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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 620 del 11/10/2011


MORANDO (PD). Signor Presidente, signori del Governo, abbiamo discusso il Documento di economia e finanza al Senato nel maggio scorso, approvando la relativa risoluzione. Rispetto a quella data sono effettivamente intervenute significative novità che, per un verso, potremmo chiamare oggettive. Si tratta di quei mutamenti della realtà e delle tendenze dell'economia globale, dell'economia europea e di quella nazionale, che costituiscono la base per la definizione delle scelte programmatorie nella gestione della finanza pubblica e della politica economica di un Paese. Per altro verso, sono intervenute anche importanti novità soggettive. Mi riferisco ai mutamenti, anche molto rilevanti, nel disegno di politica economica e fiscale del Governo.

Dunque, ben al di là del vincolo che chiameremo normativo - la legge di contabilità ha fatto della Nota di aggiornamento un documento necessario, mentre prima, con la vecchia legge, era soltanto eventuale - si imponeva l'elaborazione e la discussione della Nota stessa in questo momento, sia per mettere a base della programmazione le nuove tendenze dell'economia globale, europea e nazionale, sia per chiarire come il Governo intenda reagire a tali novità, modificando o arricchendo le scelte di politica economica e di bilancio.

Esaminato il documento al nostro esame da questo punto di vista, ossia guardando le due fondamentali esigenze citate, è difficile non formulare un giudizio di profonda delusione rispetto alla Nota di aggiornamento che il Governo ci ha presentato.

Questa delusione è motivata da due ragioni essenziali. Innanzitutto, la correzione al ribasso delle previsioni di crescita per l'anno in corso e per quelli successivi, certamente motivata dalle valutazioni concordi in questo senso degli istituti di analisi (dal Fondo monetario internazionale alla Commissione europea, fino alla Banca d'Italia), è descritta dalla Nota di aggiornamento come un dato assolutamente non influenzabile dalle sedi di cooperazione internazionale, dal G20 fino all'Eurogruppo. Da anni, ormai, nella politica italiana abbiamo iniziato a non parlare di questa dimensione, ma io credo sia un errore fondamentale.

Nella Nota di aggiornamento vi è implicitamente un'assenza di ambizioni a proposito delle scelte di coordinamento delle politiche economiche, fiscali e monetarie e della dimensione globale ed europea. Signor Presidente, ciò è ben descritto da un provvedimento che discuteremo presto qui, in Senato, cioè dalla decisione del Governo italiano, inopinata e non commentata da alcuno, di presentarsi insieme ad altri Governi europei nella sede dell'Unione economica e monetaria per proporre di ridurre il proprio contributo netto all'Europa, proprio nel pieno della crisi dell'euro.

Dunque, il Governo italiano ha talmente cancellato le proprie ambizioni in termini di orientamento della politica economica nelle sedi internazionali, che si presenta in Europa proponendo di ridurre il proprio contributo all'Unione europea, peraltro senza farne oggetto di valutazione. Quale che sia il giudizio sulle scelte che gli altri Paesi stanno compiendo a tale proposito e sull'impegno che gli altri Paesi stanno esprimendo rispetto alla definizione di sedi, contenuti e strumenti del coordinamento delle politiche economiche, monetarie e fiscali alla dimensione globale, gli altri Governi del mondo in Occidente non si stanno orientando nella stessa direzione. Ciò è esplicitato dall'assenza totale di queste valutazioni nella Nota di aggiornamento al nostro esame.

Vi sono Paesi, come gli Stati Uniti d'America, che sono attivissimi sul versante interno per un grande piano di sostegno all'occupazione, analogo per dimensioni a quello messo in atto nel 2008 a sostegno delle banche. Signor Presidente, sul piano internazionale è ancora più attiva l'amministrazione degli Stati Uniti d'America con un fatto senza precedenti nella storia: mi riferisco alla partecipazione del Ministro del tesoro americano alla riunione dell'Eurogruppo al fine di sollecitare (ovviamente nel loro interesse) i Paesi dell'euro ad assumere iniziative efficaci per evitare che il contagio si trasmetta nuovamente.

Ricordo che il contagio è arrivato dagli Stati Uniti verso l'Europa e ha determinato la grande recessione che sta alle nostre spalle. Oggi gli Stati Uniti chiedono ai Paesi dell'euro di coordinare le politiche economiche e fiscali e di avviare interventi per impedire che la crisi dell'euro manifesti il suo contagio, tramite il fallimento del debito pubblico di alcuni Paesi dell'euro, verso l'intera economia globale, trascinandola nuovamente in una recessione, che questa volta potrebbe diventare (come non è accaduto nel 2008-2009) una grande depressione come quella che abbiamo conosciuto soltanto quasi cento anni fa.

