Allegato B
Testo integrale dell'intervento della senatrice Incostante nella discussione delle mozioni 1-00286 (testo 2), 1-00415, 1-00444 e 1-00448
Signor Presidente, onorevoli colleghi, quello che doveva essere il "tema" dei trasporti, oggi per il Paese è diventato il "problema" dei trasporti.
Una Nazione che vuole competere a livello mondiale deve poter contare su un moderno ed efficiente sistema della mobilità delle merci e delle persone.
Oggi, Signor Ministro, il "sistema trasporti" in Italia è al collasso; è venuto meno agli obiettivi principali stabiliti dal Regolamento comunitario (CE 23 ottobre 2007 n. 1370/2007), il quale sancisce che ogni Stato membro deve " (...) garantire servizi di trasporto passeggeri sicuri, efficaci e di qualità grazie ad una concorrenza regolamentata che assicuri anche la trasparenza e l'efficienza di trasporto pubblico passeggeri, tenendo conto, in particolare, dei fattori sociali, ambientali e dì sviluppo regionale (...)" .
La strategia di perpetrare continui tagli al sistema trasporti è la dimostrazione che questo Governo non solo non ha la volontà di migliorare la vita di chi ogni giorno si serve del trasporto pubblico, ma non comprende la potenzialità strategica in chiave di modernizzazione del Paese e di aumento della ricchezza.
Eppure, nonostante in Italia abbiamo problemi di inquinamento, di congestione da traffico, il trasporto pubblico su rotaia dei pendolari è il più penalizzato: pochissime risorse, ostacoli incredibili, promesse mancate.
La prova è data dal fatto che da molto tempo i comitati dei pendolari denunciano il protrarsi del grave stato di degrado del servizio ferroviario, evidenziando come i treni viaggino normalmente con ritardi generalizzati dell'ordine di 15-20 minuti, con un numero di carrozze inferiore a quello previsto e, tra quelle viaggianti, spesso si verifichino guasti agli impianti di riscaldamento e illuminazione, a cui si aggiungono la mancanza di sicurezza, dovuta alla poca manutenzione dei convogli, e i treni che vengono addirittura soppressi all'ultimo minuto. Inoltre, altre criticità riguardano le pulizie, il confort e il vecchiume dei materiali connessi alla manutenzione.
A dimostrazione che il quadro generale dei trasporti è fuori controllo da parte del Governo lo rivela una dichiarazione dell'amministratore delegato di Ferrovie dello Stato SpA che, appellandosi alla predominante logica del libero mercato e del business, ha dichiarato che Trenitalia non potrà più far viaggiare 154 treni, a media-lunga percorrenza, considerati in perdita, per problemi di bilanci e di opportunità, senza considerare la ricaduta negativa su interi territori per i quali la mobilità rappresenta fattore di sviluppo e crescita economica e sociale.
A tal proposito bisognerebbe fare chiarezza, Signor Ministro, in merito alle caratteristiche del servizio universale del trasporto ferroviario e all'affidamento dei conseguenti oneri di servizio, perché così come segnalato dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato «coesistono un gruppo di servizi non regolati né esplicitamente sussidiati e un gruppo di servizi inseriti in un contratto di servizio pubblico con lo Stato, pur non essendo disponibili informazioni in merito all'ampiezza dei servizi MLP (media-lunga percorrenza) sussidiati e alle obbligazioni che gravano su ente regolatore e impresa regolata in termini di quantità e qualità del servizio».
La non certezza della definizione dell'ambito del servizio universale sussidiato dallo Stato genera rilevanti implicazioni e problemi, arrivando a pregiudicare l'equilibrio economico di un contratto pubblico. È necessario, quindi, esplicitare la definizione degli obblighi di servizio pubblico affinché non venga compromesso l'incentivo a garantire e migliorare la qualità del servizio universale, con la conseguente richiesta di maggiori sussidi da parte dello Stato. Sarebbe, comunque, opportuno che il Governo intervenisse su Trenitalia affinché delinei la propria strategia aziendale in coerenza con gli obblighi sottoscritti, con l'interesse nazionale e nel rispetto dei principi comunitari di liberalizzazione e concorrenza.
Altro tema che questo Governo sembra trascurare, espresso anche nella mozione di cui è primo firmatario il senatore Musso, è il trasporto delle merci, e in particolare su ferro; incentivare strategie volte al trasferimento del trasporto merci da gomma a ferro porterebbe enormi benefici economici, sociali ed ambientali su diversi piani: riduzione della congestione (che, nel settore stradale, determina costi esterni pari all'1 per cento del PIL); risparmi energetici, per il minore consumo di combustibile per autotrazione (il settore dei trasporti dipende per il 98 per cento dal petrolio); riduzione dell'incidentalità stradale (che in Europa costa ogni anno qualcosa come il 2 per cento del PIL); riduzione dell'inquinamento atmosferico, grazie alle minori emissioni di CO2 (l'84 per cento delle emissioni nel settore dei trasporti è generato dal trasporto stradale).
Eppure ancora oggi l'attuale sistema di agevolazioni fiscali in Italia presenta un evidente squilibrio a favore del trasporto merci su gomma, a discapito di quello su rotaia, a differenza di quanto avviene negli altri Paesi europei.
Signor Ministro, vorrei sottolineare che attraverso il rilancio della mobilità passa anche l'unità complessiva del Paese. È quindi prioritario ridurre il gap infrastrutturale tra Nord, Centro e Sud. Si potrà raggiungere il completo rilancio dell'economia nazionale solo quando anche il Mezzogiorno sarà messo nelle condizioni di avere un adeguato e moderno sistema della mobilità, soprattutto ferroviaria, la cui inadeguatezza è un fattore importante di diversificazione dello sviluppo.
Per concludere, alla luce delle criticità sue poste unitamente a quelle riportate nella mozione n. 415, illustrata dal senatore Filippi, bisogna fare chiarezza e ottenere immediatamente l'indagine conoscitiva già disposta sul trasporto ferroviario di passeggeri e merci sulla media e lunga percorrenza, sulla universalità del servizio e sui pendolari, e che sia volta, tra l'altro, a determinare la possibilità di assicurare l'equilibrio tra costi e ricavi dei servizi, nonché le azioni di miglioramento dell'efficienza. Inoltre, il Governo deve compiere un atto di responsabilità, e cioè invertire la rotta nella gestione del sistema trasporti adottando provvedimenti coraggiosi, utili per lo sviluppo sociale ed economico del Paese.
Congedi e missioni
Sono in congedo i senatori: Alberti Casellati, Amoruso, Asciutti, Augello, Bonino, Boscetto, Bricolo, Burgaretta Aparo, Butti, Caliendo, Casoli, Castelli, Chiti, Ciampi, Davico, Dell'Utri, Gentile, Ghigo, Giovanardi, Mantica, Mantovani, Mugnai, Palma, Pera, Piccioni, Pisanu, Scarpa Bonazza Buora, Sciascia, Torri, Viceconte e Villari.
Commissioni permanenti, trasmissione di documenti
In data 29 giugno 2011 é stata trasmessa alla Presidenza una risoluzione dalla 14a Commissione permanente (Politiche dell'Unione europea), approvata nella seduta del 22 giugno 2011 - ai sensi dell'articolo 144, commi 1, 5 e 6, del Regolamento - sulla proposta di direttiva del Consiglio recante modifica della direttiva 2003/96/CE che ristruttura il quadro comunitario per la tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità (COM (2011) 169 definitivo) (Doc. XVIII-bis, n. 42).
Ai sensi dell'articolo 144, comma 2, del Regolamento, i predetti documenti sono stati trasmessi al Presidente del Consiglio dei ministri e al Presidente della Camera dei deputati.
Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, variazioni nella composizione
Il Presidente del Senato, in data 28 giugno 2011, ha nominato componente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica il senatore Felice Belisario, in sostituzione del senatore Pasquale Viespoli, dimissionario.
Disegni di legge, annunzio di presentazione
Senatori D'Alia Gianpiero, Serra Achille
Disposizioni di ordinamento giudiziario in materia di incompatibilità dei magistrati all'assunzione di cariche pubbliche elettive e di incarichi di Governo (2802)
(presentato in data 30/6/2011).
Disegni di legge, approvazione da parte di Commissioni permanenti
Nelle sedute del 29 giugno 2011, le Commissioni permanenti hanno approvato i seguenti disegni di legge:
8a Commissione permanente (Lavori pubblici, comunicazioni):
Deputato Zeller ed altri. - "Disposizioni in favore dei familiari delle vittime e in favore dei superstiti del disastro ferroviario della Val Venosta/Vinschgau" (2697) (Approvato dalla Camera dei deputati) e senatori Pinzger e Thaler Ausserhofer. - "Disposizioni in favore delle famiglie delle vittime del disastro ferroviario della Val Venosta" (2201);
13a Commissione permanente (Territorio, ambiente, beni ambientali):
Deputato Pepe ed altri. - "Modifica della denominazione del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano" (2748) (Approvato dalla Camera dei deputati).
Governo, trasmissione di documenti
Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con lettera in data 28 giugno 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 1, comma 6, lettera c), della legge 31 luglio 1997, n. 249, la relazione sull'attività svolta e sui programmi di lavoro dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni relativa all'anno 2010.
Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 8a Commissione permanente (Doc. CLVII, n. 2).
Corte dei conti, trasmissione di relazioni sul rendiconto generale dello Stato
Il Presidente della Corte dei conti, con lettera in data 28 giugno 2011, ha inviato la decisione e relazione della Corte dei conti sul Rendiconto generale dello Stato per l'esercizio finanziario 2010 - deliberata dalle Sezioni riunite della Corte stessa ai sensi degli articoli 40 e 41 del regio decreto 12 luglio 1934, n. 1214 - corredata dalle parti I e II dell'annessa relazione, nonché dal testo delle considerazioni svolte in sede di giudizio di parificazione.
Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 5a Commissione permanente (Doc. XIV, n. 4).
Commissione europea, trasmissione di progetti di atti normativi per il parere motivato ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità
La Commissione europea, in data 29 giugno 2011, ha inviato, per l'acquisizione del parere motivato previsto dal protocollo n. 2 del Trattato sull'Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativo all'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo agli alimenti destinati ai lattanti e ai bambini e agli alimenti destinati a fini medici speciali (COM (2011) 353 definitivo).
Ai sensi dell'articolo 144 del Regolamento, il predetto atto è deferito alla 12ª Commissione permanente che, ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, esprimerà il parere motivato entro il termine dell'11 agosto 2011.
Le Commissioni 3ª e 14ª potranno formulare osservazioni e proposte alla 12ª Commissione entro il 4 agosto 2011.
Assemblea parlamentare dell'Unione dell'Europa Occidentale (UEO), dimissioni del Presidente della delegazione parlamentare italiana e cessazione della delegazione
Con lettera in data 15 giugno 2011, l'onorevole Gianpaolo Dozzo ha rassegnato, a far data da oggi, le dimissioni dalla carica di Presidente della Delegazione italiana presso l'Assemblea parlamentare dell'Unione dell'Europa occidentale (UEO).
Inoltre, a seguito delle decisioni adottate dal Consiglio permanente della UEO, con la data di oggi viene meno l'operatività del Trattato istitutivo della stessa UEO, la quale conseguentemente cessa, insieme con la sua Assemblea parlamentare.
Deve pertanto intendersi cessata, con la data di oggi, la Delegazione italiana, i cui componenti restano comunque membri dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa.
Interrogazioni, apposizione di nuove firme
I senatori Messina, Saltamartini e Sciascia hanno aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-02252 dei senatori Lauro ed altri.
Il senatore Saia ha aggiunto la propria firma all'interrogazione 4-05492 del senatore Cardiello.
Risposte scritte ad interrogazioni
(Pervenute dal 23 al 29 giugno 2011)
MAZZATORTA ed altri: sulla gestione del Fondo integrativo di assistenza sociale costituito nell'ambito dell'Azienda milanese servizi ambientali (4-03803) (risp. GIORGETTI, sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze)
PEDICA: sull'assunzione presso società controllate dal Comune di Roma di ex dipendenti di un'azienda partecipata dal medesimo Comune, poi fallita (4-04712) (risp. BRUNETTA, ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione)
Interrogazioni
TOMASELLI - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
nei giorni scorsi su disposizione del Compartimento di Bari dell'ANAS i gestori delle aree di servizio e di distribuzione carburanti lungo le S.S. 16 Adriatica e 379 nei tratti tra Bari e Brindisi sono stati invitati a chiudere i varchi che rendevano possibile l'accesso alle stesse aree di servizio dalle strade complanari parallele alle richiamate strade statali;
tale disposizione, prontamente messa in atto dai gestori, dalle prime notizie assunte sembra trarre origine dal formale rispetto di vigenti normative e dei requisiti inerenti all'autorizzazione all'apertura e alla conduzione delle stesse aree di servizio in vista dell'avvio dei procedimenti di rinnovo delle stesse autorizzazioni;
considerato che:
la presenza di tali varchi rappresenta da anni la possibilità di accesso alle aree di servizio per una grande quantità di residenti abituali nelle frazioni marine dei numerosi comuni ricadenti lungo le strade statali citate;
a tali residenti abituali si aggiungono le molte migliaia di turisti che sempre più numerosi si recano nel corso dell'anno presso i villaggi, gli alberghi, le frazioni e che utilizzano i servizi delle aree in questione mediante le complanari decongestionando, in tal modo, il traffico lungo le strade statali, notoriamente molto intenso;
a tali utenti si aggiungono, specie nel periodo estivo, i moltissimi giovani e giovanissimi che utilizzano scooter con cilindrata inferiore ai 125 centimetri cubi lungo le marine, ricorrendo frequentemente alle complanari per spostarsi da un lido all'altro e che utilizzano le suddette aree di servizio per fare rifornimento e che, in presenza della chiusura di detti varchi, potrebbero essere indotti, per quanto vietato ai ciclomotori citati, ad immettersi sulle strade statali per raggiungere tali aree, con evidenti rischi per se stessi e per il traffico ordinario;
la chiusura di tali varchi sta procurando gravissimi disagi agli utenti, con un aumento del traffico di origine locale lungo le strade statali classificate come superstrade e di grande frequenza sia di traffico leggero che di traffico pesante,
si chiede di conoscere:
come il Ministro in indirizzo intenda, alla luce delle considerazioni richiamate e ricorrendo anche a specifiche direttive all'ANAS, sanare tali contraddizioni e regolamentare la presenza di tali varchi tra le aree di servizio che insistono su strade statali e le relative complanari;
se non ritenga, per quanto di competenza, di sollecitare l'ANAS affinché si possa consentire, nelle more di una regolamentazione compiuta che tenga conto delle situazioni enunciate, l'apertura dei varchi almeno per tutta la durata della stagione estiva, considerato l'altissimo numero di cittadini che verrebbero danneggiati dalla chiusura degli stessi.
