RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza della vice presidente MAURO
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 10,37).
Si dia lettura del processo verbale.
MALAN, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Informativa del Ministro della difesa sulla missione militare in Libia e conseguente discussione (ore 10,42)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro della difesa sulla missione militare in Libia».
Ha facoltà di parlare il ministro della difesa, onorevole La Russa.
LA RUSSA, ministro della difesa. Signor Presidente, onorevoli senatori, intervengo oggi in Parlamento per riferire dell'impegno italiano nella crisi libica, all'indomani di eventi cruciali: la caduta di Sirte, la morte di Gheddafi del 20 ottobre e la proclamazione della liberazione del Paese da parte del Consiglio nazionale transitorio libico del 23 ottobre scorso.
L'odierna comunicazione si svolge in continuità con la scelta del Governo di trasparente e costante condivisione informativa, manifestata sin dall'inizio della crisi rispetto a una vicenda di particolare importanza internazionale e di specifica delicatezza per il nostro Paese.
Nel particolare, illustrerò i passaggi tecnico-operativi e le decisioni politico-strategiche che si sono rese necessarie dopo le decisioni del Consiglio atlantico del 20 settembre scorso che, sulla scorta della situazione sul terreno, ha deciso di prolungare la propria presenza in relazione al mandato iniziale che attribuiva alla NATO la responsabilità della condotta della missione sino alla fine di settembre.
L'occasione consente anche di trarre un primo bilancio di quanto sinora fatto, nonché di tracciare le possibili linee evolutive del nostro futuro impegno in Libia e di chiarire quali ritengo debbano essere gli ulteriori passaggi parlamentari al riguardo. In tema, ho già avuto modo di rivendicare, anche in queste sedi, l'inequivocabile coerenza e tempestività dell'intervento italiano a favore della popolazione libica, sin dai primi momenti della crisi umanitaria causata dalle proteste popolari, iniziate a Bengasi il 17 febbraio scorso contro il regime di Gheddafi, il quale reagì con una feroce repressione e con un atteggiamento diverso e peggiore di quello che anche inizialmente era stato posto in essere dagli altri Paesi del Nord-Africa in cui l'aria di rivoluzione si era manifestata.
L'Italia, in stretto coordinamento e di concerto con gli altri Paesi alleati, si schierò subito dalla parte della popolazione libica, prendendo parte anche all'intervento militare previsto dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU n. 1973 del 17 marzo 2011, il giorno in cui celebravamo l'anniversario del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Con tale atto, rispondendo al cosiddetto principio della «responsabilità di proteggere», ci si è posti quale obiettivo primario quello di mettere in atto tutte le misure necessarie per la protezione della popolazione civile sotto minaccia di attacco da parte delle forze fedeli a Gheddafi.
Già il 18 marzo scorso le Commissioni riunite esteri e difesa della Camera approvavano due risoluzioni che impegnavano il Governo, in collaborazione con altri Paesi disponibili ovvero nell'ambito delle organizzazioni internazionali, all'attuazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ivi compresa la concessione in uso di basi aeree e navali sul territorio nazionale. In pari data, analoga risoluzione veniva approvata dalle Commissioni riunite esteri e difesa del Senato. Il 23 e il 24 marzo successivi, il Governo interveniva in Parlamento con comunicazioni sulla crisi, e conseguentemente le Camere approvavano le risoluzioni che impegnavano - tra l'altro - il Governo a garantire il ritorno più rapido possibile ad uno stato di non conflittualità e a rappresentare nelle sedi proprie la necessità di affidare alla NATO il comando ed il controllo delle operazioni militari.
In quest'ottica, sin dal 19 marzo, l'Italia ha partecipato alle operazioni militari sotto egida ONU, inizialmente avvenute nel contesto della cosiddetta «coalizione dei volenterosi» fino al marzo 2011. Successivamente, la NATO - qui vi è stato un impegno e un intervento decisivo dell'Italia - assumeva la guida dell'intera operazione militare per la protezione dei civili, la realizzazione di una no-fly zone sull'intero spazio aereo libico e di un'area di embargo navale coincidente con l'intero Golfo della Sirte.
In merito al nostro dispositivo nazionale, dal 29 marzo fino al 20 luglio sono stati resi disponibili alla coalizione 12 velivoli da combattimento e difesa aerea e 4 unità navali. Per l'esattezza, si è trattato di 4 velivoli di tipo Eurofighter e F16, 4 velivoli Tornado ECR e 4 velivoli AV-8B Plus, imbarcati sulla nave Garibaldi. Questi velivoli, oltre ai compiti di ricognizione, difesa e superiorità aerea, hanno assolto anche missioni di soppressione delle difese aeree libiche nonché, grazie alla capacità di impiegare sistemi di armamento di precisione a guida laser o satellitare, azioni contro obiettivi militari selezionati che minacciassero direttamente la popolazione civile. A questi assetti aerei vanno aggiunti per il supporto nazionale due velivoli rifornitori.
Dal 20 luglio, alla luce dell'evolversi della situazione sul terreno a favore delle forze ostili a Gheddafi, e sulla base delle richieste dell'Alleanza, è stata possibile una rimodulazione in senso riduttivo del nostro sforzo; gli assetti nazionali sono stati così ridotti da dodici ad otto velivoli e da quattro a due navi. Inoltre, conseguentemente ad una specifica e insistente richiesta della NATO, l'Italia ha reso disponibile dall'8 agosto un velivolo senza pilota (un Predator) assetto di particolare importanza che avevamo già destinato ai Balcani e che, invece, a seguito di questa richiesta abbiamo trasferito in Libia.
Il 21 settembre scorso la NATO, nella considerazione che ormai il conflitto volgeva a favore delle forze di opposizione e del sempre più limitato potere offensivo delle forze di Gheddafi, ha deciso il prolungamento dell'operazione Unified Protector a scopo precauzionale, per continuare a garantire la protezione dei civili prevedendo il cosiddetto technical rollover, cioè una graduale riduzione tecnica dell'impegno militare. Coerentemente con tale nuova missione, l'Italia ha riarticolato il proprio contributo, in termini sia quantitativi che qualitativi. Da quel momento - stiamo parlando del 21 settembre - la Difesa ha garantito all'Alleanza un dispositivo militare così articolato: una sola nave anfibia - la nave San Giusto - con funzione di nave comando; quattro aerei da combattimento impiegati con funzione di difesa aerea e pattugliamento; un aereo senza pilota tipo Predator; il personale militare istruttore già presente sul territorio libico (si tratta di 10 persone); due aerei per il rifornimento in volo.
Occorre aggiungere che l'Italia durante l'intero corso delle operazioni ha reso disponibile ai Paesi alleati sette basi aeree, ridotte a sei dopo il 30 settembre, sulle quali sono stati schierati circa 160 velivoli di Paesi alleati e amici, nonché due basi navali per il supporto logistico agli assetti di coalizione. Questo ha provocato anche qualche difficoltà al traffico aereo civile: ricordo, per esempio, la difficoltà che abbiamo dovuto far sopportare a Trapani, e che è in via di definizione totalmente positiva. Un sostegno, quello logistico offerto dall'Italia, rivelatosi fondamentale e quanto mai indispensabile per garantire il successo delle operazioni, come più volte testimoniato espressamente da tutti i Paesi partecipanti alle operazioni.
Come ho avuto modo di comunicare il 27 aprile scorso alle Commissioni esteri e difesa congiunte di Camera e Senato, su specifica richiesta del CNT, a similitudine di quanto fatto da Francia e Gran Bretagna e sempre nel rispetto della risoluzione ONU n. 1973, è stato poi disposto l'impiego di un team di circa 10 istruttori militari italiani a supporto del Centro operativo di Bengasi, allo scopo di aiutare e sostenere lo stesso CNT nell'azione di protezione della popolazione civile dagli attacchi delle forze lealiste.
Non va infine dimenticato, per concludere questa nostra ricostruzione di quanto fatto, che la Difesa ha svolto alcune specifiche missioni di aiuto umanitario a favore della popolazione libica. In particolare, dal 22 febbraio all'11 ottobre sono state effettuate 141 sortite di evacuazione di personale e trasporto umanitario, per 1.527 passeggeri complessivi di cui 786 di nazionalità italiana.
Accogliendo poi una urgente richiesta del Primo Ministro del Comitato nazionale transitorio libico, sono stati effettuati, a partire dal mese di settembre, 7 voli per il trasporto di 166 feriti, vittime degli scontri di Bani Walid e Sirte, al fine di consentirne il trattamento sanitario presso strutture ospedaliere nazionali. Devo al riguardo confermare che nella mia visita in Libia ho avuto modo di visitare l'ospedale, ho visto le condizioni dei feriti e ho notato - il che mi ha fatto molto piacere - che in stanze separate, ma contigue, vi erano, oltre ai feriti - per usare la loro terminologia - della rivoluzione libica, che costituiscono la maggioranza, anche feriti dei lealisti di Gheddafi. Ho chiesto, ottenendo conferma, e quindi questo è poi avvenuto, che anche i feriti leali a Gheddafi potessero essere trasportati, ove necessario dal punto di vista sanitario, in Italia. Devo dire che mi ha fatto molto piacere verificare che questo trattamento umanitario non aveva discriminazioni di appartenenza.
Signora Presidente, onorevoli senatori, per quanto riguarda l'aspetto economico ricordo che la legge 2 agosto 2011, n. 130, che ha convertito il decreto-legge 12 luglio 2011, n. 107, prevedeva gli oneri finanziari di copertura dell'impegno militare: erano 58 milioni di euro fino al 30 settembre scorso. Le operazioni successive al 30 settembre non hanno richiesto la previsione di poste finanziarie aggiuntive rispetto all'autorizzazione di spesa iniziale assicurata nel vigente decreto di proroga delle missioni internazionali.
Questa circostanza è stata la conseguenza delle minori esigenze del dispositivo operativo rispetto a quanto originariamente preventivato, derivanti dalla mutata situazione operativa sul terreno, che ha visto avvicinarsi la soluzione del conflitto libico e che non ha reso necessario reperire ulteriori risorse finanziarie. In sostanza, le minori attività operative resesi necessarie e l'oculata gestione da parte delle Forze armate italiane, che ringrazio, hanno consentito di mantenere in disponibilità alcuni milioni di euro (una decina circa) che hanno garantito e potranno garantire la copertura del nostro impegno ancora per alcune settimane, in linea con le decisioni del Consiglio Atlantico.
Non sussiste pertanto alcuna esigenza di prevedere un rifinanziamento della missione, mentre la necessaria copertura giuridico-amministrativa del personale impiegato, cioè la possibilità di dar loro quel che la legge previste - quindi le indennità stabilite in casi come questo - verrà contemplata in un'apposita previsione, da collocarsi nel primo strumento normativo utile. Così del resto è già avvenuto più volte in passato, ivi compreso, da ultimo, l'intervento italiano in Libia, concretizzatosi operativamente nel primo semestre del corrente anno e inserito invece nel decreto di proroga delle missioni per il secondo semestre 2011.
TONINI (PD). Forse andava concordato!
