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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 632 del 26/10/2011


PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro dello sviluppo economico.

È iscritta a parlare la senatrice Armato. Ne ha facoltà.

ARMATO (PD). Signor Presidente, signor Ministro, la ringrazio per essere presente qui oggi. Lei sa che più volte abbiamo chiesto questo dibattito in Aula; più volte anche in Commissione e nei tanti tavoli nazionali che si sono svolti sulla crisi industriale del Mezzogiorno abbiamo fatto richieste specifiche. Vorrei dire subito che a queste richieste specifiche credo che oggi non abbiamo avuto ancora risposte.

Lei ha citato, signor Ministro, i tanti dati che sulla situazione che vive il Mezzogiorno la SVIMEZ ha pubblicato recentemente, dati che chiaramente non sono incoraggianti e che sottolineano come la crisi che vive il nostro Paese e persino le manovre che sono state conseguenti a questa crisi, sia in termini di produzione che in termini di occupazione, hanno colpito più il Sud del resto del Paese e che nelle quattro regioni del Mezzogiorno i danni di questa crisi non sono soltanto contingenti ma molto probabilmente - ed è sempre l'analisi della SVIMEZ - comporteranno la desertificazione anagrafica delle nostre regioni. Tutti i migliori giovani - già adesso lo fanno - nel prossimo futuro saranno costretti ad andare via.

È una crisi importante, quella industriale (voglio naturalmente parlare soprattutto della Campania), su cui come senatori del Gruppo del Partito Democratico della Campania - la seconda firmataria è la Capogruppo - abbiamo presentato più di un mese fa una specifica mozione che partiva da diversi dati; alcuni sono stati forniti dalla SVIMEZ, altri sono stati forniti dai sindacati, che ci hanno snocciolato i numeri e i nomi delle 154 vertenze che sono ancora oggi aperte nella provincia di Caserta (lei ha citato Firema), delle 86 vertenze che sono ancora in corso oggi nella provincia di Napoli, dove preoccupano particolarmente la Fincantieri (lei l'ha citata), la Alenia, l'Ansaldo Breda, e Irisbus (vorrei dire che forse oggi la notizia buona per l'Irisbus è che in questo momento alla Camera una mozione dell'opposizione è stata approvata e il Governo e la maggioranza sono stati messi sotto su tale questione) a Salerno e a Benevento, con 43 e 13 vertenze. In particolare a Salerno sono grandi le difficoltà che vive la grande distribuzione, grandi le difficoltà che colpiscono anche il settore dell'avanzamento tecnologico (basti citare i casi di Alcatel e di Ericsson); pure il settore dell'ICT è in difficoltà.

I sindacati ci dicono che sono oltre 18.000 i posti di lavoro che sono a rischio nei prossimi mesi, che le Regioni del Mezzogiorno hanno il più elevato tasso e numero di lavoratori in cassa integrazione e che si arriva a una percentuale del 25 per cento di persone che ricorrono alla cassa integrazione.

Dopo di me il senatore De Luca parlerà in particolare di Irisbus; io vorrei dire qualcosa sulla crisi della cantieristica, perché ero con lei, signor Ministro, quel 3 giugno, al Ministero per lo sviluppo economico, quando la Fincantieri decise di ritirare quello scellerato piano industriale - lei lo ricorderà - che prevedeva la chiusura del sito di Castellammare. Lei allora chiese che l'azienda presentasse un nuovo piano industriale e che si componessero due tavoli regionali, uno per la Liguria e uno per la Campania. Quello per la Campania, come lei sa, non si è mai istituito, c'è stato due settimane fa l'annuncio della firma di un protocollo d'intesa, di cui però nessuno conosce i contenuti. Questo protocollo d'intesa non è stato firmato: lei ci dice che entro la fine di novembre verrà firmato e noi speriamo che sia così, ma vorremmo anche conoscerne i contenuti e che fosse data una risposta alle parole del Presidente della Repubblica che, incontrando più volte sia i lavoratori di Genova sia quelli di Napoli ha chiesto un impegno straordinario in questo senso.

Signor Ministro, penso che il Mezzogiorno abbia bisogno di una politica chiara, non di annunci propagandistici o di spot: si passa dall'Agenzia per il Sud alla Banca per il Sud all'Eurosud e non so cos'altro bisogna inventarsi, etichette per non dire che dietro c'è il vuoto di una impostazione industriale, il vuoto di un'impostazione di sviluppo ed un grande disinteresse per le aree del Mezzogiorno.

Abbiamo appreso questa mattina, durante l'esame del disegno di legge sulla stabilità, che verranno ulteriormente diminuiti i FAS, quei fondi che avrebbero dovuto essere utili al Mezzogiorno e che invece anche con quest'ultimo atto verranno penalizzati. Questo Mezzogiorno che è fatto di persone e di famiglie (molto spesso nell'Aula distratta forse dimentichiamo che quando parliamo di crisi industriali, di giovani che sono costretti ad andare via, parliamo di persone e delle loro famiglie, che hanno poca speranza nel futuro) merita assolutamente non solo un'attenzione diversa, ma anche concreti impegni, e che questi impegni vengano rispettati. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Molinari. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Viespoli. Ne ha facoltà.

VIESPOLI (CN-Io Sud-FS). Signor Ministro, la ringrazio per l'occasione e per l'opportunità che ci dà di riflettere e di confrontarci su alcune questioni cruciali in termini di crisi e in termini di sviluppo. La ringrazio anche perché ha raccolto la richiesta che il Gruppo di Coesione Nazionale ha fatto di un dibattito che vertesse in particolare sulla vicenda della crisi di Irisbus, che è l'unica questione sulla quale intendo soffermarmi in questa circostanza. Peraltro, che questa richiesta fosse una richiesta significativa, per il fatto che la vicenda Irisbus ha una sua specificità, una sua valenza simbolica oltre che una sua conseguenza sul piano delle crisi e delle difficoltà complessive di cui lei ha parlato con dettagli specifici (e purtroppo non sono le uniche) è dimostrato dal fatto che proprio in questi momenti alla Camera si è discusso delle mozioni presentate su tale vicenda.

Ebbene, la Camera dei deputati ha approvato una delle mozioni presentate, che peraltro recupera il contenuto di un confronto svoltosi presso la sede dell'amministrazione provinciale di Avellino tra alcuni parlamentari e gli operai della Irisbus sulla prospettiva da seguire, in una vertenza che ha di specifico anche l'orientamento verso politiche e scelte di carattere nazionale, per accompagnarne le difficoltà e le criticità e per mettere la FIAT nella condizione di non avere alibi rispetto a quello che definisco come una sorta di dovere sociale che la FIAT ha, in particolare sulla vicenda Irisbus.