(3-02280)
STRADIOTTO, DELLA SETA - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
le cartucce di toner per stampanti laser, a getto d'inchiostro e le cartucce di nastri per stampanti ad aghi sono i contenitori che agevolano il trasporto e l'utilizzazione dell'inchiostro necessario al funzionamento di stampanti, fotocopiatori e altre apparecchiature informatiche;
i consumabili per stampa, come sopra descritti, rientrano tra i materiali indicati nell'Allegato 1, paragrafo 13.20 (gruppo cartuccia toner per stampante laser; contenitori toner per fotocopiatrici, cartucce per stampanti fax e calcolatrici a getto d'inchiostro, cartucce nastro per stampanti ad aghi) del decreto ministeriale 5 febbraio 1998 che individua i rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero ai sensi degli articoli 31 e 33 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (cosiddetto decreto Ronchi);
nella sua formulazione originaria, cioè prima delle modifiche introdotte dal regolamento di cui al decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio 5 aprile 2006, n. 186, il decreto ministeriale 5 febbraio 1998 individuava i rifiuti di toner e le cartucce esauste come imballaggi, classificandoli rispettivamente con i CER (codici europei dei rifiuti) 15.01.02 (imballaggi in plastica), 15.01.04 (imballaggi metallici), 15.01.06 (imballaggi in materiali misti);
da un punto di vista giuridico, mentre la cartuccia esausta proveniente da nuclei domestici è definita rifiuto urbano (art. 184, comma 2, del decreto legislativo n. 152 del 2006, già art. 7, comma 2, del decreto legislativo n. 22 del 1997), lo stesso rifiuto prodotto da un'attività economica si qualifica come "speciale" (art. 184, comma 3, del decreto legislativo n. 152 del 2006, già art. 7, comma 3, del decreto legislativo n. 22 del 1997);
tuttavia, in forza dell'analogia con i rifiuti da imballaggio come sopra evidenziata, i rifiuti costituiti da cartucce toner esauste, cartucce per stampanti, fax e calcolatrici a getto di inchiostro e nastri per stampanti provenienti da un'attività economica potevano essere considerati rifiuti speciali assimilabili agli urbani, in quanto rientranti nella tipologia - imballaggi in genere - prevista dalla delibera del comitato interministeriale 27 luglio 1984, recante "Disposizioni per la prima applicazione dell'art. 4 del decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1982, n. 915, concernente lo smaltimento dei rifiuti";
la fattispecie dei rifiuti speciali assimilabili agli urbani ricomprende i rifiuti derivanti da attività agricole, artigianali, commerciali e di servizi, nonché da ospedali, che i Comuni hanno facoltà di assimilare con apposito regolamento, ai fini dell'ordinario conferimento dei rifiuti medesimi al servizio pubblico e della connessa applicazione delle disposizioni inerenti ai rifiuti urbani. Nello specifico, la fattispecie dei rifiuti assimilati agli urbani è assoggettata al regime giuridico e alle modalità di gestione dei rifiuti urbani, non riveste carattere di pericolo e va smaltita favorendone il recupero attraverso il conferimento al servizio pubblico di raccolta. Da ciò deriva una notevole semplificazione negli adempimenti amministrativi per le utenze interessate (esenzione dall'obbligo di registrazione ed emissione del formulario);
nell'ambito del quadro normativo come sopra delineato, numerose cooperative sociali che operano in tutto il territorio italiano, munite dei titoli abilitativi per effettuare il trasporto e /o il recupero del rifiuto in oggetto, hanno stipulato con le municipalizzate e/o Comuni interessati convenzioni per l'affidamento del servizio pubblico di raccolta di cartucce toner per stampante laser, contenitori toner per fotocopiatrici, cartucce per stampanti, fax e calcolatrici a getto d'inchiostro, cartucce nastro per stampanti ad aghi classificate con i codici di cui al paragrafo 13.20 del decreto ministeriale 5 febbraio 1998. Il servizio così concepito ha riscosso notevole interesse da parte delle utenze non domestiche. La cooperativa sociale Il Grillo, ad esempio, che opera nelle province di Venezia, Padova e Treviso, effettua il servizio presso oltre 8.500 clienti. Tale servizio, ad ogni effetto servizio pubblico essenziale (art. 1 della legge n. 146 del 1990), nonché attività di pubblico interesse, in quanto avente ad oggetto rifiuti assimilati agli urbani, veniva svolto dalle cooperative come micro raccolta nell'ambito del territorio di competenza, in esenzione dal formulario ai sensi dell'art. 15 del decreto legislativo n. 22 del 1997 (oggi art. 193 del decreto legislativo n. 152 del 2006). Infatti, la norma prevedeva (e prevede) che il trasporto di rifiuti urbani è esente dall'obbligo di compilazione del formulario se effettuato dal soggetto che gestisce il servizio pubblico. Esenzione che evidentemente trovava estensione anche alle cooperative affidatarie del servizio in parola, in quanto longa manus del gestore del servizio pubblico di raccolta;
è importante evidenziare che con l'entrata in vigore del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante "Norme in materia ambientale" e dei successivi decreti attuativi, sono state abrogate buona parte delle disposizioni legislative previgenti in materia ambientale (prima fra tutte il cosiddetto decreto Ronchi) e si è provveduto alla sostituzione di molti degli atti normativi secondari che su di essi si fondavano. Nello specifico, con il citato regolamento di cui al decreto ministeriale 5 aprile 2006, n. 186, sono state apportate significative modifiche ed integrazioni al testo del decreto ministeriale 5 febbraio 1998 sul recupero agevolato dei rifiuti non pericolosi;
in particolare, la principale modifica per la questione in esame riguarda la sostituzione dei codici riferiti ai rifiuti da imballaggio (CER 15.01.02, 15.01.04 e 15.01.06) con i codici 08.03.18 (toner per stampa esauriti, diversi da quelli di cui alla voce 08.03.17) e 16.02.16 (componenti rimossi da apparecchiature fuori uso, diversi da quelli di cui alla voce 16.02.15);
la questione è di rilevante importanza per le cooperative che finora hanno svolto il servizio di raccolta di tale tipologia di rifiuto secondo le modalità sopra indicate, nel territorio dei Comuni serviti da aziende a partecipazione di capitale pubblico e per conto di queste ultime. Ma la questione presenta non pochi aggravi anche per le utenze servite;
ciò per il seguente ordine di motivi: 1) i rifiuti in oggetto, classificati con CER 16.02.16 e 08.03.18, non sembrano più essere assimilabili agli urbani. In quanto rifiuti speciali tout court, il trasporto dovrebbe essere accompagnato dal formulario di identificazione dei rifiuti: ciò significa un formulario per ogni ritiro (mediamente si ritirano circa 10 chilogrammi a utenza). Mentre i rifiuti in oggetto sono assoggettati al regime giuridico dei rifiuti speciali, con gli adempimenti amministrativi che ne conseguono in capo alle utenze (compilazione del registro di carico scarico, MUD, tenuta formulari);
a creare ulteriore confusione in una situazione già nebulosa è intervenuto il decreto del Ministro dell'ambiente 22 ottobre 2008, recante "Semplificazione degli adempimenti amministrativi di cui all'articolo 195, comma 2, del decreto legislativo n. 152 del 2006, in materia di raccolta e trasporto di specifiche tipologie di rifiuti" pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 265 del 12 novembre 2008;
il provvedimento introduce un semplificazione più formale che reale. In primo luogo, classifica il rifiuto con il solo CER 08.03.18, tralasciando il CER 16.02.16 di cui al paragrafo 13.20 del decreto ministeriale 5 febbraio 1998. Viene prevista la sostituzione del formulario con il documento di trasporto, ma a condizione che: 1) la consegna dei beni dai quali si originano i rifiuti sia fatta direttamente presso il luogo ove si effettuano le operazioni di recupero (cioè l'utente dovrebbe portare materialmente le cartucce all'impianto), 2) non siano previsti depositi temporanei intermedi. È importante evidenziare che le semplificazioni riguardano i soli rifiuti avviati a recupero e conferiti direttamente dagli utenti finali dei beni;
l'agevolazione viene inoltre estesa alle imprese che esercitano attività di trasporto per conto terzi, quali corrieri e vettori ordinari di consegna, per i quali il trasporto dei rifiuti non costituisce attività principale dell'impresa, le quali possono iscriversi all'albo nazionale dei gestori ambientali con una procedura semplificata, sempreché il trasporto non superi i 30 chilogrammi al giorno. In buona sostanza, tale intervento legislativo ha individuato una categoria ulteriore di soggetti che possono iscriversi all'albo, creando solo complicazioni e difficoltà interpretative per tutte quelle aziende per le quali il trasporto di rifiuti è attività ordinaria e principale dell'impresa;
dalle considerazioni sopra esposte appare evidente la perdita di efficienza del servizio pubblico di raccolta, con conseguente aggravio di spesa per le utenze, nonché il pericolo che il rifiuto in oggetto, ormai parte integrante della produzione tanto domestica quanto di attività economica, non venga correttamente gestito. Infatti, allo stato attuale, l'attività di raccolta, recupero o rigenerazione dei consumabili per stampa viene spesso affidata ad imprese che ritirano il materiale presso il produttore/detentore, lo trasportano fino agli impianti di destinazione senza che sia osservata la normativa vigente in materia di raccolta, trasporto, recupero e smaltimento dei rifiuti;
è fuor di dubbio che a questo punto non trova aderenza alla realtà pensare che il produttore sia in grado di individuare ogni singola cartuccia affidata al rigeneratore e assicurarsi la resa tal quale di quella consegnata. In secondo luogo, è pacifico che tali materiali di consumo divengono rifiuto nel momento in cui esauriscono la loro funzione e chi affida all'azienda rigeneratrice un materiale sommariamente identificato si disfa di tale materiale, facendo ricadere lo stesso nella definizione di rifiuto di cui all'art. 183, comma 1, lett. a), del decreto legislativo n. 152 del 2006: "rifiuto: qualsiasi sostanza od oggetto (…) di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o abbia l'obbligo di disfarsi". Ad ogni buon conto, il dilagare di tale pratica costituisce una iniqua concorrenza per quelle aziende che agiscono nel rispetto della normativa e contravvengono alle regole che presidiano la gestione dei rifiuti e la tracciabilità delle operazioni che li riguardano,
si chiede di conoscere :
se il Ministro in indirizzo non intenda emanare una circolare esplicativa, o un provvedimento ad hoc, che consenta di manlevare tutte le utenze dagli obblighi inerenti alla gestione di tali rifiuti, quando il servizio sia svolto dal pubblico gestore o da un soggetto da questi incaricato e il rifiuto in oggetto sia destinato al recupero, ai sensi dell'art. 195, comma 2, del decreto legislativo n. 152 del 2006, al fine di consentire l'esenzione dal formulario, e degli altri adempimenti conseguenti, per l'utente professionale; si potrebbe prevedere una equiparazione al produttore privato, che non è mai soggetto al formulario e tenuto alla compilazione del registro e del MUD;
se non intenda, altrimenti, rendere tali rifiuti assimilabili agli urbani, anche mantenendo i codici attuali, con la conseguente sottoposizione al regime giuridico previsto per gli urbani o eventualmente tornare a considerare le cartucce, in quanto contenitori di inchiostro, degli imballaggi e, solo qualora non sia più possibile reimpiegarle, dei rifiuti di imballaggio.
(3-02281)
MOLINARI - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
la reintroduzione dell'orso bruno nel territorio della provincia autonoma di Trento si è realizzata sulla base di un progetto finanziato anche da risorse europee e condiviso fra la Provincia e il Ministero in indirizzo;
a distanza di alcuni anni il progetto ha avuto un buon successo dal punto di vista scientifico, atteso il numero di soggetti (orsi) stanziati ora sul territorio e il numero di nascite annualmente accertate;
il successo scientifico si è accompagnato a un atteggiamento diversificato da parte della popolazione e dei turisti. La Provincia autonoma di Trento ha predisposto adeguati monitoraggi sui comportamenti degli ormai numerosi orsi presenti sul territorio ed ha previsto indennizzi per eventuali danni (greggi, alveari, pollai sono "vittime" tradizionali degli orsi in un territorio montuoso caratterizzato da piccoli nuclei abitati). La stampa locale segue costantemente e con dovizia di informazioni ogni accadimento connesso all'orso bruno in Trentino (ed anche fuori zona);
considerato che:
al termine della stagione del letargo (dell'orso) la Provincia, con ordinanza dell'organo monocratico presidente, ha deciso di "restringere" un esemplare in apposito sito (una sorta di grand hotel per orsi) in ragione della più volte rilevata propensione dell'orsa in oggetto a comportamenti "esuberanti";
il Ministro, sulla scorta della corrispondenza intercorsa con la Provincia nei mesi precedenti, ha avviato una procedura di ricorso presso il TRGA (Tribunale di giustizia amministrativa) di Trento con una ponderosa memoria;
valutata l'assoluta emergenza dell'argomento nel contesto della situazione nazionale (tra una guerra in Libia e una "manovra" economica epocale) e valutata altresì l'impossibilità di trasferire in Trentino il Dipartimento per il turismo,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo non ritenga di ritirare immediatamente il ricorso presso il TRGA per eccesso di zelo e per eccesso di costo rispetto alla modestia dell'oggetto;
se non ritenga prioritario occuparsi di temi drammatici come i rifiuti a Napoli o le svariate emergenze ambientali del Paese, alle quali potrebbero più utilmente essere orientate le risorse umane, professionali e finanziarie del Ministero;
se non ritenga di voler assicurare una più assidua presenza nelle Commissioni parlamentari di riferimento per fornire un'adeguata informazione circa le gestioni governative nelle materie di competenza.
(3-02283)
RUTELLI - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
la legge 15 luglio 2009, n. 94, che reca disposizioni di vario tipo in materia di pubblica sicurezza, ha introdotto all'articolo 3, comma 7, la previsione che, fermo restando che ai sensi dell'articolo 134 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS), di cui al regio decreto n. 773 del 1931, e successive modificazioni senza licenza del Prefetto è vietato ad enti e privati prestare opera di vigilanza o controllo di proprietà mobiliari e immobiliari, è autorizzato l'impiego di personale addetto al servizio di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo nei luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi anche a tutela dell'incolumità dei presenti;
il decreto ministeriale 6 ottobre 2009, attuativo della legge, prevede la disciplina di determinazione dei requisiti di coloro che possono svolgere servizio di controllo, per fini di sicurezza e ordine pubblico, nel corso di attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti o in pubblici esercizi;
il citato decreto ministeriale individua pure gli ambiti di applicazione di tale normativa, ricomprendendo anche gli esercizi cinematografici e teatrali;
tale disposizione, che entra in vigore il 30 giugno 2011, non trova alcun tipo di motivazione per quel che riguarda cinema e teatri, essendo evidente l'insussistenza di ragioni per l'applicazione rigorosa della norma, chiaramente destinata ad una "tipologia" di utenti ben diversa per fasce di età e comportamenti, da quella che di regola frequenta cinema e teatri;
una rigida applicazione della norma in oggetto sarebbe causa di pesante, ed inutile, aggravio economico a carico dell'attività di gestione dei cinema e dei teatri;
la direttiva del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell'interno del 17 novembre 2010, chiamata ad interpretare l'ambito di applicazione del decreto ministeriale del 6 ottobre 2010, limita l'ambito di applicazione del decreto medesimo per quel che riguarda gli esercizi cinematografici ed i teatri ("Pertanto, per le attività che presentano un minore impatto per l'ordine e la sicurezza pubblica, quali appunto quelle dei cinema e dei teatri, le prescrizioni del decreto in parola andranno a regolamentare esclusivamente il servizio di quella parte di personale addetto a svolgere il complesso di attività (…), a cui potranno essere attribuiti compiti di responsabilità di sala e coordinamento delle maschere. Tale interpretazione risponde a criteri di ragionevolezza, anche perché evita di gravare i gestori di dette attività d'intrattenimento degli oneri della formazione per personale che non necessariamente verrà reimpiegato");
nonostante questa direttiva, restano dubbi ed incertezze sull'applicazione della norma in oggetto, dubbi che suscitano grande preoccupazione negli operatori del settore,
si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda chiarire una volta per tutte gli ambiti di applicazione della norma per quel che riguarda gli esercizi cinematografici e i teatri, in modo da evitare che una disposizione di legge non chiara ed applicata senza la dovuta elasticità possa aggravare pesantemente la già difficile situazione economica degli operatori di un settore tanto importante culturalmente ed economicamente per il nostro Paese.
