BENEDETTI VALENTINI (PdL). Onorevole Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, avevo preso molti appunti perché ho diligentemente seguito il dibattito e ho avuto il piacere e la possibilità di ascoltare tutti gli interventi, nessuno escluso. Sono state dette un sacco di cose, molte delle quali, per la verità, mi trovano d'accordo, ma, per andare alla sintesi, vorrei rivolgere al signor Ministro innanzi tutto una parola di apprezzamento, perché nella sua relazione non si è abbandonato a velleitarismi di sorta ma ha affrontato i problemi con assoluto realismo, e con una determinazione che probabilmente è proprio quella che ci vuole, in questo come in altri settori, peraltro con degli obiettivi assai concreti e positivi.
Ci ha parlato dei posti che si è riusciti a conquistare nel personale della polizia penitenziaria, degli obiettivi quantitativi che nelle prossime scadenze ci si propone di ottenere, della situazione logistica e della possibilità di accogliere popolazione detenuta, nonché di un ambizioso programma di riduzione drastica delle traduzioni, che impegnano il personale in maniera assolutamente intollerabile. Vero è che, da questo punto di vista, o potenziamo gli strumenti di comunicazione telematica e informatica per trattare i procedimenti a distanza oppure si deve dare per presupposta la massima prossimalità dei poli giudicanti e decidenti rispetto ai luoghi di detenzione.
A questo punto, direi che ci siamo occupati essenzialmente - è inutile precisarlo - del pianeta carceri, anche se il dibattito era dedicato anche ai problemi della giustizia in generale. Tuttavia, per toccare velocemente, a volo d'uccello, i temi principali sul tappeto, devo dire che mi trovo piuttosto in sintonia con il Ministro che, sul piano dell'organizzazione degli uffici, anche in questi giorni si è pronunciato in una maniera realistica e virtuosa, con cui sono d'accordo; inoltre, persino per quanto riguarda i temi più pruriginosi e caldi, quale quello della privacy e della normativa sulle intercettazioni, ha fatto affermazioni equilibratissime, come emerge anche dai quotidiani di questa mattina, che quindi mi sento di condividere, perché stabiliscono un corretto punto di equilibrio tra le esigenze della investigazione, della prevenzione e repressione del crimine, rispetto alla tutela della privatezza e ai diritti della persona.
Allo stesso modo, anche recentemente - ne sono stato diretto testimone - egli ha proposto una mediazione coraggiosa e concreta sul tema della riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie in cui, tra i fautori (come io sono) della prossimalità e del reticolo diffuso dei poli giudiziari sul territorio rispetto agli accentrazionisti che sostengono il gigantismo dei poli giudiziari, con la normativa di delega, si stabilisce un coraggioso punto di equilibrio che permetterà, se correttamente attuata con gli appositi decreti, un rispetto delle esigenze dei territori in merito alla buona organizzazione, all'efficienza e al potenziale risparmio.
In questo quadro di fiducia e di apprezzamento, vorrei comunque dire che se sono state sincere anche le diverse affermazioni positive nei confronti dell'esposizione del Ministro (non certo solo la mia), è pur vero che, onorevoli colleghi, dobbiamo aiutarlo, e i terreni concreti per farlo non mancano. Atteso che si preannunciano tagli ai vari Ministeri, se crediamo veramente nella priorità e centralità di questo settore e se lo riteniamo essenziale per la qualità della vita civile del Paese, occorre dare un aiuto per far sì che i tagli non incidano su questo Ministero. Ciò significa, tuttavia, onorevoli colleghi, che le suddette decurtazioni devono incidere maggiormente su altri settori e Ministeri; pertanto, anche la capacità di governo - o di concorrere anche dall'opposizione alla capacità di governo - si deve tradurre in una capacità di articolare a questo riguardo proposte che non ostentino demagogicamente sostegno al Ministro in maniera meramente declamatoria.
Egli ci ha parlato di un tema che sento familiare, ovvero dell'utilizzazione delle strutture di recupero anche più piccole per decongestionare i grandi poli detentivi, di utilizzare i piccoli insediamenti carcerari e di recuperare quelli dismessi per la popolazione detenuta a basso rischio e quindi a bassa esigenza di custodia. Queste prospettive, tuttavia, richiedono stanziamenti, perché per mettere a norma e rendere agibili tali strutture servono dei mezzi.