Immagino l'obiezione a questo tipo di approccio. Qualcuno penserà che non può contare molto quello che proponiamo e decidiamo noi nelle sedi internazionali e che siamo troppo piccoli per paragonarci a Paesi come gli Stati Uniti d'America.

A parte il fatto che faremmo bene a non dimenticarci che siamo una delle dieci economie più importanti del mondo, che siamo la seconda manifattura d'Europa, che per volume globale abbiamo il quarto debito pubblico nel mondo e che abbiamo un attivo patrimoniale netto delle famiglie tra i più rilevanti nel contesto dell'economia globale; a parte il fatto che non dovremmo dimenticarci di nulla di tutto ciò, dovremmo però avere per noi stessi, in positivo o in negativo, una qualche considerazione del nostro ruolo più elevata di quella che l'osservazione alla quale ho fatto riferimento implicitamente denuncia.

Lasciamo pure stare gli Stati Uniti d'America e prendiamo la Francia e la Germania (credo che in questo caso non si possa negare la confrontabilità degli orientamenti): ebbene, il Governo francese e quello tedesco da molto tempo, praticamente ogni settimana, hanno incontri bilaterali per cercare di concordare orientamenti comuni su questioni assolutamente cruciali, che poi vengono fatti valere nelle sedi comunitarie.

È in quella sede, ad esempio, che si è definita la proposta - che poi è diventata della Commissione europea - per l'istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie a breve. È in quella sede che adesso si sta discutendo di consentire, in rapporto alla BCE, che il cosiddetto Fondo salva-Stati - dotato di 440 miliardi di euro, assolutamente insufficienti per un intervento sulla potenziale crisi di uno dei grandi Paesi dell'area euro, tra cui in particolare l'Italia - possa usare la leva finanziaria e quindi intervenire per 2.500 miliardi di euro per contrastare l'effetto negativo di un'eventuale crisi del debito pubblico di uno dei grandi Paesi europei.

Io non voglio dire se queste scelte - adesso non ho il tempo per impegnarmi in questa discussione - siano da considerare in maniera positiva o negativa. Dico che il Governo tedesco e quello francese stanno lavorando attivissimamente per determinare queste scelte di coordinamento. Dov'è il Governo italiano? Cosa ci dice la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, che è la sede nella quale dovevate scrivere qual è l'orientamento in base al quale voi vi presentate in quelle sedi? Non c'è una riga.

Fino a un mese e mezzo, due mesi fa, si poteva pensare e constatare - perché bisogna dare merito, là dove questo c'è - che almeno il Ministro italiano dell'economia, per autorevolezza e per sue caratteristiche personali, fosse in grado di partecipare da coprotagonista a questa discussione. Oggi la sua crisi, anche personale, e la crisi politica del Governo ci fa essere certi del fatto che purtroppo anche questa presenza è venuta meno. Come sistema Paese noi non siamo più nel dibattito europeo e globale per il coordinamento delle scelte di politica economica, e ciò è dovuto non al caso, ma alla crisi politica del Governo.

La Nota di aggiornamento costituisce, proprio per la totale assenza di questi temi, la prova provata che con questo Governo noi non ce la possiamo fare, perché adesso - a differenza di qualche mese fa - non prova nemmeno più ad essere presente nel contesto della discussione per affrontare la crisi.

La seconda ragione di delusione ha a che fare, invece, con l'incapacità del Governo di presentare al Paese e al Parlamento, attraverso questa Nota di aggiornamento, un discorso di verità sugli effetti prevedibili che possono determinare sul prodotto le pur necessarie misure restrittive di finanza pubblica che ha messo in atto nel corso di questi ultimi mesi.

Signor Presidente, questa Nota non calcola l'inevitabile effetto recessivo della manovra messa in atto nel corso dell'estate, la cui esistenza - mi riferisco all'effetto recessivo - non rende naturalmente meno necessaria la manovra, non suggerisce di non farla: però, per trasparenza e per dare al Paese la consapevolezza necessaria dello sforzo che è indispensabile fare per affrontare i problemi, bisogna che questo effetto venga valutato. Invece nulla, nella Nota di aggiornamento non se ne parla. C'è, ormai, un'incapacità del Governo di motivare anche le scelte che compie.

