CANTONI (PdL). Signor Presidente, ringrazio il Ministro per la sua relazione, che giudico acuta e analitica. Desidero ringraziare, innanzitutto, le nostre Forze armate per l'operato svolto con la consueta professionalità e umanità durante la missione NATO in Libia. Le nostre Forze armate dimostrano ancora una volta il grande prestigio che portano al nostro Paese per la loro professionalità, capacità e umanità.
Vorrei iniziare il mio intervento con un piccolo appunto, che non vuole essere polemico, al senatore Zanda, che, parlando della Libia, ha voluto ancora una volta, come è ormai consuetudine in questo Paese, attaccare il presidente Berlusconi. Io ritengo che ci sia grande ipocrisia, senatore Zanda, perché allora le devo ricordare che questa politica verso la Libia è stata portata avanti dai Governi Andreotti, Craxi e Dini e da esponenti che hanno giudicato, nel corso della storia, i nostri rapporti con la Libia, che - non possiamo dimenticarlo - derivano dalla nostra occupazione. Sono stati rapporti molto difficili, che andavano assolutamente trattati con particolare attenzione, nell'ambito di un processo di sussidiarietà. Criticare in questo modo il presidente Berlusconi mi sembra ingeneroso e non corretto. In ogni caso, ormai è diventata una moda, anche in una giornata come quella odierna, in cui possiamo finalmente acquisire una linea di successo per la lettera e per l'esito raggiunto dal nostro Paese con le manovre finanziarie precedentemente attuate. Tale ulteriore processo e questi impegni fanno del nostro Paese, oltre che la terza potenza industriale europea, anche la seconda potenza industriale produttiva. Mi sembra, quindi, che ci sia stata grande ipocrisia e che non si possano accettare queste gratuite provocazioni, che respingo al suo intervento, senatore Zanda.
Noi riteniamo che la rivoluzione libica vada inquadrata nel contesto delle rivolte popolari che - ricordo - hanno interessato l'intero arco nordafricano e mediorientale, con effetti diversi in vari Paesi. Infatti, laddove in Tunisia e in Egitto esse hanno portato al crollo del potere, rispettivamente di Ben Ali e Mubarak, in Algeria e in Marocco le autorità sono riuscite a trovare, per il momento, un compromesso tra le istanze riformatrici e il mantenimento del potere. Il processo in atto, che in Libia è stato particolarmente delicato e sanguinoso, con una vera e propria guerra civile, imporrà di ripensare le problematiche derivanti dall'affermazione progressiva della cosiddetta primavera araba, che rischia di diventare un inverno islamista per le preoccupanti dichiarazioni del presidente Jalil, il quale ci ricorda che la Costituzione avrà come base fondamentale la sharìa.
Quindi, le problematiche in Libia assumono ora particolare rilievo, stante la recente morte del colonnello Gheddafi e la fine del regime che a lui faceva capo.
Anch'io - come il presidente D'Alia - sono rimasto molto scosso per la barbara uccisione di Gheddafi, che avrebbe avuto il diritto di essere condotto davanti a un tribunale: un popolo civile avrebbe avuto il dovere di farlo. Purtroppo non è stato così, e quindi la sanguinosità di questa azione ci conferma la pericolosità dell'attuale momento.
Con la morte del colonnello Gheddafi e la definitiva fine del regime libico si apre una nuova fase, piena di incertezze, la quale presenta notevoli sfide per la comunità internazionale e l'Italia. Il nuovo assetto politico della transizione libica presenta ancora al suo interno una confusione di ruolo di personalità, sia in ambito civile che militare, che deve essere al più presto dipanata, al fine di identificare chiaramente gli interlocutori istituzionali del Paese. A ciò - lo ricordo - va aggiunta la paura che ha cominciato a farsi largo in ambito occidentale circa l'infiltrazione di elementi fondamentalisti nel fronte ribelle, alimentata dal fatto che in esso figurano numerosi esponenti del Gruppo islamico combattente libico, che sembra avere numerosi legami con Al Qaeda e con veterani che hanno operato sia in Iraq che in Afghanistan.
