Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 658 del 18/01/2012


PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.

DIVINA (LNP). Signor Presidente, abbiamo sentito parlare un ex Ministro della giustizia che ha ricordato nei fatti che ci si trova sempre punto e a capo, nel senso che ogni provvedimento, se non è strutturale, finisce nel giro di pochi anni per riproporre le problematiche esattamente come erano prima. Ci troviamo infatti oggi sulla soglia dei 70.000 carcerati, con un incremento di circa 800-1.000 unità al mese.

Lei, Ministro, è ancora convinta che il provvedimento svuota-carceri passi attraverso questa pena residua da scontare ai domiciliari. Noi non siamo convintissimi. Oppure, lo saremmo ad una condizione, della quale abbiamo già discusso in occasione della relazione che ha presentato ieri. Consentire che 18 mesi possano essere scontati a casa propria è un grande premio, un'opportunità che diamo a queste persone. Ma noi vorremmo che da questa opportunità, perché la società riconosce la possibilità di non stare in quel famoso hotel a quattro stelle, che sarebbe un carcere, ma a casa propria, venisse qualcosa in cambio, una sorta di do ut des. E cosa possiamo chiedere in cambio? Mettiamo queste persone a disposizione dei nostri sindaci, delle nostre associazioni del sociale e del volontariato. Sarebbe un'operazione multipla con una pluralità di positività: conviene ai carcerati, perché non stanno in carcere ma a casa loro e possono fare qualcosa anche all'aperto; conviene allo Stato, perché esce dall'emergenza carceraria; conviene alla società, enti o non enti, pubblici o privati, perché ha una mole di lavoro gratuito a disposizione. Noi siamo abituati a vedere che c'è chi dà e chi riceve, chi guadagna e chi perde. Qui abbiamo una sommatoria positiva dove tutti guadagnano. Non capiamo perché non si possa procedere in tal senso.

Le pongo nuovamente una domanda che non ha mai ricevuto risposta. Nella relazione dell'anno scorso del ministro Alfano si parlava di 19 nuovi padiglioni. A che punto sono le realizzazioni? Noi peraltro vorremmo, e lo continuiamo a ribadire, che si sfruttassero e si valorizzassero appieno le risorse interne all'amministrazione penitenziaria, interne al DAP. Non vorremmo invece continuare a vedere la trafila precedente, con le consulenze, gli incarichi, eccetera. Non sviliamo ulteriormente e squalifichiamo le grandi risorse interne, a questo punto anche frustrate, e diamo la possibilità, perché ci sono grossi uffici tecnici, di mettere in moto qualcosa di virtuoso.

Vengo alla programmazione coordinata tra Ministro della giustizia e Regioni. Sappiamo che con il federalismo fiscale si sono dismesse un'infinità di aree demaniali: bene, quelle dismissioni le si mettano su un piatto di scambio con permute di aree e, come si è già fatto da altre parti, si facciano fare le carceri dove si possono fare, dove le Regioni o le Province autonome hanno disponibilità. In provincia di Trento è già stato realizzato un carcere, ceduto gratuitamente all'amministrazione della giustizia in cambio di aree demaniali di cui le Province autonome sapranno cosa fare.

Concludo con la questione degli stranieri. La domanda da porsi è perché così tanti stranieri sono nelle nostre carceri: più del 50 per cento delle presenze carcerarie riguarda stranieri. Andiamo a verificare, non è possibile, non hanno tassi criminogeni maggiori dei nostri. Non sapendo cosa fare, sono stati illusi, sono stati attratti in questo Paese, ma non hanno trovato ciò che credevano e sono finiti nelle mani della criminalità e, alla fine, nelle nostre carceri. Le politiche da attuare non solo soltanto quelle della giustizia: qui bisogna fare allo stesso tempo politiche che riguardino la regolazione dei flussi e l'effettività dei rimpatri, stipulando le relative convenzioni, di pertinenza del Ministro della giustizia, con i Paesi di provenienza, affinché si possano scontare le pene nei Paesi di origine. Sgraviamo le nostre carceri, ma anche il nostro non pingue bilancio statale. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carofiglio. Ne ha facoltà.

CAROFIGLIO (PD). Signor Presidente, quello che mi interessa in questo momento è soprattutto attirare l'attenzione sul significato che può avere il provvedimento che ci accingiamo ad esaminare, e poi approvare, nel quadro più generale di una riforma del sistema, di una ridefinizione dei rapporti tra libertà e autorità nel nostro ordinamento, gravemente alterati da una serie di patologie che sono sotto gli occhi di tutti.

