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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 654 del 11/01/2012


LANNUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e della giustizia - Premesso che:

dall'inchiesta sulla morte di Roberto Calvi, il presidente del banco Ambrosiano trovato impiccato a Londra nel giugno 1982, nascono una serie di domande imbarazzanti per il Vaticano sui rapporti dello Ior (Istituto per le opere di religione) con la mafia e il crimine alle quali non è mai stata data risposta;

la Procura di Roma ha inviato tre richieste di collaborazione giudiziaria, tra il 2002 e il 2008, indispensabili per ricostruire il flusso di denaro della mafia transitato su alcuni conti segreti dello Ior;

scrive "la Repubblica" del 5 gennaio 2012: «Al Vaticano sono stati richiesti documenti bancari e atti confidenziali che pescano direttamente nel passato più torbido della "banca di Dio", quello degli scandali Sindona e Calvi, del cracK del Banco Ambrosiano, dei miliardi di dubbia provenienza nascosti al fisco e spediti all'estero sotto la direzione di monsignor Paul Marcinkus, presidente dello Ior dal 1971 al 1989, morto nel 2006. Ma nonostante i passi avanti nella trasparenza finanziaria fatti dalla Santa Sede, le rogatorie, cioè le richieste di collaborazione giudiziaria per eseguire atti processuali fuori dal territorio nazionale di competenza (tra Italia e Stato Vaticano, in questo caso), rimbalzano da un ufficio all'altro tra le mura dello stato della Chiesa, senza risposta. Un silenzio lungo ormai dieci anni che ha spinto il magistrato romano Luca Tescaroli, titolare dell'inchiesta su Calvi, a scrivere lo scorso 16 dicembre al neoministro della Giustizia Paola Severino perché si attivi ufficialmente nei confronti del governo della Chiesa e "solleciti l'evasione delle rogatorie". Una "rogna diplomatica" per il governo italiano, stretto tra due necessità: mantenere i buoni rapporti stabiliti con il Vaticano ma anche mandare segnali concreti di contrasto al riciclaggio e all'evasione fiscale. Che Cosa Nostra abbia nascosto una parte dei suoi capitali nello Ior e nel Banco Ambrosiano è una realtà giudiziaria assodata dalla Corte d'Assise d'Appello di Roma, nella sentenza del 7 maggio 2010 di assoluzione con formula piena per Giuseppe "Pippo" Calò, Ernesto Diotallevi e Flavio Carboni, imputati per l'omicidio di Calvi. Scrive nell'occasione la Corte: "Cosa Nostra impiegava il Banco Ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio. Il fatto nuovo emerso è che avvenivano quanto meno anche ad opera di Vito Ciancimino (ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002, ndr) oltre che di Giuseppe Calò". Lo stesso Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ha più volte raccontato di operazioni bancarie sospette e rapporti del padre con alti prelati dello Ior. Ecco quindi perché le tre rogatorie "mai evase" assumono un ulteriore e nuovo interesse investigativo. Con la prima, datata 28 novembre 2002, la procura chiedeva al Vaticano di "verificare i flussi finanziari intercorsi nel periodo 1976-1982" tra lo Ior e una serie di banche italiane ed estere, come il Banco di Sicilia, la Sicilcassa di Palermo, il Banco Ambrosiano (sedi italiane ed estere), la Banca svizzera del Gottardo e la rete di società ad esse collegate in Perù, Argentina, Bahamas, Nicaragua, Lussemburgo e Venezuela. Non solo, si chiede di accertare se "nell'anagrafe clienti dello Ior ci siano i nomi di persone coinvolte nelle indagini", di individuare "quali fossero le società riconducibili allo Ior nel periodo 1975-1982", "quali quelle interessate al rastrellamento di azioni del Banco Ambrosiano" e quali fossero "le operazioni riconducibili alla società Inecclesia (una finanziaria venezuelana, ndr)". In pratica la Santa Sede dovrebbe accettare di aprire un cassetto tenuto sigillato per trent'anni. E svelare la ragnatela di attività e di finanziamenti dell'Istituto per le Opere di Religione, nascoste per anni dietro lo status di "soggetto autonomo in uno stato extracomunitario", opaco al fisco e al di fuori delle normative internazionali in materia bancaria. Nella seconda rogatoria, del 23 gennaio 2004, il magistrato italiano chiedeva di visionare i "telex riguardanti operazioni effettuate da Calvi sull'estero sfruttando le strutture materiali della Città del Vaticano". Nell'ultima, la più recente, datata 20 novembre 2008, punta ad accertare se e quando le due lettere scritte a macchina da Calvi pochi giorni prima di morire e dirette a papa Giovanni Paolo II e al cardinale Pietro Palazzini, all'epoca prefetto della Santa Congregazione delle cause dei Santi, siano state ricevute dai destinatari. Lettere dal contenuto contraddittorio e per alcuni non autentico, nelle quali Calvi, spaventato e disperato, sentendosi "braccato" racconta nei dettagli alcune operazioni finanziare "imbarazzanti" condotte sotto copertura per conto di alti prelati. Le domande della procura romana fino ad oggi non hanno avuto risposta. Una mancanza di collaborazione che potrebbe congelare la procedura avviata dal Vaticano per entrare nella "white list" degli stati "finanziariamente virtuosi", cominciata nel 2009 con la firma della convenzione monetaria con l'Ue e che avrà a metà del 2012 un passaggio decisivo con la presentazione al Consiglio d'Europa del rapporto finale di un gruppo di esperti su come lo stato della Chiesa si è adeguato al sistema di antiriciclaggio vigente nell'Unione. Con questo obiettivo il 30 dicembre del 2010, infatti, Papa Benedetto XVI ha promulgato la legge n.127, in vigore dall'aprile di quest'anno, che colpisce il riciclaggio del denaro sporco e il finanziamento del terrorismo. All'articolo 41 si legge che la neonata Autorità di informazione finanziaria pontificia "scambia informazioni in materia di operazioni sospette e collabora con le autorità degli Stati esteri che perseguono le medesime finalità di prevenzione e contrasto del riciclaggio". Per ora, a quanto pare, solo a parole»;

