Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2824 (ore 11,04)
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Esposito.
ESPOSITO, relatore. Signor Presidente, signori del Governo, colleghi, il decreto che oggi stiamo affrontando rivede e rimodula, con gli impegni internazionali presi sia con risoluzioni dell'ONU che con direttive dell'Unione europea, la nostra partecipazione alle missioni di pace. Questo decreto ha come fondo ispiratore il nuovo concetto strategico della NATO, che pone al centro la politica della pace e della sicurezza.
Il capo II, dall'articolo 4 in poi, è relativo alle missioni internazionali e alla politica della difesa e della polizia. Nei 31 commi dell'articolo 4, attraverso il ribadire le risoluzioni ONU e le direttive dell'Unione europea, si evidenziano le nostre missioni e le nostre iniziative nei teatri di guerra di tutto il mondo. Le autorizzazioni di spesa decorrono dal 1º luglio al 31 dicembre 2011, anche perché l'articolo 9 reca una grande novità: il Governo si è impegnato, attraverso un emendamento della Commissione, a venire a riferire sulle missioni internazionali due mesi prima di ogni semestre.
È importante evidenziare che nel decreto-legge in esame rimangono fermi i saldi delle missioni internazionali. Più specificamente, in alcune operazioni vengono operati lievi aumenti, mentre vengono diminuiti gli stanziamenti di altre operazioni. In particolare, un aumento riguarda le missioni in Afghanistan, sia quella EUPOL che quella ISAF. Nel decreto-legge in discussione compare anche una nuova missione, quella relativa alla Libia, con un corrispettivo di circa 58 milioni di euro, per la protezione dei civili e delle aree a popolazione civile, per effetto delle risoluzioni dell'ONU nn. 1970 e 1973, entrambe del 2011.
Come dicevo, si tratta di 31 interventi, tutti autorizzati dall'ONU o dalle direttive comunitarie. Oltre alle missioni in Bosnia, a Hebron, a Rafah, in Sudan, in Iraq e in Kosovo, vorrei ricordare l'operazione "Atalanta" e l'operazione NATO nel Golfo di Aden e nel Corno d'Africa. Su questo intervento è prevista una diminuzione di 5 milioni di euro, perché con l'articolo 5 del decreto si introduce un nuovo modo di agire contro la pirateria in Somalia fino a sud delle Seychelles e a est dell'India. È stato quindi introdotto un nuovo articolo, con il quale l'Esecutivo ha inteso dare concreta attuazione all'impegno contenuto nella risoluzione approvata all'unanimità dalla Commissione difesa del Senato lo scorso 22 giugno, esito rispetto al quale in particolare i due relatori sull'affare assegnato relativo al «Possibile impiego di personale militare a bordo del naviglio mercantile e da diporto, che transita in acque internazionali colpite dal fenomeno della pirateria», il senatore Amato e la senatrice Pinotti, hanno svolto un ruolo importante.
Il Governo ha poi trasformato detta risoluzione nell'articolo 5 per dare ad essa attuazione ed individuare urgentemente soluzioni legislative in grado di superare le problematiche giuridiche connesse alla creazione di un'efficace strategia di autodifesa dei battelli civili oggetto di attacco. Attraverso lo strumento della decretazione d'urgenza, è stata riconosciuta la possibilità di impiego di team armati della Marina militare a bordo di natanti battenti bandiera italiana, nonché la possibilità per gli armatori, qualora lo preferiscano, di avvalersi di servizi di sicurezza privata a bordo delle proprie imbarcazioni. Con l'articolo 5 - lo ribadisco - gli armatori avranno la possibilità di avere a difesa delle navi sia la Marina militare sia dei contractor privati a proprie spese. In questo modo, come dicevo, si determinerà una riduzione delle nostre spese. Inoltre, ciò consentirà di tenere aperta la strada sia per le rotte mercantili sia per quelle dirette a portare nelle terre del Corno d'Africa aiuti umanitari senza essere soggetti ad attacchi quotidiani.
Gli articoli 6, 7 e 8 prendono in considerazione solamente le spese e lo svolgimento delle nostre operazioni che coinvolgono sia civili sia militari.
L'articolo 9 precisa che nelle nostre missioni internazionali saranno impiegati 2.000 militari in meno, attraverso l'emendamento, a cui ho già fatto riferimento all'inizio del mio intervento, approvato oggi in Commissione. Abbiamo pertanto rimodulato la nostra presenza prevedendo 2.000 uomini in meno: 1.000 entro il 31 settembre e 1.070 entro il 31 dicembre. Ogni anno, due mesi prima del decreto per le missioni internazionali, il Governo verrà a riferire alle Aule parlamentari e alle Commissioni competenti. Questo, in maniera istituzionalizzata già avveniva, tanto che il Governo aveva sempre assicurato ampia disponibilità alle informative, ma ora è stato indicato espressamente nel testo del decreto-legge.
L'articolo 10, infine, prevede la copertura finanziaria di quanto precedentemente disposto dal punto di vista legislativo.
In conclusione, non posso che esprimere una valutazione positiva su questo decreto-legge, anche in considerazione degli emendamenti approvati in Commissione. Mi auguro che la discussione parlamentare che seguirà in queste ore e martedì prossimo, in considerazione delle difficoltà emerse nell'applicazione di qualche emendamento, possa far emergere una larga condivisione, sia rispetto al contenuto dello stesso decreto, sia per dare prova della coesione nazionale richiestaci dal Presidente della Repubblica, che consentirebbe di onorare concretamente la memoria dei soldati italiani caduti all'estero in missioni di pace.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Del Vecchio. Ne ha facoltà.
*DEL VECCHIO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, anche in quest'occasione il Senato non ha contribuito a definire il livello di partecipazione alle operazioni di stabilizzazione, come pure tutti i Gruppi parlamentari avevano auspicato. Quindi, possiamo solo esprimere valutazioni sul decreto-legge in esame. A tal riguardo, è positivo il fatto che siano state recepite le misure decise nella Commissione difesa del Senato per contrastare la pirateria. La salvaguardia del naviglio italiano è una funzione di cui lo Stato non può disinteressarsi e le norme inserite nel provvedimento concorreranno alla neutralizzazione di quella minaccia.
Dall'esame del decreto-legge emerge poi il principio che ha sempre ispirato la presenza dell'Italia nelle operazioni di stabilizzazione: le missioni internazionali a cui partecipa il Paese sono quelle svolte direttamente dall'Organizzazione delle Nazioni Unite o che promanano da risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'ONU. È questo un aspetto essenziale, perché garantisce la massima legittimazione dell'impegno nazionale che, come più volte ribadito dal Presidente della Repubblica, è anche pienamente in armonia con l'articolo 11 della nostra Costituzione.
