Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (555 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 577 del 30/06/2011


LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia - Premesso che:

l'azione a giudizio dell'interrogante scandalosa del gruppo guidato da Bisignani & C., che ha operato fuori della legalità per costituire una rete segreta di relazioni al fine di sovvertire l'ordinamento, designare manager negli enti pubblici, censurare l'informazione, ottenere favori ed indirizzare gli investimenti pubblicitari ad agenzie pubblicitarie ed a mezzi di informazione che in cambio si impegnavano a censurare o autocensurare le notizie scomode degli amici appartenenti alla ragnatela, già definito "sistema gelatinoso" dal Procuratore di Firenze Quattrocchi nell'inchiesta G8; nell'indagine denominata P4 aperta dalla Procura della Repubblica di Napoli, dai pubblici ministeri Curcio e Woodcok sotto l'encomiabile direzione del procuratore Lepore, tale sistema aveva perfino la finalità di controllare l'azione dei magistrati. In un articolo pubblicato sul quotidiano "La Repubblica" in data 17 giugno 2011, che titola: "Da Toro ad Arcibaldo Miller, 'Così Papa controllava le procure'", Francesco Viviano riferisce che, a quanto risulta dai verbali, sono molti i nomi di magistrati finiti nell'ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Napoli sull'inchiesta su Bisignani che, come si legge nel citato articolo, dice ai giudici: «Quando parlo di "giri" o "giretti"» del politico del Pdl «faccio riferimento all'ambito napoletano». Lì lui attingeva informazioni;

nell'articolo si legge «Roma, Napoli, Trani, Bari, Milano. Una rete che gli permetteva di entrare nelle procure di mezza Italia. Tra fascicoli e segreti d'ufficio. Alfonso Papa, già magistrato poi deputato Pdl, aveva amicizie importanti e, a quanto pare, loquaci. Tanto loquaci da procurargli, a suon di informazioni riservate, uno scranno in Parlamento. Un giro che partiva da Bisignani, toccava molti esponenti della maggioranza e arrivava dritto al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Tanti i nomi di magistrati finiti nell'ordinanza del gip del tribunale di Napoli. Amici di una vita, colleghi di vecchia data, militanti della sua stessa corrente, Unicost, ma anche molte toghe che non sapevano di passare informazioni al collega assetato di potere. Che era interessato alle inchieste più importanti: la P3 di Roma, la P4 di Napoli e quella sul G8. Ma, più in generale, a qualsiasi fascicolo coinvolgesse qualche politico. Spuntano così il nome del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, con cui Papa diceva di essere in buoni rapporti e dell'ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, già coinvolto nell'inchiesta sui Grandi Eventi. L'amicizia tra i due era di dominio pubblico. Maria Elena Valanzano, assistente parlamentare di Papa, il 18 febbraio scorso, mette a verbale: "Per quanto riguarda l'ambito giudiziario romano, Papa spesso mi parlava dei suoi contatti e delle sue aderenze con il procuratore Achille Toro e con il figlio, Camillo". Un legame molto stretto, tanto da cercare di dare una mano all'amico caduto in disgrazia. Il 9 marzo 2011 Bisignani chiarisce: "Era molto amico dell'allora procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e del figlio Camillo. Al riguardo più volte mi chiese di poter trovare qualche incarico per Toro". Alcune delle toghe citate sono state sentite dal pm John Henry Woodcock. Come nel caso di Arcibaldo Miller che fu "maestro" proprio di Woodcock. Il capo degli ispettori di via Arenula, citato in alcune conversazioni si è difeso: "Voglio ribadire di non aver mai chiesto a Papa di interessarsi delle vicende processuali nelle quali è comparso il mio nome". Dall'inchiesta emerge anche che l'onorevole avrebbe tentato di "contattare" il vice presidente del Csm, Michele Vietti. A raccontarlo è la sua ex assistente, Maria Roberta Darsena, una a cui Papa teneva parecchio, tanto da regalarle una Jaguar. È il 12 aprile, la donna spiega: "Dissi a Papa che ero stata a una cena con Vietti, al riguardo mi fece un sacco di domande e mi chiese con insistenza morbosa quale fosse il ristorante, che io non ricordavo, e tutti i dettagli della serata". La procura decide quindi di convocare Vietti, ritenuto una "possibile vittima dell'acquisizione di fatti privati a scopo di pressione". Le sue dichiarazioni non vengono nemmeno riportate. I contatti migliori erano, però, quelli partenopei. "Diceva che a Napoli, in ambito giudiziario, la "comandava lui"", ha spiegato Luigi Matacena ai magistrati. Rapporti consolidati, a detta dello stesso Bisignani. "Quando parlo di Papa, dei suoi "giri" o "giretti" e delle sue "fonti" dalle quali attingeva notizie riservate di matrice giudiziaria, faccio riferimento all'ambito napoletano, nel senso che mi ha sempre detto di avere amicizie e legami tra le forze di polizia e in procura a Napoli". Contatti continui, le informazioni sui procedimenti a carico dei politici sono merce di scambio. L'ex Presidente della Corte di Appello di Salerno, Umberto Marconi, coinvolto anche nell'inchiesta P3 per il falso dossieraggio nei confronti di Caldoro, ha detto al collega Woodcock: "Sono certo che Papa abbia spiegato e spieghi le proprie energie intrecciando rapporti con i carabinieri, con i servizi segreti... concentrato sempre ad agire nell'ombra. Papa ha praticamente a disposizione delle "truppe" che utilizza per perseguire i suoi scopi personali". La trama puntava dritto a palazzo Grazioli. Lo stesso Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia, il 9 dicembre racconta: "Dopo le ultime elezioni il presidente Berlusconi, in una occasione, mi chiese notizie su Papa dal momento che aveva ricevuto qualche segnalazione diretta a fargli ottenere un incarico"»;

