RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente CHITI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 11,01).
Si dia lettura del processo verbale.
OLIVA, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 6 ottobre.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 11,04).
Discussione del documento:
(Doc. LVII, n. 4-bis) Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2011 (Relazione orale)(ore 11,04)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del Documento LVII, n. 4-bis.
Ilrelatore, senatore Lenna, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.
Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.
LENNA, relatore. Signor Presidente, la Nota in esame costituisce la prima applicazione del nuovo ciclo di programmazione previsto dalla legge n. 39 del 2011. Esso viene infatti riorganizzato in due momenti distinti: il primo, nel mese di aprile, finalizzato alla predisposizione del programma di stabilità e del PNR; il secondo, che prende avvio il 20 settembre, finalizzato in particolare ad aggiornare gli obiettivi programmatici individuati nel Documento di aprile e le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica, in vista dell'elaborazione della manovra finanziaria di finanza pubblica. In tale nuova configurazione, la Nota non rappresenta più pertanto un documento eventuale, da presentare nel caso di scostamenti rispetto agli obiettivi ed alle previsioni iniziali, ma rappresenta un documento necessario facente parte a pieno titolo degli strumenti di programmazione individuati dalla legge di contabilità.
Per quanto riguarda il contenuto del documento, va ricordato che nel DEF era previsto in particolare l'obiettivo di medio termine del pareggio di bilancio entro il 2014, da raggiungere con una manovra complessiva pari al 2,3 per cento del PIL nel periodo 2013-2014. Per realizzare l'aggiustamento indicato nel DEF è stato quindi adottato il decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, con il quale è stata prevista una correzione fiscale di circa 48 miliardi di euro. Successivamente, con il decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, è stato incrementato l'ammontare della correzione fiscale complessiva fino a 59,8 miliardi di euro.
Il quadro presentato dal DEF di aprile risulta pertanto evidentemente mutato, sia per effetto del rallentamento dell'economia mondiale, sia per i conseguenti riflessi sull'economia del nostro Paese.
A tal fine, la Nota di aggiornamento in esame provvede, in particolare, a modificare le stime di crescita, prevedendo una dinamica del PIL più contenuta rispetto a quanto stabilito nel DEF. Secondo le stesse previsioni internazionali, il PIL mondiale è previsto crescere all'incirca del 4 per cento fino alla fine del 2012, circa mezzo punto in meno di quanto previsto in primavera; fino al 2014 la crescita proseguirà con un ritmo moderato, rispetto al 5,1 per cento raggiunto nel 2010.
Alla luce dei più recenti sviluppi complessivi, sia di natura esterna che interna, il peggioramento delle prospettive macroeconomiche ha pertanto condotto, secondo quanto riportato nella Nota, a rivedere le stime di crescita dell'economia italiana nelle misure sopraesposte. Tale revisione rispetto al DEF comporta un peggioramento delle prospettive di crescita per l'intero periodo 2011-2014 pari a circa due punti percentuali.
Va peraltro considerato che la manovra realizzata con il decreto-legge n. 138 del 2011, avente l'obiettivo di anticipare il pareggio di bilancio nel 2013, se da un lato è apparsa necessaria per contrastare l'ampliamento dei differenziali di rendimento dei titoli di Stato italiani rispetto a quelli di altri Paesi europei, dall'altro potrebbe produrre effetti non positivi sul livello di attività economica nel breve periodo, che potrebbero riflettersi sulla flessione del gettito da imposizione diretta; andrebbe pertanto appurato se la combinazione degli effetti di trascinamento, legati alla revisione al ribasso delle stime di crescita e agli effetti restrittivi della manovra, sia suscettibile di determinare una riduzione del gettito da imposta diretta.
Il quadro macroeconomico presentato nella Nota di aggiornamento recepisce sia l'evoluzione dello scenario economico internazionale sia l'operare di una pluralità di fattori legati alla manovra correttiva. (Brusìo).
PRESIDENTE. Senatore Lenna, mi scusi. Colleghi, siamo pochi, e normalmente quando ciò accade c'è il pregio dell'attenzione, o perlomeno quello di poter far seguire chi è attento.
Il senatore Lenna sta svolgendo la sua relazione sulla Nota d'aggiornamento del Documento di economia e finanza per il 2011: lascio a ognuno di noi la valutazione se questo sia un tema di rilievo che possa essere ascoltato, o se invece si possa svolgere nella distrazione generale, impedendo altresì a chi vuol seguire di poterlo fare.
LENNA, relatore. La ringrazio, signor Presidente.
Come dicevo, il quadro macroeconomico presentato nella Nota di aggiornamento recepisce sia l'evoluzione dello scenario economico internazionale sia l'operare di una pluralità di fattori legati alla manovra correttiva. In estrema sintesi, viene evidenziato, in particolare, un rallentamento dei consumi delle famiglie e di una domanda estera netta che sostiene la crescita del PIL, nonostante il freno alla crescita delle esportazioni.
A questo si aggiunge un'evoluzione più debole dell'offerta di lavoro, che si accompagna tuttavia ad una riduzione dell'utilizzo delle ore di cassa integrazione rispetto al 2010. Quanto alle grandezze economiche, nella Nota di aggiornamento viene inoltre segnalato un miglioramento del dato relativo agli occupati misurati in unità standard di lavoro rispetto alla stima del DEF, nonché sul versante monetario un rialzo dell'inflazione per effetto dei rincari delle materie prime.
Per quanto riguarda il quadro di finanza pubblica, la Nota in esame ricostruisce le principali misure introdotte con le manovre da ultimo approvate. Rispetto alle entrate, in particolare, le variazioni introdotte dipendono in larga parte dalla prevista riduzione dei regimi fiscali e assistenziali di favore, con effetti pari a 4 miliardi di euro nel 2012, 16 miliardi nel 2013 e 20 miliardi nel 2014. Nel 2013 e 2014, in particolare, al netto di tali riduzioni, l'ammontare delle maggiori entrate, pari a circa 20 miliardi l'anno, è pressoché corrispondente alla prevista riduzione netta delle spese. Tale riduzione comporterà un decremento del peso delle spese correnti rispetto al PIL, che passerà dal 42,7 per cento nel 2011 al 40,9 per cento nel 2014, e uno più modesto nelle spese di conto capitale, che passerà dal 3 per cento al 2,6 per cento.
Per quanto riguarda la spesa, il quadro tendenziale della stessa indicato dalla Nota evidenzia, per quanto riguarda i redditi da lavoro dipendente, che, dopo una contrazione in valore assoluto tra il 2011 e il 2012, questi mantengono una sostanziale stabilità nel biennio successivo. L'aggregato riduce pertanto l'incidenza sul prodotto, passando dal 10,8 per cento nel 2011 al 10,5 per cento nel 2012 e al 10 per cento nel 2014: il lieve peggioramento rispetto alle precedenti previsioni contenute nel Documento di economia e finanza è interamente ascrivibile al peggioramento del denominatore del rapporto. Rispetto al DEF, le nuove stime non risultano dunque variate in modo significativo, salvo per l'anno 2014, esercizio in cui si concentrano gli effetti della manovra correttiva: le differenze sono da ascriversi sia alle variazioni del quadro macroeconomico sottostante le stime sia agli interventi di contenimento. L'aggregato risulta quindi significativamente inciso dalle due manovre correttive di luglio e di agosto, che determinano un innalzamento dell'età media di accesso al pensionamento.
Per quanto riguarda infine i consumi intermedi, la Nota evidenzia una dinamica contenuta, su cui pesano le manovre di contenimento attuate negli anni scorsi. Rispetto alle previsioni contenute nel DEF, le nuove stime dei consumi intermedi scontano una riduzione crescente della spesa, che supera gli 8 miliardi di euro a fine periodo.
Nel complesso, le misure adottate con i citati decreti-legge comportano l'azzeramento del deficit tendenziale previsto nel DEF, anticipando il pareggio di bilancio di un anno rispetto a quanto indicato nel DEF: il deficit è infatti stimato nello 0,1 per cento del PIL nel 2013, mentre nel 2014 è addirittura previsto un avanzo di bilancio pari allo 0,2 per cento.
Per quanto riguarda il rapporto debito-PIL, mentre è previsto un incremento per l'anno in corso (120,6 per cento rispetto al 120 per cento indicato nel DEF), esso rimane sostanzialmente inalterato nel 2012, per poi presentare un profilo decrescente negli anni 2013 e 2014 rispetto a quanto stabilito nel DEF. La sensibile riduzione del debito nel triennio 2012-2014 è senz'altro da attribuirsi principalmente agli elevati e crescenti avanzi primari frutto delle due manovre estive.
Ancora più specificamente, sul versante delle entrate, la Nota di aggiornamento prevede un aumento della pressione fiscale di circa un punto percentuale tra il 2010 ed il 2014, al netto della riduzione delle agevolazioni fiscali ed assistenziali: precisamente, si passa nel 2011 dal 42,5 per cento indicato nel DEF al 42,7 per cento, nel 2012 dal 42,7 per cento al 43,8 per cento, nel 2013 dal 42,6 per cento al 43,9 per cento e nel 2014 dal 42,5 per cento al 43,7 per cento.
I dati riportati dalla Nota, aggiornati sulla base della legislazione vigente, circa l'evoluzione del quadro macroeconomico e delle risultanze dell'attività di monitoraggio, prevedono altresì un aumento delle entrate tributarie rispetto a quanto indicato nel DEF: 488 anziché 476 miliardi di euro nel 2012, 503 anziché 492 miliardi di euro nel 2013 e 516 anziché 507 miliardi di euro nel 2014. Tale crescita deriva da un aumento delle imposte dirette di circa 3 miliardi di euro nel 2012 e di circa 2 miliardi nel 2013 e nel 2014. Più consistente è invece la crescita delle imposte indirette rispetto a quanto indicato nel DEF: più 9 miliardi di euro nel 2012 e nel 2013 e più 7 miliardi nel 2014. La correzione con le manovre approvate può apparire sbilanciata sul lato delle entrate, ove peraltro si include, per un importo pari a circa la metà della correzione medesima, la riduzione delle agevolazioni fiscali previste dal decreto-legge n. 138 del 2011.
In proposito, va però rammentato che tale riduzione potrebbe non determinarsi laddove i medesimi effetti finanziari positivi, pari a 20 miliardi nel 2014, vengano conseguiti con provvedimenti di riordino delle spese e, in particolare, attraverso l'attuazione della proposta di legge delegata in materia fiscale e assistenziale e tramite la sollecita attuazione del meccanismo di spending review inserito nell'articolo 01 dell'ultima manovra finanziaria.