Mi consenta, signor Ministro: è veramente disarmante ciò che la FIAT le ha riferito sulle motivazioni per cui tiene aperto lo stabilimento in Francia e chiude lo stabilimento Irisbus a Flumeri, nella Valle dell'Ufita. È infatti la stessa FIAT, come il signor Ministro ha giustamente evidenziato e sottolineato, che ha investito in un processo di ristrutturazione, attraverso l'utilizzo per un anno della cassa integrazione per ristrutturazione, che ha determinato un investimento finalizzato ad accrescere l'automazione della linea produttiva, che ha consentito, nella prospettiva dell'utilizzo di tale investimento tecnologico, la possibilità di ridurre il numero di operai. Si parla infatti di circa 700 dipendenti, tra operai - che sono circa 500 - e impiegati amministrativi. Di questi 500 operai, prima 90 e poi altri 90 (ovvero 180: quindi, circa 200) tra il 2012 e il 2013 avrebbero la possibilità della fuoriuscita, dell'accompagnamento verso la pensione.

Pertanto, combinando tali fattori, lo stabilimento di Flumeri recupera anche competitività e capacità di stare sul mercato, tant'è che la FIAT non fa riferimento al costo di produzione in Francia rispetto a quello di Flumeri, ma all'utile derivante dalla metodologia dei bandi francesi rispetto a quelli italiani. La verità e che anche da questo punto di vista lo stabilimento di Flumeri diventa competitivo, sia nel paragone con lo stabilimento francese, sia - al netto della vicenda finanziaria - rispetto allo stabilimento FIAT in Repubblica ceca: il confronto dei costi è infatti favorevole allo stabilimento della Repubblica ceca solo per ragioni di cambio e finanziarie, e non per ragioni di carattere produttivo.

In Francia, in realtà, il costo per macchina è maggiore rispetto a quello dello stabilimento italiano: a proposito della polemica che si è aperta, sarebbe utile ricordare che in Italia uno stabilimento come quello francese di Annonay, presso Lione, lo avremmo già chiuso, perché siamo molto più avanti sul terreno della sicurezza degli impianti e del lavoro rispetto alla Francia del signor Sarkozy, che potrebbe più utilmente occuparsi di questi temi, che non fanno ridere, ma anzi pongono un problema di qualità e di sicurezza del lavoro.

Al di là di ogni sciovinismo, qualche volta è bene rivendicare il sistema, la produzione e la tradizione che storicamente il nostro Paese ha sul terreno della sicurezza e delle garanzie della protezione di carattere sociale. Quindi, non ci sono ragioni di carattere produttivo o, se ci sono, le si affronta come si è fatto a Pomigliano d'Arco, dove si è posto il tema della produttività dello stabilimento e dove si è chiesto un accordo capace di determinare alcune scelte condivise - anche difficili - da parte dei lavoratori e del sindacato.

È evidente come proprio la FIAT, rispetto alla vicenda di Flumeri - possibilmente accompagnata da alcuna scelte che mi permetterò di proporre all'attenzione del Ministro - debba utilmente riflettere sul destino di quello stabilimento e sul ruolo della FIAT stessa. Ci sono le condizioni: va detto francamente che in Francia c'erano circa 600 lavoratori interinali che sono stati nel frattempo stabilizzati dalla FIAT, mentre la stessa FIAT chiude a Flumeri.

Nel contesto delle condizioni cui facevo riferimento prima, e rispetto ad una condizione di sistema nella quale abbiamo un parco autovetture sempre più logoro e usurato di circa 29.000 unità, già oggi avremmo un'esigenza di ricambio pari a 18.000 unità. Sicché è evidente che la futura ripresa del settore debba essere determinata, per ovvie ragioni anche di sicurezza che devono accompagnare scelte inevitabili che rimettano in moto un settore come quello del trasporto pubblico locale, rispetto anche ad alcuni appuntamenti importanti e significativi che determinano commesse e quindi consentono di poter guardare ad una prospettiva di medio periodo tesa a costruire un'ipotesi di percorso che recuperi il termine di una riflessione, signor Ministro.

Si tratta, per l'appunto, di una vertenza che non si sblocca con un accordo di fabbrica, ma piuttosto con scelte di carattere nazionale che attengono al finanziamento del piano del trasporto nazionale: si tratta di costruire una modalità con cui affrontare una crisi diversa dalle altre. Pertanto l'interlocutore fondamentale, prima ancora che "la" o "le" parti sociali, deve essere la Regione (Campania, Puglia e le altre regioni meridionali) al fine di aprire una filiera di responsabilità istituzionale che cerchi di individuare anche quelle convergenze di ordine finanziario, a partire (perché no?) dall'utilizzo dei FAS in direzione del piano del trasporto pubblico locale, per consentire di recuperare quelle condizioni di contesto e di mercato rispetto alle quali la FIAT non può addurre giustificazioni o continuare ad oscillare tra la Francia e l'Italia, poiché tutti abbiamo il dovere di fare in modo che essa continui a produrre e ritiri le procedure di mobilità, iniziando anche a ritirare le procedure di licenziamento nei confronti di alcuni lavoratori. Infatti, può darsi che da questo punto di vista la FIAT possa avere una qualche ragione; ma lo stato di criticità che si è determinato in uno stabilimento in cui i lavoratori sono in sciopero ormai da settimane senza alcun sostegno al reddito, credo che suggerisca a tutti l'opportunità di recuperare un clima all'interno del quale determinare la possibilità di affrontare la vertenza in modo da traguardarla verso l'obiettivo di una ripresa produttiva di uno stabilimento che peraltro, signor Ministro (come lei sa), ha una ricaduta molto significativa e importante in termini diretti, ma soprattutto in termini di indotto.

Quindi, signor Ministro, la ringrazio per l'occasione, ma la ringrazierò a maggior ragione se attraverso questa sorta di filiera istituzionale (la responsabilità del Parlamento, il ruolo e la funzione delle Regioni, la capacità del Governo di direzionare questo processo) si possa interloquire con forza nei confronti della FIAT per cercare di affrontare una questione che diventa emblematica per tentare di aggredire le criticità del Mezzogiorno, nella consapevolezza che non c'è solo Flumeri, ma ci sono anche Modena e il Centro-Nord con le sue piccole imprese dell'indotto, a dimostrazione del fatto che si tratta di una questione che ha una valenza e un significato di carattere nazionale che è nell'interesse di tutti affrontare, tenendo conto che si tratta dell'unico stabilimento italiano che produce autobus e che in termini di qualità e di eccellenza è stato, è e deve tornare ad essere competitivo, non solo nel mercato nazionale, ma anche nel mercato globalizzato. (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud-FS, PDL e del senatore Astore).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Digilio. Ne ha facoltà.

DIGILIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, la vicenda Irisbus, che è balzata ormai da alcuni mesi alla ribalta delle cronache e tanta eco sta avendo sulla stampa, non è altro che l'ennesima puntata di una dismissione annunciata. La storia si ripete. Potremmo intitolare l'intervento: «Addio industrie del Sud. Siamo alle solite».

La dismissione operata dalla FIAT dei propri stabilimenti in Italia serve ovviamente a continuare la propria produzione in Francia, nella Repubblica ceca e in altri Paesi più concilianti rispetto alle sue politiche industriali. C'è la fuoriuscita degli imprenditori dal tessuto industriale del Paese, visto che quello dello stabilimento di Flumeri, ad Avellino, non è altro che l'ultimo capitolo di un'abdicazione della classe imprenditoriale italiana, non più in grado di essere competitiva e di conquistare i mercati. Tutto il territorio nazionale è colpito a macchia di leopardo da tale inesorabile rinuncia, e cito Imola, Pomigliano, Modena, Termini Imerese e tante altre realtà della micro, piccola, media e grande impresa italiana.

Si dismette il Mezzogiorno d'Italia, ammaliato negli anni Settanta dalle chimere dell'industrializzazione controgarantita dai, e con i, soldi degli italiani, il quale vive ora la cupa stagione invernale degli abbandoni, della cassa integrazione, dei licenziamenti e del complessivo drammatico impoverimento del tessuto sociale.

Il problema credo non riguardi solo il Sud, ma l'intera Nazione. Non è concepibile che la FIAT ogni tanto si svegli e continui a raccontare la frottola, a fare la parte del bamboccione dello Stato o dei Governi italiani che si succedono - siano essi di centro, di centrodestra o di centrosinistra - e chieda aiuti. Signor Ministro, al contrario, dovrebbe lei porre qualche interrogativo alla FIAT: se essa è così disastrata sul piano economico, come mai va all'estero e paga in contanti le acquisizioni che fa? Come mai agli azionisti viene in ogni caso garantito ogni anno un dividendo? C'è allora qualcosa che non quadra.

Quando ci si mette a competere con le industrie del Sud o con quelle del Nord, bisogna ricercare una cultura del lavoro e un ambito per fare gli investimenti nel tessuto sociale della stessa Italia. In caso contrario, non si può continuare, con piccoli cabotaggi politici e sociali, ad affermare che mancano fondi.

Vi ricordate, negli anni Sessanta e Settanta, che cosa è successo quando fu inventata la famosa sigla della SITA? Chi finanziò la SITA? C'erano gli autobus in mezzo ai piazzali della FIAT; poiché si doveva fare qualcosa, si inventarono la SITA, che inizialmente era una società dello Stato, finanziata con i soldi di tutta Italia, dello Stato italiano.

Ma ci sono anche altre questioni. Quanti ettari a quel tempo produttivi sono stati sottratti dagli stabilimenti FIAT? Abbiamo innescato un particolare discorso sulle questioni del lavoro che ormai in Italia non regge più. Quante centinaia di migliaia di ettari la FIAT ha sottratto all'agricoltura? Con quale promessa? Questo, però, è successo al Nord come al Sud. Non mi porrei tanto la questione della chiusura degli stabilimenti del Sud (forse quelli del Nord vanno meglio); mi porrei invece la questione sul piano nazionale. Chi ha finanziato la FIAT sino ad oggi? Nessun è mai stato in grado di quantificare quanti miliardi ha ricevuto la FIAT sino ad oggi. C'è chi ha ipotizzato un qualcosa come 220.000 miliardi di lire negli anni che si sono succeduti. La FIAT dovrebbe darne conto. Il signor Marchionne dovrebbe dare conto di quanto è successo in tutti questi anni; dovrebbe dare conto di Termini Imerese, di quanto sta succedendo a Irisbus e di quello che potrà succedere da un momento all'altro in Basilicata.

I finanziamenti arrivati nelle varie regioni e amministrati anche dagli enti locali, grazie a quel patto socio‑economico fatto con la grande riforma finanziaria nel 1998 promossa dal ministro Ciampi, hanno riportato in un certo senso a rimodellare determinate questioni. Cito come esempio la Basilicata: quando abbiamo cercato di dare un'impostazione diversa al piano industriale di quella Regione, ci è stato risposto che già avevamo avuto dalla FIAT. Credo non sia questo il ragionamento da fare. Occorre impostare un discorso diverso e attrezzarsi, perché quando vengono chiusi gli stabilimenti qualcuno deve emigrare. Non so dove andranno i lavoratori del Sud, se qualcuno li accoglierà al Nord o in qualche Paese estero. In ogni caso, a me sembra molto strano che un turco qualsiasi possa vincere una gara di autobus a Roma, sapendo che negli stabilimenti della Turchia ed in alcuni di altre parti d'Europa non vi sono tutele in termini di sicurezza, di condizioni lavorative e previdenziali.

Questo discorso andrebbe affrontato, e l'unico modo per farlo è chiedere cosa propone il Governo per rilanciare la politica industriale. Non si può pensare di realizzare il rilancio industriale solo attraverso la sottrazione dei fondi FAS al Sud per spenderli altrove.

Faccio un altro esempio, e chiudo. Succede qualche calamità in altre parti del Paese diverse dal Mezzogiorno e vengono stanziati subito 300 milioni di euro; succede qualche calamità nel Sud e non viene stanziato niente. Addirittura, c'è gente che dal 1980, anno in cui si verificò quel terremoto che devastò il Meridione d'Italia, aspetta ancora i finanziamenti. Anche in quell'occasione vi fu un timido tentativo di industrializzare il Meridione, ma poi come andò a finire? La maggior parte delle imprese erano del Nord, e la maggior parte di loro era già "decotta", tanto è vero che sulla vicenda fu istituita una Commissione di inchiesta, presieduta dall'onorevole Scalfaro. Non abbiamo mai saputo che fine hanno fatto quei 60.000 miliardi di lire che erano stati stanziati per dare industrie al Sud, industrie che non sono mai arrivate. (Applausi dei senatori Contini, De Luca e Giai).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Nardo. Ne ha facoltà.

DI NARDO (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Ministro, voglio innanzitutto ringraziarla per la sua presenza dato che in occasione dell'esame della vicenda Irisbus in Aula, qualche tempo fa, mi lamentai perché ci aspettavamo delle risposte precise. Venne invece il Sottosegretario al lavoro che ci illustrò dei numeri ai quali anche lei oggi ha fatto riferimento. Ebbene, noi oggi in quest'Aula ci aspettavamo delle risposte da parte del Governo su un piano nazionale per il trasporto e un piano nazionale per la cantieristica. Sono stati invece riportati solo dei numeri, cui ho dato un'interpretazione diversa rispetto a quanto ci ha riferito il Sottosegretario in quella occasione e lei questa sera, onorevole Ministro.