LA RUSSA, ministro della difesa. Signora Presidente, onorevoli senatori, sin qui quanto è stato fatto in questi mesi di assiduo, complesso e delicato impegno, rispetto al quale possiamo fin d'ora affermare, senza rischi di smentita, i seguenti risultati ottenuti: il successo complessivo dell'operazione, con il ruolo determinante della NATO (così come auspicato e sostenuto dall'Italia) e, al suo interno, dell'Italia (sul piano operativo, dell'intelligence e su quello logistico). È importante sottolineare che senza l'intervento della NATO e di altri Paesi amici la rivoluzione non avrebbe avuto speranza alcuna di poter trionfare, e oggi non ci troveremmo a celebrare, con molte speranze (e anche con qualche apprensione), la nascita di una nuova Libia.
Tale storico risultato è stato ottenuto grazie alla particolare attenzione e accuratezza adottata nella condotta delle operazioni militari, concretizzatesi in azioni mirate contro specifici e ben selezionati obiettivi militari e nei confronti di rifornimenti logistici mediante l'embargo navale e il concorso dell'interdizione aerea.
A tutto ciò aggiungo che personalmente mi ero impegnato affinché gli obiettivi militari assegnati ai nostri velivoli escludessero la possibilità di danni collaterali alla popolazione civile, dando un mandato diretto ad un ufficiale generale dell'Aeronautica che operava presso il Comando NATO dell'operazione Unified Protector di intervenire direttamente per garantire l'applicazione della mia disposizione. L'ufficiale, in forma precauzionale - anche per operazioni che poi non hanno prodotto fortunatamente danni - è intervenuto più volte, costituendo così nel concreto l'applicazione di una sorta di caveat che, in ossequio alle indicazioni che mi erano venute dal Parlamento, avevo deciso di disporre.
Fino alla presa di Sirte, vero e proprio punto finale della crisi, il ruolo della NATO si è dunque rivelato decisivo per un pieno successo delle legittime istanze del popolo libico, ma anche e soprattutto per evitare quella che poteva essere una vera e propria strage di un popolo inerme. Ho detto più volte che possiamo solo immaginare quante maggiori sofferenze sarebbero derivate al popolo libico, ed in particolare a quello della Cirenaica, senza l'intervento delle Nazioni che hanno protetto la popolazione civile. I bombardamenti, già iniziati da Gheddafi contro il proprio popolo, sarebbero proseguiti; non dimentichiamo poi che le truppe erano già arrivate alle porte di Bengasi e che il numero, non solo di morti e di feriti, ma anche di persone che sarebbero dovute scappare, soprattutto dalla Cirenaica, per venire in Italia, sarebbe stato incredibile. Onore e merito, dunque, alla valutazione del Parlamento, della NATO e dell'ONU per aver contribuito a lenire queste incredibili sofferenze.
Successivamente alla morte di Gheddafi - evento che, lo ricordo, non rientrava tra gli obiettivi militari della NATO e sulle cui modalità è giusto porsi domande ed avere risposte - il 21 ottobre scorso l'Alleanza ha deciso preliminarmente di interrompere le operazioni militari alla data del 31 ottobre e, nel frattempo, di continuare a monitorare la situazione, tenendosi in stretto contatto con il CNT libico e con il Segretario generale delle Nazioni Unite. In pratica, la NATO ha sostanzialmente ridotto le proprie attività operative, continuando a monitorare la situazione e tenendosi in misura di intervenire - qualora necessario - per la protezione diretta della popolazione.
Ieri, mercoledì 26 ottobre, il Consiglio atlantico ha stabilito che la decisione finale di terminare le operazioni militari il prossimo 31 ottobre verrà presa solo in occasione del Consiglio che si terrà domani, venerdì 28 ottobre. Le ragioni di tale scelta risiedono nell'opportunità di meglio coordinare l'attività della NATO con quella delle Nazioni Unite e del Consiglio nazionale transitorio libico. Al riguardo, voglio però precisare che il nostro sì alla prosecuzione della missione NATO non comporta automaticamente la scelta di quale attività nazionale debba sostenere la decisione che noi - come anche la Germania, ad esempio - abbiamo autorizzato. In particolare, successivamente al 1° ottobre, non sono più state effettuate missioni di volo con utilizzo di armamento - con bombardamenti, per essere chiari - da parte degli aerei italiani e tutto il dispositivo, come vi ho detto, è stato ulteriormente ridotto. Si tratta ovviamente di continuare ad assicurare la disponibilità delle nostre basi. Ricordo che l'adesione alla scelta della NATO e dell'ONU non ha avuto un limite temporale da parte del Parlamento; il limite temporale semmai riguarda il tipo di partecipazione che l'Italia può dare nel tempo alle operazioni della NATO e delle Nazioni che vi partecipano.
Signora Presidente, onorevoli senatori, si apre ora una fase completamente nuova per la Libia, in cui vengono rivisti anche i termini dell'impegno internazionale, oltre che italiano. Terminato - come possiamo sperare che sia, e senza tuttavia escludere possibili marginali strascichi conflittuali - il momento del combattere, inizia ora il momento di ricostruire. Ricostruire una statualità, innanzitutto, in un Paese devastato da questi otto mesi di guerra civile, messo in ginocchio dal lacerante contrasto fra le forze lealiste e quelle insorte. Da quelle rovine bisogna ripartire, saldando la profonda spaccatura interna e sostenendo un percorso virtuoso che porti a compimento il processo di rinnovamento.
Tacciono le armi, e bisogna ora ricucire le ferite e rimettere in piedi questo Paese, toccato da tante sofferenze. In questo - anche in questo - l'Italia a mio avviso è pronta, e deve essere pronta, a fare la sua parte, confermando quel ruolo preminente che storia, geografia e cultura le assegnano nei confronti del Paese amico. Decisivi da questo punto di vista saranno ovviamente l'orientamento e le eventuali richieste del nuovo Governo libico e le coerenti decisioni degli organismi internazionali.
Durante il viaggio che ho svolto in Libia il 7 e l'8 ottobre scorsi, unitamente all'allora ministro della difesa inglese Liam Fox, che chiese espressamente che fossimo insieme a compiere questo viaggio, ho incontrato il ministro della difesa del CNT Daghely e il presidente dello stesso Consiglio Jalil: entrambi hanno espresso il proprio ringraziamento ai Paesi europei, alla NATO ed in particolare all'Italia, sia per il loro intervento a favore del CNT, sia specificatamente per come è stato condotto l'intervento militare aereo, improntato (sono parole di Jalil) a minimizzare al massimo le vittime civili e i danni alle infrastrutture, come dimostrato da quanto avvenuto sul terreno.
Spero che saranno contenti il Parlamento e i senatori ad ascoltare che Jalil, davanti al Ministro inglese e a tutto lo staff, sia inglese che italiano, e al suo (poi lo ha fatto con i giornalisti), per almeno cinque minuti consecutivi si è soffermato a negare con forza che vi fosse verità nell'affermazione di Gheddafi secondo cui il popolo libico abbia odiato o odi il popolo italiano e l'Italia. Al contrario, forse in forma addirittura imbarazzante, dopo una breve premessa sulle ragioni storiche, non certamente positive, del colonialismo, si è soffermato sulla bontà dell'intervento italiano in termini di civiltà, di infrastrutture, di presenza italiana in Libia e sul ricordo positivo che di questa esperienza, a detta di Jalil, hanno i cittadini e le cittadine della Libia.
Tutti e due, sia il Ministro della difesa libico sia Jalil, si sono poi espressamente impegnati a costituire il nuovo Governo provvisorio nei primi 30 giorni della transizione, a partire dalla liberazione di Sirte, che in quel momento non era ancora avvenuta, e che è avvenuta, come sapete, il 23 ottobre. I compiti del nuovo Governo sono tantissimi. Elenco quelli prioritari: riformare le istituzioni; operare con spirito inclusivo e di collaborazione con tutte le componenti della società; costituire Forze armate e di sicurezza forti e coese al servizio del popolo libico. Si tratta di una preliminare road map intesa a conferire un primo riassetto sistemico dello Stato, e ci sarà molto da fare. Penso al nostro contributo in seno all'Alleanza per quanto nelle prossime ore verrà deciso dal Consiglio atlantico, in particolare per il monitoraggio della situazione sul territorio; penso a quanto dovrà valutare il Parlamento italiano in ordine all'attivazione delle articolazioni operative della Difesa, in coordinamento con il Ministero degli affari esteri, che sono in contatto con le autorità diplomatiche italiane e con quelle libiche per assicurare il concorso nei prossimi giorni per il ricovero di altri feriti provenienti dalla Libia. Penso al settore che riguarda la formazione e l'addestramento (ed è qui che dovremo anche fare delle scelte) delle forze di sicurezza libiche, a quello del controllo delle armi chimiche, delle armi antiaeree spalleggiabili e a quello dello sminamento umanitario. Sono problemi seri, se si pensa alla pericolosità che possono rappresentare le armi chimiche e le armi antiaeree spalleggiabili (che sono una sorta di bazooka moderni) se finiscono in mano a persone che fanno parte di organizzazioni terroristiche.
Dicevo che penso in particolare al settore che riguarda la formazione e l'addestramento delle forze di sicurezza libiche, perché abbiamo avuto richieste di una nostra partecipazione già ieri, in occasione di un incontro che riguardava solo i capi di Stato maggiore delle Forze armate in Qatar, in cui si sono ipotizzate soluzioni che meriteranno una attenta valutazione da parte italiana. Il ministro Maroni è peraltro già strettamente in contatto con il proprio omologo libico per assicurare o per valutare la possibilità d'intervento italiano nella formazione della polizia anche in relazione al monitoraggio e al contenimento dell'immigrazione non da profughi che potrebbe derivare dalla situazione.
Insomma, si tratta ora, da un lato di chiudere al più presto, anche se in coerenza con le scelte dell'Alleanza, la missione combattente che ha terminato i propri compiti, e dall'altro, in questa cruciale fase di transizione, i cui modi e tempi non sono ancora ben delineati, di consolidare le basi per la realizzazione dell'auspicato cambiamento.
Il popolo libico ha scelto di voltare pagina rispetto al passato, ed è riuscito a farlo con il nostro aiuto, creando le premesse per un futuro migliore. Il nostro Paese condivide le attese, e io ritengo sia pronto ad accompagnare quel progetto verso una nuova Libia, con la consapevolezza di non poter vanificare lo sforzo finora fatto (sarebbe illogico, dopo aver prestato tanto aiuto al popolo libico nel momento di maggiore difficoltà) e disattendere le legittime speranze di un popolo amico.
In questa fase, esponenti di rilievo del Governo francese hanno ricordato espressamente al popolo libico che i francesi hanno fatto molto per la Libia e che la nuova Libia lo deve ricordare. Noi non abbiamo bisogno di questa sollecitazione, né al Governo né al popolo libico perché - come ho potuto appurare di persona - sia i responsabili del Consiglio nazionale transitorio sia il popolo libico sono perfettamente consapevoli del ruolo determinante che ha avuto l'Italia, e continuano giustamente ad avere con noi - da parte nostra con soddisfazione - un rapporto non solo di vicinanza geografica, ma anche di vicinanza umana e culturale, del quale credo possiamo andare orgogliosi. (Applausi dai Gruppi PdL e CN-Io Sud-FS).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro della difesa.
