RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente NANIA
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,35).
Si dia lettura del processo verbale.
AMATI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 15 settembre.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
In ricordo di Mino Martinazzoli
PRESIDENTE. (Si leva in piedi e con lui tutta l'Assemblea). Onorevoli colleghi, lo scorso 4 settembre, colpito da una grave malattia, si è spento a Brescia Mino Martinazzoli.
Nato ad Orzinuovi il 30 novembre 1931, si laureò in giurisprudenza all'università di Pavia, nello stimolante ambiente - permeato di umanesimo cristiano - dell'Almo Collegio Borromeo, ed iniziò ad impegnarsi nelle istituzioni locali, dapprima come assessore alla cultura nel suo paese natale, poi nella veste di consigliere provinciale ed infine come presidente della Provincia di Brescia dal 1970 al 1972.
Nel 1972 si presentò alle elezioni politiche nelle file della Democrazia Cristiana e venne eletto senatore.
Entrò così a far parte della nostra Assemblea a partire dalla VI legislatura e fu confermato dal corpo elettorale anche nelle successive due legislature. La chiamata a svolgere funzioni assai delicate sotto il profilo delle garanzie e dei rapporti tra le istituzioni, come quella di Presidente della Commissione parlamentare per i procedimenti d'accusa, rese manifesto a tutti uno stile di esercizio del mandato parlamentare - e dell'attività politica in genere - impregnato di onestà e rigore morale, sobrietà e austerità del tratto (mai disgiunte però da una serena inclinazione all'ironia), che accanto ad una raffinata quanto poliedrica sensibilità culturale guadagnarono nel tempo a Mino Martinazzoli una considerazione ed una stima - presso i colleghi, ma anche e soprattutto nella stampa e nell'opinione pubblica - che può dirsi davvero generale.
Nella IX legislatura, eletto alla Camera dei deputati, fu nominato Ministro di grazia e giustizia nel I Governo Craxi: nell'esercizio delle sue competenze ha offerto un contributo determinante al lungo e travagliato iter per l'approvazione di una nuova legge delega per la riforma del codice di procedura penale, nella delicatissima fase di preparazione del primo maxiprocesso contro la mafia, il cui dibattimento iniziò a Palermo nel febbraio del 1986.
Dopo la fine di quella prima esperienza di Governo, nell'agosto del 1986, Martinazzoli venne eletto Presidente del Gruppo parlamentare della Democrazia Cristiana presso la Camera dei deputati, incarico che mantenne anche nella X legislatura.
Nel luglio del 1989, in occasione della formazione del VI Governo Andreotti, fu nominato Ministro della difesa, incarico dal quale si dimise, un anno dopo, insieme agli altri Ministri della sinistra democristiana, durante l'iter di approvazione della legge di disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato. Entrò poi a far parte del successivo Governo Andreotti, in qualità di Ministro senza portafoglio, con delega alle riforme istituzionali e agli affari regionali.
L'esaurirsi di quest'ultima esperienza di Governo aprì la strada, nella vita di Mino Martinazzoli, ad una fase cruciale per la sua lunga ed intensa esperienza politica.
Nell'ottobre del 1992 fu infatti eletto per acclamazione, dal Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana, segretario del partito. Nel suo nuovo ruolo egli agì con tenacia e rigore fino alla sofferta scelta dello scioglimento della Democrazia Cristiana e del Partito Popolare Italiano, nell'intento fondamentale di far sopravvivere i valori e le ragioni dell'impegno politico dei cattolici all'eclissi di un sistema politico imperniato sul principio della loro unità all'interno del medesimo partito.
Dopo le elezioni del 1994, Martinazzoli lasciò la segreteria del Partito Popolare Italiano e la scena politica nazionale. L'anno successivo fu eletto sindaco di Brescia, e nel 2000 partecipò alle elezioni per la carica di presidente della Regione Lombardia.
Amministratore della cosa pubblica attento e fedele, dirigente politico austero e disinteressato, fine esegeta, oratore suggestivo: tutto nella sua multiforme personalità, nel suo profilo politico, cooperava e si inverava nel perseguire la dedizione assoluta alla tutela e al pieno sviluppo della persona umana, del quale la politica e il potere non possono essere che uno strumento, e giammai un fine in sé.
Questo egli esprimeva con il suo famoso richiamo, che in qualche modo condensa tutto il suo lascito: «La politica è importante, ma è più importante la persona».
È allora con viva commozione che invito l'Assemblea ad osservare un minuto di silenzio e di raccoglimento in memoria di questa nobile figura d'uomo e di politico, rinnovando il cordoglio e la commossa partecipazione che il presidente Schifani ha già espresso alla famiglia di Mino Martinazzoli, a nome personale e di tutto il Senato, al momento della sua dolorosa scomparsa. (L'Assemblea osserva un minuto di silenzio. Applausi).
MOLINARI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MOLINARI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, credo che in quel variegato panorama ove si svolge di questi tempi l'esperienza politica dei cattolici italiani la morte dell'onorevole Mino Martinazzoli rappresenti percettivamente un'assenza, un vuoto improvviso. L'idea della politica come «arte nobile e difficile» e l'idea che l'esercizio della politica sia un modo esigente di vivere la carità, espressioni della sensibilità con la quale Papa Montini seguiva e stimolava i cattolici ad essere partecipi di tali difficili percorsi, erano certamente convinzioni proprie del cattolico Martinazzoli. Cresciuto, inoltre, in quel particolare ambiente bresciano capace di dare concretezza di vitale esperienza ai più nobili principi coltivati e promossi da tante menti eccellenti, al vertice delle quali possiamo ben porre - appunto - Paolo VI.
Su queste premesse credo si possa meglio comprendere il particolare, intenso percorso politico dell'onorevole Martinazzoli: sia nel succedersi degli incarichi istituzionali, nei quali fu vero esemplare servitore della causa pubblica, sia nel succedersi degli incarichi politici di partito, in una fase che oggi potremmo ripensare con maggiore distacco, comprendendo forse meglio le scelte che egli fece, anche con insuccessi che volle subito riconoscere e scontare, orientate (mi pare) ad una migliore e più efficace e libera presenza nella vita politica italiana delle persone ispirate ai principi del popolarismo sturziano.
Quindi, la sua improvvisa assenza è maggiormente percepita oggi, nel vasto panorama che echeggiavo all'inizio, per il venir meno della qualità del suo contributo di riflessione, di pensiero, di elaborazione.
In tempi così grami, la sua vasta cultura, la sua erudizione non ostentata, ma spesso ironicamente palesata, persino la rigidità di alcune sue posizioni erano dono gradito da ascoltatori vicini e lontani.
Ci ha potentemente aiutati a ragionare, orientandoci nella assunzione di responsabilità pubbliche: questo il riconoscimento postumo all'onorevole Martinazzoli, servitore dello Stato, operatore responsabile della politica, cattolico integerrimo. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI, PD, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI e del senatore Lannutti).
GARAVAGLIA Mariapia (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GARAVAGLIA Mariapia (PD). Signor Presidente, parte della biografia dell'onorevole Martinazzoli è stata correttamente ricordata da lei; altri colleghi entreranno magari nel dettaglio delle porzioni di vita pubblica conosciute. A me preme ricordarlo perché è stato un amico, un collega, il mio Presidente di Gruppo quando ero deputata.
Stiamo ricordando un signore della politica. Alla figura austera, ieratica, corrispondeva una compostezza di atteggiamenti prima interiori che esteriori.
Non ha evitato nessuno gradino del cursus honorum - lo ha ricordato anche lei, signor Presidente - partendo da assessore in un piccolo Comune: assessore alla cultura, però. Questo è stato il suo stigma, quello che lo ha reso nobile anche facendo politica quando bisognava fare la politica più interna alla vita dei partiti, meno alta.
È arrivato a tutte le cariche parlamentari e ministeriali; le ha interpretate rivestendole di rispetto, agendo con onore, come dice la Costituzione, perché le riteneva al servizio della Nazione.
Che avesse incominciato a interessarsi di politica contrastando la cosiddetta legge truffa dice quale fosse la sua concezione della politica. A me piace perciò ricordare alcune tappe che ho condiviso, alcune delle quali davvero molto aspre.
Anche al suo incarico di segretario nazionale della DC fu chiamato, come un altro grande onest'uomo quale Zaccagnini, a furore di Consiglio nazionale per le sue doti, le sue virtù umane e di onestà perché doveva tentare la rinascita di un partito dopo sconfitte numeriche, sì, ma morali, caro amico Pisanu. E pensavamo che identificando tale rinascita in una certa personalità dal limpido e trasparente impegno di vita personale, oltre che di vita pubblica, noi potessimo ridare senso alla passione politica per invitare l'opinione pubblica a credere ancora nella politica.
Neanche Martinazzoli salvò la DC: fu travolta da «Mani Pulite». Allora scelse di andare alle origini, di tornare alla fonte ispiratrice del popolarismo, di una certa concezione di servizio al Paese senza che la politica diventasse partitocratica, statalista: volle tornare al partito popolare di Sturzo perché riteneva di poter continuare ad animare in sé e negli altri una tenace speranza, perché non tutto era perduto. Tuttavia, i risultati elettorali, che noi oggi non giudicheremmo tanto negativi (il 15 per cento di allora) gli hanno fatto togliere il disturbo: disse che un generale sconfitto se ne va; chi altri oggi direbbe la stessa cosa e farebbe la stessa cosa?
Portò la cultura, quella ricordata anche da lei, signor Presidente, dentro la politica rendendo nobile la politica; era una cultura assimilata da un pensiero inquieto e riflessivo che conferiva anche al suo volto una particolare espressività, che non era facile penetrare, anzi incuteva soggezione.
Amò le istituzioni in modo assoluto, e non perché si era formato da giurista, ma perché, popolare e cristiano, riteneva che non si potesse sottoporre la persona, il cittadino alle elaborazioni ideologiche e programmatiche. Diceva: «Non la persona "ha" il diritto, ma la persona "è" il diritto». Com'è stato ricordato bene, è stato, all'Inquirente, stimato da tutti e, soprattutto, dagli avversari, in momenti molto difficili.
È stato il Ministro della giustizia che ha agevolato una legge che so non riscuotere tanta buona fama, ma che reputo una legge di civiltà, perché lo Stato non può rinunciare mai a tutelare la vita del cittadino, anche quando è carcerato. Noi, domani, di questo parleremo con il Ministro della giustizia. Con Martinazzoli fu discussa e approvata la legge Gozzini, che fa credere che la persona vale di più delle regole, se le si devono utilizzare per ripristinare l'umanità e per recuperare il cittadino.
Lavorò anche per qualcosa che amerebbe molto un Gruppo che è presente in questa nostra Aula (mi riferisco alla Lega): lavorò su un partito che fosse nazionale ma federato a seconda delle necessità territoriali, e pensava a un partito popolare. Prima pensò alla Democrazia Cristiana del Nord e poi al Partito Popolare del Nord.
Pensieroso, circondato dal fumo delle inseparabili sigarette, sembrava sempre triste, ma ha ricordato anche lei, signor Presidente, che era molto ironico e sapeva anche ridere, e di gusto. Una volta mi sono arrischiata a chiedergli: «Ma perché non sorridi mai?». e mi rispose: «Perché, ne avrei motivi?». Oggi ce ne sono meno ancora di allora, di motivi per sorridere.
Sbaglia chi crede che non fosse un combattente, perché, nonostante avesse sperimentato tutto, e non più giovanissimo, accettò nel 2000, da novello Cincinnato, di battersi per la presidenza della Regione Lombardia. Sconfitto, non lasciò il seggio, continuò a frequentare il Consiglio regionale, rendendosi caro a tutti i consiglieri, non perché dispensava prudenza e saggezza da vecchio, ma perché dimostrava come era alta la politica come servizio. Per lui, infatti, la politica non riguarda cose lontane e astratte, ma va ritrovata sul terreno concreto delle esigenze della gente.
Amava Rosmini, Gadda, Mounier e Manzoni e, allora, voglio concludere con ciò che lui richiamava essere il suggerimento di Manzoni. Lo citava così: «Ricorda a noi cristiani che, anche nelle situazioni peggiori, si può sempre ricominciare.» - il ricominciamento era un suo rovello - «La nostra tradizione ci dice infatti che la politica conta, la vita conta di più». (Applausi dai Gruppi PD, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI, Per il Terzo Polo:ApI-FLI e dei senatori Astore, Pardi e Spadoni Urbani. Congratulazioni).
MENARDI (CN-Io Sud-FS). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MENARDI (CN-Io Sud-FS). Signor Presidente, onorevoli colleghi, come ha scritto il quotidiano della sua città, il «Giornale di Brescia», migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di Mino Martinazzoli. C'era tantissima gente sia alla camera ardente allestita al mattino in Loggia, sia alle esequie celebrate in duomo dal vescovo di Brescia, Luciano Monari, che così ha ricordato l'ultimo leader della Democrazia Cristiana: «Un politico deve patire come fossero proprie le ingiustizie patite dagli altri; deve desiderare il bene per tutti se vuole riuscire a fare qualcosa per qualcuno».
Il vescovo di Brescia ha poi voluto richiamare le parole di papa Paolo VI, monsignor Montini, intimo di Martinazzoli. «Paolo VI insegnava che la politica è una forma esigente di amore e intendeva dire che l'impulso sano a occuparsi di politica può nascere solo in un cuore che sappia amare, che desideri sinceramente migliorare la condizione degli altri e che, per questo obiettivo, sia disposto a pagare un prezzo personale anche elevato. Altre motivazioni sarebbero improprie e finirebbero per creare ambiguità e danni».
La morte di Martinazzoli ha destato in tutti un profondo senso di cordoglio. Ho seguito i blog dei giornali il giorno della sua scomparsa e vi leggo il messaggio illuminante di un lettore che esprime il comune sentimento di partecipazione al lutto: «Grande e onesto uomo politico, è una perdita notevole per tutto il Paese».
L'ex segretario della DC, era nato a Orzinuovi, in provincia di Brescia, il 30 novembre del 1931. Avvocato di rango, è stato uno dei principali esponenti della corrente di base all'interno della Democrazia Cristiana di cui sarebbe stato l'ultimo segretario politico fino alla sua trasformazione in PPI.
Martinazzoli è stato ministro della difesa, della giustizia e delle riforme istituzionali. Nel suo ruolo di parlamentare è stato presidente della Commissione di indagine sul caso Lockheed. Sul piano politico, insieme a Giovanni Galloni, Luigi Granelli, Leopoldo Elia, Guido Bodrato ha fatto parte del nucleo dell'area Zaccagnini che ha innescato il processo di rinnovamento della DC alla fine degli anni Settanta.
Soprattutto, Martinazzoli ha interpretato la linea dell'esperienza cattolica dell'intransigentismo lombardo in politica. Sindaco di Brescia (dal 1994 al 1998) dopo la conclusione della sua esperienza parlamentare, si candidò per la coalizione di centrosinistra alla presidenza della Regione Lombardia nel 2000 contro il presidente uscente Roberto Formigoni. Una scelta di testimonianza, che dobbiamo rispettare.
Memorabile è una sua lettera inviata a Ferruccio Parri, databile presumibilmente intorno alla metà degli anni Settanta, in cui replica allo sfogo del primo Presidente del Consiglio alla guida del Governo di unità nazionale alla fine della seconda Guerra mondiale, poi messo da parte: «Gentile professore» - scriveva allora Martinazzoli - «non so in che misura le espressioni a lei attribuite in un recente articolo apparso su "Il Giorno" traducano correttamente il suo pensiero. Ma certo, il senso complessivo del discorso appare decifrabile nel segno di un'irrimediabile delusione, di un pessimismo senza spiragli. Ed è proprio a questo proposito che mi permetto di importunarla brevemente. Non fa meraviglia, certo, la durezza del suo giudizio. Chi, come lei, ha partecipato a una stagione di tanto alte speranze e, di più, queste stesse speranze ha in modo rilevante alimentato e cresciuto, non può certo inclinare, sul paragone dei nostri giorni, a soddisfatte indulgenze. Non mi convince, tuttavia, questa sorta di preclusione, questa scoperta dell'esistenziale incompatibilità tra il nostro popolo ed una seria vocazione democratica».
Martinazzoli aveva chiaro il ruolo della politica, e per questo così replicava all'amarezza di Parri: «Essere deluso degli italiani è una tentazione doverosa, a patto di vincerla; considerando quale corrotta eredità stia alle spalle della esperienza repubblicana e come ancora tale eredità condizioni e appesantisca questa stessa esperienza».
