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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 575 del 29/06/2011


MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signora Presidente, vorrei sottolineare che, in realtà, sono in corso tre dibattiti, che si intrecciano, perché sembra che l'argomento sia comune ma il taglio fornito all'aspetto politico delle discussioni dice chiaramente che le tre mozioni si intrecciano ma rispondono a logiche profondamente diverse.

Cercherò di rispondere brevemente ad alcune osservazioni che sono state fatte nel corso della discussione generale, anche esprimendo l'opinione del Governo sulle mozioni che qui sono state presentate.

Da parte dell'IdV è intervenuto il senatore Pardi, che ha sollevato un problema di carattere molto ampio, che certamente trascende i limiti del dibattito in quest'Aula, ma che comunque ha toccato il cuore del problema, sotto il profilo culturale. Vorrei fare al senatore Pardi due sole osservazioni, senza entrare nella discussione; altrimenti resteremmo a parlare di questo argomento per qualche ora, anche se lo farei con piacere.

Molto giuste sono le valutazioni relative al rapporto tra noi e l'altro, tra la nostra cultura e la cultura dell'altro. Ma poi esistono risposte concrete, al di là delle sensazioni. Il fatto che come comunità internazionale abbiamo ottenuto dei risultati positivi nella lotta alla fame nel mondo e abbiamo avvicinato alcune decine di milioni di individui a un livello di sopravvivenza minimo, lo possiamo esprimere con un numero complessivo mondiale; ma se uno va a guardare nel dettaglio, vede sostanzialmente che sono solo Cina ed India ad aver ottenuto questi risultati. E questo (non c'è bisogno di aprire una discussione) dà una risposta che può essere giudicata in maniera positiva o negativa (non è questo il momento di giudicarla), ma che dice che lo sviluppo economico e sociale è fino ad oggi ancora l'unico in grado di rispondere a questa necessità. Certamente Cina e India sono governate da sistemi fra loro profondamente diversi, inseguono anche obiettivi di grande sviluppo, ma seguendo due linee particolarmente diverse (voglio ricordare che la Cina rappresenta la più grande industria manifatturiera del mondo, mentre l'India punta sul terziario, su una evoluzione più di software rispetto all'hardware cinese), ma la risposta è lì.

Questo nelle molte politiche che attuiamo nei Paesi del Terzo mondo, in via di sviluppo, nei Paesi che stiamo coinvolgendo nella globalizzaione ci dovrebbe da un lato preoccupare per gli aspetti di carattere culturale che comporta; dall'altro ci dovrebbe far prendere atto che, al di fuori dello sviluppo economico, non esistono al momento risposte. E anche gli aiuti che diamo hanno un senso se hanno quell'obiettivo, cioè quello di sviluppare economicamente i Paesi, là dove si sviluppa questo fenomeno.

L'altra osservazione concerne un aspetto che vorrei riportare al centro del dibattito politico, perché troppo spesso in esso lo si è dimenticato: la demografia.

Se abbiamo perso l'occasione di capire quello che è avvenuto in questi mesi nel Medio Oriente, è a causa di una carenza, se si vuole, di analisi politica (non certo solo da parte del Governo italiano: credo che il Governo francese su quanto avvenuto in Tunisia abbia certamente registrato un ritardo enorme). Però gli attenti analisti e chi segue queste cose proprio attraverso la demografia di quei Paesi avevano lanciato alcuni segnali di allarme. Quando andiamo incontro a Paesi, a realtà sociali nelle quali grosso modo la metà della popolazione - in qualche caso il 40, in altri il 38 o il 42 per cento - è fatta di persone che hanno meno di 30 anni o di 25, è ovvio che siamo di fronte a un mondo diverso dal nostro. Siamo di fronte a una realtà che non riusciamo nemmeno più a comprendere, anche perché evidentemente viviamo una realtà che purtroppo per noi presenta percentuali totalmente diverse: forse dovremmo parlare di over 60 da noi per raggiungere quelle percentuali.

Allora, la demografia diventa un argomento di analisi e valutazione certamente, ma anche una politica. Occorre evidentemente, sia da parte della comunità internazionale nei confronti dei Paesi terzi, sia all'interno della comunità internazionale nei Paesi cosiddetti sviluppati, capire che questo è un elemento di grande cambiamento che sta intervenendo nel mondo, di fronte al quale occorre mettere in moto dei meccanismi che ne tengano profondamente conto. Quando in Egitto il 40 per cento della popolazione ha meno di 30 anni, siamo di fronte evidentemente a gente che chiede lavoro e futuro: vuole avere una speranza di vita. E di fronte a una mancanza di speranza di vita, le reazioni sono diverse, anche quella di infilarsi su un barcone e di affrontare il mare per raggiungere l'Occidente perché comunque, senza una speranza di vita, una sola speranza, quella del barcone, diventa una possibilità.

