POLI BORTONE (CN-Io Sud-FS). Signor Ministro, innanzitutto la ringraziamo per la dettagliata relazione che ha inteso svolgere su una situazione che riveste certamente una grande importanza non soltanto per l'Italia, ma per tutto il mondo e, soprattutto, per quell'area del Mediterraneo attraversata dalla primavera araba, che ci auguriamo possa essere veramente una primavera, e quindi foriera di un senso di civiltà completamente diverso da quello che l'ha attraversata fino a poco tempo fa.
Signor Ministro, lei ha fatto una ricostruzione veramente puntuale, soprattutto rispetto alle azioni che l'Italia ha compiuto nei riguardi della popolazione libica. Si tratta di un fatto di grande interesse, perché stabilire rapporti importanti anche in termini culturali, e quindi di rispetto reciproco, è - a mio avviso - determinante nella costruzione di quella democrazia reale che non può e non deve essere imposta da nessuno ad un altro popolo. Infatti, come si suol dire qualche volta banalmente, la democrazia deve crescere dal basso e deve essere condivisa da coloro che hanno compiuto quel passo importantissimo, decidendo di abbandonare - con l'aiuto di altri - una situazione dittatoriale per affrontare i nuovi confini della democrazia, che tutti auspichiamo vi sia in ogni Paese del mondo.
Lei ha fatto riferimento anche ad un aspetto che non può essere considerato di dettaglio, perché ha una grande importanza anche per noi, come Parlamento italiano. Infatti, lei ha riferito che fino a settembre avevamo per legge una copertura di risorse finanziarie.
Il problema, signor Ministro, secondo noi non è rappresentato dalla copertura finanziaria, ma dalla copertura - che lei ha correttamente definito giuridico-amministrativa - che bisognerà trovare alla primissima occasione (e se non ci sarà un'occasione, bisognerà cercare di crearla) per garantire quell'impegno essenzialmente politico, prima ancora che finanziario (ci auguriamo), che l'Italia vorrà avere nei riguardi della Libia.
Lei ha ricordato giustamente il ruolo determinante della NATO e dell'ONU e ha fatto una distinzione sostanziale fra il momento del combattere e il momento del ricostruire. Noi ci auguriamo che il momento del combattere sia cessato, o che comunque possa cessare in tempi brevissimi, e che ci si accinga con grande impegno e con grande volontà comune al momento del ricostruire, cui devono essere dedicate grandissime sinergie. La formazione, l'addestramento, lo sminamento umanitario sono certamente impegni che l'Italia vorrà assumere con quella misura, quella correttezza e quello spirito realmente democratico che un impegno internazionale del genere richiede, senza mettere ovviamente in discussione nessun impegno con la NATO, ma certamente mettendo nell'impegno politico nei riguardi della Libia quell'italianità che è anche l'aspetto più umanizzante della situazione.
Possiamo dire già fin d'ora che noi valutiamo con attenzione, con la dovuta attenzione, l'ipotesi di far parte del Comitato degli amici a sostegno della Libia, di cui fanno parte 13 Paesi, fra cui gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la stessa Francia, naturalmente, che è stata la prima a dimostrarsi così disponibile nei riguardi della Libia. Le diciamo subito, però, che auspichiamo che, nel decidere le linee d'indirizzo di una politica così pesante in un intervento che dovrà necessariamente essere misurato e accorto, il Parlamento venga coinvolto, perché - lo sottolineo - il Parlamento, con molta misura, con molta razionalità e altrettanta decisione, vorrà essere coinvolto nell'indicare le linee guida per le modalità dell'eventuale partecipazione.
Oggi il primo problema non è certo circoscritto ad un intervento interno ai confini libici per aiutare quel popolo a governare la transizione quanto, piuttosto, a rendere i confini libici più sicuri, anche per assicurare alla giustizia internazionale coloro che sono in fuga dalla Libia (se c'è da assicurarli alla giustizia internazionale), e far sentire la pressione internazionale su Stati come il Niger, per evitare che questo possa eventualmente dare eccessive protezioni.
È chiaro quindi che il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi deve chiedere, come sta chiedendo, aiuto sino a fine anno alla NATO e, quindi, alla coalizione internazionale guidata dal Qatar.
Il ritorno alla normalità, che tutti auspichiamo per la Libia, necessiterà certamente di un percorso lungo, un percorso faticoso, come d'altra parte accade per tutte le dittature, in particolare per quelle che finiscono nel sangue.
Come tutti sappiamo - è noto - il Paese è stracolmo di armi leggere, di armi molto facili da usare; dunque, è facile immaginare che si possa scatenare una guerra tra bande, anche perché Gheddafi aveva governato il Paese appoggiandosi su legami che potremmo definire tribali, per cui la Libia non ha assolutamente una sua struttura istituzionale, nemmeno in embrione. Il Governo transitorio è un inusuale mix di esponenti del passato regime ed espressione di movimenti fondamentalisti che, certamente, non sono tranquillizzanti: se è vero che tutti vogliamo cercare di aiutare a costruire la democrazia, bisognerà stare molto attenti a ciò che sta avvenendo e a quella eventuale prevalenza che potrebbero avere all'interno di questo Governo, sia pure transitorio, proprio i movimenti fondamentalisti.
La cosa non è accaduta e non sta accadendo soltanto in Libia, ma anche in altri Paesi dell'area del Mediterraneo, che stanno attraversando le stesse vicende, ad un tempo dolorose, ma certo non prive dell'interesse forte della comunità internazionale affinché l'area stessa possa assumere una connotazione politica differente da quella avuta fino a questo momento.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 11,18)
(Segue POLI BORTONE). Occorrerà del tempo, molto tempo, per tentare di creare una struttura statuale e una struttura amministrativa. Lo abbiamo visto persino in quei Paesi dell'Europa del Sud Est, che pure non sono stati attraversati da vicende così forti, e anche così dolorose, per chi come me non ama le guerre e le vicende che si concludono nel sangue. Si tratta infatti di Paesi che, pur avendo desiderio di democrazia, non riescono ancora ad avere una struttura statuale e amministrativa adeguata ai minimi parametri voluti dalla stessa Unione europea.
È giusto anche che la comunità internazionale, nel rispetto dei diritti umani, pretenda chiarezza. E la chiarezza certamente non potrà essere fatta in tempi brevi: ancora noi, in Italia, pretendiamo chiarezza, fino in fondo, dalla storia. Il Tribunale penale internazionale avrà il compito particolarmente delicato di affidare alla storia la verità sulle accuse mosse a Gheddafi e a suo figlio Saif di crimini contro l'umanità, ma anche su quella che molti considerano l'esecuzione di Gheddafi, che tutti - devo dire, con grande raccapriccio: lo dico in termini di umanità personale, ma credo anche di rappresentare una sensibilità collettiva - stiamo reiteratamente vedendo sugli schermi di tutto il mondo. È lo stesso raccapriccio che abbiamo provato e che proviamo per tutti i crimini, passati e presenti, compiuti contro l'umanità.
Voglio concludere, signor Ministro, ricordando le parole che il Presidente Obama ha pronunciato negli ultimi giorni, parole che non condivido tutte fino in fondo, ma dalle quali estrapolo solo un concetto: tutti popoli devono essere liberi. Liberi dai dittatori ma, aggiungiamo noi, anche liberi dalle tante povertà e dallo sfruttamento di un capitalismo eccessivo. (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud-FS e PdL e del senatore Perduca).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.