Quando se ne vanno personaggi come Mino Martinazzoli, così lontani dai modelli attuali, per meglio definirne i contorni è doveroso ricorrere alle parole di quanti lo hanno frequentato nella pratica quotidiana. Uno di questi era certamente il professor Giuseppe Frigo, giudice della Corte costituzionale e amico di lunga data del politico bresciano: «Mino era profondamente cristiano, interprete della fede nella sua quotidianità (...). Il suo stile di vita era sobrio, semplice (...) amava essere ed essere considerato un uomo comune. Rifuggiva, quasi inorridito, da ogni forma di esibizionismo. Era sempre pronto ad ascoltare, a dialogare, specialmente con i più umili e i più deboli, generoso e comprensivo nei giudizi, alieno dalle facili e sbrigative condanne, ma assolutamente rigoroso e intransigente nel rispetto delle regole. Tra i ricordi più cari che io ho di Mino metto senza alcun dubbio le difese penali che abbiamo fatto insieme, vivendo l'autentico dramma di certi processi, che sono luoghi non ultimi della sofferenza umana».
Qui dobbiamo rendere omaggio a Mino Martinazzoli ministro della giustizia, incarico assunto nel 1983. Era il tempo in cui il Paese tentava faticosamente di uscire dalla stagione del terrorismo, Aldo Moro era stato assassinato solo cinque anni prima. Compito primario, delicatissimo, in cui il Guardasigilli si trovava in prima linea, era quello di superare la legislazione dell'emergenza con la quale erano state bloccate le riforme della giustizia, specialmente quella penale, riprendendo l'itinerario delle riforme. Per Martinazzoli l'imperativo categorico è stato allora dare all'Italia una giustizia equilibrata, non più bellicosa, ma conforme ai principi e precetti costituzionali. Era un obiettivo politico-civile, ma anche, per un cristiano, un obiettivo particolarmente coerente con la propria fede.
Subito presentò, ottenendo poi un rapido consenso parlamentare, alcuni disegni di legge, particolarmente orientati a una disciplina più aperta della libertà personale. Poi riavviò la grande riforma, di più lungo itinerario, della procedura penale, ricostituendo una commissione diretta a elaborare il testo di una legge di delega al Governo per un nuovo codice di procedura penale, con l'abbandono del vecchio processo inquisitorio e l'introduzione nel nostro Paese di un processo accusatorio.
Nell'ambito di questa politica, va rammentato come Martinazzoli abbia direttamente e personalmente favorito, nel dicembre 1983, l'intenzione del Papa di visitare il carcere di Rebibbia, dove poi chiese e ottenne di incontrare il suo attentatore, quell'Ali Agca che gli aveva sparato in piazza San Pietro. Dopo alcuni mesi papa Giovanni Paolo II - a ricordo di quella storica visita e anche per riconoscimento dell'impegno del Governo italiano - ospitò a pranzo Martinazzoli, che ne ha sempre serbato un commosso ricordo.
Quando, nel 1998, Giovanni Paolo II andò a Brescia, Mino Martinazzoli, allora sindaco, si accomiatò da lui con poche semplici parole, le stesse che il sindaco Paroli ha usato per dargli l'addio: «Così semplicemente, brescianamente, grazie. Brescia ti ringrazia, Brescia ti saluta».
La domanda che legittimamente ci poniamo oggi tutti noi, insieme ai politologi, è sul perché Martinazzoli, arrivato alla segreteria della DC quando la parabola del partito era nella fase finale, nel 1992, in piena Tangentopoli, abbia deciso di sciogliere la Democrazia Cristiana. Eletto per acclamazione - come spesso avviene in politica quando la situazione è disperata - lui, esponente di un cattolicesimo manzoniano tutto lombardo e basato sul dubbio, in pochi mesi decreta la fine per consunzione della DC e la nascita del Partito Popolare, rispolverando così la prima sigla con cui i cattolici erano scesi direttamente in politica, nel 1919, seguendo l'appello di don Luigi Sturzo.
Sigillando con quella decisione la stagione democristiana, Martinazzoli si è assunto la grande responsabilità della diaspora dei cattolici impegnati in politica.
Martinazzoli ha cercato di conservare per il suo Partito Popolare il ruolo di aggregazione dei voti cattolici sulla base di una linea indipendente dai due poli che si stavano allora formando. Una scommessa persa: lo dicono le elezioni del 1994, che vedono il PPI attestarsi all'11 per cento dei voti. Giudicherà la storia.
Nel frangente, mentre rivolgiamo il nostro commosso pensiero ad un uomo che ha onorato il Parlamento italiano, vogliamo sottolineare le parole pronunciate dal capo dello Stato Giorgio Napolitano: «La Repubblica perde con Mino Martinazzoli un uomo fra i migliori che abbia avuto al servizio degli ideali democratici e della cosa pubblica (...). Da segretario della DC, in momenti drammaticamente difficili per il suo stesso partito come quelli del biennio 1992-1993, diede prova della sua capacità di considerare sempre prioritari i valori della legalità e i doveri morali rispetto a qualsiasi calcolo e interesse di parte. Egualmente forte è il ricordo che serbo della sua cultura e della sua sensibilità quali si manifestavano in ogni dibattito pubblico e privata conversazione». (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud-FS, PdL e PD).
ASTORE (Misto-ParDem). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ASTORE (Misto-ParDem). Signor Presidente, ho chiesto di parlare perché la morte di Martinazzoli mi tocca personalmente, e tocca parecchi di noi che abbiamo militato attivamente nella Democrazia Cristiana.
Lo sforzo fatto da Martinazzoli nel 1994 per una missione che poi si è rivelata impossibile ha avuto allora il nostro plauso in diversi congressi all'EUR. Pensavamo di aver trovato un nuovo Zaccagnini, che potesse rilanciare l'idea dei cattolici democratici, a suo tempo denigrata e offesa da comportamenti di alcuni amici.
Va riconosciuto a Martinazzoli il fatto di averci ridato l'orgoglio, negli anni 1992, 1993 e 1994, di lottare come cattolici popolari e di continuare ad impegnarci nella politica italiana. Non risponde a verità, infatti, che tutta la Democrazia Cristiana fosse da buttare, come qualche storico ha sottolineato e qualcuno si è permesso di scrivere. Io credo che la Democrazia Cristiana abbia avuto un ruolo importante nella storia italiana. Basta citare la laicità di De Gasperi, il quale orgogliosamente disse di no a certi tipi di alleanze richieste dallo stesso Sommo Pontefice, per non parlare di altre figure, di altri uomini che hanno dato lustro alla nostra storia.
Essere caduti durante il periodo di Tangentopoli in errori o immoralità di vario genere non inficia minimamente il giudizio storico che Martinazzoli dava sui cattolici impegnati in politica.
Io credo che Martinazzoli, anche con il rilancio del popolarismo e con il richiamo dei cattolici alle sue origini del 1919, abbia compiuto lo sforzo massimo che poteva fare nel tentare di ridare al partito un ruolo centrale nella politica italiana. Ahimè, egli non aveva forse capito (lo riconoscerà in seguito) che il bipolarismo nascente aveva messo i cattolici nella condizione di dover operare una scelta obbligata. Lo stesso risultato elettorale - che qualcuno ha giustamente definito un buon risultato - fu da lui interpretato con grande delusione, tant'è che si dimise, ed è storico il fatto che rassegnò le sue dimissioni via fax, per cui qualcuno lo accusò di vigliaccheria.
Io credo che oggi sia importante ricordare quest'uomo, che soffriva moltissimo l'accusa, dalla quale si sentiva profondamente offeso, di aver liquidato la DC. La Democrazia Cristiana era stata liquidata da altri - diceva - da coloro che avevano arrecato un danno morale al partito. «Io non essere riuscito a farla rinascere» -affermava - «perché i danni erano gravi e, per la verità, perché un ciclo storico si era concluso».
Per tale ragione - lo dico con estrema lealtà e sincerità - il ruolo dei cattolici oggi va ritrovato nella nostra storia; ci si impone di tornare in politica, ciascuno nella propria posizione, per portare nella stessa quelli che un tempo furono i nostri valori, i nostri obiettivi di fondo.
Al di là delle apparenze (Martinazzoli appariva cupo, sempre triste), io credo che la sua figura di persona inquieta abbia dimostrato che la politica è anche inquietudine. Egli sosteneva (e lo diceva a noi che spesso partecipavamo a diversi convegni) che bisogna andare alla ricerca delle soluzioni concrete, del bene comune, obiettivo della politica per i cattolici popolari. La sua era un'inquietudine che si interrogava spesso su come risolvere i problemi. Egli non era solo un sognatore, come spesso appariva portando tutti noi, durante i convegni e i vari congressi, in dimensioni di speranza. Era anche per la politica dei fatti, come qualcuno ha ricordato e lui stesso ha dimostrato in qualità di Ministro e nei vari ruoli istituzionali. Il critico Montanelli lo ha definito il miglior Ministro della giustizia dell'Italia.
Per tali ragioni, bisogna dare gloria a quest'uomo e omaggiarlo, perché nella politica di oggi manca una figura simile. Lo devo dire, e nessuno si offenda. In un periodo come quello attuale, in cui la politica è scaduta moralmente, in cui noi politici ci sentiamo isolati dalla gente (o meglio la gente ci ha isolati totalmente), in cui prevale un edonismo sfrenato, un individualismo illimitato negli interessi, un familismo nei comportamenti di tanti di noi, in cui predominano partiti personali e non partiti di valori, in cui il trasversalismo e i ribaltoni sono all'ordine del giorno (come molisano lo so bene, perché nella mia Regione è stata addirittura necessaria una legge per bloccare i ribaltoni, tant'è che oggi si vota un esponente di centrodestra candidato in un'altra coalizione), io credo che sia importante ritornare all'insegnamento di Martinazzoli.
È un invito a riformare la politica (così interpreto la sua attività, così mi piace ricordare quest'uomo), soprattutto puntando sulla questione morale, che non deve essere un grimaldello che ognuno di noi utilizza contro l'altro, uno di centrosinistra, uno di centrodestra, uno di un partito e uno dell'altro. La questione morale esiste per tutti, anche per coloro che la utilizzano strumentalmente per attaccare gli avversari.
La politica ha bisogno di nuove regole e di una nuova cultura. Questo insegnamento Martinazzoli lo ha dato, o, almeno, ha tentato in tutti i modi di darlo, perché occorre andare ad un rinnovamento vero della politica. Lui stesso, in uno dei suoi discorsi rimasti celebri, diceva che un giorno i giovani avrebbero capito quel periodo e non avrebbero condannato coloro che avevano tentato di rilanciare un'idea forte.
Io credo che noi cattolici oggi abbiamo il dovere, non di rifare vecchie forme di partito che forse la storia si è portata via, ma di ridiscutere tra di noi e di rafforzare fortemente la nostra presenza nella politica italiana. Questa è la speranza che lui ci ha lasciato. Questo è il ricordo che io amo ricordare oggi in quest'Aula. (Applausi dai Gruppi PD, PdL e CN-Io Sud-FS . Congratulazioni).
GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, a partire dal nome stesso di battesimo, che rievoca il manzoniano «Fermo e Lucia», il ricordo di Fermo Mino Martinazzoli è per tutti noi un'occasione per celebrare le qualità morali e culturali di un italiano grande, che ha legato il suo nome ad una fase che, fino a poco tempo fa, prima di vivere quella attuale, ritenevamo la più drammatica della nostra storia nazionale più recente.
Martinazzoli, nel corso della sua intensa vita politica, ha sempre goduto della stima incondizionata da parte di tutti i suoi colleghi, amici o avversari che fossero, ma soprattutto ha incontrato la più vasta opinione pubblica, anche quella culturalmente più distante, perché la gente ne percepiva il rigore morale, l'onestà intellettuale e il sostanziale disinteresse personale.
Come cattolico e liberale elevava la sua idealità democratica percorrendo il modello, universalmente riconosciuto, della dottrina sociale della Chiesa. Manzoniano e rosminiano, Martinazzoli recuperava, per formazione giuridica, il valore della legalità come presupposto e precondizione delle attività economiche e commerciali.
Il presidente Gianfranco Fini, il 7 settembre scorso, nella commemorazione fatta alla Camera, ha giustamente richiamato l'identità democratica, il senso dello Stato e, soprattutto, il forte impegno di Mino Martinazzoli per la legalità. Non va dimenticato, infatti, che a partire da Brescia, anzi da Orzinuovi, suo paese natale, cioè dai primi anni della sua formazione culturale, sono fondamentali gli studi giuridici finalizzati ad esercitare la professione di avvocato e, nella vita politica, ad affermare i principi fondamentali di libertà e di solidarietà sociale.
Di indole severa e riflessiva, espressione di un comportamento intellettuale che ha sempre privilegiato interiorizzare le esperienze di vita e della politica piuttosto che indulgere a esternazioni chiassose, Martinazzoli era intriso di una religiosità tutta bresciana e tutta rivolta al modello esemplare di Papa Montini. «La politica» - diceva - «separata dall'etica non è più politica». E Brescia, "leonessa" del nostro Risorgimento nazionale e città martire del terrorismo eversivo, sarà sempre presente nella vicenda umana e politica di Mino Martinazzoli. Città produttiva e religiosamente montiniana, città bene amministrata da sindaci indimenticabili della levatura di Bruno Boni e anche città che ha espresso uomini di governo come Giuseppe Zanardelli, da oggi sarà per sempre la città di Fermo Mino Martinazzoli.
Negli anni '60 e 70, Martinazzoli emerge nelle fila della Democrazia Cristiana, prima a livello locale (diviene presidente dell'Amministrazione provinciale bresciana dal 1970 al 1972), poi a livello nazionale. Nel 1983 è Ministro di grazia e giustizia, incarico che ricopre per tre anni. Viene poi eletto a Montecitorio Presidente dei deputati della Democrazia Cristiana. In quella sede è animato in questo impegno quotidiano, (che oggi é bene ricordare) seguendo via via l'attività legislativa delle Commissioni e dell'Aula, da una autentica vocazione parlamentare, oltre che politica, basata sulla sua profonda cultura giuridica ed esprimendo una personalità intensa, ricca di profonda umanità. È in questo periodo che afferma di prediligere la vita nella sua realtà e nella sua quotidianità alla politica, intesa come esercizio puro e semplice del potere.
Come ha ricordato il vescovo di Brescia monsignor Monari, Martinazzoli «era un politico che considerava come sue proprie le ingiustizie subite dagli altri». E la politica doveva essere rivolta a migliorare la condizione degli altri nella costante ricerca del bene comune. I riferimenti sociali e solidaristici non mancano nella formazione culturale e politica di Martinazzoli: da Rosmini a Paolo VI, ma anche al messaggio ecumenico di Giovanni Paolo II successivo alla caduta del muro di Berlino. È quello del Papa polacco un forte richiamo - che anche qui potremmo definire un po' bresciano - al riconoscimento della creatività umana in una economia fortemente condizionata dall'etica.
Mino Martinazzoli vive dunque in prima persona il passaggio cruciale di un'epoca rappresentata dal biennio 1991-1992, nella quale la Democrazia cristiana, con i principali partiti italiani, viene travolta da Tangentopoli. L'ultimo segretario politico della Democrazia Cristiana vivrà quei giorni con la consapevolezza che ormai una fase della nostra storia nazionale si era inesorabilmente conclusa. Tuttavia, Martinazzoli accettò l'incarico di segretario del partito con spirito di servizio, quando era ormai evidente la sua dose di rassegnazione perché sapeva che ormai «il latte era già stato versato». E fu allora che dopo aver osservato che siamo passati dal tutto della politica al niente della politica, Martinazzoli ebbe modo di affermare che «la politica separata dall'etica non è più politica» ed ha accettato il sacrificio di guidare il partito quando altri non hanno avuto il coraggio di farlo.
La verità è che la DC - oggi possiamo dirlo - commise l'errore di eleggere Mino Martinazzoli segretario del partito, quando ormai era troppo tardi. L'occasione c'era stata nel 1989 al Congresso Nazionale: allora Ciriaco De Mita non ottenne l'elezione per acclamazione, ma "soltanto" l'80 per cento dei voti, con 12 suffragi per Martinazzoli, facendo registrare la prima frattura in seno alla sinistra del partito. La finalità di Martinazzoli infatti era allora quella di arginare il clientelismo diffuso nel Mezzogiorno, mentre rivendicava, da bresciano consapevole, il primato socio-economico del Nord d'Italia, quando ancora era possibile arginare quella che possiamo definire una degenerazione territoriale che avrebbe portato ad invocare la secessione da parte del popolo leghista.