Quando si auspica con forza il superamento dell'ospedale psichiatrico giudiziario si fa un discorso che certamente incontra emotivamente il consenso di tutti noi, ma se vogliamo uscire dalla demagogia bisogna che qualcuno si dia cura di queste persone, che non si possono rigettare nell'avventura o nella disavventura di una società non organizzata o di famiglie che non sono in grado di fungere da ammortizzatori per certe situazioni di obiettivo pericolo, rispetto alle quali nel Paese si verificano molti drammi.
Il punto centrale è che servono un sacco di cose, ed è ideologico, o inutilmente dialettico, privilegiarne alcune, o escludere le esigenze di alcune per enfatizzarne altre.
Quando si parla dell'umanizzazione della pena, questo dovrebbe essere un dibattito ormai largamente dato per acquisito, perché in una società evoluta e civile quale la nostra, si dovrebbe dare per presupposto che la privazione della libertà dovrebbe rappresentare il massimo della pena. In una società, però, che sia intrisa di una concezione spirituale della vita, e dove sono definitivamente archiviate le grandi stagioni delle afflizioni di carattere corporale e comunque contrarie alla dignità della persona, tuttavia, bisogna che la pena abbia una sua effettività.
Per quanto riguarda l'umanizzazione, tutte le misure che sono state richiamate sono necessarie. È molto demagogico sostenere che nulla si risolve con l'ampliamento del numero delle carceri, delle cubature e delle superfici perché non possiamo inseguire le esigenze realizzando nuove carceri, e che il carcere non è la risposta giusta. Questa è una risposta velleitaria, nella migliore delle ipotesi emotiva, talvolta addirittura ideologica e da me non condivisa, sotto questo profilo. Se non si realizzano nuove strutture, se non si creano ambienti più ampi, più sani e superfici più agibili, ma come si fa a perseguire il processo di emenda, di rieducazione, di lavoro, per quanto possibile, da offrire alla popolazione detenuta? Se non ci sono le superfici e le strutture, come si fa ad assicurare un tasso accettabile degli standard accettabili di igiene e di vita, sopportabili e rapportabili a quelle che sono le esigenze sopravvivenziali? Come si fa, se non ci sono strutture adeguate, e se non ci sono superfici e cubature?
Quindi, se il Ministro si ripromette di portare avanti questo tipo di programma, fa qualcosa non solo di indispensabile e necessario, ma di preliminare rispetto a ogni altro tentativo. Non solo: le buone strutture ci mettono anche nella condizione di necessitare di meno personale, perché voi mi insegnate, sul piano tecnico, che quanto più sono agibili le strutture, tanto meno la vigilanza deve essere invasiva, penetrante e onnipresente e, quindi, possiamo risparmiare personale.
Bisogna poi dire che abbiamo l'esigenza, che pure a parole tutti sottolineiamo, l'aspirazione ad un regime differenziato di restrizione della libertà personale fra chi è in custodia cautelare e a chi è, invece, in espiazione della pena. E non solo: anche riguardo al tasso di pericolosità dei soggetti e alla qualità della popolazione detenuta, è demagogico ed astratto sostenere che la recidiva non deve influire da nessun punto di vista, perché non è così. Al contrario, chi dimostra una recidività, fino a spingersi all'abitualità ed alla professionalità del delinquere, evidentemente dovrebbe essere trattato, custodito, vigilato in una maniera diversa da chi non rientri in questo tipo di casistica.
Ma il discorso generale, che mi sembra altri colleghi abbiano toccato, con parola simbolica ed evocativa, nel dire dell'equilibrio tra le aspettative di Caino e quelle di Abele, non è fuori di tema. Anche qui, uscire fuori dalla demagogia è assolutamente corretto. Un regime detentivo di un Paese civile, ma anche di fronte ai gravi problemi di convivenza civile che vive il nostro Paese come altri Paesi europei, peraltro, richiede proprio di poter raggiungere un equilibrio più avanzato rispetto a queste aspettative.
