Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (941 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 637 del 17/11/2011


Testo integrale dell'intervento del senatore Grillo nella discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri

Signor Presidente, ho molto apprezzato la definizione che lei ha dato del suo Governo. Un Governo di impegno nazionale che faciliti il recupero di un clima di concordia, di confronto civile con le forze politiche, un Governo che aiuti i cittadini a riconciliarsi con la politica.

Condivido in pieno i tre obiettivi a cui lei ha fatto riferimento: rigore, crescita, equità. Il rigore è la precondizione per un sano sviluppo, la crescita è l'imperativo a cui dobbiamo puntare, l'equità è un dovere da praticare in un Paese ancora oggi caratterizzato da tanta ingiustizia sociale. La politica di rigore nella tenuta dei conti pubblici l'abbiamo con impegno messa in atto fin dal 2008, all'indomani dello scoppio della grande crisi. Sulla crescita, dobbiamo riconoscerlo, siamo stato finora carenti.

Tutti i governi che hanno avuto responsabilità di gestione dall'avvio dell'euro ad oggi sono stati carenti, forse vale la pena ricordare il commento del presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer quando, fatto l'accordo sull'euro, disse "sarà un inferno per tutti". Commento ripreso poi dall'allora Governatore Antonio Fazio e parzialmente temperato quando disse "nel migliore dei casi sarà un purgatorio". I banchieri centrali più avveduti di allora la pensavano così; la politica non ha capito questi messaggi e si è illusa che con l'avvio dell'euro avremmo in automatico risolto tutti i problemi. Fazio parlava di purgatorio perché sosteneva che l'euro avrebbe dovuto spingerci a superare tutte le storture del nostro sistema economico. Ma così non è stato. Non avendo capito che nell'economia dell'euro la produttività si misura dal costo per unità di prodotto ci siamo illusi e abbiamo rinviato tutte quelle riforme di struttura che avrebbero aiutato a rendere il sistema più moderno ed efficiente.

Concordo con la sua idea di tornare ad essere protagonisti in Europa e fare quindi tutto il possibile per realizzare cambiamenti e riforme nei settori del fisco, della previdenza e del mercato del lavoro. Un Paese come l'Italia, fondatore dell'Unione europea, non può essere considerato l'anello debole del sistema. Dobbiamo avvertire fino in fondo il dovere di mettercela tutta per recuperare in Europa il ruolo che in passato abbiamo avuto. Se la Grecia fallisse l'euro non ne risentirebbe; se il Portogallo fallisse l'Euro non subirebbe contraccolpi drammatici. L'Italia non può fallire perché il default del nostro Paese metterebbe in crisi l'intera Europa con conseguenze assolutamente imprevedibili. Se questo è vero, signor Presidente, consentirà di fare due osservazioni sul nostro sistema bancario. Siamo al paradosso: la crisi nel 2007 è scoppiata a seguito del deragliamento del sistema finanziario americano e anglosassone. In America dopo il crollo delle agenzie federali Fanni e Mae e Freddie Mac sono fallite banche di affari, compagnie di assicurazioni, banche commerciali. I governi di Bush e di Obama sono stati costretti ad intervenire stanziando più di due miliardi di dollari per salvare il sistema.

In Inghilterra sono state nazionalizzate 6 grandi banche compresa la prestigiosa Royal Bank of Scotland e il Governo inglese ha dovuto fare fronte con un impegno superiore ai 300 miliardi di sterline. In Francia in Spagna, in Germania i governi di quei Paesi si sono dovuti indebitare per salvare i loro sistemi bancari.

In Italia no. In Italia il sistema ha tenuto, si è rivelato un sistema solido e patrimonializzato reggendo all'urto senza aiuti di Stato. Il ministro Tremonti quando parlava di mandare i banchieri in galera forse avrebbe dovuto precisare i banchieri americani e inglesi. Oggi non vorremmo subire la beffa, non vorremo cioè che la volontà dei francesi e dei tedeschi di imporre all'EBA nuove regole sia funzionale a favorire le loro banche e penalizzare le nostre.

In ultimo, signor Presidente, non c'è dubbio che occorre inserirsi già dal prossimo vertici di dicembre nel dibattito sul ruolo futuro della Banca centrale europea. Mario Draghi, nell'intervento fatto durante la giornata del risparmio, ha sostenuto che gli strumenti di sostegno per la gestione della crisi sarebbero un mero palliativo senza adeguate politiche nazionali che, promuovendo la crescita, rimuovano gli squilibri della finanza pubblica. Draghi ha ragione, però mi consenta signor Presidente: lei in Europa gode di vasta credibilità, lei ha conoscenze maggiori di Sarkozy e Merkel. Si impegni a contrastare il traballante direttorio franco-tedesco che sta imponendo all'Europa una politica funzionale solo alla Germania. Cerchi di prendere la leadership dei Paesi del Sud Europa al fine di modificare il trattato di Lisbona. Faccia una battaglia seria per trasformare la Banca centrale europea in un istituto di ultima istanza per comprare titoli sovrani in forma illimitata, precostituisca cioè le condizioni per avere una Banca centrale federale in Europa anch'essa sempre più federale.

Se conveniamo che l'Europa non può essere il mercato della Germania, dobbiamo sentirci tutti europei allo stesso livello, con identici diritti, accomunati a realizzare il grande disegno politico tracciato da Schuman, Adenauer e De Gasperi.