Va inoltre evidenziato che con il documento in esame viene specificato che al completamento della manovra 2012‑2014 saranno collegati i provvedimenti in materia di infrastrutture, liberalizzazioni, privatizzazioni e interventi per il Mezzogiorno.
Infine, quale nota conclusiva, va sottolineato che il quadro delle azioni e degli interventi correttivi delineato nella Nota non sconta chiaramente l'eventuale ricorso ad operazioni di finanza straordinaria mediante la cessione e/o valorizzazione dell'ingente patrimonio pubblico. Su tale ultimo punto, da alcune stime recenti, è emerso che sarebbe possibile trarre senza particolari difficoltà e in tempi ragionevolmente brevi (in un orizzonte graduale che va dal 2015 al 2020) l'equivalente pari ad almeno 25-30 miliardi di euro da destinare interamente alla riduzione del debito.
L'opzione va senz'altro considerata nella sua evidente ragionevolezza in termini di politica economica, non solo per il diretto impatto a beneficio della sostenibilità a medio termine del debito, ma anche, se non soprattutto, per gli effetti che avrebbe, direttamente per riduzione della spesa per interessi e indirettamente per riduzioni di spese incongrue o inopportune connesse al patrimonio pubblico sulla gestione e sostenibilità della spesa corrente, recuperandosi in tal modo i necessari margini per la ripresa degli investimenti pubblici che sono, com'è noto, assolutamente indispensabili e cruciali per riportare il Paese su un sentiero di crescita economica.
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, rivolgiamo un saluto a nome del Senato agli alunni dell'Istituto comprensivo Roccafluvione, in provincia di Ascoli Piceno, che sono in visita oggi al Senato. Tanti auguri per la vostra attività di studio. (Applausi).
Ripresa della discussione del Documento LVII, n. 4-bis (ore 11,19)
PRESIDENTE. Avverto che, come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo, le proposte di risoluzione dovranno essere presentate entro la fine della discussione.
Dichiaro aperta la discussione.
È iscritto a parlare il senatore Fleres. Ne ha facoltà.
FLERES (CN-Io Sud-FS). Signor Presidente, come Coesione Nazionale-Grande Sud avremmo preferito certamente analizzare un Documento di economia e finanza, come aggiornato dalla Nota in discussione, più politico e meno computistico. Avremmo preferito analizzare un Documento di economia e finanza che, oltre a individuare con precisione scrupolosa i dati riguardanti le crescite reali o virtuali, ipotetiche o no, avesse anche indicato una traccia per le politiche di sviluppo di questo Paese e, in particolare, per alcune zone di questo Paese.
Tuttavia, non c'è dubbio che il Documento di economia e finanza 2011, come aggiornato, costituisca una traccia ben precisa dell'andamento dell'economia globale, dei Paesi dell'Unione europea e del nostro Paese, grazie al quale è possibile individuare elementi utili ai fini dell'elaborazione di politiche di sviluppo per questo Paese. Mi chiedevo, mentre ascoltavo il collega Lenna che svolgeva la sua relazione, se è possibile sperare che le cifre e gli auspici contenuti nel Documento di economia e finanza nel 2011, come aggiornato, siano fondati.
Personalmente mi auguro di sì, ma auspico pure che chi deve leggere, interpretare e porre alla base della propria azione politica e delle proprie politiche queste cifre, che certamente sono chiare e intelligibili, le sappia comprendere fino in fondo, non tanto per gli aspetti aritmetici - per quello è sufficiente un computista ‑ quanto per gli aspetti politici e per quelli legati alla struttura dello Stato, all'organizzazione dello Stato e degli enti locali, agli interventi che lo Stato dispone nell'economia.
Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, personalmente sono convinto che i tagli orizzontali comportino un rallentamento per i processi di sviluppo di questo Paese, perché non fissano delle politiche e trattano un settore alla stessa stregua di un altro, senza tener conto che può esserci un'emergenza o un'esigenza molto più articolata in un campo piuttosto che in un altro. Personalmente, comprendo che, nella prima fase di questa legislatura, la scelta dei tagli orizzontali fosse obbligata perché il Paese certamente veniva fuori da una situazione di disagio finanziario ma anche di allegra gestione delle risorse pubbliche che meritava un taglio orizzontale acritico. Ma per quanto tempo devono continuare i tagli acritici alle politiche di sviluppo del nostro Paese?
Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, i ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione stanno costituendo un grave handicap per le possibilità di ripresa della nostra economia e stanno demoralizzando coloro i quali intendono battersi per continuare a fare gli imprenditori, per continuare ad offrire lavoro, sviluppo e crescita economica a questo Paese, così come la paralisi e la politicizzazione della giustizia costituiscono elementi di forte rallentamento per lo sviluppo. Quale impresa, nazionale o internazionale, è disponibile a rischiare i propri capitali senza la certezza del diritto nel rapporto con la pubblica amministrazione e con la giustizia e senza la certezza dei tempi nell'esecuzione dei diversi provvedimenti e delle diverse fasi?
L'evasione fiscale che si concentra al Nord e il lavoro nero che si concentra al Sud costituiscono due facce di una medesima medaglia fatta di disagio e di difficoltà nel resistere alla crisi economica, difficoltà che determina una forzatura degli obblighi di legge, fiscale in un caso e contrattuale, relativamente al rispetto delle discipline del lavoro dipendente, nell'altro. Ecco, questi due fenomeni devono costituire due grandi campanelli d'allarme, perché devono indicarci due modi diversi, ma sostanzialmente identici, di affrontare la crisi facendo sostanzialmente una giustizia sommaria con le proprie risorse, con i propri mezzi.
Questo Paese non si può più permettere di avere un tasso di evasione fiscale alto come quello che si registra, ma neanche di avere una reazione schizofrenica relativamente al contrasto all'evasione fiscale per cui si perseguita il barista che ha dimenticato di rilasciare lo scontrino e lo si multa per decine di migliaia di euro e poi si tollerano i grandi evasori fiscali che a colpi di transazioni fasulle, di vendite fasulle e approvvigionamenti altrettanto fasulli evadono decine di milioni di euro. Così come, dall'altra parte, è intollerabile che vi sia un'area del Paese in cui non esistono garanzie occupazionali di natura contrattuale, non esiste la previdenza, non esiste l'assistenza, in pratica esiste il lavoro nero. Se questo Paese decide di affrontare questi problemi, deve farlo senza nascondersi dietro un dito: deve decidere se affrontarli nella gravità che essi manifestano o se ignorarli e affrontarli in maniera politicizzata, tenendo conto che in un caso sono rappresentati gli interessi di una determinata area geografica e nell'altro quelli di un'altra area geografica (come se il Paese non fosse unico e come se la crisi non la stessimo subendo tutti).
Onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, onorevole Presidente, è necessario che il Governo venga presto in Aula e, partendo dalle cifre di questo aggiornamento del Documento di economia e finanza, che desidero dare per buone, nonostante le perplessità che ho manifestato, offra al Parlamento la possibilità di valutare una strategia che non può più essere soltanto di tagli orizzontali: deve essere una strategia di crescita e di sviluppo, una strategia di investimento, una strategia di scelta, una strategia perequativa. Non è possibile scrivere nel DEF che esiste un preoccupante rallentamento della produzione, del prodotto interno lordo nel Mezzogiorno d'Italia, senza parallelamente sostenere che si tratta dell'area del Paese meno infrastrutturata rispetto alle altre.
Come volete che si sviluppi il Mezzogiorno d'Italia se non viene immediatamente avviato un percorso perequativo dal punto di vista infrastrutturale? Non può svilupparsi se non vengono colmate le differenze di natura economica, figlie di quella sperequazione infrastrutturale pagata in questo momento dal Mezzogiorno d'Italia e anche da tutte quelle altre aree del Nord e del Centro che vivono condizioni di minore sviluppo a causa di una scarsa infrastrutturazione o più semplicemente di una poco attenta politica di sviluppo mostrata nei loro confronti.
Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, valuteremo il contenuto di questa Nota e decideremo di sostenerla con maggiore veemenza e decisione quando sapremo esattamente quali sono le scelte di crescita che il Governo intende compiere, partendo da questa analisi e soprattutto formulando una terapia credibile e fondata. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morando. Ne ha facoltà.
MORANDO (PD). Signor Presidente, signori del Governo, abbiamo discusso il Documento di economia e finanza al Senato nel maggio scorso, approvando la relativa risoluzione. Rispetto a quella data sono effettivamente intervenute significative novità che, per un verso, potremmo chiamare oggettive. Si tratta di quei mutamenti della realtà e delle tendenze dell'economia globale, dell'economia europea e di quella nazionale, che costituiscono la base per la definizione delle scelte programmatorie nella gestione della finanza pubblica e della politica economica di un Paese. Per altro verso, sono intervenute anche importanti novità soggettive. Mi riferisco ai mutamenti, anche molto rilevanti, nel disegno di politica economica e fiscale del Governo.
Dunque, ben al di là del vincolo che chiameremo normativo - la legge di contabilità ha fatto della Nota di aggiornamento un documento necessario, mentre prima, con la vecchia legge, era soltanto eventuale - si imponeva l'elaborazione e la discussione della Nota stessa in questo momento, sia per mettere a base della programmazione le nuove tendenze dell'economia globale, europea e nazionale, sia per chiarire come il Governo intenda reagire a tali novità, modificando o arricchendo le scelte di politica economica e di bilancio.
Esaminato il documento al nostro esame da questo punto di vista, ossia guardando le due fondamentali esigenze citate, è difficile non formulare un giudizio di profonda delusione rispetto alla Nota di aggiornamento che il Governo ci ha presentato.
Questa delusione è motivata da due ragioni essenziali. Innanzitutto, la correzione al ribasso delle previsioni di crescita per l'anno in corso e per quelli successivi, certamente motivata dalle valutazioni concordi in questo senso degli istituti di analisi (dal Fondo monetario internazionale alla Commissione europea, fino alla Banca d'Italia), è descritta dalla Nota di aggiornamento come un dato assolutamente non influenzabile dalle sedi di cooperazione internazionale, dal G20 fino all'Eurogruppo. Da anni, ormai, nella politica italiana abbiamo iniziato a non parlare di questa dimensione, ma io credo sia un errore fondamentale.