Lo spunto è quello della crisi grave del sistema carcerario, di una situazione delle carceri ben oltre i limiti di tollerabilità per un Paese civile. Naturalmente il contenuto di questo provvedimento riguarda soltanto un principio di soluzione, offre degli spunti per l'attenuazione della situazione di tensione, ma può essere, come dicevo in apertura, anche l'inizio di un percorso virtuoso che ridefinisca i termini di quel rapporto di cui parlavo prima. Può rimanere un puro fatto tecnico numericamente circoscritto: i dati numerici li abbiamo sentiti, credo li sentiremo ancora, e non ci voglio tornare. L'attenuazione della pressione sul sistema carcerario delle norme del provvedimento che ci accingiamo a esaminare anche con le modifiche che verranno introdotte con gli emendamenti non è strutturale e non è decisiva per mutare la grave situazione. Può essere però anche, come dicevo, un'ipotesi di partenza, l'ipotesi di un principio, di un circolo, io credo e spero virtuoso, nella ridefinizione dei rapporti di cui dicevo. Esso può aprire o almeno credo dovrebbe aprire la strada a riforme più strutturali che già si vedono all'orizzonte, che ci piace siano state ieri evocate nella sua relazione dal Ministro e sulle quali naturalmente, mi si passi la grossolana metafora, non dovremmo assolutamente mollare la presa. Mi riferisco, in primo luogo, alle riforme in tema di efficienza del sistema giudiziario penale.

La questione che si pone a chiunque osservi anche soltanto da cittadino interessato ai temi della politica il sistema giudiziario e il sistema carcerario è infatti quella della straordinaria ingiustizia che deriva dal fatto che nelle carceri ci sono molte persone che non sono state ancora definitivamente giudicate, e che sono lì magari in prossimità del fatto commesso ma non in forza di una sentenza definitiva, e tante altre persone che nel carcere ci entrano magari tanti anni dopo la commissione del fatto (e, nel caso di soggetti non professionalmente dediti al crimine, questo significa un'ulteriore violenza e un'ulteriore ingiustizia) perché una pena che arriva sette, otto o dieci anni dopo la commissione del fatto e che riguarda soggetti che spesso sono diventate altre persone è appunto una violenza e un'ingiustizia ed è esattamente in antitesi con quanto enunciato dall'articolo 27 della Costituzione in tema di rieducazione del condannato, che secondo tale norma è la principale funzione della pena.

Quindi, dobbiamo salutare con favore questo primo passo, entrando poi nel corso della discussione degli emendamenti nei dettagli tecnici della normativa e, in particolare, dobbiamo salutare con favore l'intervento, su cui molto si è discusso e si discuterà, in materia di comportamenti e procedure da adottarsi nel caso dell'arresto in flagranza di soggetti da sottoporre al rito direttissimo davanti al giudice monocratico. Infatti, è opportuno cominciare a definire una situazione per cui in quel caso, in quegli arresti, chi viene ristretto nella libertà personale, salvi i casi di soggetti palesemente recidivi dediti professionalmente o abitualmente al crimine, non debba transitare per il carcere, come oggi accade, per pochi giorni, ma subendo una ferita psicologica e personale gravissima.

Ebbene, questo è un principio che ha una ricaduta pratica e numerica che vedremo (si parla di 21.000 ingressi con uscita dopo tre giorni), ma ha senz'altro una ricaduta culturale molto importante, in quanto ci conduce nella giusta direzione. In questo senso mi sento di dire, senza imbarazzo, che condivido alcune delle affermazioni fatte nel corso di uno degli interventi dei senatori della Lega Nord, là dove si faceva riferimento alla necessità - e al riguardo occorre ragionare senza pregiudizi - di circuiti carcerari differenziati con diversi livelli di sicurezza, cercando altresì, in una prospettiva strategica, di definire un sistema che assomigli a quello di Paesi più evoluti e civilizzati, mettendo in atto ciò che nelle norme esiste, ma che nella pratica da tempo non esiste più, vale a dire la differenziazione tra il circuito della cautela processuale e quello della espiazione della pena.

Mi permetta, signor Presidente, in conclusione del mio intervento, di attirare l'attenzione dell'Aula e di noi tutti su un emendamento, approvato in Commissione e che trovo assai importante, che include in sé uno degli aspetti ideali cui facevo riferimento in apertura di intervento. Si tratta dell'emendamento volto a sopprimere la barbarie ancora oggi rappresentata dagli ospedali psichiatrici giudiziari per una riconduzione dell'istituto della misura di sicurezza legata alla situazione di incapacità di intendere e di volere del reo alle sue caratteristiche più proprie e soprattutto più coerenti con quelle di un sistema civile.

