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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 654 del 11/01/2012


Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

LANNUTTI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

l'8 novembre 2011 è stato siglato a Roma l'accordo tra le organizzazioni sindacali del settore metalmeccanico e la società Alenia Aeronautica SpA, l'Alenia Aermacchi SpA, la Alenia SIA SpA;

oggetto dell'accordo è stato il rilancio, la riorganizzazione e la ristrutturazione delle citate aziende di proprietà di Finmeccanica;

a partire dal 1° gennaio 2012 Alenia Aermacchi SpA viene fusa per incorporazione nella sua controllante Alenia Aeronautica SpA e a far data dal primo dell'anno la incorporante Alenia Aeronautica SpA muterà la denominazione sociale in Alenia Aermacchi SpA e trasferirà la sede legale da Pomigliano d'Arco (Napoli) e Venegono Superiore (Varese);

i lavoratori del Gruppo addetti a Roma sono circa 140 e, nella affermata ottica di riduzione dei costi di struttura e di concentrazione dell'attività, alla quale si deve aggiungere la volontà di trasferire il centro dei processi direzionali aziendali a Venegono, nel 2012 gli stessi lavoratori vedranno cancellata la propria sede di lavoro con la obbligata alternativa al licenziamento del trasferimento o a Pomigliano o a Caselle;

ad una prima riflessione sul piano, parzialmente richiamato, appare inverosimile che Finmeccanica SpA - azionista per l'interezza dei capitali di Alenia Aeronautica SpA, oggi Alenia Aermacchi SpA, responsabile della situazione di crisi aziendale della predetta in conseguenza di propri errori, di incapacità del passato management e dei poco trasparenti affari, al vaglio di diverse Procure della Repubblica, che hanno minato la credibilità nel settore di imprese ritenute sino a pochi anni fa gioielli del lavoro italiano - si possa permettere di gettare in mezzo alla strada dei lavoratori che hanno sempre fatto il proprio dovere con serietà e professionalità, in nome di economie di bilancio, e nello stesso tempo erogare all'ex Presidente ed amministratore delegato di Finmecanica, Pierfrancesco Guarguaglini, una buonuscita di oltre 4 milioni di euro;

una situazione che stride notevolmente in un'economia di bilancio che sembra valere solo per i dipendenti e non per il management che ha portato sull'orlo del baratro Finmeccanica;

la soluzione adottata nei confronti dei 140 lavoratori di Roma di Alenia sta comportando una serie di contatti e di pressioni, ad opera di zelanti funzionari del settore Risorse umane della Società Alenia, in primis per ottenerne le dimissioni o, in secondo luogo, per ottenerne il pacifico consenso al trasferimento;

è inutile sottolineare che tale atteggiamento dei funzionari del settore Risorse umane di Alenia sta causando uno stato di prostrazione psicologica nei confronti dei dipendenti in servizio a Roma e tale comportamento già in essere non sembra svolgersi sempre nel rispetto della legittimità operativa;

in una lettera del 19 dicembre 2011, ma recapitata ad alcuni dipendenti in data anteriore alla fusione, ancora di Alenia Aermacchi SpA, veniva notificato il loro trasferimento a Venegono dal 1° gennaio 2012;

tale lettera reca la firma apparentemente del responsabile del settore Risorse umane di Alenia Aeronautica SpA, Pomigliano d'Arco,

si chiede di sapere:

se il Ministro del lavoro e delle politiche sociali intenda approfondire quanto sopra esposto al fine di accertare eventuali responsabilità dei vertici di Alenia nei confronti dei dipendenti con sede a Roma;

se risulti che è stata avviata un'indagine interna ad Alenia Aermacchi per accertare eventuali pressioni sui dipendenti per indurli alle dimissioni o al trasferimento in siti lontani dalla propria residenza e, in caso negativo, per quali motivi non è stata finora avviata;

se intenda procedere nei confronti dei responsabili di tali comportamenti vessatori, visto che è difficile credere che l'intento, illegittimo, della lettera, non sia stato proprio quello di ottenere, alla vigilia della chiusura dell'azienda per le ferie di fine anno (fissata dal 24 dicembre 2011 al 9 gennaio 2012), il tacito consenso al trasferimento a Venegono avvalendosi della decorrenza dei termini di opposizione facilitata dalla lunga chiusura aziendale e dalla impossibilità di interloquire con la Dirigenza del Personale;

quali iniziative e provvedimenti il Ministro dell'economia e delle finanze, quale responsabile del Ministero socio di riferimento del Gruppo Finmeccanica, intenda assumere, per porre innanzitutto fine a simili iniziative che senza ombra di dubbio arrecano danni di natura psichica e biologica, a giudizio dell'interrogante penalmente apprezzabili, a carico dei lavoratori destinatari, e per individuare le responsabilità personali degli artefici della precitata lettera, apparentemente firmata dal signor Montanari.