Nella Nota di aggiornamento vi è implicitamente un'assenza di ambizioni a proposito delle scelte di coordinamento delle politiche economiche, fiscali e monetarie e della dimensione globale ed europea. Signor Presidente, ciò è ben descritto da un provvedimento che discuteremo presto qui, in Senato, cioè dalla decisione del Governo italiano, inopinata e non commentata da alcuno, di presentarsi insieme ad altri Governi europei nella sede dell'Unione economica e monetaria per proporre di ridurre il proprio contributo netto all'Europa, proprio nel pieno della crisi dell'euro.
Dunque, il Governo italiano ha talmente cancellato le proprie ambizioni in termini di orientamento della politica economica nelle sedi internazionali, che si presenta in Europa proponendo di ridurre il proprio contributo all'Unione europea, peraltro senza farne oggetto di valutazione. Quale che sia il giudizio sulle scelte che gli altri Paesi stanno compiendo a tale proposito e sull'impegno che gli altri Paesi stanno esprimendo rispetto alla definizione di sedi, contenuti e strumenti del coordinamento delle politiche economiche, monetarie e fiscali alla dimensione globale, gli altri Governi del mondo in Occidente non si stanno orientando nella stessa direzione. Ciò è esplicitato dall'assenza totale di queste valutazioni nella Nota di aggiornamento al nostro esame.
Vi sono Paesi, come gli Stati Uniti d'America, che sono attivissimi sul versante interno per un grande piano di sostegno all'occupazione, analogo per dimensioni a quello messo in atto nel 2008 a sostegno delle banche. Signor Presidente, sul piano internazionale è ancora più attiva l'amministrazione degli Stati Uniti d'America con un fatto senza precedenti nella storia: mi riferisco alla partecipazione del Ministro del tesoro americano alla riunione dell'Eurogruppo al fine di sollecitare (ovviamente nel loro interesse) i Paesi dell'euro ad assumere iniziative efficaci per evitare che il contagio si trasmetta nuovamente.
Ricordo che il contagio è arrivato dagli Stati Uniti verso l'Europa e ha determinato la grande recessione che sta alle nostre spalle. Oggi gli Stati Uniti chiedono ai Paesi dell'euro di coordinare le politiche economiche e fiscali e di avviare interventi per impedire che la crisi dell'euro manifesti il suo contagio, tramite il fallimento del debito pubblico di alcuni Paesi dell'euro, verso l'intera economia globale, trascinandola nuovamente in una recessione, che questa volta potrebbe diventare (come non è accaduto nel 2008-2009) una grande depressione come quella che abbiamo conosciuto soltanto quasi cento anni fa.
Immagino l'obiezione a questo tipo di approccio. Qualcuno penserà che non può contare molto quello che proponiamo e decidiamo noi nelle sedi internazionali e che siamo troppo piccoli per paragonarci a Paesi come gli Stati Uniti d'America.
A parte il fatto che faremmo bene a non dimenticarci che siamo una delle dieci economie più importanti del mondo, che siamo la seconda manifattura d'Europa, che per volume globale abbiamo il quarto debito pubblico nel mondo e che abbiamo un attivo patrimoniale netto delle famiglie tra i più rilevanti nel contesto dell'economia globale; a parte il fatto che non dovremmo dimenticarci di nulla di tutto ciò, dovremmo però avere per noi stessi, in positivo o in negativo, una qualche considerazione del nostro ruolo più elevata di quella che l'osservazione alla quale ho fatto riferimento implicitamente denuncia.
Lasciamo pure stare gli Stati Uniti d'America e prendiamo la Francia e la Germania (credo che in questo caso non si possa negare la confrontabilità degli orientamenti): ebbene, il Governo francese e quello tedesco da molto tempo, praticamente ogni settimana, hanno incontri bilaterali per cercare di concordare orientamenti comuni su questioni assolutamente cruciali, che poi vengono fatti valere nelle sedi comunitarie.
È in quella sede, ad esempio, che si è definita la proposta - che poi è diventata della Commissione europea - per l'istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie a breve. È in quella sede che adesso si sta discutendo di consentire, in rapporto alla BCE, che il cosiddetto Fondo salva-Stati - dotato di 440 miliardi di euro, assolutamente insufficienti per un intervento sulla potenziale crisi di uno dei grandi Paesi dell'area euro, tra cui in particolare l'Italia - possa usare la leva finanziaria e quindi intervenire per 2.500 miliardi di euro per contrastare l'effetto negativo di un'eventuale crisi del debito pubblico di uno dei grandi Paesi europei.
Io non voglio dire se queste scelte - adesso non ho il tempo per impegnarmi in questa discussione - siano da considerare in maniera positiva o negativa. Dico che il Governo tedesco e quello francese stanno lavorando attivissimamente per determinare queste scelte di coordinamento. Dov'è il Governo italiano? Cosa ci dice la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, che è la sede nella quale dovevate scrivere qual è l'orientamento in base al quale voi vi presentate in quelle sedi? Non c'è una riga.
Fino a un mese e mezzo, due mesi fa, si poteva pensare e constatare - perché bisogna dare merito, là dove questo c'è - che almeno il Ministro italiano dell'economia, per autorevolezza e per sue caratteristiche personali, fosse in grado di partecipare da coprotagonista a questa discussione. Oggi la sua crisi, anche personale, e la crisi politica del Governo ci fa essere certi del fatto che purtroppo anche questa presenza è venuta meno. Come sistema Paese noi non siamo più nel dibattito europeo e globale per il coordinamento delle scelte di politica economica, e ciò è dovuto non al caso, ma alla crisi politica del Governo.
La Nota di aggiornamento costituisce, proprio per la totale assenza di questi temi, la prova provata che con questo Governo noi non ce la possiamo fare, perché adesso - a differenza di qualche mese fa - non prova nemmeno più ad essere presente nel contesto della discussione per affrontare la crisi.
La seconda ragione di delusione ha a che fare, invece, con l'incapacità del Governo di presentare al Paese e al Parlamento, attraverso questa Nota di aggiornamento, un discorso di verità sugli effetti prevedibili che possono determinare sul prodotto le pur necessarie misure restrittive di finanza pubblica che ha messo in atto nel corso di questi ultimi mesi.
Signor Presidente, questa Nota non calcola l'inevitabile effetto recessivo della manovra messa in atto nel corso dell'estate, la cui esistenza - mi riferisco all'effetto recessivo - non rende naturalmente meno necessaria la manovra, non suggerisce di non farla: però, per trasparenza e per dare al Paese la consapevolezza necessaria dello sforzo che è indispensabile fare per affrontare i problemi, bisogna che questo effetto venga valutato. Invece nulla, nella Nota di aggiornamento non se ne parla. C'è, ormai, un'incapacità del Governo di motivare anche le scelte che compie.
Signor rappresentante del Governo, nel Documento di economia e finanza di maggio e nella risoluzione parlamentare che lo ha approvato stava scritto che la manovra si doveva comporre, per il 70 per cento, di minore spesa e per il 30 per cento di maggiori entrate. Lei sa, signor Sottosegretario, che la manovra vera, quella che abbiamo approvato, si compone per il 75 per cento di maggiori entrate e per il 25 per cento di minore spesa. C'è stato un completo rovesciamento. Quanto alle ragioni di tale capovolgimento occorre dire che la Nota di aggiornamento obbligava il Governo a chiarire il senso di questo diverso orientamento. Il Parlamento aveva suggerito di varare una manovra con caratteristiche del tutto diverse. Non ve l'aveva detto l'opposizione, ma la maggioranza. Ebbene, volete dare conto al Paese e al Parlamento delle ragioni per cui avete determinato questo diverso orientamento? Può anche darsi che sia necessario, ma lo dovete dire! E, invece, non lo fate, nella Nota di aggiornamento.
Allo stesso, modo scrivete il falso, nella Nota di aggiornamento, a proposito del livello della pressione fiscale. Quest'ultimo non è, in realtà, quello che è scritto nella tavola relativa della Nota: a quello che c'è scritto, infatti, bisogna aggiungere, per quello che riguarda il 2012, 4 miliardi di euro, per il 2013 16 miliardi di euro - più di un punto di prodotto - e per il 2014 20 miliardi di euro. In altri termini, programmate di portare la pressione fiscale al 45,2 per cento del prodotto nel 2014, al netto degli effetti che avranno gli aumenti di pressione fiscale decisi dal sistema degli enti locali e delle Regioni.
Ora il punto è: manovre di queste dimensioni dal lato delle entrate sono certamente più recessive di quelle realizzate dal lato della spesa. La Nota di aggiornamento poteva essere la sede, anche alla luce degli emendamenti dell'opposizione approvati (sia quello nostro sia quello del senatore Rossi a proposito della destinazione delle entrate della lotta all'evasione fiscale), nella quale realizzare questa correzione, o almeno programmarla per il 2013 e il 2014. Non lo avete fatto non perché non sia ragionevole farlo, ma perché non avete la forza politica per farlo: perché per ridurre davvero la spesa come sarebbe necessario bisogna avere una forza politica che non avete più.
Un'ultima considerazione: d'accordo, sarà tutto vero - potrebbe dire qualcuno - ma noi qualcosa stiamo cercando di fare. Stiamo cercando di varare il "decreto sviluppo". E qui, signor Presidente, siamo veramente all'assurdo. La Nota di aggiornamento cos'è, se non la sede nella quale indicare i contenuti di una misura come quella che dite di voler approvare al massimo entro 15 giorni, cioè effetto recessivo della manovra compensato da misure per la crescita?
Nella Nota di aggiornamento non c'è una riga su questo, e non è che non l'avete scritta perché non avete valutato l'opportunità di scriverla, ma semplicemente perché non sapete cosa scrivere. Infatti, siamo all'11 di ottobre, pensate di varare un decreto per la promozione dello sviluppo entro il 30 ottobre ma non sapete cosa scrivere nella Nota di aggiornamento che dovrebbe indicarne le linee di fondo. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-FLI e dei senatori Astore e Molinari).
Noi vi abbiamo detto alcune cose e ve le ridiremo con una risoluzione. Facciamo solo due esempi.
Primo: ma è mai possibile che non guardiate i numeri? Il "pensionismo" dello Stato sociale italiano non è più sostenibile. Bisogna realizzare un riequilibrio. Non si tratta di fare la riforma delle pensioni (quella l'abbiamo fatta nel 1995): occorre accelerare l'andata a regime della riforma che abbiamo già varato, con il contributivo pro rata temporis per tutti, range per andare in pensione minimo-massimo da 57-65 anni, come sosteneva la riforma Dini, a 61 o 62-69 anni, come la longevità, nel frattempo cresciuta, suggerirebbe.
