GIARETTA (PD). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, io penso che quello che abbiamo di fronte a noi sia un Governo politico, nato per una scelta consapevole della politica: per una scelta alta della politica, che ha saputo guardare agli interessi generali del Paese mettendo da parte le ragioni del passato, su cui vi sarà tempo di ritornare, e certamente vi torneranno gli elettori con il loro giudizio.
Un Governo, piuttosto, misurato sulle urgenze di un presente che richiede, tuttavia, uno sguardo lungimirante sul futuro. Composto da personalità scelte non per appartenenza partitica e tuttavia pienamente politiche, cioè a servizio della polis. Del resto, signor Presidente del Consiglio, lo ha dimostrato il programma che ci ha esposto.
Dovremo certamente dare il meglio di noi stessi per ritrovare un sentiero di crescita per l'Italia, ciò che è il nostro problema principale. Sappiamo perché cresciamo poco. Fattori molteplici, ma che possono riassumersi in un solo concetto: la produttività totale dei fattori è calata in 15 anni di due punti, mentre quella dei nostri più diretti competitori è cresciuta tra i 15 e i 20 punti. Perciò abbiamo perso più ricchezza dentro la grande crisi e facciamo più fatica a recuperarla. Non ci sono solo le conseguenze di carattere economico e di finanza pubblica. La crescita, la buona crescita, ha un valore etico in sé, perché facilita il superamento delle diseguaglianze, offre opportunità e mobilità sociale, accoglienza di idee diverse, il diffondersi, in generale, di uno spirito tollerante e aperto.
Conosciamo il dato drammatico di una esclusione sociale che rischia di espandersi nelle società occidentali, per i senza lavoro, per i giovani in particolare. Lo ripetiamo spesso: in Italia oltre due milioni di giovani non studiano, non lavorano e non cercano lavoro. Il 30 per cento del totale. Rischiamo però che queste parole che si ripetono siano inutili se non si modifica l'agenda del Paese. Il dato è ancora più grave se si pensa che nel 1985 i giovani tra i 18 e i 30 anni erano 15 milioni e ora sono 7 milioni, meno della metà. Anche per questa via, la nostra è una società che perde energia vitale.
Pertanto, signor Presidente del Consiglio, lei avrà il nostro pieno e convinto appoggio su tutti i provvedimenti che ha tratteggiato anche questa mattina, che con coraggio toglieranno zavorra alla capacità di crescita aprendo mercati ancora troppo chiusi, a cominciare da quelli dell'energia, dei trasporti ferroviari, dei servizi pubblici, delle professioni (per le quali, se non è un problema l'accesso, è certamente un problema l'esercizio della professione in un regime di vera concorrenza, con libertà di pubblicità, di forme organizzative, di politiche dei prezzi), alleggerendo quella tassa burocratica fatta di una regolazione eccessiva, procedure troppo pesanti, sopravvivenza di documentazioni cartacee, pluralità e contraddittorietà di organismi di controllo, che affaticano la vita delle imprese. Uno Stato in campo economico regolatore efficiente, guardiano competente del mercato, ma capace di ritirarsi da compiti impropri.
Anche il fisco, come ci ha ricordato, è uno strumento di crescita. La pressione fiscale ha raggiunto un record nella storia della Repubblica. Difficile ridurla in questa fase, ma certamente è possibile renderla più equa e produttiva, toccando di più le concentrazioni della ricchezza e meno il lavoro e l'impresa, con strumenti che ricavino un po' di spazio per diminuire la tassazione sul lavoro, in particolare quello femminile, e premiare l'investimento produttivo.
Crescita e rigore finanziario: due stelle polari dell'azione del Governo, ci ha giustamente detto, perché servono all'Italia, non solo perché ce lo chiede l'Europa. La cattiva spesa mangia il futuro.
Ci sono margini imponenti di risparmio se finalmente si agisce ex ante sulle modalità di formazione della spesa piuttosto che ex post con tagli indifferenziati. Il professor Giarda ci ha dimostrato in un recente studio che se la struttura dei prezzi dei beni collettivi fosse evoluta nel tempo con la stessa dinamica dei prezzi dei beni di consumo privati si potrebbero produrre oggi gli stessi beni collettivi con un risparmio per lo Stato di oltre 90 miliardi di euro.
Su questo piano potrà contare, signor Presidente, su larghe intese parlamentari già realizzate. Vi sono nella legislazione vigente norme approvate in modo bipartisan che prevedono impegnative scadenze per l'avvio di una generalizzata spending review: norme che attendono di essere attuate secondo uno stringente calendario. Nell'avvio di legislatura si era realizzato un importante incontro tra le forze parlamentari per una riforma della pubblica amministrazione, basata sulla valutazione dei risultati e il premio del merito, intesa che si è dispersa, ma che andrebbe recuperata.
Crescita e rigore finanziario - lei ci ha giustamente ricordato - non possono realizzarsi senza un terzo pilastro: l'equità sociale. Sul «Corriere della Sera», nell'agosto scorso, ci ricordò - signor Presidente del Consiglio - la tradizione dei Comuni del XIII secolo di chiamare un podestà straniero (Padova, il mio Comune, era uno di questi). Sottolineava però: «Dispiace che l'Italia possa essere vista come un Paese che preferisce lasciarsi imporre decisioni impopolari, ma in realtà positive per gli italiani che verranno, anziché prenderle per convinzione acquisita». Spesso il tema dell'impopolarità è un alibi per la mancanza di coraggio dei leader politici. In realtà, nella ormai lunga storia della Repubblica, gli italiani hanno dimostrato di accettare anche pesanti sacrifici, purché proposti in modo proporzionato alle disponibilità delle singole famiglie ed esplicitamente orientati a far crescere il benessere futuro.
Equità, signor Presidente, sia dunque una parola che orienti quotidianamente l'azione del Governo. Se sarà così, gli italiani capiranno e apprezzeranno lo sforzo che lei sta compiendo al servizio del Paese. Buon lavoro. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saccomanno. Ne ha facoltà.