(4-06562)

LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

Marco Lillo e Valeria Pacelli per il "Fatto quotidiano" scrivono sulla vicenda relativa al crac della DIMA Costruzioni SpA di proprietà dell'ex carpentiere Raffaele Di Mario: «Un avvocato amico di Angelino Alfano, il professore dell'Università di Palermo Andrea Gemma, è l'uomo prescelto dal governo Berlusconi per gestire il fallimento Di Mario, un crac da 500 milioni di euro che rischia di diventare pericoloso per le banche, in testa Unicredit e che è molto importante per i contribuenti italiani. La procura di Roma sta valutando la posizione di due manager Unicredit che hanno gestito l'ascesa e la discesa di Raffaele Di Mario, un carpentiere di Isernia divenuto in pochi anni un piccolo Berlusconi, ma ora finito agli arresti domiciliari per bancarotta. Il sospetto è che Unicredit e altre banche, quando l'impresa era già in crisi evidente, abbiano agito per risucchiare dalle casse vuote del gruppo una quarantina di milioni di euro destinati al fisco. Di Mario è un imprenditore che potrebbe esistere solo in Italia. In pochi anni il carpentiere molisano era divenuto per tutti "il re del raccordo anulare", attorno al quale sorgevano gran parte dei suoi cantieri. Proprietario dell'hotel Selene a Pomezia, della squadra di calcio della città e specializzato nel comprare terreni che divenivano subito edificabili come per magia, Di Mario realizza il suo capolavoro nel 2004 quando compra Palazzo Sturzo dagli epigoni della Democrazia cristiana e lo rivende con una plusvalenza di 18 milioni al gruppo Italease il giorno stesso. I rapporti con gli ex popolari (che nominava nei consigli delle sue società) e con i dirigenti di banca (ai quali vendeva attici a prezzo scontato) erano ottimi, ma il 7 aprile non lo hanno salvato dall'arresto. Più della galera Di Mario però temeva il fallimento dichiarato nella primavera scorsa su istanza del pm. Il curatore nominato dal Tribunale, il professor Andrea Azzaro, aveva avviato le azioni revocatorie per far rientrare i pagamenti di favore effettuati alle banche in testa Unicredit. Ma il ministero dello Sviluppo diretto dal pidiellino Paolo Romani si è opposto al fallimento sostenendo che la società Dima Costruzioni poteva riprendersi. Così la Dima è finita in amministrazione straordinaria, sotto il controllo del ministero che ha nominato commissario, al posto del grintoso Azzaro, il professor Andrea Gemma, un ex compagno di ricerche universitarie di Angelino Alfano, che era allievo come Gemma del professore palermitano Salvatore Mazzamuto, ora divenuto sottosegretario alla Giustizia. Un ruolo chiave nel braccio di ferro tra Tribunale e Ministero lo ha giocato la Corte di appello che ha dato ragione al ministero revocando il fallimento, ma a dire la parola fine sulla contesa è stato proprio il Tribunale Fallimentare di Roma presieduto da Ciro Monsurrò, che ha scelto di non fare opposizione, con qualche mal di pancia del giudice delegato, Francesco Taurisano, che alla fine si è adeguato. Le conseguenze sono tre: il professor Gemma resterà commissario e potrà guadagnare più di un milione di euro come compenso, le banche non si vedranno più chiedere indietro i milioni avuti da Di Mario alla vigilia del crac e i contribuenti dovranno versare decine di milioni di euro per coprire il buco. Solo la Procura sta cercando di intervenire sui rapporti con le banche. Lucio Giulio Capasso, socio di Di Mario, anche lui finito in manette in aprile, in una memoria agli atti dell'inchiesta punta il dito su Unicredit Corporate Banking e Banca Italease. In una nota del giudice delegato, allora titolare del fascicolo, Francesco Taurisano, è scritto che "secondo quanto dichiarato in data 6 aprile 2011 dal signor Lucio Giulio Capasso, la decisione di non versare l'Iva e, piuttosto, di destinare i relativi importi all'estinzione di posizioni debitorie in essere con il ceto bancario sarebbe stata imposta dallo stesso ceto bancario". E ancora: "Secondo quanto dichiarato da Lucio Giulio Capasso le somme relative al maturato credito Iva furono destinate all'estinzione di linee chirografarie in essere con Unicredit su esortazione di quest'ultima che, in mancanza, non avrebbe proceduto all'erogazione di un finanziamento in favore di Raetia Sgr Spa". La Procura di Roma vuole andare a fondo perché il tema dell'inchiesta è cruciale: chi deve pagare il costo della crisi? Le banche o i contribuenti? Per ora, non solo nel crac Di Mario, ma anche in quelli portati alla luce dalle indagini sui furbetti del quartierino e sul commercialista Cesare Pambianchi, hanno pagato i contribuenti. La Procura di Roma nella prima fase dell'indagine aveva puntato il faro sulla vendita del centro commerciale Dima Shopping Bufalotta da un'impresa del costruttore per 108 milioni a Banca Italease. Ora tocca a Unicredit. Il curatore Azzaro aveva già dato mandato al professor Guido Alpa di fare le azioni revocatorie contro le banche. Solo Unicredit si sarebbe vista chiedere 9 milioni di euro, mentre sei milioni sarebbero stati chiesti agli altri istituti. Invece delle revocatorie però, è arrivata la revoca del fallimento di Azzaro. Una scelta benedetta dalla sezione fallimentare presieduta da Ciro Monsurrò, un magistrato in corsa per una promozione a presidente del Tribunale di Roma o a capo dell'ispettorato del ministero di Grazia e Giustizia»;