All'inizio degli anni '90, un rivolgimento interno alla DC, un autentico rinnovamento politico avrebbe potuto salvare il salvabile. Ma la struttura elefantiaca e clientelare della cosiddetta Balena bianca non ebbe alcun ripensamento, né alcun salto di qualità, vanificando nel volgere di poco tempo quel patrimonio storico di una classe dirigente esemplare che si era formata fin dagli anni '50 con Alcide De Gasperi. E l'economia, allora, seguì di pari passo la vicenda politica, quando invece allora si sarebbe potuto iniziare il rientro dal disavanzo pubblico, dovuto alla abnorme dilatazione della politica di solidarietà nazionale.
Concludendo posso dire che con la scomparsa di Fermo Mino Martinazzoli, non solo viene meno una figura politica di grande prestigio legata alla storia del nostro Paese, ma viene meno anche la coscienza critica e l'onestà intellettuale di un uomo che ha vissuto in modo doloroso ma molto lucido una transizione politica drammatica.
Personalmente posso ricordare di non aver avuto poche occasioni di incontro con Martinazzoli: sono entrata tardi in politica dalla cosiddetta società civile e questo mi ha impedito fino ad allora di capire fino in fondo i suoi profondi ragionamenti. Ma quelle poche volte oggi mi bastano per poter dire che ammiro con intensità la sua grande capacità di analisi. Aveva infatti previsto esattamente l'evoluzione successiva di quegli avvenimenti che oggi stiamo vivendo e che possiamo considerare come la mancata rivoluzione liberale in cui tutti abbiamo creduto. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI, PD, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI e PdL).
BELISARIO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, colleghi, non è facile ricordare in quest'Aula personaggi che ci hanno preceduto e che hanno fatto la storia della nostra Repubblica; spero quindi di farlo in modo rigoroso ed essenziale, così come egli è stato. In quest'occasione, il ricordo si associa ad un sentimento di particolare vicinanza verso un uomo che è stato esempio di rettitudine e lealtà. Sì, colleghi, Mino Martinazzoli è stato un galantuomo, e come tale sarà ricordato, a prescindere dalla collocazione politica di ciascuno di noi.
Egli ha vissuto i tempi difficili della Prima Repubblica da protagonista e ha contribuito all'avvio di una nuova fase, in cui non ha giocato un ruolo di primissimo piano, come poteva essere naturale, quale collegamento tra due fasi della nostra storia. Il suo è stato un cursus honorum di grande rispetto, iniziato nel consiglio provinciale di Brescia, continuato da deputato e senatore, Ministro di grazia e giustizia e Ministro della difesa, infine sindaco di Brescia. Tuttavia, pur esprimendo sincero apprezzamento per l'alto impegno istituzionale, desidero ricordare Mino Martinazzoli quale ultimo segretario della Democrazia Cristiana, un grande partito che ha fatto la storia d'Italia e di cui egli ha preso le redini in un momento di particolare crisi mentre era travolto da Tangentopoli.
Martinazzoli ebbe la forza e la lungimiranza di comprendere che una nuova stagione stava per aprirsi, e doveva considerarsi chiusa la straordinaria spinta trainante del partito di Alcide De Gasperi. Ed è proprio da queste premesse che, sulle macerie di un partito ormai sconvolto, creando discontinuità con la classe dirigente, ma continuità nei valori reali, egli propose di costruire il Partito Popolare Italiano, riprendendo il nome dello storico partito fondato da Luigi Sturzo e mantenne per il suo partito una posizione centrista, alternativa sia alla destra che alla sinistra. A posteriori, forse possiamo dire che, in un momento di grandi cambiamenti, questa collocazione non pagò. Resistette alle lusinghe berlusconiane, pagando - egli e il suo partito - un prezzo altissimo, così come aveva resistito alla brutta legge Mammì sul sistema radiotelevisivo dimettendosi da Ministro.
Come egli stesso non fece d'altra parte fatica ad ammettere, dopo i risultati del 1994 «Non fummo capaci, in un contesto sempre più reattivo, di convincere gli italiani che le nostre ragioni erano di più dei nostri torti». Con linearità, trasparenza e coerenza difficili da ritrovare, una volta perdute le elezioni si dimise da segretario impegnandosi, su richiesta dei suoi concittadini, per una breve ed ultima stagione nella funzione di sindaco.
Egli passa nella storia politica del nostro Paese in punta di piedi, senza far rumore, ma lasciando il segno di chi intendeva la politica come servizio al bene comune svolto con discrezione, pulizia e schiettezza. Così intende ricordarlo il Gruppo dell'Italia dei Valori. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Signor Presidente, colleghi, commemorare oggi la figura di Mino Martinazzoli, in una stagione difficile e controversa come quella che sta attraversando il nostro Paese, ci fornisce lo spunto non soltanto per un ricordo, ma anche per un riflessione oggettiva sul nostro presente.
Nei tanti commenti seguiti alla sua scomparsa, alcuni dei quali veri e propri riconoscimenti postumi alla bontà della sua politica, sono stati due gli aggettivi più frequentemente usati e che voglio sottolineare oggi: Mino Martinazzoli, uomo "libero" e uomo "onesto", due qualità che, nella sua lunga carriera di Capogruppo, senatore, deputato, Ministro, segretario della Democrazia cristiana e nelle vesti di sindaco di Brescia declinò sempre con grande coraggio e grande concretezza.
Un cattolico democratico manzoniano, come lui si definiva per distinguersi dai liberisti, Martinazzoli fu un democratico cristiano atipico, uno strano democristiano come recitava il titolo di un libro a lui dedicato dato alle stampe un paio di anni fa. La forza della sua atipicità stava nella sua concezione di moderazione, termine troppo spesso abusato e utilizzato abbondantemente anche oggi per fornire patenti di legittimità politica in questa nuova stagione che stiamo vivendo. «I moderati» - ragionava - «non esistono in natura, valori e interessi non possono esserlo. È la politica che dovrebbe moderarli». E la sua politica, attenta al bene comune, si dispiegò sempre in questa direzione, facendone una figura nobile, un continuatore ideale delle idee di Aldo Moro.
Uomo di grande sobrietà, orgogliosamente lombardo e bresciano, seguace di don Primo Mazzolari, a suo modo è stato una figura irripetibile della vita politica italiana. Assumendo incarichi di governo e di partito e navigando accanto a figure amiche come Leopoldo Elia e Beniamino Andreatta, avvertì forte l'esigenza di una svolta riformatrice per il nostro Paese. A Martinazzoli toccò in sorte di chiudere l'esperienza storica della Democrazia cristiana attraverso l'elezione per acclamazione in un momento difficilissimo della vita di quel partito. Il suo fu un cimento titanico, storicamente infruttuoso, ma orgogliosamente determinato a rifiutare la logica dell'«o di qua o di là», che, come avremmo visto poi negli anni a seguire, troppi danni ha arrecato a questo Paese. Martinazzoli scelse di uscire ben prima che qualcuno gli indicasse la via, e lo fece con dignità e fermezza, in maniera nobile e alta, mentre il Paese si avviava ad una nuova stagione politica.
Oggi che la politica italiana vive forse uno dei suoi momenti più bassi, sfibrata da una crisi di credibilità che ha precisi responsabili e da una totale assenza di prospettiva, non può non tornarci in mente ciò che Martinazzoli sosteneva proprio nei mesi caldi di quel 1994: «Vincere non vale a nulla se devi vendere l'anima e questo deve essere il prezzo della tua vittoria». (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI, PD, Per il Terzo Polo:ApI-FLI e PdL).
MAZZATORTA (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAZZATORTA (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Gruppo della Lega Nord, che ho l'onore di rappresentare, si associa al cordoglio espresso in quest'Aula per la scomparsa di Mino Martinazzoli, avvenuta domenica 4 settembre, a poche settimane dal suo ottantesimo compleanno.
Mino Martinazzoli è stato a pieno titolo un protagonista della vita politica di questo Paese, avendo ricoperto nella sua lunga carriera i più alti incarichi in ambito politico e istituzionale. A noi piace ricordare che Martinazzoli iniziò il suo impegno politico come consigliere comunale e poi come assessore del suo paese natale, Orzinuovi, approdando poi al Comune di Brescia e successivamente alla Provincia di Brescia, diventandone presidente.
Divenuto senatore nel 1972, a soli quarant'anni, rimase qui a Palazzo Madama fino al 1983, dimostrando un personalità di altissimo profilo intellettuale e etico e al tempo stesso un carisma fatto di essenzialità e di umiltà. Essenzialità, perché Martinazzoli faceva della sintesi e della concretezza, come spesso accade per la gente bresciana, una ragione di vita; umiltà perché Martinazzoli ha fatto nella sua lunga carriera tanti passi indietro per aiutare la politica a farne tanti in avanti. Vogliamo ricordarlo in quest'Aula non solo per il rigore etico e intellettuale che lo caratterizzava ma anche per l'impegno e la passione politica dimostrata all'interno delle istituzioni.
Con Zanardelli, Martinazzoli è indubbiamente il più significativo rappresentante bresciano nella vita politica di questo Paese. Fu tre volte Ministro, ma soprattutto fu, in piena Tangentopoli, l'ultimo segretario della Democrazia Cristiana e il primo segretario del Partito Popolare e, nella parte conclusiva del suo impegno politico, tornò, non a caso, a fare l'amministratore locale, a fare il sindaco del Comune di Brescia, dal 1994 al 1998. La sua concretezza lo rendeva particolarmente adatto a quel ruolo da sindaco, che definiva come la più grande fatica politica.
Ad aprile di quest'anno, in una delle ultime interviste che rilasciò ai giornali e rare (lo faceva di rado), affermò che «viviamo una fase crepuscolare della democrazia; la politica deve ritrovare la sua nobiltà», aggiungendo che «la politica dovrebbe richiedere stile, sobrietà di linguaggio, rispetto reciproco ed invece siamo arrivati ad una lite continua a livello del turpiloquio peggiore».
Dunque, egli parlava di restituire nobiltà alla politica, ad una politica in crisi di identità, che ha smarrito la sua consapevolezza e la sua importanza. Viviamo tempi difficili e convulsi. Martinazzoli ci sprona, in quest'ultima intervista (che è quasi un testamento spirituale), a ritrovare il ruolo alto della politica in un impegno comune contro l'imbarbarimento della vita politica. Martinazzoli ha detto anche che non ci sono liberatori, ma solo uomini che si liberano.
Cogliamo l'invito di Martinazzoli, e cerchiamo noi, rappresentanti del popolo, senza aspettare il liberatore, di liberarci dai fantasmi della cattiva politica e da quelli dell'irrazionale antipolitica. (Applausi dai Gruppi LNP, PdL e PD. Congratulazioni).
FOLLINI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FOLLINI (PD). Lo abbiamo ricordato in tanti: Mino Martinazzoli è stata una figura straordinaria della vita politica e del Paese. È stato straordinario per le virtù, le qualità, la limpidezza, la profondità e perfino per i suoi difetti, cioè per quel carattere ruvido, essenziale, così poco cerimonioso e per quel suo tenace rifiuto delle logiche dello scontro, dello spettacolo e dell'inseguimento della vittoria ad ogni costo, che di questi tempi per molti costituiscono una sorta di undicesimo comandamento della politica.
D'altronde amiamo le persone prima per il valore dei loro difetti e poi per quello delle loro qualità. Credo che nel caso di Martinazzoli si possa dire che la sconfitta ha fatto tutt'uno con il merito e con il decoro. È stato senatore, ministro, leader di partito e sindaco. Da cristiano gli piaceva ricordare sempre - come ha evidenziato poc'anzi la senatrice Mariapia Garavaglia - che la politica è importante, ma la vita è più importante della politica; tuttavia la sua vita è stata la politica e all'impegno pubblico ha dedicato tutta la sua cultura, la sua saggezza e la sua onestà.
È stato l'ultimo segretario della Democrazia Cristiana, un partito che ha amato moltissimo e che ha criticato moltissimo. È stato chiesto a lui di chiudere i battenti e lui lo ha fatto con quella carica di dignità che anche i suoi avversari gli hanno dovuto riconoscere. Una rappresentazione cinica e banale lo ha voluto presentare come l'uomo del gran rifiuto, il Papa Celestino V del cattolicesimo democratico; io credo piuttosto che abbia cercato di esserne il Giovanni XXIII.
Se oggi la sobrietà e la misura della stagione democristiana suscitano il rispetto di tutti e il rimpianto di qualcuno, lo si deve alla particolarissima cura con cui Martinazzoli si adoperò per separare le molte ragioni ideali dalle troppe distorsioni pratiche di quella lunga storia. Oggi nessuno può pensare, ragionevolmente, che il futuro di quel mondo possa essere il suo passato. Proprio chi è stato democristiano dovrà mettere tutto il suo impegno per girare alla larga dall'illusione che le cose possano ripetersi tali e quali: non avviene mai così. Per questo, il valore politico di Martinazzoli è più profondo della superficiale immagine di una rivalsa.
Fu lombardo ma non padano, cattolico ma non clericale, uomo di centro che guardava a sinistra come, prima di lui, De Gasperi e Moro. Sapeva bene che per realizzare quel disegno occorreva ad ogni costo evitare che il centro si facesse conservatore e che la sinistra si facesse radicale. Combatteva lealmente l'arroccamento degli uni e degli altri. Forse anche per questo in quella che viene chiamata Seconda Repubblica si sentì a disagio e fu a lungo un estraneo. Ed è paradossale che la sua scomparsa abbia coinciso con quegli scricchiolii che annunciano oggi la fine, o almeno l'inizio della fine, di questo scorcio di storia repubblicana. Forse proprio questo paradosso è un'altra giustizia che gli viene resa.
Un grande letterato, di quelli che piacevano a Mino, scrisse che nessuno muore mai del tutto fino a quando restano in vita le persone che lo hanno conosciuto. Penso che per molti di noi averlo conosciuto sia stato un raro privilegio, di cui oggi tutta la politica italiana e il Senato lo ringraziano. (Applausi. Congratulazioni).
PISANU (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PISANU (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, forse la morte ha restituito a Mino Martinazzoli una parte dei meriti che gli furono negati in vita: «a' generosi giusta di glorie dispensiera è morte».
Le cronache politiche degli anni Novanta lo hanno legato crudamente al ruolo di ultimo segretario, quasi di commissario liquidatore, della Democrazia Cristiana. In realtà, fin dalla giovinezza, e per almeno 30 anni, egli fu protagonista intelligente, colto e rigoroso del movimento politico dei cattolici italiani.
Dopo il crollo del comunismo e la devastazione morale di Tangentopoli, toccò a lui guidare la Democrazia Cristiana nel passaggio più difficile della sua storia. Assunse il compito con spirito di servizio e cercò appassionatamente di dare forma nuova e continuità ideale al suo glorioso partito. In quei giorni Martinazzoli si fece carico di errori non suoi, si mise a disposizione di tutti, lesse con animo aperto i segni dei tempi e avanzò proposte coerenti, ma non ebbe solidarietà adeguata e neppure fortuna.
Accettò serenamente la sconfitta e più tardi commentò: «Molti pretesero di replicare, artificialmente, un passato che non c'era più. Per me, io pensavo che se ci avessero assistito generosità e coraggio, avremmo potuto essere, nella nuova stagione politica, di più noi stessi, di meno il nostro potere e di più ancora il nostro progetto». Con le sue dimissioni si concluse la storica esperienza dell'unità politica e si aprì confusamente la parentesi della cosiddetta diaspora dei cattolici, che oggi sarebbe meglio chiudere senza rimpianti per aprire una fase nuova.
Molti hanno salutato Martinazzoli con ammirazione definendolo, volta a volta, come un cattolico democratico, un democristiano anomalo, atipico, strano, geniale inventore di illuminanti figure retoriche. Ma lui confessava candidamente e con un po' di civetteria di non saper neppure che cosa fosse il cattolicesimo democratico e si dichiarava semplicemente democratico cristiano, magari alla sua maniera e, comunque, cattolico liberale, in cammino nel solco fecondo di Manzoni, Rosmini, Sturzo, De Gasperi e dei due leader a noi più vicini: Aldo Moro e Benigno Zaccagnini. «Siamo in politica» diceva il nostro comune amico Zac «non per fede, ma a causa della fede». Una fede intensamente vissuta, che ogni giorno si faceva cultura e poi, laicamente, politica.
Per noi la libertà ha certamente una radice religiosa, ma non possiamo confondere l'universalità della religione con la parzialità della politica.
Nasce da qui - chiariva Martinazzoli - l'idea sturziana di «una laicità intesa non come separatezza, ma come coraggio di correre da soli il proprio rischio per non compromettere nel conflitto della politica l'altezza incalcolabile della fede religiosa».
La religione non è una griffe da cucire su qualsiasi maglietta, diceva, e proprio per questo la presenza dei cattolici non si può ridurre a semplice ornamento della politica.