(3-02284)
Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento
LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'economia e delle finanze e della giustizia - Premesso che:
il diritto alla libera espressione del pensiero (tutelato dall'articolo 21 della Costituzione) può talvolta entrare in conflitto con altri diritti costituzionalmente garantiti. Nel caso in cui il diritto di cronaca (che è uno dei modi in cui la libera espressione del pensiero si sostanzia) confligga con i diritti della personalità - ossia qualora un soggetto (persona fisica o giuridica) si senta leso da una notizia resa attraverso i mass media - c'è uno strumento che può aiutare il soggetto che si ritiene danneggiato, senza dover ricorrere all'autorità giudiziaria. Il riferimento è al diritto di rettifica, sancito dall'articolo 8 della legge sulla stampa n. 47 del 1948 e dagli artt. 42 e 43 della legge n. 416 del 1981, che rappresenta uno strumento riparatorio sui generis. Esso tende, infatti, non ad accertare la verità oggettiva, bensì ad arricchire la notizia divulgata con una verità soggettiva, cioè con l'interpretazione dei fatti resa da colui che si ritiene leso. Secondo molti commentatori una tempestiva rettifica possiede talvolta un'efficacia riparatoria assai maggiore del risarcimento pecuniario del danno. Un risarcimento anche sostanzioso, infatti, spesso non restituisce l'immagine pubblica precedente ad una notizia diffamante. Insomma "Chi di penna ferisce, di penna perisce";
la rettifica di una notizia resa a mezzo stampa è disciplinata dall'articolo 10 della legge n. 223 del 1990 (cosiddetta "legge Mammì"), che ha ridisciplinato quanto disposto dall'articolo 7 della legge n. 103 del 1975;
la rettifica di una notizia diffusa a mezzo stampa è invece regolata dall'articolo 42 della legge n. 416 del 1981, che ha sostituito l'articolo 8 della legge n. 47 del 1948;
la Carta dei doveri del giornalista (sottoscritta dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa italiana l'8 luglio 1993) nella premessa statuisce che il lavoro del giornalista si ispira ai principi della libertà d'informazione e di opinione, sanciti dalla Costituzione, ed è regolato dall'articolo 2 della legge 3 febbraio 1963, n. 69, il quale dispone: «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e della buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori»;
il rapporto di fiducia tra gli organi d'informazione e i cittadini è la base del lavoro di ogni giornalista. Per promuovere e rendere più saldo tale rapporto i giornalisti italiani sottoscrivono la Carta dei doveri. Nel capitolo "Rettifica e replica", si dispone che «il giornalista rispetta il diritto inviolabile del cittadino alla rettifica delle notizie inesatte o ritenute ingiustamente lesive. Rettifica quindi con tempestività e appropriato rilievo, anche in assenza di specifica richiesta, le informazioni che dopo la loro diffusione si siano rivelate inesatte o errate, soprattutto quando l'errore possa ledere o danneggiare singole persone, enti, categorie, associazioni o comunità. Il giornalista non deve dare notizia di accuse che possano danneggiare la reputazione e la dignità di una persona senza garantire opportunità di replica all'accusato. Nel caso in cui ciò sia impossibile (perché il diretto interessato risulta irreperibile o non intende replicare), ne informa il pubblico. In ogni caso prima di pubblicare la notizia di un avviso di garanzia deve attivarsi per controllare se sia a conoscenza dell'interessato»;
sempre nella Carta dei doveri, il capitolo "Incompatibilità" dispone: «Il giornalista non può subordinare in alcun caso al profitto personale o di terzi le informazioni economiche o finanziarie di cui sia venuto comunque a conoscenza, non può turbare inoltre l'andamento del mercato diffondendo fatti e circostanze riferibili al proprio tornaconto. Il giornalista non può scrivere articoli o notizie relativi ad azioni sul cui andamento borsistico abbia direttamente o indirettamente un interesse finanziario, né può vendere o acquistare azioni delle quali si stia occupando professionalmente o debba occuparsi a breve termine. Il giornalista rifiuta pagamenti, rimborsi spese, elargizioni, vacanze gratuite, trasferte, inviti a viaggi, regali, facilitazioni o prebende, da privati o da enti pubblici, che possano condizionare il suo lavoro e l'attività redazionale o ledere la sua credibilità e dignità professionale. Il giornalista non assume incarichi e responsabilità in contrasto con l'esercizio autonomo della professione, né può prestare il nome, la voce, l'immagine per iniziative pubblicitarie incompatibili con la tutela dell'autonomia professionale»;
considerato che:
l'interrogante ha subito la macchina del fango, tendente a screditarne la limpida attività di 25 anni a tutela dei diritti dei risparmiatori, utenti dei servizi bancari e finanziari e dei consumatori, dalla Consob su diretto mandato di Unicredit, da parte dell'ex dirigente Alessandro Profumo allontanato dai suoi compagni con una liquidazione da 40 milioni di euro e dal combinato disposto Abi-Consob;
in data 15 ottobre 2007, a seguito di una puntata di "Report" andata in onda il giorno precedente sui derivati avariati che Unicredit collocava ampiamente presso la propria clientela, l'interrogante nella sua qualità di presidente di Adusbef e Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori, inoltravano, ad integrazione di precedenti esposti, specifiche denunce a 10 Procure della Repubblica, chiedendo di procedere contro Unicredit, la banca dei derivati avariati, anche con l'acquisizione della puntata di "Report", con il seguente integrale testo di comunicato stampa riportato sul sito di Federconsumatori: «Sullo scandalo dei prodotti derivati appioppati dalle banche ed allibratori senza scrupoli ad utenti ed enti locali, al di fuori da qualsiasi controllo delle autorità monetarie, che nonostante gli allarmi e le denunce ricevute, hanno sottovaluto i rischi reali consentendo la crescita di una leva finanziaria che divora i risparmi dei cittadini, Adusbef e Federconsumatori hanno inoltrato oggi nuovi esposti denunce a 10 Procure della Repubblica, dopo quelli dell'11 luglio 2007, chiedendo di acquisire, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la puntata di Report andata in onda ieri sera. Gli swap sui tassi infatti, sofisticati strumenti affibbiati dalle banche italiane negli anni scorsi a migliaia di imprenditori ed enti locali (soltanto Unicredit ne ha piazzato circa 32.000 ad altrettante piccole e medie aziende che ritenevano così di garantirsi dall'aumento dei tassi, salvo poi a scoprire che non erano affatto salvaguardati, rischiando così il tracollo), è la più grande bolla speculativa della famiglia degli hedge fund, che non solo la banca centrale europea, ma anche Federal Riserve ed altre banche centrali hanno lasciato lievitare, per consentire l'esclusiva speculazione dei maggiori istituti di credito europei ed americani, di incassare 25 miliardi di dollari Usa di commissioni»;
la Consob di Cardia, all'epoca presidente, e di Vittorio Conti (vicario), di concerto con Profumo di Unicredit e quasi sicuramente dell'Abi, che con la Consob ha un sistema di porte girevoli volte a scambiarsi i direttori generali, come testimoniato dalla successione a Giuseppe Zadra, ex direttore generale Abi con Giovanni Sabatini, entrambi provenienti dalla Consob, invece di aprire un'istruttoria su un sistema bancario che ha collocato derivati avariati per un valore di 80 miliardi di euro presso gli enti locali, apriva un procedimento sanzionatorio contro Adusbef ed il suo presidente per turbativa di mercato, comminando in data 30 novembre 2010 una sanzione amministrativa di 100.000 euro;
Adusbef, fondata dall'interrogante il 13 maggio 1987, ha svolto un'attività di serrate denunce contro un sistema bancario e finanziario poco trasparente ed autoreferenziale perché colluso con le autorità vigilanti, in primis Banca d'Italia e Consob, rivolgendosi alla magistratura sia sul fenomeno del risparmio tradito, che ha generato crac finanziari ed industriali per 50 miliardi di euro a danno di 1 milione di famiglie, che sulle scalate estive dei "furbetti del quartierino" scoprendo che l'avvocato Marco Cardia, figlio di Lamberto, facente parte di un gruppo ben consolidato di potere com'è dimostrato dalla nomina alla presidenza delle Ferrovie dello Stato da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri subito dopo l'uscita dalla Consob, risultava a libro paga di numerose aziende vigilate dal padre con consulenze ben retribuite dai Ligresti ai Fiorani. Le circostanziate e puntuali denunce dell'Adusbef, che hanno anche contribuito all'allontanamento dell'ex Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio in merito alle malefatte finanziarie ed agli omessi controlli della Consob e della Banca d'Italia, in primis su un sistema a giudizio dell'interrogante al limite della legalità con il quale alcuni banchieri hanno gestito il credito ed il risparmio, sempre a danno dei consumatori e delle famiglie, rappresentava una spina nel fianco di un potere economico e di sistemi di controllo collusi con le banche. Per questo il potere economico, minacciato dalle denunce e dalle quotidiane segnalazioni dell'Adusbef, doveva dare una lezione all'interrogante con un vero e proprio abuso di potere da parte di una Consob che non è mai riuscita a prevenire fenomeni di crac e dissesti finanziari ed è stata condannata ripetute volte a congrui risarcimenti per i danni inferti, anche per omessa vigilanza, ai risparmiatori ed alle famiglie. La macchina del fango scattava così su input di Profumo di Unicredit, che denunciava una presunta manipolazione dei mercati derivanti dalle denunce a 10 procure della Repubblica in data 15 ottobre 2007, dai presidenti di Adusbef e Federconsumatori, ma solo l'interrogante avrebbe manipolato il mercato. A seguito della delibera sanzionatoria firmata da Vittorio Conti, commissario Consob ed ex dirigente bancario, successivamente smontata dagli avvocati Antonio Tanza, Lucio Golino e Marisa Costelli, notificata il 30 novembre 2010, il 1° dicembre il difensore dei consumatori finiva sulle prime pagine dei giornali come un manipolatore dei mercati. La Consob di Cardia, Conti e Maccarone, coadiuvati da Rocco Salini e da altri funzionari assunti alla Consob, a quanto risulta all'interrogante per raccomandazione e senza alcun concorso di evidenza pubblica, avevano compiuto la missione loro ordinata ed affidata da Alessandro Profumo amministratore delegato di Banca Unicredit, che così poteva tranquillamente continuare nelle disinvolte vendite di derivati avariati ed altri bond ad alto rischio ad ignari risparmiatori spesso frodati e truffati dai banchieri, con il concorso dei collusi controllori. Sono stati necessari mesi per ottenere la pronuncia della Corte di appello di Perugia, che, nel procedimento relativo al ricorso del Presidente Adusbef e senatore dell'Italia dei Valori Elio Lannutti, con delibera del 19 novembre 2009, lo sanzionava per l'astronomica somma di 100.000 euro per aver reso dichiarazioni pubblicate a tutela dei risparmiatori su un giornale minore del 16 ottobre 2007 successivamente alla messa in onda della puntata di "Report" (14 ottobre 2007) che aveva messo in luce come le banche avessero piazzato in maniera criminale a imprese ed enti locali i prodotti derivati cagionandone il fallimento o profondi buchi di bilancio;
i giudici perugini, Sergio Matteini Chiari (Presidente), Massimo Zanetti (relatore) che avevano accolto il ricorso di sospensiva sin dal 10 giugno scorso, leggendo il dispositivo in udienza, hanno considerato che le dichiarazioni dell'interrogante non potevano in alcun modo considerarsi fuorvianti per il mercato ed anzi si inserivano nel pubblico dibattito sul pericolo universale per la massiccia ed irresponsabile diffusione di quelle mine vaganti come i derivati emessi a piene mani per finanziare le laute prebende e le stock option dei banchieri. Nello specifico, in merito allo scontro sull'entità dell'ammontare del disavanzo del mark to market (secondo Unicredit 1 miliardo di euro, secondo Adusbef almeno 4-5), la Corte non ha mancato di evidenziare come Consob si sia limitata a recepire pedissequamente le dichiarazioni di Unicredit interessata a diffondere comunicazioni rassicuranti, senza compiere alcuna istruttoria in merito, a conferma che l'ex banchiere di Intesa San Paolo, Vittorio Conti, che ha firmato la sanzione, ed altri dirigenti hanno agito eseguendo il mandato di Unicredit per punire ed infangare il buon nome di Adusbef e dell'interrogante, che si battono senza tregua contro truffe, frodi ed abusi quotidiani dei banchieri a danno dei risparmiatori. Si tratta di una censura senza appello che getta un'ombra sinistra sul sistema Consob incline a punire gli storici censori, quali l'interrogante, neppure per conto proprio ma addirittura per conto terzi (nel caso l'Unicredit del mai troppo biasimato Alessandro Profumo, recentemente allontanato dai suoi stessi compagni con una buona uscita di 40 milioni di euro, oltre stock option). I giudici di Perugia hanno confermato che Consob ha imbastito quello che è apparso subito - sin dalla comunicazione dell'atto di accertamento nel novembre 2008 - il simulacro di procedimento sanzionatorio, un teorema senza alcun fondamento giuridico. I quotidiani che avevano riportato la notizia in prima pagina il 1° dicembre 2010, inconsapevoli o colpevoli esecutori della macchina del fango ordita a carico dell'Adusbef e dell'interrogante, o non riportavano affatto la notizia o la riportavano con un'evidenza grafica sapientemente occultata per non dare la possibilità ai propri lettori di prendere conoscenza della limpida sentenza della Corte di appello di Perugia, replicata in data 16 giugno 2011 dalla Corte d'appello di Roma, 1°Sezione Civile, volontaria giurisdizione, Presidente e Relatore Cons. Corrado Maffei, che ha accolto il ricorso di Adusbef su difesa dagli avvocati Antonio Tanza, Marisa Costelli e Lucio Golino avverso la delibera 17071 con cui Consob aveva sanzionato Adusbef e il suo presidente Lannutti per manipolazione dei mercati ex art. 187-ter del decreto legislativo n. 58 del 1998, testo unico in materia di intermediazione finanziaria, su esposto Unicredit, a seguito di una dichiarazione del Presidente di Adusbef sull'esposizione della banca dell'allora amministratore delegato Profumo sui derivati comminando l'ingiunzione di pagamento di 100.000 euro. Il dispositivo della sentenza è stato letto in udienza, rinviando le motivazioni a dopo l'estate. Anche su questa ultima vittoria, che ha confutato le tesi accusatorie di una Consob, a giudizio dell'interrogante asservita ai potentati per diffamare, tramite la macchina del fango, le limpide attività di un difensore di consumatori e risparmiatori, non c'è stato alcun articolo di giornale;
premesso altresì che a quanto risulta all'interrogante:
la Consob ha un ufficio stampa, addirittura composto da 3 persone: Sante Vignarelli, Alberto Aglamo e Manlio Pisu, a giudizio dell'interrogante arrivati nella Commissione non si sa bene per quali meriti acquisiti. Il capo ufficio stampa, Manlio Pisu, ex giornalista dell'Ansa, sembra aver istituito rapporti confidenziali con i suoi ex colleghi giornalisti delle agenzie e della carta stampata, spesso rivelando in anticipo le decisioni della Commissione sui provvedimenti che la stessa intraprende. Anche il provvedimento sanzionatorio notificato il 30 novembre 2010 di 100.000 euro per turbativa di mercato era stato annunciato da tempo ad una stampa di regime ed a giornalisti in gran parte "embedded", arruolati alla causa di Consob, Isvap e Banca di Italia, precedentemente allertati, probabilmente dallo stesso Pisu, per dare una lezione a quel difensore dei consumatori, che doveva essere infangato per non disturbare più gli "affari" tra la Consob e le aziende vigilate, soprattutto banche, gruppi assicurativi come i Ligresti, così munifici nell'elargire dorate consulenze all'avvocato Marco Cardia, figlio dell'ex Presidente della Consob, che l'Adusbef aveva denunciato come scandalose alle Procure della Repubblica, da molti anni e prima ancora prima dello scandalo dei "furbetti del quartierino" e delle scalate ostili dell'ex banchiere BPI Giampiero Fiorani, assiduo frequentatore e finanziatore del rampollo dell'attuale presidente delle Ferrovie dello Stato. Il 30 novembre 2010, dopo che due funzionari della Consob avevano notificato in mattinata nella sede Adusbef romana di Via Farini,62, il provvedimento sanzionatorio per turbativa di mercato, tutte le agenzie di stampa, i giornali on line italiani ed esteri, le Tv, insomma il circo mediatico si mobilitava in una gara per rilanciare la notizia che un paladino dei risparmiatori aveva manipolato il mercato e danneggiato la banca Unicredit del signor Profumo. Quasi nessuno riportava il comunicato dell'Adusbef che smentiva qualsiasi manipolazione del mercato sia perché le azioni Unicredit non avevano perso, ma guadagnato a seguito delle denunce a 10 Procure della Repubblica inoltrate il 15 ottobre 2007, sia perché è un diritto di un'associazione denunciare alla magistratura comportamenti illegali dei banchieri, quali Profumo, che avevano collocato derivati avariati presso piccole e medie imprese portate così verso l'insolvenza, senza alcuna informazione sulla rischiosità dell'investimento, che, invece di garantire la copertura del rischio del contraente, offriva la possibilità di guadagno del 90 per cento alla banca proponente per garantire laute stock option, prebende e sistemi incentivanti ai banchieri ed ai manager con un sistema truffaldino, indagato da numerose Procure della Repubblica, in primis la Procura di Milano del pubblico ministero Alfredo Robledo, per aver assegnato derivati ad enti locali per la somma di oltre 80 miliardi di euro ai valori attuali;
il 30 novembre 2010 ed il 1° dicembre, quando la stampa uscì a parere dell'interrogante con la finalità di infangare la limpida attività di un'associazione come l'Adusbef che da oltre 20 anni si era battuta senza tregua contro truffe ed abusi a danno dei risparmiatori e delle famiglie denunciando la plateale collusione dei banchieri con la Consob e la Banca d'Italia, Manlio Pisu si vantava con i colleghi giornalisti che l'interrogante doveva avere una lezione già da tempo e che quella sanzione sacrosanta per manipolazione del mercato sarebbe resistita all'appello, posto che nel 99 per cento dei casi, la magistratura di merito aveva sempre confermato le sanzioni della Consob. Si consideri che analoga sanzione inflitta dalla Consob all'ex presidente della Corte costituzionale Antonio Baldassarri, accusato di manipolazione del mercato sui titoli Alitalia durante le trattative di acquisizione fallita da parte di una cordata di imprenditori, ha avuto sulla stampa un risalto inferiore di neppure un decimo rispetto alla diffusione della sanzione all'Adusbef, a riprova della vera e propria macchina del fango, diretta dal duo Cardia-Conti, dietro specifico mandato di Unicredit, come risulta dagli atti giudiziari depositati e dalle pronunce della Corte di appello di Perugia. L'ufficio stampa della Consob e Manlio Pisu hanno quindi avuto un ruolo primario ed evidente nella diffusione della notizia di sanzione costruita senza alcuna base giuridica e senza alcun riscontro dei fatti, come è doveroso per un'autorità che abbia la minima parvenza di autonomia ed indipendenza e non collusa con gli interessi dei banchieri, di Profumo e delle imprese vigilate, come dimostrano le sentenze delle Corti di appello;
lo scandalo della P4 reso noto dalle inchieste della magistratura su Bisignani già iscritto, nel caso di specie, alla loggia massonica P2, manovratore occulto di un ben definito gruppo di potere che aveva la finalità di sovvertire l'ordine costituito per piegarlo ad interessi di parte e che vede coinvolto in primis il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dottor Gianni Letta, al quale il faccendiere sembra rispondere per designare non i migliori, ma i peggiori in posti chiave ed ordire trame per consolidare una tela di ragno che avvolge in un sistema gelatinoso manager, dirigenti di azienda, generali, autorità vigilanti, banchieri ed assicuratori, ha messo in luce un sistema di potere parallelo allo stesso ordinamento democratico. La stessa tela di ragno che a quanto risulta all'interrogante nella Consob, tramite Cardia e Conti, i maggiori esecutori della descritta macchina del fango, ha generato un sistema di parentopoli con assunzioni clientelari degli elementi peggiori, per i quali sono state costruite carriere dorate nei posti chiave tramite concorsi interni probabilmente pilotati;
considerato che ad avviso dell'interrogante occorrerebbe:
a)conoscere con quali criteri siano stati selezionati Manlio Pisu, Sante Vignarelli, Alberto Aglamo, che operano all'ufficio stampa della Consob per sviluppare notizie denigratorie, come nel caso di specie, volte a diffamare ed infangare le limpide attività a tutela dei risparmiatori e consumatori, spesso truffati da banche ed imprese con il concorso delle autorità vigilanti;
b) acclarare l'eventuale esistenza di una vera e propria macchina del fango ordita da Unicredit e dall'ex amministratore delegato Profumo ed eseguita dalla Consob, in primis dal duo Cardia-Conti, con la finalità di diffamare ed infangare un paladino dei risparmiatori che si batte da un quarto di secolo per tutelare i diritti dei cittadini, dei consumatori e della povera gente dalle grinfie dei banchieri e dei loro sodali platealmente collusi con le autorità vigilanti per conseguire i propri affari;
c) accertare, stante la gravità dei fatti descritti, se vi siano state assunzioni senza concorsi pubblici, progressioni di carriera ad hoc ed apparentemente pilotate finalizzate a promuovere i peggiori ai posti chiave, in modo da renderli soggetti a eseguire i desiderata di superiori ed esecutori materiali di denigrazione verso le voci critiche ed i rappresentati dei diritti dei consumatori e risparmiatori;
d) far sì che il gruppo, guidato dal commissario Vittorio Conti, a quanto risulta all'interrogante esecutore materiale della macchina del fango, venga messo in condizione di non nuocere, posto che il suddetto commissario, ex dirigente bancario, non sente il dovere di rassegnare immediate dimissioni a causa del fallimento di un vero e proprio disegno criminoso, richiesto dai suoi ex colleghi banchieri, smontato da ben due sentenze delle Corti di appello di Perugia e di Roma e per impedire che fatti così gravi e scandalosi, avallati dal presidente della Consob Giuseppe Vegas, possano di nuovo accadere;
e) restituire all'ufficio stampa della Consob quella deontologia professionale compromessa ed offuscata, specie da Manlio Pisu che, invece di limitarsi a dare le notizie, ha abusato del suo ruolo per infangare rappresentanti di consumatori e risparmiatori,
si chiede di sapere quale sia la valutazione del Governo sulla vicenda, per gli aspetti di propria competenza, ed in particolare quali misure urgenti intenda intraprendere per far sì che la Consob, a giudizio dell'interrogante vera e propria succursale dell'Abi e degli interessi dei banchieri e delle imprese vigilate che chiedono alla Commissione di eseguire le proprie direttive svilendo un compito di terzietà e di pubbliche garanzie verso i cittadini vessati quotidianamente dalle banche, possa avvalersi degli strumenti più idonei per operare nell'ambito della piena legalità, nel preminente interesse dei risparmiatori.
(3-02282)
Interrogazioni con richiesta di risposta scritta
POLI BORTONE - Al Ministro della giustizia - Premesso che:
nei giorni scorsi un detenuto di 38 anni nel carcere di Lecce è stato protagonista di un atto di autolesionismo: ha ingerito due lamette da barba ed è stato trasportato in ospedale;
il gesto è stato determinato dalle precarie condizioni del giovane costretto su una sedia a rotelle a causa di un episodio violento;
in un primo momento il detenuto era stato assegnato agli arresti domiciliari, poi revocati;
occorrerebbe ricoverare il detenuto in una eventuale struttura sanitaria adeguata alle sue condizioni precarie di salute;
nonostante l'impegno e la buona volontà dei dirigenti e del personale, le condizioni del carcere di Lecce (ma, si potrebbe dire, delle tante carceri più in generale) non sono tali da consentire che siano rispettati pienamente i diritti umani;
da 100 giorni l'on. Pannella ha iniziato uno sciopero della fame per sottoporre all'attenzione del Parlamento un problema della massima gravità, quale quello del sovrappopolamento delle carceri,
si chiede di sapere quali iniziative immediate il Ministro in indirizzo intenda assumere per affrontare un problema così grave, sia per il caso specifico del carcere di Lecce, sia per le condizioni più generali delle carceri italiane.
(4-05508)
BUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze, dell'interno e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
dal 1° marzo 2011 il valico di Crociale dei mulini (in località Ronago) in provincia di Como è stato chiuso al traffico dei materiali inerti;
l'impatto sulla viabilità è stato particolarmente drammatico. I camion pesanti di sabbia ed inerti che dalle cave della zona si recavano nel territorio elvetico tramite il suddetto valico (senza l'attraversamento di alcun centro abitato) di punto in bianco si sono visti costretti a passare per quello di Bizzarone. Numerosissimi mezzi pesanti hanno letteralmente invaso le strade dei comuni limitrofi. Il centro di Uggiate Trevano (Como), che rappresenta la via più breve, è quello maggiormente interessato dalla problematica;
gli evidenti problemi di sicurezza per i cittadini e di danneggiamento ed usura del manto stradale che attraversa i comuni interessati (si osservi che il centro storico di Uggiate Trevano appena due anni orsono è stato oggetto di un costoso intervento di riqualificazione urbana che lo ha rivitalizzato e lo ha reso maggiormente fruibile dagli abitanti) nonché il sensibile aumento dell'inquinamento atmosferico e acustico proprio in contesti urbani delicati hanno indotto i residenti dei suddetti comuni ad avanzare le dovute rimostranze;
la stampa locale ha dato ampio spazio alla problematica mentre il coordinamento cittadino del Pdl, oltre ad aver sensibilizzato il problema attraverso mobilitazioni sul territorio, ha anche richiesto l'intervento immediato da parte dei parlamentari comaschi con nota del 31 maggio 2011;
in risposta ad una comunicazione dell'interrogante del 1° giugno 2011, con la quale venivano richieste delucidazioni al Direttore dell'Ufficio delle dogane di Como, dottor Claudio Rendano, quest'ultimo ha definito la chiusura del valico come una scelta obbligata, dettata da una serie di ragioni di carattere giuridico (disposizioni di un regolamento comunitario sulla sicurezza delle esportazioni, entrato in vigore dal 1° gennaio 2011), tecnico (ufficio non informatizzabile) nonché di competenza operativa (valico viaggiatori e non commerciale);
se è pur vero che tale decisione deve essere valutata unitamente agli aspetti positivi che ha generato in termini di sicurezza dei traffici e che ancora genererà attraverso il recupero di risorse umane da destinare al maggior controllo del territorio della stessa popolazione residente, è altrettanto vero che non è possibile prescindere o, comunque, ignorare il drammatico impatto che la chiusura del valico sta avendo sulla viabilità e sulla salute delle comunità interessate;
il bene della salute è d'altra parte tutelato dalla Costituzione come fondamentale diritto dell'individuo ed interesse della collettività;
stanti le ragioni espresse dall'Ufficio delle dogane di Como, dalle quali emerge l'impossibilità di procedere ad una riapertura del valico se non per provvedimento ministeriale, gli enti territoriali coinvolti stanno provvedendo allo studio di soluzioni alternative al passaggio dei mezzi pesanti attraverso il centro di Uggiate Trevano coordinate dal Prefetto di Como. Si sta susseguendo una serie di incontri presso l'Ufficio territoriale di Governo;
sotto tale profilo il Prefetto ha infatti: 1) istituito una Commissione tecnica, composta dai Sindaci interessati, avente il compito di differenziare i percorsi su cui distribuire il traffico pesante e stabilire diverse fasce orarie di rispetto da parte dei trasportatori; 2) invitato l'Agenzia delle dogane, in sinergia con la Guardia di finanza e con le autorità doganali elvetiche, a raggiungere una posizione comune per ampliare gli orari di apertura al traffico pesante del vicino valico di Bizzarone;
ancorché tali intenti vadano letti positivamente, pare di poter ritenere che le soluzioni prospettate (individuazione di tragitti alternativi), anche per la ristrettezza della tempistica indicata dal Prefetto, siano comunque destinate a tamponare il problema ma non a risolverlo in maniera definitiva;
pur in ottemperanza alle direttive europee, sarebbe infatti opportuno, a giudizio dell'interrogante, valutare la possibilità di procedere ad una riapertura - ancorché temporanea e comunque in deroga a tali direttive - del suddetto valico. Ciò consentirebbe agli enti territoriali coinvolti, di concerto con l'Ufficio territoriale del Governo, di trovare delle soluzioni idonee di viabilità,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dell'avvenuta chiusura del valico di Crociale dei Mulini (Ronago, Como) e delle problematiche scaturite a seguito di tale chiusura e quali iniziative intendano eventualmente assumere al riguardo;
se non ritengano opportuno attivarsi in via ministeriale per la riapertura anche temporanea di tale valico (6/12 mesi al massimo) che consenta agli enti territoriali interessati di adottare con la tempistica necessaria le soluzioni di viabilità più opportune ed adeguate al fine di limitare i disagi patiti e patiendi delle comunità in questione.
(4-05509)
FLERES - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
nell'annuario dei dati ambientali del 2010, stilato dall'Istituto superiore per la ricerca ambientale (ISPRA), emerge che in Sicilia sono attivi 70 stabilimenti industriali a rischio di incidente;
in particolare, secondo l'ISPRA, in Sicilia vi sarebbe una consistente combinazione fra il rischio naturale e la presenza di stabilimenti a rischio di incidente rilevante;
nell'ampia gamma di rischi causati in maniera diretta o indiretta da attività umane potenzialmente pericolose per l'ambiente e la vita, l'acqua, l'aria e il suolo dei siti nei quali insistono gli impianti subiscono costantemente, da oltre mezzo secolo, la pressione industriale;
l'ISPRA indica, fra gli impianti maggiormente a rischio, quelli presenti nella aree di Gela (Caltanissetta) e di Augusta-Priolo-Melillo-Siracusa e i depositi di prodotti agricoli in provincia di Ragusa e quelli di prodotti infiammabili;
in particolare, nell'area di Augusta-Priolo-Melilli dovrebbe anche essere realizzato un impianto di rigassificazione;
premesso, inoltre, che:
il suolo siciliano è notoriamente classificato a rischio idrogeologico e ad alto rischio sismico;
tale stato di rischio di incidenti industriali dell'isola era stata segnalata anche negli anni precedenti;
la legislazione regionale è assolutamente carente in materia di tutela e salvaguardia dell'ambiente e di bonifiche e/o prevenzione,
l'interrogante chiede di sapere se e in quali modi il Ministro in indirizzo, in carenza di rilevanti interventi regionali, intenda intervenire al fine di arginare i rischi in materia ambientale e industriale cui è attualmente sottoposto il territorio della Sicilia.