Secondo esempio. Se guardate la tavola 10 del documento in esame, vedrete che il PIL potenziale in Italia non cresce più da anni: il relativo valore è uguale a 0,0. Ricordo che il PIL potenziale è il riferimento che misura le potenzialità di crescita di un Paese. Ebbene, nel nostro Paese è uguale a 0,0. E qual è la risorsa fondamentale che non utilizziamo? La capacità di lavorare, la voglia di fare di milioni di ragazze giovani che non trovano lavoro e sono così disperate che non lo cercano nemmeno più. Volete prevedere una misura di effettivo sostegno per questa parte della società italiana, che rappresenta l'unico vero elemento di potenzialità per crescere in modo più significativo? Bisogna prevedere detrazioni fiscali forti, immediate, compensate da aumenti della pressione fiscale su consumi e patrimoni verso il reddito da lavoro di tutte le donne, se volete provare a orientarvi verso la modificazione di una realtà che altrimenti segnala il declino, magari dolce, ma pur sempre declino del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Astore e Molinari).
Saluto ad una rappresentanza di amministratori di Comuni
della Provincia autonoma di Trento
PRESIDENTE. È presente in tribuna una rappresentanza di amministratori dei Comuni di Dro, Drena e Lasino della Provincia autonoma di Trento, cui rivolgo il saluto del Senato. (Applausi).
Ripresa della discussione del Documento LVII, n. 4-bis (ore 11,48)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.
LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, è difficile parlare di una Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza mentre una crisi sistemica sta mangiando tutte le manovre senza che i Governi (non solo quello italiano, ma anche quelli del G20), che subiscono i ricatti delle oligarchie, facciano qualcosa per promuovere regole. Perché sono i Governi, gli Stati sovrani che fanno le regole, mentre i tecnocrati e li oligarchi le eseguono, queste regole, e non il contrario. Abbiamo appreso, ad esempio, da una lettera pubblicata qualche giorno fa da un giornale amico del Ministro dell'economia e da un giornalista amico, che la BCE, al di fuori dei Trattati, ha commissariato l'Italia ma a noi, che in Commissione abbiamo dovuto decidere sulle manovre lacrime e sangue, non sono state rese note le ragioni di questo commissariamento.
Signor Presidente, questa Nota di aggiornamento del DEF è riassunta in pochissime tabelle. La pressione fiscale, se non ci saranno inversioni di tendenza, supererà il 45 per cento. A questo contribuirà l'aumento dell'IVA, passata dal 20 al 21 per cento, che stiamo vedendo sta provocando arrotondamenti come quelli che si erano prodotti durante il changeover, cioè il passaggio definitivo dalla lira all'euro dal 1° gennaio 2002. Sono stati infatti registrati aumenti di tariffe e di prezzi ad opera dei soliti furbetti che trasformano l'aumento di un punto percentuale in un aumento del 7, dell'8 e persino del 10 per cento. Lo fanno anche i professionisti dei pedaggi.
Il debito pubblico arriverà a 2.000 miliardi di euro, senza inversioni di tendenza, tra aprile e maggio 2012; la spesa per interessi di questo debito pubblico, pari a circa 70 miliardi di euro, è destinata ad aumentare, anche perché le tensioni finanziarie che ci sono ogni giorno producono un aumento degli spread, che oscillano tra il 3,70 e il 4,20-4,30 per cento. Ricordo che quest'anno il costo del debito pubblico si aggira intorno ai 130-140 miliardi di euro e che l'anno prossimo dovremo rifinanziare titoli del debito pubblico per 230-240 miliardi, oltre al costo aggiuntivo degli interessi.
Abbiamo un Governo che ha sottovalutato la crisi e che ha fatto delle manovre che hanno pesato solo sulla povere gente. Noi abbiamo avanzato qualche proposta anche nel corso dell'esame dell'ultima manovra. Abbiamo proposto, ad esempio, di far pagare gli evasori, quelle persone sconosciute al fisco ma conosciutissime dai banchieri. Dentro le banche ci sono i tabulati di coloro che hanno rimpatriato i capitali esportati illecitamente all'estero. Non era un delitto, mentre si chiede alla povera gente, ai lavoratori, ai pensionati, agli enti locali, con i tagli, che a loro volta devono tagliare l'assistenza e lo Stato sociale, chiedere un contributo di solidarietà del 20 per cento, facendo rientrare nelle casse dello Stato - da questi signori, sconosciuti al fisco ma conosciutissimi nei porti di lusso italiani o nel settore delle auto di lusso - qualcosa come 20-21 miliardi.
Signor Presidente, i Governi sovrani, non solo in Italia, sono stati commissariati da oligarchi e tecnocrati che hanno provocato una crisi lunga e difficile, più grave per intensità e durata della Grande Depressione del 1929, che ha devastato l'economia reale, erosa dal virus della finanza virtuale e dagli «schemi Ponzi» (lo ricordiamo quell'italiano che inventò lo «schema Ponzi»? Quelle piramidi finanziarie?), ha falcidiato 40 milioni di posti di lavoro, ha ipotecato il futuro dei giovani per la politica dell'azzardo, per retribuire i propri bonus e le proprie stock option.
Ho visto, ieri sera, una trasmissione su «La7», dove erano ospitati i giovani, gli indignati, quelli che manifesteranno e stanno manifestando in tutto il mondo, da Wall Street a Madrid, da Milano a (domenica) Bruxelles, essendo anche caricati dalla polizia. Manifestazioni pacifiche caricate dalla polizia! I banchieri utilizzano la polizia per reprimere, perché sono loro che dettano le regole.
Ebbene, voglio annunciare ai colleghi che sabato noi parteciperemo alla grande manifestazione pacifica che si svolgerà a Roma, e gli obiettivi non sono solo i Governi, che sono sordi e ciechi di fronte a chi si mangia il futuro dei giovani, ma anche i banchieri, anche le banche centrali che personalmente - mi scuseranno ancora una volta - ho definito «criminali seriali» che dovrebbero essere portati davanti a un tribunale internazionale per crimini economici contro l'umanità.
È la politica che deve riaffermare il proprio primato, non i Draghi o i Trichet che dettano ai Governi le linee e addirittura li ricattano, dicendo: non vi compreremo i titoli pubblici se non attuate queste manovre lacrime e sangue!
Badate al vento forte che soffia fuori da questi Palazzi, il vento dell'antipolitica, che spesso abbiamo alimentato anche noi non reagendo come si conviene e come si doveva. Infatti, se ci sono costi della politica che bisogna tagliare ci sono anche altri costi. Noi li abbiamo tagliati, e soprattutto noi, come Italia dei Valori (ma anche altri), continueremo a farlo, però ci sono altri costi che non vengono toccati: ci sono fior di consulenze che non vengono toccate, arbitrati e collaudi, conflitti di interesse. E poi ci sono anche quelli che il conto lo fanno pagare agli altri.
«L'odierna crisi finanziaria non è il risultato del fallimento delle banche, al contrario è il frutto del tutto prevedibile del loro successo che consiste nell'aver trasformato milioni di persone in debitori cronici». «Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile (...). Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest'occasione è che l'uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa».
Signor Presidente, Zygmunt Bauman, il sociologo della società liquida, ha scritto queste parole, che bisogna condividere. Noi eravamo un popolo di formiche, un popolo di risparmiatori; molti di noi sono arrivati dalla terra, dall'agricoltura. Siamo emigrati nel Nord, abbiamo preso parte ai grandi flussi migratori, e oggi abbiamo dimenticato i sacrifici.
Io sono figlio del Sessantotto, abbiamo fatto delle battaglie, quelle che adesso stanno facendo i giovani per cambiare i modelli sociali, per un nuovo paradigma, perché una società fondata sui debiti è destinata a non avere futuro, come quello che abbiamo mangiato ai giovani, che si stanno ribellando in tutto il mondo ed ai quali va la solidarietà mia e dell'Italia dei Valori. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pignedoli. Ne ha facoltà.
PIGNEDOLI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza non fa che confermare le preoccupazioni che il Partito Democratico ha più volte espresso. Non può esserci ripartenza se si incide solo sui tagli, se insieme al rigore della spesa, su cui siamo d'accordo e che - lo ripetiamo - per noi non è taglio orizzontale, taglio generico, ma intervento strutturale forte, fatto su misurazioni e razionalizzazioni, non si accompagna la volontà forte di far ripartire la crescita, ossia liberare le energie, incentivare le innovazioni, stimolare le intelligenze, riformare il fisco, investire sulla ricerca, avere il coraggio del cambiamento forte, passare dalla conservazione, dalle rendite consolidate alla dinamicità, a tutto ciò che parla di futuro, che pensa alle prospettive.
Questo dovrebbe fare un Paese come l'Italia che ha una storia prestigiosa, ha produzioni riconosciute nel mondo, nonostante tutto, nonostante la sua crescente perdita di credibilità. Il nostro Paese potrebbe, e invece ha un Governo che ha rinunciato, che è tutto in difesa, che fa del decreto sviluppo un campo di trattativa in cui le forze politiche di maggioranza stanno raggiungendo lo sfascio. È un Governo che parla di sanatorie, anziché di cambiamenti strutturali per predisporre il nuovo; pensa ad imbavagliare e a nascondere, anziché puntare sulla trasparenza, aprirsi alle idee migliori e lanciare una sfida aperta sui contenuti. Il Governo sceglie invece le prove di forza sulle censure dei mezzi di comunicazione e sulla giustizia.
Un Paese che ha la volontà di reagire deve avere il coraggio della discontinuità del cambiamento, di ripartire dalle proprie potenzialità e vocazioni. Occorre ripartire da due aspetti chiave: le intelligenze e le risorse naturali. Nella loro valorizzazione, e non nel loro scempio, ci sono spazi di crescita che sono a portata di mano, basta volerlo; e invece noi riusciamo a rappresentare il massimo dei paradossi.
Parlo del settore agroalimentare. Abbiamo una domanda di made in Italy agroalimentare in crescita, lo dicono i dati dell'export del settore: più 11 per cento nel 2011, in netta controtendenza con i dati dell'economia; più 1,2 per cento di valore aggiunto; più 6 per cento di dipendenti.