Peraltro, la politica - sono parole sue - «è lotta di idee che si misurano e si scontrano con l'opacità e la refrattarietà degli interessi e del potere, idee che vincono e perdono e tornano a vincere in un confronto (...) che divide prima di unire, che non si esaurisce nella quiete ma che si rischiara per la luce di un orizzonte lontano». Perciò amava il confronto sereno delle idee, mentre rifuggiva lo scontro, la semplificazione brutale di chi pretende che in politica le buone ragioni e i torti stiano tutti dì qua o tutti di là, con noi o contro di noi, e addirittura con me o contro di me.
In questi ultimi anni, Mino avvertì acutamente il degrado della vita pubblica, e qualche volta ruppe il silenzio, denunziando «l'inaridirsi della speranza di fronte alla potenza della tecnica e dell'economia», e chiedendo a quanti ancora rifiutano la resa di «gridare dai tetti la nostalgia della politica e il coraggio della sua riconquista». Fino all'ultimo giorno della sua vita ha pensato e sognato la ricostruzione democratica del nostro Paese sulle solide fondamenta della nostra Costituzione.
Da Rosmini aveva imparato che bisogna pensare in grande, e cioè in coerenza con la propria fede e i propri ideali: e questa coerenza confermò in maniera del tutto naturale nella vita privata e in quella pubblica, dall'amministrazione provinciale di Brescia, al Senato della Repubblica, alla Camera dei deputati, agli incarichi ministeriali.
I suoi ideali, la sua intima condivisione del pensiero politico e giuridico dì Aldo Moro, presero limpida forma negli anni 1983-86 al Ministero di grazia e giustizia. Si devono a lui provvedimenti assai importanti, come quelli sul nuovo processo penale accusatorio, sull'umanizzazione della pena carceraria, sui nuovi trattati di estradizione. Fu lui a sostenere con tutte le sue forze Giovanni Falcone e i magistrati di Palermo nella preparazione, nell'allestimento delle speciali strutture e nella realizzazione di quel primo maxi processo alla mafia che avrebbe impresso una svolta storica alla lotta contro la criminalità organizzata. Indro Montanelli lo definì come il miglior Ministro della giustizia dai tempi di Togliatti in poi.
Mino Martinazzoli fu tra i primi a riconoscere l'autenticità dei messaggi e dei laceranti pensieri che Aldo Moro ci mandava dal carcere delle Brigate Rosse, ma non volle mai prendersene merito; anzi, fu sempre vicino a coloro che dovettero fare la scelta durissima della fermezza dello Stato davanti alle pretese dei terroristi. Col trascorrere degli anni, la sua riflessione sull'opera del grande statista cattolico si fece sempre più intensa e struggente, quasi un colloquio, caro Marco Follini, senza interruzioni, del quale, ogni tanto, sentivamo l'eco nelle sue parole.
Ci eravamo dati appuntamento ancora una volta, a Brescia, il prossimo 14 ottobre, con lo storico Miguel Gotor ed altri amici per discutere de «Il memoriale della Repubblica» e di Aldo Moro. Non so cosa ci avrebbe detto. So che un giorno lo ricordò così: «Quanto a me, se posso dirlo, Aldo Moro continua ad essere un'ombra gentile e pensosa con la quale il colloquio, e soprattutto l'ascolto, continua e dura al di là del tempo che fu suo, oltre gli anni che lo videro camminare sullo splendore e sul dolore della terra». Cercheremo parole simili per ricordare degnamente il senatore Martinazzoli. (Applausi dai Gruppi PdL, CN-Io Sud-FS, Per il Terzo Polo:ApI-FLI, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI, PD, IdV e del senatore Astore. Molte congratulazioni).
Informativa del Governo sull'incidente avvenuto in una fabbrica di Arpino (FR) e conseguente discussione (ore 17,45)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Governo sull'incidente avvenuto in una fabbrica di Arpino (FR)».
Ha facoltà di parlare il sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali, onorevole Bellotti.
BELLOTTI, sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali. Signor Presidente, onorevoli senatori, con riferimento ai tragici fatti occorsi a Arpino, in provincia di Frosinone, desidero innanzi tutto esprimere, anche a nome del Governo, il più sentito cordoglio e vicinanza alle famiglie delle persone coinvolte nel tragico incidente.
Si è trattato di una vera e propria tragedia sul lavoro. È ancora più forte e profondo il senso di dolore per questo terribile evento anche perché non solo questo Governo ma le istituzioni nel nostro Paese hanno da sempre posto particolare attenzione ai temi della sicurezza sui luoghi di lavoro, e ultimamente sembrava anche di aver ottenuto risultati importanti. Infatti, nel 2010, per la prima volta, il numero dei morti sul lavoro è stato inferiore a 1.000; lo rende noto l'INAIL nel rapporto annuale presentato alla Camera. Lo scorso anno i decessi sono stati 980, con una diminuzione del 6,9 per cento rispetto ai 1.053 del 2009; in diminuzione anche gli infortuni nel complesso: nel 2010 sono stati 775.000, in calo dell'1,9 per cento rispetto ai 790.112 del 2009, ovviamente da parametrare con il ridotto andamento economico.
Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al fine di ridurre il numero e la gravità degli infortuni sul lavoro, sta accelerando ogni attività di propria competenza, utile sia a completare il quadro giuridico delineato dalla recente riforma delle regole della salute e sicurezza sia a favorire l'innalzamento dei livelli di tutela in ogni ambiente di lavoro pubblico e privato.
Innanzi tutto, si evidenzia che le attività della Commissione consultiva per la salute e sicurezza sul lavoro, organismo ricostituito con decreto ministeriale del 3 dicembre 2008, e insediatosi in data 17 marzo 2009, procedono senza soluzione di continuità. Inoltre, continuano con riunioni periodiche le attività dei nove gruppi tecnici di lavoro, nei quali è garantita la presenza paritetica di rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, Regioni comprese, e delle parti sociali, per affrontare in tali sedi gli argomenti attribuiti dalla legge alla Commissione. Si pensi, ad esempio, alla elaborazione di linee metodologiche per la valutazione dello stress lavoro-correlato o alla individuazione delle regole della patente a punti per gli edili. Allo stesso modo, si prevedono attività finalizzate alla attuazione del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modificazioni ed integrazioni, cosiddetto Testo unico in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Grazie alle attività istruttorie compiute in tali consessi, sono stati elaborati documenti di notevole importanza per gli operatori della salute e sicurezza sul lavoro e altri sono di prossima approvazione da parte della Commissione consultiva.
Episodi terribili come questo ci ricordano che gli sforzi congiunti di tutti gli operatori e delle istituzioni devono continuare e che non bisogna abbassare la guardia, perché la sicurezza di avere salva la vita e la salute di chi ogni giorno si reca sul proprio posto di lavoro è un valore fondamentale per tutti nonché sancito dalla nostra Costituzione.
In ordine alla dinamica dell'incidente, pur mantenendo il necessario rispetto per l'attività d'indagine svolta dalla competente procura della Repubblica di Cassino, posso rappresentare che il 12 settembre scorso, alle ore 15, in località Citoluongo-Sant'Altissimo di Arpino, in provincia di Frosinone, presso la sede operativa della Pitocnica Arpinate srl, nel corso delle lavorazioni relative alla preparazione delle polveri piriche presso una delle casematte del sito, si è verificata un'esplosione, per cause ancora da stabilire, la cui onda d'urto ha investito anche altre casematte provocandone l'esplosione a catena.
Le persone che si trovavano sul sito sono state investite dalle deflagrazioni e, perciò, hanno perso la vita. Si tratta di Cancelli Giovanni di anni 44, di Cancelli Giuseppe di anni 45, di Cancelli Claudio di anni 70, di Battista Enrico di anni 30, di Lorini Francesco di anni 51 e di Campoli Giulio di anni 36. Il Ministero dell'interno ha fatto sapere che dalle testimonianze raccolte è emerso che si sarebbero verificate due esplosioni in rapida successione che hanno causato l'integrale distruzione di quattro manufatti, presumibilmente adibiti alla lavorazione, e l'incendio di un ulteriore quinto casotto, ubicato nei pressi dell'ingresso della fabbrica. Il proietto di detriti e parti incandescenti oltre la recinzione e l'onda di calore generata dell'esplosione hanno causato l'accensione delle sterpaglie e di parte della superficie boscata circostante, circostanza che ha reso necessario l'intervento di quattro squadre di Vigili del fuoco e di due elicotteri spegnifuoco.
Il Ministero dell'interno ha, inoltre, fatto sapere che: «Lo scenario riscontrato, l'orario dell'incidente, avvenuto nelle ore più calde durante il turno lavorativo, il grado di distruzione presente nelle varie zone della fabbrica con evidente presenza a terra di residui di sostanze utilizzate per la produzione dei fuochi sono tutti elementi che potrebbero far ipotizzare un possibile errore umano verificatosi durante le fasi di lavorazione, movimentazione dei materiali e delle sostanze, preparazione delle miscele e confezionamento, da correlare anche alla idoneità delle attrezzature ed alla qualità dei prodotti utilizzati».
Nel primo pomeriggio del 12 settembre, presso la sede operativa della ditta, oltre alle maestranze della Pirotecnica Arpinate srl impegnate nello svolgimento dell'attività lavorativa, era presente il signor Giulio Campoli, titolare di una ditta individuale, giunto sul luogo alla guida del proprio autocarro, presumibilmente, per ritirare della merce acquistata o per contrattare l'acquisto di materiale pirotecnico.
Dagli accertamenti effettuati dalla direzione territoriale del lavoro di Frosinone, si è constatato che il lavoratore Lorini Francesco prestava la propria attività lavorativa senza essere regolarmente assunto e, quindi in nero, alle dipendenze della Pirotecnica Arpinate srl. La società ha, tuttavia, provveduto spontaneamente, in data 13 settembre, alla regolarizzazione del rapporto di lavoro con decorrenza dal 9 settembre 2011.
Dagli atti della direzione territoriale del lavoro di Frosinone è emerso, inoltre, che: nell'agosto del 1999 la ditta fu oggetto di un accertamento ispettivo durante il quale fu riscontrato l'impiego di un lavoratore in nero e, conseguentemente, furono adottati i dovuti provvedimenti sanzionatori; nel luglio del 2002, all'esito dello svolgimento di un ulteriore accertamento ispettivo, non sono state riscontrate irregolarità.
Il dottor Cerullo, sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Cassino ha nominato alcuni consulenti al fine di ricostruire l'esatta dinamica dei fatti verificatesi nella fabbrica di fuochi d'artificio in parola. Lo stesso magistrato ha incaricato i medici legali di esaminare i corpi delle vittime, trasportate presso l'ospedale S. Scolastica di Cassino per il riconoscimento e per l'esame del DNA. Il dottor Cerullo ha, inoltre, incaricato gli ispettori dell'azienda sanitaria locale di prelevare ed esaminare la natura dei materiali costituenti le coperture dei manufatti distrutti essendo verosimilmente costituiti di fibroamianto-eternit.
Si fa presente che i carabinieri della stazione di Arpino hanno proceduto al sequestro dell'area interessata dall'esplosione nonché della struttura interrata adibita a deposito, rimasta completamente integra ad eccezione dei vetri. I carabinieri hanno, inoltre, prelevato il computer utilizzato per la videosorveglianza e sono in attesa di verificare le immagini registrate per recuperare eventuali ulteriori informazioni sulla dinamica dei fatti. Gli stessi carabinieri hanno, inoltre, organizzato lo sgombero della struttura adibita a deposito dei fuochi artificiali già confezionati; tali prodotti sono stati trasportati in custodia in una decina di depositi ubicati nelle regioni Lazio e Abruzzo.
Informo, infine, che l'opificio risulta in regola con le licenze di pubblica sicurezza. In particolare, risultano aggiornate la licenza di fabbricazione di esplosivi e quella per la vendita in deposito di fabbrica di esplosivi, nonché la certificazione di prevenzione incendi, valida fino al 2013. In particolare l'INAIL ha fatto sapere che, da notizie acquisite tramite il comando dei Vigili del fuoco di Frosinone, è emerso che presso la questura di Frosinone è istituita una commissione di vigilanza sulla sicurezza sui luoghi di lavoro per la produzione di polveri piriche, che avrebbe rilasciato recentemente alla Pirotecnica Arpinate l'autorizzazione alla produzione dei prodotti pirotecnici: la citata autorizzazione è rilasciata a seguito della verifica della presenza delle misure attive e passive relative alla sicurezza antincendio.
Si comunica, da ultimo, che è in corso da parte dell'INAIL, ai sensi delle vigenti normative, la verifica della composizione dei nuclei familiari delle persone decedute al fine della costituzione della rendita ai superstiti.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali.
È iscritto a parlare il senatore Gramazio. Ne ha facoltà.
GRAMAZIO (PdL). Signor Presidente, credo che il Sottosegretario abbia fatto bene a illustrare l'intera situazione, compresa quella lavorativa.
La Commissione infortuni sul lavoro, ieri, grazie alla decisione del suo presidente, senatore Tofani, si è recata sul luogo di questa immane tragedia, e ciò ha significato prendere veramente coscienza del danno.
In ordine a questa vicenda, mi preme evidenziare solo due aspetti, gentile Sottosegretario, sottolineati anche in occasione della conferenza stampa che è stata tenuta in loco dalla Commissione e dal presidente Tofani. In queste aziende lavora gente che non conosce la chimica e che dovrebbe essere - a nostro avviso - attenta, molto più attenta. In qualità di Sottosegretario al lavoro, sa benissimo che esistono i tesserini per le professionalità. Se dobbiamo far riparare una caldaia di riscaldamento dell'acqua ci dobbiamo rivolgere a chi è autorizzato a farlo ed è munito di un preciso tesserino; chi lavora negli ascensori dei nostri palazzi o dei nostri uffici deve essere un tecnico altamente professionalizzato. In quel mondo, questo non esiste: stiamo parlando di circa 2000 dipendenti in tutta Italia, di aziende di altissimo livello.
A tal proposito, ricordo che l'anno scorso in provincia di Roma si è tenuta una grande manifestazione, o meglio un campionato mondiale dei fuochi di artificio, e ha vinto un'azienda italiana. Questo a dimostrazione che siamo leader in questo settore, ma non abbiamo trovato il modo e i termini per garantire coloro i quali vi operano. Ecco, credo che il compito della Commissione presieduta dal collega Tofani debba essere anche quello di sollecitare un intervento legislativo a garanzia di quei lavoratori e di quelle aziende, affinché chi opera in quel settore abbia tutte le tutele operative e tecniche, tali da non fare la brutta fine di quei sei lavoratori, anzi cinque più un acquirente che si trovava momentaneamente in quel luogo ed è deceduto insieme a loro.
Quindi, avendo incontrato tutti - lo dirà sicuramente il collega Tofani - abbiamo avuto una percezione completa di quella situazione, e dovremo lavorare - secondo me e secondo i colleghi presenti sul luogo - affinché ci siano le garanzie per quei lavoratori, per quei cittadini ed anche per coloro che andranno ad utilizzare quei fuochi d'artificio. Avendo visto quella realtà con altri colleghi, sono rimasto colpito dalla devastazione. Sembrava di stare in un quartiere di Beirut nel periodo brutto della guerra, o nei dintorni di qualche cittadina libica.
Dobbiamo avere senso di responsabilità e dare garanzie al mondo del lavoro. È un impegno che le chiediamo, gentile Sottosegretario. (Applausi dal Gruppo PdLe della senatrice Maraventano).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Viespoli. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (CN-Io Sud-FS). Signor Presidente, le comunicazioni del Governo e l'odierno dibattito ci consentono di tornare su una vicenda tragica per esprimere il cordoglio e per riflettere su come essa si inscriva in un contesto di attività ‑ come è stato appena evidenziato ‑ che ha una sua specificità e richiede un ulteriore elemento di riflessione e approfondimento sul terreno della tutela e delle garanzie in materia di sicurezza sul lavoro.
Questa vicenda, che peraltro ha un precedente, seppur lontano, ci parla della storia di una famiglia che è insieme storia di una tradizione, purtroppo segnata da tragedie - la famiglia coinvolta ha avuto familiari coinvolti in un precedente incidente purtroppo altrettanto tragico - e tiene tutta insieme la comunità del lavoro come comunità anche di destino nella tragedia. La tragedia infatti è condivisa dal lavoratore e dal datore di lavoro unendo questa umanità che si riconosce nella piccola e nella microdimensione della azienda italiana. Ha quindi un valore tragico ma simbolico, che richiama a questa come ad altre valutazioni e considerazioni.
