozione degli ostacoli nei diversi settori del sistema economico è un processo auspicabile, ma che produrrà effetti a medio-lungo termine, è opportuno evitare di creare l'illusione di una immediata forte crescita dell'occupazione. Anzi, è necessario non perdere di vista l'obiettivo prioritario di garantire il mantenimento degli operatori del sistema economico già presenti, in particolare nel settore del commercio e dell'artigianato;
inoltre, è auspicabile proseguire il percorso, già avviato con la direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri del 4 maggio 2010, con cui il Governo preecedente ha dato attuazione in Italia alla comunicazione della Commissione europea del giugno 2008 (COM (2008) 394 definitivo), recante "Una corsia preferenziale per la piccola impresa", finalizzata alla ricerca di un nuovo quadro fondamentale per la piccola impresa, il cosiddetto Small business Act per l'Europa. In Italia, essendo preponderante la presenza di piccole e medie imprese (PMI), è indispensabile attivare le misure indicate dall'Unione europea (UE) per assicurare alle PMI una crescita sostenibile, l'apertura di nuovi mercati, la valorizzazione delle loro potenzialità, inoltre per garantire loro un maggiore accesso agli appalti pubblici;
invece, si apprezza l'azione del Presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti, che, in continuità rispetto alle richieste del precedente Governo, in occasione dell'adozione del six pack, ha insistito per l'inserimento integrale dell'articolo 2 del regolamento (CE) 1467/97 nella bozza del fiscal compact, per consentire che, nel caso in cui la Commissione dovesse aprire una procedura nei confronti di un Paese, che riduce il proprio debito più lentamente rispetto al vincolo concordato, la medesima tenga conto di tutti i fattori rilevanti. È il caso dell'Italia, che, come noto, pur avendo un debito che si aggira intorno al 120 per cento del Pil, vanta il sistema bancario più solido, un indebitamento del settore privato molto ridotto rispetto ai partner europei e un sistema pensionistico solido e sostenibile nel lungo periodo;
la rigidità eccessiva dei vincoli di riduzione del debito pubblico indurrà all'accelerazione della dismissione del patrimonio dello Stato, ed è proprio questo aspetto che desta preoccupazione. Infatti, si teme che le speculazioni finanziarie, a cui è stata ed è sottoposta l'Italia, siano finalizzate a declassare il valore degli asset immobiliari e mobiliari, in concomitanza con l'urgenza di vendita del patrimonio per abbattere il debito;
pur riconoscendo, come confermato dal Presidente del Consiglio dei ministri Monti alla Camera dei deputati, in occasione dell'informativa sugli sviluppi recenti e sulle prospettive della politica europea (seduta n. 569 del 12 gennaio 2012), che l'obbligo di rientro del debito pubblico gradualmente in venti anni non è una novità, ma è un obiettivo già adottato nel six pack, è pur vero che la recessione nell'area euro è peggiorata rispetto al 2010, e si sono accentuati gli attacchi speculativi già richiamati;
alla luce degli episodi di declassamento, è evidente la debolezza della governance europea, che non è riuscita al suo interno ad adottare strumenti finalizzati ad evitare i differenziali di spread fra i Paesi europei, con aggravio di spesa per interessi dei Paesi in difficoltà, a proteggere la moneta unica, a limitare la rigidità e l'egemonia tedesca, ma soprattutto a fronteggiare e preservare l'area euro dai recenti attacchi speculativi delle cosiddette tre sorelle;
lo stesso Presidente del Consiglio dei ministri, durante il recente incontro a Roma con il Presidente del Consiglio dei ministri europeo, Herman Van Rompuy, in merito alla decisione di declassamento assunta dall'agenzia S&P nei confronti dei Paesi europei ha evidenziato l'insufficienza della governance dell'Eurozona;
di fatto la governance europea ha più volte dimostrato di non avere la capacità e la prontezza di difendere l'economia europea dalle conseguenze della crisi finanziaria proveniente dagli Stati Uniti, dimostrando lentezza e una mentalità economica non adeguata al mutato assetto del mercato finanziario ed economico internazionale;
ritenuto che:
nonostante in Italia sia già iniziato dal 2008 un processo costante ed efficace di risanamento della finanza pubblica, sia in termini di riduzione dell'indebitamento, sia in termini di riduzione progressiva del debito pubblico, in coerenza con gli impegni assunti in sede europea e sotto la stretta vigilanza degli organi europei preposti;
il peggioramento di tale percorso è imputabile alla grave crisi internazionale, che ha condotto alla attuale recessione;
l'insussistenza di una solidale e protettiva governance europea ha causato i differenziali di spread tedeschi, con aggravio di interessi a carico del bilancio dell'Italia e le conseguenti, e le pressioni di Germania e Francia, a posteriori non giustificate da azioni del precedente Governo dirette a contrastare il percorso di stabilità finanziaria, hanno provocato la perdita della rappresentanza di sovranità nazionale nel Paese da parte degli elettori italiani, oggi governati da una squadra imposta dalla paura del probabile default italiano;
nonostante tale imposizione "antidemocratica", la situazione italiana permane grave alla luce del recente declassamento e alla luce delle prossime scadenze dei titoli di Stato da rimborsare;
pertanto aumenta la preoccupazione degli elettori di aver accettato sacrifici pesanti inutilmente;
cresce, pertanto, l'esigenza di avere certezza che l'attuale Governo difenda le ragioni del Paese, la sua economia, soprattutto il settore produttivo del Nord, che accusa l'inasprimento di una politica incapace di ridare vigore all'economia, ma preoccupata solo di dare le risposte che i partner europei e gli investitori internazionali si aspettano;
si ricorda che di recente è stato approvato dall'Aula del Senato l'ordine del giorno che impegna il Governo "ad assolvere in ogni sede i propri compiti per difendere la sovranità della nazione e a coinvolgere il Parlamento e il popolo, nelle forme previste dalla Costituzione, nel caso in cui la stessa venga messa in discussione" (ordine del giorno 9/3047/1);