È iscritta a parlare la senatrice Poli Bortone. Ne ha facoltà.
POLI BORTONE (CN-Io Sud-FS). Signor Ministro, innanzitutto la ringraziamo per la dettagliata relazione che ha inteso svolgere su una situazione che riveste certamente una grande importanza non soltanto per l'Italia, ma per tutto il mondo e, soprattutto, per quell'area del Mediterraneo attraversata dalla primavera araba, che ci auguriamo possa essere veramente una primavera, e quindi foriera di un senso di civiltà completamente diverso da quello che l'ha attraversata fino a poco tempo fa.
Signor Ministro, lei ha fatto una ricostruzione veramente puntuale, soprattutto rispetto alle azioni che l'Italia ha compiuto nei riguardi della popolazione libica. Si tratta di un fatto di grande interesse, perché stabilire rapporti importanti anche in termini culturali, e quindi di rispetto reciproco, è - a mio avviso - determinante nella costruzione di quella democrazia reale che non può e non deve essere imposta da nessuno ad un altro popolo. Infatti, come si suol dire qualche volta banalmente, la democrazia deve crescere dal basso e deve essere condivisa da coloro che hanno compiuto quel passo importantissimo, decidendo di abbandonare - con l'aiuto di altri - una situazione dittatoriale per affrontare i nuovi confini della democrazia, che tutti auspichiamo vi sia in ogni Paese del mondo.
Lei ha fatto riferimento anche ad un aspetto che non può essere considerato di dettaglio, perché ha una grande importanza anche per noi, come Parlamento italiano. Infatti, lei ha riferito che fino a settembre avevamo per legge una copertura di risorse finanziarie.
Il problema, signor Ministro, secondo noi non è rappresentato dalla copertura finanziaria, ma dalla copertura - che lei ha correttamente definito giuridico-amministrativa - che bisognerà trovare alla primissima occasione (e se non ci sarà un'occasione, bisognerà cercare di crearla) per garantire quell'impegno essenzialmente politico, prima ancora che finanziario (ci auguriamo), che l'Italia vorrà avere nei riguardi della Libia.
Lei ha ricordato giustamente il ruolo determinante della NATO e dell'ONU e ha fatto una distinzione sostanziale fra il momento del combattere e il momento del ricostruire. Noi ci auguriamo che il momento del combattere sia cessato, o che comunque possa cessare in tempi brevissimi, e che ci si accinga con grande impegno e con grande volontà comune al momento del ricostruire, cui devono essere dedicate grandissime sinergie. La formazione, l'addestramento, lo sminamento umanitario sono certamente impegni che l'Italia vorrà assumere con quella misura, quella correttezza e quello spirito realmente democratico che un impegno internazionale del genere richiede, senza mettere ovviamente in discussione nessun impegno con la NATO, ma certamente mettendo nell'impegno politico nei riguardi della Libia quell'italianità che è anche l'aspetto più umanizzante della situazione.
Possiamo dire già fin d'ora che noi valutiamo con attenzione, con la dovuta attenzione, l'ipotesi di far parte del Comitato degli amici a sostegno della Libia, di cui fanno parte 13 Paesi, fra cui gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la stessa Francia, naturalmente, che è stata la prima a dimostrarsi così disponibile nei riguardi della Libia. Le diciamo subito, però, che auspichiamo che, nel decidere le linee d'indirizzo di una politica così pesante in un intervento che dovrà necessariamente essere misurato e accorto, il Parlamento venga coinvolto, perché - lo sottolineo - il Parlamento, con molta misura, con molta razionalità e altrettanta decisione, vorrà essere coinvolto nell'indicare le linee guida per le modalità dell'eventuale partecipazione.
Oggi il primo problema non è certo circoscritto ad un intervento interno ai confini libici per aiutare quel popolo a governare la transizione quanto, piuttosto, a rendere i confini libici più sicuri, anche per assicurare alla giustizia internazionale coloro che sono in fuga dalla Libia (se c'è da assicurarli alla giustizia internazionale), e far sentire la pressione internazionale su Stati come il Niger, per evitare che questo possa eventualmente dare eccessive protezioni.
È chiaro quindi che il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi deve chiedere, come sta chiedendo, aiuto sino a fine anno alla NATO e, quindi, alla coalizione internazionale guidata dal Qatar.
Il ritorno alla normalità, che tutti auspichiamo per la Libia, necessiterà certamente di un percorso lungo, un percorso faticoso, come d'altra parte accade per tutte le dittature, in particolare per quelle che finiscono nel sangue.
Come tutti sappiamo - è noto - il Paese è stracolmo di armi leggere, di armi molto facili da usare; dunque, è facile immaginare che si possa scatenare una guerra tra bande, anche perché Gheddafi aveva governato il Paese appoggiandosi su legami che potremmo definire tribali, per cui la Libia non ha assolutamente una sua struttura istituzionale, nemmeno in embrione. Il Governo transitorio è un inusuale mix di esponenti del passato regime ed espressione di movimenti fondamentalisti che, certamente, non sono tranquillizzanti: se è vero che tutti vogliamo cercare di aiutare a costruire la democrazia, bisognerà stare molto attenti a ciò che sta avvenendo e a quella eventuale prevalenza che potrebbero avere all'interno di questo Governo, sia pure transitorio, proprio i movimenti fondamentalisti.
La cosa non è accaduta e non sta accadendo soltanto in Libia, ma anche in altri Paesi dell'area del Mediterraneo, che stanno attraversando le stesse vicende, ad un tempo dolorose, ma certo non prive dell'interesse forte della comunità internazionale affinché l'area stessa possa assumere una connotazione politica differente da quella avuta fino a questo momento.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 11,18)
(Segue POLI BORTONE). Occorrerà del tempo, molto tempo, per tentare di creare una struttura statuale e una struttura amministrativa. Lo abbiamo visto persino in quei Paesi dell'Europa del Sud Est, che pure non sono stati attraversati da vicende così forti, e anche così dolorose, per chi come me non ama le guerre e le vicende che si concludono nel sangue. Si tratta infatti di Paesi che, pur avendo desiderio di democrazia, non riescono ancora ad avere una struttura statuale e amministrativa adeguata ai minimi parametri voluti dalla stessa Unione europea.
È giusto anche che la comunità internazionale, nel rispetto dei diritti umani, pretenda chiarezza. E la chiarezza certamente non potrà essere fatta in tempi brevi: ancora noi, in Italia, pretendiamo chiarezza, fino in fondo, dalla storia. Il Tribunale penale internazionale avrà il compito particolarmente delicato di affidare alla storia la verità sulle accuse mosse a Gheddafi e a suo figlio Saif di crimini contro l'umanità, ma anche su quella che molti considerano l'esecuzione di Gheddafi, che tutti - devo dire, con grande raccapriccio: lo dico in termini di umanità personale, ma credo anche di rappresentare una sensibilità collettiva - stiamo reiteratamente vedendo sugli schermi di tutto il mondo. È lo stesso raccapriccio che abbiamo provato e che proviamo per tutti i crimini, passati e presenti, compiuti contro l'umanità.
Voglio concludere, signor Ministro, ricordando le parole che il Presidente Obama ha pronunciato negli ultimi giorni, parole che non condivido tutte fino in fondo, ma dalle quali estrapolo solo un concetto: tutti popoli devono essere liberi. Liberi dai dittatori ma, aggiungiamo noi, anche liberi dalle tante povertà e dallo sfruttamento di un capitalismo eccessivo. (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud-FS e PdL e del senatore Perduca).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, siamo soddisfatti, per più di un motivo. In primo luogo, perché si è liberato un Paese e abbiamo rispettato tutti gli impegni internazionali e interni che abbiamo assunto: il conflitto ha avuto inizio a febbraio e, sostanzialmente, si è chiuso in questi giorni.
Come Italia dobbiamo rivendicare, con un certo orgoglio, il fatto che abbiamo impedito un grande disordine nel Mediterraneo: ricordiamo le prime fasi, un po' concitate e un po' confuse, che vedevano presenze militari in libertà e azioni arbitrarie che avrebbero davvero rischiato di compromettere il quadro complessivo e costringere chi si trova sulla sponda opposta del Mediterraneo a pagarne lo scotto in prima persona. Dobbiamo rivendicare il fatto che la Lega Nord aveva individuato immediatamente il problema e capito il rischio; il Governo se ne è fatto carico, e tutto, in breve termine, è passato sotto l'egida della NATO. Ciò ha consentito di operare un intervento ordinato e con la legittimità che offre tale grande copertura, dovuta al fatto che c'è un Consiglio di sicurezza e un'Assemblea rappresentativa a livello internazionale che condividono un certo tipo di azione.
La Lega Nord era preoccupata dal punto di vista finanziario per il fatto che l'Italia non naviga in acque felici, per cui ci siamo sentiti di stabilire un contingentamento dei tempi fissando un termine certo per la conclusione del nostro intervento. Il Governo si è impegnato anche su questo fronte, e possiamo dire che la data indicata - anche con una certa preveggenza, che talvolta sconfina in fortuna e casualità - si è rivelata sbagliata di 15-20 giorni, perché ci eravamo prefissati di chiudere la nostra presenza attiva essenzialmente alla fine di settembre.
Quanto all'obiettivo, indubbiamente interferire negli affari interni di un Paese è sempre un'ingerenza che non è consentita dalle norme dei trattati internazionali, però la protezione dei civili e il fatto di evitare massacri ed eccidi è una responsabilità morale che spetta un po' a tutti gli organismi internazionali. In questo è consistito, in sostanza, il nostro l'intervento e la partecipazione dell'Italia all'intervento della NATO. Indubbiamente, si è vista fin dall'inizio la disparità di mezzi in campo tra forze lealiste e forze rivoluzionarie, che non avrebbe consentito una conclusione pacifica e paritetica della vicenda, anche in ambito militare.
Quello che ci ha dato soddisfazione, signor Ministro è quanto da lei riferito anche a seguito della sua presenza e testimonianza in Libia negli ultimi momenti del conflitto. Mi riferisco alle modalità con cui si è svolto l'intervento umanitario e a come tale aspetto sia prevalso anche negli ospedali, visto che si curavano allo stesso modo feriti e malati appartenenti alle forze lealiste e rivoluzionarie. Questo era in sostanza il nostro scopo e ci sentiamo gratificati dalle notizie da lei riferite. Quello che invece non è stato edificante è l'epilogo della vicenda, che non è stato dei migliori o tra quelli auspicabili. Indubbiamente, però, quando ci sono conflitti, violazioni e abusi si compiono tanto da una parte che dall'altra.
