*VALDITARA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signora Presidente, onorevoli colleghi, credo che il provvedimento che andiamo ad approvare o, auspicabilmente, a bocciare sulla base di una votazione di fiducia non dovrebbe essere trattato nella veste e nella forma in cui viene purtroppo trattato perché, come già abbiamo avuto occasione di ricordare ieri, vi è un articolo del Regolamento del Senato che dichiara inammissibili gli emendamenti estranei all'oggetto del disegno di legge in discussione.
Come già abbiamo detto ieri, mi pare assolutamente incontrovertibile che l'ammissibilità dei testimoni in ogni procedimento non abbia nulla a che vedere con l'inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell'ergastolo. Tuttavia, anche volendo prescindere da questa premessa, che è pure importante e che testimonia la grave scorrettezza con cui questa maggioranza e questo Governo intendono procedere, credo che oggetto di riflessione debba essere la fiducia che ci apprestiamo a votare.
La fiducia è, a mio avviso, un atto inutile e grave che strozza quel dibattito che proprio ieri il presidente Schifani aveva garantito. Il Governo, quindi, si impone in modo del tutto illegittimo e arbitrario sul Parlamento. Il presidente Schifani ha preso un impegno di fronte a tutta l'Aula e il giorno dopo è costretto a rinnegare quell'impegno perché dalla Presidenza del Consiglio gli arriva un diktat: far votare la fiducia e impedire un libero dibattito su una riforma che si presenta molto diversa da quella su cui, peraltro, la Conferenza dei Capigruppo aveva all'unanimità disposto un certo calendario.
Sappiamo, infatti, perfettamente che la Conferenza dei Capigruppo non era a conoscenza di quel famoso emendamento che travolge l'intero disegno di legge. Quello che è ancora più grave rispetto a tutto questo, che è già di per sé politicamente assai grave, ritengo sia questo modo di fare le riforme su un tema così delicato come quello della giustizia, senza cioè un disegno strategico. Soltanto governicchi fanno cose di questo tipo e piccole e povere maggioranze si apprestano a votare riforme del genere, agendo senza un disegno strategico e inserendo, per altri scopi, emendamenti utili solo ad interessi particolari, ad interessi personali e cioè non utili all'interesse generale del Paese, ma funzionali soltanto a difendere personaggi eccellenti che si trovano coinvolti in procedimenti attualmente pendenti. Ogni riferimento al processo Mills credo che sia del tutto superfluo.
Detto questo e, quindi, constatata la totale inadeguatezza di un modo di legiferare che rischia di danneggiare l'impalcatura stessa del nostro sistema giustizia, non posso esimermi anche dal considerare che questa norma sull'ammissibilità dei testimoni, che riduce pesantemente i poteri del giudice, non corrisponde al dettato della Costituzione, contenuto nell'articolo 111, comma 2, che prescrive la ragionevole durata dei processi. È ovvio che i processi tenderanno a dilatarsi all'infinito perché ci sarà da parte degli imputati e dei loro difensori la tendenza a chiedere di escutere più testimoni possibili per allungare il brodo, per evitare che si arrivi a sentenza e per fare scattare i termini delle prescrizioni.
Capite allora, cari colleghi, che una norma di questo tipo mette a rischio il valore stesso giustizia, mette in grave difficoltà quelle parti che si aspettano giustizia dallo Stato, soprattutto, le vittime, le parti lese, quelle che invece vorrebbero che i processi fossero rapidi per ottenere una sentenza che possa riconoscere i propri diritti.
Si è detto che questa norma attuerebbe l'articolo 111, comma 3, della Costituzione, che prevede la parità fra difesa e accusa, ma già oggi vi è parità perché il pubblico ministero deve ovviamente soggiacere al giudizio del giudice, il quale può ammettere o restringere la lista dei testimoni proposti sia dal pubblico ministero, che dall'imputato. Semmai il pubblico ministero ha l'onere della prova e quindi la sua posizione è ancora più difficile oggi rispetto a quella dell'imputato, di cui si presume la non colpevolezza.
Ma credo che, al di là di ciò, vi sia poi anche un principio generale di ragionevolezza delle norme. Questa norma è palesemente irragionevole perché è destinata ad allungare i processi, da qui la denominazione «processo lungo», quando invece proprio l'impegno preso da questo Governo e da questa maggioranza, l'istanza sentita da tutti, è quella del processo breve, cioè della rapidità dei tempi processuali sia nel campo penale, che civile. Con una norma di questo tipo, che in sostanza limita di molto la possibilità del giudice di restringere la lista dei testi, si rimette la durata processuale nelle mani della difesa. Voglio citarvi una piccola chicca, un fatto storico che sta a testimoniare come vi sia malafede nelle posizioni del Governo e della maggioranza, perché la strumentalità di tale norma risulta evidente da ciò che accadde un po' di tempo fa.
Nel processo Previti la difesa chiese di sentire tutti i magistrati del distretto di Roma, e questo ovviamente per un motivo di facile comprensibilità, cioè per far sì che i tempi scorressero e si arrivasse rapidamente alla prescrizione. Beh, all'epoca non c'era la norma prevista in questo emendamento e il giudice dichiarò inammissibile una proposta di questo tipo, quindi respinse la possibilità di escutere tali testimonianze. Oggi invece se passasse questa norma tale possibilità non ci sarebbe più. Vedete allora come, in realtà, questa norma è stata dettata dagli avvocati delPremier, che già in passato in qualche modo avevano cercato di utilizzarla.
Poi vi è ancora un altro principio che qui viene introdotto, laddove si riduce la possibilità di utilizzare le sentenze passate in giudicato, nel senso che si consente comunque e sempre alla parte di assumere quelle prove che siano state a fondamento di sentenze passate in giudicato. Ebbene, anche in questo caso è vero che vengono eccettuati i reati di mafia, ma il rischio è di allungare ulteriormente la durata dei processi, mettendo in discussione ciò che dovrebbe essere invece già dato per scontato, essendo a fondamento di una sentenza di condanna passata in giudicato.
Credo che di fronte a tutto questo, cari colleghi, chi ha senso di responsabilità nei confronti delle istituzioni dovrebbe far prevalere la dignità rispetto alla convenienza personale, dovrebbe far prevalere uno scatto di legittimo orgoglio. Chi ha coraggio dovrebbe in questo frangente storico trovarlo e dire: «Metto a rischio anche la mia candidatura, so che magari il Premier si arrabbierà e magari mi depennerà dalla lista dei prossimi candidati per la prossima legislatura, ma credo che la propria dignità personale valga ben più di una ricandidatura». L'interesse generale del Paese ad avere una giustizia che funzioni, che non si concentri sempre e soltanto su norme a difesa di interessi particolare (nel caso di specie gli interessi del Presidente del Consiglio), una volta tanto credo debba essere fatto valere da un Senato che voglia avere l'orgoglio di essere veramente il Senato della Repubblica.
Quindi, noi di FLI e di ApI voteremo senz'altro un no convinto alla fiducia, perché vogliamo bocciare questo provvedimento che danneggia la giustizia italiana e molti milioni di cittadini. (Applausi dei senatori Musso, Milana, Fontana e Pardi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Belisario. Ne ha facoltà.