Fortunatamente, come ha ricordato la collega Armato, alla Camera dei deputati è stata approvata una mozione, rispetto alla quale il Governo si era dichiarato contrario, che è stata votata all'unanimità dalla maggioranza e dall'opposizione. Si tratta della mozione presentata dall'Italia dei Valori con la quale si impegna il Governo a mantenere il livello occupazionale dello stabilimento Irisbus di Flumeri e ad assumere iniziative, anche normative, tese ad incrementare le risorse attualmente previste per il finanziamento del trasporto pubblico locale e a predisporre in tempi celeri un piano nazionale per il trasporto pubblico locale che incentivi l'utilizzo delle modalità a più basso impatto ambientale. Il Governo dovrà quindi predisporre questo piano tra qualche mese, anche perché dovrà dare risposta ad una mozione approvata - lo ricordo - alcuni minuti fa alla Camera, anche con il voto della maggioranza.

Signor Ministro, il Sud rispetto al Centro-Nord a causa della crisi economica ha subito gravi conseguenze in termini di occupazione. I numeri sono questi: il prodotto del comparto industriale del Mezzogiorno è ulteriormente diminuito, a fronte di un aumento del 3,5 per cento nel resto del Paese; tra il 2008 e il 2010 il Mezzogiorno ha registrato una caduta dell'occupazione del 4,3 per cento, a fronte di una riduzione dell'1,5 per centro registrata nel Centro-Nord; delle 533.000 unità perse in Italia, ben 281.000 riguardano il Mezzogiorno.

Nel Sud dunque, pur essendo presente meno del 30 per cento degli occupati italiani, si concentra il 60 per cento delle perdite di lavoro determinate dalla crisi. In Campania si è ormai raggiunta una situazione di eccezionale gravità, con interi settori strategici al tracollo e oltre 18.000 posti di lavoro a rischio. Solo per ciò che concerne l'industria e i servizi, a giugno 2011 solo a Napoli sono state autorizzate 1 miliardo e 720 milioni di ore di ammortizzatori sociali, pari a circa 15.000 lavoratori. Per molti di questi non ci sono più le aziende, e da quest'anno circa 1.500 lavoratori in mobilità in deroga non hanno più sostegno al reddito, compresi quelli della Fincantieri di Castellammare di Stabia. Tra due mesi altri 1.400 passeranno dalla "rianimazione" alla "sala mortuaria".

Mi dispiace dirlo, signor Ministro, ma voi venite in quest'Aula a portarci dei numeri, quando noi ci saremmo aspettati delle risposte in termini di sviluppo occupazionale in una zona che sta morendo, in una zona in cui la criminalità organizzata cresce perché non c'è occupazione e perché quotidianamente si è costretti ad assistere ad atti criminali che fanno paura e di cui il Governo si deve far carico! (Applausi dal Gruppo IdV). La Fincantieri è una società dello Stato: non possiamo chiamare la Fiat come nel caso dell'Irisbus, perché è lo Stato che deve dare una risposta! Sono ancora in corso 43 vertenze a Salerno, 13 a Benevento, 150 in provincia di Caserta, 83 ad Avellino, tra le quali anche quella relativa all'Irisbus, e 86 in provincia di Napoli, tra le quali quella della Fincantieri, che preoccupa maggiormente, con 1800 posti a rischio, tra diretti ed indotto.

Vediamo allora qual è la situazione della cantieristica navale, un settore strategico dell'economia italiana, rispetto al quale l'Italia dei Valori ha dato anche indicazioni specifiche, chiedendo di investire utilizzando i finanziamenti europei e di fare qualcosa di più. Ci sono ben 300 traghetti che circolano nel Mediterraneo senza norme di sicurezza: abbiamo chiesto che si pervenisse ad una ristrutturazione, ma non abbiamo avuto risposta. Non c'è un piano, ma si assiste solo quotidianamente ad un ulteriore incremento della disoccupazione. Il sito di Castellammare di Stabia, messo già a dura prova nei mesi scorsi, è scampato alla chiusura solo dopo la decisione da parte della Fincantieri di ritirare il piano industriale che prevedeva 2551 esuberi con la chiusura, oltre che del cantiere stabiese, anche di quello di Sestri Ponente e il ridimensionamento del cantiere di Riva Trigoso.

Insomma, la situazione in cui versa il colosso cantieristico nazionale resta grave ed è veramente preoccupante. Attualmente, infatti, si prevede per Castellammare un periodo di ripresa delle attività per i prossimi due anni, in quanto sono stati avviati i lavori relativi alle commesse per due pattugliatori che però, in base agli impegni presi dal Governo il 18 dicembre 2009, sarebbero dovuti iniziare già a partire dal gennaio 2010. Attualmente è arrivato solo il ferro nel cantiere di Castellammare e quando partirà la costruzione di questo pattugliatore, il massimo picco di occupazione solo come lavoratori diretti sarà di sole 200 unità. E gli altri 1.800 che fine faranno? Di fatto, ogni lavoratore potrà lavorare solo per 3 mesi e mezzo per ogni pattugliatore nell'arco di un anno.

Aggiungo poi la grave situazione dei lavoratori dell'indotto, altri 1200, dei quali soltanto un centinaio potrà essere utilizzato per lavori di nuova tecnologia, molatura, pitturazione, apparato motori nonché per la costruzione di due scafi dei pattugliatori che, essendo piccoli, permetteranno un assorbimento solo di una minima parte dell'organico dell'azienda e dell'indotto. Tra sei mesi a Castellammare saremo nella stesse condizioni di oggi; tra sei mesi ci ritroveremo i 2000 operai nuovamente in piazza a protestare; tra sei mesi i 2000 operai occuperanno di nuovo la statale sorrentina e bloccheranno tutto, con evidenti ripercussioni anche sul turismo della penisola sorrentina. Infatti, se 2000 persone bloccano quella strada, bloccano alberghi, turismo, aeroporti, treni e quant'altro. E noi continuiamo ad aspettare?

Prima il Ministro ci ha detto che il protocollo d'intesa con Fincantieri probabilmente si farà a novembre. Ho chiesto al Ministro di essere ascoltato, inviandogli una lettera, alla quale non è stata data risposta, per discutere di questo e di tutta la situazione che sta vivendo la Fincantieri, e non solo a Castellammare.