L'importante è che il nostro Paese non sia costretto a ripensare la nostra posizione, in quanto non intendevamo assolutamente rifinanziare questo tipo di missione, e ci sembra che la soluzione individuata sia tra le più attinenti a quelle da noi auspicate. Abbiamo notizia che anche il Ministero dell'interno, nella persona del ministro Maroni, è stato contattato dal Comitato provvisorio di liberazione libico proprio in merito all'aspetto della ricostruzione di cui tanto si discute oggi in Qatar. L'aspetto più importante è la neutralizzazione delle armi che comportano problematiche più rilevanti in termini di sicurezza, tra cui le mine, e l'addestramento, non solo dell'esercito, ma anche delle forze civili e di sicurezza, attività questa che ci vede impegnati anche in altri scenari. Sul fronte libico, però, questo sarà ancora più importante, perché potremo addestrare forze di polizia che poi coopereranno in modo migliore con la polizia italiana anche al fine del controllo delle frontiere. Non possiamo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto senza l'intervento in Libia, con una forte e schiacciante presenza militare del vecchio regime, soprattutto in Cirenaica, dove probabilmente sarebbe successo un po' di tutto e non so quanti profughi avrebbero dovuto abbandonare il Paese. Certo è che l'Italia non potrebbe godere della tranquillità che invece oggi può avere.
Infine, signor Ministro, desidero ricordare un impegno morale, oltre che politico, che ci siamo assunti nel luglio di quest'anno, quando si discusse del finanziamento della missione. Mi riferisco al sostegno alle imprese italiane, molte delle quali hanno dovuto lasciare la loro attività o si sono viste penalizzate dal conflitto e si sono trovate a dover affrontare momenti difficili sotto l'aspetto fiscale e tributario, addirittura con l'applicazione di interessi di mora per tributi non pagati, ma involontariamente, in quanto l'impegno libico e i relativi incassi per lavori effettuati in Libia non erano assolutamente certi.
Avevo chiesto con il collega Torri che il Governo si impegnasse proprio a dare sostegno a queste imprese, e noi oggi lo sollecitiamo nuovamente, ritenendo che esse potranno probabilmente ottemperare agli impegni assunti in Libia. Tuttavia, l'aspetto retroattivo relativo ai mesi di difficoltà, anche sotto il profilo economico, crediamo vada considerato: il Governo italiano deve tenere in conto anche gli interessi dei lavoratori e delle imprese italiane in Libia, come oggettivamente se ne era assunto l'impegno nel luglio 2011. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, ringrazio il signor Ministro per la relazione che ha voluto oggi dedicarci.
Vorrei ricordare all'Aula che la Libia è stata praticamente l'ultima Nazione in cui i moti di rivolta sono deflagrati, scatenando l'ira e la repressione del tiranno più longevo. Prima di quel momento, tantissimi sono stati i Paesi, l'Italia su tutti, che avevano intrattenuto rapporti di ogni tipo con il Rais libico.
Ricordo ancora, colleghi, che, nello stesso anno in cui sottoscrivevamo il Trattato con la Grande Jamahiriya araba libica, il segretario di Stato Condoleeza Rice andava a Tripoli a trovare Gheddafi. Non sono mancati addirittura incontri internazionali in cui il presidente Obama e il rais libico si sono trovati a pochi centimetri di distanza l'uno dall'altro.
Questo per dire, signor Ministro, che, oltre all'incapacità del Governo di cui lei è membro, c'è stato anche chi vi ha fatto compagnia in questi anni. Certo, i distinguo sono d'obbligo, Ministro. C'era chi non ha fatto quanto avrebbe potuto e chi invece invitava il dittatore a tenere un discorso dal posto che lei occupa in questo momento. Ricordo ancora che, se non fosse stato per l'Italia dei Valori, oggi avremmo dovuto ricordare anche una tale infausta circostanza.
Signor Ministro, c'è stato anche chi ha detto di non voler chiamare Gheddafi - lo dico dal momento che lei ha indicato la responsabilità del Governo italiano - per non disturbarlo, mentre negli stessi momenti le agenzie internazionali battevano le notizie di bombardamenti sui civili libici operati da forze governative. Questa è la responsabilità di un Governo. Siete tra i corresponsabili, ma, all'interno di essi, forse siete stati addirittura i peggiori.
L'Italia dei Valori non può accettare - come non ha accettato in passato - un simile comportamento, così come non può rallegrarsi della morte del tiranno.
Quando saremo al governo del Paese - se un Paese ci sarà ancora quando gli italiani vi manderanno a casa - noi dell'Italia dei Valori pretenderemo, prima in Consiglio dei ministri e poi nei summit internazionali, che tutto quanto non è stato fatto per la Libia sia fatto nelle future occasioni. Solo allora, se anche quello non sarà servito, potremo pensare di votare dispositivi basati su testi che prevedono giustamente l'uso della forza, così come il capitolo 7 della Carta dell'ONU fa. In quel caso sì, non avremmo problemi a far diventare azione ciò che la Carta prescrive. Questo, perché la Carta, signor Ministro, prescrive di tutelare le vite dei civili, e non di bombardare dall'alto i convogli sui quali potrebbe viaggiare il capo di una delle due fazioni in lotta.
Questo è quello che è accaduto, nonostante il Parlamento italiano abbia autorizzato il Governo - leggo il testo della mozione Reguzzoni e Cicchitto del 3 maggio scorso - «ad intraprendere immediatamente una decisiva e forte azione politica sul piano internazionale finalizzata ad una soluzione, per via diplomatica, della crisi libica che ristabilisca condizioni di stabilità, pace e rispetto dei diritti umani, ponendo fine alla fase militare e ai bombardamenti;» (...) «in accordo con le organizzazioni internazionali e i Paesi alleati a fissare un termine temporale certo, da comunicare al Parlamento, entro cui concludere le azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati sul territorio libico, che comunque debbono attuarsi nel pieno rispetto dell'articolo 11 della Costituzione» (che abbiamo capito fin da oggi che è il tasto dolente). Ora, signor Ministro, lei vuol dirmi che quanto accaduto in Libia è da considerarsi l'attuazione dell'articolo 11 della nostra Costituzione? Sono certo che anche lei è sin troppo intelligente per non incappare in un errore del genere.
Venendo alle modalità con le quali l'Italia ha partecipato alla missione NATO, è superfluo dire che non ci ha convinto, e non siamo d'accordo assolutamente con le sue affermazioni, secondo le quali la cessata necessità di finanziamenti coprirebbe l'operato dei nostri militari. II suo Stato maggiore, signor Ministro, non la pensa così e, a meno che lei non voglia smentirlo in malo modo, come ha fatto con quei militari che avevano dichiarato di aver bombardato obiettivi sul suolo libico, le toccherà trovare per forza una soluzione, così come le toccherà mantenere fede al contentino promesso alla Lega in cambio dell'autorizzazione a partecipare a questa operazione.
È ai nostri militari, a quelli impegnati in questo momento nelle operazioni, che lei deve una risposta, signor Ministro. Dovrà infatti, come spero starà già facendo, ridurre considerevolmente il nostro contingente in Libano, una delle nostre missioni più sottili, oltre che celebri. Il tutto mentre, seppur si parla di riduzioni, in Afghanistan non si intravede alcun cambiamento, anzi vi sono cinque feriti in più, ai quali auguriamo una pronta guarigione (lei non ne ha fatto menzione, e può giustificarlo con il fatto che stiamo parlando di un altro argomento, ma andavano ricordati comunque, perché lei è il Ministro di quei ragazzi).
Venendo alla Libia che vorremmo, signor Ministro, non possiamo nonostante tutto dire che si sia in presenza di un'epocale svolta. Una svolta, certo, si è prodotta, e mai sarebbe stato possibile immaginarlo fino a qualche mese fa. Le cause di questi rivolgimenti sono certamente da individuare - e la invito ad ascoltare queste parole pensando all'Italia - nel crescente disagio di vasti strati delle popolazioni, soprattutto giovani, scolarizzati ma sottoccupati, per la loro costante e prolungata esclusione sociale, economica e politica: giovani che rivendicano il pieno rispetto dei diritti civili e politici, la fine di regimi autoritari e corrotti e una rapida e piena transizione verso sistemi fondati sulla libertà e la democrazia. Pensi all'Italia, signor Ministro: è proprio questo il problema odierno, la piena transizione verso regimi democratici!
La drammatica crisi in atto - ancorché ricca di risvolti certamente positivi per la piena affermazione della democrazia e della pace in un'area così strategica per il mondo, per l'Europa e per gli stessi nostri interessi nazionali - presenta le incognite proprie di ogni fase di transizione. Incognite che, nel passato, hanno già tristemente condotto all'avvento di regimi totalitari di stampo islamista, con relative manifestazioni di illiberale intolleranza religiosa e di aggressività esterna.
Ci interesserebbe sapere che tipo di collaborazione e cooperazione è possibile iniziare con la Libia. La collaborazione per l'estrazione del gas e del petrolio è importante, ma dobbiamo cambiare, dobbiamo entrare con una presenza diversa.
L'Italia dei Valori vorrebbe sapere: cosa accadrà al nostro rapporto con la Libia se al CNT di Bengasi dovesse seguire un Governo islamico e confessionale come in Iran? Che ne sarà delle nostre attività e degli accordi che abbiamo concluso?
Di sicuro, Ministro, lei ci ha aggiornato sulla situazione in Libia, ma non sulla complessiva situazione relativa ai migranti. Eppure l'operato dei nostri militari e dei nostri mezzi è congiunto: la missione rappresenta un tutt'uno, come sostenuto dallo Stato maggiore della Difesa. Immagino non lo faccia perché non potrebbe far altro che ammettere che la pratica dei respingimenti illegali non potrà che continuare per far contento, di nuovo, l'alleato di Governo leghista.
Non potrà che continuare come è accaduto pochi giorni fa a Bari, dove 71 cristiani coopti sono stati rispediti in Egitto, nonostante lì siano perseguitati. In proposito le chiedo, Ministro: ma il 12 gennaio scorso, dopo la strage di Alessandria d'Egitto, il Senato non aveva impegnato il Governo all'unanimità (leggo testualmente l'impegno, che abbiamo votato all'unanimità, della mozione del presidente Gasparri) «ad adoperarsi presso le Nazioni Unite per consentire la tutela e il rispetto di tutte le minoranze religiose; a contribuire in sede internazionale nei modi e con i mezzi opportuni ad un monitoraggio continuo e credibile delle violazioni in materia; a richiamare con la dovuta fermezza l'attenzione delle singole organizzazioni internazionali e dei singoli Governi degli Stati membri dell'Unione europea sulle persecuzioni religiose nei confronti delle minoranze cristiane»?
Lei lo sa, signor Ministro, che a quelle organizzazioni internazionali citate dal presidente Gasparri non è consentito essere presenti nei centri dove i migranti vengono accolti, prima di esser espulsi? È così che il suo Governo pensa di portare a compimento gli impegni assunti con il Parlamento e con gli attori internazionali e dell'Unione europea? È con il taglio di oltre 180 milioni di euro alla missione relativa alla cooperazione allo sviluppo, per il triennio 2012-2014, che volete aiutare il popolo libico?