Questo vorrei che fosse chiaro per capire le dinamiche e il problema che stiamo affrontando.

Parlando di Medio Oriente, chi mi conosce sa che si tratta di un tema che mi è molto caro. Vorrei dire alla senatrice Garavaglia - che qui non vedo - che colgo l'occasione che mi è data per far sapere che il 9 luglio, giorno dell'indipendenza del Sud Sudan, sarò orgogliosamente a Jiuba a rappresentare il Governo italiano. Si tratta di una realtà che ci sfugge: un grande Paese come il Sudan va a dividersi. A chi è immemore, ricordo l'epoca della decolonizzazione, quando nel 1954 Kwame Nkrumah, in un famoso teorema, disse di non amare i confini del colonialismo, ma che se l'Africa avesse voluto andare avanti, i confini non dovevano essere discussi, perché altrimenti si sarebbe aperto un vaso di Pandora nel quale si sarebbe perso il fine ultimo: la libertà dei popoli africani.

Ebbene, per la prima volta da quell'epoca,questo teorema, che ha retto per più di 50 anni, garantendo - si fa per dire - la stabilità africana, si rompe con questa autodeterminazione che il popolo del Sud Sudan ha invocato e ottenuto negli accordi di sei anni fa e che ha confermato in un referendum, il cui risultato non può neanche essere messo in discussione, visto che più del 98 per cento ha votato per l'indipendenza del Sud Sudan. Anche questo è un nuovo fenomeno politico che occorrerà osservare con grandissima attenzione: infatti, di Sud del Sudan nella realtà africana ce ne sono molti, e se questo meccanismo si mette in moto, al di là delle complicazioni di carattere generale riguardo a quel continente, se ne apre un'altra di carattere più strettamente politico, che certamente ci deve preoccupare. Allo stesso tempo, ci deve preoccupare - lo dico per inciso perché lo collego alla debolezza dell'Egitto - il fatto che il Sud Sudan sia sul Nilo, e il controllo delle acque del Nilo è in quell'area l'elemento principe. A noi mancano petrolio e gas, ma il problema dell'acqua nella realtà del continente africano è ancora un elemento discriminante per le linee politiche.

Arriveremo di certo anche all'argomento dei barconi con le politiche immediate e le conseguenti operazioni che noi facciamo, ma è necessario non perdere il senso dell'epoca che stiamo vivendo, dei grandi movimenti in corso e delle conseguenze che dobbiamo accettare o, se non vogliamo subirle, dobbiamo regolare. Non dobbiamo contrastare ma regolare questi flussi e, visto che siamo al confine dell'Europa, chiedere all'Europa di farsi carico di un problema che riguarda tutti i Paesi sviluppati del mondo. A ciò collego il discorso sulle singole mozioni che, pur essendo certamente tutte inserite in questa cornice, di questa particolare questione affrontano aspetti profondamente diversi.

Venendo alle singole mozioni presentate, relativamente alla mozione n. 443, primo firmatario il senatore Pardi, potrei anche passare qualche ora a cercare di trovare, con qualche modifica, una soluzione, ma rispetto il fatto che il testo sia ispirato da una cultura politica che chiede delle soluzioni che non sono in linea con quelle del Governo. Allora, pur apprezzando legittimamente lo sforzo fatto dal Gruppo dell'Italia dei Valori, altrettanto legittimamente devo esprimere un parere contrario alla mozione presentata.

Per quanto riguarda la mozione n. 408 (testo 2), presentata da senatori del Gruppo del Partito Democratico a prima firma della senatrice Finocchiaro, ho avuto qualche dubbio, a nome del Governo, sul tipo di risposta da dare. Tuttavia, l'intervento dell'amico Marcenaro, che nella presentazione della mozione ha dato le motivazioni politiche all'origine della stessa, mi consente di dare una risposta più lineare.

Secondo il Gruppo del Partito Democratico, questa mozione viene fatta perché si ritiene che il Governo abbia disatteso gli impegni che invece ha via via mantenuto, al punto che si è ritenuto di doverli addirittura esplicitare al punto 8) del dispositivo della mozione, facendo riferimento a un piano che esiste tuttora (che è quello che fa capo alla Protezione civile, che è stato dimensionato sull'ipotesi di 50.000 migranti in 60 giorni e che è gestito dalla cabina di regia nazionale presso la Presidenza del Consiglio). A quanto pare, non si ritiene che quello strumento funzioni, mentre invece esiste e funziona, com'è stato concordato anche in sede parlamentare, in accordo con l'Associazione nazionale dei Comuni, con la Conferenza delle Regioni e con l'Unione delle Province. Infatti, si chiede al Governo di venire entro dieci giorni in Parlamento per discutere il nuovo piano («a presentare entro dieci giorni il piano per l'accoglienza dei profughi attraverso il sistema di protezione civile nazionale»).