Quanto invece alla vicenda dell'Irisbus, già un mese fa ho avuto modo di dire che non si trattava semplicemente dell'ennesima storia di una grande fabbrica del Sud d'Italia che veniva chiusa; si tratta di una vicenda paradigmatica di una serie di problemi di livello generale, non solo di politica industriale concernente il più grande gruppo meccanico nazionale, ma della gestione da parte del Governo delle crisi aziendali e dei problemi occupazionali ed anche, come del resto la vicenda della Fincantieri, della politica della programmazione infrastrutturale e dei trasporti in Italia.

Irisbus coinvolge, se si considera anche l'indotto, altri 2000 lavoratori. È un territorio, peraltro, già afflitto da gravi problemi occupazionali. L'operazione Irisbus appare tragicamente simile alle altre operazioni già fatte dalla FIAT per liberarsi di centinaia di lavoratori, addossando le responsabilità su altri. E mentre in tutta Europa si è alla ricerca di prodotti per il trasporto pubblico a minor impatto ambientale, in Italia cosa fa la FIAT? Chiude lo stabilimento che costruisce autobus.

Concludo, signor Presidente: da quando è stata annunciato il progetto Fabbrica Italia che avrebbe dovuto portare in Italia investimenti per 20 miliardi di euro i risultati sono stati, solo nel Sud, la cassa integrazione a Pomigliano d'Arco, la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese e di Melfi e oggi di Irisbus. Ho l'impressione che questi 20 miliardi di euro che erano stati chiesti siano serviti per la cassa integrazione piuttosto che per creare sviluppo occupazionale nel territorio. Abbiamo portato altri 2000 operai in strada e forse una parte di questi 20 miliardi è stata utilizzata per la cassa integrazione. E l'incontro del 21 settembre fra il Ministero, le aziende ed i sindacati si è concluso con un sostanziale nulla di fatto. E la società ha aperto il 30 settembre la procedura di mobilità per tutti i lavoratori del sito di Valle Ufita: abbiamo cioè nel frattempo mandato questi operai nella cosiddetta rianimazione, e tra qualche mese, insieme agli altri 80.000 disoccupati della provincia di Avellino, che rappresentano quindi il 35 per cento della popolazione attiva, con la chiusura della Irisbus la situazione sarà ancora ancora più grave.

Ritengo necessario che il Governo faccia politiche di sviluppo economico, ma soprattutto di sviluppo occupazionale per il Sud. Capisco che i problemi che il Governo sta incontrando in questi giorni, perché io mi sento (e lo dico a tutti gli altri amici e senatori presenti) come un operaio precario. Da ben due anni infatti anche noi onorevoli parlamentari siamo diventati precari perché, grazie a questo Governo, non abbiamo capito ancora cosa si farà, come si andrà avanti e che cosa ci sarà di utile soprattutto per il Paese e per il Sud, mortificato dalla situazione esistente, dalla disoccupazione e soprattutto impaurito dal timore che la criminalità organizzata possa ricrescere, nonostante gli anni di battaglie che abbiamo portato avanti per distruggerla, per metterla da parte.

Saremo costretti purtroppo, se non ci sarà un intervento vero dello Stato, a trovarci di nuovo di fronte a quelle vicende che purtroppo hanno colpito il nostro Paese, ma soprattutto i giovani del Sud che hanno tanta voglia di crescere, di trovare lavoro e di farlo nella propria terra senza essere costretti ad andare altrove. (Applausi del Gruppo IdV e dei senatori De Luca e Incostante).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alia. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Signor Presidente, signor Ministro, credo che la discussione che oggi abbiamo provocato in Aula sulla vicenda Irisbus, ma anche su tutte le altre questioni aperte di emergenze che riguardano le crisi industriali ed occupazionali nel nostro Paese, e segnatamente nel Mezzogiorno d'Italia, sia esemplificativa della crisi che attraversa il nostro Paese.

Avremo purtroppo tante, troppe occasioni ancora qui in Aula, e già nel corso dell'esame del disegno di legge di stabilità, per dire che la crisi di questo Paese nasce non solo dal suo debito pubblico, ma soprattutto dalla sua impossibilità strutturale a crescere agli stessi livelli degli altri Paesi europei. Qualche settimana fa, abbiamo esaminato, ancorché in maniera un po' rocambolesca, la Nota di aggiornamento alla Decisione di economia e finanza ed abbiamo dovuto prendere atto del minore tasso di crescita del PIL rispetto a quanto previsto nel Documento di economia e finanza ad aprile.

Questo conferma l'impatto depressivo sull'economia delle manovre di finanza pubblica che il Governo ha fatto fino ad oggi. Il decremento nella stima della crescita del PIL risulta essere superiore in termini percentuali a quello che si riscontra nei principali Paesi dell'Unione europea e a quelli dell'area dell'euro nel suo complesso. È quindi evidente che bisognerebbe correre ai ripari, sostenendo l'economia e rilanciando i consumi e gli investimenti che sono necessari ad una crescita reale del Paese, in linea con ciò che - ahinoi - ancora oggi ci ricorda l'Europa.

Tuttavia, ciò di cui dobbiamo prendere atto, signor Ministro, è che anche la discussione a livello del Governo sul cosiddetto decreto sviluppo ha portato ad un nulla di fatto. Le misure che abbiamo letto sui giornali, che sono state frutto di indiscrezioni, di anticipazioni più o meno interessate e più o meno giornalistiche, ci fanno comprendere che nella migliore delle ipotesi il decreto sviluppo sarà l'ennesimo provvedimento di semplificazione dal chiaro sapore propagandistico. Lo stesso Presidente del Consiglio qualche giorno fa ha avuto modo di confermare questa tesi, dicendo che siccome il decreto sviluppo è a costo zero, non recupera cioè risorse e non investe risorse nella crescita, è evidente che non c'è fretta per farlo. Questo non ci fa grande piacere.

Noi siamo fortemente preoccupati, signor Ministro, perché l'unica cosa certa, visto che di incerto c'è solo il decreto sviluppo, è la legge di stabilità, che noi ci apprestiamo ad esaminare nelle Commissioni di merito, nella Commissione bilancio ed in Aula dal 15 novembre prossimo, che prevede ulteriori tagli, a cominciare proprio dal Ministero dello sviluppo economico e credo che il taglio che questa volta il ministro Tremonti le ha riservato sia di circa 2,3 miliardi fra decurtazioni dirette e indirette. Anche l'extragettito dell'asta per le frequenze, che poteva essere un tesoretto da spendere nella crescita e nello sviluppo e che era in parte all'inizio destinato a finanziare proprio questo settore, soprattutto per quanto riguarda le cosiddette infrastrutture immateriali, pare essere stato dirottato in tutto o in parte ad attenuare i tagli alla sicurezza, alla difesa e all'ambiente. Quindi, anche da questo punto di vista, parlare di crescita e di Mezzogiorno ci sembra impossibile.