In merito alle missioni, l'attenzione iniziale non può non soffermarsi sull'Afghanistan, Paese in cui si svolge quella più complessa. La presenza di forze militari di ben 48 Nazioni diverse evidenzia l'intendimento della comunità internazionale di sostenere il processo di stabilizzazione di quel Paese. Il passaggio della responsabilità del controllo del territorio afgano dalle forze internazionali a quelle locali, che proprio in questo mese ha preso l'avvio, è un risultato positivo, un risultato che si aggiunge a quelli già conseguiti nei dieci anni trascorsi: lo svolgimento di elezioni presidenziali e parlamentari, le iniziative di sostegno dei giovani, la libertà di istruzione per i bambini, il consolidamento delle istituzioni centrali e locali, la ricostruzione delle infrastrutture e la riforma delle forze di sicurezza afgane. Certo, tutti auspicavano un cammino più veloce verso la stabilità, ma non può essere dimenticato lo stato del Paese nel 2001, preda della barbarie e dell'oscurantismo talebano e base del terrorismo internazionale. Concordo sul mantenimento dell'impegno nazionale in Afghanistan nei termini indicati dal decreto-legge, un impegno che dovrà sempre più essere orientato alla formazione della polizia e dell'esercito locali per creare le condizioni dell'afganizzazione del processo di stabilizzazione. Auspico peraltro un ruolo più incisivo della politica, per far uscire il Paese dalla fase di emergenza e per sostenerne il processo di riconciliazione nazionale, l'integrazione regionale e lo sviluppo economico.
Un altro impegno internazionale importante è quello relativo all'operazione in Libia per la salvaguardia delle popolazioni di quel Paese.
Non condivido affatto i toni critici espressi da taluni nei riguardi della partecipazione all'operazione, considerato che l'Italia è la Nazione più direttamente coinvolta nelle vicende del Nord Africa, per ragioni storiche, culturali, sociali ed economiche.
Gli interessi nazionali sulla sponda Sud del Mediterraneo, la politica fortemente attiva sempre sviluppata dal nostro Paese verso il rispetto dei diritti umani e nel sostegno ai processi di democratizzazione, il ruolo svolto dall'ONU nella vicenda non consentivano un atteggiamento distaccato verso il dramma che si consumava a pochi chilometri da noi. Quella che, anche in questo caso, appare urgente è la ricerca di una soluzione politica, che coinvolga le organizzazioni regionali e che non veda l'Italia relegata a un ruolo di secondo piano.
Per quanto attiene alle altre operazioni, suscita perplessità la riduzione dei contingenti nazionali nei Balcani e in Libano. In Kosovo, in un quadro di calma apparente, le minacce alla minoranza serba e ai luoghi di culto ortodossi rimangono incombenti. Le contrapposizioni ataviche tra le diverse etnie non possono essere cancellate in pochi anni. Ne è la prova il fatto che i nostri militari operano oggi, per la sicurezza della popolazione e dei siti di culto, negli stessi luoghi e nella stessa maniera di altri soldati italiani impegnati in Kosovo nel 1943, quasi settanta anni fa. Un diario di quei soldati, custodito dai sacerdoti del monastero di Decani, lo testimonia.
In Libano, le decisioni assunte dal Governo riducono sensibilmente la partecipazione nazionale all'operazione UNIFIL, rendendo così meno efficace la funzione stabilizzatrice delle forze internazionali impiegate in un'area strategica e da sempre soggetta a gravi pericoli di destabilizzazione. In tale contesto, sicuramente avrebbe meritato maggiore attenzione la raccomandazione che qualche settimana fa il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha rivolto, inascoltato purtroppo, all'Italia perché mantenesse invariata la consistenza del contingente nazionale che così bene ha operato nel Paese dei cedri dal 2006 ad oggi.
Sulla base di queste considerazioni, ogni ulteriore contrazione delle forze nazionali in Libano e in Kosovo deve essere - a mio avviso - attentamente vagliata.
In merito alle missioni di supporto alla pace, infine, avrei salutato con piacere la previsione nel decreto-legge di iniziative dell'Italia a sostegno degli interventi dell'ONU e dell'Unione africana in Sudan. Interventi a favore delle popolazioni del Darfur, che appaiono purtroppo dimenticate nonostante la grave situazione che caratterizza l'area. Purtroppo, non c'è presenza di una simile volontà da parte del Governo e ciò non rende una buona immagine all'Italia.
Per quanto attiene ai temi della cooperazione, il decreto-legge presenta gli aspetti più critici. Si registra infatti un'ulteriore contrazione delle risorse ad essa destinate. Il Partito Democratico esprime forte dissenso in merito a quella che appare ormai una costante della politica di questo Governo nel settore. E lo fa convinto che il superamento delle crisi internazionali si basa sull'integrazione e non sulla contrapposizione della componente militare e della componente della cooperazione, ambedue essenziali per il successo delle missioni, ma ognuna protagonista in diverse fasi della crisi, quella militare nella fase di emergenza e conflittualità, quella della cooperazione nella fase di ricostruzione e sviluppo socio-economico.
Vorrei fare ora, signor Presidente, una valutazione finale sull'impegno nazionale nelle missioni internazionali per il secondo semestre del corrente anno.
Anche se siamo lontani dal livello di presenza di qualche anno fa, quando si sono raggiunte le 12.000 unità, l'Italia continua a contribuire alla stabilizzazione delle aree di crisi in maniera paragonabile a quella delle Nazioni con le quali normalmente si confronta. È un risultato positivo che deriva dall'appartenenza del Paese ad organismi internazionali finalizzati alla pace, dalla necessità di garantire la sicurezza della Nazione, dall'esigenza di sostenere i processi di democratizzazione nelle aree a noi più vicine, dalla predisposizione, infine, ad esprimere solidarietà alle popolazioni che ne hanno bisogno. Ma questa presenza significativa è anche eccezionale strumento di politica estera, in grado di dare rilievo alla nostra Nazione e "peso" politico nei contesti internazionali.
Vanno quindi allontanate con decisione tutte le illusioni, in realtà evidenti anche nella contrastata elaborazione di questo decreto di proroga, che possibili chiusure nel proprio ambito nazionale, senza aperture nei riguardi dei problemi che ci circondano, siano portatrici di benefici per l'Italia.
Le difficoltà finanziarie del Paese costituiscano un riferimento importante per le decisioni del Parlamento e del Governo nel settore degli impegni internazionali, ma non condizionino oltre misura la partecipazione dell'Italia nelle iniziative per la pace e la sicurezza del mondo.
Concludo, ricordando che il decreto di proroga delle missioni internazionali e degli interventi di cooperazione è un documento che deve avere auspicabilmente un consenso molto ampio. Ciò vale per l'immagine della nostra Nazione nel mondo, ma anche per coloro, militari e civili, che vivono da protagonisti esperienze difficili e rischiose in tanti teatri operativi.
E proprio a quei militari e a quei civili che rappresentano l'Italia nelle missioni internazionali rivolgo un saluto riconoscente. Il loro impegno, sempre difficile, e talvolta drammaticamente segnato da vicende tragiche o da incidenti, è la più chiara manifestazione del loro attaccamento al servizio e motivo di orgoglio per gli italiani. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caforio. Ne ha facoltà.
CAFORIO (IdV). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, prendo la parola per pochi minuti perché vorrei aggiungere qualche considerazione a quelle abbondanti e preoccupanti che sicuramente svolgerà nel suo intervento la collega Carlino.
Vedete, colleghi, io con dedizione partecipo da tre anni ai lavori della Commissione difesa e, pur non essendo un addetto ai lavori, mi sforzo di comprendere ciò che si decide di andare a normare e, quando condivido, a nome del Gruppo Italia dei Valori, cerco di contribuire al lavoro da svolgersi.
Faccio questa premessa perché, pur sforzandomi, pur mettendo tutta la buona volontà che una persona della mia età può metterci, davvero non riesco a comprendere cosa c'entrino talune disposizioni all'interno di un provvedimento di questo tipo.