considerato che:

la Fillea Cgil ha più volte denunciato la drammaticità della situazione economica in cui versava il gruppo DIMA come capofila e le altre società collegate, prima tra tutte la DIMA costruzioni SpA;

numerose sono state le rivendicazioni sindacali perché ancora nel marzo 2011 sono 194 i dipendenti dell'azienda che devono ancora percepire il salario di dicembre 2010, gennaio e febbraio del 2011, preoccupati anche per l'alone d'incertezza che regna sul futuro dell'impresa. Oltre al mancato riconoscimento delle retribuzioni maturate dai lavoratori, l'impresa ha disatteso l'accantonamento in cassa edile delle competenze economiche relative alla tredicesima mensilità, si tratta di un'altra tegola sul capo dei dipendenti;

i gruppi dirigenti delle banche o della politica locale non hanno mai prestato ascolto a quanto denunciato dai sindacati circa l'improvviso espandersi dell'impero del Di Mario,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere affinché non siano i cittadini a pagare di tasca loro per la leggerezza ed il mancato senso di responsabilità dell'ex carpentiere Raffaele Di Mario nella conduzione del suo Gruppo, espressione dello stupefacente modo repentino di fare soldi;

se sia a conoscenza delle reali ragioni che hanno indotto il Ministro pro tempore Romani ad opporsi al fallimento della Dima Costruzioni SpA nonostante i numerosi segnali lanciati dai lavoratori sulle insolvenze della stessa lanciando un forte allarme sulla drammaticità della situazione economica del Gruppo;

se appaia giusto che, in una fase economica come questa, in cui il Governo chiede di fare sacrifici, a rimetterci siano sempre le stesse persone, mentre le banche, dal canto loro, ne escono sempre indenni.

(4-06563)

LANNUTTI - Ai Ministri per la coesione territoriale e per i beni e le attività culturali - Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che le nomine creano qualche difficoltà alla governatrice del Lazio Renata Polverini. Come si legge su "Romacapitale.net" del 5 gennaio 2012: «Prima c'era stato lo scontro su quelle rinviate, a cominciare dalle poltrone che avrebbe dovuto assegnare, almeno secondo gli addetti ai lavori,» ad esponenti «del Pdl, vittime della mancata presentazione della lista alle elezioni regionali. Poi quelle realizzate, che hanno alzato la tensione all'interno della sua stessa maggioranza (soprattutto la scelta di scommettere su Mazzocchi all'Arsial e su Luzzi all'Astral)»;

la questione nomine non è finita visto che pochi giorni fa la presidente Polverini ha nominato Claudio Velardi, il responsabile della sua campagna elettorale, rappresentante della Regione Lazio all'interno del Consiglio di amministrazione del Museo Maxxi di Roma. Alla nomina sono seguite le inevitabili polemiche, soprattutto nel centrodestra, visti i trascorsi dalemiani e bassoliniani del nuovo consigliere;

si legge ancora nel citato articolo: «Incurante comunque di accuse e polemiche, la Polverini procede come un treno e per non sacrificare il Roma Fiction Fest alla liquidazione della Fondazione Rossellini, ha pensato di affidarlo alle cure di Giulio Violati, noto non solo come uomo Sangemini e marito di Maria Grazia Cucinotta, ma anche sovvenzionatore della campagna per le Regionali 2010. Ma lo scontro politico più grosso si è acceso sulla possibile designazione di Marco Muller alla guida della Festa del cinema di Roma. A più riprese infatti, la Polverini ha minacciato di far uscire la Regione dall'organizzazione dell'evento in caso di mancata nomina dell'ex direttore della Mostra del Cinema di Venezia. Una "velata" minaccia che, dopo il disappunto espresso giorni fa dal Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, che ha ricordato il "passato" di Muller come "nemico" del cinema romano, ha provocato polemiche di fuoco. Per il Festival, sostiene la Polverini, "Muller rappresenterebbe la scossa di cui c'è bisogno. Ricordo che siamo i soci di maggioranza e nel Festival investiamo risorse cospicue". Parole chiare, che hanno scatenato gli attacchi del centrosinistra. Si è fatto sentire anche il sindaco Gianni Alemanno, in virtù di un ritrovato feeling con la Polverini: "Non sono accettabili veti sulle persone". A complicare le cose ci si è messo pure il Presidente del Festival in carica, Gian Luigi Rondi, in scadenza il prossimo giugno, a cui spetta per statuto il diritto di indicare il nuovo direttore artistico sottoponendolo al voto del cda. E, si sa, Rondi è il più acceso fan dell'attuale direttrice Piera Detassis. Ma c'è di più. Nelle prossime settimane la governatrice darà avvio al rimpasto di giunta: la sua fedelissima Mariella Zezza, ora assessore al Lavoro, potrebbe diventare Presidente di Lazioservice. Con lei dovrebbero lasciare la Regione anche Teodoro Buontempo, assessore alla Casa, e Luca Malcotti, ai Lavori pubblici. Si salvi dunque chi può»;