(4-05510)
BIONDELLI - Al Ministro della salute - Premesso che:
nella seduta antimeridiana del 22 giugno 2011 la prima firmataria del presente atto di sindacato ispettivo ha portato all'attenzione dell'Aula il problema di una persona malata di SLA (con diagnosi certa e certificata) che si è vista rispondere dalla Commissione INPS per le invalidità civili che per la concessione dell'indennità di accompagnamento "dovrà ritornare in un momento successivo";
nella giornata di domenica 26 giugno l'interrogante è venuta a conoscenza che la circostanza che una persona, malata di distrofia muscolare dal 1981, ha dovuto inviare all'INPS la documentazione "provvisoria" del proprio stato di malattia. Inviata tale documentazione all'inizio del 2011 e dopo un sollecito dell'interessato - non avendone egli alcuna notizia - si è visto rispondere che "essendo trascorsi 60 giorni dalla presentazione della documentazione provvisoria la stessa è da intendersi come definitiva";
questi sono solo due esempi (gli ultimi in ordine di tempo) delle innumerevoli lettere, e-mail, telefonate, eccetera, che giungono - purtroppo - regolarmente all'attenzione dell'interrogante;
queste tematiche sono state oggetto, in modo responsabile e trasversale, di mozioni, interpellanze, interrogazioni oltre che di interventi legislativi ad hoc da parte di tutti i rappresentanti dal mondo politico, a qualsiasi parte essi appartengano;
rilevato che:
tale atteggiamento, condiviso, nei confronti di queste situazioni tanto gravi quanto purtroppo diffuse non può essere vanificato da atteggiamenti burocratico-amministrativi degli enti preposti a darne attuazione che, invece di essere al servizio delle persone che si rivolgono loro, costituiscono spesso un elemento di frustrazione delle legittime aspettative;
tutti gli interventi normativi (legislativi ed amministrativi) dovrebbero avere come loro costante una sempre maggiore attenzione al soddisfacimento dei diritti e dei bisogni dei cittadini, sia per la celerità della risposta sia per la semplificazione dell'iter necessario per ottenerla;
tenuto conto che la semplificazione e la celerità non devono, comunque, far venir meno i necessari controlli di congruità né tanto meno costituire l'alibi per comportamenti delittuosi e truffaldini che vanno, sempre, individuati e perseguiti,
si chiede di sapere quali iniziative di propria competenza il Ministro in indirizzo voglia intraprendere per sollecitare i vertici direzionali dell'INPS ad impartire disposizioni che, rispettose, ovviamente, della vigente legislazione in materia di riconoscimento di invalidità civile ed indennità di accompagnamento, consentano non una rapida ma "immediata" definizione delle relative pratiche nei confronti di quei soggetti che risultano affetti da gravissime patologie croniche invalidanti, spesso ad exitus infausto (malati oncologici terminali, SLA, distrofia muscolare, eccetera).
(4-05511)
GIAMBRONE, CARLINO - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico - Premesso che:
ad agosto 2009 la Procter & Gamble (P&G), società multinazionale di prodotti di largo consumo, stipula con la società farmaceutica americana Warner Chilcott (WC) un accordo per la cessione del proprio ramo farmaceutico, cessione che diventerà effettiva in data 30 ottobre 2010;
secondo quanto riferito dai lavoratori, al momento della cessione, P&G comunica la determinazione di WC di investire sui farmaci e sul personale proveniente da P&G in forza della riconosciuta elevata qualificazione professionale di tale personale, elementi che, secondo WC, avrebbero consentito grandi investimenti in termini di innovazione e sviluppo di farmaci;
in data 2 ottobre 2009, la neocostituita società Warner Chilcott Italy (WCI), a norma dell'art. 47 della legge 29 dicembre 1990, n. 428, invia una breve comunicazione alle rappresentanze sindacali firmatarie dell'accordo di cessione del ramo d'azienda illustrando i progetti e le strategie di sviluppo del ramo in via di acquisizione;
in data 19 gennaio 2011 si svolge una riunione tra i rappresentanti delle Rappresentanze sindacali unitarie, il direttore delle Risorse umane Alessandro Maniscalco e il direttore delle vendite Gianni Paolucci al termine della quale viene redatto un verbale, sottoscritto da tutti i partecipanti, nel quale si legge testualmente il "Raggiungimento degli obiettivi complessivi di vendite in fatturato" e che si conclude con l'assicurazione che "Non ci sono elementi di preoccupazione che riguardano aspetti occupazionali, salvo imprevisti di grossa entità che esulano dalle previsioni aziendali";
in palese antitesi con quanto comunicato nella riunione del 19 gennaio 2011, in data 18 aprile 2011 WCI, ai sensi dell'art. 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, invia a tutti i suoi 151 dipendenti non dirigenti (impiegati amministrativi, addetti alla contabilità, informatori scientifici del farmaco), alle organizzazioni sindacali ed alle competenti Direzioni provinciali del lavoro una comunicazione con la quale annuncia l'apertura di una procedura di mobilità motivata dalla "necessità di avviare la procedura di riduzione del proprio personale per cessazione delle proprie attività" In particolare secondo la citata comunicazione, tale riduzione (riguardante in realtà la totalità dei dipendenti) sarebbe necessaria a causa della "situazione negativa nella quale versa il mercato farmaceutico in Europa ed in Italia ed in particolare nella scadenza del brevetto per il prodotto farmaceutico Actonel, occorsa nel mese di dicembre 2010, con la vendita del quale la società realizzava circa il 70% del proprio fatturato annuo" e dalla previsione secondo la quale "la perdita dell'esclusiva connessa ad Actonel e l'introduzione sul mercato di farmaci generici della stessa tipologia provocherà una significativa, rapida, insostenibile e sostanziale riduzione dei ricavi della società";
considerato che:
per quanto risulta agli interroganti, la non veridicità, e comunque incompletezza, della comunicazione del 18 aprile 2011 emerge da ciò che costituisce la ragione posta a fondamento della procedura di riduzione del personale per asserita cessazione di attività, e cioè la fisiologica scadenza del brevetto relativo al farmaco Actonel (unico dato veritiero, ma del tutto insignificante, contenuto nella comunicazione) la quale era, ovviamente, ben nota fin dal momento della registrazione del farmaco (numerosi anni or sono) e dunque anche al momento della cessione del ramo farmaceutico da P&G a WC, e detta circostanza non solo non ha impedito la cessione del suddetto ramo farmaceutico, motivata anzi da trionfalistici proclami di rilancio dell'attività farmaceutica, di espansione mondiale e potenziamento di WC, di crescita di fatturati, ma non è stata nemmeno menzionata come possibile causa di imminenti problemi occupazionali per il personale nella comunicazione del 2 ottobre 2009, la cui finalità essenziale, a norma dell'art. 47 della legge n. 428 del 1990, era proprio quella di rendere edotte le organizzazioni sindacali, ed i lavoratori, dei motivi del programmato trasferimento d'azienda, delle sue conseguenze giuridiche, economiche e sociali per i lavoratori, e delle eventuali misure previste nei confronti di questi ultimi, al fine di consentire il confronto ed il controllo sindacale in un quadro di massima trasparenza;
inoltre nella comunicazione del 2 ottobre 2009 non v'è traccia alcuna di informazioni sulle suddette conseguenze giuridiche, economiche e sociali per i lavoratori, ed in particolare di possibili ricadute occupazionali, ed anzi si asserisce che il trasferimento non avrebbe avuto "alcuna conseguenza sull'occupazione";
le false rassicurazioni su grandi prospettive lavorative (che hanno scoraggiato molti da scelte professionali ed esistenziali diverse) sono proseguite per tutto il 2010 tanto che, come denunciato dai lavoratori, in più occasioni, pubbliche e private, i vertici aziendali avrebbero assicurato ampie prospettive di crescita di mercato e di fatturati;
secondo quanto rilevato dai lavoratori, nella comunicazione del 18 aprile 2011 il motivo addotto a giustificazione della cessazione di attività (la scadenza, nel dicembre 2010, del brevetto relativo al farmaco Actonel) sarebbe non veritiero in quanto del tutto insignificante, perché fisiologico ed immanente e noto da sempre, e così pure la pretesa riduzione del fatturato e dei ricavi che ne sarebbe conseguenza, sarebbe in realtà smentita da comunicazioni ufficiali della stessa WCI;
inoltre non risulterebbe veritiera nemmeno l'asserita "cessazione di tutte le attività aziendali" non avendo WC ceduto l'autorizzazione all'immissione in commercio (AIC) relativa ai farmaci che gestisce, ed in relazione ai quali deve per legge svolgere una serie di attività legalmente necessitate (farmacovigilanza attiva e sorveglianza post marketing). Secondo i lavoratori, la falsamente addotta cessazione di tutte le attività aziendali ha comportato altresì l'omissione di contenuti essenziali della comunicazione, quali la mancata indicazione delle ragioni per cui non è possibile individuare misure alternative ai licenziamenti, e la mancata indicazione della collocazione aziendale e dei profili professionali del personale eccedente;
con la soppressione del servizio di informazione scientifica sui farmaci, del servizio scientifico e del servizio di farmaco-vigilanza verrebbero meno le garanzie poste a tutela della salute tra i pazienti utilizzatori dei farmaci di cui WC ha avuto l'AIC,
si chiede di sapere:
se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto;
quali azioni concrete intenda porre in essere al fine di promuovere un tavolo di confronto tra la Warner Chilcott Italia e le parti sociali finalizzato all'individuazione di soluzione della vertenza illustrata che salvaguardi i livelli produttivi ed occupazionali;
quali interventi intenda porre in essere al fine di chiarire i reali termini dell'operazione;
se non ritenga, nell'ambito delle proprie competenze, di verificare la correttezza dei comportamenti posti in essere da Procter & Gamble e Warner Chilcott nell'ambito della vicenda illustrata;
quali azioni concrete intenda porre in essere, anche a livello legislativo, al fine di tutelare i diritti dei lavoratori dagli eventuali abusi della normativa riguardante la cessione di ramo d'azienda;
quali azioni si intendano intraprendere al fine di tutelare la salute pubblica messa a rischio dalla soppressione del servizio di informazione scientifica da parte di Warner Chilcott sui propri prodotti.
(4-05512)
GIAMBRONE, CARLINO - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che in data 17 maggio 2011 gli interroganti hanno presentato l'atto di sindacato ispettivo 4-05182, sulla vicenda dei 143 lavoratori (di cui 122 informatori scientifici del farmaco) della società farmaceutica Roche, cui la stessa società aveva comunicato il 10 gennaio 2011 la necessità di risolvere il rapporto di lavoro, in vista dell'esigenza di contenere i costi aziendali;
considerato che:
nell'atto di sindacato ispettivo di cui in premessa si illustrava tra l'altro come la Roche, per scegliere i soggetti da licenziare, avesse escogitato un criterio basato sul punteggio e su alcuni parametri stabiliti arbitrariamente dall'azienda, i quali dunque non apparivano provvisti dei connotati, richiesti per legge, di obiettività e generalità e tendevano, invece, a creare soltanto un apparente coinvolgimento nella procedura di licenziamento collettivo di tutti gli informatori scientifici del farmaco, aggirando in tal modo la contestata fungibilità tra i medesimi lavoratori;
risulta agli interroganti che la Roche avrebbe proceduto al licenziamento di tre informatori scientifici del farmaco (ISF) solo perché gli stessi avrebbero chiesto informazioni precise circa i criteri e la formazione delle relative graduatorie;
due di questi dipendenti erano stati appena reintegrati dalla Corte di Appello di Milano nella funzione di ISF, dopo che per tre anni sarebbero stati demansionati e avrebbero subito un trasferimento della sede di lavoro dalla Sicilia e dal Lazio a Monza;
questo atteggiamento della Roche appare vessatorio e persecutorio verso lavoratori che avrebbero solo richiesto trasparenza e controllo della legittimità delle varie procedure fin qui attuate;
tale intervento di controllo e verifica, evidentemente non ancora effettuato, era stato richiesto al Ministro in indirizzo con l'atto di sindacato ispettivo, il quale, tuttavia, non ha ancora ricevuto risposta,
si chiede di sapere:
quale sia il motivo della mancata risposta all'atto di sindacato ispettivo 4-05182;
perché non siano stati attivati gli interventi di controllo richiesti;
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza delle ulteriori vicende sopra esposte e quali azioni concrete nell'ambito delle proprie competenze intenda porre in essere al fine di tutelare i lavoratori da atteggiamenti vessatori da parte di Roche.
(4-05513)
NEROZZI, CASSON, STRADIOTTO - Al Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione - Premesso che:
il Governo si appresta a procedere alla nomina del nuovo Collegio di indirizzo e controllo dell'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN);
da notizie giornalistiche si apprende che tra i membri del nuovo Collegio sarebbe prevista la nomina del signor Enrico Mingardi;
considerato che, per quanto risulta agli interroganti:
il signor Mingardi ha rivestito incarichi pubblici che renderebbero incompatibile la sua nomina a membro del collegio di indirizzo e di controllo del suddetto ente: consigliere comunale di Venezia dal 12 febbraio 2010 al 28 marzo 2010, assessore alla viabilità e mobilità dell Comune di Venezia dal 24 aprile 2008 al 12 febbraio 2010, assessore alla mobilità, trasporti del Comune di Venezia dal 3 aprile 2005 al 24 aprile 2008;
infatti, l'articolo 46, comma 7-bis, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, come modificato dall'articolo 58 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n.150, stabilisce che "Non possono far parte del collegio di indirizzo e controllo né ricoprire funzioni di presidente, persone che rivestano incarichi pubblici elettivi o cariche in partiti politici ovvero che ricoprano o abbiano ricoperto nei cinque anni precedenti alla nomina cariche in organizzazioni sindacali. L'incompatibilità si intende estesa a qualsiasi rapporto di carattere professionale o di consulenza con le predette organizzazioni sindacali o politiche. L'assenza delle predette cause di incompatibilità costituisce presupposto necessario per l'affidamento degli incarichi dirigenziali nell'agenzia";
tale disposizione è stata introdotta allo scopo di determinare una rigorosa distinzione tra sistema dei partiti, sistema sindacale e sistema della politica all'interno dell'ARAN;
considerato, inoltre, che:
in risposta all'interrogazione 5-03213 presentata in data 13 luglio 2010 dall'onorevole Oriano Giovannelli relativamente alla compatibilità della nomina dello stesso Mingardi a vice commissario dell'ARAN, il Sottosegretario di Stato Andrea Augello precisava che la citata disposizione si applica solamente agli organi «ordinari» dell'ARAN, ovvero al Presidente e ai componenti del Collegio di indirizzo e controllo, e non anche agli organi «speciali»;
inoltre, il Ministro ha avvertito in passato la necessità di acquisire il parere del Consiglio di Stato al fine di verificare il rispetto delle norme di legge relative alle incompatibilità previste dal comma 7-bis dell'articolo 46 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, così come riformulato dall'articolo 58 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, relativamente alla designazione dei componenti del Collegio di indirizzo e controllo effettuate dall'ANCI, dall'UPI e dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, determinando a seguito del citato parere la sostituzione delle figure proposte,
si chiede di sapere:
se al Ministro in indirizzo risulti vera la notizia che tra i membri del nuovo Collegio di indirizzo e controllo sia prevista la nomina del dottor Enrico Mingardi e quali siano le sue valutazioni in merito;
se l'eventuale nomina del signor Enrico Mingardi sia compatibile con le diposizioni previste dal comma 7-bis dell'articolo 46 del decreto legislativo n. 165 del 2001;
se in ordine a tale eventuale nomina non ritenga opportuno assumere un'iniziativa analoga a quella già adottata in precedenza, acquisendo il parere del Consiglio di Stato.