Vorrei ricordare che il Governo, prima, tramite l'adozione del decreto-legge, e le Camere, dopo, con la conversione, sono chiamati a disciplinare la partecipazione, per il secondo semestre 2011, delle nostre Forze armate a missioni di pace in giro per il mondo. Certo che, almeno su questo, saremo d'accordo, ma mi chiedo e vi chiedo: cosa c'entrano con le missioni internazionali di pace i balzelli, le tasse, ogni tipo di decisione da assumere in riferimento a tributi riscuotibili dalla Capitaneria di porto e, quindi, da assegnare al bilancio del Ministero dei trasporti? Ancora, continuando, cosa c'entrano con le missioni internazionali le norme circa le commissioni di valutazione dei vertici della Guardia di finanza? Ancora, colleghi (e non me ne vogliate, ma è quello che state per far diventare legge dello Stato), cosa c'entrano i soldi dello Stato libico, congelati in giro per il mondo, con le importanti azioni per l'onerosa assistenza del popolo libico? Tra l'altro, poi, bisognerebbe capire per chi sono importanti, se per le aziende o effettivamente per il popolo libico che, nel caso che si vuole disciplinare, comunque si vedrà rubare i soldi da un altro Stato. Ancora, colleghi, vi chiedo: cosa c'entrano, all'interno di un decreto di rifinanziamento delle missioni, le norme sulla crisi del turismo nella provincia di Trapani, con conseguenti concessioni, a titolo definitivo, di lunga durata, alla Airgest S.p.a., con espressa esclusione dell'obbligo di rendicontazione?
Davvero, colleghi, ve lo chiedo in modo pacato, queste norme e i problemi sicuramente reali di questi settori - di cui sinceramente non dubito - non potevamo affrontarli e inserirli in un altro provvedimento? Abbiamo approvato dieci giorni fa un decreto per lo sviluppo e cinque giorni fa una manovra correttiva dei conti pubblici: non avremmo potuto farlo lì? Abbiamo assistito all'appello accorato del Capo dello Stato alla responsabilità, e poi ci troviamo dinanzi al fatto compiuto, durante l'esame in Commissione di questo decreto-legge.
Ci troviamo a far entrare, all'interno di leggi dello Stato ambiti che meriterebbero appena di essere trattati da un decreto ministeriale, se non da una circolare. Onorevoli colleghi, l'Italia dei Valori non ha nessun problema a discutere le misure con cui aiutare il territorio trapanese: il collega senatore Giambrone ha presentato diversi atti di sindacato ispettivo al riguardo e noi siamo pronti a discutere qualsiasi disposizione in favore del turismo e della piccola impresa in quella zona. Forse però di questi temi si dovrebbe occupare la 10a Commissione permanente, e non la 4a Commissione, attraverso un emendamento ad un decreto-legge. Lo stesso discorso vale per gli altri argomenti da me toccati. Comprendo anche la buona fede dei colleghi firmatari degli emendamenti, ma il Governo ha la responsabilità della qualità della normazione e non può, anche quando ha le risorse, dare parere favorevole su disposizioni di questa portata, all'interno di un decreto-legge come questo.
Concludendo, questo decreto-legge, pur contenendo cose per noi non condivisibili - mi riferisco alla partecipazione dei nostri militari alla missione in Afghanistan - ha visto l'Italia dei Valori comunque favorevole su alcuni punti - mi riferisco all'articolo 5 sulla pirateria - e partecipe al miglioramento del testo, dove ha potuto, come nel caso della cooperazione allo sviluppo. In questo modo, dopo la non punibilità dei militari che provocano disastri ambientali, la naia breve e la proroga del mandato dei COCER (Consiglio centrale di rappresentanza), oggi infilate nel decreto le norme alle quali ho fatto riferimento, che hanno i costi che hanno, mentre siamo costretti a rinviare la seduta dell'Assemblea del Senato per capire come coprire finanziariamente pochi milioni di euro, che già c'erano, per la cooperazione allo sviluppo.
L'Italia dei Valori non può esser favorevole a questo modo di lavorare. Per questo, con i nostri emendamenti cercheremo di apportare modificazioni al decreto, in assenza delle quali voteremo contro il provvedimento stesso. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carrara. Ne ha facoltà.
CARRARA (CN-Io Sud). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il decreto che abbiamo da poco discusso in Commissione e che ora stiamo discutendo in Aula riorganizza e ottimizza l'impegno dei nostri militari impegnati con convinzione e spirito di sacrificio nelle missioni internazionali. Esso aggiorna le priorità strategiche sempre rispettando gli impegni presi in ambito internazionale, tenuto conto anche degli sviluppi sul terreno, e valuta ogni possibile ridefinizione dei nostri contingenti, tagliando i costi ed il numero dei soldati impegnati nelle missioni all'estero per il secondo semestre 2011.
Complessivamente, l'Italia spenderà 694 milioni di euro, contro gli 811 milioni di euro del primo semestre. In Libano i militari italiani scenderanno da 1.780 a 1.080 unità. Verrà chiuso l'apporto italiano alle missioni UE in Georgia e Congo, rispettivamente di 15 e di 4 militari. I membri dell'esercito in Kosovo scenderanno da 650 a 379 unità. Resta invariato il numero dei militari in Afghanistan, che sono circa 4.200.
Ci tengo a sottolineare che siamo tra i Paesi più avanzati al mondo, siamo una grande democrazia e le nostre Forze armate risultano essere tra le più moderne che esistano. Siamo in grado di operare con efficienza in qualsiasi teatro strategico e abbiamo scelto di intervenire in quelle zone che si presentano ostili e pericolose. La partecipazione alle missioni di pace consente inoltre all'Italia di rimanere parte attiva nei centri decisionali e di rappresentare con fermezza le potenzialità dell'Italia stessa.
Il primo articolo del decreto in esame reca iniziative in favore dell'Afghanistan. Sulla presenza del contingente italiano in questo Paese così problematico si è parlato e si parla molto. Purtroppo, questo tema appare sulle prime pagine dei quotidiani e sui titoli delle televisioni quasi esclusivamente quando vi sono caduti o feriti. Un tributo di vite umane che, dall'inizio della missione ad oggi, ha raggiunto le 40 unità. Non possiamo, però, mettere in discussione un obiettivo strategico nazionale con l'impegno nella NATO nella missione in Afghanistan ogni volta che c'è un incidente a livello tattico, anche e soprattutto per rispetto nei confronti dei nostri militari che tanto stanno facendo per quel Paese.
L'impegno dei nostri militari, sostenuto dalle misure e iniziative presentate nel decreto che stiamo discutendo, ha l'intento di consegnare ai cittadini afgani uno Stato democratico ed ordinato, ove uomini e donne possano godere degli stessi diritti e doveri. Nonostante i progressi compiuti grazie all'impegno internazionale a partire dal 2001, infatti, l'Afghanistan rimane un Paese fragile, la legittimità del cui Governo, in alcune province meridionali ed orientali, è del tutto assente.
Le iniziative saranno rivolte principalmente a sostegno del settore sanitario ed educativo, di quello istituzionale e tecnico, della piccola e media impresa e dei mezzi di comunicazione locali, non solo dell'Afghanistan ma anche di altre zone, come ad esempio il Pakistan. Il Ministero degli affari esteri sosterrà l'operato delle organizzazioni non governative ed è autorizzato a inviare o reclutare in loco personale destinato alla sede della cooperazione italiana ad Herat.