secondo quanto riportato nell'articolo di Giovanni Bianconi pubblicato su "Il Corriere della Sera" del 29 giugno 2011, «anche il nome del capo dell'Ispettorato del ministero della Giustizia Arcibaldo Miller, magistrato già in servizio alla Procura di Napoli, nell'indagine sulla fuga di notizie che mise sull'avviso gli inquisiti nell'inchiesta partenopea chiamata P4. A farlo è stato il principale indagato, Luigi Bisignani, nel primo interrogatorio davanti ai pubblici ministeri Francesco Curcio e Henry John Woodcock, il 9 marzo scorso. Dopo aver avuto una generica informazione dal deputato Italo Bocchino, ha riferito l'uomo d'affari, avvertì Alfonso Papa, magistrato napoletano e ora onorevole del Pdl, sul quale pende una richiesta d'arresto per favoreggiamento, corruzione e altri reati: "Papa mi disse che ne avrebbe parlato con il suo amico dottor Miller, Io capii che era preoccupato, dal suo atteggiamento". Nell'interrogatorio davanti al giudice che l'ha messo agli arresti domiciliari, Bisignani ha confermato che Papa s'era fatto "un giro a Napoli" e al ritorno gli aveva indicato le persone consultate: "Quello che maggiormente tranquillizzava tutti era il dottor Miller, che era amico suo. Ha detto (Papa, ndr): 'Guarda, stai tranquillo, non c'è niente, Miller è amico del dottor Woodcock (...)'". Un testimone dell'inchiesta, l'avvocato Patrizio della Volpe, ha spiegato ai magistrati a proposito del maresciallo dei carabinieri Enrico La Monica, altro inquisito per la P4 e ora latitante in Senegal: "La Monica aggiunse che il Papa gli aveva riferito di aver chiesto a Miller di fare accertamenti in Procura a Napoli, e che lo stesso Miller lo aveva rassicurato dicendogli che non c'era nessun procedimento a suo carico (cioè del Papa)". Rassicurazione falsa, qualora sia mai avvenuta. Convocato dai suoi colleghi pubblici ministeri Curcio e Woodcock, il capo degli ispettori ministeriali Miller ha negato ogni coinvolgimento: "Escludo categoricamente di aver ricevuto dal Papa alcuna richiesta di tal genere, e cioè di assumere informazioni relative alla sua posizione processuale; in proposito posso solo dire che ultimamente il Papa mi disse che era preoccupato perché temeva che il dott. Woodcock ce l'avesse con lui e che non parlasse bene di lui, temendo dunque una qualche iniziativa strumentale… Ribadisco che il Papa non mi fece alcuna richiesta, consapevole, credo, dell'assurdità della stessa". Comunque siano andate le cose, è certo che la Procura di Napoli - proprio con il pm Woodcock - stava indagando su Papa e Bisignani. E che alla fine di ottobre 2010, avvisati da qualche "talpa", gli indagati sono venuti a saperlo e hanno smesso di usare i telefoni intercettati. Un'altra fonte di Papa, sempre secondo Bisignani, era il comandante interregionale della Guardia di Finanza Vito Bardi, come ha specificato nell'interrogatorio del 9 marzo: "Mi disse che avrebbe parlato con un certo generale Bardi della Finanza; dopo qualche giorno tornò da me e mi disse che effettivamente aveva appurato a Napoli che la notizia dell'indagine era vera". E il 20 giugno, davanti al giudice, ha ribadito: "Il generale Bardi è un nome che ho fatto e neanche mi ricordavo, ho detto che (Papa, ndr) parlava di un certo Bardi". Sulla base delle dichiarazioni di Bisignani, il generale Bardi è stato indagato per rivelazione di segreto d'ufficio. Ma quando è stato convocato dai pubblici ministeri ha rivendicato la correttezza del suo comportamento. Ha negato di aver mai ricevuto richieste di notizie da Papa su indagini nei suoi confronti; incontrava il magistrato-deputato in occasione di ricevimenti o appuntamenti pubblici, ma non ci furono incontri mirati a conoscere i dettagli di qualche inchiesta. Né lui gli ha fatto alcuna confidenza. Per questo, subito dopo l'interrogatorio, il generale ha presentato una denuncia per calunnia contro Bisignani e chiunque l'avesse indotto a rendere quella testimonianza. È vero invece che Bardi parlò del procedimento su Papa e Bisignani, per il quale la Guardia di Finanza aveva ricevuto dai pubblici ministeri le deleghe a svolgere accertamenti, al comandante generale delle Fiamme Gialle. Periodicamente - ha spiegato l'alto ufficiale ai pm - lui si reca a Roma, nella sede del comando generale, per aggiornare i suoi superiori sulle attività principali e di maggior rilievo, secondo una prassi nota e consolidata. E nel mese di ottobre 2010, ha ammesso Bardi, informò il comandante generale Nino Di Paolo dell'inchiesta coordinata dai magistrati Curcio e Woodcock. Nell'occasione era presente anche il capo di stato maggiore, generale Michele Adinolfi. Quest'ultimo è un particolare importante, perché il deputato del Pdl Marco Milanese - ex finanziere, consigliere politico del ministro Tremonti fino alle recenti dimissioni- ha riferito che fu proprio Adinolfi, nel corso di una cena a Roma, a suggerire di avvertire Bisignani dell'indagine a suo carico. Nell'interrogatorio e poi in un confronto con Milanese, Adinolfi ha negato la circostanza e respinto l'accusa che gli è valsa un avviso di garanzia. Il suo avvocato Enzo Musco è pronto a presentare un'istanza per spostare l'indagine sulla fuga di notizie, per competenza territoriale, da Napoli a Roma»;