E anche nel processo di emenda e di recupero del condannato, oggigiorno abbiamo di fronte il nuovo tema (non nuovissimo ma nuovo, perché poco esplorato in passato) della partecipazione delle parti offese a questo percorso. Non è più soltanto, infatti, una questione che intercorre tra lo Stato con la sua pretesa punitiva (come si chiamava un tempo) e il condannato, ma ci sono delle parti offese che - grazie a Dio! - non possono dare luogo a vendette di carattere privato e barbarico ma che si aspettano dallo Stato civile, umano, ma fermo e rigoroso, la tutela, come anche la ricostituzione di quell'equilibrio morale e civile della convivenza che è stato turbato dal delitto.
Da qui, quindi, la valutazione della pericolosità e la valutazione delle responsabilità che ciò comporta: altro che prevedere, come ho visto in alcuni emendamenti, anche in occasione della manovra-bis, il taglio degli uffici di sorveglianza. Al contrario, bisogna che gli uffici di sorveglianza siano messi in condizione di essere vicini e presenti quotidianamente al processo di espiazione e di emenda, proprio per potere parlare di pericolosità o meno con cognizione di causa.
Certamente quello delle pene alternative rappresenta un campo veramente suggestivo; anch'esso, però, non può prescindere dall'effettività delle sanzioni perché, se tutto si risolverà nel comminare pene pecuniarie che nessuno pagherà mai e per le quali non vi sarà alcuna esigibilità, oppure sanzioni che poi non si riveleranno tali, l'equilibrio cui poc'anzi mi riferivo (che è stato turbato dalla commissione dei reati e dei delitti) evidentemente non sarà mai ricostituito.
Anche i discorsi sui lavori di utilità sociale sono molto suggestivi ed interessanti, ma non sono applicabili dappertutto e per tutte le categorie di popolazione in espiazione. Allo stesso modo, considero inconcepibile l'intervento svolto dal collega Maritati (che ho udito con raccapriccio), là dove ha affermato che in definitiva, in questo clima di forte sconquasso, la carcerazione preventiva è rimasta l'unica risposta alla domanda di giustizia che le parti offese dai reati ottengono dallo Stato: spero che il senso della sua affermazione non sia stato di adesione, ma di allarme, perché altrimenti ricadremmo ancora di più nell'inciviltà.
Avviandomi alla conclusione, sottolineo che tutto è necessario - riforme nella legislazione, riforme nell'organizzazione, investimenti nelle strutture, ampliamento delle medesime, potenziamento degli organici - ma sicuramente non lo sono altrettanto i provvedimenti di amnistia e di indulto, che non solo sono ingiusti di per sé, ma che tutto sono fuorché strutturali. Onorevoli colleghi, chi invoca provvedimenti strutturali e non emergenziali e poi parla di amnistia e di indulto fa un allungo di carattere ideologico o, nella migliore delle ipotesi, di carattere sociologico che non c'entra niente con le misure strutturali.
Infine, rispetto alla possibilità di decidere una depenalizzazione più o meno estesa, di cui si sente parlare, ovviamente non si può che essere disponibili ad un confronto nel merito; tuttavia ciò deve essere fatto, ancora una volta, senza demagogie, senza lassismi assolutamente incomprensibili dalla stragrande maggioranza della popolazione di ogni ceto, cultura e collocazione.
In conclusione, una società che si rispetti - abbiamo fatto bene ad intessere questo dibattito, tutt'altro che tempo perduto - tutela il patto sociale di convivenza che non deve essere rotto, umanizza le pene, ma chiede riscontro a questa umanizzazione in una verifica concreta del processo di emenda e parametra la giustizia al tasso di patologia sociale che purtroppo deve constatare. Altre discipline sono necessarie per la prevenzione e per rimediare ai guasti dei delitti commessi. Ripeto, però, che si tratta di altre discipline, che sono a monte, sono assolutamente doverose, ma non possono esimere noi dal fare interventi sulla giustizia ed anche sulle sue materiali strutture, che costituiscono un problema assolutamente ineludibile. Grazie per l'ascolto. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Poli Bortone. Ne ha facoltà.