Il prodotto italiano ha conquistato primati nella qualità e nella salubrità delle produzioni. Possediamo un terzo delle imprese biologiche europee, che, nonostante il calo dei consumi interni, vede un mercato in notevole crescita. Abbiamo la leadership dei prodotti tipici, con 228 prodotti a denominazione o indicazione di origine protetta. I vini, la pasta, i formaggi, gli oli, la mozzarella o i prosciutti sono veri e propri ambasciatori italiani nel mondo; parlano dell'Italia più delle loro città e - ahimè! - sono i più copiati nel mondo: ma anche questo è un indicatore di successo, indice di possibili spazi di mercato che qualcuno furbescamente occupa, di nuove professioni che sarebbero possibili per molti giovani, indice altresì di nuove competenze, di nuove tecniche di produzione volte alla sostenibilità ambientale, economica e sociale, di nuove organizzazioni di vendita. Allo stesso modo, l'enormità dell'importazione di latte, cereali e carne dà l'idea dello spazio possibile.
Presidenza della vice presidente MAURO (ore 12,02)
(Segue PIGNEDOLI). La dieta mediterranea, apprezzata nel mondo, è sinonimo di salute, buon vivere, ma è anche uno spazio per nuove economie, nuove produzioni dedicate alle materie prime italiane, da far diventare stile di vita made in Italy anche da esportare. Abbiamo climi, know-how costruiti nei secoli non replicabili, microclimi non replicabili che permettono la riproposizione di una biodiversità sempre più preziosa nel mondo dell'omologazione globale.
Ecco, un Governo nemmeno tanto lungimirante ma normale investirebbe su tanta potenzialità, soprattutto se allertato, in questi ultimi anni di crisi difficile, della presenza di un rischio forte che tutto ciò può andare perso, che questo patrimonio può essere spazzato via. Non lo dice un'opposizione cronicamente pessimista: lo dice la fotografia del censimento agricolo. In dieci anni si è avuta una perdita di superficie agricola di 300.000 ettari; in dieci anni si è riscontrato un milione e mezzo di minor superficie aziendale e il 30 per cento delle aziende in meno. Questo non è il risultato di un destino ineluttabile: è il frutto di una politica incapace di investire nel modo giusto in agricoltura, di fare della crisi una ripartenza; è il frutto di un malconcepito uso del suolo incentrato sulla rapina per uso immediato. Mi riferisco a un suolo senza alcun valore al Sud ed elemento di speculazione edilizia al Nord.
Lo dicono i raffronti con gli altri Paesi sui redditi agricoli: nel 2010 in Europa i redditi reali agricoli per unità di lavoro sono cresciuti mediamente del 12,6 per cento, in Germania del 22,4 per cento, in Francia del 34 per cento, in Spagna dell'8,3 per cento; quest'ultimo è uno dei più bassi, ma in Italia è peggiore, perché segna un calo del 2,8 per cento, che si aggiunge al declino già conosciuto negli ultimi anni. Allo stesso modo, l'Italia agricola è ultima in graduatoria sui fattori della competitività e tra gli ultimi sulla ricerca.
All'opinione pubblica è bastato vedere una recente trasmissione inchiesta sull'agricoltura per cogliere l'enormità della contraddizione. L'immagine della pasta italiana nel mondo è ancora forte, eppure le distese dei terreni che qualche anno fa erano impegnati nella produzione di grano in Sicilia, Basilicata, Campania e Puglia ora sono desertificate e abbandonate, mentre a poche centinaia di chilometri navi cariche di centinaia di tonnellate di grano arrivano dall'Australia; aziende produttrici di latte e carne chiudono anche al Nord e contemporaneamente dei TIR oltrepassano le frontiere per portare carne e latte dal Nord Europa. Questo fenomeno non ha altro nome: è incapacità manifesta, è rinuncia di un Paese che ha un Governo che in tre anni, nella crisi più profonda, non mette al centro un settore così pieno di potenzialità, non introduce alcuna programmazione, ma ha prodotto solo un turnover di Ministri e di boutade mediatiche.
Abbiamo denunciato sin dall'inizio di questa difficile crisi l'assenza di considerazione del settore agricolo nei provvedimenti di programmazione economica che quest'Aula ha discusso: nella Nota di aggiornamento non ve ne è alcun riferimento perché non ve ne era traccia nel Documento di maggio. Si tratta di un'assenza incredibile, se consideriamo la centralità che la questione alimentare ha assunto nelle dinamiche internazionali, a partire dalla speculazione sulle materie prime e dal riflesso sui prezzi all'origine dei prodotti.
Il Partito Democratico ha denunciato questa miopia, questa inadeguatezza e ha fatto proposte concrete, non l'elenco di vertenze. Abbiamo proposto che ci sia uno sforzo univoco sulla competitività del settore, sull'innovazione, su un ammodernamento del sistema agricolo fatto di nuova organizzazione, nuove aggregazioni, nuove risorse investite sulle innovazioni tecnologiche e non solo. Stiamo conducendo una battaglia perché ci sia un ammodernamento del governo pubblico dell'agricoltura: più efficienza, meno costi, meno dispersione, meno autoreferenzialità delle strutture, più raccordo tra ricerca e sviluppo.
Non c'è più tempo per spot e slogan. Adesso è giunto il tempo in cui dimostrare capacità di governo: è questo il tempo di dimostrare se l'Esecutivo tiene davvero a questo Paese e non alla sua sopravvivenza politica. Il nostro Paese non merita questo; non lo meritano i giovani a cui si sta bruciando il futuro. Noi non rinunceremo e non saremo complici di questa vostra linea di declino. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Molinari).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tancredi. Ne ha facoltà.
TANCREDI (PdL). Signora Presidente, la Nota di aggiornamento del DEF oggi all'attenzione di quest'Aula è, come è noto, un documento richiestoci in sede europea nell'ambito dell'armonizzazione della nostra sessione di bilancio con il semestre europeo ed è oggi anche l'adempimento di un obbligo imposto dalle nuove previsioni della legge di contabilità che dà conto del mutato quadro economico rispetto al contesto in cui il Documento di economia e finanza è stato elaborato.
Il Documento di economia e finanza, come è noto, ha sostituito il DPEF; la sua scadenza è prevista in primavera e il Parlamento ha comunque l'obbligo di approvare una Nota di aggiornamento in autunno, all'inizio della sessione di bilancio. È chiaro, ed è stato ampiamente detto, che in questa particolare circostanza la Nota di aggiornamento ha un significato molto forte, perché proprio nei mesi trascorsi sono intervenute delle novità assolute nel quadro economico globale, con la ben nota crisi dell'area euro, l'attacco ai debiti sovrani, in particolare al debito italiano e ai titoli di Stato italiani e, ancor più importanti, le ridimensionate previsioni di crescita nel mondo e, in particolare, nell'area dei Paesi occidentali e, ancor più in particolare, nei Paesi dell'area euro.
Ebbene, in questo contesto la Nota di aggiornamento attesta una conferma degli obiettivi del Governo italiano sui saldi della finanza pubblica italiana, con una conferma in particolare, e questo è un punto cruciale, del raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013. È su questo punto che si è concentrato il dibattito e la polemica - a volte, ahimè, eccessivamente pretestuosa - di questi mesi, sulla reale efficacia e sulla possibilità delle pur pesanti manovre degli scorsi mesi di luglio e agosto messe in campo dal Governo, dalla maggioranza e dal Parlamento italiano rispetto a un quadro di crescita asfittico come quello italiano (com'è noto si tratta di una previsione di crescita ancor più bassa di quella, seppur bassa, dell'intera area euro) e soprattutto sulla sottovalutazione, come emerso anche in quest'Aula in tale circostanza, degli effetti comunque depressivi del susseguirsi delle due manovre di luglio e agosto 2011.
Non concordo sul fatto che questi due aspetti non vengano messi in rilievo dalla Nota di aggiornamento che oggi siamo qui ad analizzare: infatti, il Governo mette in essa in risalto che l'obiettivo del pareggio di bilancio del 2013 è ancora perfettamente in linea con le misure da esso varate ed è dunque realisticamente raggiungibile.
Per quanto riguarda il presunto effetto depressivo delle misure messe in campo, nessuno può negarlo, vista la loro portata ed entità. Le opposizioni si sono soffermate da diversi mesi sullo sbilanciamento, anche rispetto alle previsioni del DEF di marzo, sulla massa delle entrate piuttosto che sui tagli alla spesa nel reperimento delle risorse, ed è logico che rimane aperta la partita dei 20 miliardi della delega fiscale e assistenziale su cui non è assolutamente detto - la Nota lo dice chiaramente - che ci sia una prevalenza di reperimento delle risorse dal lato dell'aumento delle entrate.
Dal punto di vista del problema della bassa crescita, che è strutturale nell'economia italiana e si esprime nel differenziale di crescita del PIL annuale rispetto a Paesi che hanno economie più dinamiche della nostra, come la Francia e la Germania, ci sono condizioni al contorno che determinano da decenni una dinamica più asfittica del nostro prodotto interno lordo. Comunque, in un quadro di previsione di crescita molto basso per l'intera area euro - parliamo di previsioni intorno all'1 per cento - il nostro differenziale sulle previsioni non è così grande da poter determinare una ripercussione sul perseguimento degli obiettivi di finanza pubblica ed, in particolare, di quello cruciale del pareggio di bilancio.
Credo che questo Governo e questa maggioranza possano vantarsi di un intervento sui saldi che non è paragonabile a quello di nessun altro Paese dell'area euro. I nostri risultati sulla dinamica del deficit (parametro che da sempre veniva indicato come importante e cruciale ai fini della credibilità della politica economica del nostro Governo) sono risultati assolutamente eccellenti e in prima linea su tutto il quadro europeo, e che quei risultati siano ancora perseguibili lo dicono anche i dati sulle dinamiche del deficit 2011.
È vero che esistono un problema di crescita e un dibattito aperto sulle misure da mettere in campo per incoraggiare lo sviluppo, per recuperare dinamicità e crescita di PIL, ma è anche vero che non possiamo illuderci e pensare che potranno essere messe in campo grandi politiche di sviluppo, perché in questo momento non abbiamo la possibilità di ricorrere a politiche espansive di spesa. Ci metteremmo altrimenti in contraddizione con il percorso di rigore seguito in questi due anni sul versante dei saldi.
È logico ed è evidente che altre due grandi questioni sono sul tavolo del dibattito pubblico italiano per quanto riguarda la finanza pubblica, e sono oggetto di attenzione da tempo del Governo, della maggioranza e di questo Parlamento. Una è quella di mettere in campo norme di riduzione della spesa strutturale (che non possono avere quale ambizione quella sola di intervenire a breve sui saldi delle annualità in corso o delle prossime annualità più vicine). Si tenta di mettere in campo politiche di riduzione della spesa strutturale che ci diano un credito di serietà verso i Paesi partner europei, investitori e mercati ma che sappiamo e prevediamo possono avere effetti sui saldi e sul risparmio vero della spesa negli anni successivi e nei prossimi anni.