Nel processo di ricostruzione politica sarà, pertanto, necessario valutare attentamente l'atteggiamento che verrà tenuto dai jihadisti libici, che potrebbero costituire un significativo ostacolo alla successiva partecipazione e democratizzazione del Paese. Non vi è dubbio, infatti, che il prodursi di una situazione di instabilità successivamente alla caduta del regime di Gheddafi possa creare presupposti per una maggiore penetrazione fondamentalista, con effetti sul piano politico e istituzionale facilmente immaginabili. In questa particolare fase, l'impegno militare dovrà, pertanto, gradatamente cedere il passo a quello politico, il quale non potrà che essere volto al rafforzamento del Consiglio di transizione libico, al fine di gestire una positiva negoziazione volta alla pacificazione nazionale. Ricomprendo anche importanti realtà della Tripolitania che difficilmente vorranno rimanere escluse dalla creazione della nuova Libia.
In tale processo il ruolo che l'Italia potrebbe svolgere sarebbe indubbiamente di primo piano, grazie alle ottime relazioni intercorse negli anni di potere del governo Gheddafi e anche al fruttuoso lavoro diplomatico svolto con i rappresentanti del Consiglio di transizione libico. In questo senso, potrebbe essere positiva la costituzione di una forza multinazionale, in sostituzione della NATO, che si affianchi alle autorità locali e le supporti nel difficile processo di transizione. Italia e Libia continuano infatti ad avere bisogno l'una dell'altra, e le priorità italiane, in tale delicato contesto, si concretizzeranno anche e soprattutto nell'aiuto alle vittime civili e nella ricostruzione di ospedali e di scuole.
La nostra Nazione non può prescindere dalle grandi possibilità di apporto energetico che la Libia potrà offrirci. Faccio presente che nel 2010 - ad esempio - essa figurava come nostra prima fornitrice di greggio, coprendo ben il 25 per cento delle importazioni petrolifere italiane, e la quarta per quanto riguarda il gas naturale. Ricordo che il nostro principale operatore a livello internazionale è l'ENI.
La ricostruzione infrastrutturale rappresenterà per il Paese un importante obiettivo di realizzazione per l'imprenditoria nazionale e, sotto tale aspetto, di fondamentale importanza appare la nomina del nuovo Governo ad interim, stante la fase di stallo in cui sembravano versare tutti i contratti, anche quelli relativi alle infrastrutture di emergenza.
Certamente - come il senatore Zanda ha ricordato - c'è da chiedersi: quale sarà il nostro futuro con questo Paese? Voglio ricordare, senza fare assolutamente provocazione politica, che questa guerra è scaturita da interessi sovranazionali. Non dimentichiamo che vengono messi in difficoltà i nostri rapporti, che precedentemente erano di grandissima importanza, con Nazioni come la Francia, che desidera avere l'egemonia nel Mediterraneo e cambiare degli assetti imprenditoriali in questo Paese. Dobbiamo quindi stare estremamente attenti a non cadere nel facile rapporto che potrà esserci in funzione di una sostituzione dei nostri interessi con interessi di altri Paesi.
La fase della ricostruzione istituzionale, inoltre, non potrà non passare per la creazione di forze locali di sicurezza ben addestrate, e sotto tale aspetto l'expertise vantata dall'Italia rivestirà una posizione di primissimo piano. È auspicabile pertanto che l'operato del Governo proceda sulla linea già intrapresa, prestando fede agli impegni internazionali assunti, nel pieno rispetto delle determinazioni delle Nazioni Unite e impiegando tutte le energie disponibili per la ricostruzione della Libia, anche e soprattutto da un punto di vista istituzionale.
Come recentemente affermato dal segretario di Stato americano Hillary Clinton, la morte del colonnello Gheddafi non implica affatto una cessazione automatica delle ostilità, e vanno quindi impedite vendette e bagni di sangue, alimentati dalle tensioni tribali, anche perché proprio su questo punto verrà messa alla prova la credibilità del presidente Jalil sulla volontà di creare un vero Stato di diritto. La svolta democratica, infatti, è il primo elemento senza il quale un'autentica ricostruzione del Paese non sarà mai realmente possibile: essa riposa anche e soprattutto sulla adeguata garanzia di sicurezza e di rispetto dei fondamentali diritti umani. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Poli Bortone e Torri. Congratulazioni).