Come ben sappiamo, l'impegno dei nostri militari non si limita solo all'Afghanistan ma interessa anche altri Paesi quali l'Iraq, il Libano, il Myanmar, il Pakistan, la Somalia, il Sudan e la Libia.
Nell'articolo 2 del presente decreto-legge vengono promossi interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione. In particolare, parlando della Libia, il comma 2 reca disposizioni in merito allo scongelamento di fondi ed operazioni economiche che consentirebbero l'apertura di linee di credito, in particolare per quelle imprese italiane che sono state messe in gravi difficoltà da questa guerra.
Per quanto riguarda gli aspetti di competenza della Difesa, il presente decreto, all'articolo 4, reca le autorizzazioni di spesa, dal 1° luglio al 31 dicembre di questo anno, per le missioni internazionali delle nostre Forze armate e di polizia. In particolare si rileva, rispetto alle autorizzazioni per il primo semestre, un leggero aumento (dai precedenti 380 milioni di euro agli attuali 399) dell'impegno economico a sostegno delle operazioni in Afghanistan (comprendenti le missioni ISAF ed EUPOL-Afghanistan), a fronte di corrispondenti diminuzioni per quanto attiene gli impegni in Libano (da circa 106 a 92 milioni), nei Balcani (da circa 35 a 33 milioni), e nell'ambito della missione nel Mediterraneo (da quasi 13 milioni agli attuali 7,3).
Si evidenzia inoltre la nuova autorizzazione di 58,07 milioni di euro per la missione militare di realizzazione degli interventi per la protezione dei civili e delle aree a popolazione civile in Libia, riguardo le risoluzioni delle Nazioni Unite n. 1970 e 1973 del 2001. Non è più presente invece la missione che prevedeva la collaborazione di personale della Guardia di finanza a bordo delle unità navali libiche per fronteggiare il fenomeno dell'immigrazione clandestina.
L'articolo prevede inoltre aumenti delle risorse stanziate per le missioni in Bosnia, ad Hebron, a Rafah, in Sudan, a Cipro, in Iraq e in Kosovo.
Di particolare importanza nel decreto in discussione è la normativa che prevede l'impiego di militari o di contractor privati sulle navi italiane per scoraggiare e contrastare il pericolo della pirateria sulle coste africane e sull'Oceano indiano.
Voglio inoltre sottolineare l'importanza del contenuto dell'articolo 9 che, in merito all'impegno militare italiano in ambito internazionale prevede che entro il 30 settembre del corrente anno il Ministro della difesa assicuri la riduzione di almeno 1.000 unità dalle 9.250 attualmente impiegate, fissando altresì il termine del 31 dicembre per procedere ad una successiva e ulteriore riduzione di 1.070 uomini.
Grazie a questo decreto, al quale il nostro Gruppo darà un voto favorevole, si possono soddisfare tre fondamentali esigenze: la riduzione consistente del numero dei militari impegnati all'estero, il mantenimento degli impegni internazionali, con un conseguente effetto di riduzione dei costi. (Applausi della senatrice Castiglione).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Contini. Ne ha facoltà.
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi si discute la proroga di missioni internazionali, e questo è l'interesse del Parlamento italiano: possiamo vedere quanti siamo in Aula. La verità è questa: le missioni all'estero sono una questione di strategia nazionale, non una questione di partiti politici (e mi riferisco a quanto è accaduto stamattina in Aula). Abbiamo dei doveri sul piano internazionale, delle alleanze e degli impegni presi. Abbiamo dei doveri nei confronti dei nostri militari, impegnati nelle nostre missioni, che non possono essere tenuti sulla corda - come per esempio abbiamo fatto stamattina, facendoli spero sorridere e non preoccupare - in quanto queste missioni hanno bisogno del sufficiente respiro temporale per essere pianificate, condotte ed eventualmente concluse, se riusciamo a farlo.
Si tratta quindi anche di una questione tecnico-militare. Abbiamo anche delle responsabilità forti nei confronti di quei Paesi ove le missioni sono svolte e vedono i militari italiani impiegati in prima persona.
Anche in questo caso, il processo di pace ha bisogno di un continuo aggiornamento e modulazione sulla dinamica di situazione. Così come occorre tempo per pianificare il passaggio di consegne alle autorità locali, che deve essere necessariamente sincronizzato, in ogni Paese in crisi dove siamo presenti, con i comandi di coalizione. E non sono tecnicismi, questi. Non dimentichiamo, infatti, che l'Italia, per numero di uomini impiegati e impiego operativo, è uno degli ingranaggi forti delle coalizioni internazionali impiegate in delicatissimi teatri, quali l'Afghanistan e gli altri prima nominati dal collega Carrara.
Ecco perché si tratta di strategia nazionale - e non di quisquilie politiche di basso livello - che deve essere tenuta al di sopra delle fibrillazioni delle politiche di ogni partito ed anche di ogni direttore generale, di qualsiasi Ministero esso sia. Occorre fare leva e richiamare la responsabilità e le larghe intese.
Gli interessi dei singoli partiti non dovrebbero mai mettere in dubbio, signor Presidente, e sollevare periodicamente questioni circa il ritiro immediato dei nostri contingenti militari ogni volta che dobbiamo discutere un rifinanziamento. Non dimentichiamo che 1'Italia dà un importante contributo alla pace nel mondo ed alla stabilità nell'ambito delle risoluzioni internazionali delle Nazioni Unite, che sono ancora una cosa seria.
Non possiamo chiuderci nel nostro guscio. Dovremmo ormai aver imparato che i problemi di sicurezza in ambito internazionale si ripropongono sul nostro territorio come problemi interni, fra cui ondate migratorie, terrorismo, criminalità transnazionale. Questo lo volevo dire per far capire l'importanza di quanto è accaduto stamattina: mi auguro i nostri soldati non lo vedano perché, se così fosse, ci sarebbe veramente da vergognarsi.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, con il provvedimento di oggi non solo affrontiamo nuovamente un tema cruciale del nostro tempo, che riguarda la politica estera dell'Italia, se c'è, e il suo ruolo in un mondo che è radicalmente cambiato in pochi decenni, sotto il profilo economico e geopolitico, ma andiamo anche a toccare la condizione di molti nostri connazionali, innanzitutto i nostri militari, ma anche tutto il personale diplomatico, il personale civile, della cooperazione italiana e delle ONG, tutti quelli che lavorano in Paesi del mondo dove ci sono aree di crisi, a tutela delle popolazioni locali, degli interessi italiani, dell'Unione europea e della comunità internazionale tutta.
Sono diverse migliaia i nostri concittadini impegnati a vario titolo nelle missioni, che rappresentano il nostro Paese e tengono alto il suo prestigio a fianco delle altre Nazioni democratiche, in contesti internazionali molto diversificati e difficili, in scenari di guerra e in situazioni di crisi serie, peggiori di queste. A tutti loro va il nostro più sentito riconoscimento, che non bisognerebbe mai mettere in dubbio. Siamo coscienti che il modo migliore per mostrare la nostra riconoscenza è non far mai mancare loro l'appoggio in Parlamento, contribuendo quindi nel modo migliore e il più costruttivo - e non distruttivo - possibile ad un'azione così importante del Governo italiano in politica estera. Anche questa volta non mancheremo di farlo.