considerato che:

un articolo pubblicato venerdì 28 settembre 2007 su "La Voce della Campania", il mensile di Rita Pennarola ed Andrea Cinquegrani, dal titolo: "Chi è Arcibaldo Miller - Gli affari di Cirino Pomicino", fa un ritratto non proprio lusinghiero del capo degli ispettori ministeriali: «Da pm alle procure di Santa Maria Capua Vetere e poi Napoli, alla poltronissima di super 007 del ministero di Grazie e Giustizia, voluto da Castelli e riconfermato da Mastella, ovvero trasversale al punto giusto. Nel suo pedigree, inchieste bollenti come quella sulla ricostruzione post terremoto finita nella classica bolla di sapone. Ma vediamo come andò veramente. Chi è davvero il capo degli ispettori ministeriali Arcibaldo Miller, nominato dal leghista Roberto Castelli e riconfermato dal guardasigilli Clemente Mastella? Una carriera, la sua, che si sviluppa soprattutto all'ombra del Vesuvio, visto che per i bollenti anni '90 è uno dei pm di punta della procura partenopea. A lui l'ex procuratore capo Agostino Cordova affida la leadership - "in quanto giudice anziano", precisa l'ex mastino di Palmi - dello strategico pool anticorruzione, composto da altre tre toghe (Antonio D'Amato, Alfonso D'Avino e Nunzio Fragliasso) e incaricato delle inchieste più scottanti, dal post terremoto alla massoneria a sanitopoli. Quando nel '98 scoppia la polemica tra i vertici della procura e gli avvocati partenopei (fiancheggiati da Magistratura democratica) in realtà i bersagli sono due: Cordova e Miller, cui vengono dedicate una ventina di pagine al vetriolo del dossier redatto dalla Camera penale di Napoli. Nel mirino due procedimenti disciplinari a carico della toga di origini scozzesi. Fra i rilievi mossi ci sono "le frequentazioni con la famiglia camorristica degli imprenditori Sorrentino, famiglia che è risultata aver condizionato fortemente gli appalti e le assegnazioni di lavori pubblici in Campania"; frequentazioni - è precisato - insieme al dottor Armando Cono Lancuba, e "ammesse dallo stesso dottor Lancuba negli anni 1985-1987". "Entrambi i procedimenti subiti dal dottor Miller - viene aggiunto nel documento - si sono conclusi con l'archiviazione, ma residuano, nelle due vicende, fondate ragioni di censura sul comportamento del magistrato, per l'estrema disinvoltura manifestata nelle sue relazioni personali". Nel dossier, fra l'altro, viene ricordato che "il procedimento per il reato previsto dall'articolo 416 bis del codice penale, che ha visto nel '94 l'arresto di alcuni magistrati napoletani per collusioni con la camorra, ha riguardato anche il dottor Miller e, tra gli altri, un esponente della famiglia Sorrentino". Un procedimento, ovviamente, archiviato. Non rilevante sotto il profilo penale, la motivazione di rito. Ma sotto quello morale e deontologico? Boh. Scrivevano ancora i penalisti nell'infuocato dossier: "Non può che lasciare stupefatti che si sia venuti a una situazione in cui un magistrato della procura di Napoli, che ha fatto parte delle commissioni di collaudo per la ricostruzione post terremoto, si occupa della maxi indagine su tale ricostruzione. Ancor più preoccupante è apprendere che alla ricostruzione in Campania hanno certamente partecipato le imprese della famiglia Sorrentino - come risulta pacifico dagli atti provenienti dalla stessa procura di Napoli - che all'epoca aveva stretti rapporti con uno dei magistrati che oggi conduce l'indagine". Fanno comunque presente, gli estensori del j'accuse, che "il dottor Miller ebbe comunque a chiedere al dottor Cordova di potersi astenere dal proseguire le indagini riguardanti alcuni procedimenti ed in particolare 'la Sanità'", la "Ricostruzione post terremoto" e «il Centro direzionale». È proprio il maxi processo post sisma il clou della carriera professionale di Miller. Che con i tre colleghi raccoglie, in numerosi anni d'indagine, una montagna di carte, attraverso le quali si dimostra in maniera inequivocabile come la classe politica locale riesce a drenare uno smisurato fiume di miliardi a proprio uso e consumo, creando un perfetto sistema a base di "imprese di partito", scatole spesso e volentieri vuote ma opportunamente riempite di appalti pubblici milionari. È l'applicazione, in salsa partenopea, dell'azzeccato teorema-Di Pietro sulle "acchiappa-appalti", sigle e società al servizio dei potenti di turno che hanno tutto il tempo - e i fondi - per tuffarsi sul proscenio nazionale, con un Paolo Cirino Pomicino prima alla Funzione pubblica e poi al Bilancio, un Francesco De Lorenzo alla Sanità, il tandem Antonio Gava-Enzo Scotti agli