considerato che:

se il Vaticano non risponde comprometterà la procedura per entrare nella lista degli "Stati virtuosi", tradendo la richiesta del Papa di maggiore trasparenza fiscale;

su un articolo pubblicato su "la Repubblica" l'8 gennaio si legge: «Nel maggio del 2010 la procura di Roma apre un'indagine sui rapporti sospetti tra lo Ior e dieci banche italiane, tra cui figurano i colossi Unicredit e Intesa San Paolo, oltre a realtà più modeste come la Banca del Fucino. L'istituto vaticano viene accusato di usare in modo cumulativo, senza fornire i dati per identificare i soggetti che vi facevano transitare i soldi, un conto corrente aperto nella filiale 204 dell'ex Banca di Roma (oggi Unicredit) in via della Conciliazione, violando così la normativa antiriciclaggio. In due anni su quel conto sono passati 180 milioni di euro. Il sospetto della magistratura è che soggetti con residenza fiscale in Italia abbiano usato o usino tuttora lo Ior come "schermo" per nascondere i soldi dell'evasione fiscale o i proventi di truffe. Ma tutto si ferma perché i pm italiani non hanno competenza a indagare sullo Ior senza una rogatoria internazionale, a causa della sua natura formalmente estera. Il 20 settembre 2010 ancora la procura della capitale, su segnalazione della Banca d'Italia, dispone il sequestro preventivo (non eseguito) di 23 milioni di euro depositati su un conto presso la filiale romana del Credito Artigiano spa intestato allo Ior. Il sospetto è che anche in questo caso venga violata la norma antiriciclaggio. Nel mirino dei pm due operazioni di trasferimento di 20 milioni di euro alla JP Morgan di Francoforte e di altri tre milioni alla Banca del Fucino. Vengono indagati il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, e il direttore generale Paolo Cipriani. "La Santa Sede - sottolinea il Vaticano - manifesta perplessità per l'iniziativa della procura di Roma, i dati informativi necessari sono già disponibili presso l'ufficio competente della Banca d'Italia. Quanto agli importi citati, si tratta di operazioni di giroconto per tesoreria presso istituti di credito non italiani il cui destinatario è il medesimo Ior"» (si veda l'atto 4-04309);

considerato altresì che ad avviso dell'interrogante:

dovrebbe essere previsto l'obbligo della tracciabilità delle movimentazioni bancarie della banca vaticana alla stessa stregua delle banche operanti sul territorio italiano;

lo Ior non dovrebbe poter continuare a godere di una sorta di extraterritorialità alla stessa stregua delle banche ubicate nei paradisi fiscali non consentendo l'individuazione dei clienti beneficiari di bonifici ed assegni, la cui identificazione passa esclusivamente per il tramite dello stesso Ior, senza possibilità di controllo e riscontro da parte delle autorità italiane,

si chiede di sapere se il Governo non intenda adoperarsi come richiesto dalla Procura di Roma al fine di sollecitare l'evasione delle rogatorie affinché si possa allontanare anche il solo sospetto che, nello Ior, vengano "ripuliti" capitali illeciti, frutto di presunta evasione, elusione e perfino di riciclaggio per operazioni oscure alle minime norme di trasparenza sancite dal decreto legislativo n. 231 del 2007.

(4-06567)