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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 605 del 20/09/2011


CARLINO (IdV). Signor Presidente, signor Sottosegretario, a Frosinone sono rimasti uccisi nell'esplosione di una fabbrica di fuochi d'artificio sei lavoratori: il titolare della fabbrica, i suoi figli, tre operai. Nel 1994, a due passi da lì, un'altra fabbrica della stessa impresa era esplosa ed erano morti anche in quel caso cinque lavoratori, fra cui due membri della stessa famiglia decimata la settimana scorsa.

Sei lutti, quelli del frusinate, che vanno ad aumentare il numero delle morti sul lavoro nel Lazio. Con 19 decessi fino alla fine del mese scorso, la Regione aveva una media di oltre due vittime al mese.

Come ha scritto Sergio Rizzo sul «Corriere della Sera», era stato annunciato qualche mese fa con toni trionfalistici «che il numero dei morti sul lavoro nel 2010 si era fermato sotto quota mille. Come se 982 cadaveri fossero pochi. [...] Gli esperti diranno che in casi come quello di Arpino entra sempre in gioco la "fatalità". Ci spiegheranno che le nostre regole in materia di sicurezza sul lavoro sono avanzatissime. E argomenteranno che il numero dei decessi da qualche anno è in calo progressivo, almeno, di quelli ufficiali, perché proprio questo è il punto: che cosa nascondono le cifre ufficiali sugli infortuni?» Nascondono, per esempio, i tanti incidenti che riguardano i lavoratori extracomunitari assunti in nero, che rappresentano ben il 40 per cento dei morti sul lavoro. Non è un caso che spesso si abbia notizia del ritrovamento sul ciglio di una strada, magari a pochi passi da un cantiere, di qualche cadavere.

Presidenza della vice presidente MAURO (ore 18,15)

(Segue CARLINO). Conclude Rizzo: «Guai ad abbassare la guardia sulla sicurezza in un Paese la cui ossatura è costituita da piccole e piccolissime imprese. Caratteristica che favorisce oggettivamente il diffondersi della piaga del lavoro nero e irregolare. Che automaticamente significa minore (quando addirittura inesistente) sicurezza».

Signor Sottosegretario, se il nostro compito non è quello di indagare sulle cause che hanno condotto al gravissimo episodio di Arpino (lasciamo questo compito alla magistratura) lo è certamente quello di ripetere quanto sia fondamentale e prioritario, in un Paese che si considera uno dei protagonisti della scena economica mondiale, attuare serie politiche di investimento per proteggere la vita dei lavoratori che sono vite umane e forza produttiva.

Bisogna dire basta all'ignoranza quando si parla di sicurezza: esistono discipline precise che debbono essere rispettate. Quindi, largo spazio alla formazione dei lavoratori. L'incidente di lunedì scorso dimostra che senza un rafforzamento di controlli certi, finalizzati alla prevenzione degli incidenti, in particolare nei settori più a rischio, le morti sul lavoro continueranno ad aumentare. Sono necessari maggiori controlli, specialmente in siti ad alto rischio, come era quello di Arpino.

Il giorno dopo la tragedia, ricordo che il ministro Sacconi ha scritto sul suo blog che «i servizi ispettivi del Ministero del lavoro sono stati già attivati affinché collaborino con i Vigili del fuoco, con il servizio sanitario regionale e con gli inquirenti al fine di una tempestiva individuazione delle cause e delle eventuali responsabilità». Tutto questo non basta, signor Ministro. Non si può intervenire solo a tragedie avvenute. Il tanto sbandierato piano triennale del lavoro, presentato dal Governo quasi un anno fa ed inserito addirittura nel Piano nazionale di riforme presentato in sede europea, avrebbe dovuto prevedere tra i suoi punti cardine la lotta al lavoro irregolare e l'aumento della sicurezza sul lavoro. In realtà, si indicavano non meglio definite «azioni di vigilanza selettiva» e «modifiche ai sistemi sanzionatori che ne accrescano l'efficacia».

Tuttavia, come abbiamo già avuto modo di dire tante volte, anziché lotta al lavoro irregolare si sarebbe dovuto più brevemente e correttamente scrivere lotta alla sicurezza sul lavoro, visto che dall'inizio della legislatura il Governo si è applicato con costanza solo allo smantellamento delle tutele previste dal decreto legislativo n. 81 del 2008. Giorno dopo giorno è stata iniettata nel Paese una cultura per cui i diritti non contano niente e prima si levano di mezzo e meglio è, che considera le regole e le norme di sicurezza lacci e lacciuoli che vanno cancellati. Un'analisi compiuta dalla UIL sui bilanci sanitari di alcune Regioni ha dimostrato che, nel 2010, le spese per le attività di prevenzione della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro di competenza delle ASL hanno registrato un calo del 60 per cento nel Lazio e del 75 per cento in Abruzzo.

Questo stato di cose, considerando che in Italia le morti bianche sono ancora ai massimi livelli fra i grandi Paesi europei, dovrebbe indurre a investire massicciamente nei controlli. Invece, non solo non si è diffusa la cultura della prevenzione nel nostro Paese, ma si è anche operato attivamente per rendere i controlli impossibili.

Il Governo, con l'ultima manovra, ha attuato solo tagli nelle attività ispettive e di controllo, provocando un rallentamento delle ispezioni, ormai evidente. Grazie a questa politica dissennata, oggi, un'azienda può essere controllata in media una volta ogni 110 anni!

La manovra peggiorerà ancora la situazione. Mentre si discute molto di auto blu, gli ispettori della sicurezza devono molto spesso usare mezzi propri e senza avere il carburante necessario.

Signor Sottosegretario, tutto questo è davvero inaccettabile. Impegniamoci seriamente affinché la sicurezza sui luoghi di lavoro venga garantita a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla nazionalità. Facciamo in modo che questa crisi così grave non porti a sacrificare la sicurezza, a mettere a repentaglio la propria vita e quella degli altri pur di provare a conservare un lavoro o di salvare la propria azienda. (Applausi del senatore Di Nardo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Serra. Ne ha facoltà.