Permane inoltre nella legge di stabilità il taglio al fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, con il rischio che venga meno anche la continuità di tale strumento, in una fase in cui stanno crescendo i segnali di sofferenza che arrivano - come lei ha indicato in maniera molto puntuale nella sua informativa - da tutte le parti del territorio e, in modo particolare, dal Mezzogiorno d'Italia. La stessa previsione d'incremento del fondo per lo sviluppo e la coesione, sempre secondo la legge di stabilità, che ammonterebbe a circa 500 milioni di euro, non credo sia sufficiente a dare continuità ad alcuni contratti di programma, né a colmare il divario, che sta sempre più crescendo, tra il Sud e il Nord del nostro Paese.

Non voglio stare qui a citare classifiche e dati, perché purtroppo abbiamo un campionario sempre più vasto e drammatico, ma vicende come quella di Irisbus, di Termini Imerese e come quelle che più in generale segnano il passo delle politiche industriali italiane della FIAT e della Fincantieri - cui rischiano di aggiungersi il caso di Alenia, e così via - testimoniano che nel nostro Paese purtroppo manca una strategia globale di politica industriale, il che, sommato alla drammatica mancanza di una strategia di politica economica, porta ai risultati di cui oggi parliamo.

La FIAT licenzia un'impresa che costruisce autobus a basso impatto ambientale; da qui a poco l'Italia sarà ripresa a livello europeo perché i suoi mezzi di trasporto pubblico sono vecchi e inquinano. Piuttosto che pagare le multe all'Europa, perché allora non promuovere un piano di rinnovo e miglioramento dell'efficienza dei mezzi collettivi di trasporto pubblico?

È chiaro che le questioni congiunturali (la crisi globale e la crisi europea, di cui nessuno ovviamente attribuisce il carico in via esclusiva al Governo) nel nostro Paese e nel Mezzogiorno hanno un impatto dal punto di vista sociale, sui redditi delle famiglie e sull'occupazione, ancor più drammatico e grave, proprio perché manca una politica nazionale che dia respiro e sviluppo alle imprese. Manca una politica delle relazioni industriali, perché da un lato introduciamo l'articolo 8 nella manovra di agosto, e dall'altro, il giorno dopo, la FIAT esce da Confindustria, quasi che ci sia una sorta di cortocircuito anche nelle relazioni tra il Governo e le grandi imprese del nostro Paese.

Il fatto che appare ancora più drammatico in questo momento è che Nord e Sud, che risultano uniti nella crisi, tendono sempre più a divergere nei tiepidi segnali di ripresa, che peraltro sono andati indebolendosi nel corso dell'anno per effetto del deterioramento, come abbiamo detto, del quadro economico e finanziario. Quindi, Irisbus è solo la punta di un iceberg, perché se consideriamo che nel 2010 il PIL è aumentato nel Mezzogiorno di un modesto 0,2 per cento e che recupera solo parte della forte caduta dell'anno precedente (meno 4,6 per cento) e rimane ancora inferiore di circa un punto e mezzo percentuale all'incremento registrato nel nostro Paese (1,7 per cento), vediamo come il divario tra Nord e Sud del Paese si amplia. Quindi, da questo punto di vista, anche l'uscita dalla crisi si allontana, perché solo con una crescita dell'economia del Mezzogiorno cresce l'economia del nostro Paese. Il Nord, infatti, il suo tasso di crescita lo ha già raggiunto, e probabilmente sarà difficile che ne raggiunga uno migliore.

Con uno striminzito +0,1 per cento di previsione per l'anno in corso, il Sud è in stagnazione e attraversa una drammatica crisi del lavoro, con meno di una persona su tre nella fascia dai quindici ai trentaquattro anni che risulta occupata. L'aspetto preoccupante è che al Nord la perdita del lavoro tende a trasformarsi quasi interamente in ricerca di nuovi posti, al Sud invece alimenta l'inattività e il lavoro irregolare, ovvero la cosiddetta disoccupazione implicita, considerando la quale il tasso di disoccupazione reale nel Mezzogiorno sale al 25 per cento. Questi sono i dati, queste sono le questioni che abbiamo davanti, e che poi sono pagate soprattutto dai giovani meridionali.

Credo che una riflessione debba essere fatta, e questa può essere la sede, come certamente un'altra sarà quella della legge di stabilità e della discussione che avremo. Certamente sarà quella la sede per una parola di chiarezza, signor Ministro, che potrà venire - se potrà venire - dal Governo. Apprendiamo di queste trattative a livello europeo che sono importanti, ma una delle questioni che sta al centro del dibattito europeo e nazionale riguarda i fondi europei, il FAS, gli investimenti nel Mezzogiorno. È questa una delle questioni su cui l'Europa richiama il nostro Paese, cioè il mancato efficiente utilizzo dei fondi dell'Unione.

Su questo tema abbiamo accumulato particolari ritardi. Certamente, alcuni di questi sono imputabili alle Regioni, e soprattutto a quelle del Mezzogiorno; però altri sono imputabili anche all'inefficienza dell'amministrazione centrale dello Stato. Quando si dice, come semplicisticamente ha fatto qualche volta - troppe - il ministro Tremonti, che questi soldi le Regioni del Sud non li spendono (poi bisogna vedere se è così o se sono i Ministeri: non voglio entrare in una discussione specifica di questo tipo, ma solo evocare un principio) si dimentica che la nostra Carta costituzionale ha previsto anche questo caso, perché l'Europa ci dà le risorse in esecuzione di un trattato e di un obbligo comunitario. Non è che noi siamo facoltizzati a spendere queste risorse: siamo obbligati, perché la coesione sociale a livello europeo si raggiunge solo se e in quanto il tasso di crescita dell'economia dei territori che hanno bisogno di maggiore sviluppo è in linea con quanto previsto in Europa. Quindi, siamo inadempienti rispetto all'Europa nel compimento di quelle politiche di coesione sociale che avrebbero visto l'allargamento al Sud dell'Europa come primo passaggio dell'integrazione europea, per poi passare all'Europa dell'Est.

Noi siamo inadempienti e il Governo non ha garantito, nel rapporto con l'Unione, la correttezza nel risolvere tale questione, perché l'articolo 120 della nostra Carta costituzionale, come sanno bene i colleghi della Lega, che sono appassionati studiosi del federalismo fiscale, prevede il cosiddetto potere sostitutivo del Governo. Se una Regione non adempie ai propri compiti, e quindi viola precisi obblighi di natura comunitaria, interviene il Governo, si sostituisce alla Regione e spende quelle risorse.

