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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 610 del 27/09/2011


POLI BORTONE (CN-Io Sud-FS). Signor Presidente, mi soffermerò soltanto su alcuni aspetti del problema. Io parlo da donna, da cittadino e non soltanto da politico; parlo da persona che qualche volta, raramente, è andata in carcere per verificare la situazione di alcuni detenuti. La sofferenza personale provata per ciò che si vede e per ciò che purtroppo non si riesce a governare in alcun modo è particolarmente forte.

Desidero ringraziare - lo dico con sincerità - i colleghi radicali, i quali da anni battono sul tema della situazione carceraria in Italia, qualche volta anche nell'indifferenza delle istituzioni, dei privati, non soltanto del Parlamento: più in generale, infatti, la società si fa prendere dagli egoismi piuttosto che dalla disponibilità a comprendere situazioni che talora sono di vera e propria emergenza.

Stiamo parlando soprattutto di un aspetto della condizione carceraria, ossia del sovraffollamento delle carceri problema che è stato sottolineato anche oggi dal cardinale Bagnasco, il quale ci ha richiamato a doveri, neanche di solidarietà, ma di umanità reale nei riguardi di persone che indubbiamente hanno sbagliato (altrimenti non si troverebbero in quella condizione), ma che certamente non devono per i loro errori essere trattate ad un livello diverso da tutte le altre persone: hanno diritto ad essere rispettate in quanto tali (Applausi del senatore Perduca).

L'altro giorno mi sono recata con una collega a Regina Coeli, istituto penitenziario che rappresenta una situazione molto diversa da altre carceri italiane che ho visitato. Già l'ingresso in una sorta di museo, quindi di testimonianza della civiltà italiana, é una sorta di sottolineatura di come si possa essere civili anche nel pretendere - come pretendiamo in quanto cittadini italiani - la certezza della pena, così come pretendiamo la sicurezza nelle nostre città, nonché che siano coniugati sicurezza, certezza della pena e rispetto dei diritti umani.

Ma anche il carcere di Regina Coeli ha diverse centinaia di persone detenute in più rispetto a quella che dovrebbe essere la soglia massima di accoglienza. Abbiamo chiesto ad una delle cortesissime accompagnatrici quale fosse la situazione reale e ci è stato spiegato che, in alcune celle molto piccole, vi sono sei o sette persone. Ciò ci fa riflettere sul fatto che in questa condizione non si può assolvere al dettato dell'articolo 27 della nostra Costituzione, che ci esorta a pensare a forme di rieducazione.

Ecco, è il tema della rieducazione che mi interessa molto, il tema dell'individuare - tutti quanti, mi auguro, con buon senso e buon volontà - quell'anello di congiungimento che, secondo me, manca in maniera rilevante tra il momento in cui il detenuto esce dal carcere e il suo reinserimento reale in una società che vive ancora di pregiudizi e diffidenze, che non è particolarmente disponibile nei riguardi del detenuto che pure si vuole redimere attraverso il lavoro. È una società profondamente egoista in questo senso, diventata ancora più egoista perché viviamo in un momento di crisi finanziaria ed economica veramente molto difficile. (Brusìo. Richiami del Presidente).

Capisco che si è interessati soltanto a un aspetto della condizione carceraria, come dimostra il gruppo di senatori che si è formato attorno al Ministro, ma non firmerò quel documento, e non lo firmerò per alcuni motivi.

PRESIDENTE. Colleghi, la senatrice Poli Bortone è interessata a farsi ascoltare dal Ministro.

POLI BORTONE (CN-Io Sud-FS). Grazie, signor Presidente, ma non penso che i miei suggerimenti vengano ascoltati.

PRESIDENTE. Non è detto, senatrice.

POLI BORTONE (CN-Io Sud-FS). Continuerò comunque a darli, perché mi derivano - tra l'altro - dalla mia esperienza di amministratrice comunale che ha rischiato di finire in procura per il solo fatto di avere avuto semplicemente - così penso - il buon senso di dare lavoro alle cooperative sociali di ex detenuti: cosa della quale non mi pento assolutamente, anzi, lo rifarei cento altre volte. Come sindaco, infatti, ero attesa ogni giorno da alcuni ex detenuti che mi chiedevano 10 o 20 euro: quello sì che mi sembrava un rapporto decisamente scorretto tra l'amministratore e l'ex detenuto. Non mi è sembrato assolutamente scorretto incentivare il lavoro di una cooperativa sociale, perché ritengo che il nostro impegno precipuo dovrebbe essere proprio quello di cercare di indicare una strada reale per il reinserimento, al di là delle parole, dei convegni e dell'impossibilità di operare con le scarse risorse finanziarie che purtroppo sono state destinate anche al sistema carcerario.

Quando l'altro ieri a Rebibbia ci siamo sentite dire che sono stati tagliati i fondi sulla formazione e sulla possibilità di lavoro, con la conseguenza che il detenuto trascorre forse tutto il giorno ad apprendere dagli altri detenuti cose che varrebbe la pena non apprendere, io e la collega Castiglione siamo cadute nello sconforto, perché pensavamo e pensiamo che il tema del possibile lavoro sia fondamentale.

Quante sono, infatti, le caserme vuote che abbiamo nelle nostre città? Quanti sono gli immobili delle nostre città completamente abbandonati al degrado che, Ministro, potrebbero essere recuperati con dei cantieri di lavoro affidati agli ex detenuti, diventando un polmone attivo e vivo di un'attività, qualunque, che dovrebbe essere supportata dalle Regioni? Guardiamo le Regioni: come spendono i denari per la formazione professionale? Dove li spendono? Li spendono per sé o per qualche cliente, che normalmente c'è? E allora, non sarebbe molto più utile fare delle convenzioni per destinare delle borse lavoro a ex detenuti? Mettiamoci per un solo attimo nei panni di chi esce da un carcere e si ritrova ad essere il più delle volte senza affetti, senza famiglia, senza lavoro: un diseredato condannato a essere tale a vita. Questa non è una umanità; questo non è rispetto dell'articolo 27 della Costituzione, ma disattenzione totale, anche in termini di sicurezza. (Applausi del senatore Perduca).

Pretendiamo sicurezza nelle città e la affidiamo semplicemente qualche volta alle ronde e qualche altra volta a un poliziotto in più, ammesso che ce lo possiamo permettere: non è sicurezza, questa, ed è un fallimento il dover pensare che si debbano costruire ulteriori carceri. L'Italia diventerà realmente democratica - mi auguro - quando potrà costruire meno carceri e dare finalmente più lavoro alla gente.

Queste sono le questioni che volevo porre: l'avrò fatto in maniera rozza o semplicistica; non importa. Penso che nelle Aule parlamentari, al di là della forma e della conoscenza approfondita di certe tematiche, forse un pizzico di sensibilità e umanità qualche volta non faccia male. (Applausi dal Gruppo CN-Io Sud-FS, PdL e PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mazzatorta. Ne ha facoltà.