(4-05514)
LANNUTTI - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che, per quanto risulta all'interrogante:
il convitto nazionale "Vittorio Emanuele II" di Roma ha recapitato alle famiglie degli alunni una lettera nella quale si comunica che a partire dall'anno scolastico 2011/2012 tutti gli iscritti dovranno obbligatoriamente indossare la divisa scolastica;
pertanto, dal prossimo anno scolastico il rettore del convitto obbliga a far adottare agli studenti la divisa il cui onere è posto interamente a carico delle famiglie;
al momento dell'iscrizione le famiglie hanno dovuto sottoscrivere un contratto in cui si obbligavano a far indossare la divisa. In caso di non accettazione della clausola, l'iscrizione non aveva luogo. Nel contratto del semiconvitto questa clausola non è stata controfirmata (come di norma accade per le clausole vessatorie). Inoltre a tale obbligo non è stato quantificato il costo che doveva essere sostenuto;
la relativa comunicazione di provvedere all'acquisto delle divise è stata fatta arrivare alle famiglie per il tramite dei rappresentanti di classe nei giorni conclusivi dell'anno scolastico 2010/2011;
quindi dal prossimo anno una normale famiglia che voglia far andare in questa scuola pubblica i figli è costretta a sostenere, oltre alla spesa della retta, l'ulteriore onere della divisa;
considerando poi il numero degli studenti tra scuola primaria (13 classi), scuola secondaria di primo grado (13 classi) e della scuola secondaria di secondo grado (37 classi) si riscontra un notevole giro di affari, certamente non confrontabile con quello di un semplice grembiule nella scuola primaria;
la tipologia della divisa prevede varie differenze tra i capi femminili e quelli maschili, ciò che ne limita il possibile futuro riutilizzo in ambito familiare (non potendo un fratello indossare la divisa della sorella e viceversa); inoltre la fattura degli abiti non consente di trovarne analoghi nel mercato, cosicché le famiglie sono costrette ad approvvigionarsi solo dalla ditta "Best dress";
inoltre, l'istituto chiede pagamenti anticipati delle rette scolastiche dei primi anni di ogni scuola e dei corsi per l'insegnamento della lingua inglese con insegnante madrelingua nella scuola primaria in orario curricolare;
i genitori non sono stati avvisati che dal prossimo anno l'offerta formativa verrà ridotta dalle 30 ore dell'anno scolastico 2010/2011 a 27 ore;
nonostante la cosiddetta riforma Moratti consenta di far iscrivere i bambini alla scuola primaria pubblica se nati entro il 30 aprile, il dirigente scolastico del convitto nazionale non lo ha consentito per il prossimo anno scolastico;
non è stata nominata una commissione mensa. Quindi alle famiglie non è dato intervenire sulla questione mensa in alcun modo, anche se da anni tutti si lamentano della scarsa qualità e talvolta della pulizia;
se si presenta lamentela al dirigente scolastico in merito a tali questioni e più in generale sulla completa assenza del principio di trasparenza il professor Fatovic suole rispondere che è lui il responsabile della struttura e chi non è d'accordo con le proprie decisioni non ha altra alternativa se non lasciare la stessa. Uno dei tanti episodi di questa fatta è stato riportato dal quotidiano "Il Fatto Quotidiano" nei giorni successivi alla presentazione dei licei;
a giudizio dell'interrogante, è immorale costringere una famiglia a spendere circa 1.000 euro a bambino per la divisa per poter fare frequentare ai figli la scuola dell'obbligo. Infatti il costo dell'abito per bambino è di euro 587 a cui occorre aggiungere quello degli ulteriori cambi sperando che il minore cresca poco e possa non variare taglia nel corso di un anno;
infine si riscontra una curiosa differenza tra il convitto nazionale "Umberto I" di Torino e quello di Roma. L'adozione della divisa è avvenuta anche in Piemonte ai sensi della cosiddetta riforma Gelmini e delle normative degli scorsi secoli cui si rifanno i convitti, tuttavia il relativo onere è stato posto a carico del convitto. Solo la spesa per gli ulteriori capi deve essere sostenuta dalle famiglie. Anche i corsi curriculari di lingua inglese nella scuola primaria con l'insegnante madrelingua sono a carico del convitto "Umberto I" di Torino;
considerato che:
il convitto nazionale "Vittorio Emanuele II" di Roma è una scuola pubblica. Il dirigente scolastico è il rettore nominato dal Ministro in indirizzo;
attualmente tale carica è rivestita dal professor Emilio Fatovic, ex assessore comunale di Cividale del Friuli, e segretario generale di un sindacato della scuola a rilevanza nazionale. I tanti impegni esterni, a Bruxelles e in Cina, lo tengono spesso lontano dalla scuola e non gli consentono neppure la presenza alle "rappresentazioni artistiche" della scuola primaria;
la scuola è molto ambita soprattutto per il lungo orario che consente maggiore tranquillità ai genitori che lavorano. Gli studenti entrano alle 8 del mattino ed escono tra le 17-00 e le 17-30 in base alla scuola frequentata;
oltre che nel liceo internazionale, la lingua cinese viene insegnata, in orario curriculare, in alcune classi della scuola primaria a scapito dell'insegnamento della lingua italiana,
si chiede di sapere:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti e come sia possibile che, a parità di istituti definiti di eccellenza, vi sia una differente modalità di accesso ai servizi;
se non ritenga di adottare le opportune iniziative al fine di verificare il corretto utilizzo dei fondi da parte del convitto nazionale "Vittorio Emanuele II" di Roma;
se risulti che il convitto nazionale di Roma voglia inserire un test di selezione per l'accesso.
(4-05515)
LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia - Premesso che:
l'azione a giudizio dell'interrogante scandalosa del gruppo guidato da Bisignani & C., che ha operato fuori della legalità per costituire una rete segreta di relazioni al fine di sovvertire l'ordinamento, designare manager negli enti pubblici, censurare l'informazione, ottenere favori ed indirizzare gli investimenti pubblicitari ad agenzie pubblicitarie ed a mezzi di informazione che in cambio si impegnavano a censurare o autocensurare le notizie scomode degli amici appartenenti alla ragnatela, già definito "sistema gelatinoso" dal Procuratore di Firenze Quattrocchi nell'inchiesta G8; nell'indagine denominata P4 aperta dalla Procura della Repubblica di Napoli, dai pubblici ministeri Curcio e Woodcok sotto l'encomiabile direzione del procuratore Lepore, tale sistema aveva perfino la finalità di controllare l'azione dei magistrati. In un articolo pubblicato sul quotidiano "La Repubblica" in data 17 giugno 2011, che titola: "Da Toro ad Arcibaldo Miller, 'Così Papa controllava le procure'", Francesco Viviano riferisce che, a quanto risulta dai verbali, sono molti i nomi di magistrati finiti nell'ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Napoli sull'inchiesta su Bisignani che, come si legge nel citato articolo, dice ai giudici: «Quando parlo di "giri" o "giretti"» del politico del Pdl «faccio riferimento all'ambito napoletano». Lì lui attingeva informazioni;
nell'articolo si legge «Roma, Napoli, Trani, Bari, Milano. Una rete che gli permetteva di entrare nelle procure di mezza Italia. Tra fascicoli e segreti d'ufficio. Alfonso Papa, già magistrato poi deputato Pdl, aveva amicizie importanti e, a quanto pare, loquaci. Tanto loquaci da procurargli, a suon di informazioni riservate, uno scranno in Parlamento. Un giro che partiva da Bisignani, toccava molti esponenti della maggioranza e arrivava dritto al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Tanti i nomi di magistrati finiti nell'ordinanza del gip del tribunale di Napoli. Amici di una vita, colleghi di vecchia data, militanti della sua stessa corrente, Unicost, ma anche molte toghe che non sapevano di passare informazioni al collega assetato di potere. Che era interessato alle inchieste più importanti: la P3 di Roma, la P4 di Napoli e quella sul G8. Ma, più in generale, a qualsiasi fascicolo coinvolgesse qualche politico. Spuntano così il nome del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, con cui Papa diceva di essere in buoni rapporti e dell'ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, già coinvolto nell'inchiesta sui Grandi Eventi. L'amicizia tra i due era di dominio pubblico. Maria Elena Valanzano, assistente parlamentare di Papa, il 18 febbraio scorso, mette a verbale: "Per quanto riguarda l'ambito giudiziario romano, Papa spesso mi parlava dei suoi contatti e delle sue aderenze con il procuratore Achille Toro e con il figlio, Camillo". Un legame molto stretto, tanto da cercare di dare una mano all'amico caduto in disgrazia. Il 9 marzo 2011 Bisignani chiarisce: "Era molto amico dell'allora procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e del figlio Camillo. Al riguardo più volte mi chiese di poter trovare qualche incarico per Toro". Alcune delle toghe citate sono state sentite dal pm John Henry Woodcock. Come nel caso di Arcibaldo Miller che fu "maestro" proprio di Woodcock. Il capo degli ispettori di via Arenula, citato in alcune conversazioni si è difeso: "Voglio ribadire di non aver mai chiesto a Papa di interessarsi delle vicende processuali nelle quali è comparso il mio nome". Dall'inchiesta emerge anche che l'onorevole avrebbe tentato di "contattare" il vice presidente del Csm, Michele Vietti. A raccontarlo è la sua ex assistente, Maria Roberta Darsena, una a cui Papa teneva parecchio, tanto da regalarle una Jaguar. È il 12 aprile, la donna spiega: "Dissi a Papa che ero stata a una cena con Vietti, al riguardo mi fece un sacco di domande e mi chiese con insistenza morbosa quale fosse il ristorante, che io non ricordavo, e tutti i dettagli della serata". La procura decide quindi di convocare Vietti, ritenuto una "possibile vittima dell'acquisizione di fatti privati a scopo di pressione". Le sue dichiarazioni non vengono nemmeno riportate. I contatti migliori erano, però, quelli partenopei. "Diceva che a Napoli, in ambito giudiziario, la "comandava lui"", ha spiegato Luigi Matacena ai magistrati. Rapporti consolidati, a detta dello stesso Bisignani. "Quando parlo di Papa, dei suoi "giri" o "giretti" e delle sue "fonti" dalle quali attingeva notizie riservate di matrice giudiziaria, faccio riferimento all'ambito napoletano, nel senso che mi ha sempre detto di avere amicizie e legami tra le forze di polizia e in procura a Napoli". Contatti continui, le informazioni sui procedimenti a carico dei politici sono merce di scambio. L'ex Presidente della Corte di Appello di Salerno, Umberto Marconi, coinvolto anche nell'inchiesta P3 per il falso dossieraggio nei confronti di Caldoro, ha detto al collega Woodcock: "Sono certo che Papa abbia spiegato e spieghi le proprie energie intrecciando rapporti con i carabinieri, con i servizi segreti... concentrato sempre ad agire nell'ombra. Papa ha praticamente a disposizione delle "truppe" che utilizza per perseguire i suoi scopi personali". La trama puntava dritto a palazzo Grazioli. Lo stesso Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia, il 9 dicembre racconta: "Dopo le ultime elezioni il presidente Berlusconi, in una occasione, mi chiese notizie su Papa dal momento che aveva ricevuto qualche segnalazione diretta a fargli ottenere un incarico"»;
secondo quanto riportato nell'articolo di Giovanni Bianconi pubblicato su "Il Corriere della Sera" del 29 giugno 2011, «anche il nome del capo dell'Ispettorato del ministero della Giustizia Arcibaldo Miller, magistrato già in servizio alla Procura di Napoli, nell'indagine sulla fuga di notizie che mise sull'avviso gli inquisiti nell'inchiesta partenopea chiamata P4. A farlo è stato il principale indagato, Luigi Bisignani, nel primo interrogatorio davanti ai pubblici ministeri Francesco Curcio e Henry John Woodcock, il 9 marzo scorso. Dopo aver avuto una generica informazione dal deputato Italo Bocchino, ha riferito l'uomo d'affari, avvertì Alfonso Papa, magistrato napoletano e ora onorevole del Pdl, sul quale pende una richiesta d'arresto per favoreggiamento, corruzione e altri reati: "Papa mi disse che ne avrebbe parlato con il suo amico dottor Miller, Io capii che era preoccupato, dal suo atteggiamento". Nell'interrogatorio davanti al giudice che l'ha messo agli arresti domiciliari, Bisignani ha confermato che Papa s'era fatto "un giro a Napoli" e al ritorno gli aveva indicato le persone consultate: "Quello che maggiormente tranquillizzava tutti era il dottor Miller, che era amico suo. Ha detto (Papa, ndr): 'Guarda, stai tranquillo, non c'è niente, Miller è amico del dottor Woodcock (...)'". Un testimone dell'inchiesta, l'avvocato Patrizio della Volpe, ha spiegato ai magistrati a proposito del maresciallo dei carabinieri Enrico La Monica, altro inquisito per la P4 e ora latitante in Senegal: "La Monica aggiunse che il Papa gli aveva riferito di aver chiesto a Miller di fare accertamenti in Procura a Napoli, e che lo stesso Miller lo aveva rassicurato dicendogli che non c'era nessun procedimento a suo carico (cioè del Papa)". Rassicurazione falsa, qualora sia mai avvenuta. Convocato dai suoi colleghi pubblici ministeri Curcio e Woodcock, il capo degli ispettori ministeriali Miller ha negato ogni coinvolgimento: "Escludo categoricamente di aver ricevuto dal Papa alcuna richiesta di tal genere, e cioè di assumere informazioni relative alla sua posizione processuale; in proposito posso solo dire che ultimamente il Papa mi disse che era preoccupato perché temeva che il dott. Woodcock ce l'avesse con lui e che non parlasse bene di lui, temendo dunque una qualche iniziativa strumentale… Ribadisco che il Papa non mi fece alcuna richiesta, consapevole, credo, dell'assurdità della stessa". Comunque siano andate le cose, è certo