Siamo passati, ancora una volta, dall'affermare che Gheddafi era «il leader del suo popolo e un faro nel mondo arabo» (non so se lo ricorda, ma queste parole le ha dette il suo collega Frattini), al «no alla no-fly zone», quindi al «sì alla no-fly zone», quindi ancora al «preferisco non disturbare Gheddafi», e a seguire al «sono molto dispiaciuto per lui», dopo al «partecipiamo, però, per carità, non spareremo mai», conseguentemente al «bombardiamo, però, per carità, non colpiremo, anzi stiamo attenti alle parole perché non va bene usare la parola bombardamento» (lei infatti oggi ha parlato di velivoli da combattimento, e addirittura dice: proviamo a utilizzare «missilamento», queste sono parole sue, signor Ministro) così tutte le coscienze possono dormire sogni tranquilli. Sino al finale tragicomico del «sic transit gloria mundi».
Questa non è la politica estera e di difesa dell'Italia dei Valori. Non lo è oggi e non lo sarà mai! Auspichiamo un nuovo futuro per il popolo libico, senza protettori unicamente interessati alle ricchezze del loro territorio, ma con controllori attenti dello sviluppo democratico di un Paese che ha già pagato con 40 anni di dittatura (noi in Italia ne stiamo subendo 20, fino ad oggi) gli errori compiuti anche dai Governi di tutto il mondo, tra i quali il Governo Berlusconi non poteva che spiccare, come ha fatto. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Digilio. Ne ha facoltà.
DIGILIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, ringrazio il Ministro per la sua presenza. Il mio intervento sarà brevissimo per un motivo molto semplice: noi siamo la Camera alta. A prescindere dal discorso del Governo, di cui possiamo poi discutere, e rimembrare anche questioni storiche, che non riguardano soltanto questo Governo ma anche altri, noi dovremmo dare un esempio di compostezza, proprio oggi che la Libia finalmente è libera.
La Libia finalmente libera, anche sul piano sociale. Non è come le altre Nazioni che, dopo una dittatura così lunga, ne emergono alquanto impoverite: il problema della Libia è che si tratta di un Paese ricco. Allora, essendo un Paese ricco, non dobbiamo dare un aiuto alla ricostruzione, ma dobbiamo dare un aiuto alla governabilità di questo Paese.
Quando gli stessi lealisti dicono che devono andare avanti e che hanno un canovaccio per la loro libertà, che è la sharìa, comincerei a preoccuparmi, sul piano geopolitico, perché ci sono altri Stati che sono governati con un'impostazione islamica. Cosa succede se tutto ciò accade anche in Libia?
Quello che noi stiamo facendo, il fatto di polemizzare su questioni del tipo se qualcuno ha o meno baciato l'anello o se un altro ha fatto qualche altra cosa o ha usato termini diversi, come il nostro ministro La Russa che dice che abbiamo mandato aerei da combattimento, non è questo che ci deve appassionare.
La storia ci insegna che, se qualcuno ha baciato la mano al rais Gheddafi, vi è stato qualcun altro che ha ricevuto con tutti gli onori di Stato, compreso il Presidente del Consiglio di un tempo e il Presidente della Camera di un tempo, Ceausescu all'aeroporto di Ciampino, se non sbaglio. Non dobbiamo poi meravigliarci se gli altri Governi di sinistra prima hanno mandato a bombardare e poi sono tornati indietro, in Parlamento, a dire che era stato fatto per via di interessi nazionali. Qual era l'interesse nazionale? Su tali questioni ci andrei cauto. Quali erano le questioni internazionali: quelle di riportare un terrorista come Ocalan sugli aerei di Stato? Dove erano le organizzazioni internazionali quando Ceausescu è morto, facendo una fine ingloriosa, come Gheddafi, come altri? Quando è stato ricevuto dal Capo di Stato italiano, probabilmente perché era tra i maggiori detentori delle importazioni di carne, e vi erano interessi sia della Lega bianca sia della Lega rossa?
Non è così che dobbiamo impostare il ragionamento. Noi abbiamo commesso degli errori quando abbiamo impostato nel contesto generale il discorso con la Libia. Dovevamo essere uniti. Non dovevamo subire ricatti della Lega Nord, che diceva che se succede qualcosa in Libia verranno gli immigrati in Italia. Non dovevamo subire ricatti di altri partiti di centrosinistra secondo cui quelle azioni non andavano fatte. Puntualmente, chi ci ha preceduto sono stati gli Stati Uniti d'America, la Francia, la Germania. Ma questo perché? Perché non c'è il sentire comune nazionale o il vivere comune nazionale su determinate questioni? Il perché sta nel fatto che non c'è un esercito europeo.
Quando militavo in un'altra formazione politica, negli anni '70 e '80, ed avevo qualche anno di meno - e qualcuno partecipava con me a quelle esperienze - il nostro slogan era: Europa, Europa, Nazione sarai! Fino a quando ci sono questi disfattisti, cui non importa dell'Europa o del sentimento nazionale, non devo fare altro che ringraziare il ministro La Russa che, nonostante non siamo nello studio dello stesso stregone per determinare certi ragionamenti politici, è andato avanti.
Allora non bisogna dire oggi che la ricostruzione della Libia sarà un momento difficile: no, la ricostruzione della Libia sarà un momento facilissimo, se siamo uniti. Se siamo uniti, e non andiamo a cercare l'ago nel pagliaio - compito che non ci compete - nei confronti di questo o di altro Governo, allora è naturale che nessuno vi rinfaccerà, caro senatore Pedica, altre situazioni. Ma chi ha portato i capitali libici in Italia, nella FIAT, al Credito Italiano, chi ha avuto i primi rapporti commerciali con quegli Stati canaglia che hanno contribuito ad arricchire i fatti ed i fattacci propri anche sul piano italiano ed internazionale: è stato il centrodestra? Quali sono stati i Governi che hanno voluto impostare un ragionamento politico? Allora, ben venga! Se volete, facciamo lo scontro politico. Ci assumiamo determinate responsabilità, ma non pensiate che la ricostruzione della Libia sarà una passeggiata per l'Italia e per gli altri Paesi solo perché ci sono le ricchezze.
Non pensatelo, perché se quelli, come popolo, oggi dicono che la loro base è la sharìa, probabilmente avremo ancora più problemi, e se non siamo uniti nelle Camere del Parlamento probabilmente ci daranno problemi, sia economici sia di ordine morale. (Applausi dai Gruppi PdL e CN-Io Sud-FS. Commenti del senatore Viespoli).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alia. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Signor Presidente, dopo 42 anni di dittatura abbiamo assistito con grande disgusto alle scene del massacro del dittatore Gheddafi, assassinato da una rabbia, feroce e ingiustificabile dal nostro punto di vista, che meriterebbe una Commissione d'inchiesta internazionale per comprenderne le ragioni. Noi siamo stati e siamo contrari alla politica del Governo, che ha firmato un trattato con Gheddafi, per le ragioni che sono note e che, per brevità, non ripetiamo; però non ci è piaciuto lo spettacolo indecoroso avvenuto in Libia, che è un segno inquietante e preoccupante del fatto che il percorso della ricostruzione in quel Paese sarà molto più difficile e complesso di quanto non si immagini.
Per la verità, ci saremmo aspettati anche in questo caso qualche parola in più - meno latino e più umana comprensione - da parte del Presidente del Consiglio, visti i precedenti dei rapporti interpersonali tra i due. L'Italia, infatti, nel volgere di poco tempo, di meno di un mese, ha dovuto rovesciare la politica di stabilità pro-Gheddafi, che è stata una costante nella storia delle sue relazioni internazionali, e che con l'attuale Presidente del Consiglio aveva raggiunto tinte pittoresche, rispondenti alla politica della pacca sulla spalla. Credo non sia superfluo ricordare il tempo della tenda allestita al centro di Roma, i caroselli berberi, il baciamano, le nostre Frecce tricolori sul cielo libico (che peraltro si rifiutarono di effettuare le evoluzioni con il verde della Jamahiriya).
Dalla iniziale dichiarazione di non interferenza negli affari interni di un Paese - il Presidente del Consiglio asseriva «non voglio disturbarlo», mentre Gheddafi massacrava il suo popolo - si è passati ad una politica più assertiva. Solo il 25 aprile, però, a seguito delle consultazioni - che è bene ricordare - tra il Presidente del Consiglio e il presidente statunitense Obama, l'Italia ha assunto un ruolo pienamente partecipativo all'operazione Unified Protector, promossa da Francia ed Inghilterra sotto il comando NATO, attraverso l'impiego delle forze aeree italiane, non solo dedicate al pattugliamento ma anche al bombardamento di alcuni obiettivi strategici del regime.
Ora che la fine del regime è stata segnata dalla morte del suo dittatore, la domanda che ci poniamo, e per la quale abbiamo chiesto che il Governo venisse a riferire in Parlamento, è se saremo ancora costretti a subire il riso ironico del presidente Sarkozy, che rivendica la primogenitura dell'operazione, del riconoscimento del CNT e il ruolo decisivo nella cattura del rais e che ha già mostrato chiaramente la volontà di riscuotere i frutti del proprio impegno militare. Ovvero, alla luce dei rapporti pittoreschi con l'ex rais e delle esitazioni del nostro Governo rispetto alla Francia, all'Inghilterra e agli Stati Uniti, che ruolo giocherà il nostro Paese nel post-Gheddafi? Questa è la domanda che ci interessa: che parte potrà assumere l'Italia nella ricostruzione civile ed economica della Libia, da protagonista o da comparsa, considerati i consistenti interessi economici e strategici del nostro Paese, nel Nord Africa e nel Mediterraneo?
Infatti, mentre Gheddafi con grande furbizia politica si insinuava nelle pieghe della nostra politica, ne capiva i marchingegni e i trucchi, e mentre noi abbiamo stipulato un trattato che oggi - lo dice uno che non lo ha votato - è a rischio se non comprendiamo cosa il nostro Paese vuole fare e farà (e non l'abbiamo molto chiaro nemmeno dopo le parole del ministro La Russa) il Governo ha sottovalutato ciò che avveniva lì, in Tunisia e al Cairo, cioè tutto lo sconvolgimento sociale che ha rivoluzionato la condizione economica, sociale, politica ed istituzionale dei Paesi più importanti del Nord Africa, con cui il nostro Paese ha da sempre intrattenuto relazioni diplomatiche, internazionali e di affari molto forti. Così, se Gheddafi davanti all'Unione africana si ergeva ad esempio di rivincita sull'ex Paese invasore, degli accordi già sottoscritti e dei nostri contratti ora cosa ne sarà? Sappiamo che 47 miliardi di barili di riserve l'anno fanno della Libia il terzo forziere di greggio dopo Arabia Saudita e Iraq. Anche nel 2010 la Libia è stata il nostro primo fornitore di greggio (coprendo il 25 per cento del nostro import petrolifero) e il quarto di gas. ENI è stata fino a febbraio il maggiore operatore internazionale in Libia. E proprio l'ENI è riuscita con successo a riattivare alcuni importanti giacimenti.