Tale vicenda ci dice anche che dobbiamo mantenere sempre alta l'attenzione nei confronti di dette questioni per la loro drammaticità e rilevanza dal punto di vista umano, prima ancora che da quello sociale ed economico. Per farlo dobbiamo riconoscere che, a volte, una lettura fuorviante non ci aiuta ad affrontare fino in fondo il tema e a dire fino in fondo alcune verità, e cioè che la vicenda riguarda non solo i rapporti di lavoro e a volte lo sfruttamento del lavoro, e non c'è solo una incapacità di seguire le norme sulla sicurezza del lavoro. Bisogna accrescere alcuni elementi che molte volte attengono alla dimensione comportamentale.
Troppi incidenti sul lavoro hanno questa origine, questa motivazione e ragione, per cui bisogna lavorare molto sul terreno dell'informazione e della formazione e su quello della prevenzione. Da questo punto di vista, bisogna chiamare in campo non solo il Ministero del lavoro e le parti sociali: è nella dimensione regionale, territoriale e in quella aziendale che bisogna costruire una filiera virtuosa che metta al centro la qualità del lavoro e, al suo interno, il tema della sicurezza, come elemento anche di premialità.
Bisogna riflettere su alcune questioni che vanno al di là della vicenda in sè, ossia del tema della sicurezza in quanto tale. Prima o poi dovremo trovare il tempo per riflettere e ragionare di come la cultura della responsabilità sociale delle imprese sia una delle grandi questioni che abbiamo di fronte e che, forse, ci consente contemporaneamente di tenere insieme il tema della tutela del lavoro e anche degli orizzonti di una nuova socialità, pur nella dimensione competitiva. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Poli Bortone).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Angelis. Ne ha facoltà.
DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, voglio associarmi, anche a nome di tutti i senatori del Terzo Polo, a quanti hanno voluto porgere il loro cordoglio alle famiglie delle vittime dell'incidente di Arpino, paese del frusinate. Questo triste evento ci mostra che le morti bianche, gli infortuni sul lavoro continuano a connotare anche i Paesi avanzati, le cosiddette economie post-industriali, come la nostra.
È vero che nell'arco di un decennio il numero di incidenti si è ridotto notevolmente in Italia: nel periodo 2002-2010 gli infortuni si sono ridotti complessivamente del 20 per cento e le morti del 30 per cento; proprio nel 2010, per la prima volta, si è raggiunto un traguardo storico: si è scesi sotto i 1.000 morti sul lavoro all'anno. Queste cifre, queste statistiche, riportate in maniera fredda, danno l'idea di un modo distaccato di ragionare sull'argomento, ma per l'ennesima volta ci troviamo in questa sede a parlare di un evento tragico, di gente che muore sul lavoro, quando invece sul lavoro si dovrebbe vivere.
È un problema che dobbiamo affrontare in maniera seria, in modo più incisivo di quanto stiamo facendo. Con la Commissione infortuni sul lavoro abbiamo svolto un'opera importante, abbiamo fatto diversi sopralluoghi, trasferte lunghe e importanti, anche all'estero, notando, con grande sorpresa, da parte degli stessi commissari e mia personale, che la nostra normativa è all'avanguardia in Europa. Abbiamo infatti un sistema di controlli, che riguarda le varie componenti dello Stato, complesso, forse farraginoso sotto certi punti di vista, avendo circa 10.000 persone che si interessano al controllo e alla prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle morti bianche. In altri Paesi dell'Europa più industrializzati, come Francia, Germania e Inghilterra, il personale addetto a questo sistema di controlli è la metà, talvolta anche la metà della metà, ma noi, purtroppo, abbiamo un numero di infortuni sul lavoro e di persone che muoiono lavorando che è il doppio, spesso anche il triplo rispetto a questi Paesi.
Questo fa sì che dobbiamo porci il problema, e dobbiamo porlo all'attenzione della nostra società. Mille morti l'anno non sono pochi: sono una questione seria, reale, che deve coinvolgere tutti in un momento di riflessione. Dobbiamo domandarci il perché. Sono d'accordo con quanto affermava il senatore Viespoli circa il fatto che tutto questo deve coinvolgere l'intera filiera, partendo dall'azienda, dalle amministrazioni locali per arrivare alle Regioni, che tra poco diventeranno fonte normativa rispetto a questa problematica. La questione sta diventando davvero una grande emergenza nazionale.
Le circostanze nelle quali maturano gli incidenti più gravi sono generalmente il risultato di situazioni complesse sotto il profilo delle singole operazioni tecniche da svolgere. E' questo il caso di Arpino, dove evidentemente si è verificato un errore tecnico nello svolgimento di una funzione complessa, delicata, che appartiene alle tradizioni più vere del nostro Paese. I fuochi d'artificio fanno parte infatti della tradizione delle feste di paese: è qualcosa che riguarda l'Italia, le nostre autentiche tradizioni. Esiste quindi un problema serio. Nella sua drammaticità, l'incidente di Arpino ci fa vedere come operi «la livella» delle morti bianche, nel senso che insieme ai lavoratori muoiono i datori di lavoro e, addirittura, come nel dramma di Arpino, il cliente che si trova lì per controllare e acquistare la merce.
In tal senso, serve anche che l'imprenditore, il piccolo imprenditore, cioè il nerbo dell'economia italiana, prenda sempre più coscienza e consapevolezza che la sicurezza non è un costo, ma un investimento per migliorare, sia la qualità della propria attività sia, e soprattutto, la propria vita.
Dall'altro lato, abbiamo il problema, sempre più serio e che abbiamo riscontrato nel corso di diverse missioni, delle situazioni contrattuali. I rapporti contrattuali, lo dico tranquillamente, non sono quasi mai completamente trasparenti. Si disegnano all'interno delle grandi opere minuziose ripartizioni dei compiti nella rete della produzione, ma non si dedica la stessa attenzione all'attribuzione chiara delle responsabilità dal punto di vista della sicurezza. Specialmente negli appalti di grandi dimensioni, l'impresa appaltatrice si serve di una catena di piccole imprese subappaltatrici, che si suddividono tra loro singole parti dell'opera da realizzare, e nei vari passaggi scarsa attenzione viene posta alla sicurezza.
Vorrei che il Sottosegretario mi ascoltasse: è un passaggio molto importante e vorrei che ci fosse l'attenzione del Governo. L'appaltatore tende spesso a scaricare i costi sui subappalti e il subappaltatore vede nella sicurezza una spesa sulla quale risparmiare. Peraltro, si tratta di appalti che vengono affidati tutti al massimo ribasso, quindi a condizioni molto difficili, in un momento come questo. Così, la prima voce sulla quale si tende a risparmiare è quella della sicurezza. Questo è un settore in cui il Governo deve prestare la massima attenzione, perché abbiamo riscontrato (non voglio citare gli incidenti avvenuti in questo periodo) disattenzioni chiamiamole così e situazioni in cui probabilmente si poteva fare di più e meglio.
Voglio concludere parlando di un aspetto che mi è molto caro, e penso lo sia a tutti, riguardo al quale lo Stato dovrebbe intervenire con forza e con convinzione, perché la sicurezza si basa su un sistema filosofico di vita di una società: mi riferisco al fatto che la sicurezza sul luogo del lavoro ci dovrebbe appartenere da subito, sin dalla scuola. (Richiami del Presidente). Proprio nella scuola - ho terminato, Presidente, e la ringrazio per i minuti che mi vorrà concedere - e nei luoghi di lavoro pubblici notiamo scarsa attenzione alla sicurezza; circa l'85 per cento delle scuole e dei locali pubblici non ha infatti adeguati standard di sicurezza. Ciò è per qualche verso abbastanza paradossale. Bisogna costruire una cultura della sicurezza e della prevenzione partendo dalla scuola.
Chiudo con l'auspicio che in questo Paese, al centro di un complesso sistema di controlli, tutele e prevenzioni, venga finalmente posto il lavoratore come uomo, perché in un Paese civile, di lavoro, e noi oggi vediamo che il lavoro è al centro delle preoccupazioni delle famiglie, dei genitori, di tutti, si deve vivere ma non si può morire.
PRESIDENTE. Senatore De Angelis, le ho dato il doppio del tempo.
DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). La ringrazio, Presidente. Ho parlato di un problema cui tengo molto.
PRESIDENTE. Considerato che è una vicenda che la riguarda dal punto di vista territoriale, volevo sapesse che ha parlato dieci minuti invece cinque.
DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). La ringrazio per il tempo che mi ha dato. (Applausi del senatore Serra).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, signor Sottosegretario, a Frosinone sono rimasti uccisi nell'esplosione di una fabbrica di fuochi d'artificio sei lavoratori: il titolare della fabbrica, i suoi figli, tre operai. Nel 1994, a due passi da lì, un'altra fabbrica della stessa impresa era esplosa ed erano morti anche in quel caso cinque lavoratori, fra cui due membri della stessa famiglia decimata la settimana scorsa.
Sei lutti, quelli del frusinate, che vanno ad aumentare il numero delle morti sul lavoro nel Lazio. Con 19 decessi fino alla fine del mese scorso, la Regione aveva una media di oltre due vittime al mese.
Come ha scritto Sergio Rizzo sul «Corriere della Sera», era stato annunciato qualche mese fa con toni trionfalistici «che il numero dei morti sul lavoro nel 2010 si era fermato sotto quota mille. Come se 982 cadaveri fossero pochi. [...] Gli esperti diranno che in casi come quello di Arpino entra sempre in gioco la "fatalità". Ci spiegheranno che le nostre regole in materia di sicurezza sul lavoro sono avanzatissime. E argomenteranno che il numero dei decessi da qualche anno è in calo progressivo, almeno, di quelli ufficiali, perché proprio questo è il punto: che cosa nascondono le cifre ufficiali sugli infortuni?» Nascondono, per esempio, i tanti incidenti che riguardano i lavoratori extracomunitari assunti in nero, che rappresentano ben il 40 per cento dei morti sul lavoro. Non è un caso che spesso si abbia notizia del ritrovamento sul ciglio di una strada, magari a pochi passi da un cantiere, di qualche cadavere.
Presidenza della vice presidente MAURO (ore 18,15)
(Segue CARLINO). Conclude Rizzo: «Guai ad abbassare la guardia sulla sicurezza in un Paese la cui ossatura è costituita da piccole e piccolissime imprese. Caratteristica che favorisce oggettivamente il diffondersi della piaga del lavoro nero e irregolare. Che automaticamente significa minore (quando addirittura inesistente) sicurezza».
Signor Sottosegretario, se il nostro compito non è quello di indagare sulle cause che hanno condotto al gravissimo episodio di Arpino (lasciamo questo compito alla magistratura) lo è certamente quello di ripetere quanto sia fondamentale e prioritario, in un Paese che si considera uno dei protagonisti della scena economica mondiale, attuare serie politiche di investimento per proteggere la vita dei lavoratori che sono vite umane e forza produttiva.
Bisogna dire basta all'ignoranza quando si parla di sicurezza: esistono discipline precise che debbono essere rispettate. Quindi, largo spazio alla formazione dei lavoratori. L'incidente di lunedì scorso dimostra che senza un rafforzamento di controlli certi, finalizzati alla prevenzione degli incidenti, in particolare nei settori più a rischio, le morti sul lavoro continueranno ad aumentare. Sono necessari maggiori controlli, specialmente in siti ad alto rischio, come era quello di Arpino.
Il giorno dopo la tragedia, ricordo che il ministro Sacconi ha scritto sul suo blog che «i servizi ispettivi del Ministero del lavoro sono stati già attivati affinché collaborino con i Vigili del fuoco, con il servizio sanitario regionale e con gli inquirenti al fine di una tempestiva individuazione delle cause e delle eventuali responsabilità». Tutto questo non basta, signor Ministro. Non si può intervenire solo a tragedie avvenute. Il tanto sbandierato piano triennale del lavoro, presentato dal Governo quasi un anno fa ed inserito addirittura nel Piano nazionale di riforme presentato in sede europea, avrebbe dovuto prevedere tra i suoi punti cardine la lotta al lavoro irregolare e l'aumento della sicurezza sul lavoro. In realtà, si indicavano non meglio definite «azioni di vigilanza selettiva» e «modifiche ai sistemi sanzionatori che ne accrescano l'efficacia».
Tuttavia, come abbiamo già avuto modo di dire tante volte, anziché lotta al lavoro irregolare si sarebbe dovuto più brevemente e correttamente scrivere lotta alla sicurezza sul lavoro, visto che dall'inizio della legislatura il Governo si è applicato con costanza solo allo smantellamento delle tutele previste dal decreto legislativo n. 81 del 2008. Giorno dopo giorno è stata iniettata nel Paese una cultura per cui i diritti non contano niente e prima si levano di mezzo e meglio è, che considera le regole e le norme di sicurezza lacci e lacciuoli che vanno cancellati. Un'analisi compiuta dalla UIL sui bilanci sanitari di alcune Regioni ha dimostrato che, nel 2010, le spese per le attività di prevenzione della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro di competenza delle ASL hanno registrato un calo del 60 per cento nel Lazio e del 75 per cento in Abruzzo.
Questo stato di cose, considerando che in Italia le morti bianche sono ancora ai massimi livelli fra i grandi Paesi europei, dovrebbe indurre a investire massicciamente nei controlli. Invece, non solo non si è diffusa la cultura della prevenzione nel nostro Paese, ma si è anche operato attivamente per rendere i controlli impossibili.
Il Governo, con l'ultima manovra, ha attuato solo tagli nelle attività ispettive e di controllo, provocando un rallentamento delle ispezioni, ormai evidente. Grazie a questa politica dissennata, oggi, un'azienda può essere controllata in media una volta ogni 110 anni!
La manovra peggiorerà ancora la situazione. Mentre si discute molto di auto blu, gli ispettori della sicurezza devono molto spesso usare mezzi propri e senza avere il carburante necessario.
Signor Sottosegretario, tutto questo è davvero inaccettabile. Impegniamoci seriamente affinché la sicurezza sui luoghi di lavoro venga garantita a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla nazionalità. Facciamo in modo che questa crisi così grave non porti a sacrificare la sicurezza, a mettere a repentaglio la propria vita e quella degli altri pur di provare a conservare un lavoro o di salvare la propria azienda. (Applausi del senatore Di Nardo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Serra. Ne ha facoltà.
SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Signora Presidente, mi sia consentito esprimere preliminarmente il cordoglio mio e della parte politica che rappresento alle famiglie delle vittime, che peraltro, dopo più di una settimana, sono ancora in attesa di poter celebrare i funerali dei loro cari.
Le poche risposte trovate in questi giorni sulle esplosioni che hanno cancellato la Pirotecnica Arpinate senza lasciare indizi rendono il loro strazio ancora più acuto. La ditta sembrava una delle più sicure tra le 15 fabbriche del settore, tanto da essere stata scelta dalla Guardia di finanza come deposito giudiziario per i fuochi d'artificio clandestini sequestrati, ed era ritenuta una realtà rispettosa delle normative di prevenzione.
Questo, signor Sottosegretario, ci rivela ancora una volta quanto l'attenzione e la prevenzione necessarie a garantire la sicurezza del lavoro non siano mai troppe, soprattutto in settori ad alto rischio. Poco giova sapere che c'è stato qualche morto in meno, quando di fronte a 2.000 lavoratori del settore ben 49 sono stati i morti negli ultimi anni.
Io condivido quanto il senatore Gramazio prima ha chiesto, cioè che il settore venga regolamentato. Certo, lui è un parlamentare della maggioranza e fa una richiesta al Governo; io mi chiedo invece come mai non è stata ancora regolamentata da nessun Governo (come vede, non c'è polemica nelle mie parole) questa materia così settoriale, particolare e ad altissimo rischio. Se in un'azienda ritenuta sicura per i lavoratori è potuta accadere una simile tragedia è facile intuire come, allargando lo sguardo all'intero mondo del lavoro, si giunga ai drammatici numeri che conosciamo: 350 vittime dall'inizio dell'anno, senza considerare i tanti incidenti che riguardano lavoratori extracomunitari assunti in nero, una larga percentuale difficilmente stimabile delle vittime sul lavoro, vittime troppo spesso senza volto e senza nome.
Come è possibile - chiediamo oggi - che l'Italia raggiunga ancora questi numeri, che sono il doppio e il triplo rispetto a quelli delle Nazioni più moderne d'Europa? Come è possibile che di fronte a questo fenomeno, definito dal Presidente della Repubblica una delle più gravi emergenze della nostra Nazione, non ci decidiamo a intensificare e organizzare diversamente i controlli?