Non possiamo però non rilevare che alcuni nodi critici riguardanti la gestione delle missioni internazionali non sono ancora stati affrontati e sciolti dal Governo. Operazioni come quelle svolte dal nostro personale militare all'estero necessitano di un'accurata pianificazione, che in primo luogo può essere garantita solo con una certezza del sostegno, anche dal punto di vista finanziario.
In poche parole, come più volte ed anche in passato abbiamo fatto rilevare, non è più possibile trovarsi ogni volta, a distanza di appena un semestre, a rinnovare il finanziamento delle missioni all'estero attraverso la decretazione d'urgenza: è ormai necessario - anzi, s'impone - il varo di una legge quadro in materia. Dobbiamo assicurare un orizzonte temporale ampio, serio e preciso ed un contesto normativo stabile, accompagnato dallo stanziamento di risorse adeguate e certe di fronte ai compiti così importanti e delicati che il nostro personale all'estero è chiamato a svolgere nell'interesse di tutti noi (altro che alla mercé di qualche funzionario).
Nel mio intervento, lo scorso mese di febbraio, in questo Senato, quando quest'Assemblea fu chiamata a convertire il precedente decreto semestrale di finanziamento delle missioni internazionali, richiamai l'attenzione sul fatto che nel giro di pochi mesi il Parlamento sarebbe stato nuovamente chiamato ad esprimersi sulla loro proroga e a stanziare nuove risorse finanziarie. E infatti, ciò è puntualmente accaduto e sappiamo già che le risorse stanziate oggi con molta probabilità non saranno sufficienti a portare a termine le missioni e ne occorreranno altre, perché nulla è stato pianificato.
Tra l'altro, i tempi imposti dalla conversione in legge di un decreto-legge così importante non lasciano assolutamente spazio ad un'analisi dei singoli interventi previsti, e quindi alla giusta valutazione da parte di questo Parlamento su ciascun singolo intervento e su ciascuna singola missione. Questa valutazione, tra le altre cose, sarebbe risultata molto più facile se il Governo avesse predisposto - secondo quanto concordato nelle precedenti occasioni - un'informativa dettagliata di accompagno al decreto-legge.
Voglio solo soffermarmi, per quanto mi è possibile, su un punto di merito del provvedimento, per ribadire - come ho fatto in passato - che vanno salvaguardate le risorse attribuite anche alle attività di cooperazione e di sostegno allo sviluppo. E qui non c'entra - come diceva prima il presidente Gasparri - l'appartenenza ad una parte o ad un'altra, alla maggioranza o all'opposizione: le attività di cooperazione allo sviluppo internazionale non sono una questione dell'opposizione, sono io la prima a dirlo, che - se permette - sono sempre stata nella maggioranza. Vanno dunque salvaguardate le risorse attribuite alle attività di cooperazione allo sviluppo e al sostegno dei processi di stabilizzazione, anche per mezzo di interventi di carattere sociale, umanitario ed economico, attraverso la nostra cooperazione agli Esteri e le organizzazioni non governative.
Anche queste ultime infatti concorrono all'obiettivo della stabilizzazione delle istituzioni locali di assistenza alla popolazione e di sviluppo alle economie locali, quindi, in poche parole, alla pace ed alla crescita della democrazia in queste aree martoriate. In questo senso, il nuovo decreto di proroga delle missioni risulta sensibilmente sbilanciato nella distribuzione delle risorse stanziate tra gli impegni di carattere militare e le predette attività di cooperazione allo sviluppo, a svantaggio di queste ultime.
In estrema sintesi, siamo tutti l'accordo sul fatto che lo strumento della decretazione d'urgenza, oltre a non garantire una prospettiva temporale sufficiente e a non dare una certezza adeguata a chi sta sul campo, non consente al Parlamento di esprimersi compiutamente nel proprio ruolo. La stagione delle proroghe semestrali deve finire, anche per conferire maggior credibilità al nostro impegno dinanzi a tutti gli altri Paesi che operano negli stessi Paesi e nelle stesse aree di crisi.
Voglio sperare ancora una volta che alla prossima occasione si arrivi per tempo con una legge che consenta al Parlamento di prendere in esame con cura e nel dettaglio i provvedimenti adottati. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI e PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, colleghi, onorevole Sottosegretario, dopo tre anni di legislatura, dato l'utilizzo da parte del Governo a cadenza semestrale dello strumento del decreto-legge, direi che sia la settima o l'ottava volta che ci troviamo qui ad esaminare la nostra partecipazione alle missioni internazionali. Non posso non ribadire in proposito il giudizio fortemente critico del mio Gruppo rispetto alla partecipazione italiana alle missioni internazionali di pace, così come posta in essere dall'attuale Governo.
Senza soffermarmi su tutti i decreti passati, voglio però sottolineare come nessuna delle proposte o dei suggerimenti indicati sull'argomento dall'Italia dei Valori siano stati recepiti in questi anni. Parlo in particolare del ripetuto taglio dei fondi per la cooperazione allo sviluppo, ai quali avete anche in parte sopperito (ma a quanto pare ora non più) prevedendo nuovi appositi finanziamenti, che rimangono comunque insufficienti e inadeguati rispetto al costo totale sostenuto dall'Italia per le missioni internazionali: facendo rapidamente la somma delle spese previste ai singoli commi degli articoli 1 e 2, non abbiamo raggiunto la cifra complessiva di 30 milioni di euro; si tratta di una cifra che, confrontata ai 736 milioni di euro di costo di questo decreto, non è obiettivamente gran cosa. È vero che ogni voce del presente provvedimento è da ritenersi importante, ma la spesa che dovrebbe prevalere per un Paese come il nostro, da sempre (da più di sessant'anni ormai, dalla fine del secondo conflitto mondiale) impegnato per la tutela della cooperazione e della solidarietà internazionali e non certo per quella della belligeranza, è oggi delegata ad un piccolo dettaglio. Si tratta di un dettaglio del quale appare necessario ricordarsi solo perché abbiamo firmato una decina di trattati internazionali, bilaterali e multilaterali, ai quali adesso dobbiamo adempiere. Desidero soffermarmi un momento sulle modalità di spesa delle poche risorse che vengono attribuite ai fini della cooperazione allo sviluppo.
Agli articoli 1, 2 e 3 si legge, comma dopo comma, dell'assegnazione di contributi a singoli programmi specifici di cooperazione allo sviluppo, ovviamente in varie parti del mondo. Sempre rimarcando le nostre forti riserve come Italia dei Valori sulla partecipazione militare dell'Italia in Afghanistan, non posso non dire che, quand'anche fossimo favorevoli come voi a detto intervento, noi dell'Italia dei Valori ci porremmo qualche interrogativo circa la validità e l'opportunità di conferire con le modalità previste dal decreto gli scarsissimi fondi della cooperazione allo sviluppo.
Come sapete, al solo articolo 1, ad integrazione degli stanziamenti di cui alla legge n. 49 del 1987, si stanziano prima 5,8 milioni di euro e poi un altro milione di euro per interventi di cooperazione in Afghanistan. Se però leggiamo con attenzione la relazione illustrativa del decreto in merito all'utilizzo di questi 7 milioni circa, notiamo che essi dovranno essere impiegati, oltre che per lodevoli programmi per lo sviluppo rurale e l'università, per l'avvio della transizione, che richiede un impegno finanziario di dimensioni ancora maggiori che in passato al fine di sostenere l'autorità del Governo legittimo sia in termini finanziari, che di monitoraggio. Emerge come gli stanziamenti assegnati con il provvedimento in esame risultino inadeguati rispetto all'obiettivo di un intervento efficace.