In primavera la camera di commercio ItalAfrica aveva stimato in 130 le imprese italiane in Libia, per investimenti nell'ordine di 60 milioni di dollari, soprattutto in settori come forniture per l'edilizia, plastica, meccanica, turismo: i settori classici delle imprese italiane che vanno da sole per il mondo. A queste si devono aggiungere le grandi imprese coinvolte nelle grandi opere frutto del trattato del 2008, che è stato congelato (così abbiamo letto sui giornali per bocca del ministro Frattini), o meglio, infiammato nella rivolta libica. Se il Governo italiano non avesse esitato tanto, Obama forse non si sarebbe scordato di ringraziarci, e oggi ci sarebbero più certezze per gli accordi già sottoscritti e per i nostri contratti.
Certo, ci rendiamo contro che è troppo presto per formulare delle considerazioni sull'esito dell'intervento in Libia. È tanto certo che Gheddafi fosse un dittatore quanto incerto è il futuro di questo Paese. La deriva fondamentalista, infatti, è dietro l'angolo e le parole del numero uno del Consiglio nazionale transitorio (CNT), Mustafa Abdel Jalil, sono dei macigni in tal senso, a testimonianza che la democrazia, a volte (e forse il più delle volte), è purtroppo difficile da esportare.
Si apre quindi una fase delicatissima, di cui il primo passo che si rende necessario è l'avvio, come ricordava il Ministro, di un processo di riconciliazione nazionale per creare nuove istituzioni, per il rilancio di una identità nazionale, da sempre debole, e per un rinnovato equilibrio tra le varie componenti di controllo e di potere in Libia. In tal senso, la comunità internazionale è chiamata a garantire condizioni di sicurezza sufficienti al mantenimento della pace e dell'integrità territoriale. La caduta di Gheddafi deve essere accompagnata, infatti, da un impegno internazionale nella stabilizzazione del Paese; altrimenti si aprirebbe uno scenario fallimentare e in esso uno scenario ancora più preoccupante e fallimentare per l'Italia.
Infatti, se il Paese non fosse in grado di pervenire ad una vera e propria riconciliazione, le forze sopite, represse e controllate nei quattro decenni di governo Gheddafi, troverebbero lo spazio per una corsa al potere che potrebbe non essere pacifica. Le debolezze dell'identità nazionale libica potrebbero avere la meglio. L'unità territoriale libica, infatti, è essenzialmente un risultato del colonialismo italiano che unificò territori precedentemente amministrati singolarmente. Un primo conflitto potrebbe riguardare le regioni del Paese Cirenaica e Tripolitania. Permane infatti un problema di legittimità del CNT e del suo leader Jalil: difficilmente questo ex esponente del regime di Gheddafi, espressione della Cirenaica, potrebbe essere accettato da quella parte di popolazione che ha lungamente appoggiato Gheddafi e il suo clan. Altri conflitti potrebbero poi riguardare proprio i clan. Ce ne sono 140 in Libia, di cui 30 hanno una consistente rilevanza numerica. Non ultimo, conteranno le divisioni politiche: lo stesso CNT appare frammentato al suo interno e la sua composizione molto eterogenea a causa di orientamenti politici troppo differenti. Emerge con prepotenza, quindi, il rischio di una deriva islamista: nella mancanza o nella debolezza di un'identità nazionale unitaria, l'islam radicale potrebbe colmare questi vuoti.
Per questo, l'impegno della comunità internazionale nel post-Gheddafi deve essere pieno. C'è bisogno dì accompagnare la Libia lungo la strada del processo democratico, anche se, dobbiamo esserne consapevoli, l'impegno della comunità internazionale potrebbe non dare i frutti sperati. C'è il rischio che, insieme magari all'introduzione di elementi di maggior rappresentatività della popolazione, di una nuova cornice costituzionale (la Libia ne è priva), di una maggior tutela delle libertà e dei diritti, chiunque al potere possa essere tentato di tornare ad elargire vitalizi e beni primari in cambio di acquiescenza nei confronti della gestione del potere, anche con lo scopo di guadagnare un facile consenso. Il risultato sarebbe la formazione di uno Stato che non rinuncerebbe alla distribuzione della rendita petrolifera alla popolazione. La Libia resterebbe quindi uno stato allocativo o distributivo, rendendo di nuovo difficile l'avvio di un processo di democratizzazione. Per questo, non va trascurato l'aspetto economico: si tratta di convertire il sistema economico precedente, fondamentalmente basato sul petrolio, in un'economia diversificata, ove venga concesso ampio margine all'iniziativa privata.
Occorre allora che il Governo risponda all'unica domanda che in questo momento credo sia utile porre da parte del Parlamento: quale ruolo potrà avere l'Italia in tutto questo? Quale ruolo nel processo di democratizzazione, nella ricostruzione e nella ripresa dell'industria petrolifera? Certo, i presupposti non sembrano tra i più positivi dal punto di vista politico, se consideriamo, signor Ministro, che, al di là delle sue dichiarazioni in ordine alla proroga della nostra missione internazionale e alla scadenza della stessa, lei ha detto che dal punto di vista economico non vi sarebbe l'esigenza di un rifinanziamento della missione, perché ci sarebbero ancora 8-10 milioni di euro, dei 58 originariamente stanziati, da poter utilizzare. Secondo quanto lei ha riferito, sembrerebbe poi che non vi sia neppure un problema sotto il profilo del trattamento della condizione giuridico-amministrativa che attiene al personale impiegato.
Non sono però queste, secondo noi, le questioni di particolare rilievo a livello parlamentare. La questione politico-istituzionale è un'altra. Dal 30 settembre il Parlamento non ha più autorizzato questa missione e allora il punto è capire che cosa il Governo intende fare e perché non lo abbia fatto. Il punto non è la pratica burocratica relativa al personale militare e civile impiegato nella missione, né il problema della benzina sugli aerei, così com'è stato banalizzato dal ministro Bossi. La questione è capire qual è la politica del nostro Paese in Libia, sia per quanto riguarda le modalità di rilancio, sia con riferimento alla missione, che comunque va completata, mentre non vi è la copertura parlamentare necessaria; questo è certamente un fatto grave dal punto di vista istituzionale, ed ancor prima dal punto di vista politico, perché sconta il limite del condizionamento irresponsabile della Lega.
Abbiamo letto poco fa un dispaccio di agenzia secondo cui «Roma valuta la partecipazione ad una forza multinazionale in Libia. L'Italia, in raccordo con il CNT libico e con i partners, sta esplorando e valutando le modalità della nostra partecipazione alla forza multinazionale che potrebbe sostituire la NATO in Libia». È quanto avrebbe appreso l'ANSA da autorevoli fonti diplomatiche. Lo scopo del nostro dibattito odierno era proprio quello di capire se l'Italia intende investire in Libia, rilanciando la sua politica estera in quel Paese. In particolare, il Governo italiano dovrebbe dirci se intende partecipare ad una forza multilaterale e completare la missione, secondo le linee che saranno dettate dalla NATO o se, invece, sconta il limite del veto posto dalla Lega alla prosecuzione della missione, sicché lo stesso rifinanziamento è stato circoscritto nell'ultimo provvedimento a soli tre mesi. Il Governo dovrebbe dirci, ancora, se tiene realmente a ciò che è scritto nel Trattato.
Vorrei ricordare che per giustificare l'intervento militare in Libia - credo che lo si possa definire così - si è fatto ricorso a non meglio precisati accordi di natura internazionale per il pattugliamento delle coste in mare e per il contrasto all'immigrazione clandestina. Tutte queste cose ora sono scomparse? Non c'è più l'esigenza di contrastare l'immigrazione clandestina, con i migranti che Gheddafi ci mandava per ritorsione, per cui non è più opportuno rifinanziare la missione, perché i soldi non servono più? In ogni caso, al di là della gestione passata della vicenda libica, che si commenta da sé, ciò che ci preoccupa, e tanto, è soprattutto l'incertezza con cui il Governo sta affrontando il tema del ruolo dell'Italia in Libia dopo la morte di Gheddafi.
Possiamo anche decidere di delegare la politica estera e di sicurezza del Paese all'ENI, che è l'unico soggetto che in quel Paese sta curando in maniera positiva gli interessi dell'Italia. Noi non siamo d'accordo, ma ne prendiamo atto. Di fatto è ciò che è avvenuto ed è ciò che sta avvenendo, perché non abbiamo alcuna risposta su quanto si vuole fare, su come lo si vuole fare, né ci viene data nessuna risposta coerente rispetto alle motivazioni, che noi non abbiamo condiviso, ma che la maggioranza ed il Governo hanno portato a fondamento dei provvedimenti di proroga dell'intervento in Libia giustificandoli, per bocca dei colleghi della Lega, con l'esigenza di evitare il traffico di clandestini sulle nostre coste e a Lampedusa.
D'incanto, tutto questo è finito. Personalmente, credo che in realtà non sia invece mai iniziato, e che sia obiettivamente preoccupante il fatto che il Governo non sia venuto a dirci quale politica estera intenda portare avanti nei confronti di quella che è l'area strategicamente più importante per gli interessi nazionali. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI e PD e del senatore Pardi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Torri. Ne ha facoltà.
TORRI (LNP). Signor Ministro, la ringrazio per la relazione che ci ha illustrato.
LEGNINI (PD). Ma quanti parlano del Gruppo della Lega Nord?
TORRI (LNP). Prendo atto che c'è poca lucidità da parte dei colleghi dell'opposizione.
PRESIDENTE. Si sono divisi i tempi in due blocchi, come è successo ieri a due esponenti del Gruppo del Partito Democratico.
TORRI (LNP). Probabilmente, lo dico con serenità, questa è la dimostrazione provata e palese dell'incapacità di questo Parlamento di trovare, su dei temi seri, un punto di unione. È finita in parte la missione in Libia, dove si è vista l'estromissione di un dittatore, e siamo qui che continuiamo, anche a livello di opposizione, a tirare in ballo cose palesemente ridicole. Lo dico perché quello che ho sentito da alcuni colleghi dell'opposizione (non ho ancora sentito quelli del Partito Democratico, ma lo posso già immaginare) è un ritornello sempre uguale: il ricatto della Lega Nord, la Lega che ha dettato delle condizioni.
Vorrei che vi fosse chiaro che la Lega Nord ha dimostrato di essere un partito leale e serio (Applausi della senatrice Bonfrisco), che ha posto una condizione che era quella del termine del 30 settembre, che poi è stato spostato di pochi giorni e che soprattutto non ne ha mai fatto un cavillo di scelta precisa per affossare il Governo. (Commenti della senatrice Marinaro). Noi siamo sempre stati leali rispetto a quello che abbiamo detto.
Lo dico perché bisognerebbe anche capire che è sbagliato, in un momento come quello che sta attraversando il Paese, continuare a strumentalizzare la posizione che si era manifestata nella scelta di andare in Libia: noi allora chiedemmo l'intervento a pieno titolo da parte della NATO, perché il tutto è avvenuto, glielo riconosco, signor Ministro, perché noi della Lega, in modo lungimirante (questo merito me lo prendo) avevamo detto che non si poteva fare un'operazione di questo tipo se non sotto l'egida della NATO. Questo ci ha permesso di realizzare un risparmio anche in termini economici, con una missione certa, con delle date precise, e ci ha permesso di lavorare con una certa dignità.