Questa è cosa diversa dalla tesi del ministro Tremonti, che è quella di dire che, poiché le Regioni non spendono, intanto il Governo prende quei soldi e, magari, li utilizza per finanziare interventi assistenziali al Nord Italia, legittimi, per carità, ma che sono tutt'altra cosa rispetto alle finalità e rispetto a ciò che, invece, serve al nostro Paese.

Se non utilizziamo questi fondi, infatti, è chiaro che le nozze con i fichi secchi non si possono fare. Noi non abbiamo risorse nuove o aggiuntive da investire nel Mezzogiorno per farlo crescere. Dobbiamo utilizzare ciò che abbiamo e dobbiamo evitare che quanto c'è venga sottratto; per farlo abbiamo solo ed esclusivamente da utilizzare, virtuosamente, anche per gli interventi che riguardano le crisi industriali nel Mezzogiorno d'Italia, le risorse comunitarie.

Oggi la discussione che noi abbiamo provocato serve certamente a comprendere meglio cosa il Governo sta facendo; ma senza una visione di ampio respiro, senza una politica industriale, senza una strategia di impiego virtuoso delle risorse nel Mezzogiorno d'Italia, i dati ci dicono che queste politiche del Governo hanno prodotto, e continuano a produrre, un divario fra il Nord e il Sud, e che questo divario aumenta la condizione di crisi dell'intero Paese perché non consente neanche alle imprese del Nord di avere uno sbocco nei mercati del Mezzogiorno d'Italia.

Questo è ciò di cui dovremmo tenere conto. Ci auguriamo che voi lo facciate con maggiore senso di responsabilità rispetto a quanto non avete fatto fino ad oggi, e ci attendiamo, nella legge di stabilità, delle risposte concrete, che fino ad oggi, ahinoi, sono mancate. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pistorio. Ne ha facoltà.

PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signor Presidente, signor Ministro, intanto, anche io vorrei iniziare il mio intervento, che sarà forse disorganico, perché analizzerò alcuni spunti anche un po' disordinati, con l'apprezzamento per la sua cortesia istituzionale. In Conferenza dei Capigruppo molte volte abbiamo lamentato il fatto che un suo collega, invitato più volte a rendere comunicazioni in quest'Aula, non è mai venuto; lei, al contrario, ha avuto la sensibilità, che io apprezzo, di venire con tempestività e di rendere edotti i senatori su uno dei dossier più delicati di questa drammatica condizione economica e sociale del nostro Paese. Ha riferito in modo puntuale e, sulle questioni che le sono state poste, in particolare sulla Irisbus, ha snocciolato i dati, ha velocemente raccontato il percorso che si è sviluppato sulla crisi di Termini Imerese. Nella nostra richiesta vi era, però, anche la volontà di conoscere la politica strategica del Governo, come il Governo voglia dispiegare una sua iniziativa nel Mezzogiorno, territorio in cui le crisi dei siti industriali sono il segno più drammatico di una difficoltà tutta particolare.

Io non voglio riproporre i contenuti degli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto, ma forse devo farlo per forza, dato che è talmente evidente il motivo di fondo. Anch' io posseggo i medesimi dati, d'altronde, e li potrei ribadire. Tra l'altro, vedo che tutti attingiamo alla medesima fonte, che è rimasta l'unica ad occuparsi ancora di Mezzogiorno: si tratta della SVIMEZ. Ero anch'io alla presentazione del rapporto annuale, e c'era anche il ministro Fitto, puntuale anche lui a raccogliere dati. La SVIMEZ è rimasto l'ultimo soggetto scientifico che ancora si impegna in un'analisi dettagliata sull'economia meridionale, e in modo particolare sull'industria meridionale (oggi siamo qui a discutere di questo), a significare il decadimento dell'interesse verso il tema del Mezzogiorno, che anche l'Aula di questo pomeriggio, forse anche per la scarsa qualità degli interventi che noi stiamo proponendo, rappresenta in modo plastico. Di questo tema non importa quasi niente a nessuno.

Oggi si parla tanto di indignados, ma forse, se c'è una parte del Paese che dovrebbe indignarsi è proprio la società meridionale; e dovrebbe farlo innanzitutto con noi, in quanto classe politica incapace di rappresentare quelle popolazioni con determinazione e passione; ma certamente, signor Ministro, dovrebbe farlo con l'attuale Governo.

Un dato drammatico è quello fornito oggi dalla SVIMEZ - signor Ministro, ho visto che lei annuisce, perché conosce quelle analisi - che parla di un processo di desertificazione industriale che sarebbe in corso nel Mezzogiorno, di cui sono un segnale preoccupante le crisi della Irisbus e di Termini Imerese. Stiamo parlando dell'abbandono di siti produttivi destinatari di grandi investimenti da parte di uno dei pochi players nazionali dell'industria privata, escludendo qui il discorso di Fincantieri.

La FIAT, nell'ambito di un processo che non so se definire di globalizzazione o di delocalizzazione, sembra risalire la Penisola rilasciando i diversi siti produttivi quali Termini Imerese, Irisbus, ed è in discussione il sito di Melfi. Forse si arriverà anche a Torino, e allora si porrà un problema di politica industriale nazionale: oggi lo trattiamo ancora come un problema di crisi industriale del Mezzogiorno.

Un processo di desertificazione industriale è certamente un fatto drammatico, perché comporta la perdita, non solo di siti produttivi, ma anche di intelligenze, di know how, di esperienze, determinando un effetto altrettanto drammatico di migrazione intellettuale e giovanile, che rappresenta il vero impoverimento del Mezzogiorno.

Ancor più grave poi, caro presidente Nania, è che nell'analisi della SVIMEZ di quest'anno, dopo la desertificazione industriale - già di per sé drammatica - venga evocato lo tsunami demografico. I processi che si stanno consumando nel Mezzogiorno a causa della perdita di speranza connessa alla perdita del lavoro produrranno un'assoluta modifica della connotazione demografica del nostro Paese per i prossimi 20 anni. In particolare il Sud, che era la parte più vitale del territorio nazionale per età e per crescita demografica, diventa invece un territorio per vecchi, perché, accanto alla migrazione delle giovani generazioni, vi è la perdita di speranza che porta a non fare più figli.

È chiaro che non posso ascrivere questa situazione all'attuale Governo, perché si tratta di un processo più ampio, per quanto stiamo comunque parlando di un Esecutivo che nella sua continuità storica, se arriverà a fine legislatura - come sostiene il Presidente del Consiglio, nel quale lei, signor Ministro, dovrebbe aver fede - avrà avuto per quasi dieci anni la responsabilità di guidare il nostro Paese. E dieci anni sono un tempo adeguato per misurare il grado di responsabilità.