Per fare un esempio classico, molto citato, che oggi è sicuramente all'attenzione dell'opinione pubblica e che, per esempio, è stato richiamato poco fa dal senatore Morando, si può parlare di previdenza, una questione molto seguita dalle parti sociali e dall'opinione pubblica, che provoca all'interno della maggioranza un dibattito su posizioni differenziate. Ma io chiedo all'opposizione se non avvenga anche di peggio, con un maggiore frazionamento delle posizioni, al suo interno, non solo tra forze come il PD e, ad esempio, SEL - che non credo abbia mai manifestato grande entusiasmo sugli intendimenti (che tra l'altro condivido) che poco fa il senatore Morando ci illustrava - ma anche all'interno dello stesso PD, nel quale non penso esista una posizione univoca in materia. La questione, quindi, è del tutto aperta nel dibattito pubblico, così come all'interno di entrambi gli schieramenti.
Un'altra questione aperta, signora Presidente, è relativa all'intervento una tantum sulla massa del debito pubblico. Si tratta di un problema del quale forse si discute meno sui giornali ma sicuramente sarebbero auspicabili una serie di misure per l'abbattimento della massa montante del debito pubblico. È chiaro che si discute nel merito di queste misure.
Non è vero, comunque, che la Nota di aggiornamento non enunci alcune possibilità in questo senso. Infatti, in essa si parla di privatizzazioni e di alienazioni del patrimonio pubblico, cioè misure che potrebbero servire a recuperare risorse per l'abbattimento del debito pubblico. È in corso anche una discussione relativa ad una patrimoniale una tantum, un'altra possibilità valutata dal Governo per l'abbattimento del debito pubblico. Inoltre si torna a parlare anche di un condono fiscale, una misura che potrebbe mettere in campo risorse importanti, sempre per abbattere il debito pubblico.
Sostanzialmente, l'abbattimento di almeno una decina di punti del rapporto tra debito pubblico e PIL ci consentirebbe di essere molto credibili e mostrerebbe la volontà del Paese di aggredire il suo problema più grande, forse il più strutturale e più forte, che ci rende deboli sui mercati, nei confronti degli altri partner europei e degli interlocutori mondiali, che in questo momento ci guardano con grandissima attenzione.
Sono completamente d'accordo con chi ha detto che oggi vi è una forte attenzione anche degli Stati Uniti d'America relativamente al coordinamento delle politiche fiscali ed economiche europee e sul rafforzamento del fondo straordinario salva-Stati. Non solo: gli Stati Uniti chiedono a gran voce all'Europa, in maniera ormai esplicita, di buttare il cuore oltre l'ostacolo per affermare con decisione la difesa di alcuni Paesi in crisi e, soprattutto, la difesa dei loro debiti. Tra questi Paesi, purtroppo, rischia di ritrovarsi anche l'Italia, nonostante la politica di rigore seguita in questi anni, proprio a causa del grosso volume del debito pubblico. Lo stesso Fondo monetario internazionale oggi sta spingendo l'Europa ad agire.
Non credo però che, da questo punto di vista, l'atteggiamento del Governo italiano sia stato deficitario nel quadro europeo. Al contrario, bisogna ammettere che l'intera classe dirigente europea ha dimostrato un deficit decisionale e anche di coordinamento che non può essere trascurato. Serve più Europa. Serve maggiore capacità di decisione. Oggi manca una leadership europea. Le decisioni prese sui tavoli bilaterali indeboliscono naturalmente la credibilità dell'intero assetto della governance europea.
Penso che l'Italia abbia giocato e possa giocare, per il rafforzamento della governance europea, un ruolo importante e credo sia proprio quello che il nostro Governo sta molto opportunamente facendo. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Agostini. Ne ha facoltà.
AGOSTINI (PD). Signora Presidente, la Nota di aggiornamento del DEF torna ad essere uno strumento ordinario e obbligatorio a seguito della riforma della legge di contabilità che consente, nel mese di ottobre, di aggiornare le previsioni macroeconomiche e gli andamenti di finanza pubblica.
Credo che mai come quest'anno i cinque mesi trascorsi dallo scorso mese di aprile, quando è stato approvato il DEF, richiedano un aggiornamento per definire in modo migliore non soltanto le previsioni di carattere macro, ma anche gli strumenti che si vogliono mettere in campo per far fronte ai problemi che l'economia italiana evidenzia in maniera, purtroppo, sempre più grave.
Quello che l'aggiornamento del DEF ci consegna è un quadro di sostanziale stagnazione, con evidenti tratti di recessione. Sembra che lo "stellone", a cui per tanto tempo il Governo Berlusconi si era affidato sino a questo momento, si sia definitivamente ritirato nel profondo della galassia. Addirittura, ci troveremo a lavorare, nei prossimi mesi ed anni, in un quadro di contrazione della crescita molto sostanzioso e significativo, il quale parte - vorrei sottolinearlo, perché poi parlerò anche di economia reale e di internazionalizzazione delle imprese italiane - da una drastica riduzione del trend di crescita del commercio mondiale, che si attesterà nel 2011 al 6,5 per cento, nel 2012 al 5,7 per cento e nel 2013 al 6,5 per cento.
Vorrei ricordare, affinché tutti abbiano chiaro il quadro delle difficoltà, che nel 2010, dopo lo shock del 2009, il commercio mondiale è cresciuto del 12,5. Quindi, le previsioni di crescita del commercio mondiale nei prossimi anni sono sostanzialmente dimezzate rispetto al 2010. Contemporaneamente, si allarga il gap di crescita tra l'Italia e gli altri Paesi più avanzati. Al tempo stesso, in questo contesto, però, sono ancora le grandi economie del Far East che fanno da locomotiva all'economia mondiale, e anche in questa sede desidero richiamare qualche dato.
I cosiddetti Paesi emergenti - eviterei di continuare ad usare questa espressione, e mi rivolgo anche ai nostri Uffici che elaborano la Nota di lettura del DEF, perché le loro economie sono ormai ampiamente emerse, come i dati ci dimostrano - che sono Cina, India, Russia, Brasile e una parte dell'Africa, contribuiscono in maniera più significativa alla crescita mondiale e terranno in qualche modo alto, anche a quel 6,5 per cento, l'incremento del commercio mondiale.
Allora, in una situazione come questa, visto che il traino continua ad essere quello delle economie emergenti, dal momento che stiamo parlando anche del futuro provvedimento sullo sviluppo che il Governo si è impegnato ad elaborare e a presentare, mi chiedo che cosa si stia facendo effettivamente a sostegno dell'export italiano, che ancora, anche alla chiusura del 2011, ci consegnerà un dato positivo, con un incremento del 4,4 per cento.
Sottolineo la vicenda imbarazzante, passata abbastanza sotto silenzio, della presenza italiana alla recentissima fiera Anuga svoltasi a Colonia, in Germania, che è una delle più importanti fiere (se non quella più importante) del settore agroalimentare: l'Italia ha fatto una figura davvero imbarazzante e preoccupante. Io non sono mai stato un sostenitore dell'intoccabilità delle strutture pubbliche e, quindi, posso affermare - sono stato Sottosegretario per il commercio estero per due anni - che l'Istituto nazionale per il commercio estero (ICE) era una struttura che andava profondamente riformata, soprattutto nella sua rete estera, ma anche nella sua presenza sul territorio nazionale, in Italia. Mi chiedo se oggi, in questa situazione, possiamo permetterci un'assenza totale del sostegno pubblico all'internazionalizzazione dell'impresa (che non è soltanto l'export). Guardo in particolare lei, signora Presidente, che proviene da una delle aree più dinamiche del Paese, dove la piccola e la media industria, e non la grande impresa, ha effettivamente bisogno di un chiaro, trasparente e visibile sostegno all'esportazione e all'internazionalizzazione. Ebbene, alla fiera Anuga di Colonia, l'Italia, che doveva essere presente con uno stanziamento di 2,5 milioni di euro, si è presentata con zero risorse, a cui hanno dovuto sopperire per 900.000 euro alcune strutture imprenditoriali e per 1,3 milioni di euro direttamente gli organizzatori tedeschi. Ritengo sia un modo di presentarsi all'estero che grida davvero vendetta.
Mi domando, allora, se non sia necessario (mi rivolgo anche al sottosegretario Giorgetti), proprio in sede di elaborazione del cosiddetto decreto sviluppo, riprendere la proposta della costituzione di un'agenzia, che non sia un meccanismo di carattere burocratico o - per così dire - in mano alle burocrazie, ma che veda la partecipazione reale di coloro che fanno internazionalizzazione e non solo ne parlano (che è tutta un'altra questione), vale a dire delle imprese in carne ed ossa.
Allo stesso modo è imbarazzante, sempre su questo terreno, il comportamento dissoluto del Governo nei confronti di alcuni punti delicatissimi che riguardano ancora i nostri interessi nazionali. Mi riferisco alla Libia di cui noi siamo il primo partner commerciale (vorrei ricordassimo sempre che l'Italia è il primo partner commerciale della Libia): a fronte di tutto questo, il Governo italiano non sta avviando alcuna iniziativa nei confronti dei Paesi del Maghreb e, soprattutto, dei Paesi dell'Africa che si sono rimessi decisamente in movimento sul terreno dello sviluppo.
Per tali motivi, sono necessarie freschezza e capacità innovativa; bisogna mettersi alle spalle un vecchio modo di ragionare e di operare; bisogna chiamare ad un grande sforzo di responsabilità nazionale tutte le forze economiche e sociali del Paese; bisogna richiamare - come ha poc'anzi evidenziato il senatore Morando - ad un grande sforzo a livello europeo in direzione di un salto di qualità nel coordinamento delle politiche economiche. Io credo, però, che sia necessario anche un salto di qualità nel coordinamento delle iniziative a livello nazionale e dei soggetti che devono partecipare a tale sforzo.
