Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (414 KB)

Versione standard



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 605 del 20/09/2011


GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, a partire dal nome stesso di battesimo, che rievoca il manzoniano «Fermo e Lucia», il ricordo di Fermo Mino Martinazzoli è per tutti noi un'occasione per celebrare le qualità morali e culturali di un italiano grande, che ha legato il suo nome ad una fase che, fino a poco tempo fa, prima di vivere quella attuale, ritenevamo la più drammatica della nostra storia nazionale più recente.

Martinazzoli, nel corso della sua intensa vita politica, ha sempre goduto della stima incondizionata da parte di tutti i suoi colleghi, amici o avversari che fossero, ma soprattutto ha incontrato la più vasta opinione pubblica, anche quella culturalmente più distante, perché la gente ne percepiva il rigore morale, l'onestà intellettuale e il sostanziale disinteresse personale.

Come cattolico e liberale elevava la sua idealità democratica percorrendo il modello, universalmente riconosciuto, della dottrina sociale della Chiesa. Manzoniano e rosminiano, Martinazzoli recuperava, per formazione giuridica, il valore della legalità come presupposto e precondizione delle attività economiche e commerciali.

Il presidente Gianfranco Fini, il 7 settembre scorso, nella commemorazione fatta alla Camera, ha giustamente richiamato l'identità democratica, il senso dello Stato e, soprattutto, il forte impegno di Mino Martinazzoli per la legalità. Non va dimenticato, infatti, che a partire da Brescia, anzi da Orzinuovi, suo paese natale, cioè dai primi anni della sua formazione culturale, sono fondamentali gli studi giuridici finalizzati ad esercitare la professione di avvocato e, nella vita politica, ad affermare i principi fondamentali di libertà e di solidarietà sociale.

Di indole severa e riflessiva, espressione di un comportamento intellettuale che ha sempre privilegiato interiorizzare le esperienze di vita e della politica piuttosto che indulgere a esternazioni chiassose, Martinazzoli era intriso di una religiosità tutta bresciana e tutta rivolta al modello esemplare di Papa Montini. «La politica» - diceva - «separata dall'etica non è più politica». E Brescia, "leonessa" del nostro Risorgimento nazionale e città martire del terrorismo eversivo, sarà sempre presente nella vicenda umana e politica di Mino Martinazzoli. Città produttiva e religiosamente montiniana, città bene amministrata da sindaci indimenticabili della levatura di Bruno Boni e anche città che ha espresso uomini di governo come Giuseppe Zanardelli, da oggi sarà per sempre la città di Fermo Mino Martinazzoli.

Negli anni '60 e 70, Martinazzoli emerge nelle fila della Democrazia Cristiana, prima a livello locale (diviene presidente dell'Amministrazione provinciale bresciana dal 1970 al 1972), poi a livello nazionale. Nel 1983 è Ministro di grazia e giustizia, incarico che ricopre per tre anni. Viene poi eletto a Montecitorio Presidente dei deputati della Democrazia Cristiana. In quella sede è animato in questo impegno quotidiano, (che oggi é bene ricordare) seguendo via via l'attività legislativa delle Commissioni e dell'Aula, da una autentica vocazione parlamentare, oltre che politica, basata sulla sua profonda cultura giuridica ed esprimendo una personalità intensa, ricca di profonda umanità. È in questo periodo che afferma di prediligere la vita nella sua realtà e nella sua quotidianità alla politica, intesa come esercizio puro e semplice del potere.

Come ha ricordato il vescovo di Brescia monsignor Monari, Martinazzoli «era un politico che considerava come sue proprie le ingiustizie subite dagli altri». E la politica doveva essere rivolta a migliorare la condizione degli altri nella costante ricerca del bene comune. I riferimenti sociali e solidaristici non mancano nella formazione culturale e politica di Martinazzoli: da Rosmini a Paolo VI, ma anche al messaggio ecumenico di Giovanni Paolo II successivo alla caduta del muro di Berlino. È quello del Papa polacco un forte richiamo - che anche qui potremmo definire un po' bresciano - al riconoscimento della creatività umana in una economia fortemente condizionata dall'etica.

Mino Martinazzoli vive dunque in prima persona il passaggio cruciale di un'epoca rappresentata dal biennio 1991-1992, nella quale la Democrazia cristiana, con i principali partiti italiani, viene travolta da Tangentopoli. L'ultimo segretario politico della Democrazia Cristiana vivrà quei giorni con la consapevolezza che ormai una fase della nostra storia nazionale si era inesorabilmente conclusa. Tuttavia, Martinazzoli accettò l'incarico di segretario del partito con spirito di servizio, quando era ormai evidente la sua dose di rassegnazione perché sapeva che ormai «il latte era già stato versato». E fu allora che dopo aver osservato che siamo passati dal tutto della politica al niente della politica, Martinazzoli ebbe modo di affermare che «la politica separata dall'etica non è più politica» ed ha accettato il sacrificio di guidare il partito quando altri non hanno avuto il coraggio di farlo.

La verità è che la DC - oggi possiamo dirlo - commise l'errore di eleggere Mino Martinazzoli segretario del partito, quando ormai era troppo tardi. L'occasione c'era stata nel 1989 al Congresso Nazionale: allora Ciriaco De Mita non ottenne l'elezione per acclamazione, ma "soltanto" l'80 per cento dei voti, con 12 suffragi per Martinazzoli, facendo registrare la prima frattura in seno alla sinistra del partito. La finalità di Martinazzoli infatti era allora quella di arginare il clientelismo diffuso nel Mezzogiorno, mentre rivendicava, da bresciano consapevole, il primato socio-economico del Nord d'Italia, quando ancora era possibile arginare quella che possiamo definire una degenerazione territoriale che avrebbe portato ad invocare la secessione da parte del popolo leghista.

All'inizio degli anni '90, un rivolgimento interno alla DC, un autentico rinnovamento politico avrebbe potuto salvare il salvabile. Ma la struttura elefantiaca e clientelare della cosiddetta Balena bianca non ebbe alcun ripensamento, né alcun salto di qualità, vanificando nel volgere di poco tempo quel patrimonio storico di una classe dirigente esemplare che si era formata fin dagli anni '50 con Alcide De Gasperi. E l'economia, allora, seguì di pari passo la vicenda politica, quando invece allora si sarebbe potuto iniziare il rientro dal disavanzo pubblico, dovuto alla abnorme dilatazione della politica di solidarietà nazionale.

Concludendo posso dire che con la scomparsa di Fermo Mino Martinazzoli, non solo viene meno una figura politica di grande prestigio legata alla storia del nostro Paese, ma viene meno anche la coscienza critica e l'onestà intellettuale di un uomo che ha vissuto in modo doloroso ma molto lucido una transizione politica drammatica.

Personalmente posso ricordare di non aver avuto poche occasioni di incontro con Martinazzoli: sono entrata tardi in politica dalla cosiddetta società civile e questo mi ha impedito fino ad allora di capire fino in fondo i suoi profondi ragionamenti. Ma quelle poche volte oggi mi bastano per poter dire che ammiro con intensità la sua grande capacità di analisi. Aveva infatti previsto esattamente l'evoluzione successiva di quegli avvenimenti che oggi stiamo vivendo e che possiamo considerare come la mancata rivoluzione liberale in cui tutti abbiamo creduto. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI, PD, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI e PdL).