Il Governo ha promesso mesi fa un piano triennale sul lavoro che avrebbe dovuto incidere con forza anche sullo scandalo delle morti bianche, ma per ora nessun cambiamento concreto sembra esserci all'orizzonte, se non in negativo. L'ultima manovra, come ormai è noto a tutti, ha provocato un rallentamento delle ispezioni, e questo non è accettabile. Non possiamo delegare la sicurezza sul lavoro al senso di responsabilità delle singole aziende o alla possibilità dei singoli lavoratori di rivendicare i propri diritti senza rischiare di perdere il posto.
Garantire la sicurezza sul lavoro è compito e dovere delle istituzioni, attraverso l'applicazione delle sanzioni a chi trasgredisce, ma soprattutto attraverso la prevenzione, ossia con controlli seri e frequenti, con corsi di formazione indirizzati a imprenditori e lavoratori e con una campagna di informazione che sensibilizzi l'opinione pubblica nei confronti di un dramma che, come tanti altri in questo Paese dalla memoria corta, viene rievocato solo dopo le stragi. Naturalmente, in settori così a rischio tali misure vanno rafforzate e ampliate, estendendo i controlli ai materiali usati, all'esperienza di chi li maneggia, alla regolarità assoluta di tutte le procedure adottate. Niente può essere lasciato al caso, se non a costo di diventare complici di questa ininterrotta catena di morti insensate.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Maraventano. Ne ha facoltà.
MARAVENTANO (LNP). Signora Presidente, colleghi, ringrazio il Sottosegretario per questa informativa sull'incidente avvenuto il 12 settembre scorso ad Arpino, in provincia di Frosinone, dove è esplosa, come tutti sappiamo, una fabbrica di prodotti pirotecnici provocando la morte di sei persone, compresi i titolari. Come ricordava la senatrice Carlino, per la stessa famiglia questo è stato il secondo incidente, dopo quello avvenuto nel 1994 nello stabilimento in provincia dell'Aquila, dove morirono altri due suoi membri (i morti furono in tutto cinque).
Questa ennesima tragedia in un comparto come quello della produzione dei fuochi di artificio ci deve far riflettere sul fatto che l'incolumità e la salute dei lavoratori costituiscono valori primari per la società, e la loro tutela è interesse non solo del singolo lavoratore, ma di tutta le collettività. Eppure, nonostante i progressi che si sono riscontrati nel corso del 2010 nel contenimento del grave fenomeno, purtroppo negli ultimi otto mesi ci sono state 340 morti sul lavoro, anche a causa di inammissibili superficialità e gravi negligenze nel garantire la sicurezza dei lavoratori. Ad esempio, in questa fabbrica di fuochi di artificio, nonostante la pericolosità dell'attività svolta e delle sostanze manipolate, sembra che l'incidente sia dovuto alla manipolazione di sostanza a base di nitroglicerina in ambiente surriscaldato. Eppure l'ultimo controllo era stato effettuato nel 2009, come rilevato nel corso del sopralluogo effettuato lunedì scorso con i colleghi della Commissione d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro.
Sulla base di dati forniti dall'INAIL, è emerso che il maggior numero di incidenti coinvolgono la fascia di lavoratori tra i quaranta e i cinquant'anni e ciò evidenzia che l'esperienza da sola non basta a impedire gli incidenti, ma serve assolutamente una continua e costante informazione e formazione dei lavoratori, specie in comparti, come questo, ad alta pericolosità. Ricordiamo che nell'attività pirotecnica lavorano circa 1.800 persone e fino ad oggi ci sono state circa 80 vittime, soprattutto nella Regione Campania: vale a dire, che il 5 per cento di questi lavoratori è stato vittima di incidenti mortali.
Da ciò la necessità primaria di chiedere un preciso impegno al Governo a proseguire con fermezza la politica sistematica di prevenzione e promozione della salute nei luoghi di lavoro, attraverso una costante attività di informazione e formazione degli addetti ispirata ad una cultura della legalità e della sicurezza basata su una costante e forte vigilanza e sul rispetto delle norme e delle condizioni di lavoro, soprattutto nelle attività ad alto rischio.
Il personale addetto alle ispezioni non dovrebbe essere insufficiente: è una richiesta che rivolgo al Governo, perché purtroppo con la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro abbiamo girato quasi tutte le Regioni d'Italia e abbiamo potuto riscontrare sempre la stessa lamentela, cioè che gli addetti alle ispezioni sono pochi. Questo settore non dovrebbe essere depotenziato, ma dovrebbe costituire il principale obiettivo del Governo nell'ambito delle politiche sul lavoro.
In conclusione, signora Presidente, condivido pienamente l'intervento del senatore Gramazio, perché anch'io considero veramente vergognoso che ancora succedano cose di questo genere. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nerozzi. Ne ha facoltà.
NEROZZI (PD). Signora Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, nel rinnovare il profondo cordoglio ai familiari delle vittime, credo sia opportuno oggi svolgere alcune considerazioni di merito sull'accaduto al fine di tentare di indicare alcune soluzioni possibili.
La scena che ci si è posta dinanzi ieri ad Arpino, in occasione del sopralluogo della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro, è a dir poco agghiacciante. L'incidente che lì si è consumato è tra i peggiori di questi anni nel nostro Paese e ci impone, fuori da ogni retorica, il dovere di assumere interventi rapidi anche di ordine legislativo e normativo.
Questo piccolo settore che produce giochi pirotecnici e fuochi d'artificio conta circa 1.800 lavoratori. Si tratta di un settore che ha radici artigiane molto antiche e che, a fronte di un modestissimo numero di addetti, negli ultimi 13 anni ha avuto 40 morti: nella sola provincia di Frosinone - il teatro dell'ultimo incidente - in 20 anni gli incidenti che si sono susseguiti hanno causato la morte di 19 persone.
Non è possibile che questo settore non sia inserito tra i comparti soggetti alla disciplina dei grandi rischi (la cosiddetta direttiva Seveso), con tutte le normative e i controlli necessari. Questo, dunque, è il primo intervento da fare, subito.
In secondo luogo, un settore così delicato presuppone una formazione professionale e forme di abilitazioni specifiche legate anche al continuo modificarsi delle tecniche e dei prodotti. Ad una concorrenza spietata - come si registra in questo piccolo settore - non si può rispondere solo con la tradizione, ma vanno adeguate le conoscenze tecniche e scientifiche; quindi, l'abilitazione con una sorta di patentino rappresenta il secondo intervento da assumere urgentemente.
Il terzo intervento sta nell'avere una normativa simile a quella utilizzata nei luoghi militari, che impedisca l'accesso ai siti di produzione e stoccaggio agli estranei alla produzione, siano anche essi possibili acquirenti.
Inoltre, è consentito l'utilizzo di coperture in eternit, ma in caso di esplosione questo materiale produce, a seguito della sua polverizzazione, danni ingenti all'ambiente di lunga durata (anche decennale) e quindi ne va vietato l'uso. Allo stesso modo, vanno inserite strumentazioni per il controllo dell'umidità e del calore durante la produzione dei fuochi d'artificio. Infine, su questo settore vanno intensificati i controlli (come in tutto il mondo del lavoro): come ha evidenziato il signor Sottosegretario, purtroppo uno dei lavoratori deceduti è risultato in nero.
Tutti questi interventi presuppongono una profonda modifica alla cultura della sicurezza e all'idea che meno lacci e laccioli ci sono e meglio è. Non è vero, non è così. Ai piccoli imprenditori ed artigiani bisogna far comprendere, anche aiutandoli economicamente, che sono loro e le loro famiglie le prime vittime di una cultura senza regole: meno ideologia e più difesa dell'integrità della persona umana, quindi.
Cosa si può dire al Governo che già non è stato detto e denunciato, se non ricordare ancora una volta che sono diminuiti i controlli, sono state emanate circolari sbagliate ed inopportune e non sono stati assunti gli ispettori del lavoro e gli operatori tra Vigili del fuoco, uffici del lavoro ed uffici di prevenzione delle ASL necessari a garantire prevenzione e controlli? Quei lavoratori che, assieme ai Carabinieri e alla Polizia, sono intervenuti in modo tempestivo e rapido (penso ai Vigili del fuoco).
Tutto ciò è inserito in una politica sul lavoro che divide le forze sociali, non le unisce. Ma una lotta per la sicurezza sui posti di lavoro ha bisogno dell'unità delle forze sociali, di unità di intenti, non della divisione.
Il giudizio su questo Governo per noi è chiaro, quindi è inutile ribadirlo un'altra volta. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Molinari e Carlino.Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tofani. Ne ha facoltà.
TOFANI (PdL). Signora Presidente, innanzitutto rinnovo il profondo cordoglio per le vittime di Arpino. Ringrazio poi i colleghi della Commissione che questo ramo del Parlamento ha voluto ancora una volta istituire per capire, in modo più diretto, le problematiche che si verificano nei luoghi di lavoro. Mi riferisco ai senatori Nerozzi, Maraventano e Gramazio che, in rappresentanza della Commissione, hanno partecipato al sopralluogo ad Arpino.
Collega Serra, prima lei è intervenuto facendo una riflessione molto «general- generica» - mi consenta - non tenendo, forse, nella dovuta considerazione il fatto che quella problematica, che nessuno si è posto, questo ramo del Parlamento se l'è posta creando ed istituendo una Commissione ad hoc. Se, infatti, oggi noi possiamo riferire dei fatti, come stiamo facendo, è grazie alla sensibilità che questo ramo del Parlamento ed il Parlamento, più in generale, hanno dimostrato.
In estrema sintesi, dobbiamo andare verso l'innalzamento della consapevolezza del livello di rischio per quanto riguarda questa tipologia di lavoro. È necessaria una formazione professionale degli operatori e, quindi, una conoscenza specifica delle materie che si manipolano. Questa attività non può essere inquadrata come semplice lavoro artigianale, così come oggi avviene, e, se è vero - come pare - che le elevate temperature e l'umidità dell'aria rappresentano un grave rischio nella fase di confezionamento, è opportuno adottare misure che consentano di controllare tale fase in modo scientifico, non più affidandosi ad antiche pratiche che prevedono la realizzazione del confezionamento nelle ore meno calde della giornata.
È vero, è stata riservata da parte di tutti scarsa attenzione ad un settore così delicato, così importante e, purtroppo, così rischioso.
La Commissione si è recata ieri ad Arpino per rilevare gli eventuali lati deboli della normativa, e mi sembra che anche dagli interventi che abbiamo ascoltato, sia dei colleghi che hanno partecipato al sopralluogo, che di tutti coloro che hanno voluto dare il proprio contributo a questo dibattito, tale debolezza risulti ormai palese. Quanto all'incidente occorso, sembrerebbe (uso ancora il condizionale perché sono in corso le indagini della magistratura) che la struttura operasse nel rispetto delle regole, la qual cosa rende l'evento ancora più grave ed ancora più necessaria ed immediata un'azione incisiva da parte del Parlamento e del Governo.
Desidero concludere, stando nei tempi che lei, signora Presidente, mi ha concesso, ringraziando il Governo della sensibilità dimostrata e, quindi, di essere venuto oggi qui in Aula a parlare del tema della sicurezza e, in modo più specifico, a riferire sulla tragedia che si è verificata ad Arpino.
Anticipo sin d'ora che, insieme ai colleghi della Commissione, invieremo al più presto al signor Ministro del lavoro una memoria completa su quanto abbiamo verificato e proposte specifiche affinché quanto oggi ci siamo detti non rimanga solo agli atti parlamentari. (Applausi dal Gruppo PD, dei senatori De Luca e Maraventano e dai banchi del Governo).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali sull'incidente avvenuto in una fabbrica di Arpino (FR).
Informativa del Governo sulla chiusura dello stabilimento Irisbus di Valle Ufita (AV) e conseguente discussione (ore 18,38)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Governo sulla chiusura dello stabilimento Irisbus di Valle Ufita (AV)».
Ha facoltà di parlare il sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali, onorevole Bellotti.
BELLOTTI, sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali. Signora Presidente, innanzitutto voglio assicurare che l'intero Governo segue con attenzione l'evolversi delle vicende relative al sito Irisbus di Flumeri, vista l'importanza del presidio produttivo e del relativo indotto per il territorio.
L'azienda Irisbus Italia Spa è nata nel gennaio 1999 dalla decisione di due importanti gruppi industriali e commerciali europei (FIAT Iveco e Renault) di unire le loro attività nel campo del trasporto pubblico attraverso la fusione dei rispettivi settori autobus. Il principale stabilimento produttivo in Italia è quello di Valle Ufita di Flumeri (Avellino), che presenta una superficie totale di circa un milione di metri quadri, di cui 100.000 coperti, e che attualmente conta 684 dipendenti, di cui 561 operai e 123 impiegati.
L'azienda è attiva nella produzione e commercializzazione di autobus (granturismo e per trasporto urbano), e negli ultimi anni ha registrato un forte calo di immatricolazioni, determinato dalla grave crisi del mercato degli autobus in Italia. Per far fronte a tale situazione, si è fatto ricorso a strumenti di ammortizzazione sociale, ed è stato avviato un processo di riorganizzazione produttiva che ha comportato una riduzione del personale attraverso il ricorso a prepensionamenti e a misure di incentivazione all'esodo. Tale riorganizzazione ha coinvolto circa 300 lavoratori. Dei 684 lavoratori attualmente in forza all'azienda, oltre 500 sono in cassa integrazione straordinaria, a rotazione.
Con decreto direttoriale n. 56700 del 2 febbraio 2011 del Ministero che rappresento, è stato approvato il programma dì ristrutturazione aziendale per il periodo che va dal 30 agosto 2010 al 29 agosto 2011, ed è stata autorizzata la corresponsione del trattamento straordinario d'integrazione salariale in favore dei lavoratori dipendenti della società per un massimo di 818 unità lavorative dell'unità produttiva di Flumeri (Avellino) per il periodo che va dal 30 agosto 2010 al 28 febbraio 2011. La misura è stata reiterata con decreto direttoriale n. 59170 del 6 maggio 2011 per il periodo dal 1° marzo 2011 al 29 agosto 2011.
Secondo il piano di riorganizzazione discusso con i sindacati si prevede che, entro la fine dell'anno, circa 90 lavoratori possano essere interessati alla mobilità e al successivo pensionamento. Il Ministero dello sviluppo economico sta seguendo, fin dal mese di luglio, la difficile situazione che si è creata sul territorio in seguito alla decisione del gruppo FIAT Industrial di cedere il ramo di azienda Irisbus alla società DR Motor Company, che fa capo all'imprenditore molisano Massimo Di Risio.
In seguito agli incontri che si sono svolti in quel mese, il 31 agosto si è svolto il previsto incontro presso il Ministero con la partecipazione del ministro Romani. Nel corso dei colloqui, che si sono sviluppati durante l'intera giornata, il Ministro ha proposto una mediazione in grado di risolvere positivamente l'insieme dei problemi occupazionali e di dare prospettive industriali al sito Valle Ufìta.
La proposta di mediazione avrebbe infatti consentito di sospendere la procedura dì cessione del ramo di azienda, dando la possibilità di iniziare l'esame delle eventuali soluzioni nell'ottica di garantire la vocazione industriale del sito e gli attuali livelli occupazionali. In particolare, tale proposta prevedeva - e prevede - il mantenimento di un'attività industriale e la salvaguardia, con il concorso diretto della FIAT, di tutta l'occupazione attualmente in forza allo stabilimento. La proposta del Ministro, condivisa dalla FIAT e dalle istituzioni locali, non ha, in seguito alle consultazioni con i lavoratori, trovato il consenso delle organizzazioni sindacali. Il Ministero sta continuando a seguire la delicata situazione al fine di riprendere il confronto con i sindacati e con la FIAT, per una soluzione condivisa che abbia come riferimento la mediazione formulata in occasione dell'incontro del 31 agosto.
Alla luce delle recenti prese di posizione della DR Motor Company e della successiva comunicazione di FIAT di voler cessare l'attività, il Ministero dello sviluppo economico, in stretto raccordo con la Presidenza del Consiglio, ha accelerato i colloqui con le parti. Tale Ministero, pertanto, ha convocato FIAT Industrial, ANFIA e i segretari generali di CGIL, CISL, UIL e UGL per esaminare le problematiche della società Irisbus domani, mercoledì 21 settembre, alle ore 15.
Segnalo, da ultimo, che l'assessorato alle attività produttive della Regione Campania ha proposto l'ammodernamento della flotta autobus in ambito regionale e ultraregionale con parte dei fondi FAS, e ritiene necessario richiedere all'Unione europea la possibilità di utilizzare i fondi comunitari anche per l'ammodernamento degli autobus ai fini della riduzione dell'inquinamento. L'assessore alle attività produttive della Regione Campania, pertanto, in qualità di presidente della Commissione nazionale infrastrutture, ha iniziato la verifica dello stato di vetustà degli autobus di tutte le Regioni italiane. Anche questa è una proposta che si sta valutando per cercare di dare un contributo o quantomeno un'indicazione di una possibile soluzione positiva.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali.