oggi, più che mai, in occasione della definizione del fiscal compact è necessario far valere le ragioni del Paese, che vanta un potenziale economico di rilievo, e che contrappone l'elevato debito pubblico ad un accettabile indebitamento privato, di gran lunga inferiore alla media europea;
c'è preoccupazione anche per il settore bancario italiano, in merito alla questione dei requisiti patrimoniali delle banche degli Stati europei; infatti i Governi degli Stati membri dell'UE hanno concordato la necessità di elevare l'indice di Core Tier 1 dal 7 al 9 per cento e hanno introdotto nuovi criteri per il calcolo dei requisiti patrimoniali che prevedono la valutazione a prezzi di mercato dei titoli del debito pubblico, superando le disposizioni precedenti che prevedevano la contabilizzazione dei titoli iscritti nel portafoglio bancario al valore di acquisto;
il rispetto dei nuovi requisiti fissati dalla European Banking Authority comporterebbe per gli istituti di credito italiani una ricapitalizzazione pari a circa 14,7 miliardi di euro, penalizzati dalla notevole quantità di Bot e Btp che detengono in portafoglio, in un momento in cui il debito sovrano è sottoposto a evidenti pressioni speculative e soggetto a grande deprezzamento, con la conseguenza di dover aumentare il capitale aggiuntivo necessario per rispettare i nuovi limiti europei. La prospettiva per le banche italiane potrebbe essere quindi quella di restringere l'erogazione del credito verso le imprese con conseguenze disastrose per l'economia, in un momento in cui le necessità del sistema industriale sono proprio opposte; l'alternativa sarebbe quella di nazionalizzare il sistema bancario o consentire l'ingresso nel capitale delle banche italiane ai grandi gruppi stranieri;
vista l'approvazione in questa Aula, nella seduta del 28 ottobre 2010, della risoluzione n. 3, sulla governance europea,
impegna il Governo in occasione nei prossimi incontri dell'Eurogruppo e dell'Ecofin:
per quanto concerne il processo di sostegno alla crescita, a valutare l'opportunità di rafforzare la presenza delle PMI, adottando provvedimenti in linea con quelli utilizzati negli Stati Uniti, dove si riserva una percentuale degli appalti pubblici alle PMI, non inferiore al 23 per cento;
in merito al rispetto del Patto di stabilità e crescita, a promuovere la previsione anche di incentivi in positivo, considerando la gamma qualitativa delle azioni che saranno volte alla riduzione del debito, per consentire ai Paesi di ridurre gli squilibri di bilancio in misura più accentuata durante le fasi di ripresa del ciclo economico ed in misura ridotta nella fase recessiva;
con riferimento alla nuova sorveglianza macroeconomica e alla valutazione periodica dei rischi derivanti dagli squilibri macroeconomici in ciascuno Stato membro, a prevedere una specifica rilevanza di indicatori come i conti con l'estero, la competitività, l'accumulazione di debito privato e pubblico, valutando altresì la posizione patrimoniale netta del Paese con riguardo sia alle famiglie che verso l'estero, nonché la sostenibilità raggiunta dai singoli Paesi circa l'andamento di importanti settori di spesa, come ad esempio in materia pensionistica;
in particolare, in fase di approvazione del fiscal compact, a concordare una tempistica graduale per la riduzione del debito pubblico, per tener conto della grave recessione, dell'obiettivo primario di sostenere la ripresa della crescita del Pil, senza la quale si annullano le possibilità di pagare il debito contratto, dell'aggravio del debito per interessi, verificatosi negli ultimi mesi, a carico dell'Italia imputabile a manovre prettamente speculative;
nella fissazione delle regole di rientro del debito pubblico, a promuovere l'iniziativa di assumere riduzioni calibrate alle diverse esigenze degli Stati, evitando rigidità, nella determinazione dei parametri, che possano compromettere la sostenibilità economica dei Paesi coinvolti;
ove ciò non fosse possibile, a presentare alle Commissioni parlamentari competenti un programma di fattibilità della riduzione del debito annuale, come imposta dagli accordi del fiscal compact, che evidenzi l'impatto finanziario, economico e sociale sull'economia italiana;
a proseguire con adeguati strumenti al contrasto dell'evasione fiscale, utilizzando il criterio di intervenire prioritariamente nei territori dove il fenomeno registra una maggiore espansione;
nell'ambito della necessaria rapidità con cui si deve procedere alla riduzione della spesa pubblica improduttiva, ad accelerare il processo di individuazione ed immediata applicazione dei costi standardda parte delle amministrazioni territoriali e locali, per conseguire un consistente risparmio di risorse finanziarie;
a rappresentare con determinazione l'Italia, affinché sia parte attiva nel dare maggiore impulso alla governance europea, affinché assuma decisioni per l'area euro, finalizzate ad una concreta protezione dell'economia europea dalla speculazione internazionale, ovvero a concordare una strategia di risanamento finanziario dei Paesi in grave difficoltà, in tempi e modalità che consentano nel contempo di garantire un appoggio concreto di tutti i partner europei, per sostenerne la ripresa economica;
a promuovere iniziative affinché anche l'area euro abbia una propria agenzia di rating, ovvero a promuovere accordi con il Governo statunitense, affinché le autorità monetarie americane effettuino maggiori controlli sull'operato delle agenzie di rating, al fine di contrastarne il potere speculativo;
a chiedere in sede europea la revisione dei metodi di calcolo dei requisiti patrimoniali delle banche e, in particolare, la revisione della valutazione a prezzi di mercato dei titoli del debito pubblico detenuti dalle banche stesse, con lo scopo di tutelare e rafforzare il sistema creditizio italiano, sicuramente meno esposto a rischi rispetto ad altri sistemi europei, in modo da prevenire la contrazione del credito verso il sistema industriale con conseguenze disastrose per l'economia reale o, peggio, l'ingresso dei capitali pubblici o dei capitali dei grossi gruppi bancari stranieri nel capitale delle banche stesse;
a coinvolgere il Parlamento in ogni occasione in cui debbano essere assunte decisioni ovvero impegni in sede europea che possano compromettere e limitare la sovranità nazionale.