Cari colleghi, ormai da tre anni l'Italia dei Valori vota contro il rifinanziamento delle missioni internazionali, proprio a causa della missione in Afghanistan, ma è ovvio che anche a noi sta a cuore la tutela di tutti i ragazzi che si trovano lì.
Per questi motivi siamo qui a chiedervi, laddove siate favorevoli a questa missione (e sappiamo che lo siete), se non sia possibile quanto meno impiegare questi fondi in modo migliore. Possibile che non sia fattibile?
Sappiamo tutti che solo pochi giorni fa hanno ucciso il fratello di Karzai, sul cui comportamento tutti i giornali del mondo in questi giorni dibattono. Mi chiedo come sia possibile, ancora oggi, non capire i gravi rischi connessi all'attribuzione di somme, anche se scarse, in modo incontrollato, a determinate missioni.
Per concludere, cari colleghi, vorrei solamente riconfermare ancora una volta che l'Italia dei Valori considera la partecipazione dei nostri militari in Afghanistan - che costa ben 400 milioni di euro, contro i 380 milioni dello scorso semestre, ovvero più della metà del costo complessivo di tutte le missioni - errata, sbagliata e non solo per il modo con cui ad essa si è pervenuti nel contesto internazionale, ma anche per quanto attiene alle modalità operative. Non ci stancheremo mai di ribadire e sottolineare che quella in corso in Afghanistan è una guerra tra bande, nella quale i contingenti militari di pace non possono uscire vincitori senza correre gravi rischi, che, tra l'altro, non sono propri di un'operazione di tal genere.
Mi fa piacere che anche voi vi stiate convincendo del fatto che abbiamo ed avevamo ragione fin dall'inizio. Per questo vi preghiamo di intervenire in fretta, magari approvando la necessaria legge quadro sulle missioni internazionali, per far sì che i danni derivanti dalla non condivisibile volontà di continuare a tenere lì i «nostri ragazzi», come ci piace definirli, siano i più limitati possibili.
Concludo, colleghi, dicendo che non siamo qui ad accusare i colleghi della maggioranza per le perdite di questi ragazzi. Anche i partiti dell'opposizione e quindi anche noi abbiamo permesso, responsabilmente, mediante decreti-legge, la proroga della partecipazione alle missioni. Ma il contesto adesso è davvero radicalmente mutato e occorre tenerne conto.
E poi ormai sarebbe anche l'ora di prendersi la responsabilità di addivenire ad una legge sulle missioni internazionali alla quale rifarsi prima di scegliere se fare o non fare il soldato in missione. Credo che questo sia il minimo che la politica deve a questi ragazzi. (Applausi del senatore Pardi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, sottosegretario Mantica, gli interessi degli Stati non mutano certo con l'avvicendarsi dei Governi. Inoltre, vi sono obblighi internazionali che vincolano i Governi successivi a rispettare trattati sottoscritti e impegni presi a livello internazionale.
Per quasi dieci anni, in quest'Aula, abbiamo rinnovato gli impegni dei nostri militari all'estero. Non è cambiato assolutamente nulla, a partire dal Governo Berlusconi del 2001, fino ad oggi, con l'intermezzo del Governo Prodi dal 2006 al 2008. Le missioni sono sempre rimaste le stesse e inalterate sono state le nostre presenze; l'unica differenza che abbiamo notato è che, durante il Governo Prodi, sono stati utilizzati parametri diversi, una terminologia più morbida, perché dopo i forti attacchi alla politica governativa sulle missioni militari, per una sorta di pudore, non potendo fare altrimenti, si è deciso di indicare le missioni militari con la definizione di «missioni di pace». Quindi, le parole «guerra» e «militare» sono state bandite, però di fatto non è cambiato assolutamente nulla.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 11,55)
(Segue DIVINA). È cambiato che, mentre nel primo periodo i pacifisti erano scatenati, sotto il Governo Prodi non abbiamo mai visto un pacifista recriminare o protestare contro l'attività di quel Governo.
Non è però così strano ed assurdo. Pensiamo a cosa è accaduto negli Stati Uniti: sembrava che il nuovo presidente Obama dovesse rivoluzionare le politiche strategiche di quel Paese, e invece abbiamo visto che, dopo aver criticato le politiche interventiste dei precedenti Governi Bush, Obama ha addirittura inviato tra i 30.000 e i 40.000 uomini in più sugli scenari di guerra rispetto ai contingenti precedenti.
Capiamo, quindi, che gli interessi dei Paesi non cambiano e che a volte neanche i Governi riescono a gestire le situazioni, perché devono rispondere alle economie di certi Paesi che impongono determinate scelte, al di là dei colori dei Governi che si alternano.
Noi, però, siamo riusciti a far passare, con una certa soddisfazione, il fatto che non tutte le missioni siano identiche. Siamo presenti in 28 teatri di guerra, o meglio in 28 missioni umanitarie o di intervento, che però non sono tutte assimilabili, perché partiamo da una presenza oggi di circa 4.300 uomini in Afghanistan per arrivare alla missione che ci vede meno impegnati, in cui è presente un unico militare italiano, al valico di Rafah, sul confine tra l'Egitto e la striscia di Gaza. È indubbio che non possiamo paragonare una missione all'altra o considerarle tutte uguali.
La Lega Nord ha avanzato alcune richieste, ed è rimasta parzialmente soddisfatta. Per quanto riguarda l'analisi interna, ci troviamo in una situazione non comune, o comunque che non ha avuto precedenti. La crisi è partita qualche anno fa, e non è stata ancora superata; essa pone sotto i riflettori, e sopra la nostra testa, le grandi speculazioni internazionali. In buona sostanza, ci troviamo con risorse ridotte al lumicino. Dovremmo intervenire su mille fronti, ma non abbiamo le risorse per farlo. Allora, dobbiamo cercare almeno di tagliare i cespiti, tutte le uscite che non sono assolutamente indispensabili.
A noi è sembrato giusto muoverci in tale direzione, e quindi abbiamo limitato le spese per le missioni, almeno là dove ciò è stato possibile. Abbiamo espresso una grande critica al nostro intervento in Libia che - lo ricordiamo - è iniziato molto male. Infatti, dal punto di vista geografico, l'Italia è una sorta di trampolino che arriva nel Mediterraneo fino alle coste dell'Africa; quindi, ogni crisi di quell'area si ripercuote immediatamente sul nostro Paese. La crisi libica, o meglio quella tunisina, che poi è rimbalzata e a catena ha coinvolto metà del Nord Africa ha visto inizialmente l'Italia imbarazzata dalla confusione con cui essa è stata affrontata. Tutto - la Francia che seguiva i propri fini, la Gran Bretagna che pensava ad altre cose ed addirittura gli Stati Uniti che utilizzavano le grandi portaerei nel Mediterraneo - faceva presagire uno scenario senza alcuna regia. Ogni Nazione aveva obiettivi diversi, legittimi, reconditi, affermati o celati.
Ebbene, la Lega Nord ha preteso che il nostro Governo, prima di intervenire, avesse un minimo di garanzia, anche rispetto ai danni che vi sarebbero stati nel Mediterraneo, e in particolare in Libia (che poi abbiamo registrato anche con le forti ondate migratorie), e quindi ha preteso che vi fosse quantomeno un'egida, una regia sovranazionale. La regìa NATO sembrava quella più opportuna, e il Governo italiano ha preteso che almeno tale cornice fosse assicurata. Successivamente, assunta la catena di comando in ambito NATO, le cose si sono svolte in modo un po' più regolare.