Se dunque la posizione è che il Governo non mantiene gli impegni, è ovvio che in questa sede, in cui si parla della mozione in esame, non posso stare a discutere del fatto che il Governo abbia mantenuto o meno gli impegni, virgola più o virgola meno.

Presidenza del vice presidente CHITI (ore 11,16)

(Segue MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri). Devo invece rispondere con grande serenità che il Governo ritiene di aver mantenuto gli impegni e di aver avviato, secondo gli accordi che erano stati assunti anche in sede europea, un processo certamente debole rispetto a quanto ci si prospetta davanti, nonché di operare proprio nel solco di una serie di impegni, strumenti e procedure adottati. Devo dire quindi di no al Gruppo del PD: il Governo non accetta la vostra mozione, perché ritiene che lo spirito di fondo in base al quale è stata elaborata sia contrario alle sue politiche.

Lo dico per fare chiarezza, senatore Marcenaro, perché il problema non è se funzionano o meno le procedure o il tavolo costituito con la Protezione civile alla Presidenza del Consiglio. Lei ha invitato il Governo a calpestare il terreno dei centri di accoglienza: io, con un po' di demagogia, vorrei invitarla a percorrere con me il fango dei campi attorno a Cassala, dove 300.000 eritrei che fuggono dalla dittatura di Isayas Afeworki hanno giocato la loro vita. Se qualcuno non lo sa, lasciare l'Eritrea, dove esiste la coscrizione militare obbligatoria fino a 40 anni, vuol dire passare dalla parte dei traditori. E se qualcuno ancora non lo sa, devo ricordare che la coscrizione obbligatoria vale anche per i sacerdoti e per le suore. E se qualcuno ancora non lo sa, vale inoltre per tutte le donne, per cui nessuna di loro può uscire a qualunque titolo dall'Eritrea.

È chiaro allora che, di fronte a questa realtà, ci dovremmo certamente preoccupare di come funzionano i centri di accoglienza in Italia, ma dovremmo prestare anche maggiore attenzione all'origine di questi fenomeni e al perché oggi, nel gruppo dei disperati che vediamo sui barconi, contiamo tanti eritrei, tanti somali e tanti sudanesi. Ci sono realtà che vanno affrontate politicamente in quella sede e di cui vorrei che questo Parlamento un giorno avesse la forza di discutere, per assumere atteggiamenti severi nei confronti di chi, anche in sede internazionale, ne sottovaluta le conseguenze umane e psicologiche.

C'è una grande confusione, dovuta probabilmente anche ai tempi: penso alla mozione Rutelli, presentata ai primi di aprile, quando il fenomeno dell'immigrazione clandestina dalla Tunisia ancora prevaleva rispetto a quello dell'emigrazione di quelli che chiamo «i disperati della terra», cioè gli uomini, le donne e i bambini che fuggono dalla miseria, dalla fame e dalle dittature dell'Africa subsahariana. La Tunisia costituisce un fenomeno a sé: possiamo parlarne e possiamo risolvere il problema in sede di accordi bilaterali, come abbiamo fatto. Dobbiamo ringraziare anche in questa sede il Governo provvisorio tunisino che, superata l'ovvia fase di sbandamento seguita alla caduta del presidente Ben Alì, ha però in parte recuperato velocemente le proprie capacità di gestione della realtà e, come si è visto, dopo i nuovi accordi che sono stati siglati dal ministro Maroni, il fenomeno cosiddetto dell'emigrazione economica, o dell'emigrazione tunisina (pensiamo ai famosi 28.000 tunisini), possiamo definirlo come praticamente inesistente, oggi.

Quando invece parliamo di forse 50.000 persone (che personalmente temo in prospettiva siano molte di più), facciamo riferimento a quell'altra realtà costituita dalla sacca degli africani subsahariani, che cercavano di raggiungere il Nord Africa come punto di passaggio verso l'Europa. E vorrei aggiungere che molti di loro, decine di migliaia di loro, erano la parte produttiva - per così dire, date le condizioni di lavoro - del sistema economico della Libia.