la Regione Lazio ha lottato per un anno intero per mettere un piede dentro il Museo d'arte contemporanea Maxxi finché lo scorso dicembre è riuscita ad entrare a far parte della Fondazione intanto per un triennio, e con l'impegno a stanziare 200.000 euro di fondi di dotazione, e altri 500.000 annui per la gestione 2011, 2012, 2013. In questo modo la Polverini s'è guadagnata la possibilità di nominare un nuovo membro del Consiglio d'amministrazione;

scrive "Il Fatto Quotidiano" del 31 dicembre 2011: «Una donna che sa premiare i suoi uomini migliori: anche il fotografo che da sempre la ritrae, Edmondo Zanini, dopo il successo elettorale è entrato nello staff con una consulenza da 80.000 euro l'anno come responsabile Comunicazione e grandi eventi. In concreto, Zanini non fa altro che seguire Renata col suo flash e pubblicare su Flickr gallerie infinite della presidente. E la Polverini esteta non si ferma qui. Oltre al Maxxi, vuol dire la sua pure sulla Quadriennale di Roma. Dallo scorso febbraio il presidente è quasi uno di famiglia, Jas Gawronsky, ma c'è ancora un bel posto da vice ibero. Su chi potrebbe ricadere l'occhio esperto della governatrice? Alla nomina di Gawronsky dichiarò: "È una scelta di qualità per un'istituzione culturale di prestigio, rilevante per tutto il nostro territorio e di cui anche la Regione Lazio ha deciso di entrare a far parte". Peccato che lo stesso Jas ammettesse candidamente alla bibbia del settore FlashArt: "Come sono diventato Presidente della Quadriennale? Non ho mai lavorato con l'arte, ma mi ha sempre interessato. Ogni volta che mi si è offerta la possibilità di cambiare ambito, ne ho sempre approfittato". Approfittate gente, approfittate»;

considerato che a giudizio dell'interrogante:

le persone nominate dalla presidente Polverini non hanno i requisiti di professionalità, competenza ed esperienza, maturati, in particolare, nei settori di attività a cui sono preposti, e gli incarichi appaiono unica espressione di favoritismi politici per dare o rendere a chi aspettava in coda;

le fondazioni non dovrebbero essere costituite con l'idea di incamerare improbabili soci pubblici che, in cambio di "un pugno di riso", lottizzano grossolanamente e pretendono di incidere sulla programmazione, il più delle volte non certo con l'obiettivo di fare qualità, numeri e di migliorare il posizionamento internazionale del museo,

si chiede di sapere quali iniziative legislative, alla luce delle considerazioni svolte, il Governo intenda assumere al fine di modificare la disciplina relativa alle fondazioni a partecipazione pubblica, con particolare riferimento ai requisiti di meritorietà necessari per l'affidamento degli incarichi di vertice.

(4-06564)

LANNUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e della giustizia - Premesso che:

Divania era il settimo produttore italiano di divani e dava lavoro a 430 dipendenti nel più grande stabilimento della zona industriale di Bari dell'estensione di 40.000 metri quadri coperti; la società ha dovuto cessare l'attività produttiva e porre in mobilità tutti i suoi dipendenti a seguito dei danni causati dall'operatività in derivati intrattenuta con la Unicredit;

in questo contesto i funzionari della banca hanno avuto anche l'occasione di porre in essere ulteriori condotte illecite portando Divania ai limiti del fallimento in quanto - come si apprende dalle annotazioni della Guardia di finanza - non avendo partecipato volitivamente alla costruzione della situazione generatasi ed essendo stato Parisi (titolare dell'azienda) di fatto espropriato della conduzione finanziaria, lo stesso per la prima volta si rendeva conto concretamente della impossibilità di proseguire nella gestione;