Vorrei ricordare un aspetto, anche se dirò una banalità, perché i conti li abbiamo letti tutti. Noi spendiamo 600.000 euro al giorno nella missione libica, che apparentemente ci impegna relativamente poco; la Francia spende un milione di euro al giorno. Questa è forse la motivazione per cui la Francia, motu proprio, sta tentando una conciliazione e sta negoziando con il vecchio Governo, cioè con quell'area che fa ancora riferimento a Tripoli e a Gheddafi, per trovare un superamento e per fare in modo che la guerra finisca in fretta. Il nostro impegno è fino alla fine di settembre, lo ricordiamo: anche perché per fare le guerre - si dice - servono i soldi, e noi non abbiamo nemmeno quelli. La stessa Francia, che non aveva mai posto fino adesso un problema di limitazione di risorse, tenta di chiudere la partita nel più breve tempo possibile e, in questo modo, dà ragione a noi: prima si chiude la partita libica e meglio è per tutti.
Abbiamo avuto una grossa soddisfazione nel vedere le nostre osservazioni recepite. Il decreto di cui si sta parlando porta impegni concreti: entro il 30 settembre ci sarà una riduzione di 1.000 unità nelle varie missioni ed entro il 31 dicembre di quest'anno vi saranno ulteriori 1.070 unità di riduzione, per un totale di 2.070 unità. Oggi abbiamo circa 9.000 presenze militari italiane nelle 28 missioni; a fine anno arriveremo a meno di 7.000. Questo per noi è un risultato importante. Capiamo che non si può cancellare tutto d'un botto, ma una graduale dismissione, una graduale riduzione della nostra presenza e un recupero di energie finanziarie da spendere all'interno a noi sembrano cose importanti.
Abbiamo criticato in particolare la missione in Libano (come ho già detto, non tutte le missioni sono uguali), che vede una nostra presenza significativa, però molto poco efficace, in quanto i famosi caveat o regole di ingaggio impongono di non poter intervenire, salvo avvisare le forze e l'esercito regolare libanese qualora avvenga qualcosa di strano. Si dice che circolino convogli, che la Russia, bene o male, finanzi ancora la Siria e che la Siria fornisca ancora armi al Libano. Ma i nostri militari non possono fermare i convogli e non possono intervenire: possono soltanto segnalare alle forze armate libanesi ciò che accade.
Di fatto, è solo un presidio che limita quasi la libertà d'azione israeliana; viceversa, noi saremmo dovuti stare lì proprio per proteggere... (Il microfono si disattiva automaticamente. Viene quindi riattivato). Anche il fatto che la missione in Libano veda, entro fine anno, ridursi del 15 per cento il contingente di uomini e ridursi la spesa del 25 per cento rispetto al semestre precedente ci gratifica, perché giustifica le osservazioni e le obiezioni che abbiamo fatto fino adesso. Nei Balcani la riduzione è ancora maggiore: si va sostanzialmente nella direzione che abbiamo auspicato.
Vorrei spendere infine due parole sull'Afghanistan. L'Afghanistan è una zona grigia, un tallone d'Achille forse per tutto il mondo. Lì noi abbiamo individuato le basi del terrorismo: il reclutamento, l'organizzazione e i campi di addestramento. Lì difendiamo gli interessi italiani e lì si difendono gli interessi dell'Occidente. Anche se l'Italia apparentemente non è mai stata toccata, ricordiamo che la Spagna e la Gran Bretagna, per non parlare degli USA, hanno subito perdite importanti derivanti dal terrorismo internazionale.
Il nostro obbligo lì è di far crescere l'ossatura dello Stato e di consentire al giovane Stato afghano di organizzarsi e combattere esso stesso il terrorismo in casa propria. Per far questo, dovremo continuare ad addestrare la polizia locale, ad aiutare le popolazioni e a cercare di far passare un concetto che non è considerato normale in certi ambiti mondiali: il riconoscere l'autorità di uno Stato. Lì lo Stato è ancora giovane e la popolazione preferisce riconoscersi nelle tribù, nei capi tribù e nelle autorità locali: lo Stato è visto ancora come una cosa molto lontana. La presenza militare dell'ISAF e italiana serve anche per consentire la crescita di questo Stato, per prendersi tanto l'autorità quanto la capacità di contrastare e per permettere piano piano a noi di dismettere la nostra attività.
Vorremmo sollecitare, infine, l'approvazione di un ordine del giorno in cui chiediamo che i fondi libici congelati in Italia possano essere posti a garanzia per la miriade di imprese italiane che in Libia hanno rischiato dal punto di vista politico e commerciale. Confidiamo pertanto nella sua approvazione.
Riassumendo, c'è stata una riduzione dei costi, una riduzione degli uomini (specificamente nel Libano e in Bosnia), e un ritiro pianificato entro fine anno di poco più di 2.000 uomini. La questione della Libia speriamo proceda verso la soluzione, anche perché l'Italia, l'Europa e quasi tutti i Paesi occidentali hanno riconosciuto il Consiglio nazionale transitorio, con il quale si sta tentando di addivenire ad una pianificazione della situazione e a un ripristino della normalità in Libia.
Tutto procede nella giusta direzione. Pertanto, a chi aveva affermato che qualcuno in quest'Aula non rispetta gli obblighi internazionali o gli obblighi che il proprio Governo si è assunto, vorrei far presente che siamo estremamente responsabili, tanto verso gli obblighi internazionali quanto verso il nostro Governo. Ma ricordiamo che la crisi finanziaria che sta attraversando il nostro Paese ci obbliga anche a rivedere tante spese e missioni all'estero che molti cittadini oggi non giudicano più strategiche, e noi stessi la pensiamo così.
La riduzione di alcuni stanziamenti, diretta a ridare ossigeno al Paese, non rappresenta quindi una mancanza di rispetto verso gli obblighi, ma la dovuta attenzione nei confronti dei cittadini italiani ai quali chiediamo in questo momento grossi sacrifici e una dovuta azione di razionalizzazione, che l'Assemblea e le Commissioni affari esteri e difesa in tal senso hanno già concordato, poiché l'Assemblea ha già un testo che mi sembra abbastanza definito e concordato. (Applausi del senatore Fosson).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ramponi. Ne ha facoltà.
RAMPONI (PdL). Signor Presidente, signor Sottosegretario, cari colleghi, il decreto‑legge in conversione sostanzialmente non rappresenta una grossa novità di carattere politico, dal momento che si propone e realizza il proseguimento del finanziamento di una serie di operazioni internazionali e di interventi a favore delle popolazioni, che riproducono sostanzialmente quanto è già in atto.
Vi è qualche novità o qualche particolarità sulla quale desidero porre l'accento, per poi soffermarmi un momento sull'aspetto della cooperazione, su ciò che può rappresentare la presenza delle nostre Forze armate e le risorse che semestralmente utilizziamo nel contesto della situazione delle Nazioni che vivono momenti di emergenza e nel contesto della qualità della vita delle popolazioni che lì si trovano in difficoltà.