Interni, Carmelo Conte alle Aree Urbane e "compagnia bella" continuando (secondo il colorito intercalare del patron di Icla, la regina degli appalti, Massimo Buonanno, davanti ai membri della commissione Scalfaro per indagare sugli sperperi post terremoto). Peccato che le mirate piste investigative sbaglino clamorosamente - strada facendo - gli obiettivi. Cadono come foglie al vento le accuse di concussione-corruzione, comunque tipiche di Tangentopoli. Ha facile gioco 'o ministro Pomicino nel descrivere i più che amichevoli rapporti coi costruttori-amici napoletani. Poteva mai minacciarli se poi - come rivela con dovizia di dettagli - andava quotidianamente a pranzo con loro o era il "padrino" per il battesimo di loro figlio? "È proprio dai racconti di Pomicino - osserva un magistrato - che balza in tutta evidenza un altro tipo di rapporto con i mattonari: erano tutti impegnati in un solo scopo, fare affari, raccogliere fiumi di soldi per le proprie tasche e le correnti di riferimento. Insomma, un'associazione". A delinquere, come recita il classico articolo 416. Con l'aggiunta di un piccolo particolare, il bis. Sì, perché al banchetto arcimiliardario del dopo terremoto (64 mila miliardi di vecchie, vecchissime lire anni '80) ha preso parte un terzo convitato di pietra (ma soprattutto di pietrisco, cave, cemento, calcestruzzo e subappalti a raffica, un 25 per cento abbondante di tutto la torta), la camorra, che con l'occasione ha trovato il propellente necessario per spiccare il grande salto e diventare vera e propria holding. Eppure il maxi pool capitanato da Miller non se ne accorge. Neanche una pagina, una sola, fra gli sterminati faldoni dell'inchiesta, fa riferimento a un nome, un'impresa di camorra. Miracoli di San Gennaro, che hanno soprattutto il pregio di ridurre drasticamente i termini per la prescrizione, da 15 - in caso di 416 bis - a 7 e mezzo per la rituale concussione-corruzione (che nemmeno c'è). "Al dibattimento è arrivato un cadavere", fu il commento di un cancelliere quando partì il processo di primo grado, destinato a morire inesorabilmente di "prescrizione". E a vedere tutti gli imputati felici, contenti e premiati: Paolo Cirino Pomicino e mister centomila Alfredo Vito con la poltrona di membri della commissione Antimafia (…). E pensare che Pomicino, nel '90, fu beccato con le mani nel sacco: un'inchiesta della Voce - titolo "Una bugia grossa come una casa" - documentò per filo e per segno il passaggio di proprietà di un lussuoso immobile nella zona chic di Napoli, a Posillipo, da una società dei Sorrentino ad una dei Pomicino. "Mia moglie ha trovato l'annuncio sul Mattino", ribatté 'o ministro, il quale però conosceva - e da anni - i fratelli Sorrentino, con uno dei quali (poi ucciso in un regolamento dei conti) intratteneva "amichevoli" rapporti, addirittura su carta ministeriale. Dopo alcune burrasche giudiziarie, i Sorrentino hanno trasferito il loro quartier generale a Lucca e generato una galassia societaria: fra i primattori Augusto Dresda, manager di spicco dell'Icla. Arieccoci (…). Alle ultime amministrative partenopee, il nome di Miller è rimbalzato più volte come possibile candidato alla poltrona di sindaco in quota Casa delle Libertà, da contrapporre a Rosa Russo Iervolino. "Un uomo d'ordine per ripulire la città", era il leit motiv che correva fra le truppe del cavaliere. "Già la città è un bordello...", controbattevano altri, ricordando la storia della casa di appuntamenti di via Palizzi nella quale il nome di Miller venne tirato in ballo insieme a quello di altri magistrati: la storia non ha avuto alcun seguito penale, ma di quella casa si è a lungo parlato in occasione dell'omicidio Siani (la pista Rubolino - il cui nome dopo la morte è tornato alla ribalta per alcune piste vaticane indagate dalla procura di Potenza - poi finita nella classica bolla di sapone). La candidatura di Miller alla fine saltò: al suo posto, comunque, un altro uomo d'ordine, l'ex questore di Napoli Franco Malvano. La figlia di Miller, Cristina, ha sposato Pietro Scaramella, fratello di Mario Scaramella, la "spia" in salsa partenopea coinvolta nel caso Livtinenko e braccio destro di Paolo Guzzanti nella Mitrokhin. Sotto il profilo professionale, Cristina segue le orme paterne. A dicembre 2006 ha preso parte al concorso per commissario di polizia con una tesi dal titolo "L'infiltrazione della criminalità organizzata nel ciclo dei rifiuti: il caso Campania. Tecniche di investigazioni e strumenti di contrasto". A quando una tesina su "007 o pataccari: la Scaramella story"?»,