È iscritto a parlare il senatore Viespoli. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (CN-Io Sud-FS). Signora Presidente, in sede di Conferenza dei Capigruppo ho chiesto che il Governo venisse a riferire in Aula sulla vicenda dell'Irisbus per alcune motivazioni. Non si tratta, signor Sottosegretario, di una delle tante vertenze territoriali che segnalano la criticità di questa fase e di questo periodo; si tratta di una vicenda emblematica, perché attiene ad una certa fase di industrializzazione del Mezzogiorno, perché richiama la nostra più grande azienda, cioè la FIAT - prima parlavamo, tra le altre cose, anche di responsabilità sociale delle imprese - e perché attiene sostanzialmente al trasporto pubblico locale: quindi, più questioni insieme, che fanno di questa una vicenda di carattere nazionale.
Dico ciò, non solo per la quantità e per la dimensione dei lavoratori coinvolti e dell'indotto trascinato da questa vicenda. Allora, anche se non per sua personale responsabilità, sicuramente c'è una sorta di sottovalutazione rispetto a talune questioni e ad alcune vertenze che invece a mio avviso è necessario affrontare e superare per l'importanza e per il significato che rivestono.
Signor Sottosegretario, si è fatto riferimento all'imprenditore molisano, lo stesso imprenditore che dovrebbe intervenire o pare interverrà per Termini Imerese. Della vicenda Irisbus si è parlato sotto traccia, e ciò testimonia una disattenzione sociale, non solo istituzionale, perché lo stesso sindacato ha recuperato nella dimensione nazionale questa vertenza solo a metà settembre, quando ha riguardato non soltanto l'Irisbus, anche perché l'imprenditore in questione è lo stesso che dovrebbe intervenire per Termini Imerese.
Quando si è chiusa la vicenda di Termini Imerese, si è determinata «di conseguenza» la decisione di FIAT di chiudere la partita, perché l'imprenditore ha fatto un passo indietro nell'interesse per l'azienda campana.
Cito un articolo apparso su uno dei più grandi quotidiani italiani: «Così nei giorni scorsi, dopo il via libera per l'operazione Termini, le due aziende si sono accordate per tagliare la zavorra Irisbus. Sergio Marchionne sa che, anche mediaticamente e non solo in termini di numeri, la partita siciliana è ben più rilevante». Faccio notare anche il linguaggio e il modo di scrivere. C'è cinismo in questo modo di affrontare le situazioni; non c'é soltanto un'insensibilità di carattere sociale, ma una sorta di esplicitazione di un capitalismo senza anima, senza responsabilità sociale, che affronta le questioni come se si trattasse di numeri e come se la storia di una fabbrica, soprattutto in un'area come quella irpina, non significasse la storia di un territorio, di persone, di umanità, di stratificazione culturale, di antropologia, oltre che di economia. Questo modo di affrontare le vicende è inaccettabile perché dimostra una sostanziale insensibilità rispetto a temi che vanno fronteggiati con ben altra predisposizione, prima ancora che con ben altra progettualità.
La vicenda Irisbus va affrontata, a mio avviso, in termini di filiera istituzionale innanzitutto, richiamando al loro ruolo di responsabilità le Regioni meridionali. Da questo punto di vista sia il presidente Caldoro sia, mi auguro, il presidente Vendola debbono dare un segnale nella direzione di un'operazione interregionale chiedendo l'utilizzo, come già ha fatto la Regione Campania, dei fondi FAS, affinché ciò determini un primo passaggio fondamentale che poi deve consentire l'assunzione di responsabilità da parte del Governo, perché esso non può immaginare, sul tema del trasporto pubblico locale, di mantenere il taglio operato: prima o poi, su di esso bisognerà tornare, come è già stato fatto in situazioni precedenti.
Allora, tale questione va affrontata in termini istituzionali, richiamando FIAT alla responsabilità e determinando quelle condizioni che rendano questa vicenda di carattere nazionale, collocandola correttamente in questa dimensione e cercando di fronteggiarla. Diversamente, si determina in questo Paese una sorta di secessione strisciante, che è molto più pericolosa della secessione urlante e di quella urticante. (Applausi dei senatori Poli Bortone e Castro).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Luca. Ne ha facoltà.
DE LUCA (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, le parole del Sottosegretario mi sembrano fuori dal contesto del nostro Paese, perché egli descrive una situazione, con una proposta del Ministro, che oggettivamente non è mai esistita e non esiste. Poiché si tratta di una vicenda drammatica che riguarda il futuro di migliaia di persone, di una zona del Paese, l'Irpinia, e più in generale del Mezzogiorno, vorrei con grande franchezza dire quello che come Partito Democratico pensiamo e, in qualche modo, abbiamo anche sollecitato al Governo in rapporto alla FIAT rispetto a questa vicenda.
Per scongiurare il rischio che l'Irisbus di Flumeri chiuda i battenti, così come è stato disposto dalla FIAT, il Governo non può perdere altro tempo. Tanto per cominciare, domani mi auguro che si presenti all'incontro tra le parti con una proposta concreta - purtroppo l'intervento del Sottosegretario non fa presagire nulla di rassicurante - su un progetto di rinnovo del parco nazionale degli autobus. Il Governo non può permettere che la FIAT si tragga d'impaccio senza individuare una soluzione che garantisca i lavoratori dello stabilimento irpino, l'unico nel Paese in cui si producono pullman. Anche in forza di questa unicità, la Irisbus di Valle Ufita deve costituire un punto di eccellenza del sistema industriale nazionale. Invece, la si smantella e si lascia che la produzione di bus venga dirottata verso altri Paesi. È inaccettabile; dobbiamo opporci con tutte le nostre forze ad una decisione così grave in una scelta tanto scellerata e irresponsabile.
Il provvedimento di chiusura deve essere immediatamente revocato e subito dopo vanno messe in campo iniziative concrete tese a salvaguardare l'occupazione e a gettare le basi per il rilancio dello stabilimento. Si può partire limitando la cassa integrazione per gli operai, come hanno concordato le forze sociali, per un periodo non superiore a sei mesi, avviando un piano di ammodernamento e di ristrutturazione della fabbrica che va inquadrato nell'ambito di un più ampio piano industriale da predisporre su scala nazionale nel rispetto di quanto stabilisce l'Unione europea, pena l'ammenda di un miliardo e 700 milioni di euro.
La grave congiuntura economica e di finanza pubblica non può giustificare il sacrificio di un'azienda competitiva e importante per il Mezzogiorno come l'Irisbus che può essere rilanciata anche mediante l'utilizzo delle risorse dei fondi FAS. Il Governo non ha esitato ad attingere - vorrei dire al Sottosegretario - al fondo quando si trattava di ripianare i bilanci dei Comuni amici come Roma e Catania, di risolvere le questioni delle quote latte per accontentare la Lega di Bossi, per organizzare il G8 alla Maddalena, in seguito spostato all'Aquila per non far sfigurare il supercommissario Bertolaso. E allora perché non può farlo per salvare la Irisbus dalla chiusura?
Di fronte al dramma che vivono le famiglie dei mille operai dello stabilimento irpino che, con l'indotto e la FMA di Pratola Serra (sempre FIAT), rappresenta la colonna vertebrale dell'economia di tutta la zona e una realtà lavorativa fondamentale nel Mezzogiorno e nel Paese, il Governo non può girare la faccia dall'altra parte. Per questo mi rivolgo a tutti i parlamentari degli schieramenti politici della maggioranza di governo, della Campania e del Sud (che non chiedono solidarietà astratta sui territori e sono sempre proni al Governo nazionale, che non è in grado di dare mai una risposta di speranza a queste vicende) affinché ci si adoperi, insieme, per evitare che tale questione venga cancellata con un colpo di spugna dall'agenda del Governo e dalle priorità della FIAT. Significherebbe chiudere gli occhi davanti al dramma che vivono migliaia di famiglie e cancellare la speranza di intere generazioni. Anche la Giunta regionale, che non può essere esentata da responsabilità, deve attivarsi e, al di là delle solidarietà astratte già assicurate ai lavoratori della Irisbus, adoperarsi affinché venga realizzato il piano industriale di ammodernamento e rilancio della fabbrica irpina e di tutte quelle presenti sul territorio della Campania, come nel Mezzogiorno con le altre Regioni.
Domando: «Scusate, ma che fine ha fatto il Piano per il Sud?» Ricordate le «grandi priorità, come infrastrutture, legalità, ambiente, beni culturali, turismo e rafforzamento della pubblica amministrazione», di cui menava vanto il ministro Fitto? «Noi dobbiamo recuperare senso di responsabilità: ecco perché il piano prevede che, quando gli impegni presi non vengono mantenuti, scatti il potere sostitutivo», dichiarò alla stampa. Ebbene, quando scatta questo potere?
Ma i problemi e, ripeto, il dramma cui devono far fronte gli operai della Irisbus non possono essere affrontati con le chiacchiere e gli illusionismi. Il Governo e la FIAT se ne convincano una buona volta e cerchino la strada per tutelare, cominciando dalla fabbrica irpina, l'occupazione nel Mezzogiorno. Vale la pena ricordare che l'indebitamento, con il progressivo indebolimento del tessuto industriale del Mezzogiorno e le inevitabili ricadute negative sul fronte occupazionale, è un ulteriore regalo, servito su un piatto d'argento, per giunta, alle mafie.
Non possiamo permettere che si consumi uno scempio sulla pelle dei nostri lavoratori, dei nostri ragazzi, che il futuro del Sud venga svenduto alla criminalità organizzata. Per questo - lo chiedo convintamente - dobbiamo batterci, opposizione, maggioranza e un Governo che batta un colpo, con tutte le nostre forze, per salvare la Irisbus. Ne va dei destini del Sud, considerando l'importanza strategica che ricopre la fabbrica irpina nello scacchiere industriale europeo ed internazionale e per il futuro e la speranza di tanti giovani del Mezzogiorno. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Molinari).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Nardo. Ne ha facoltà.
DI NARDO (IdV). Signora Presidente, signor Sottosegretario, ovviamente la ringrazio di essere qui oggi a riferire, con un appunto che le è stato dato, sulla vertenza Irisbus. Mi lasci, tuttavia, esprimere la mia delusione, senza con questo volerle mancare di rispetto. Mi sarei aspettato oggi, in quest'Aula del Senato della Repubblica, la presenza del Ministro per le attività produttive. Stiamo parlando per l'ennesima volta della disoccupazione e del lavoro che non esiste nel Sud del Paese. Ma io, pur ringraziandola ancora una volta per l'appunto che ha letto, ho l'impressione che non si sia ancora capito il problema e che la gravità della situazione sfugga.
Stiamo parlando di altri 800 lavoratori rimasti in Campania senza lavoro. Il problema è che la vicenda dell'Irisbus non è semplicemente l'ennesima storia di una grande fabbrica del Sud Italia che viene chiusa (e già ne abbiamo viste troppe in questi anni, soprattutto in Campania). È una vicenda ben più ampia, che chiama in causa una serie di problemi di livello generale: la politica industriale del più grande gruppo meccanico nazionale, la gestione da parte del Governo delle crisi aziendali e dei problemi occupazionali, la politica della programmazione infrastrutturale e dei trasporti in Italia.
È una vicenda - e già questo dovrebbe bastare a renderla gravissima - che coinvolge, se si considera anche l'indotto, quasi 2.000 lavoratori e un territorio peraltro già afflitto da gravi problemi occupazionali. L'operazione Irisbus appare tragicamente simile a tante altre fatte da FIAT per liberarsi di centinaia di lavoratori, addossando, di fatto, le responsabilità su altri. Mentre in tutta Europa vi è la ricerca di prodotti per il trasporto pubblico a minore impatto ambientale, in Italia la FIAT chiude l'unico stabilimento che costruisce autobus. È questo un comportamento inaccettabile. È inaccettabile anche il fatto che non viene il Ministro in questa Aula. Noi stiamo nel Senato della Repubblica. Stiamo parlando con chi quotidianamente è costretto ad affrontare e a stare vicino a questa gente, ma non a portare la solidarietà. Domani io porterò le condoglianze a quei lavoratori. Non abbiamo dato ancora alcuna risposta a quella gente.
Da quando è stato annunciato il progetto "Fabbrica Italia", che avrebbe dovuto portare in Italia investimenti per 20 miliardi di euro (di cui peraltro non si è ancora visto nulla), i risultati sono stati, solo nel Sud, la cassa integrazione a Pomigliano d'Arco e la chiusura di Termini Imerese e Melfi e, oggi, la chiusura di Irisbus. In Provincia di Avellino la situazione occupazionale è pesante: si contano ben 80.000 disoccupati, che rappresentano circa il 35 per cento della popolazione attiva. La chiusura della Irisbus non farà altro che aggravare la situazione.
In nessun Paese europeo la FIAT potrebbe permettersi quello che sta facendo in Italia. La differenza è che in Francia, in Germania, perfino in Polonia, esiste un Governo che ha una propria politica industriale. In Italia questo non accade. La dirigenza FIAT, dopo aver già ottenuto negli ultimi anni, con il silenzio complice del Governo italiano, praticamente tutto quello che chiedeva, ora ringrazia a suo modo il ministro Sacconi per l'articolo 8 della manovra, chiudendo in tempi record lo stabilimento Irisbus di Valle Ufita.
Il dramma sociale e occupazionale di Avellino è la fotografia di un Esecutivo che fa da zerbino agli azionisti della FIAT, i quali sembrano considerare l'Italia come una vacca da mungere e, giorno dopo giorno, cancellano migliaia di posti di lavoro.
Gli autobus della IVECO venduti nel nostro Paese verranno costruiti in buona parte negli stabilimenti in Francia e nella Repubblica Ceca, dove l'azienda ha alcuni stabilimenti e dove - lo ribadisco - a differenza dell'Italia, esiste un Governo serio che sa farsi rispettare.
Il gruppo FIAT deve spiegare le proprie strategie a fronte di tutte le risorse pubbliche che ha ricevuto e che riceve, mentre di fatto persegue una politica di svendita del patrimonio industriale nazionale.
La vicenda Irisbus ha infine dimostrato una visione alquanto miope da parte del Governo anche per quanto riguarda le politiche di trasposto pubblico. È necessario infatti porre in essere politiche che disincentivino l'uso dell'auto privata e ciò è possibile ovviamente solo migliorando l'offerta pubblica. A tal fine è anzitutto necessario prevedere l'obbligo che i trasferimenti alle Regioni di capacità impositive e di spesa per i servizi siano accompagnati da reali incrementi degli investimenti nel settore, da contributi in conto esercizio indicizzati alle dinamiche inflazionistiche proprie del settore e da criteri di ripartizione applicati attraverso costi standard che sappiano premiare con oggettività e fuori dalle clientele le realtà che effettivamente hanno assunto provvedimenti migliorativi in termini di efficienza, efficacia ed innovazione dei sistemi di mobilità locale.
Si è scelto invece di ridurre in maniera non selettiva le spese e non ci si è conformati ad un modello di sviluppo più rispettoso dell'ambiente - concludo, Presidente - e che dovrebbe privilegiare la mobilità collettiva rispetto a quella individuale. I ripetuti tagli alle risorse delle autonomie locali, decise in particolare con gli ultimi provvedimenti finanziari, pesano seriamente sui trasporti pubblici locali e hanno provocato una riduzione delle commesse.
Per correggere questa impostazione, insieme ad altri colleghi avevo presentato, in occasione dell'ultima manovra, un emendamento finalizzato proprio al rilancio del settore del trasporto pubblico locale e per la realizzazione finalmente di un vero piano nazionale dei trasporti. Era una proposta concreta e sensata, un tentativo vero di migliorare un servizio essenziale per la collettività e salvare una grande fabbrica italiana.
Purtroppo non è stato possibile, questo Governo, puntualmente, è venuto ancora una volta meno ai suoi compiti e noi stiamo ancora qui a pregare e a supplicare che si riapra immediatamente questa grande industria che ha dato e deve continuare ancora a dare occupazione. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Carlino).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Serra. Ne ha facoltà.
SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Signora Presidente, la dolorosa vicenda che sta affliggendo lo stabilimento, nonché i lavoratori dell'Irisbus-Iveco della Valle Ufita, delinea uno scenario di profonda drammaticità economica e sociale che investe, oltre ai dipendenti, l'intero indotto industriale della Provincia di Avellino e della Regione Campania. La chiusura dell'azienda dall'alveo della FIAT, annunciata nei giorni scorsi, costituirebbe una vera e propria catastrofe nel tessuto economico e sociale dell'Irpinia, cancellandone ogni prospettiva di sviluppo industriale.