(1-00532)
BELISARIO, GIAMBRONE, MASCITELLI, PEDICA, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, PARDI - Il Senato,
premesso che:
a partire dall'estate del 2011, le tensioni sul debito sovrano dell'area dell'euro si sono accentuate ed estese assumendo rilevanza sistemica; inoltre i segnali di rallentamento internazionale determinano un peggioramento delle prospettive di crescita, sia in Italia che nell'area dell'euro, confermando una persistente incertezza circa il modo di gestione della crisi a livello comunitario e in sede di coordinamento intergovernativo. Per il Paese gli scenari possibili dipendono dagli sviluppi della crisi del debito sovrano e dai suoi riflessi sulla capacità di prestito delle banche. In questo contesto diventa cruciale la normalizzazione delle condizioni dei mercati finanziari rendendo operativi gli strumenti europei per la stabilità finanziaria;
alla fine del 2011, si è stimato che, nell'arco dell'ultimo quadriennio, il debito pubblico dei Paesi dell'area dell'euro è cresciuto di 20 punti percentuali, a fronte di un aumento del debito pubblico in Usa e Giappone rispettivamente di 35 e 45 punti nel medesimo periodo (2007-2010), confermando che le turbolenze dei mercati e le manovre speculative che hanno interessato l'Unione europea (UE) non sono dovute ad una fragilità finanziaria più accentuata ma ad una ormai insostenibile debolezza dei meccanismi di governance politica ed economica, che occorre pertanto rafforzare per promuovere la crescita e lo sviluppo e per poter assicurare una più efficace tutela della moneta unica europea;
la crisi attuale dell'euro dipende innanzitutto dall'inadeguatezza del processo di costruzione dell'UE che non è riuscito ad affiancare all'euro uno Stato, sia pure in fieri, con un governo unitario delle politiche fiscali ed economiche, nonché dalle divaricazioni tra i vari Paesi europei in termini di produttività e competitività dei relativi sistemi-paese;
l'entrata in vigore dell'euro non ha indotto i Paesi più deboli dell'Eurozona, quelli che maggiormente hanno beneficiato della creazione della moneta unica per quanto riguarda i tassi d'interesse (e i fondi strutturali), a intervenire con determinazione sia per ridurre il debito (il caso dell'Italia e della Grecia), sia per avviare riforme al fine di incrementare la produttività dell'insieme dei fattori, nonché di migliorare la propria competitività sistemica dovendo rinunciare alla prassi delle svalutazioni competitive;
nei Paesi dell'Eurozona con bilance commerciali in forte attivo nei confronti degli altri partner europei, invece di operare per ridurre tale divario, è stata attuata una politica di congelamento dei salari, non ridistribuendo, se non in una misura minima, gli incrementi di produttività ottenuti al fine di aumentare la concorrenzialità verso gli altri Paesi europei, e comprimendo così la domanda complessiva interna all'UE;
non essendo più possibili le speculazioni sui cambi tra le valute dei vari Paesi dell'UE, assumendo che tali Paesi mantengano un andamento non convergente nel tempo, le tensioni si sono scaricate sulla valutazione di solidità dei titoli del debito pubblico dei vari Paesi, quindi sugli spread;
l'Italia non è un Paese insolvente (a differenza della Grecia), ma solo un Paese con un problema di liquidità, che ha accumulato un grande stock di debito ed ha difficoltà a breve nel finanziamento degli oneri connessi con questo debito, ma ha le risorse per poter pagare quel debito. Questo è il punto da cui partire. La situazione è tuttavia molto difficile perché la nostra economia non cresce da troppi anni;
secondo il Bollettino economico di gennaio 2012 della Banca d'Italia, nel terzo trimestre del 2011 il PIL dell'Italia è diminuito dello 0,2 per cento rispetto al periodo precedente; la dinamica del PIL risente del rialzo dei costi di finanziamento, per l'aggravarsi della crisi del debito sovrano, e del rallentamento del commercio mondiale. In riduzione della domanda interna operano anche le manovre correttive di finanza pubblica, le quali, sebbene inevitabili per evitare più gravi conseguenze sulla stabilità finanziaria, hanno ulteriormente depresso la crescita del Paese;
la priorità del Paese è ora la creazione di condizioni favorevoli al rilancio dell'economia, stimolando la capacità potenziale di crescita e influenzando positivamente le aspettative dei mercati e le decisioni di spesa di famiglie e imprese. Allo stesso tempo, sono indispensabili anche a livello europeo politiche ambiziose per ripristinare la fiducia e garantire la normalizzazione delle condizioni di mercato;
è essenziale mettere in atto tutti gli elementi delle nuove regole di Governo economico dell'UE approvate di recente ed al contempo è fondamentale che venga reso immediatamente operativo il rafforzamento degli strumenti europei per la stabilità finanziaria quali l'EFSF (European Financial Stability Facility) e l'ESM (European Stability Mechanism), aumentandone l'efficacia e sfruttandone tempestivamente le potenzialità;
premesso inoltre che:
la situazione italiana, già storicamente grave, è stata resa ancora più difficile dalla sottovalutazione sistematica, operata da parte del Governo Berlusconi dei rischi nei quali incorreva il Paese;
le manovre finanziarie attuate nel corso del 2011 in Italia dal Governo Berlusconi (con ingiustificato ritardo) e dallo stesso Governo Monti, pur ponendosi il giusto obiettivo di ottenere l'indispensabile correzione dei tendenziali dei conti pubblici, per le loro modalità, hanno ulteriormente compresso, rispetto alla mancata redistribuzione del reddito ai danni di salari e pensioni nell'ultimo trentennio, il potere d'acquisto dei ceti popolari, acuendo spinte recessive;
l'uscita, sia pure debole, dalla recessione iniziata nel 2008-2009 è stata soffocata sul nascere sia da un rallentamento dell'economia mondiale, sia dalle pesanti manovre recessive imposte ai Paesi della zona euro dai mercati finanziari;