Come dicevo, vorrei porre l'accento su alcuni aspetti particolari, pur senza esagerare, dal momento che tutti coloro che mi hanno preceduto hanno indicato, in maniera più o meno simile, quali sono le peculiarità che caratterizzano questo decreto. La novità è sicuramente l'inserimento dell'operazione libica e il suo finanziamento. Mi piace ricordare che tale operazione è stata approvata dal Parlamento ed è stata condotta dal Governo nel suo complesso, quindi è il risultato di una nostra voluta partecipazione e risposta alle iniziative delle Nazioni Unite e della nostra partecipazione nell'ambito della NATO. Questa operazione è stata finanziata fino alla fine di settembre. Ci si augura che la situazione libica possa trovare una soluzione pacifica ma, nel caso ciò non dovesse accadere, certamente si procederà al rifinanziamento. In ogni caso, l'augurio è che termini presto: un augurio che è anche del Governo.
Vorrei inoltre ricordare e porre l'accento sulla riduzione di forze impegnate nelle missioni, che è già in atto e che segue schemi individuati dal nostro Governo e in particolare dal Ministero della difesa. L'auspicio è di realizzare entro la fine dell'anno una riduzione consistente, come ha ricordato il collega Divina, pari a circa 2.000 militari.
Vi è poi una novità a me molto gradita, che finalmente realizza ciò che due anni fa proposi nell'ambito di un ordine del giorno accolto dal Governo, ma poi regolarmente non applicato. Si proponeva, infatti, di approvare una norma in base alla quale il Governo, due mesi prima della presentazione del decreto di rifinanziamento, fosse tenuto a presentare al Parlamento (le Commissioni difesa e affari esteri del Senato) una relazione sullo stato delle operazioni internazionali, aprendo con il Parlamento una discussione volta all'individuazione di linee programmatiche, che è giusto il Parlamento dia al Governo prima che quest'ultimo metta a punto il decreto.
Vorrei ricordare la questione, che trovo interessante, della possibilità di proteggere le nostre navi vittime della pirateria, specialmente nell'Oceano indiano, attraverso due strumenti di difesa: il primo è quello concordato dalle aziende con i contractor, che dà la possibilità a civili che salgono sulle navi di reagire all'attacco dei pirati; il secondo è una protezione, assicurata da forze militari dello Stato, ma comunque pagata dagli imprenditori, che mostra la partecipazione e l'impegno del Governo alla difesa della società italiana, con riferimento alle navi che a livello internazionale sono comunque parte integrante del territorio italiano. Questa è una novità positiva.
Infine, vi è la reiterazione di una serie di norme che sostengono attività di cooperazione, ed è su questo fronte che voglio soffermare l'attenzione. Quando si parla di operazioni di pace internazionali, infatti, l'accento viene posto molto, anche giustamente, sull'attività svolta dai nostri soldati. A questo proposito, mi farebbe piacere che si smettesse di chiamarli ragazzi. Non sono affatto dei ragazzi. Quando compii 18 anni mi dissero che ero un uomo, che non ero più ragazzo e che dovevo assumermi delle responsabilità. Oggi invece si sentono chiamare ragazzi persone di 35-40 anni: ma quali ragazzi? Del resto, da quando non esiste più la leva obbligatoria, questi cosiddetti ragazzi, come si scopre quando qualcuno di essi perde la vita, sono in gran parte sposati e hanno figli. Dunque, non sono affatto ragazzi o ragazze, ma professionisti, molto coraggiosi, che danno lustro al nostro Paese e che vanno là perché vogliono farlo, e vogliono dare senso a questa partecipazione internazionale della nostra Nazione.
Per ritornare sulla questione della cooperazione, essa, sia pure con risorse che non sono mai sufficienti, è chiaro, ha però svolto in questi anni un'opera importantissima, che è giusto che i cittadini conoscano e di cui è giusto che noi teniamo conto, e che nel decreto si manifesta in una prima parte, che parla proprio di cooperazione ed è riferita alle competenze degli affari esteri, e in una seconda parte che, nell'ambito delle operazioni militari, prevede anche delle risorse per consentire di condurre, in maniera diretta e immediata da parte dei reparti, interventi nei confronti delle popolazioni. Interventi dove? Ma interventi in mille campi! Nel campo dell'agricoltura, per esempio, sono state portate avanti iniziative relative a nuovi tipi di coltura, opere di irrigazione, di bonifica, che hanno sostenuto e sviluppato, molto favorevolmente, l'agricoltura dell'Iraq, dell'Afghanistan e del Libano. Andate a vedere ciò che i nostri hanno fatto. Penso anche al campo della giustizia, dove è stato compiuto un grande sforzo per riavviare tutto il processo di preparazione dei magistrati, e delle strutture preposte, così da avere a disposizione le aule.
Lo stesso si può dire che sia avvenuto nel settore della sicurezza e della governance, che vanno di pari passo: sia i Carabinieri che la Guardia di finanza hanno svolto tutta una preparazione per interventi sia in ambito doganale che di contrasto alla criminalità.
A tutti questi si aggiungano gli interventi realizzati - non vorrei dimenticarne nessuno - nel campo della sanità, con la presenza dei nostri ospedali e anche di organizzazioni non governative (pur rimanendo nelle operazioni internazionali), con la rimessa a punto e in efficienza di ospedali fatiscenti e con l'invio di medicinali. Tutte iniziative che hanno migliorato la qualità della vita delle popolazioni presso le quali noi siamo presenti, che vanno al di là della principale - ed estremamente meritoria - opera di contrasto al terrorismo, di ristabilimento della pace, di contrasto alla criminalità e alla malavita, (perché anche questo fanno le nostre forze) e che rappresentano un aiuto generoso, importantissimo in ambito internazionale, che dà estremo prestigio ai nostri interventi.
In sostanza, quando si parla di operazioni internazionali, non bisogna limitarsi soltanto al primo, fondamentale, rischiosissimo e onerosissimo impegno nei confronti delle minacce più violente, rappresentate dal terrorismo, dai tentativi di sovvertimento e da tutti i tipi di criminalità: guardiamo anche a quest'altra componente. E siamo orgogliosi che il nostro Governo (come tanti hanno ricordato), nonostante le situazioni di difficoltà economica, riesca a tenere fede ai suoi impegni internazionali in maniera certamente adeguata al livello e al peso della nostra Nazione.
Concludo tributando un riconoscimento alla professionalità di questi nostri uomini, ma - prima di questo - desidero sottolineare che quando si calcolano le risorse disponibili per la cooperazione si deve anche considerare che non compaiono tutti i soldi che si spendono per mantenere quei soldati che là dove operano non solo fanno opera di sicurezza, ma, ad esempio, riattano strade e fanno tutte quelle cose che ho detto prima. Se non ci fossero i nostri soldati a farlo, la cooperazione, essenziale, dovrebbe spendere molto di più delle risorse che sono allocate per le sue attività, ma non come voci di spesa per il personale che fa cooperazione.
Abbiamo maturato capacità e professionalità; abbiamo dato dimostrazione di coraggio, sostenuta anche dal comportamento delle nostre famiglie; abbiamo dato prova di convergenza - devo riconoscerlo con grande piacere - al di là delle beghe e dei contrasti politici, fra la maggioranza e l'opposizione, a seconda di chi è di turno in questa funzione. Tutto ciò ha consentito, se non altro, al nostro Paese, in questo settore, di essere rispettato nel mondo e di fare in modo che tutte le popolazioni da noi sostenute nutrano sentimenti di profonda gratitudine nei confronti del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Negri).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale e, come convenuto, rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.