Divania, dopo queste discutibili condotte poste in essere ai suoi danni dai funzionari Unicredit, ha dovuto anche subire, in prossimità della sentenza, il blocco per motivi procedurali della causa pendente presso la IV Sezione civile del Tribunale di Bari con la quale la società attendeva la restituzione di 220 milioni di euro quantificati ed accertati dal consulente tecnico d'ufficio (CTU) agli atti di causa. Questa somma era stata indebitamente pagata da Divania ad Unicredit a seguito dei contratti derivati stipulati con la banca per i quali 20 funzionari Unicredit sono imputati del reato di truffa aggravata, appropriazione indebita ed estorsione;

nel mentre la suddetta causa era bloccata, la medesima IV Sezione civile del Tribunale di Bari dichiarava il fallimento di Divania con sentenza n. 88 del giugno 2011 su ricorso presentato dal Banco di Napoli che pretendeva il pagamento di somme rivenienti dall'applicazione di interessi usurari. Tanto nonostante agli atti della procedura fallimentare Divania abbia depositato il certificato della Procura della Repubblica di Bari attestante che il Banco di Napoli è indagato per usura aggravata nel procedimento penale 3126/11/21 unitamente alla consulenza disposta dalla Procura nella quale il perito conclude affermando che i tassi applicati nel periodo 2004-2010 sono da considerarsi usurari;

la IV Sezione civile del Tribunale di Bari ha dichiarato il fallimento di Divania sostenendo che la società era insolvente non avendo pagato i debiti, fra i quali quelli per derivati, stabiliti in una convenzione interbancaria stipulata da Divania con Unicredit quale capofila di un pool di banche;

questo nonostante Divania avesse depositato agli atti della procedura fallimentare sia il decreto di sequestro disposto per la convenzione in quanto corpo di reato che l'avviso di conclusione delle indagini preliminari nel quale due dirigenti della banca Antonveneta (oggi Monte dei Paschi di Siena) risultano indagati per truffa aggravata ed appropriazione indebita e, fra i 20 funzionari Unicredit a vario titolo indagati per truffa aggravata ed appropriazione indebita a causa proprio della debitoria per derivati, tre alti dirigenti Unicredit erano indagati (ed attualmente, a seguito della richiesta di rinvio a giudizio, sono imputati) di estorsione;

infatti, come è riportato dall'avviso di conclusione delle indagini, i funzionari Unicredit costringevano Parisi a sottoscrivere, con un pool di banche e quale capofila Unicredit, la convenzione interbancaria del 7 giugno 2005, apparentemente effettuata su proposta di Francesco Parisi ma di fatto predisposta e sottoposta a Parisi soltanto per la firma;

in altri termini il Tribunale fallimentare ha ritenuto esigibili da parte di Unicredit e delle altre banche somme di denaro sospettate di rivenire dal reato di estorsione, truffa aggravata, appropriazione indebita ed usura;

in relazione al suddetto fallimento, in data 23 novembre 2011, su proposta dei curatori è stato dichiarato esecutivo lo stato passivo del fallimento Divania;

dopo aver ottenuto tale fallimento a seguito delle sue pretese usurarie, nonostante la banca fosse indagata e fossero stati depositati da Divania agli atti del ricorso per fallimento il certificato della Procura attestante che la banca è indagata per usura aggravata ai danni dell'azienda e nonostante fosse stata pure depositata la consulenza disposta dalla Procura nella quale il perito ha accertato che la banca ha applicato interessi usurari, il banco di Napoli è stato ammesso nello stato passivo esecutivo del fallimento Divania per l'intera somma della quale a giudizio dell'interrogante spudoratamente aveva chiesto l'inserimento e che riveniva dall'applicazione di interessi usurari;

peraltro, si evidenzia che la società non ha voluto presentare alcuna richiesta di concordato preventivo in quanto il suo legale rappresentante ha considerato ignobile fornire aiuto e collaborazione a soggetti imputati dei reati di truffa aggravata, appropriazione indebita, estorsione ed usura e perciò, non presentando richiesta di concordato preventivo, ha ritenuto di poter impedire loro di acquisire i vantaggi ed i profitti conseguiti con le azioni criminose delle quali sono sospettati;

in precedenti atti di sindacato ispettivo (4-05464, 4-04894 e 3-01961) l'interrogante aveva sollevato la questione Divania e i comportamenti tenuti dalla relativa banca nei confronti della società;

a giudizio dell'interrogante relativamente ai fatti potrebbe configurarsi il reato di favoreggiamento reale di cui all'art. 379 del codice penale da parte di chiunque abbia aiutato i funzionari e le banche coinvolte prestando una collaborazione destinata a far loro acquisire i vantaggi conseguiti con azioni criminose in danno della tutela dell'interesse generale dello Stato e della sua economia e ciò, come previsto dalla legge, a prescindere da qualsiasi futura assoluzione, nei vari gradi di giudizio, dei reati di truffa aggravata, appropriazione indebita, estorsione ed usura commessi ai danni di Divania per i quali costoro sono imputati,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere per porre fine al comportamento paradossale tenuto dal ceto bancario;

quali iniziative, nelle opportune sedi di competenza, intenda intraprendere al fine di verificare il rispetto della normativa vigente in particolare relativamente alla configurabilità del favoreggiamento.

