DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, voglio associarmi, anche a nome di tutti i senatori del Terzo Polo, a quanti hanno voluto porgere il loro cordoglio alle famiglie delle vittime dell'incidente di Arpino, paese del frusinate. Questo triste evento ci mostra che le morti bianche, gli infortuni sul lavoro continuano a connotare anche i Paesi avanzati, le cosiddette economie post-industriali, come la nostra.
È vero che nell'arco di un decennio il numero di incidenti si è ridotto notevolmente in Italia: nel periodo 2002-2010 gli infortuni si sono ridotti complessivamente del 20 per cento e le morti del 30 per cento; proprio nel 2010, per la prima volta, si è raggiunto un traguardo storico: si è scesi sotto i 1.000 morti sul lavoro all'anno. Queste cifre, queste statistiche, riportate in maniera fredda, danno l'idea di un modo distaccato di ragionare sull'argomento, ma per l'ennesima volta ci troviamo in questa sede a parlare di un evento tragico, di gente che muore sul lavoro, quando invece sul lavoro si dovrebbe vivere.
È un problema che dobbiamo affrontare in maniera seria, in modo più incisivo di quanto stiamo facendo. Con la Commissione infortuni sul lavoro abbiamo svolto un'opera importante, abbiamo fatto diversi sopralluoghi, trasferte lunghe e importanti, anche all'estero, notando, con grande sorpresa, da parte degli stessi commissari e mia personale, che la nostra normativa è all'avanguardia in Europa. Abbiamo infatti un sistema di controlli, che riguarda le varie componenti dello Stato, complesso, forse farraginoso sotto certi punti di vista, avendo circa 10.000 persone che si interessano al controllo e alla prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle morti bianche. In altri Paesi dell'Europa più industrializzati, come Francia, Germania e Inghilterra, il personale addetto a questo sistema di controlli è la metà, talvolta anche la metà della metà, ma noi, purtroppo, abbiamo un numero di infortuni sul lavoro e di persone che muoiono lavorando che è il doppio, spesso anche il triplo rispetto a questi Paesi.
Questo fa sì che dobbiamo porci il problema, e dobbiamo porlo all'attenzione della nostra società. Mille morti l'anno non sono pochi: sono una questione seria, reale, che deve coinvolgere tutti in un momento di riflessione. Dobbiamo domandarci il perché. Sono d'accordo con quanto affermava il senatore Viespoli circa il fatto che tutto questo deve coinvolgere l'intera filiera, partendo dall'azienda, dalle amministrazioni locali per arrivare alle Regioni, che tra poco diventeranno fonte normativa rispetto a questa problematica. La questione sta diventando davvero una grande emergenza nazionale.
Le circostanze nelle quali maturano gli incidenti più gravi sono generalmente il risultato di situazioni complesse sotto il profilo delle singole operazioni tecniche da svolgere. E' questo il caso di Arpino, dove evidentemente si è verificato un errore tecnico nello svolgimento di una funzione complessa, delicata, che appartiene alle tradizioni più vere del nostro Paese. I fuochi d'artificio fanno parte infatti della tradizione delle feste di paese: è qualcosa che riguarda l'Italia, le nostre autentiche tradizioni. Esiste quindi un problema serio. Nella sua drammaticità, l'incidente di Arpino ci fa vedere come operi «la livella» delle morti bianche, nel senso che insieme ai lavoratori muoiono i datori di lavoro e, addirittura, come nel dramma di Arpino, il cliente che si trova lì per controllare e acquistare la merce.
In tal senso, serve anche che l'imprenditore, il piccolo imprenditore, cioè il nerbo dell'economia italiana, prenda sempre più coscienza e consapevolezza che la sicurezza non è un costo, ma un investimento per migliorare, sia la qualità della propria attività sia, e soprattutto, la propria vita.
Dall'altro lato, abbiamo il problema, sempre più serio e che abbiamo riscontrato nel corso di diverse missioni, delle situazioni contrattuali. I rapporti contrattuali, lo dico tranquillamente, non sono quasi mai completamente trasparenti. Si disegnano all'interno delle grandi opere minuziose ripartizioni dei compiti nella rete della produzione, ma non si dedica la stessa attenzione all'attribuzione chiara delle responsabilità dal punto di vista della sicurezza. Specialmente negli appalti di grandi dimensioni, l'impresa appaltatrice si serve di una catena di piccole imprese subappaltatrici, che si suddividono tra loro singole parti dell'opera da realizzare, e nei vari passaggi scarsa attenzione viene posta alla sicurezza.
Vorrei che il Sottosegretario mi ascoltasse: è un passaggio molto importante e vorrei che ci fosse l'attenzione del Governo. L'appaltatore tende spesso a scaricare i costi sui subappalti e il subappaltatore vede nella sicurezza una spesa sulla quale risparmiare. Peraltro, si tratta di appalti che vengono affidati tutti al massimo ribasso, quindi a condizioni molto difficili, in un momento come questo. Così, la prima voce sulla quale si tende a risparmiare è quella della sicurezza. Questo è un settore in cui il Governo deve prestare la massima attenzione, perché abbiamo riscontrato (non voglio citare gli incidenti avvenuti in questo periodo) disattenzioni chiamiamole così e situazioni in cui probabilmente si poteva fare di più e meglio.
Voglio concludere parlando di un aspetto che mi è molto caro, e penso lo sia a tutti, riguardo al quale lo Stato dovrebbe intervenire con forza e con convinzione, perché la sicurezza si basa su un sistema filosofico di vita di una società: mi riferisco al fatto che la sicurezza sul luogo del lavoro ci dovrebbe appartenere da subito, sin dalla scuola. (Richiami del Presidente). Proprio nella scuola - ho terminato, Presidente, e la ringrazio per i minuti che mi vorrà concedere - e nei luoghi di lavoro pubblici notiamo scarsa attenzione alla sicurezza; circa l'85 per cento delle scuole e dei locali pubblici non ha infatti adeguati standard di sicurezza. Ciò è per qualche verso abbastanza paradossale. Bisogna costruire una cultura della sicurezza e della prevenzione partendo dalla scuola.
Chiudo con l'auspicio che in questo Paese, al centro di un complesso sistema di controlli, tutele e prevenzioni, venga finalmente posto il lavoratore come uomo, perché in un Paese civile, di lavoro, e noi oggi vediamo che il lavoro è al centro delle preoccupazioni delle famiglie, dei genitori, di tutti, si deve vivere ma non si può morire.
PRESIDENTE. Senatore De Angelis, le ho dato il doppio del tempo.
DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). La ringrazio, Presidente. Ho parlato di un problema cui tengo molto.
PRESIDENTE. Considerato che è una vicenda che la riguarda dal punto di vista territoriale, volevo sapesse che ha parlato dieci minuti invece cinque.
DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). La ringrazio per il tempo che mi ha dato. (Applausi del senatore Serra).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.