che la Procura di Napoli - proprio con il pm Woodcock - stava indagando su Papa e Bisignani. E che alla fine di ottobre 2010, avvisati da qualche "talpa", gli indagati sono venuti a saperlo e hanno smesso di usare i telefoni intercettati. Un'altra fonte di Papa, sempre secondo Bisignani, era il comandante interregionale della Guardia di Finanza Vito Bardi, come ha specificato nell'interrogatorio del 9 marzo: "Mi disse che avrebbe parlato con un certo generale Bardi della Finanza; dopo qualche giorno tornò da me e mi disse che effettivamente aveva appurato a Napoli che la notizia dell'indagine era vera". E il 20 giugno, davanti al giudice, ha ribadito: "Il generale Bardi è un nome che ho fatto e neanche mi ricordavo, ho detto che (Papa, ndr) parlava di un certo Bardi". Sulla base delle dichiarazioni di Bisignani, il generale Bardi è stato indagato per rivelazione di segreto d'ufficio. Ma quando è stato convocato dai pubblici ministeri ha rivendicato la correttezza del suo comportamento. Ha negato di aver mai ricevuto richieste di notizie da Papa su indagini nei suoi confronti; incontrava il magistrato-deputato in occasione di ricevimenti o appuntamenti pubblici, ma non ci furono incontri mirati a conoscere i dettagli di qualche inchiesta. Né lui gli ha fatto alcuna confidenza. Per questo, subito dopo l'interrogatorio, il generale ha presentato una denuncia per calunnia contro Bisignani e chiunque l'avesse indotto a rendere quella testimonianza. È vero invece che Bardi parlò del procedimento su Papa e Bisignani, per il quale la Guardia di Finanza aveva ricevuto dai pubblici ministeri le deleghe a svolgere accertamenti, al comandante generale delle Fiamme Gialle. Periodicamente - ha spiegato l'alto ufficiale ai pm - lui si reca a Roma, nella sede del comando generale, per aggiornare i suoi superiori sulle attività principali e di maggior rilievo, secondo una prassi nota e consolidata. E nel mese di ottobre 2010, ha ammesso Bardi, informò il comandante generale Nino Di Paolo dell'inchiesta coordinata dai magistrati Curcio e Woodcock. Nell'occasione era presente anche il capo di stato maggiore, generale Michele Adinolfi. Quest'ultimo è un particolare importante, perché il deputato del Pdl Marco Milanese - ex finanziere, consigliere politico del ministro Tremonti fino alle recenti dimissioni- ha riferito che fu proprio Adinolfi, nel corso di una cena a Roma, a suggerire di avvertire Bisignani dell'indagine a suo carico. Nell'interrogatorio e poi in un confronto con Milanese, Adinolfi ha negato la circostanza e respinto l'accusa che gli è valsa un avviso di garanzia. Il suo avvocato Enzo Musco è pronto a presentare un'istanza per spostare l'indagine sulla fuga di notizie, per competenza territoriale, da Napoli a Roma»;
considerato che:
un articolo pubblicato venerdì 28 settembre 2007 su "La Voce della Campania", il mensile di Rita Pennarola ed Andrea Cinquegrani, dal titolo: "Chi è Arcibaldo Miller - Gli affari di Cirino Pomicino", fa un ritratto non proprio lusinghiero del capo degli ispettori ministeriali: «Da pm alle procure di Santa Maria Capua Vetere e poi Napoli, alla poltronissima di super 007 del ministero di Grazie e Giustizia, voluto da Castelli e riconfermato da Mastella, ovvero trasversale al punto giusto. Nel suo pedigree, inchieste bollenti come quella sulla ricostruzione post terremoto finita nella classica bolla di sapone. Ma vediamo come andò veramente. Chi è davvero il capo degli ispettori ministeriali Arcibaldo Miller, nominato dal leghista Roberto Castelli e riconfermato dal guardasigilli Clemente Mastella? Una carriera, la sua, che si sviluppa soprattutto all'ombra del Vesuvio, visto che per i bollenti anni '90 è uno dei pm di punta della procura partenopea. A lui l'ex procuratore capo Agostino Cordova affida la leadership - "in quanto giudice anziano", precisa l'ex mastino di Palmi - dello strategico pool anticorruzione, composto da altre tre toghe (Antonio D'Amato, Alfonso D'Avino e Nunzio Fragliasso) e incaricato delle inchieste più scottanti, dal post terremoto alla massoneria a sanitopoli. Quando nel '98 scoppia la polemica tra i vertici della procura e gli avvocati partenopei (fiancheggiati da Magistratura democratica) in realtà i bersagli sono due: Cordova e Miller, cui vengono dedicate una ventina di pagine al vetriolo del dossier redatto dalla Camera penale di Napoli. Nel mirino due procedimenti disciplinari a carico della toga di origini scozzesi. Fra i rilievi mossi ci sono "le frequentazioni con la famiglia camorristica degli imprenditori Sorrentino, famiglia che è risultata aver condizionato fortemente gli appalti e le assegnazioni di lavori pubblici in Campania"; frequentazioni - è precisato - insieme al dottor Armando Cono Lancuba, e "ammesse dallo stesso dottor Lancuba negli anni 1985-1987". "Entrambi i procedimenti subiti dal dottor Miller - viene aggiunto nel documento - si sono conclusi con l'archiviazione, ma residuano, nelle due vicende, fondate ragioni di censura sul comportamento del magistrato, per l'estrema disinvoltura manifestata nelle sue relazioni personali". Nel dossier, fra l'altro, viene ricordato che "il procedimento per il reato previsto dall'articolo 416 bis del codice penale, che ha visto nel '94 l'arresto di alcuni magistrati napoletani per collusioni con la camorra, ha riguardato anche il dottor Miller e, tra gli altri, un esponente della famiglia Sorrentino". Un procedimento, ovviamente, archiviato. Non rilevante sotto il profilo penale, la motivazione di rito. Ma sotto quello morale e deontologico? Boh. Scrivevano ancora i penalisti nell'infuocato dossier: "Non può che lasciare stupefatti che si sia venuti a una situazione in cui un magistrato della procura di Napoli, che ha fatto parte delle commissioni di collaudo per la ricostruzione post terremoto, si occupa della maxi indagine su tale ricostruzione. Ancor più preoccupante è apprendere che alla ricostruzione in Campania hanno certamente partecipato le imprese della famiglia Sorrentino - come risulta pacifico dagli atti provenienti dalla stessa procura di Napoli - che all'epoca aveva stretti rapporti con uno dei magistrati che oggi conduce l'indagine". Fanno comunque presente, gli estensori del j'accuse, che "il dottor Miller ebbe comunque a chiedere al dottor Cordova di potersi astenere dal proseguire le indagini riguardanti alcuni procedimenti ed in particolare 'la Sanità'", la "Ricostruzione post terremoto" e «il Centro direzionale». È proprio il maxi processo post sisma il clou della carriera professionale di Miller. Che con i tre colleghi raccoglie, in numerosi anni d'indagine, una montagna di carte, attraverso le quali si dimostra in maniera inequivocabile come la classe politica locale riesce a drenare uno smisurato fiume di miliardi a proprio uso e consumo, creando un perfetto sistema a base di "imprese di partito", scatole spesso e volentieri vuote ma opportunamente riempite di appalti pubblici milionari. È l'applicazione, in salsa partenopea, dell'azzeccato teorema-Di Pietro sulle "acchiappa-appalti", sigle e società al servizio dei potenti di turno che hanno tutto il tempo - e i fondi - per tuffarsi sul proscenio nazionale, con un Paolo Cirino Pomicino prima alla Funzione pubblica e poi al Bilancio, un Francesco De Lorenzo alla Sanità, il tandem Antonio Gava-Enzo Scotti agli Interni, Carmelo Conte alle Aree Urbane e "compagnia bella" continuando (secondo il colorito intercalare del patron di Icla, la regina degli appalti, Massimo Buonanno, davanti ai membri della commissione Scalfaro per indagare sugli sperperi post terremoto). Peccato che le mirate piste investigative sbaglino clamorosamente - strada facendo - gli obiettivi. Cadono come foglie al vento le accuse di concussione-corruzione, comunque tipiche di Tangentopoli. Ha facile gioco 'o ministro Pomicino nel descrivere i più che amichevoli rapporti coi costruttori-amici napoletani. Poteva mai minacciarli se poi - come rivela con dovizia di dettagli - andava quotidianamente a pranzo con loro o era il "padrino" per il battesimo di loro figlio? "È proprio dai racconti di Pomicino - osserva un magistrato - che balza in tutta evidenza un altro tipo di rapporto con i mattonari: erano tutti impegnati in un solo scopo, fare affari, raccogliere fiumi di soldi per le proprie tasche e le correnti di riferimento. Insomma, un'associazione". A delinquere, come recita il classico articolo 416. Con l'aggiunta di un piccolo particolare, il bis. Sì, perché al banchetto arcimiliardario del dopo terremoto (64 mila miliardi di vecchie, vecchissime lire anni '80) ha preso parte un terzo convitato di pietra (ma soprattutto di pietrisco, cave, cemento, calcestruzzo e subappalti a raffica, un 25 per cento abbondante di tutto la torta), la camorra, che con l'occasione ha trovato il propellente necessario per spiccare il grande salto e diventare vera e propria holding. Eppure il maxi pool capitanato da Miller non se ne accorge. Neanche una pagina, una sola, fra gli sterminati faldoni dell'inchiesta, fa riferimento a un nome, un'impresa di camorra. Miracoli di San Gennaro, che hanno soprattutto il pregio di ridurre drasticamente i termini per la prescrizione, da 15 - in caso di 416 bis - a 7 e mezzo per la rituale concussione-corruzione (che nemmeno c'è). "Al dibattimento è arrivato un cadavere", fu il commento di un cancelliere quando partì il processo di primo grado, destinato a morire inesorabilmente di "prescrizione". E a vedere tutti gli imputati felici, contenti e premiati: Paolo Cirino Pomicino e mister centomila Alfredo Vito con la poltrona di membri della commissione Antimafia (…). E pensare che Pomicino, nel '90, fu beccato con le mani nel sacco: un'inchiesta della Voce - titolo "Una bugia grossa come una casa" - documentò per filo e per segno il passaggio di proprietà di un lussuoso immobile nella zona chic di Napoli, a Posillipo, da una società dei Sorrentino ad una dei Pomicino. "Mia moglie ha trovato l'annuncio sul Mattino", ribatté 'o ministro, il quale però conosceva - e da anni - i fratelli Sorrentino, con uno dei quali (poi ucciso in un regolamento dei conti) intratteneva "amichevoli" rapporti, addirittura su carta ministeriale. Dopo alcune burrasche giudiziarie, i Sorrentino hanno trasferito il loro quartier generale a Lucca e generato una galassia societaria: fra i primattori Augusto Dresda, manager di spicco dell'Icla. Arieccoci (…). Alle ultime amministrative partenopee, il nome di Miller è rimbalzato più volte come possibile candidato alla poltrona di sindaco in quota Casa delle Libertà, da contrapporre a Rosa Russo Iervolino. "Un uomo d'ordine per ripulire la città", era il leit motiv che correva fra le truppe del cavaliere. "Già la città è un bordello...", controbattevano altri, ricordando la storia della casa di appuntamenti di via Palizzi nella quale il nome di Miller venne tirato in ballo insieme a quello di altri magistrati: la storia non ha avuto alcun seguito penale, ma di quella casa si è a lungo parlato in occasione dell'omicidio Siani (la pista Rubolino - il cui nome dopo la morte è tornato alla ribalta per alcune piste vaticane indagate dalla procura di Potenza - poi finita nella classica bolla di sapone). La candidatura di Miller alla fine saltò: al suo posto, comunque, un altro uomo d'ordine, l'ex questore di Napoli Franco Malvano. La figlia di Miller, Cristina, ha sposato Pietro Scaramella, fratello di Mario Scaramella, la "spia" in salsa partenopea coinvolta nel caso Livtinenko e braccio destro di Paolo Guzzanti nella Mitrokhin. Sotto il profilo professionale, Cristina segue le orme paterne. A dicembre 2006 ha preso parte al concorso per commissario di polizia con una tesi dal titolo "L'infiltrazione della criminalità organizzata nel ciclo dei rifiuti: il caso Campania. Tecniche di investigazioni e strumenti di contrasto". A quando una tesina su "007 o pataccari: la Scaramella story"?»,
si chiede di sapere:
se risulti che nel 1998, quando scoppia la polemica tra i vertici della procura e gli avvocati partenopei in un dossier della camera penale di Napoli vi erano pesantissimi rilievi su alcuni procedimenti disciplinari a carico di Miller tra i quali le frequentazioni con la famiglia camorristica degli imprenditori Sorrentino, famiglia che è risultata aver condizionato fortemente gli appalti e le assegnazioni di lavori pubblici in Campania; frequentazioni insieme al dottor Armando Cono Lancuba, e "ammesse dallo stesso dottor Lancuba negli anni 1985-1987", con i procedimenti subiti dal dottor Miller conclusi con l'archiviazione;
se risulti che nelle due vicende, si trovavano fondate ragioni di censura sul comportamento del magistrato, per l'estrema disinvoltura manifestata nelle sue relazioni personali presenti nel dossier, dove viene ricordato, a quanto risulta dall'articolo citato, che «il procedimento per il reato previsto dall'articolo 416 bis del codice penale, che ha visto nel '94 l'arresto di alcuni magistrati napoletani per collusioni con la camorra, ha riguardato anche il dottor Miller e, tra gli altri, un esponente della famiglia Sorrentino. Un procedimento, ovviamente, archiviato»;
se risulti che nella rete, che gli permetteva di entrare nelle procure di mezza Italia, Alfonso Papa vantasse amicizie importanti, a partire da Bisignani che arrivava dritto al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta;
quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che vi possa essere in futuro una fuga di notizie delle indagini più delicate, analoghe alla P3 di Roma, alla P4 di Napoli e a quella sul G8, che ha visto coinvolti il nome del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, dell'ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, già coinvolto nell'inchiesta sui "Grandi Eventi", per cui si è dovuto dimettere dalla magistratura.