Pertanto, nel decreto-legge e negli emendamenti approvati in Commissione, che auspicabilmente verranno approvati in Aula, individuiamo dei blocchi di partenza di una nuova, mutata e più civile lettura dei rapporti tra autorità e libertà, e in questo senso quindi il provvedimento, nella sua complessa e variegata struttura, va salutato con favore. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bodega. Ne ha facoltà.

BODEGA (LNP). Signor Presidente, confesso di essermi più volte domandato in che cosa l'attuale Governo si differenzi dal precedente e dunque per quale ragione l'abbia rimpiazzato. Si dice che la peculiarità del presente Esecutivo consista nella propria composizione tecnica e apolitica. Quanto al Premier dimissionario e a diversi suoi Ministri, credo che la definizione di politici vada molto stretta, provenendo costoro in larga parte dall'imprenditoria, dalle professioni e dall'università.

In cosa si distingue allora il Governo Monti? Ci raccontano che la differenza risieda nell'equidistanza rispetto agli opposti schieramenti parlamentari e nella mancata contiguità alla tanto esecrata casta partitocratica. In realtà, nei curricula di quasi tutti i neo Ministri figurano significative collaborazioni con Governi del centrosinistra. In che cosa si discosta, allora, questo Governo dai precedenti? Io credo si distingua per l'assoluta indifferenza manifestata rispetto alla volontà e agli interessi dei cittadini, i quali - e veniamo all'oggetto dell'odierna discussione - per sopravvivere necessitano di uno Stato che non attenti al benessere economico e che, al tempo stesso, li protegga da chi insidia i loro averi e la loro incolumità.

L'attuale Governo non si limita ad annichilire il potere di acquisto delle famiglie, già chiamate a fare i conti con una imposizione fiscale ben superiore alla media europea e, al contempo, a sbarcare il lunario con livelli salariali tra i più miseri del vecchio continente. No, questo Esecutivo, con gli attuali orientamenti del Ministro della giustizia, ora rivolge le sue inquietanti attenzioni all'emergenza criminale. Non mi voglio riferire semplicemente alla brillante idea della carcerazione abbreviata di 18 mesi, con relativa commutazione in arresto domiciliare. Penso anche e soprattutto all'impalcatura ideologica su cui poggia questo progetto. In dichiarazioni rilasciate agli organi d'informazione, il Ministro della giustizia ha preconizzato una rivoluzione del sistema penale, prevedendo accanto alla detenzione anche la sanzione della reclusione domiciliare, assurta a dignità di pena autonoma. Nella pratica non sono affatto convinto che tale opzione domiciliare comporterebbe vantaggi in termini di rapporto costi-benefici: ai risparmi sulle spese carcerarie farebbe riscontro un elevato impiego del personale delle forze dell'ordine nel controllo delle detenzioni casalinghe e, ancor di più, nell'opera di repressione del crimine che risulterebbe sciaguratamente incentivato dall'ulteriore annacquamento del già blando deterrente carcerario.

Non a caso ho parlato di impalcatura ideologica, perché la direzione in cui procede il ministro Severino è quella a cui, non da oggi, tende certa demagogia buonista: ovvero la graduale eliminazione del carcere, opzione che si vorrebbe progressivamente ridimensionare. E, a dirla tutta, ho parlato di impalcatura ideologica anche ricordando di come già Giovanni Maria Flick avesse fatto delle misure alternative alla detenzione la propria bandiera: precisamente quel Flick, ministro della giustizia col Governo Prodi, nel cui staff lavorò il ministro Severino.

Complimenti, dunque, ai colleghi del PdL che tanto generosamente contribuiscono, a spizzichi e bocconi, alla riesumazione di quel Governo bocciato dagli elettori. Noi, al contrario, affermiamo quanto insegna la nostra civiltà giuridica: la pena come riparazione per la ferita inferta al corpo sociale; come afflizione quale commisurata retribuzione al delitto compiuto; come deterrenza il cui timore non deve scemare per effetto di accomodanti alternative. E ancor più noi respingiamo questa distorta visione del carcere da buonismo giudiziario, ribadendo ciò che la gente onesta pretende di fronte agli orrori quotidiani: pene certe, semmai più severe e che si ponga fine allo scandalo per cui le vittime della bestialità criminale subiscono oltre al danno anche l'insulto di leggi inique. (Applausi del Gruppo LNP e del senatore Benedetti Valentini. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Data l'ora, rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.