D'altra parte, concordo anche con quello che ha detto il Ministro sul fatto che non è forse neanche corretto, oltre ad essere inutile, rivendicare il ruolo del nostro Paese in quello che è successo in Libia. All'ultima riunione dell'Assemblea della NATO, qualche decina di giorni fa, ho votato contro la risoluzione sulla Libia, non perché fossi contrario a quello che è stato fatto in Libia, ma perché si parlava di plaudire all'operato che era stato, prima della NATO, della Francia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Ritenevo che non fosse corretto fare, già all'inizio, la lista degli aventi diritto a pieno titolo escludendo l'Italia, che in quel caso era coinvolta, perché sarebbe stata una risoluzione pasticciata, e questo è quello che poi è accaduto nell'Assemblea della NATO.
Ritengo che occorra essere persone serie: plaudiamo al fatto che, nei 58 milioni, si sia fatta una scelta oculata e si sia realizzato un risparmio, dovuto anche alla gestione accorta da parte delle persone che gestivano i reparti là. È normale che adesso dobbiamo trovare una condizione di copertura giuridica, come ci è stato chiesto dal segretario generale della NATO Rasmussen. Quando ho discusso con lui, nel poco tempo che avevo, sono stato chiaro: è ovvio che c'era un problema di definizione finale dell'operazione in atto. Dobbiamo dare una copertura giuridica: se c'è stato un avanzo nei 58 milioni, come anche il senatore D'Alia diceva, ci sono 10 milioni che forse possono essere utili per fare una copertura finale.
Ragionando sul discorso della cooperazione, credo che, se ci viene chiesta, com'è successo per l'Afghanistan, la possibilità di fornire degli istruttori, il nostro Paese non abbia alcuna difficoltà a fornire delle persone che hanno dimostrato grandi capacità in quel ruolo, come i Carabinieri. (Applausi della senatrice Bonfrisco). Ce lo hanno chiesto tutti gli altri Paesi ed è normale che dobbiamo dare un contributo di cooperazione a loro che è diverso dal bombardare e dal fare delle azioni militari che non sono più in essere, che sono terminate, ce lo ha ricordato il Ministro.
Ci saranno ancora tre mesi, nel corso dei quali credo che valuteremo le misure che verranno previste nel decreto, ma in cui sicuramente ci si occuperà della messa in sicurezza della Libia. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che purtroppo si trattava di un Paese tribale, e che non era facile portarvi la democrazia e un sistema di gestione politica democratica. Dobbiamo anche ricordare, caro senatore Pedica, che voi parlate come il libro "Cuore" sottolineando che non si può pensare all'eventualità delle entrate economiche derivanti dalla Libia, però lo fate in modo infingardo (permettetemi il termine, che però è giusto). Noi dobbiamo essere preoccupati non solo di quell'aspetto, ma anche del fatto che si afferma di voler instaurare la sharìa. Tuttavia abbiamo iniziato un'operazione in Libia che ora, bene o male, è terminata. Al riguardo, concordo con il ministro La Russa, perché anche io ritengo che l'epilogo finale sia discutibile per come è avvenuto e che dunque si dovrà fare un ragionamento con il Tribunale internazionale, visto che alcuni personaggi sono, a mio avviso, equivoci. (Applausi della senatrice Bonfrisco).
Non possiamo però nasconderci dietro un dito. Forse volete mettere in piedi anche in questa sede la rampogna alla Lega. Io sottolineo, però, che la Lega Nord è un partito serio: infatti, noi non avremmo mai fatto mancare il nostro aiuto.
Senatore Pedica, se voi andrete al Governo - ed io mi auguro il più tardi possibile - sono sicuro che ci sarà una parte avversa che dovrà aiutarvi a coprire le missioni internazionali, perché voi non ne siete in grado. Infatti, voi dite una cosa di giorno e la sera fate in modo diverso. (Applausi dal Gruppo LNP e della senatrice Bonfrisco. Congratulazioni. Commenti del senatore Pedica).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zanda. Ne ha facoltà.
*ZANDA (PD). Signor Presidente, ieri alla Camera dei deputati la presidente Bindi si è dovuta scusare con una scolaresca presente tra il pubblico per una rissa scoppiata in Aula. Questa mattina qui, in Senato, dovremmo scusarci per una ragione opposta, perché in Aula stiamo discutendo una questione rilevantissima come la nostra missione in Libia, ma i senatori presenti non rappresentano il plenum dell'Assemblea, soprattutto per quanto riguarda la maggioranza.
A proposito dei lavori parlamentari, sottolineo incidentalmente che questa mattina mi sarei aspettato da parte del Presidente del Senato una risposta alla richiesta che ieri abbiamo avanzato di insistere affinché il presidente Berlusconi venisse in Aula a riferire sul suo viaggio a Bruxelles. Questa risposta per ora non c'è stata e quindi ritorno a rivolgere in modo pressante tale invito affinché il presidente Schifani eserciti tutti i doveri connessi alla sua funzione.
Ringrazio il ministro La Russa della sua informativa. Gli do atto volentieri del fatto che l'informativa è stata ricca di particolari sulla forza militare impiegata dall'Italia nella missione in Libia e sui modi di impiego di tale forza.
Ora mi accingo a svolgere qualche osservazione di carattere politico. Prima, però, desidero sottolineare che il Senato della Repubblica deve ringraziare in modo sincero e solenne i nostri militari impiegati nelle missioni internazionali di pace: dobbiamo loro un ringraziamento sincero e molto rispetto; dobbiamo attribuire loro tutto l'onore che meritano. Dobbiamo stare molto attenti, però, a tenere lontani i nostri militari dalle tensioni politiche: non dobbiamo far pesare su di loro gli alti e i bassi di una politica italiana che non sempre è all'altezza dei problemi, così come non dobbiamo scaricare sulle Forze armate neanche gli errori commessi dal Governo italiano.
Oggi in Senato, signor Ministro, dobbiamo svolgere un dibattito politico sulla nostra missione in Libia e sui nostri rapporti con la Libia; dobbiamo svolgerlo sapendo che tale dibattito dovrà essere improntato alla lealtà e alla verità.
Devo sottolineare con franchezza di non avere sentito, nella sua relazione, nulla che mi facesse percepire una consapevolezza piena dei rapporti che negli ultimi anni sono realmente intercorsi tra l'Italia e la Libia.
I nostri rapporti con la Libia sono un paradigma perfetto del fallimento della politica estera di Berlusconi. In modo particolare perché è stata tutta, da parte sua, basata sulla formula del successo dei suoi rapporti personali con i Capi di Stato e di Governo degli Stati esteri. È questa formula che anche in Libia è franata.
Anche in quest'Aula, anche in Senato, quante volte abbiamo sentito dire a Berlusconi che l'Italia contava politicamente nel mondo per i suoi meriti personali e per il suo personale rapporto di amicizia con i Capi di Stato e di Governo esteri?
Come possiamo non ricordare, signor Presidente, di quando Berlusconi ha dichiarato in quest'Aula che a lui si doveva la fine della Guerra fredda, che a lui si doveva il fatto che il Presidente americano aveva investito 700 miliardi di dollari affinché non fallissero le banche, che a lui si doveva la mancata invasione da parte della Russia con carri armati a Tbilisi. E come facciamo a non ricordare una frase che risentita oggi, detta qui in Senato, spiega bene quale è stata la politica estera di Berlusconi.
Dice Berlusconi in Senato, con gli applausi della sua maggioranza: «Credo davvero che la storia chiarirà quelle cose che sono state fatte dal Presidente del Consiglio italiano, grazie alla sua capacità di suscitare amicizia, rispetto e stima nei suoi interlocutori; anche per non essere solo un politico, tanto meno di professione, ma per la sua storia personale che l'ha fatto diventare un tycoon. Tale fatto, agli occhi soprattutto degli anglosassoni, incute ammirazione e rispetto».
Ecco, è questa formula politica, signor Ministro, che è fallita. In realtà, questo è stato negli ultimi tre anni e mezzo il nostro rapporto con la Libia: non un rapporto tra l'Italia e la Libia, ma un rapporto tra Gheddafi e Berlusconi.
Ed anche la sua informativa, signor Ministro, che - mi perdoni - è stata priva di attenzione agli aspetti politici del modo con cui sono stati intrattenuti i rapporti tra l'Italia e la Libia, conferma quali possano essere le conseguenze di una politica estera che si basa più sulla visibilità personale che sulla solidità dei rapporti tra gli Stati.
Ha fatto molto impressione in Italia, nel nostro Paese, la volgarità dell'ultima visita di Gheddafi. Non voglio ricordarne i particolari, ma ricordare invece - perché credo abbia molto colpito le cancellerie - che nel momento di maggiore crudeltà della repressione di Gheddafi nei confronti del suo popolo Berlusconi diceva di non avergli telefonato per non disturbarlo. Lo ha ricordato poc'anzi anche il senatore D'Alia.
Non scorge anche lei, signor Ministro, del cinismo, del cinismo inumano nel fatto che Berlusconi, parlando della morte tragica, violenta di quello che lui stesso ha dichiarato essere un suo amico, non abbia saputo dire altro che: sic transit gloria mundi! A me sembra una cosa grave. Mi sembra molto grave.
Il linea generale - mi rifaccio alla sua relazione - le missioni internazionali dell'Italia, svolte nell'ambito previsto e consentito dalla nostra Costituzione, hanno permesso negli ultimi lustri atti molto rilevanti e significativi nell'impegno politico internazionale dell'Italia. Debbo dirle a questo proposito, signor Ministro, che il suo inciso sul mancato intervento del Governo alla scadenza (fine settembre) della norma di legge sulla missione in Libia denota una distrazione, una sottovalutazione del Governo che è dovuta - come dimostra l'intervento del senatore Divina - esclusivamente a motivi politici.
Il senatore Divina ha detto che la Lega non voleva più che venisse rifinanziata la missione. Il Governo ne ha tenuto conto e non ha più presentato il disegno di legge. Adesso il signor Ministro ci dice che per un aspetto particolare, che riguarda la retribuzione dei nostri militari, ci sarà una sanatoria. Stiamo parlando di militari impegnati in un fronte di guerra e dunque non credo che le sanatorie siano il modo giusto per intervenire.
Mi permetta, signor Ministro, ma ciò ha a che fare con i rapporti del Governo, di cui lei fa parte, con il Parlamento. C'è un impegno, che il signor Ministro conosce, previsto da una legge della Repubblica, per cui due mesi prima della scadenza delle missioni - quindi per l'Afghanistan e il Libano parliamo del 31 ottobre - il Governo deve illustrare al Parlamento il programma che intende attuare, relativamente a tali missioni, per l'anno successivo. Il 31 ottobre è arrivato, signor Ministro, e pensiamo che lei, che crede nella legalità, soprattutto a proposito delle missioni, venga in Parlamento a discutere il programma per il futuro.