si chiede di sapere:

se risulti che nel 1998, quando scoppia la polemica tra i vertici della procura e gli avvocati partenopei in un dossier della camera penale di Napoli vi erano pesantissimi rilievi su alcuni procedimenti disciplinari a carico di Miller tra i quali le frequentazioni con la famiglia camorristica degli imprenditori Sorrentino, famiglia che è risultata aver condizionato fortemente gli appalti e le assegnazioni di lavori pubblici in Campania; frequentazioni insieme al dottor Armando Cono Lancuba, e "ammesse dallo stesso dottor Lancuba negli anni 1985-1987", con i procedimenti subiti dal dottor Miller conclusi con l'archiviazione;

se risulti che nelle due vicende, si trovavano fondate ragioni di censura sul comportamento del magistrato, per l'estrema disinvoltura manifestata nelle sue relazioni personali presenti nel dossier, dove viene ricordato, a quanto risulta dall'articolo citato, che «il procedimento per il reato previsto dall'articolo 416 bis del codice penale, che ha visto nel '94 l'arresto di alcuni magistrati napoletani per collusioni con la camorra, ha riguardato anche il dottor Miller e, tra gli altri, un esponente della famiglia Sorrentino. Un procedimento, ovviamente, archiviato»;

se risulti che nella rete, che gli permetteva di entrare nelle procure di mezza Italia, Alfonso Papa vantasse amicizie importanti, a partire da Bisignani che arrivava dritto al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che vi possa essere in futuro una fuga di notizie delle indagini più delicate, analoghe alla P3 di Roma, alla P4 di Napoli e a quella sul G8, che ha visto coinvolti il nome del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, dell'ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, già coinvolto nell'inchiesta sui "Grandi Eventi", per cui si è dovuto dimettere dalla magistratura.

(4-05516)