i rischi di una frammentazione dell'area dell'euro non possono essere considerati trascurabili, come non si possono ignorare sia gli effetti destabilizzanti che essa avrebbe sui bilanci bancari, sia la corsa alle svalutazioni competitive che ne deriverebbe, con le conseguenze negative già sperimentate negli anni Trenta del Novecento;
la motivazione del declassamento, da parte di Standard & Poor's, di una serie di Paesi della zona euro, tra i quali la Francia e l'Italia, nonché il recente declassamento da parte delle agenzie di rating dell'EFSF riportano l'attenzione sull'evidente strapotere attualmente in capo alle agenzie di rating sempre più da considerare arbitri non oggettivi e imparziali, e sottoposte ad evidenti conflitti di interesse;
valutato che:
l'attuale crisi dell'area dell'euro è da ricondurre non solo ad una elevata tendenza all'indebitamento degli Stati, ma soprattutto, per gran parte, all'andamento sfavorevole dei mercati finanziari;
le misure per il consolidamento sono giuste e importanti, tuttavia nessun Paese europeo, nemmeno il più grande e solido, ha le dimensioni sufficienti per perseguire obiettivi nazionali che siano incoerenti con l'impostazione dominante nel resto del continente e dell'economia globale e per rifiutare categoricamente tutte le misure che potrebbero concorrere a calmierare i mercati finanziari, a rischio di minare la stabilità dell'unione monetaria europea e dell'intero sistema finanziario europeo;
la globalizzazione ha reso indifendibili gli equilibri economici e sociali (e politici) di Paesi relativamente piccoli rispetto all'instabilità congenita dei mercati internazionali e alle sue degenerazioni speculative;
la politica monetaria in Europa è amministrata dalla Banca centrale europea (BCE), costituzionalmente preposta solo al contrasto all'inflazione, diversamente dalla Federal Reserve (FED) Usa che si preoccupa anche della crescita e dalla Banca popolare Cinese che ha anche l'obiettivo dell'occupazione;
la scelta della BCE di concedere prestiti triennali illimitati alle banche ad un tasso di interesse molto basso è una delle previsioni possibili, nel quadro delle regole del Trattato e dello Statuto attuale della BCE. Così facendo, infatti, la BCE ha reso liquidi i crediti inesigibili delle banche, le quali, con questa liquidità, dovrebbero sostenere i corsi dei debiti sovrani;
tuttavia, se i prestiti non saranno restituiti dalle banche, fra tre anni dovranno intervenire gli Stati che hanno fornito le garanzie. La scelta sopra descritta ha il limite di far fare il prestatore di ultima istanza ad enti privati - e non di sistema - come le banche, le quali, per paura di non poter fare fronte a impegni futuri - tra cui le pressanti richieste di ricapitalizzazione delle medesime -, trattengono la liquidità, non sostenendo adeguatamente i debiti sovrani e le richieste delle imprese e delle famiglie;
l'allungamento dei tempi di pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni rischia inoltre di mettere definitivamente in crisi le aziende, soprattutto le piccole e medie imprese, già in sofferenza per la stretta del credito. L'UE è intervenuta sul problema approvando la direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, la quale dispone che gli Stati membri siano tenuti ad assicurare che, nelle transazioni commerciali in cui il debitore è la pubblica amministrazione, il creditore, che non abbia ricevuto l'importo dovuto entro il termine massimo di sessanta giorni, abbia diritto agli interessi legali di mora, disponendo altresì l'aumento di un punto percentuale del saggio degli interessi moratori da riconoscere in caso di ritardato pagamento. Risulta pertanto necessario ed urgente dare applicazione agli indirizzi in essa contenuti in termini di effettività della tutela giurisdizionale del creditore, senza la quale i richiami alla tempestività dei pagamenti rischiano di rimanere affermazioni volatili;
occorrerebbe dunque che la BCE si comportasse come la FED statunitense, divenendo prestatore di ultima istanza, e/o che emettesse eurobond per venire incontro alle esigenze di finanziamento degli Stati europei;
considerato che:
già nel corso del Consiglio europeo dell'8-9 dicembre 2011 si sono svolti i negoziati per mettere a punto il trattato intergovernativo su una nuova disciplina di bilancio (il cosiddetto fiscal compact), da concludersi entro il prossimo Consiglio europeo, fissato per il 30 gennaio 2012, anche al fine di rassicurare i mercati sulla disciplina di bilancio dell'UE;
il nuovo trattato, ancora oggetto di negoziati, minimizza il ruolo delle Istituzioni europee e riduce il potere di iniziativa della Commissione, dimostrando così la sua natura esclusivamente intergovernativa;
il nuovo patto di bilancio si inserisce in un trattato intergovernativo che per il momento è parallelo a quelli europei. Inquadrare il patto in una dimensione comunitaria agevolerebbe il raggiungimento di una prospettiva di maggiore flessibilità di principio sulla valutazione del "rischio Paese";
riportando il fiscal compact nel contesto comunitario, lo si farebbe dipendere da un impianto di regole, il cosiddetto six pack, entrato in vigore a dicembre 2011, il quale inserisce criteri di maggiore flessibilità sulle valutazioni. In sostanza, è quanto richiesto dall'Italia con le deroghe agli articoli 3 e 4 del progetto di trattato, con particolare riferimento al rientro da una condizione di debito eccessivo;
appare altamente probabile l'accoglimento della richiesta italiana di modificare l'articolo 4 del trattato in modo da attenuare l'impegno di riduzione del debito pubblico di un ventesimo all'anno, tenendo conto di tutti gli eventuali fattori nazionali rilevanti - così come affermato nella recente riforma del patto di stabilità e di crescita - che vanno dalla stabilità finanziaria del Paese, alla dimensione del debito privato, all'impatto di riforme strutturali della spesa;