Non mi rimane che sperare che questo Governo riesca a portare a termine almeno una cosa e quindi che l'azione di mediazione, annunciata dal Sottosegretario per domani attraverso un incontro con i sindacati, possa dare risultati positivi.
Gli impianti si trovano in un'area già colpita dalla disoccupazione che ben avrebbero potuto essere rilevati con successo da altri imprenditori, visto che Irisbus opera in un settore strategico, quale il trasporto pubblico, un settore che tornerà in salute non appena finirà la crisi. Lo stabilimento, la cui produzione ha avuto inizio nel 1978, è l'unico che produce autobus in Italia. Il gruppo Irisbus, partecipato al 100 per cento dalla Iveco, produce autobus in tutto il mondo, con stabilimenti in Brasile, India, Repubblica Ceca e Francia.
Esprimiamo il nostro totale sostegno agli operai dello stabilimento che sin da luglio stanno cercando garanzie dei diritti propri e delle numerose famiglie coinvolte. Stentiamo a credere che non sia possibile il rilancio dell'attività produttiva della Irisbus. La notizia della chiusura dello stabilimento Irisbus rappresenta l'ennesimo colpo al sistema industriale del nostro Paese, aggravando ancora una volta le condizioni dei lavoratori, circa 700, dell'azienda ufitana. Non posso non ricordare che lo stabilimento FIAT nacque anche con le energie della Democrazia Cristiana, che fu in prima linea per dare all'Irpinia una straordinaria occasione di lavoro e di sviluppo.
Questa vicenda drammatica e delicata fa seguito alla chiusura degli stabilimenti di Modena e Termini: il risultato del cosiddetto Piano FIAT è che siamo a tre siti chiusi.
In una situazione come quella del trasporto pubblico in Italia, e con la tradizione industriale che abbiamo, il nostro Paese non può lasciarsi sfuggire una realtà come questa. Se FIAT non ha più intenzione di farsene carico, si individui un attore industriale che abbia le energie e la progettualità per rilevare lo stabilimento. Questa, d'altronde, era la soluzione positiva che si andava profilando fino a qualche giorno fa, fino a quando il gruppo DR, prima fattosi avanti per l'acquisto della società, si è poi tirato indietro, in tal modo facendo ricadere nell'incertezza centinaia di lavoratori.
L'Irisbus, giova ricordarlo, è un'impresa del gruppo FIAT che produce autobus e vetture spesso acquistate da Comuni, Province e Regioni per il trasporto pubblico e la sua produttività dipende in gran parte dagli ordinativi di amministrazioni locali. Riteniamo per questo necessario l'intervento diretto del Governo, soprattutto pensando alle famiglie dei quasi mille lavoratori che ormai da troppo tempo stanno vivendo con il fiato sospeso nell'attesa di sapere se e come continueranno ad avere uno stipendio.
Auspichiamo dunque l'impegno del Governo per una soluzione che scongiuri la chiusura, il declino del comparto in Italia e il futuro di numerose famiglie che vivono in un'area già indebolita in quanto esposta alle mire della criminalità organizzata.
Si mettano in campo proposte concrete per salvaguardare i livelli occupazionali e il futuro dello stabilimento, che, se chiuso, comporterà un ennesimo colpo all'apparato produttivo del Mezzogiorno.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Valli. Ne ha facoltà.
VALLI (LNP). Signora Presidente, rappresentante del Governo, colleghi senatori, la vicenda di cui ci troviamo oggi a parlare in quest'Aula rappresenta una brutta pagina di storia, perché la chiusura di fabbriche e la perdita di posti di lavoro sono sempre una sconfitta per le nostre imprese e per il Paese.
La scelta da parte della proprietà di dismettere la produzione di autobus e chiudere lo stabilimento di Valle Ufita è certamente un epilogo drammatico di questa triste vicenda, sia sul piano occupazionale che su quello produttivo.
Sul piano produttivo, perché l'Irisbus di Valle Ufita è in Italia l'unico stabilimento che produce autobus. A parte questo, infatti, in Italia non ce ne sono altri, in quanto la FIAT, che detiene, attraverso l'Iveco, il 100 per cento di questo stabilimento in Irpinia, ha altri due analoghi stabilimenti, ma a Lione, in Francia, e nella Repubblica Ceca.
Proprio quella FIAT, che tanto ha avuto dallo Stato italiano, in termini di incentivi, di finanziamenti e di ammortizzatori sociali, gli altri stabilimenti li aveva già dislocati negli anni passati ed ora, secondo la «logica di mercato» del «necessario e giusto profitto», non ci pensa due volte a disfarsi di questa ennesima realtà produttiva.
Come dicevo, si tratta dell'unica azienda che produce autobus in Italia e, dunque, salvaguardarla significa salvaguardare il made in Italy. Di contro, annullando questa realtà produttiva, l'Italia si troverebbe senza alcuna azienda che produce questo tipo di prodotto e, quindi, sarebbe una sconfitta per la tutela del made in Italy.
Ribadisco che l'epilogo è drammatico anche sul piano occupazionale, perché parliamo di 690 dipendenti, che diventano 2.000 se si considera anche l'indotto: lavoratori, operai, dipendenti che da domani rimarranno a casa, non sapranno come arrivare a fine mese e come mantenere la famiglia.
Si tratterebbe di un vero e proprio terremoto sociale. In un contesto socioeconomico di crisi, con una congiuntura così negativa per il Paese, avere dall'oggi al domani un elevato numero di disoccupati, di cassintegrati e di lavoratori in mobilità è disastroso, perché è a rischio la tenuta stessa dei conti pubblici.
Con le recenti manovre economiche ci siamo occupati di risanare i conti pubblici, ma ora urge occuparci di rilanciare le imprese e l'occupazione, altrimenti gli sforzi per portare il bilancio in pareggio rischiano di rimanere vani.
Per questo motivo, signor rappresentante del Governo, confidiamo nell'intervento dell'Esecutivo, certi di un suo impegno serio a salvaguardia dei livelli occupazionali e del made in Italy. (Applausi dai Gruppi LNP e CN-Io Sud-FS).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Molinari. Ne ha facoltà.
MOLINARI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signora Presidente, la comunicazione - necessariamente interlocutoria - del rappresentante del Governo e l'indeterminatezza della stessa azione governativa nei mesi scorsi sullo specifico argomento non offrono al Senato alcuna fondata speranza di positiva soluzione della vicenda.
Abbiamo seguito con grande preoccupazione la involuzione del percorso di questo stabilimento industriale, perno della occupazione lavorativa nella provincia di Avellino, sia direttamente, con i suoi settecento dipendenti, sia indirettamente, con un indotto di un migliaio di posti anche fuori zona: dalla riduzione della produzione all'utilizzo della cassa integrazione e all'ipotesi di cessione da FIAT ad altro imprenditore; dalla rinuncia di quest'ultimo (attirato da altra operazione in altra Regione, ma sempre in un'orbita FIAT) sino all'annuncio della chiusura. A fronte di tutto questo, tavoli su tavoli e riunioni su riunioni. Senza prospettive.
Occorrerebbe una energica regia governativa per una strategia di rivisitazione e riqualificazione del parco mezzi del trasporto pubblico locale: e invece assistiamo da tempo a tagli continui e non selettivi, che - nel caso - privano gli enti locali delle necessarie risorse per attivare piani di rilancio, anzi, al contrario, colpiscono pesantemente proprio il trasporto pubblico.
Occorrerebbe un chiarimento nelle politiche industriali del Governo: in particolare, sarebbe interessante che il Parlamento venisse informato in modo specifico sull'andamento dei rapporti fra Governo italiano e FIAT, per consentirci di prendere atto in modo preciso del dare e dell'avere di quanto avviatosi. Procedendo col metodo dei comunicati stampa e degli spot sostanzialmente pubblicitari, resta invece ai rappresentanti del popolo italiano l'impressione che l'interesse pubblico complessivo sia deficitario in confronto ai diversificati benefici aziendali.
Occorrerebbe una politica del lavoro, che lo ponesse al centro della azione governativa, come primario obbiettivo per la stabilità sociale e per la valorizzazione della persona. Invece assistiamo alla messa in discussione di principi sin qui condivisi circa la tutela e la garanzia del lavoro. (In proposito vorrei evidenziare che -contrariamente a quanto letto in alcune dichiarazioni del Ministro di merito - il mio voto in Commissione undicesima, lo scorso 23 agosto 2011, sul parere rilasciato, per quanto di competenza, circa la cosiddetta manovra e in particolare con riferimento all'articolo 8 del decreto-legge, il mio voto - dicevo - fu negativo, non positivo, come affermato dal Ministro).
Occorrerebbe - infine - una decisa azione del Governo per il Sud del Paese, che sta pagando un prezzo ulteriore ed altissimo sotto il profilo economico e sociale. Invece assistiamo ad un misto di indifferenza e di insofferenza.
Non si può accettare il naufragio di una azienda come Irisbus, importante per tutto il Mezzogiorno d'Italia. Sta al Governo predisporre tutte le misure necessarie a tutelare i lavoratori coinvolti e le loro famiglie, assicurando un sostegno continuo ed efficiente, razionalizzando la convergenza delle risorse finanziarie disponibili e mettendo in campo le più proficue sinergie territoriali.
In questa prospettiva occorre infine richiamare al senso di responsabilità tutte le organizzazioni sindacali più rappresentative, affinché, utilizzando ogni occasione ed ogni spazio di contrattazione, facilitino per la loro parte la soluzione delle problematiche, senza infingimenti e senza esitazioni.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sibilia. Ne ha facoltà.
SIBILIA (PdL). Signora Presidente, rappresentante del Governo, colleghi, la storia del concretizzarsi di un tessuto sociale nella mia provincia, quella di Avellino, richiederebbe una lunga e franca discussione sui soggetti che vi hanno contribuito.
Spesso le occasioni che si sono presentate non le hanno perse gli attori locali, ma abbiamo dovuto prendere atto che discutibili presenze col passare degli anni si sono dileguate.
Un gruppo come la FIAT ha invece potuto constatare, nel corso di decenni, la bontà dell'ambiente, non solo lavorativo ma anche sociale, dei loro insediamenti.
Ecco perché l'annunciata chiusura della Irisbus ha creato una forte tensione sociale nell'intera provincia di Avellino. A rischio ci sono circa 700 posti per altrettanti dipendenti dello stabilimento, oltre ai circa 2.000 lavoratori dell'indotto.
La vertenza, pur devastante sul piano locale, con ripercussioni drammatiche in un territorio in cui lo sviluppo industriale si è fondato sulla presenza di aziende metalmeccaniche e sull'indotto che intorno a loro si è generato, non può essere rinchiusa in ambiti provinciali. Il caso Irisbus pone dalla Valle dell'Ufita questioni che hanno una indubbia rilevanza di carattere nazionale perché nello stabilimento irpino si producono autobus, risultato di sperimentazioni e innovazioni tecnologiche in grado di far circolare sulle strade nazionali e comunali mezzi a basso impatto ambientale e chi amministra e governa sa bene di quale utilità essi possono essere. D'altra parte, la pesantissima sanzione dell'Unione europea nei confronti dell'Italia - un miliardo e 700 milioni di euro - a causa dell'inquinamento registrato nelle aree metropolitane sottolinea assolutamente questa urgenza.
Tutto questo stride con la volontà di FIAT di cessare la produzione in Valle Ufita. Una decisione che appare paradossale, ma che i vertici del Lingotto giustificano con una riduzione importante di quote di mercato, quindi di produzione.
Qui il tragico paradosso: c'è bisogno di bus moderni, c'è una fabbrica che li produce, gli enti locali non hanno i fondi per acquistarli, l'Europa ci multa perché non utilizziamo i mezzi che abbatterebbero l'inquinamento.
Peraltro, è di questi giorni l'annuncio del Ministero dell'ambiente del via libera alla realizzazione di una centrale termoelettrica da parte di Edison, da costruire in un'area attigua alla Irisbus; una centrale che, oltre ad essere fortemente impattante ed inutile per il fabbisogno energetico dell'Irpinia, dovrebbe servire in parte proprio la stessa Irisbus.
Non solo i dipendenti di questa azienda, ma l'intera provincia di Avellino in questa battaglia remano nella stessa direzione: Chiesa, sindaci, amministratori, organizzazioni sindacali, forze politiche senza distinzione di casacca non chiedono assistenzialismo. Tutt'altro: l'Irpinia nella sua interezza vuole continuare a custodire e rilanciare il modello dello stabilimento Irisbus di Valle dell'Ufita. La Valle dell'Ufita è un'area di cerniera tra la Campania e la Puglia per la quale le istituzioni locali, in primis l'amministrazione provinciale, scommettono in favore di un rilancio dello sviluppo del territorio nel suo complesso. Un eventuale scippo della fabbrica, che insiste in provincia di Avellino da circa trent'anni, oltre a condizionare in maniera devastante l'attuale economia, rischia di compromettere le strategie di sviluppo messe in campo dalle istituzioni locali ai vari livelli.
Di qui, dunque, le richieste e le proposte per evitare tutto ciò. Signor Sottosegretario, anzitutto, è necessario congelare nell'immediato ogni procedura da parte del gruppo FIAT. Bisogna, quindi, bloccare subito l'iter per la messa in mobilità e il conseguente smantellamento dello stabilimento. Serve tempo per cercare la soluzione più adatta; il tempo necessario perché il Governo, di concerto con la Conferenza Stato-Regioni, recuperi le risorse necessarie per riammodernare il parco mezzi circolante. I presidenti delle Giunte regionali della Campania, Caldoro, e della Puglia, Vendola, pur appartenendo a parti politiche opposte, in quest'occasione hanno fatto intravedere una rapida intesa e si sono già espressi a favore: le Regioni del Sud vogliono impegnarsi per salvare un impianto che è simbolo di un diverso Mezzogiorno, i cui operai da circa tre mesi stanno mostrando dignità e civiltà di comportamento di cui andare fieri.
Se questo è il contesto economico, sociale e politico, appare contraddittoria ogni azione che non vada nella direzione indicata, utilizzando tutti gli strumenti finanziari potenzialmente disponibili (fondi FAS e fondi strutturali).
In conclusione, salvaguardare i livelli occupazionali e le professionalità esistenti rappresenta un obiettivo irrinunciabile: ecco perché si confida nell'azione incisiva del Governo, a partire già dall'incontro fissato per domani al Ministero dello sviluppo economico. (Applausi dal Gruppo CN-Io Sud-FS).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali, che ringrazio per la disponibilità.
Per una sollecita calendarizzazione delle relazioni
della Commissione antimafia sul gioco d'azzardo
LAURO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LAURO (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, nel corso di questa legislatura la Commissione antimafia ha approvato due relazioni sulle infiltrazioni mafiose nel gioco lecito ed illecito: la prima è stata inviata al Parlamento, cioè ai Presidenti di Senato e Camera, nel dicembre del 2009; la seconda, condotta dal Comitato antiriciclaggio e costata il lavoro di sette mesi di consultazioni con tutti i soggetti a diversa ragione interessati al fenomeno (dalla Guardia di finanza all'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato, a sociologi, psicologi, esponenti della Confindustria), è stata approvata all'unanimità nel luglio 2011 e inviata ai Presidenti di Senato e Camera nello stesso mese di luglio scorso.
Ebbene, l'allarme contenuto in quelle relazioni è totale: quindi, signora Presidente, a nome del presidente della Commissione antimafia, senatore Giuseppe Pisanu, e del presidente del Comitato antiriciclaggio, senatore Luigi Li Gotti, la prego di rappresentare al presidente Schifani e alla Conferenza dei Capigruppo l'opportunità di calendarizzare al più presto in Aula la discussione su queste due relazioni approvate all'unanimità.
Sollecito altresì la Presidenza a calendarizzare nelle Commissioni competenti la discussione dei disegni di legge indicati nelle relazioni, finalizzati alla tutela dei minori, alla lotta al riciclaggio del denaro sporco attraverso le scommesse e al divieto di pubblicità ingannevole, che in questi giorni si è estesa anche alle reti radiotelevisive con la propaganda del gioco d'azzardo online. Non solo, le società concessionarie adescano letteralmente i soggetti deboli sul web fornendo loro, attraverso mail di propaganda, credito per 500-1.000 euro affinché inizino la pratica del gioco d'azzardo online.
Signora Presidente, mi affido alla sua sensibilità affinché questa discussione possa avvenire al più presto. (Applausi dei senatori Bodega e Viespoli).
PRESIDENTE. Senatore Lauro, riferirò al presidente Schifani quanto da lei richiesto.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 21 settembre 2011
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, mercoledì 21 settembre, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 19,25).