In secondo luogo, se si esamina il Documento di economia e finanza, si può notare che un altro punto di grande difficoltà riguarda l'andamento dei consumi finali nazionali. Per questi ultimi si cifra per il 2011 un incremento dello 0,7 per cento e poi un'ulteriore contrazione nel biennio 2012-2013 dello 0,4 per cento: quindi, i consumi finali nazionali si attesteranno allo 0,4 per cento nel 2012 e allo 0,4 per cento nel 2013 e poi torneranno ad un leggero incremento dello 0,7 per cento nel 2014. Ricordo, però, che nel precedente Documento di economia e finanza il 2014 era stimato come l'anno in cui i consumi avrebbero avuto una ripresa dell'1,3 per cento. La Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza ci dice quindi che al 2014 l'incremento dei consumi nazionali sarà dimezzato rispetto alla previsione dello stesso DEF dell'aprile scorso.
Questa situazione non fa altro che fotografare quello che noi vediamo girando l'Italia tutti i giorni, vale a dire - e concludo, signora Presidente - una grande sofferenza sociale che ci viene consegnata dai dati che ho appena richiamato sui consumi finali nazionali e dal fatto che la pressione fiscale effettiva dell'Italia è ormai stimata intorno al 44,7-44,8 per cento.
A tutto questo si associa il fatto che, da qui a settembre, dovrà essere applicata la cosiddetta delega fiscale, che viene cifrata - com'è stato ricordato dal relatore - in 4, 16 e 20 miliardi per i prossimi tre anni. Mi chiedo se non sia il caso di aprire anche su questo un tavolo di discussione e di confronto vero - che veda la partecipazione, non solo delle forze sociali, ma anche dell'opposizione - su come s'intende procedere su un terreno come questo, che riguarda carne e sangue della vita dei contribuenti e dei cittadini italiani: 4, 16, 20 miliardi in tre anni è un obiettivo che fa tremare le vene e i polsi! Dove si andranno a reperire queste risorse? Forse tagliando in maniera del tutto indiscriminata le agevolazioni, le detrazioni e le deduzioni fiscali? O forse non sarebbe il caso di fare, invece, un lavoro vero nel merito - lo definirei di spending review, anche se questo metodo non si può applicare in tal senso - per intervenire dove è necessario - e ci sono sacche di parassitismo - e salvare così tutto ciò che diventa un elemento di salvaguardia dei consumi e del livello di vita degli italiani?
Credo che si debba intervenire presto e che lo si debba fare con uno spirito innovativo, così come sono convinto che questa discussione debba essere fatta anche con riferimento alla struttura delle aliquote previste per l'IRPEF. Nel 1994 ci avete raccontato la favola delle due aliquote (23 e 33 per cento): era l'epoca della flat tax, se ricordate, era un altro mondo. Oggi credo però che siano del tutto insufficienti anche queste strutture delle aliquote (20, 30 e 40 per cento), che non possono corrispondere minimamente a quelli che sono gli andamenti della diseguaglianza sociale, che in questi anni è stata fortissima e si è accentuata nel nostro Paese.
Dal momento che abbiamo alle spalle un massiccio intervento di stabilizzazione, mi auguro che si possa raggiungere nel 2013 il pareggio di bilancio - come esponente dell'opposizione lo rivendico come nostro grande obiettivo, anche se non so se se ci riusciremo, considerati gli attuali andamenti macroeconomici - con strumenti e con politiche decisamente diversi da quelli che sono stati messi in campo.
Lasciate stare il dibattito sui condoni e rapportatevi con i problemi veri dell'Italia, che come opposizione vi stiamo rappresentando, e cerchiamo di fare tutti uno scatto in avanti per affrontare temi come questi, che riguardano il futuro del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Molinari).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Baldassarri. Ne ha facoltà.
BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signora Presidente, onorevole Sottosegretario, onorevoli colleghi, questa Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza è quanto avevamo avuto modo di chiedere al Governo prima della presentazione delle manovre di luglio e di agosto, in quanto era palesemente inadeguato il quadro macroeconomico di riferimento definito dall'Esecutivo ad aprile, cioè nel Documento di economia e finanza. Il Governo non ritenne opportuno anticipare questa Nota di aggiornamento, che finalmente arriva ora in Parlamento.
Esprimo subito sinteticamente il mio giudizio complessivo su questa Nota di aggiornamento, che contiene una piccola verità contabile - atto peraltro dovuto ed inevitabile - che serve a nascondere una grande bugia contabile e, purtroppo, una pericolosa verità palese, come ci si renderà conto quando verrà letta attentamente da chi di dovere, non solo in questa Aula, ma anche fuori di qui.
Ringrazio il Governo di questa Nota di aggiornamento perché quando, soprattutto in occasione della manovra di agosto, si rifiutò di prepararla, mi permisi di farla da solo. Ragionai - e ragionammo - in base ad un'ipotetica Nota di aggiornamento che avrebbe dovuto fare il Governo, ma che chiunque di buon senso avrebbe potuto preparare già allora. E le considerazioni circa la manovra fatta ad agosto e gli andamenti dell'economia e della finanza italiana nei prossimi anni che mi sono permesso di esporre in questa stessa Aula in quell'occasione trovano oggi precisa, puntuale, contabile conferma e riscontro dai dati ufficiali del Governo. Quindi, a differenza del mese di agosto, il mio ragionamento non poggia più su valutazioni personali - peraltro di buonsenso - ma su dati ufficiali del Governo riportati nella Nota di aggiornamento.
Farò riferimento esplicito alla tavola 7a della Nota. Ripeto, signora Presidente, sono i numeri e i dati che il Governo ha presentato al Parlamento e, in un certo senso, all'intera opinione pubblica nazionale ed internazionale. Il titolo di questa tavola è: «Conto della pubblica amministrazione a legislazione vigente». Quindi, incorpora i numeri, le valutazioni e le decisioni della manovra di agosto. Ed è esattamente il modo unico con il quale vengono lette le decisioni di politica economica in giro per l'Europa e per il mondo, cioè non come, in maniera polverosa e ipocrita, la comunicazione italiana esprime le manovre (tagli di spesa sui valori tendenziali correnti, aumenti di tasse, che non dicono nulla). Tali errate espressioni portano all'errore, commesso un po' da tutti, di dire che all'inizio la manovra doveva essere per due terzi di tagli di spesa e per un terzo di aumento di imposte (queste sembrava fossero le indicazioni anche delle autorità europee), e che ex post la manovra è per due terzi fatta di aumento di tasse e per un terzo di tagli di spesa.
Niente di più falso. Neanche questo è corretto, perché nel mondo normale, in sede europea, in sede internazionale, in sede di Fondo monetario internazionale, di OCSE, si analizzano i numeri dell'economia italiana e della finanza pubblica italiana dopo le manovre e si cerca di capire a quanto ammonterà, ad esempio, nel 2013 la spesa che nel 2010 era "X"; a quanto ammonteranno nel 2013 le tasse, che nel 2010 erano "Y". Perché solo quei numeri entrano nella carne viva del sistema economico. Non entrano i tagli tendenziali sulle spese future: entra quella che sarà effettivamente la spesa nel 2011, nel 2012 e nel 2013. Tutto il resto è schiuma, polvere. Sono numeri scritti su pezzi di carta. Non riguardano la realtà del sistema economico e la realtà dei conti della finanza pubblica italiana.
Ebbene, ringrazio ancora il Governo perché la stessa tabella che mi ero permesso di elaborare ad agosto in base alle mie valutazioni oggi è riportata alla tavola 7a. Nella tabella, di cui lascerò una sintesi come allegato al mio intervento, signora Presidente, è scritto che le entrate totali (il totale delle tasse che gli italiani pagheranno) passeranno da 722 miliardi di euro nel 2010 a 814 miliardi di euro nel 2013, con un aumento di 92 miliardi di euro.
Quindi, la manovra è tutta tasse; 100 per cento tasse, non due terzi e un terzo. Stando ai numeri veri dell'economia, le entrate derivanti da maggiori tasse pagate sono pari a 92 miliardi di euro (è il Governo che lo dice, non il sottoscritto). Ma a cosa serviranno questi ulteriori 92 miliardi derivanti dalle tasse? Ebbene, 69 miliardi serviranno a portare ildeficit pubblico, che l'anno scorso è stato pari a 71 miliardi, a 2 miliardi di euro (non proprio zero, ma praticamente zero).
A questo punto faccio notare un piccolo trucchetto, sottolineando che sarebbe ora di smetterla con questi giochetti numerici. Prima che fosse diffusa questa Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, il Governo aveva detto che nel 2013 ci sarebbe stato un avanzo di 4 miliardi di euro. Con questa Nota di aggiornamento - guarda un po' - spariscono 6 miliardi, per cui da 4 miliardi di avanzo si passa a 2 miliardi di deficit. Ma, se dei 92 miliardi derivanti da maggiori tasse pagate dagli italiani da qui al 2013, 69 miliardi serviranno per azzerare il deficit, che fine faranno gli altri miliardi di euro derivanti dalle maggiori tasse pagate? Trentotto miliardi finanzieranno aumenti di spesa corrente (questi sono quelli che entreranno nell'economia, non i tagli sui tendenziali futuri) e - ohibò, ohibò! - 15 miliardi di taglio vero in valore assoluto degli investimenti infrastrutturali. Ad agosto mi era permesso di essere più prudente nelle mie valutazioni ed avevo calcolato 11-12 miliardi di tagli. Il Governo, gettando la stampella oltre l'ostacolo, dichiara che da qui al 2013 taglierà 15 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali.
Cari colleghi, chiunque al mondo, direi dal Kindergarten (così chi ama la spending review mi capisce meglio) in su, capisce che immettere in un sistema economico 92 miliardi derivanti da maggiori tasse pagate che servono, in parte, ad azzerare il deficit (e questa è la parte che potrebbe essere condivisibile anche se il deficit come si sa è un saldo), è molto diverso azzerare il deficit aumentando le tasse o tagliando le spese. In termini di effetto sull'economia è radicalmente diverso. In ogni caso, si è deciso di immettere 92 miliardi derivanti da maggiori tasse pagate per azzerare il deficit, di aumentare la spesa corrente e di tagliare gli investimenti infrastrutturali. Vorrei sapere però: quali sono gli effetti sull'economia di questo tipo di manovra? Risposta (sempre del bambino del Kindergarten): sono effetti di freno sulla crescita economica. E qui viene l'arcano.
Fin qui ho descritto la piccola verità contabile che il Governo ha inserito in questa Nota di aggiornamento. Passo ora alla bugia, o comunque al trucchetto perché con questa Nota di aggiornamento il Governo rivede le previsioni di crescita del sistema economico. Ricordo che fino a giovedì della scorsa settimana, quando la Nota è stata diffusa, le previsioni di crescita dell'economia italiana sulle quali il Governo si è basato fino a 10 giorni fa e sulla base delle quali ha proposto le manovre di luglio e di agosto erano dell'1,1 per cento nel 2011, dell'1,3 per cento nel 2012, dell'1,5 per cento nel 2013 e dell1,6 nel 2014.