(4-05516)
LANNUTTI - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
le indicazioni fornite dall'Unione europea (UE) nel 1990 con lo "Schema Direttore della rete europea ad alta velocità" prevedevano la creazione di una rete di trasporti ferroviaria che raggiunga omogeneità tra i vari Stati membri ed elevate velocità di servizio;
tale piano comprendeva la realizzazione di 9.000 chilometri di nuove linee con velocità superiori a 250 chilometri orari, il potenziamento di 15.000 chilometri di linee esistenti, per velocità intorno a 200 chilometri orari, e 1.200 chilometri di varie tratte di collegamento;
per rispondere all'esigenza, comune a tutti i Paesi dell'UE, di sviluppare la modalità di trasporto su ferro di passeggeri e merci, aumentare l'offerta di mobilità e contribuire al riequilibrio modale dei sistemi di trasporto, l'Alta Velocità (AV) italiana ha adottato una formula leggermente diversa rispetto agli altri Stati membri, che è quella dell'AV/ Alta Capacità;
ad un primo tentativo di sintesi si possono individuare, in Europa, almeno tre modelli di sviluppo ferroviario con caratteristiche di AV: a) quello francese, esclusivamente per passeggeri, impostato su nuove linee con velocità di punta di 300 chilometri orari e relazioni non-stop tra le aree metropolitane; b) quello tedesco, misto per merci e passeggeri, tendente a servire anche le città intermedie con un sistema di treni cadenzati impostato su velocità diversificate non superiori a 250 chilometri orari, realizzato con largo utilizzo di linee preesistenti rimodernate; c) quello svizzero-inglese, che prevede la velocizzazione del servizio intercity fino a 200/225 chilometri orari, abbinata al cadenzamento almeno ogni ora di un treno per qualunque destinazione sulla rete e coincidenze in tutte le stazioni, alla stessa ora, per tutti i treni passeggeri;
solo la Francia, ovviamente, e la Spagna, con polemiche di vario genere, ma con il solo successo della Parigi-Lione, hanno adottato il modello francese: velocità di 300 chilometri orari e conseguente specializzazione della linea al solo servizio passeggeri;
tutti gli altri Paesi europei si sono orientati verso linee ad esercizio promiscuo, con velocità massime di circa 200 chilometri orari a cui vanno ad integrarsi le nuove linee tedesche NBS e la direttissima Firenze-Roma, che consentono il raggiungimento dei 250 chilometri orari;
la struttura territoriale italiana parrebbe essere simile a quella tedesca. Invece la scelta è caduta sul modello di tipo francese: cioè velocità di 300 chilometri orari e specializzazione della linea al solo servizio passeggeri. Scelta definita sconcertante, perché adotta un modello di AV non idoneo al territorio italiano, vanifica le attese legate al progetto e costituisce un immenso sperpero di preziose risorse pubbliche;
l'AV da 300 chilometri orari ottiene i suoi risultati nel collegamento di due poli metropolitani distanti tra 250 e 500 chilometri - scrive in un suo articolo Mario Cavargna, vice presidente di Pro Natura. Sono le distanze su cui i vantaggi di tempo conseguiti dal treno veloce sul normale intercity diventano apprezzabili, mentre quelli ottenuti dall'aereo rispetto al treno veloce sono ancora vanificati dai tempi di attesa e di raggiungimento delle aree aeroportuali. La linea Parigi-Lione, che corre su una tratta di 427 chilometri, è sicuramente rappresentativa di tale situazione;
la differenza di velocità, su cui si gioca la differenza del modello francese rispetto a quello tedesco ed europeo, non è una questione secondaria. Ed ancora Carvagna spiega che i risparmi di tempo ottenuti da un TGV (treno ad AV francese) o da un ETR 500 rispetto ad una linea modernizzata servita da un treno ad assetto variabile come l'ETR 450 (Pendolino), a meno di riduzioni del tracciato, sono solo di 20 minuti ogni circa 300 chilometri di percorso. Ma soprattutto una velocità massima che si situi intorno ai 220 chilometri orari rimane compatibile con l'esercizio di un traffico misto;
una scelta, pertanto, tra TAV alla francese, con impianti che funzionano a corrente alternata - fonte di elevatissimo inquinamento elettromagnetico per utenti e lavoratori del trasporto su rotaia, con aumento del rischio di leucemia infantile - e TAV all'italiana, con corrente continua (come nel tratto Roma -Firenze, in funzione, fino a Chiusi, già dal 1968), che non produce campo magnetico alternato e quindi non induce corrente nel corpo umano. La differenza non è di poco conto;
a giudizio dell'interrogante, la scelta di un modello di TAV all'italiana non avrebbe reso necessario il corridoio 5 Lione-Brennero/Tarvisio per portare la linea di AV ai confini della Germania e della Mitteleuropa (la cui rete è a corrente continua) e, quindi, non avrebbe reso necessario il passaggio della TAV attraverso la Val di Susa, con la paradossale motivazione di consentire agli sciatori francesi di venire a sciare in Italia (sono previste apposta stazioni con ascensori direttamente sulle località sciistiche, nel lungo tratto sotterraneo della ferrovia attraverso le Alpi);
è criticabile, a giudizio dell'interrogante, anche l'uso strumentale del finanziamento europeo per giustificare la decisione di continuare sul percorso scelto. Seicentocinquanta milioni di euro sono una piccolissima cosa a fronte della spesa italiana: l'Italia importa la tecnologia francese dell'AV e seppellisce la propria, che consentirebbe una rete merci/passeggeri integrata, come accade già sulla Roma-Firenze (la prima linea ad AV in Europa), e una crescita della rete ad AV sulla rete esistente, senza nuovi impatti ambientali. L'utilizzo della tecnologia italiana avrebbe altresì consentito di esportare i brevetti italiani;
per chiarire quanto detto finora basta immaginare un treno merci che viaggia da Monterotondo Scalo fino a Roma Scalo San Lorenzo, con un'elettromotrice a corrente continua, poi viene trascinato da una motrice diesel fino a Termini, lì viene agganciato da un'elettromotrice a frequenza continua ad alta velocità, compirà un tragitto Roma-Firenze a 260 chilometri orari, a Firenze cambierà motrice e aggancerà una motrice a corrente alternata ad AV (quando verranno prodotte per i treni merci), viaggerà fino a Milano centrale a 300 chilometri orari, sarà di nuovo agganciato da un diesel per essere portato allo Scalo e da lì finalmente, con una normale elettromotrice, arriverà a Como o in qualche altra località. Il vantaggio dell'AV alla francese per il tratto Firenze-Milano a 300 chilometri orari invece che a 260 chilometri orari (consentito dall'AV all'italiana, e che avrebbe potuto essere facilmente esteso sulle tratte secondarie ove si fosse risparmiato sull'AV per lo sci), sarebbe stato ampiamente controbilanciato per le soste per cambio elettromotore e sarebbe stato ampiamente sopravanzato dal vantaggio di un viaggio Monterotondo-Como, senza cambiare motrice, sempre in corrente continua, a 260 chilometri orari tra Roma e Como e a 80 all'ora tra Monterotondo e Roma;
tornando alle origini della nascita del progetto dell'AV, non si può tralasciare che molte voci sollevarono, in nome della difesa dell'interesse collettivo, dubbi e perplessità sull'intera vicenda, a partire dalle famose 'Dieci questioni sull'alta velocità ferroviaria' poste fin dal 1991 da Guglielmo Zambrini sulle pagine de "Il Sole 24 ore". Interprete di queste posizioni, tra gli altri, si fece l'allora Ministro dell'ambiente Edo Ronchi che istituì, assieme al Ministero dei trasporti, un 'Gruppo di Verifica Trasversale Torino-Milano-Venezia e Genova-Milano';
il Gruppo, formato da una decina di esperti e funzionari indicati dai due Ministeri, concluse il suo lavoro nell'ottobre del '97 con un documento che, nella sostanza, non riconosce al progetto una sufficientemente dimostrata fattibilità. Secondo i redattori infatti, in un quadro di massima attenzione all'uso delle risorse finanziarie da parte dello Stato, le analisi di fattibilità sino a quel momento presentate non potevano essere ritenute sufficienti ed occorreva trasformare il progetto da realizzazione di una nuova linea veloce funzionalmente separata dal sistema attuale in quello di potenziamento e riqualificazione del complesso dei collegamenti ferroviari nella Padania al suo interno e con le grandi direttrici di scambio nazionali ed internazionali, in una piena logica di rete;
sostanzialmente, il Gruppo chiedeva di abbandonare la logica dell'infrastruttura specializzata e dedicata ai supertreni, di tornare a parlare di sistema ferroviario integrato, di utilizzare tutta la strumentazione disponibile per risolvere le criticità ed eliminare le strozzature del sistema, di utilizzare davvero l'analisi di fattibilità per individuare le soluzioni migliori, ivi comprese quelle relative al sistema di alimentazione, e per decidere i tempi ottimali di realizzazione delle diverse fasi del progetto. Praticamente il gruppo di verifica chiedeva la sospensione del progetto e quindi l'abbandono del modello francese;
successe ovviamente il contrario. Il Gruppo fu sciolto, il Ministro Burlando andò in Parlamento a riferire che la TAV (non precisò che si trattasse della TAV alla francese a lungo osteggiata dalla rivista degli ingegneri delle Ferrovie dello Stato) si doveva fare per favorire il trasporto merci su rotaia. Quindi, nonostante il parere fortemente critico prodotto dal Ministero dell'ambiente, il progetto AV imperturbato avanzò;
lo stesso ministro Ronchi - secondo quanto riportato da "Il Corriere della sera" del 20 novembre 1996 - il sistema francese si è rivelato rigido e pertanto si sta discutendo come intervenire per modificarlo. È quindi opportuno evitare che da noi si possano compiere gli stessi errori. L'allora ministro dell'ambiente sosteneva che per cambiare modello nel progetto italiano occorressero pendenze minori e verifiche tecniche per gallerie e viadotti;
restano tuttavia le domande e le prescrizioni che il documento degli esperti ha posto nel 1997, ed alle quali occorrerà prima o poi rispondere. A ciò occorre aggiungere che nel 1999, mentre già si aprivano le conferenze dei servizi tra TAV ed enti locali sull'inserimento della linea nel territorio, l'allora Ministro dei trasporti Tiziano Treu costituì una nuova Commissione di verifica che avrebbe dovuto valutare le risposte che TAV avrebbe dovuto fornire ai quesiti posti dal documento del primo Gruppo di valutazione. Le conclusioni della nuova Commissione, in sintesi, non riconoscevano ancora nessuna priorità alla realizzazione della linea AV completa, né sulla tratta Milano-Torino, né su quella Milano-Venezia,
si chiede di sapere:
se non si ritenga necessario valutare attentamente l'ipotesi di un disallineamento dal modello francese che pone da sempre dubbi sulla sua effettiva adattabilità al territorio italiano e che è altresì causa, in ragione del previsto attraversamento della Val di Susa, di innumerevoli scontri con la società civile;
se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno riavviare la discussione, questa volta seria e non condizionata né da interessi di parte né dai pregressi errori di impostazione, sul destino di uno dei più grandi investimenti in opere pubbliche intrapreso in Italia;
se non sia il caso di interrogarsi sulle domande poste dalle commissioni di verifica istituite verso la fine degli anni Novanta al fine di capire effettivamente qual è il modello di esercizio ferroviario che si vuole costruire per il futuro.
(4-05517)
MAZZUCONI, BASSOLI, VIMERCATI, FONTANA - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
il sito di interesse nazionale di Pioltello e Rodano, in provincia di Milano, è stato incluso nell'elenco dei siti di bonifica di interesse nazionale con la legge n. 388 del 2000 ed è stato perimetrato con decreto ministeriale 31 agosto 2001 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 252 del 2 ottobre 2001;
il perimetro del sito, di estensione pari a 830.000 metri quadri, include interamente il polo chimico ubicato al confine tra i territori comunali di Pioltello e di Rodano (localizzati a est del capoluogo di provincia), delimitato a nord dal tracciato ferroviario e a sud dalla SP 14 "Rivoltana";
a sud del polo chimico insiste il confine del parco agricolo di Milano;
il sito include 7 aree di proprietà di privati, oltre all'area ex SISAS, soggetta a curatela fallimentare dal 2001. È inoltre presente una limitata porzione di area di competenza di RFI, interessata dall'intervento di quadruplicamento della linea ferroviaria Pioltello-Treviglio;
in particolare nell'area ex SISAS (305.800 metri quadri), dove ha operato un'industria chimica, oggetto di dichiarazione di fallimento, le indagini di caratterizzazione avevano evidenziato: 1) acque di falda: contaminazione da metalli (cromo VI, arsenico), composti alifatici clorurati, composti aromatici; 2) presenza di tre discariche abusive denominate A, B, C, costituite da rifiuti derivanti dalla produzione industriale, per un volume complessivo pari a circa 340.000 metri cubi: le discariche "A" e "B" costituite da scarti di lavorazione dell'Acetilene (nerofumo), la discarica "C" costituita da rifiuti industriali pericolosi (fusti contenenti anidride ftalica e residui peciosi contenenti IPA, ftalati e cobalto); 3) terreni: contaminazione dei suoli da metalli (cadmio, cromo VI, mercurio, zinco), idrocarburi C12, composti alifatici clorurati e PCB;
la parte restante del sito comprende inoltre l'area Antibioticos (369.000 metri quadri), stabilimento farmaceutico; le aree di proprietà del gruppo Air Liquide (105.500 metri quadri), destinate allo stoccaggio di gas tecnico-industriali e farmaceutici, attività classificata "industria a rischio di incidente rilevante"; area CGT (11.000 metri quadri), dove sorge uno stabilimento chimico; l'area Thermo Electron (24.708 metri quadri), attività di produzione e commercializzazione di apparecchi scientifici per analisi chimiche da laboratorio e da processo; area immobiliare 2C (10.200 metri quadri), dove opera la società Wilson Logistics Italia SpA, attività di spedizione merci per conto terzi e stoccaggio; area RFI (4.690 metri quadri);
anche la caratterizzazione delle aree appena citate ha evidenziato notevoli livelli di inquinamento con contaminazione delle acque di falda;
in generale, la falda dell'intera zona è esposta a rischio altissimo, quando non sia già pesantemente contaminata;
sull'area ex SISAS la Commissione della Comunità europea ha avviato, dal 2001, una procedura di infrazione comunitaria relativa alle tre discariche citate nei confronti della Repubblica italiana, non avendo quest'ultima adottato le misure necessarie ad assicurare che i rifiuti depositati nelle discariche fossero recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell'uomo e senza recare pregiudizio all'ambiente;
in data 21 marzo 2007, al termine di una delicata trattativa avviata dallo Stato italiano con i servizi della Commissione europea, preso atto dell'avvio dei lavori di rimozione dei rifiuti presenti in area ex SISAS, il collegio dei commissari europei ha concesso al Governo italiano una sospensione del nuovo deferimento alla Corte di giustizia, subordinata al regolare invio di comunicazioni, da parte delle autorità italiane, relative allo stato di avanzamento degli interventi di bonifica delle tre discariche;
a seguito di tali fatti è stato attivato un accordo di programma finalizzato alla realizzazione degli interventi di messa in sicurezza, bonifica e riqualificazione urbanistica dell'area ex SISAS tra il Ministero in indirizzo, la Regione Lombardia, le amministrazioni comunali e il soggetto privato interessato all'acquisizione dell'area, finalizzato alla realizzazione degli interventi di messa in sicurezza, bonifica e riqualificazione urbanistica dell'area ex SISAS;
tale procedura è stata bruscamente interrotta con l'arresto di uno degli imprenditori interessati, Giuseppe Grossi, per reati connessi, pare, alla bonifica dell'area "Montecity - Santa Giulia";
a seguito di ciò è stato nominato un commissario, l'avvocato Luigi Pelaggi, capo della segreteria tecnica del Ministro in indirizzo al fine di concludere la bonifica e di evitare la sanzione europea;
tale risultato sarebbe stato conseguito stanti le comunicazioni alla stampa presentate dal Ministro in indirizzo e dal Presidente della Regione Lombardia;
viene data in questi giorni notizia di tangenti pagate al Commissario dalla ditta interessata alla bonifica, subentrata alla precedente;
non si vuole qui entrare nel merito delle indagini in corso, tuttavia l'accaduto è tale da sollevare nella popolazione residente nuovi timori sulle modalità con cui sono stati condotti i lavori, data l'estrema pericolosità dell'area,
si chiede di sapere:
se i lavori siano stati condotti con il perseguimento della bonifica dell'area ex SISAS;
quale sia lo stato delle acque di falda e fin dove sia presente la contaminazione;
quale sia la presenza di inquinanti;
dove e in quale misura siano stati smaltiti i rifiuti asportati dalle discariche e i terreni contaminati e, in generale, tutti rifiuti presenti nel sito;
se risponda al vero che siano stati mutati i codici relativi ai rifiuti al fine di ottenere più facile ingresso (e a costi inferiori) in impianti altrimenti non autorizzati a ricevere la tipologia presente nel sito;
che cosa si intenda fare per l'intera area, quali siano gli accordi con le attività ancora operanti e come si pensi di affrontare la situazione residua con particolare riferimento ai danni pregressi e all'inquinamento dell'intero comparto e della falda.
(4-05518)
CUTRUFO, TOFANI - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che agli interroganti giungono sempre più numerose notizie di disservizi delle linee di trasporto ferroviario nel Lazio e specialmente nella tratta che collega la capitale con la provincia di Frosinone;
considerato che:
negli ultimi giorni il treno n. 2496 proveniente da Caserta e diretto a Roma Termini ha fatto registrare quotidianamente ritardi all'arrivo, a volte anche di 50 minuti;
in particolare, lo scorso 21 giugno 2011 il suddetto treno, a causa del guasto del convoglio immediatamente precedente, arrestatosi nella stazione di Colleferro, è giunto alla stazione di Zagarolo sovraccarico da non poter più accogliere viaggiatori;
inoltre, su molte carrozze del medesimo treno non era funzionante l'impianto di condizionamento e per tale ragione alcune persone che si trovavano a bordo, in sovrannumero rispetto a quanto previsto dalle normali condizioni di viaggio, hanno accusato malori, tanto da richiedere l'intervento dei medici e dei carabinieri;
tale stato di cose ha provocato una sosta forzata del treno di 40 minuti presso la stazione di Zagarolo;
preso atto che:
le carrozze dei treni regionali si trovano spesso in condizioni di scarsissima igiene e sovente sono prive di un adeguato sistema di condizionamento, e ciò costringe i passeggeri a viaggiare in condizioni non dignitose, in special modo nelle stagioni calde;
i continui disservizi recano danno ai lavoratori pendolari, i quali ogni giorno sono costretti a giustificarsi con i propri datori di lavoro per i ritardi causati da un trasporto ferroviario regionale non solo inefficiente, ma anche insufficiente,
gli interroganti chiedono di sapere se e quali urgenti iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda intraprendere al fine di assicurare il decoro e l'efficienza del servizio ferroviario nel Lazio e garantire a chi fruisce di detto servizio adeguate condizioni di trasporto.
(4-05519)
Interrogazioni, da svolgere in Commissione
A norma dell'articolo 147 del Regolamento, la seguente interrogazione sarà svolta presso la Commissione permanente:
13ª Commissione permanente(Territorio, ambiente, beni ambientali)
3-02281, dei senatori Stradiotto e Della Seta, sullo smaltimento dei prodotti consumabili per stampa.