Non intendo comunque imputare solo a voi la crisi del Mezzogiorno, ma quello che è accaduto in questi anni, signor Ministro, è oggettivamente verificabile. C'è stata infatti un'operazione sulle risorse, che dovevano essere aggiuntive rispetto alle politiche di coesione, mentre sono state sostitutive, come lei sa bene. Sto parlando dei fondi strutturali e dei fondi FAS; questi ultimi, in particolare, non sono stati sostanzialmente utilizzati, perché la quota di competenza centrale è stata impiegata in termini anticiclici, per gestire emergenze di tutti i tipi - alcune delle quali certamente apprezzabili, come la cassa integrazione, altre del tutto fuori luogo, come ad esempio le quote latte - ma non per le politiche di coesione del Mezzogiorno. Quanto poi alla quota regionale, è ancora bloccata, perché manca la cassa: di fatto, dei famosi 57 miliardi originari risultano investiti nel Mezzogiorno, ancora sul piano cartaceo, meno di 7 miliardi.

I fondi europei registrano un ritardo straordinario per responsabilità varie, come ha sottolineato prima anche il collega D'Alia: difficoltà procedurali, problemi di cofinanziamento, programmazioni frammentate. Ci troviamo di fronte, dunque, più in generale, ad un problema che riguarda la governance del sistema dei fondi strutturali che interroga il sistema Paese.

Il Ministro dell'economia ha goduto di un grande agio e di una grande apertura di credito in questo Paese perché aveva anche queste formule magiche, qualche volta anche nella sua polemica un po' aspra.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,33)

(Segue PISTORIO). L'idea che le risorse dei fondi europei non si spendono perché al Sud sono cialtroni è un'espressione del tutto inaccettabile. Io non voglio ribaltarla e dire oggi chi è cialtrone, nel senso dell'incapacità di fare bene il proprio lavoro, ma se dovessimo giocare con le battute oggi sarebbe facilmente ribaltabile verso altri l'accusa di cialtroneria che è stata attribuita, qualche volta anche a ragione, a pezzi di classe dirigente meridionale.

Il tema dei fondi europei è più complicato, e lei lo sa, come sa perfettamente che è stata una grave responsabilità il conflitto palese, non latente, tra il suo Ministero (lei non era ancora Ministro) e quello dell'economia sulla competenza, sull'attribuzione delle risorse. E il fatto che si sia tenuto il suo Dicastero senza responsabile per lunghissimo tempo è un'altra responsabilità politica.

Per quale motivo le dico questo? Perché lei il suo lavoro lo sta facendo, signor Ministro, a partire dalla vicenda di Termini Imerese, dove lei ha fatto la sua parte; una parte scarna, essenziale, legata alla carenza di risorse (come sostiene un mio collega, che forse interverrà dopo, il Governo ha offerto e la Regione ha pagato); in ogni caso, su Termini Imerese c'è stato un esempio di collaborazione istituzionale, con una soluzione che non sarà la migliore (qualcuno dubita dell'efficacia della prospettiva industriale), ma rispetto alle condizioni date è stata la soluzione che si è ritenuta più adeguata affinché quel sito venisse mantenuto nella sua vocazione industriale a favore dell'automobile. Parliamo di un sito, Termini Imerese, che ha una sua complessità e su cui la Regione ha investito moltissimo, immaginando l'intermodalità con un interporto, immaginando quindi che dovesse essere uno snodo perfettamente integrato con l'idea della produzione di auto, perché si è ragionato di programmazione - oggi del tutto in difficoltà - sull'idea che la Sicilia potesse essere una piattaforma logistica con due poli intermodali (uno a Catania Bicocca e uno a Termini Imerese), che potesse ottenere l'Alta capacità ferroviaria, il cui nodo essenziale era anche il Ponte sullo Stretto, elemento di connessione per garantire questa potenzialità.

Ebbene, tutte queste sono scelte che la crisi mette in discussione, ma le mette in discussione soprattutto il fatto che questo Governo ha abbandonato politicamente una politica di sviluppo per il Mezzogiorno. Stiamo ancora aspettando il fantomatico piano per il Sud: sarà anch'esso oggetto del decreto sviluppo? Attendiamo ancora fiduciosi che esso possa svilupparsi?

Per queste ragioni, signor Ministro, il mio movimento politico un anno fa ha tolto la fiducia al Governo, e non perché non abbiamo partecipato alle vicende che hanno riguardato le iniziative personali del Presidente del Consiglio. Le scelte per le quali il Movimento per l'autonomia ha abbandonato questo Governo e ha scelto di essere un movimento di opposizione sono legate alle valutazioni sulla politica economica di questo Governo verso il Mezzogiorno, che era la ragione per la quale eravamo stati alleati.

Vorrei dire al Ministro che ha mostrato sensibilità e cura per la vicenda di Termini Imerese, per come ha gestito questo tavolo nella difficoltà anche delle risorse (lei sa bene che da ultimo la Regione ha varato una legge con la quale ha disposto altri 100 milioni di euro per Termini Imerese per garantire tutta questa vicenda); si è trattato di un modello di relazioni accettabili, ma non è stata la cifra stilistica e sostanziale delle relazioni tra il Governo centrale, la Regione Siciliana, e soprattutto il comparto meridionale di questo Paese, che sconta una crisi drammatica.

Visto che leggiamo tutti il rapporto della SVIMEZ, e credo che voi non abbiate delle analisi originali e delle prospettive, vogliamo riprendere il dossier della fiscalità di vantaggio? Vogliamo considerare uno strumento virtuoso, che elimina l'intermediazione burocratica, clientelare, mafiosa, che ha ucciso l'industria nel Mezzogiorno? Vogliamo utilizzare gli automatismi? Avete iniziato con un piccolo avvio del credito d'imposta: è una forma insufficiente, ma è un buon segnale di approccio. Con l'Europa, in questa fase in cui cambia tutto, si interviene sulle banche, il mercato e la concorrenza sono violati perché l'emergenza economica drammatica costringe ad affrontare il tema, vogliamo fare in modo che un comparto in difficoltà come il Mezzogiorno possa avere uno strumento d'innovazione virtuoso come la fiscalità di vantaggio, che è l'unico elemento che possa compensare i deficit e gli handicap strutturali di questo territorio?

Di questo vorlevo parlare con il Governo. Le crisi sono il segnale di una disattenzione. Riconosco la bontà del suo lavoro per la parte relativa allo stabilimento di Termini Imerese. Le chiedo di fare uno sforzo e di aprire un dossier sulla fiscalità di vantaggio come strumento davvero nuovo per far partire il Mezzogiorno ed avviarne lo sviluppo, nell'interesse dell'intero Paese. (Applausi del senatore Gustavino).