(4-06565)

GARRAFFA - Ai Ministri dell'interno e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

nella notte tra il 2 e il 3 agosto 2011, nella struttura dei Servizi tributi del Comune di Piana degli albanesi (Palermo), si è verificato un incendio doloso, che ha creato non pochi problemi all'amministrazione, per quanto riguarda i riscontri cartacei degli avvenuti pagamenti relativi ad anni pregressi;

l'affidamento e la gestione degli avvisi di pagamento e la riscossione sono stati assegnati a una struttura esterna, denominata AeG SpA, con sede a San Pietro a Vico (Lucca), che per l'impegno assunto riceve un aggio ben superiore al 9 per cento (prendendo a riferimento Equitalia e Agenzia delle entrate);

all'interno del Comune già esisteva un congruo gruppo di dipendenti preposti a tale servizio;

le cartelle, indiziate in questi giorni agli abitanti e a singoli nuclei familiari dello stesso comune, contengono in larga parte tributi esosi e molto spesso non corrispondenti all'entità delle superfici reali;

molti emigrati da Piana degli albanesi, pur in possesso di appartamenti sfitti, hanno ricevuto le cosiddette "cartelle pazze";

il Collegio dei revisori dei conti del Comune, con nota del 29 dicembre 2011, inviata al Presidente del Consiglio comunale e al Commissario ad acta, trasmetteva il proprio parere sullo schema di bilancio di previsione 2011, approvato dalla Giunta municipale con deliberazione n. 106/2011, ritenendo inattendibile lo stanziamento di 250.000 euro, iscritto nella risorsa 1° febbraio 1230 (cap. 60/1), denominata "Recupero tributi anni precedenti Ici e Tarsu";

per quanto risulta all'interrogante, attraverso voci tendenziose, si tenta di colpevolizzare soggetti esterni alla municipalità, caricando il Governo nazionale di responsabilità inesistenti, facendo riferimento alla manovra messa in campo nell'ultimo periodo, presentata dall'Esecutivo e approvata dal Parlamento,

si chiede di sapere quali iniziative di competenza intendano assumere, in tempi brevi, i Ministri in indirizzo, con riferimento alle deliberazioni della Giunta municipale nonché alla convenzione con la AeG SpA, in relazione ai fatti sopra esposti che, in questo momento di grave crisi economica, creano forti preoccupazioni nella popolazione di Piana degli albanesi.

(4-06566)

LANNUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e della giustizia - Premesso che:

dall'inchiesta sulla morte di Roberto Calvi, il presidente del banco Ambrosiano trovato impiccato a Londra nel giugno 1982, nascono una serie di domande imbarazzanti per il Vaticano sui rapporti dello Ior (Istituto per le opere di religione) con la mafia e il crimine alle quali non è mai stata data risposta;

la Procura di Roma ha inviato tre richieste di collaborazione giudiziaria, tra il 2002 e il 2008, indispensabili per ricostruire il flusso di denaro della mafia transitato su alcuni conti segreti dello Ior;