Concludo ricordando che in alcune fasi della nostra storia recente è persino apparso che gli unici momenti di prestigio internazionale dell'Italia - gli unici che sono stati riconosciuti nel tempo del Governo Berlusconi - e l'unica ragione per la quale l'Italia, negli ultimi tre anni, è stata ascoltata nell'ambito delle relazioni internazionali, sono stati rappresentati dal sacrificio e dall'impegno dei nostri militari nelle missioni di pace.
Questa impressione è resa chiara dalla qualità delle nostre missioni, che anche il signor Ministro ha illustrato questa mattina, e in modo particolare dalla qualità delle nostre missioni in Libano, in Afghanistan, nei Balcani e, da ultimo, in Libia. Se debbo azzardare una sintesi politica di questa fase di chiusura della nostra missione in Libia, debbo dire che il successo italiano e il nostro prestigio sono legati proprio al lavoro dei nostri militari e non certo alla politica del Presidente del Consiglio e tantomeno ai suoi rapporti con Gheddafi.
Va detto - e va detto dall'opposizione - che negli ultimi lustri, come è stato dimostrato anche nella missione in Libia, c'è stata una consistente crescita professionale delle nostre Forze armate, che ormai possiamo considerare, professionalmente, un'élite dell'amministrazione pubblica del nostro Paese. Questa crescita nell'alta specializzazione è dovuta proprio alle missioni internazionali.
Adesso, signor Presidente, come ricordava poco fa il senatore D'Alia, dobbiamo riflettere sulle prospettive. La visita in Libia dei presidenti Sarkozy e Cameron e la mancata visita del presidente Berlusconi, che era evidentemente impegnato a seguire altri processi non politici, ci fanno interrogare sul futuro molto delicato dei nostri rapporti politici ed anche economici con la Libia. Su questo punto il ministro La Russa, come ministro della difesa, non poteva dirci molto e infatti non ha detto altro che gli risulta che il popolo libico è amico del popolo italiano e che quindi possiamo contare su questa amicizia. Lo sappiamo, ma vorremmo sapere anche, per il futuro, che cosa intende fare il Governo per meritarsi l'amicizia del popolo libico.
Quindi, ci auguriamo di poterne parlare presto in Senato, in un altro dibattito. Questa volta, se dobbiamo parlare del futuro della Libia, serve un'informativa del Presidente del Consiglio - visti anche i suoi rapporti stretti personali - che venga a spiegare in Parlamento sia i suoi comportamenti passati, ma che soprattutto venga ad illustrare le prospettive per il futuro. Quello che oggi vogliamo sapere è quale sarà il ruolo dell'Italia nella ricostruzione della Libia. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cantoni. Ne ha facoltà.
CANTONI (PdL). Signor Presidente, ringrazio il Ministro per la sua relazione, che giudico acuta e analitica. Desidero ringraziare, innanzitutto, le nostre Forze armate per l'operato svolto con la consueta professionalità e umanità durante la missione NATO in Libia. Le nostre Forze armate dimostrano ancora una volta il grande prestigio che portano al nostro Paese per la loro professionalità, capacità e umanità.
Vorrei iniziare il mio intervento con un piccolo appunto, che non vuole essere polemico, al senatore Zanda, che, parlando della Libia, ha voluto ancora una volta, come è ormai consuetudine in questo Paese, attaccare il presidente Berlusconi. Io ritengo che ci sia grande ipocrisia, senatore Zanda, perché allora le devo ricordare che questa politica verso la Libia è stata portata avanti dai Governi Andreotti, Craxi e Dini e da esponenti che hanno giudicato, nel corso della storia, i nostri rapporti con la Libia, che - non possiamo dimenticarlo - derivano dalla nostra occupazione. Sono stati rapporti molto difficili, che andavano assolutamente trattati con particolare attenzione, nell'ambito di un processo di sussidiarietà. Criticare in questo modo il presidente Berlusconi mi sembra ingeneroso e non corretto. In ogni caso, ormai è diventata una moda, anche in una giornata come quella odierna, in cui possiamo finalmente acquisire una linea di successo per la lettera e per l'esito raggiunto dal nostro Paese con le manovre finanziarie precedentemente attuate. Tale ulteriore processo e questi impegni fanno del nostro Paese, oltre che la terza potenza industriale europea, anche la seconda potenza industriale produttiva. Mi sembra, quindi, che ci sia stata grande ipocrisia e che non si possano accettare queste gratuite provocazioni, che respingo al suo intervento, senatore Zanda.
Noi riteniamo che la rivoluzione libica vada inquadrata nel contesto delle rivolte popolari che - ricordo - hanno interessato l'intero arco nordafricano e mediorientale, con effetti diversi in vari Paesi. Infatti, laddove in Tunisia e in Egitto esse hanno portato al crollo del potere, rispettivamente di Ben Ali e Mubarak, in Algeria e in Marocco le autorità sono riuscite a trovare, per il momento, un compromesso tra le istanze riformatrici e il mantenimento del potere. Il processo in atto, che in Libia è stato particolarmente delicato e sanguinoso, con una vera e propria guerra civile, imporrà di ripensare le problematiche derivanti dall'affermazione progressiva della cosiddetta primavera araba, che rischia di diventare un inverno islamista per le preoccupanti dichiarazioni del presidente Jalil, il quale ci ricorda che la Costituzione avrà come base fondamentale la sharìa.
Quindi, le problematiche in Libia assumono ora particolare rilievo, stante la recente morte del colonnello Gheddafi e la fine del regime che a lui faceva capo.
Anch'io - come il presidente D'Alia - sono rimasto molto scosso per la barbara uccisione di Gheddafi, che avrebbe avuto il diritto di essere condotto davanti a un tribunale: un popolo civile avrebbe avuto il dovere di farlo. Purtroppo non è stato così, e quindi la sanguinosità di questa azione ci conferma la pericolosità dell'attuale momento.
Con la morte del colonnello Gheddafi e la definitiva fine del regime libico si apre una nuova fase, piena di incertezze, la quale presenta notevoli sfide per la comunità internazionale e l'Italia. Il nuovo assetto politico della transizione libica presenta ancora al suo interno una confusione di ruolo di personalità, sia in ambito civile che militare, che deve essere al più presto dipanata, al fine di identificare chiaramente gli interlocutori istituzionali del Paese. A ciò - lo ricordo - va aggiunta la paura che ha cominciato a farsi largo in ambito occidentale circa l'infiltrazione di elementi fondamentalisti nel fronte ribelle, alimentata dal fatto che in esso figurano numerosi esponenti del Gruppo islamico combattente libico, che sembra avere numerosi legami con Al Qaeda e con veterani che hanno operato sia in Iraq che in Afghanistan.
Nel processo di ricostruzione politica sarà, pertanto, necessario valutare attentamente l'atteggiamento che verrà tenuto dai jihadisti libici, che potrebbero costituire un significativo ostacolo alla successiva partecipazione e democratizzazione del Paese. Non vi è dubbio, infatti, che il prodursi di una situazione di instabilità successivamente alla caduta del regime di Gheddafi possa creare presupposti per una maggiore penetrazione fondamentalista, con effetti sul piano politico e istituzionale facilmente immaginabili. In questa particolare fase, l'impegno militare dovrà, pertanto, gradatamente cedere il passo a quello politico, il quale non potrà che essere volto al rafforzamento del Consiglio di transizione libico, al fine di gestire una positiva negoziazione volta alla pacificazione nazionale. Ricomprendo anche importanti realtà della Tripolitania che difficilmente vorranno rimanere escluse dalla creazione della nuova Libia.
In tale processo il ruolo che l'Italia potrebbe svolgere sarebbe indubbiamente di primo piano, grazie alle ottime relazioni intercorse negli anni di potere del governo Gheddafi e anche al fruttuoso lavoro diplomatico svolto con i rappresentanti del Consiglio di transizione libico. In questo senso, potrebbe essere positiva la costituzione di una forza multinazionale, in sostituzione della NATO, che si affianchi alle autorità locali e le supporti nel difficile processo di transizione. Italia e Libia continuano infatti ad avere bisogno l'una dell'altra, e le priorità italiane, in tale delicato contesto, si concretizzeranno anche e soprattutto nell'aiuto alle vittime civili e nella ricostruzione di ospedali e di scuole.
La nostra Nazione non può prescindere dalle grandi possibilità di apporto energetico che la Libia potrà offrirci. Faccio presente che nel 2010 - ad esempio - essa figurava come nostra prima fornitrice di greggio, coprendo ben il 25 per cento delle importazioni petrolifere italiane, e la quarta per quanto riguarda il gas naturale. Ricordo che il nostro principale operatore a livello internazionale è l'ENI.
La ricostruzione infrastrutturale rappresenterà per il Paese un importante obiettivo di realizzazione per l'imprenditoria nazionale e, sotto tale aspetto, di fondamentale importanza appare la nomina del nuovo Governo ad interim, stante la fase di stallo in cui sembravano versare tutti i contratti, anche quelli relativi alle infrastrutture di emergenza.
Certamente - come il senatore Zanda ha ricordato - c'è da chiedersi: quale sarà il nostro futuro con questo Paese? Voglio ricordare, senza fare assolutamente provocazione politica, che questa guerra è scaturita da interessi sovranazionali. Non dimentichiamo che vengono messi in difficoltà i nostri rapporti, che precedentemente erano di grandissima importanza, con Nazioni come la Francia, che desidera avere l'egemonia nel Mediterraneo e cambiare degli assetti imprenditoriali in questo Paese. Dobbiamo quindi stare estremamente attenti a non cadere nel facile rapporto che potrà esserci in funzione di una sostituzione dei nostri interessi con interessi di altri Paesi.
La fase della ricostruzione istituzionale, inoltre, non potrà non passare per la creazione di forze locali di sicurezza ben addestrate, e sotto tale aspetto l'expertise vantata dall'Italia rivestirà una posizione di primissimo piano. È auspicabile pertanto che l'operato del Governo proceda sulla linea già intrapresa, prestando fede agli impegni internazionali assunti, nel pieno rispetto delle determinazioni delle Nazioni Unite e impiegando tutte le energie disponibili per la ricostruzione della Libia, anche e soprattutto da un punto di vista istituzionale.
Come recentemente affermato dal segretario di Stato americano Hillary Clinton, la morte del colonnello Gheddafi non implica affatto una cessazione automatica delle ostilità, e vanno quindi impedite vendette e bagni di sangue, alimentati dalle tensioni tribali, anche perché proprio su questo punto verrà messa alla prova la credibilità del presidente Jalil sulla volontà di creare un vero Stato di diritto. La svolta democratica, infatti, è il primo elemento senza il quale un'autentica ricostruzione del Paese non sarà mai realmente possibile: essa riposa anche e soprattutto sulla adeguata garanzia di sicurezza e di rispetto dei fondamentali diritti umani. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Poli Bortone e Torri. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del ministro della difesa, onorevole La Russa, che ringrazio per la disponibilità.
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Colleghi, è presente in Aula una delegazione di studenti della Scuola secondaria di primo grado «Giacinto Gigante» di Napoli. A loro va il saluto dell'Assemblea. (Applausi).
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per la seduta di mercoledì 2 novembre 2011
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica mercoledì 2 novembre, alle ore 17, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 12,35).