CASSON (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CASSON (PD). Signora Presidente, credo siano opportune alcune precisazioni in questa materia, soprattutto su tale vicenda che di per sé, per l'esame di questi giorni, è estremamente semplice in quanto riguarda - come ricordava il senatore Li Gotti - la possibilità di costituirsi in giudizio per il Senato della Repubblica.
Voglio però ricordare, seppur molto sinteticamente, gli antecedenti di questa vicenda che, a mio modo di vedere, si presenta come una pervicace pretesa di impunità da parte del senatore Castelli a partire dal 2004, cioè dall'epoca di quel dibattito televisivo. Di questo si tratta, non di altro. Lo ha ben ricordato il senatore Li Gotti, quindi sul fatto non mi dilungo, anche se poi la diatriba tra il senatore e allora ministro Castelli e l'onorevole Diliberto fu un po' più articolata. Peraltro, fin dal 2004 c'è questo tentativo del senatore Castelli, prima sotto altra veste, di avere questa impunità, e poi ora ci si ripropone tale questione ai sensi dell'articolo 96 della Costituzione.
Voglio ricordare come in prima battuta il senatore Castelli avesse preteso l'impunità ai sensi dell'articolo 68 della Costituzione, cioè per dichiarazioni rese in quanto parlamentare. Saltata completamente questa possibilità in diritto e per intervento degli organi giurisdizionali, tra cui la Corte costituzionale, che nel 2007 ha cassato assolutamente questa interpretazione e questa pretesa assurda di impunità, è stata riproposta la questione al Senato della Repubblica sotto il punto di vista dell'articolo 96, ossia pretendendo che quelle dichiarazioni rese alla televisione fossero considerate come attività ministeriale secondo la qualificazione specifica e particolareggiata che ne fa l'articolo 96 della Costituzione.
In questo ambito, questa mattina ci troviamo a discutere ancora di tale vicenda - come dicevo - semplicemente perché c'è stato un conflitto di attribuzione sollevato dalla Corte di cassazione, che è finito all'esame della Corte costituzionale, la quale molto correttamente ha trasmesso gli atti al Senato per dare la possibilità a quest'ultimo di costituirsi. Ora ci troviamo in questo ambito piuttosto banale a discutere ancora di quella vicenda.
Peraltro, credo che l'intervento di poco fa del senatore Mazzatorta meriti alcune considerazioni e precisazioni. Innanzitutto, voglio ricordare come questa vicenda non abbia assolutamente nulla a che fare, né in fatto, né in diritto, con la vicenda già esaminata dalla Corte costituzionale relativa all'allora ministro Matteoli, dal momento che le situazioni non sono assolutamente identiche. Non è identica la fattispecie penale, perché in quel caso si parlava di abuso innominato d'ufficio ai sensi dell'articolo 323 del codice penale e nel nostro caso si tratta invece di semplici dichiarazioni televisive. Quindi, sul punto si può concludere che il fatto non è identico né da un punto di vista naturalistico, né dal punto di vista del diritto.
Allora due parole credo vadano dette anche sulla pretesa di inserire il tutto nell'alveo dell'articolo 96 della Costituzione, ossia se quelle dichiarazioni rientrino nella ministerialità del fatto, nella ministerialità del reato. Il senatore Castelli faceva tale riferimento in quanto solo due sono i motivi per cui il Senato può negare un'autorizzazione a procedere quale quella che viene richiesta. Il senatore Mazzatorta ha fatto già cenno alla legge costituzionale n. 1 del 1989, là dove si prevede che l'autorizzazione può essere negata dal Senato solo ove ritenga che l'inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero nel perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di Governo. In questa trasmissione televisiva mi sembra proprio che non ci sia né un presupposto, né l'altro. È una circostanza sollevata e rilevata anche alla Corte di cassazione, la quale, a norma della nostra Carta costituzionale, ha sollevato conflitto di attribuzione.
Anche un altro aspetto va ricordato a seguito dell'intervento del senatore Mazzatorta, ossia che esiste nel nostro ordinamento una Corte costituzionale espressamente chiamata ad intervenire lì dove sorgano dei conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato. Quindi non è assolutamente un qualcosa di stravagante, un qualcosa di extra ordinem: è qualcosa di previsto fin dall'inizio dal nostro ordinamento costituzionale, proprio per cercare di eliminare conflitti anche delicati, conflitti anche molto profondi.
Peraltro, nel caso in specie ritengo che non siamo proprio in questa situazione perché i presupposti che vengono richiesti da tutta la giurisprudenza (compresa la Corte costituzionale) per poter invocare la ministerialità del reato sono, appunto, la particolare qualificazione soggettiva dell'autore del reato nel momento in cui questo è commesso e il rapporto di connessione tra la condotta integratrice dell'illecito e le funzioni esercitate dal Ministro.
Ora, questo nesso di mera occasionalità con l'esercizio delle funzioni non può essere equiparato ad un rapporto di oggettiva connessione. Altrettanto arbitrario sarebbe arricchire quel rapporto di ulteriori elementi qualificanti, come l'abuso dei poteri o delle funzioni o la violazione dei doveri d'ufficio, non richiesti dalla legge, né suggeriti da una corretta interpretazione. Quindi, soltanto il rapporto oggettivo e strumentale con l'esercizio delle funzioni è il criterio utilizzabile per la delimitazione della categoria dei reati ministeriali. È evidente che la trasmissione televisiva è tutta un'altra situazione.
A fronte di questa situazione assurda, noi riteniamo che il Senato non debba essere esposto di nuovo ad una brutta figura prima davanti alla Corte costituzionale e poi davanti al Paese.
La Corte costituzionale è già intervenuta nel 2007 su questa vicenda, ha già dato delle indicazioni estremamente chiare. Se il senatore Castelli ritiene di dover continuare su questa vicenda lo faccia, però non coinvolga il Senato in questa che sicuramente sarebbe un'altra brutta figura e, soprattutto, comporterebbe un esborso da parte del Senato che, nel periodo in cui ci troviamo, non è assolutamente giustificabile.
Proprio per questi motivi, con queste premesse di diritto e di fatto estremamente chiare, noi riteniamo che il Senato non debba costituirsi in giudizio a spese della collettività, a spese dei cittadini. È una vicenda che si poteva risolvere in altra sede, in maniera transattiva tra le due parti in causa. Venga seguita questa strada e non si pretenda l'impunità da una parte, o comunque il decorso del tempo che favorirebbe semplicemente la prescrizione e quindi l'estinzione della vicenda processuale. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).