scrive "la Repubblica" del 5 gennaio 2012: «Al Vaticano sono stati richiesti documenti bancari e atti confidenziali che pescano direttamente nel passato più torbido della "banca di Dio", quello degli scandali Sindona e Calvi, del cracK del Banco Ambrosiano, dei miliardi di dubbia provenienza nascosti al fisco e spediti all'estero sotto la direzione di monsignor Paul Marcinkus, presidente dello Ior dal 1971 al 1989, morto nel 2006. Ma nonostante i passi avanti nella trasparenza finanziaria fatti dalla Santa Sede, le rogatorie, cioè le richieste di collaborazione giudiziaria per eseguire atti processuali fuori dal territorio nazionale di competenza (tra Italia e Stato Vaticano, in questo caso), rimbalzano da un ufficio all'altro tra le mura dello stato della Chiesa, senza risposta. Un silenzio lungo ormai dieci anni che ha spinto il magistrato romano Luca Tescaroli, titolare dell'inchiesta su Calvi, a scrivere lo scorso 16 dicembre al neoministro della Giustizia Paola Severino perché si attivi ufficialmente nei confronti del governo della Chiesa e "solleciti l'evasione delle rogatorie". Una "rogna diplomatica" per il governo italiano, stretto tra due necessità: mantenere i buoni rapporti stabiliti con il Vaticano ma anche mandare segnali concreti di contrasto al riciclaggio e all'evasione fiscale. Che Cosa Nostra abbia nascosto una parte dei suoi capitali nello Ior e nel Banco Ambrosiano è una realtà giudiziaria assodata dalla Corte d'Assise d'Appello di Roma, nella sentenza del 7 maggio 2010 di assoluzione con formula piena per Giuseppe "Pippo" Calò, Ernesto Diotallevi e Flavio Carboni, imputati per l'omicidio di Calvi. Scrive nell'occasione la Corte: "Cosa Nostra impiegava il Banco Ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio. Il fatto nuovo emerso è che avvenivano quanto meno anche ad opera di Vito Ciancimino (ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002, ndr) oltre che di Giuseppe Calò". Lo stesso Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ha più volte raccontato di operazioni bancarie sospette e rapporti del padre con alti prelati dello Ior. Ecco quindi perché le tre rogatorie "mai evase" assumono un ulteriore e nuovo interesse investigativo. Con la prima, datata 28 novembre 2002, la procura chiedeva al Vaticano di "verificare i flussi finanziari intercorsi nel periodo 1976-1982" tra lo Ior e una serie di banche italiane ed estere, come il Banco di Sicilia, la Sicilcassa di Palermo, il Banco Ambrosiano (sedi italiane ed estere), la Banca svizzera del Gottardo e la rete di società ad esse collegate in Perù, Argentina, Bahamas, Nicaragua, Lussemburgo e Venezuela. Non solo, si chiede di accertare se "nell'anagrafe clienti dello Ior ci siano i nomi di persone coinvolte nelle indagini", di individuare "quali fossero le società riconducibili allo Ior nel periodo 1975-1982", "quali quelle interessate al rastrellamento di azioni del Banco Ambrosiano" e quali fossero "le operazioni riconducibili alla società Inecclesia (una finanziaria venezuelana, ndr)". In pratica la Santa Sede dovrebbe accettare di aprire un cassetto tenuto sigillato per trent'anni. E svelare la ragnatela di attività e di finanziamenti dell'Istituto per le Opere di Religione, nascoste per anni dietro lo status di "soggetto autonomo in uno stato extracomunitario", opaco al fisco e al di fuori delle normative internazionali in materia bancaria. Nella seconda rogatoria, del 23 gennaio 2004, il magistrato italiano chiedeva di visionare i "telex riguardanti operazioni effettuate da Calvi sull'estero sfruttando le strutture materiali della Città del Vaticano". Nell'ultima, la più recente, datata 20 novembre 2008, punta ad accertare se e quando le due lettere scritte a macchina da Calvi pochi giorni prima di morire e dirette a papa Giovanni Paolo II e al cardinale Pietro Palazzini, all'epoca prefetto della Santa Congregazione delle cause dei Santi, siano state ricevute dai destinatari. Lettere dal contenuto contraddittorio e per alcuni non autentico, nelle quali Calvi, spaventato e disperato, sentendosi "braccato" racconta nei dettagli alcune operazioni finanziare "imbarazzanti" condotte sotto copertura per conto di alti prelati. Le domande della procura romana fino ad oggi non hanno avuto risposta. Una mancanza di collaborazione che potrebbe congelare la procedura avviata dal Vaticano per entrare nella "white list" degli stati "finanziariamente virtuosi", cominciata nel 2009 con la firma della convenzione monetaria con l'Ue e che avrà a metà del 2012 un passaggio decisivo con la presentazione al Consiglio d'Europa del rapporto finale di un gruppo di esperti su come lo stato della Chiesa si è adeguato al sistema di antiriciclaggio vigente nell'Unione. Con questo obiettivo il 30 dicembre del 2010, infatti, Papa Benedetto XVI ha promulgato la legge n.127, in vigore dall'aprile di quest'anno, che colpisce il riciclaggio del denaro sporco e il finanziamento del terrorismo. All'articolo 41 si legge che la neonata Autorità di informazione finanziaria pontificia "scambia informazioni in materia di operazioni sospette e collabora con le autorità degli Stati esteri che perseguono le medesime finalità di prevenzione e contrasto del riciclaggio". Per ora, a quanto pare, solo a parole»;

considerato che:

se il Vaticano non risponde comprometterà la procedura per entrare nella lista degli "Stati virtuosi", tradendo la richiesta del Papa di maggiore trasparenza fiscale;

su un articolo pubblicato su "la Repubblica" l'8 gennaio si legge: «Nel maggio del 2010 la procura di Roma apre un'indagine sui rapporti sospetti tra lo Ior e dieci banche italiane, tra cui figurano i colossi Unicredit e Intesa San Paolo, oltre a realtà più modeste come la Banca del Fucino. L'istituto vaticano viene accusato di usare in modo cumulativo, senza fornire i dati per identificare i soggetti che vi facevano transitare i soldi, un conto corrente aperto nella filiale 204 dell'ex Banca di Roma (oggi Unicredit) in via della Conciliazione, violando così la normativa antiriciclaggio. In due anni su quel conto sono passati 180 milioni di euro. Il sospetto della magistratura è che soggetti con residenza fiscale in Italia abbiano usato o usino tuttora lo Ior come "schermo" per nascondere i soldi dell'evasione fiscale o i proventi di truffe. Ma tutto si ferma perché i pm italiani non hanno competenza a indagare sullo Ior senza una rogatoria internazionale, a causa della sua natura formalmente estera. Il 20 settembre 2010 ancora la procura della capitale, su segnalazione della Banca d'Italia, dispone il sequestro preventivo (non eseguito) di 23 milioni di euro depositati su un conto presso la filiale romana del Credito Artigiano spa intestato allo Ior. Il sospetto è che anche in questo caso venga violata la norma antiriciclaggio. Nel mirino dei pm due operazioni di trasferimento di 20 milioni di euro alla JP Morgan di Francoforte e di altri tre milioni alla Banca del Fucino. Vengono indagati il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, e il direttore generale Paolo Cipriani. "La Santa Sede - sottolinea il Vaticano - manifesta perplessità per l'iniziativa della procura di Roma, i dati informativi necessari sono già disponibili presso l'ufficio competente della Banca d'Italia. Quanto agli importi citati, si tratta di operazioni di giroconto per tesoreria presso istituti di credito non italiani il cui destinatario è il medesimo Ior"» (si veda l'atto 4-04309);