Oggi il Governo dice che quelle previsioni non sono più attendibili. Vorrei capire cosa è successo da dieci giorni a questa parte (o meglio, più correttamente: già da aprile o maggio si poteva capire che quelle previsioni non erano corrette e forse andavano corrette ben prima della fine di settembre e dei primi di ottobre).
Ad ogni buon conto, oggi il nuovo profilo di crescita del PIL sul quale si basa il Governo è: lo 0,7 per cento quest'anno, lo 0,6 l'anno prossimo, e poi, come si usava fare un tempo dal macellaio del mio paese, dove si metteva il cartello: «Oggi non si fa credito, domani sì», il cartello che il Governo può appendere sulla sua porta o sul suo negozio è: «Oggi non si fa crescita, domani sì». Infatti, nel 2013 la crescita va allo 0,9 per cento e nel 2014 all'1,2.
Ma non è tanto questo il nodo: è che ancora una volta la correzione sulla previsione di crescita economica c'è, ma è parziale. Infatti - è anche la sfortuna che spesso colpisce il Ministero dell'economia, perché una volta ci sono state le Torri gemelle, un'altra volta c'è stata la crisi mondiale: viene quasi il sospetto che porti un po' sfortuna quel tipo di palazzo! - mentre usciva la Nota di aggiornamento del Governo e del Ministero dell'economia, contemporaneamente il Fondo monetario internazionale, che aveva incorporato nelle proprie previsioni gli effetti recessivi della stessa manovra del Governo, ci ha dato le indicazioni. Il Fondo ci assegna una previsione ragionevole di crescita di 0,4 e di 0,3. Il che vuol dire che c'è almeno un punto, un punto e mezzo di minore crescita che il Governo continua a non inserire nelle proprie valutazioni. Ma per una ragione atavica, signor Presidente, e non è colpa di questo Governo: è colpa di trent'anni di Governi di tutti tipi. Perché? Perché in via XX Settembre si effettua la previsione di crescita dell'economia, si predispone la manovra di finanza pubblica e non si valuta l'effetto che la manovra di finanza pubblica provoca sull'economia e sulla crescita, che può essere un effetto positivo, di sostegno alla crescita, o negativo, di freno alla crescita, ma magari di equilibrio finanziario. Il Ministero dell'economia, per gli ultimi trent'anni, si è sempre rifiutato di fare questa parte: è l'unico Ministero al mondo.
Non a caso, non abbiamo il Congressional Budget Office, non abbiamo un'alta autorità sulla spesa pubblica. Non è un caso, perché solo in assenza di queste autorità indipendenti di certificazione dei bilanci pubblici il potere contabile del vertice politico, ma soprattutto della burocrazia all'interno di quel Ministero consente di dire: queste sono le previsioni economiche, questa è la manovra. «Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più» - senatore Baldassarri - «non dimandare»! È una storiella antica, va avanti da anni, qualunque sia il ruolo che ciascuno di noi può personalmente svolgere all'interno della nostra società civile o politica.
Emerge allora, signora Presidente, purtroppo, insieme ad altri trucchetti contabili, una verità molto pericolosa, che prego il Governo di fronteggiare in modo serio e il più rapidamente possibile.
Qual è l'altro trucchetto? Il primo è quello sulla correzione al ribasso della crescita ma non fino in fondo e non incorporando gli effetti recessivi della manovra. Il secondo è ancora più clamoroso, perché soprattutto i mercati finanziari ci fanno maggiore attenzione. Ma si sono resi conto che, nella tavola 7a, hanno scritto che oggi, nel mese di ottobre, la spesa per interessi sul debito pubblico nei prossimi anni è stimata essere minore di circa 6 miliardi della stima che il Governo aveva fatto a maggio-giugno? Ripeto, a maggio-giugno, ossia prima, ben prima che avvenissero le fibrillazioni sui mercati; prima, ben prima che lo spread saltasse oltre i 400 punti base; prima, ben prima, ossia quando la Spagna era messa peggio di noi in termini di spread. Se a maggio‑giugno si era previsto quell'andamento di spesa, come mai, all'improvviso, dopo tali eventi si mettono nella tabella ufficiale 6 miliardi in meno di interessi? Io, per prudenza, avrei fissato le stesse cifre, ma forse una maggiore prudenza avrebbe indotto a mettere qualcosa in più. Dio non voglia che si consolidi l'attuale spread tra titoli italiani e tedeschi, perché con l'attuale spread anche a 360-370, costretto lì dagli acquisti della BCE, l'Italia è tecnicamente in default sulla base del teorema di Solow. Quest'ultimo è un noto teorema di economia, che forse i tributaristi non sono tenuti a conoscere, ma gli economisti sì e la gente di buonsenso pure, secondo il quale se il tasso di interesse supera il tasso di crescita dell'economia, in quello stesso istante il Paese è in default, perché la crescita del debito è superiore alla crescita del PIL anche con deficit zero, e quindi il rapporto debito-PIL va all'infinito. Il mio amico e maestro Robert Solow ha ricevuto il Premio Nobel per l'economia a Stoccolma per tale teorema, che poi non è un gran teorema: un ragioniere di campagna fa quattro conti sul retro di una busta e lo capisce.
Terzo trucchetto. Anche sulla spesa corrente c'è una limatura, una sottostima. Sintetizzo, signora Presidente. Prendiamo per buoni i dati della Nota di aggiornamento. Da essi, con una lettura un po' attenta, emerge che nel 2013, sulla base dei dati ufficiali del Governo, l'Italia non avrà un deficit pari a zero: emerge che, sulla base di ragionamenti di buon senso che chiunque può fare, l'Italia nel 2013 avrà un deficit ancora attorno a 20-22 miliardi di euro. Non è una tragedia, lo dico io per primo, ma non è zero: 10 miliardi vengono dall'ulteriore freno alla crescita; 6 miliardi, come minimo, dalla sottostima degli interessi; 3 o 4 miliardi sono sbocconcellati qua e là. Quindi, basta fare la somma. Si tratta di un punto politico, non di un fatto tecnico.
Con questa Nota di aggiornamento e con quella manovra, l'Italia frena l'economia e non raggiunge il pareggio di bilancio nel 2013. Quando, nei giorni prossimi, ma già lo hanno capito, i mercati valuteranno tali elementi, e quando la BCE dovrà prima o poi decidere se continuare a comprare titoli italiani all'infinito oppure no, verrà il momento della verità.
Concludo con un appello al Governo e alla maggioranza. Sarà presto in discussione la legge di stabilità e andrà in discussione il cosiddetto decreto sviluppo. Prendiamo dunque atto nei dati ufficiali che si è fatta finora una politica economica di freno allo sviluppo e di non rigore finanziario. Noi abbiamo sempre sostenuto la necessità delle due gambe della politica economica: rigore finanziario e sostegno alla crescita economica.
C'è un'occasione immediata: decreto sviluppo, legge di stabilità, quello che vorrete. La proposta di risoluzione che il Terzo Polo sta per presentare è un accorato appello al Governo e alla maggioranza per cambiare passo, per fare una politica economica che tagli sul serio le spese correnti improduttive piene di malversazioni e ruberie che indichiamo da anni, sposti le risorse a sostegno delle famiglie e delle imprese, sostenga la crescita, aumenti e non tagli gli investimenti infrastrutturali. In questo modo si potranno raggiungere insieme l'equilibrio finanziario, il pareggio di bilancio e il sostegno alla crescita economica.
Vorrei fare una piccola considerazione finale. Questa mattina mi sono svegliato; normalmente accendo il televisore su Sky, o su un altro canale, e ho visto un titolo: decreto sviluppo. Gli argomenti dibattuti all'interno del decreto sviluppo erano: condono, tassa sulle baby pensioni e un terzo che non ricordo, ma riguardava un'altra tassa. Francamente, se decreto sviluppo deve essere il titolo di un contenitore di ulteriori aumenti di tasse, di condoni che sono comunque una tantum e diseducativi, non meravigliamoci se fra poche settimane, dopo aver letto la bocciatura della manovre di luglio e agosto, e dopo aver letto la Nota di aggiornamento del Governo che, con tutti i limiti di cui ho parlato, fa un'operazione verità, dovessimo leggere un decreto sviluppo che contiene aumenti di tasse e per di più - forse - condoni e una legge di stabilità che dovrebbe in qualche modo aumentare ulteriormente le tasse.
Il trucchetto della tavola 7a rappresenta, a questo punto, il limite massimo del pudore. Infatti, scrivere che nel 2013 la pressione fiscale (in corsivo) sarà al 43,9 per cento per poi mettere nella riga seguente 20 miliardi dovuti alla delega fiscale sul welfare sotto la linea, dopo che sono stati messi nella legge (perché senza quei 20 miliardi non si raggiunge il deficit zero), significa nascondere, in un modo da Paperino, da Pippo, da Pluto, a chi sa leggere queste informazioni il fatto che la pressione fiscale nel 2013 va, per verità del Governo, al 45,4 per cento, al netto di ciò che gli enti locali forse saranno costretti a fare nei prossimi anni aumentando la tassazione locale per far fronte ai tagli orizzontali dei trasferimenti.
Signora Presidente, come preannunciato, desidero che venga allegata agli atti della presente seduta la tabella da me elaborata e in precedenza illustrata. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Pinzger, Molinari e De Toni. Congratulazioni).
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
Rinvio il seguito della discussione del documento in titolo ad altra seduta.
Sulle modalità di impiego delle risorse del Comune di Magenta
durante un periodo di gestione commissariale
GARAVAGLIA Massimo (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GARAVAGLIA Massimo (LNP). Signora Presidente, vorrei annunciare un'interrogazione che verrà depositata nella giornata di oggi e che si riallaccia molto al dibattito odierno.
Anni fa, nel Comune di Magenta l'allora commissario prefettizio (perché l'amministrazione era sotto commissariamento) aveva stipulato un contratto d'affitto per circa 80.000 euro per dei locali successivamente dati in comodato alla Provincia per il centro per l'impiego. È evidente a tutti che con 80.000 euro in qualche anno quei locali si sarebbero potuti comprare. Dico questo perché forse è il caso di mettere davvero mano alla citata spending review, perché non possiamo più permetterci sprechi simili. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Baldassarri).
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16, con lo stesso ordine del giorno.
La seduta è tolta (ore 13,01).