la bozza di trattato delinea misure per il rafforzamento della convergenza economica e fiscale nell'Eurozona e nell'UE. Misure che si limitano, a quanto risulta fino ad ora, a impegnare gli Stati contraenti a lavorare insieme verso una politica economica in grado di promuovere il corretto funzionamento dell'unione economica e monetaria e la crescita economica. È invece da ritenere che si debba dare priorità agli interventi finalizzati a rimuovere quelle circostanze che possono minacciare stabilità, competitività, crescita e creazione di posti di lavoro. Inoltre si ritiene ancora troppo vago il riferimento alla convergenza delle politiche fiscali;
rilevato altresì che:
il Presidente della BCE, Draghi, ha recentemente definito la situazione attuale dell'Eurozona "molto grave," invitando altresì i Governi a passare dalle decisioni ai fatti, abbinando al rigore della disciplina di bilancio anche il rilancio della crescita e dell'occupazione;
esiste la necessità che l'Europa offra garanzie ai mercati sulla tenuta dell'euro, in modo da consentire ai capitali di tornare a investire anche in Italia e non solo nei Paesi virtuosi del Nord Europa, così da ridurre lo spread e fornire ossigeno alle imprese. Se, da un lato, il Governo italiano ha ottenuto qualche risultato sul fronte delle modifiche al trattato, inserendovi margini di flessibilità nei ritmi imposti alla riduzione del debito pubblico, dal lato delle misure europee per garantire i mercati, i progressi sembrerebbero al momento molto scarsi: sembrerebbe abbandonata l'idea di trasformare la BCE in prestatore di ultima istanza che garantisca i debiti dei Governi; altrettanto impercorribile, almeno nell'immediato futuro, sembra anche l'idea degli eurobond;
è importante - al fine di limitare la volatilità dei mercati finanziari - generalizzare e rendere permanente il divieto di pratiche dello short selling;
resta altresì sul tavolo l'ipotesi di un rafforzamento del fondo salva Stati che potrebbe vedere coinvolto in un ruolo più significativo anche il Fondo monetario internazionale (FMI);
la nuova governance europea non è dunque sufficiente ad evitare altre crisi ed a risolvere la crisi dei debiti sovrani, ma le soluzioni di carattere puramente finanziario (EFSF/ESM) non bastano ad affrontare un problema che deriva dalla mancanza di direzione politica e visione sociale a livello continentale,
impegna il Governo:
1) a proporre, in parallelo al nuovo Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance dell'unione economica e monetaria, un rafforzamento delle politiche di coesione europea con misure e provvedimenti che delineano una vera unione politica del continente con un ruolo maggiore del Parlamento europeo, con una comune politica fiscale e finanziaria, con obiettivi comuni per lo sviluppo economico, sociale e culturale dell'area monetaria e ponendo su una base comune il finanziamento statale degli Stati membri;
2) a promuovere insieme agli altri partner continentali azioni concrete per sostenere una crescita più forte, maggiore competitività e coesione sociale rilanciando gli ideali europei tramite: a) un sempre maggiore ruolo del Parlamento europeo nelle decisioni dell'Unione e nella definizione dei suoi organismi dirigenti; b) un rafforzamento della collaborazione culturale; c) una politica comune della difesa europea resa necessaria dalle nuove modalità e sensibilità nella gestione dei conflitti internazionali e dagli inevitabili tagli, nei bilanci nazionali, di una spesa militare tanto eccessiva quanto inappropriata; d) il completamento del mercato interno europeo che non è ancora una realtà pienamente operativa; e) una politica comune della mobilità delle persone e l'aggiornamento dell'Accordo di Schengen;
3) a indicare in tutte le sedi europee la chiara esigenza di un programma europeo: a) che abbia chiare priorità di investimenti nelle infrastrutture, nella economia reale e nel rilancio, in particolare nei Paesi dell'Eurozona con bilance commerciali in forte attivo nei confronti degli altri partner europei, del mercato interno tramite una politica di ridistribuzione dei redditi che favorisca la domanda; b) che avvii in Europa una trasformazione sociale ed ecologica del modello di sviluppo a partire dal settore energetico e da quello dei trasporti, con l'istituzione di una nuova catena di creazione di valori nei mercati-pilota del futuro; c) che promuova un'iniziativa europea per combattere la disoccupazione giovanile;
4) a proporre la creazione di un'Agenzia europea dei beni comuni (European Common Goods Agency) in cui i beni e gli asset dei Paesi indebitati vengano gestiti in modo trasparente, efficiente ed equo, finché gli Stati in crisi non possano riscattarli, o finché non si decida di immetterli sul mercato senza i condizionamenti dello stato di necessità. Questi asset potranno altresì costituire la garanzia dei prestiti ai Paesi in difficoltà;
5) a sostenere l'esigenza che siano adottate al più presto politiche e misure per garantire la stabilità dell'euro, evitando l'istituzione di ulteriori strutture economico-finanziarie non sottoposte al controllo degli organi di governo dell'Unione e dei singoli Stati, modificando ulteriormente il mandato della BCE per concedere prestiti agli Stati nazionali avendo a garanzia anche gli asset della citata Agenzia europea dei beni comuni;
6) a sostenere l'emissione di eurobond che potrebbero servire anche a finanziare investimenti pubblici da escludere dal computo dei deficit di bilancio ai fini del rispetto dei criteri di Maastricht;
7) a proporre una riforma europea delle regole della finanza introducendo trasparenza, limitando i conflitti di interesse e gli accumuli di potere eccessivo, risolvendo il problema degli istituti too-big-to-fail, regolando meglio le banche e gli altri operatori (speculativi e non), valutando l'abolizione di alcuni strumenti finanziari (come alcuni derivati over-the-counter), e ponendo in essere qualsiasi altra azione necessaria a ricondurre l'operato dei mercati nell'alveo del pubblico interesse e del bene comune;
8) a sostenere, attraverso le necessarie intese, la proposta dell'istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie;