considerato altresì che ad avviso dell'interrogante:

dovrebbe essere previsto l'obbligo della tracciabilità delle movimentazioni bancarie della banca vaticana alla stessa stregua delle banche operanti sul territorio italiano;

lo Ior non dovrebbe poter continuare a godere di una sorta di extraterritorialità alla stessa stregua delle banche ubicate nei paradisi fiscali non consentendo l'individuazione dei clienti beneficiari di bonifici ed assegni, la cui identificazione passa esclusivamente per il tramite dello stesso Ior, senza possibilità di controllo e riscontro da parte delle autorità italiane,

si chiede di sapere se il Governo non intenda adoperarsi come richiesto dalla Procura di Roma al fine di sollecitare l'evasione delle rogatorie affinché si possa allontanare anche il solo sospetto che, nello Ior, vengano "ripuliti" capitali illeciti, frutto di presunta evasione, elusione e perfino di riciclaggio per operazioni oscure alle minime norme di trasparenza sancite dal decreto legislativo n. 231 del 2007.

(4-06567)

CARDIELLO - Al Ministro per i beni e le attività culturali - Premesso che:

il Museo archeologico nazionale di Pontecagnano (Salerno), che conserva le testimonianze di oltre quarant'anni di ricerche, scavi e reperti che testimoniano l'antica civiltà etrusca, rischia la chiusura per mancanza di fondi;

l'accesso a detto Museo è consentito solo da una traversa ed è indicato da un segnale stradale scolorito e quasi invisibile;

l'area sulla quale avrebbe dovuto essere realizzato l'ingresso principale è ancora proprietà privata e non è mai stata espropriata;

la guida originale di detto Museo non viene ristampata dal 2007, anno di inaugurazione; da allora i custodi possono offrire ai visitatori solo la fotocopia della citata guida originale;

detto Museo rimane aperto ai visitatori dal martedì alla domenica dalle otto alle quattordici ed effettua un servizio notturno dalle otto fino al mattino successivo;

durante le aperture notturne non è mai stato registrato alcun visitatore;

tale apertura notturna, secondo la direttrice, servirebbe a "tutelare" la struttura;

il Museo archeologico nazionale di Pontecagnano, stante la situazione sopra descritta, nonostante la valenza storico-artistica, rimane fuori dai più noti circuiti turistici,

l'interrogante chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto sopra descritto e, in caso affermativo, se e in quali modi intenda intervenire al fine di risolvere la crisi economica in cui versa il Museo archeologico di Pontecagnano e far sì che lo stesso rientri nei più noti circuiti turistici italiani.

(4-06568)

AMATI, DI GIOVAN PAOLO, GRANAIOLA, NEROZZI, VITA - Al Ministro degli affari esteri - Premesso che:

ha fatto scandalo e suscita sconcerto il caso del diplomatico Mario Vattani, Console generale d'Italia in Giappone, colto mentre si esibisce in una manifestazione canora di stampo neo-fascista;

l'evento era organizzato da un notorio covo di neo-fascisti detto "Casa Pound", esponenti del quale sono risultati coinvolti di recente sia nell'uccisione di due extracomunitari a Firenze, sia nell'aggressione di alcuni militanti del Partito democratico per le strade di Roma;

il combinato dei due episodi sarebbe impossibile e intollerabile in qualsiasi paese civile e democratico;

il fatto fa sorgere tra l'altro gravi interrogativi sulle modalità di selezione del personale diplomatico nazionale, oltre a produrre discredito all'immagine dell'Italia all'estero,

si chiede di conoscere:

quale sia l'opinione del Governo in ordine alla opportunità che Vattani continui ad occupare con serietà e onore l'importante carica di cui è divenuto titolare;

se, attesa la tempestività con cui Vattani è stato deferito alla Commissione di disciplina del Ministero degli affari esteri, si intenda vigilare perché il verdetto della Commissione di disciplina venga emesso in tempi rapidi e preveda sanzioni adeguate alla gravità del fatto.

(4-06569)