Signor rappresentante del Governo, nel Documento di economia e finanza di maggio e nella risoluzione parlamentare che lo ha approvato stava scritto che la manovra si doveva comporre, per il 70 per cento, di minore spesa e per il 30 per cento di maggiori entrate. Lei sa, signor Sottosegretario, che la manovra vera, quella che abbiamo approvato, si compone per il 75 per cento di maggiori entrate e per il 25 per cento di minore spesa. C'è stato un completo rovesciamento. Quanto alle ragioni di tale capovolgimento occorre dire che la Nota di aggiornamento obbligava il Governo a chiarire il senso di questo diverso orientamento. Il Parlamento aveva suggerito di varare una manovra con caratteristiche del tutto diverse. Non ve l'aveva detto l'opposizione, ma la maggioranza. Ebbene, volete dare conto al Paese e al Parlamento delle ragioni per cui avete determinato questo diverso orientamento? Può anche darsi che sia necessario, ma lo dovete dire! E, invece, non lo fate, nella Nota di aggiornamento.

Allo stesso, modo scrivete il falso, nella Nota di aggiornamento, a proposito del livello della pressione fiscale. Quest'ultimo non è, in realtà, quello che è scritto nella tavola relativa della Nota: a quello che c'è scritto, infatti, bisogna aggiungere, per quello che riguarda il 2012, 4 miliardi di euro, per il 2013 16 miliardi di euro - più di un punto di prodotto - e per il 2014 20 miliardi di euro. In altri termini, programmate di portare la pressione fiscale al 45,2 per cento del prodotto nel 2014, al netto degli effetti che avranno gli aumenti di pressione fiscale decisi dal sistema degli enti locali e delle Regioni.

Ora il punto è: manovre di queste dimensioni dal lato delle entrate sono certamente più recessive di quelle realizzate dal lato della spesa. La Nota di aggiornamento poteva essere la sede, anche alla luce degli emendamenti dell'opposizione approvati (sia quello nostro sia quello del senatore Rossi a proposito della destinazione delle entrate della lotta all'evasione fiscale), nella quale realizzare questa correzione, o almeno programmarla per il 2013 e il 2014. Non lo avete fatto non perché non sia ragionevole farlo, ma perché non avete la forza politica per farlo: perché per ridurre davvero la spesa come sarebbe necessario bisogna avere una forza politica che non avete più.

Un'ultima considerazione: d'accordo, sarà tutto vero - potrebbe dire qualcuno - ma noi qualcosa stiamo cercando di fare. Stiamo cercando di varare il "decreto sviluppo". E qui, signor Presidente, siamo veramente all'assurdo. La Nota di aggiornamento cos'è, se non la sede nella quale indicare i contenuti di una misura come quella che dite di voler approvare al massimo entro 15 giorni, cioè effetto recessivo della manovra compensato da misure per la crescita?

Nella Nota di aggiornamento non c'è una riga su questo, e non è che non l'avete scritta perché non avete valutato l'opportunità di scriverla, ma semplicemente perché non sapete cosa scrivere. Infatti, siamo all'11 di ottobre, pensate di varare un decreto per la promozione dello sviluppo entro il 30 ottobre ma non sapete cosa scrivere nella Nota di aggiornamento che dovrebbe indicarne le linee di fondo. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-FLI e dei senatori Astore e Molinari).

Noi vi abbiamo detto alcune cose e ve le ridiremo con una risoluzione. Facciamo solo due esempi.

Primo: ma è mai possibile che non guardiate i numeri? Il "pensionismo" dello Stato sociale italiano non è più sostenibile. Bisogna realizzare un riequilibrio. Non si tratta di fare la riforma delle pensioni (quella l'abbiamo fatta nel 1995): occorre accelerare l'andata a regime della riforma che abbiamo già varato, con il contributivo pro rata temporis per tutti, range per andare in pensione minimo-massimo da 57-65 anni, come sosteneva la riforma Dini, a 61 o 62-69 anni, come la longevità, nel frattempo cresciuta, suggerirebbe.

Secondo esempio. Se guardate la tavola 10 del documento in esame, vedrete che il PIL potenziale in Italia non cresce più da anni: il relativo valore è uguale a 0,0. Ricordo che il PIL potenziale è il riferimento che misura le potenzialità di crescita di un Paese. Ebbene, nel nostro Paese è uguale a 0,0. E qual è la risorsa fondamentale che non utilizziamo? La capacità di lavorare, la voglia di fare di milioni di ragazze giovani che non trovano lavoro e sono così disperate che non lo cercano nemmeno più. Volete prevedere una misura di effettivo sostegno per questa parte della società italiana, che rappresenta l'unico vero elemento di potenzialità per crescere in modo più significativo? Bisogna prevedere detrazioni fiscali forti, immediate, compensate da aumenti della pressione fiscale su consumi e patrimoni verso il reddito da lavoro di tutte le donne, se volete provare a orientarvi verso la modificazione di una realtà che altrimenti segnala il declino, magari dolce, ma pur sempre declino del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Astore e Molinari).