9) a proporre la creazione di un'agenzia di rating europea indipendente ed autorevole, nonché ad implementare con più incisività sul piano giuridico il concetto di responsabilità per le conseguenze delle valutazioni errate delle stesse agenzie;
10) a proporre l'adozione di regole che separino l'attività delle banche di credito ordinario da quella delle banche d'investimento;
11) a procedere rapidamente all'attuazione della direttiva 2011/7/UE del 16 febbraio 2011, dando applicazione agli indirizzi in essa contenuti in termini di effettività della tutela giurisdizionale del creditore, in particolare delle PMI, e garantendo procedure di recupero rapide ed efficaci per il creditore;
12) a farsi promotore di un trattato su un'unione economica rinforzata: a) ottenendo una riformulazione di cui agli articoli 3 e 4 della bozza del trattato che preveda l'emissione di eurobond e che tenga conto di fattori nazionali rilevanti tra i quali l'ammontare del debito del settore privato ed il risparmio delle famiglie, senza automatismi e tenendo conto dell'andamento congiunturale dell'economia; b) promuovendo l'esclusione dal computo, ai fini della determinazione dei parametri per il rispetto dei trattati europei, di alcune fattispecie di investimenti concordati in sede europea; c) prevedendo di attribuire, nella stesura dell'articolo 8 del progetto di trattato, alla Corte di giustizia europea funzioni di verifica e sanzione nei confronti di Paesi inadempienti previo il coinvolgimento degli organismi comunitari nelle procedure sanzionatorie; d) impedendo l'istituzionalizzazione, che sarebbe in contrasto con quanto affermato dalla risoluzione del Parlamento europeo del 18 gennaio 2012 sulle conclusioni del Consiglio europeo dell'8 e 9 dicembre 2011, di un vertice intergovernativo dei Capi di Stato e di Governo di cui all'articolo 12 della bozza del trattato, elemento di ulteriore complicazione dell'architettura istituzionale europea e di opacità crescente dell'Unione stessa che, viceversa, necessita di una governance più democratica a partire da un ruolo maggiore del Parlamento europeo.
(1-00533)
GASPARRI, FINOCCHIARO, D'ALIA, RUTELLI, VIESPOLI, PISTORIO, QUAGLIARIELLO, ZANDA - Il Senato,
premesso che:
l'ideale dei padri fondatori dell'Europa puntava ad una profonda ed integrata identità europea per il rilancio dei valori e delle tradizioni comuni dopo le devastazioni della guerra, prospettiva che continua ad essere ben viva come dimostra il recente referendum per l'adesione della Croazia all'Unione europea (UE);
tale prospettiva non può esaurirsi in un'esclusiva visione economica e finanziaria ma deve svilupparsi nel senso di una reale partecipazione e identificazione politica e culturale a partire dalle comuni radici culturali che affratellano i nostri popoli;
la crisi finanziaria e la crisi dei debiti sovrani che stanno determinando una pesante crisi produttiva e occupazionale della zona euro rappresentano una sfida gravissima alla costruzione europea e alla stabilità e prosperità del nostro Paese. Per dare alla crisi una risposta adeguata è necessario fare un passo avanti tutti insieme verso una comune politica economica. Il trattato che viene attualmente negoziato fra 26 Paesi dell'UE vuole essere un passo nella direzione di una politica economica comune che è il complemento necessario della moneta unica, ed è la codificazione delle intese del 2011;
il trattato in discussione presenta però due limiti evidenti. Da una parte, esso unisce solo 26 dei 27 Paesi membri della UE, ed è sbilanciato verso un metodo intergovernativo più che comunitario. Dall'altra, è molto concentrato sul tema della stabilità e poco sul tema della crescita che deve restare al centro dell'iniziativa politica dell'UE in un momento così difficile per l'economia europea che rischia una drammatica recessione con gravissime conseguenze per il futuro del continente;
lo scostamento dal metodo comunitario, dovuto a una situazione di emergenza eccezionale e derogatoria rispetto al funzionamento ordinario dell'UE, va pertanto strettamente limitato e superato. Non appena la situazione generale lo consentirà occorrerà tornare alla piena ed unitaria applicazione del metodo comunitario. Bisogna mantenere aperto il dialogo con la Gran Bretagna per recuperare le distanze che si sono create;
il tema della crescita andrà affrontato con grande decisione subito dopo la conclusione del negoziato sul presente Trattato nell'ambito delle istituzioni comunitarie a 27 secondo le linee indicate dalla Commissione europea: completamento del mercato interno e politiche specifiche per lo sviluppo e l'occupazione;
le perduranti tensioni sui mercati finanziari rischiano di vanificare gli sforzi di risanamento dell'Italia innescando sui mercati una crisi di fiducia nel nostro Paese. Il rafforzamento ed il completamento del progetto europeo, il mantenimento dell'euro, il rispetto del metodo comunitario rappresentano interessi nazionali strategici imprescindibili e in questo contesto l'Italia si è assunta a più riprese nel corso del 2011 la responsabilità di manovre economiche impegnative che porteranno al pareggio di bilancio nel 2013 e già oggi determinano una consistente riduzione del fabbisogno dello Stato e un significativo avanzo primario;
ad esse si aggiungono all'inizio del 2012 provvedimenti che condurranno, a regime, ad importanti misure di liberalizzazione al fine di rendere più competitivi ed efficienti i nostri mercati, migliorando le prospettive di crescita e quindi la sostenibilità del nostro debito;
per dare un ulteriore segnale della comune e condivisa consapevolezza raggiunta nel Paese circa la necessità di rimanere fedele nel lungo periodo alla politica della stabilità, bisogna ribadire che il principio del rigore deve essere considerato come punto cardine della politica nazionale ed europea; va sottolineato al riguardo che il Parlamento ha già approvato, in prima e seconda lettura e calendarizzato in terza, il progetto di riforma che prevede l'introduzione della regola del pareggio di bilancio in Costituzione. È tuttavia bene ricordare che stabilità e crescita sono problemi interconnessi e dalla loro contestuale soluzione dipende la stessa continuità dell'euro, come moneta unica. È infatti evidente che se non si ferma la speculazione contro il debito sovrano, il conseguimento dell'equilibrio di bilancio diventa sempre più difficile a causa della crescita abnorme della spesa per interessi, come avvenne nel corso degli anni '80. Al tempo stesso, solo il rispetto della nuova governance potrà dimostrare la volontà dei singoli Stati di far fronte agli squilibri strutturali che sono alla base della crescita del debito sovrano e rappresentano un elemento catalizzatore della speculazione. Questo doppio passaggio è un argine da porre a difesa della moneta unica, se si vuole evitare ogni rischio di tracollo, e quindi delle prospettive di sviluppo della stessa Unione europea;
il modello dell'economia sociale di mercato che è il modello europeo rimane la scelta strategica dell'Italia che la presente mozione ribadisce con il consenso convinto di tutte le principali forze politiche e che è sottratta per il futuro al variare delle contingenze politiche;
la credibilità e la portata delle misure adottate e degli impegni politici assunti che in questa mozione vengono reiterati consente all'Italia di svolgere con piena autorevolezza il suo ruolo all'interno dell'UE come Paese fondatore ed una delle maggiori economie, e la autorizza a chiedere alle istituzioni europee ed ai Paesi membri una solidarietà fattiva e convinta, rimarcando anche alcuni limiti ed insufficienze della risposta che fino ad ora l'UE ha dato alla crisi;
è necessario che gli strumenti di intervento sui mercati finanziari vengano potenziati sia sotto il, profilo quantitativo che sotto quello delle modalità di intervento ed è quindi urgente mettere l'European stability mechanism (ESM) in condizione di funzionare con risorse adeguate;
è poi desiderabile, come proposto dalla Commissione europea, che tali azioni siano iscritte nella prospettiva di una "più stretta integrazione economica all'interno dell'Unione, in particolare con lo sviluppo progressivo di titoli di debito pubblico comuni dell'area euro e la creazione di una tesoreria europea, parte della Commissione e responsabile di fronte al Parlamento europeo";
manca un sufficiente coordinamento fra l'azione della Banca centrale europea (BCE) e quella dell'EBA (European banking authority) con il rischio che proprio per tale motivo l'azione della BCE non possa sviluppare per intero i propri effetti positivi. Considerazioni relative alla stabilità dei singoli istituti e considerazioni relative alla stabilità di sistema devono armoniosamente integrarsi fra loro. Il rischio che si sta correndo è quello di una forte riduzione del credito agli Stati, al sistema produttivo, alle imprese ed alle famiglie. Le indicazioni date all'EBA nel Consiglio europeo del 26 ottobre 2011 vanno riconsiderate alla luce di una situazione profondamente mutata. In tale prospettiva è opportuno adoperarsi affinché la piena attuazione delle previsioni dell'autorità bancaria europea, (EBA) dell'8 dicembre 2011 sia differita sino all'effettiva operatività degli strumenti previsti dalla decisone del Consiglio europeo del 26 ottobre, ivi compresa quella relativa all'European financial stability facility (EFSF) e il pieno funzionamento dell'ESM;
in prospettiva gli strumenti di intervento sui mercati, il rafforzamento della stabilità dell'Eurozona, le politiche di rigore e quelle per lo sviluppo e la crescita devono essere parti di una medesima visione. La stabilità è uno strumento indispensabile e fondamentale ma il fine è la crescita economica, il lavoro, il benessere dei cittadini e delle cittadine europei;
le circostanze di emergenza attuali suggeriscono di utilizzare tutti gli importanti elementi di flessibilità offerti dai trattati in vigore, come i regolamenti ex art. 136 del Trattato di Lisbona. Tuttavia ciò non può implicare la rinuncia, in un orizzonte temporale adeguato e più ampio, alla prospettiva di una complessiva riforma dei trattati per completare la costruzione di un'Unione federale dotata di piena legittimazione democratica, anche attraverso una convenzione;
sono stati avviati, in sede tecnica, i negoziati occorrenti per predisporre l'accordo intergovernativo europeo per il rafforzamento dell'unione economica (il cosiddetto fiscal Compact); l'accordo dovrà riguardare: a) la regola del pareggio di bilancio ed il suo inserimento nella normativa nazionale di livello costituzionale; b) l'attribuzione alla Corte di giustizia di un ruolo in merito alla trasposizione di tale regole del pareggio negli ordinamenti interni, evitando che ad essa siano attribuite funzioni improprie; c) il riferimento alla regola del debito in una normativa di diritto internazionale; d) i programmi di partenariato giuridicamente vincolati per i Paesi sotto procedura per deficit eccessivo; e) l'applicazione della regola della maggioranza qualificata "invertita" nella procedura per deficit eccessivo;
l'accordo ha una valenza soprattutto politica in quanto ribadisce, conferma, rafforza impegni che in gran parte erano già stati assunti dai Paesi membri e dall'UE in diverse occasioni nel corso dell'anno precedente. Nel presente processo negoziale sarebbe desiderabile: a) assicurare la coerenza dell'accordo con obblighi già assunti dai Paesi membri, quali ad esempio i regolamenti del cosiddetto six pack ed in particolare i regolamenti (CE) n. 1175/2011 e (CE) n. 1177/2011 con i relativi riferimenti alle riforme strutturali, alle soglie consentite per il deficit strutturale annuale ed ai fattori rilevanti per la valutazione della riduzione annuale del debito dei Paesi; b) sottolineare il ruolo centrale delle istituzioni comunitarie, in primo luogo la Commissione e la Corte di giustizia, evitando o limitando al minimo indispensabile la creazione di entità che siano fonte di duplicazione e di alterazione dell'equilibrio interistituzionale tra Commissione, Consiglio e Parlamento; c) ribadire il principio dell'unitarietà del diritto comunitario e del primato del metodo comunitario; d) sottolineare, in considerazione del carattere prettamente politico dell'accordo, la necessità che esso tocchi i temi della crescita, della occupazione e dei meccanismi di stabilizzazione, ancorché non si tratti dell'oggetto specifico dell'accordo stesso; i soli obiettivi del rigore finanziario e della riduzione del debito pubblico non possono esaurire l'orizzonte della risposta europea alla crisi occorrendo, invece, integrare le misure a favore del consolidamento delle finanze pubbliche con una nuova politica a sostegno della crescita e della occupazione a livello europeo; e) considerare una regola appropriata per la decorrenza dell'entrata in vigore dell'accordo, essendo quest'ultimo uno strumento di "cooperazione rafforzata" con caratteristiche peculiari, ed evitando così che esso possa entrare in vigore con la ratifica di un numero inadeguato e politicamente poco significativo di Stati membri;
in questo contesto è indispensabile rafforzare in ciascun Paese il rapporto fra Governi e Parlamenti, e, in Italia, non solo assicurare un'informazione sistematica e tempestiva del Parlamento italiano da parte del Governo nell'attuale fase negoziale ma rafforzare e rendere più efficace e sistematico il raccordo ordinario nelle materie europee anche accelerando la conclusione dell'iter del progetto di riforma della legge n. 11 del 2005 e avviando la revisione dei regolamenti parlamentari,
impegna il Governo:
a continuare a perseguire con determinazione il rafforzamento del tradizionale ruolo dell'Italia quale membro fondatore dell'Unione europea con l'obiettivo di riaffermare il metodo comunitario quale asse centrale del processo di integrazione, riducendo il peso, oggi eccessivo, del metodo intergovernativo e rilanciando la prospettiva di un'Unione federale;
ad illustrare ai Paesi membri ed alle autorità istituzionali dell'Unione la portata delle misure adottate a più riprese nel corso del 2011 dall'Italia per il risanamento finanziario e recentemente per la competitività e la crescita. S invita in modo particolare il Governo ad evidenziare l'impegno costituzionale in corso di attuazione in materia di pareggio di bilancio e l'impegno del Parlamento e di tutte le maggiori forze politiche per una scelta strategica di lungo periodo a favore di politiche di serietà e di rigore e per l'adozione del modello europeo dell'economia sociale di mercato. Tali scelte vengono in tal modo sottratte al variare delle contingenze mutevoli della politica. Si offre un impegno strategico e di lungo periodo, si chiede un sostegno egualmente strategico e di lungo periodo;
a considerare, nel corso del negoziato di cui in premessa, i seguenti aspetti: a) assicurare la continuità fra le misure adottate in materia di six pack ed il nuovo trattato, in particolare per quanto riguarda gli obblighi di riduzione del debito eccessivo che devono tener conto dell'andamento del ciclo economico, e di altri fattori tra cui l'ammontare del debito pensionistico e del livello del risparmio privato; b) specificare il ruolo della Corte di giustizia dell'Unione europea in relazione al controllo dell'attuazione del principio della golden rule negli ordinamenti nazionali, evitando di dilatarlo in modo improprio; c) stabilire un giusto equilibrio fra la politica di riduzione del deficit e del debito, le politiche di stabilizzazione dell'euro e la politica per la crescita attraverso molteplici interventi: il rafforzamento da parte del Consiglio europeo di tutti gli strumenti di intervento sui mercati finanziari sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo per stabilizzare le dinamiche dei debiti sovrani; l'aumento delle risorse del Fondo europeo di stabilità finanziaria; la rapida entrata in funzione dell'ESM, migliorato quanto a modalità di azione e a quantità di risorse, sincronizzando con l'avvio della sua attività anche l'attuazione delle altre misure adottate dai Consigli europei nell'autunno 2011, tra cui le indicazioni relative all'EBA; un ruolo centrale della BCE, nel rispetto della sua indipendenza, al fine di evitare una crisi di illiquidità; d) sostenere il pieno coinvolgimento in tutte le sedi decisionali di tutti i rappresentanti delle istituzioni europee, a partire dai Presidenti del Parlamento europeo e della Commissione europea; e) indicare, per l'entrata in vigore dell'accordo, la necessità di ratifica di un numero adeguato e politicamente significativo di Paesi dell'area euro; f) appoggiare l'introduzione di una tassazione sulle transazioni finanziarie prospettando l'opportunità che essa si applichi a tutti Paesi membri dell'Unione europea e perseguendo contemporaneamente una più ampia intesa globale anche oltre i limiti dell'Unione europea;
a considerare, al di là del processo negoziale relativo al trattato in discussione, l'opportunità in sede europea di riesaminare il ruolo delle agenzie di rating considerando la possibilità di smantellare posizioni di oligopolio nel settore o anche quella di istituire un'agenzia di rating europea;
a mettere al centro della riflessione politica europea le politiche dello sviluppo e della crescita, il completamento del mercato interno e in particolare di quello dei servizi, l'innovazione e la ricerca scientifica con l'obiettivo di fare dell'Europa l'economia della conoscenza più grande del mondo, considerando in tale ambito anche la possibile adozione di strumenti innovativi di finanziamento allo sviluppo, quali eurobond e project bond;
a informare in modo sistematico e tempestivo le Camere sulle nuove iniziative di politica europea, sulle misure legislative in materia di governance, sull'andamento del negoziato per il nuovo trattato e ad assumere posizioni coerenti con gli indirizzi parlamentari;
a promuovere una dichiarazione a latere del trattato da sottoscrivere con altri Paesi disponibili che affermi l'opportunità di riaprire, in tempi e modi opportuni, il processo costituente verso un'unione politica dei popoli europei.
(1-00534)