Questo è il problema che dobbiamo affrontare. In tale contesto, la mozione 406 (testo 2), presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori, affronta un argomento specifico. Noi dobbiamo comunque partire da una considerazione di fondo: chi mette su barconi che non sono nemmeno in grado di navigare (credo che molti di voi li abbiano visti) centinaia di persone, donne e bambini compresi, senza nemmeno lo scafista (perché bloccano i timoni in direzione Lampedusa) e li dotano solo di un satellitare perché possano lanciare l'allarme per chiedere i soccorsi, commette un crimine: un'azione di questo genere, da chiunque venga commessa, è un crimine contro l'umanità.

Credo che dobbiamo essere assolutamente decisi a difendere questo tipo di impostazione. Sono crimini contro l'umanità, commessi da criminali che, oltre a mettere le persone su simili barconi, si avvalgono della strumentalizzazione e dello sfruttamento di tale crimine. Il crimine, quindi, è ancora maggiore e riguarda la criminalità organizzata, spesso quella africana; i nigeriani sono tra i maggiori indiziati di questi traffici, assieme ad alcune tribù del deserto, soprattutto egiziano, del Sinai. Ricordo il dramma di 200-250 profughi eritrei che nel Sinai hanno subito le peggiori torture ed umiliazioni.

Pertanto, il Governo intende accogliere la mozione a prima firma del senatore Rutelli che avvia questo tipo di ragionamento e vuole impegnare l'Esecutivo affinché si dia una giusta luce ed un giusto quadro a tale fenomeno. Ringrazio il senatore Rutelli per avere presentato un testo 2 della sua mozione, che tiene conto di molte modifiche indicate dalla parte tecnica ministeriale senza intaccarne la sostanza.

Ricordo al senatore Rutelli che, in una prima fase, sul punto 6) del capoverso a) del dispositivo della sua mozione, riguardante proprio la Corte penale internazionale, si era espressa la preoccupazione che lo strumento di per sé, soprattutto tenendo conto dei meccanismi previsti dallo Statuto di Roma, potesse essere un elemento retorico più che di carattere procedurale e operativo. Il Governo ha poi ritenuto di concordare con il testo originario della mozione Rutelli, perché comunque il richiamo alla valutazione della «possibilità di attivare, anche attraverso l'intervento del Consiglio di sicurezza dell'ONU, i necessari meccanismi previsti dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale allo scopo di demandare alla Corte situazioni nei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori in cui si possano configurare crimini contro l'umanità a carico dei responsabili di traffico di esseri umani» rappresenta la posizione del Governo. Quindi, accogliamo anche questa parte, che era indicata nella relazione del Governo.

Ho discusso con il senatore Rutelli - ma poi concordo con lui - un'eventuale modifica nel senso di introdurre l'espressione «ove ne sussistano le possibilità» dopo le parole «a valutare la possibilità di attivare»; mi ha risposto in maniera garbata e quindi non insisto su tale modifica. Dunque, resta confermato il testo originario del senatore Rutelli.

Vorrei svolgere qualche breve considerazione che - ripeto - non riguarda il valore politico. Mi riferisco all'ultimo capoverso prima dell'impegno al Governo, là dove è scritto «è possibile e doveroso mettere in campo strumenti di cooperazione e di law enforcement internazionali, nonché immediati provvedimenti giuridici e di ordine pubblico nazionali».

Come Governo le devo dire che la frase «nonché immediati provvedimenti giuridici e di ordine pubblico nazionali» non aggrava la situazione né ci spinge a dire di no; però, visto che parliamo di una relazione tra le forze di Governo e le forze parlamentari, invito il senatore Rutelli ad eliminare la frase. Infatti, è come se alla fine di questo ragionamento si riconoscesse una debolezza del Governo in materia giuridica.

Invece, laddove al punto 1) della lettera a) del dispositivo si parla dei trafficanti «che oggi partono sostanzialmente dalla Tunisia e dalla Libia», vorrei aggiungere oltre al Nord-Africa anche il Medio Oriente, perché una delle aree più calde, quelle delle quali dobbiamo preoccuparci, è la vasta area che va dal Mashrek fino al Maghreb. Quindi, se non ci sono obiezioni, ma non credo, aggiungerei anche questo rilievo.

Al punto 2), laddove è previsto «ad operare affinché l'Italia si impegni in sede europea per ottenere l'attivazione, il finanziamento (...) di una operazione di polizia internazionale», ringrazio il Parlamento che vuole impegnare il Governo ad assicurarsi anche la leadership di questa operazione, ma francamente devo dire, senatore Rutelli, ringraziandola di questa ambizione, che forse è meglio presentarsi in sede internazionale per operare attivamente perché si formi questa polizia internazionale sul modello EUPOL, lasciando alla sede multilaterale di discutere chi debba avere la leadership dell'operazione.

Con queste variazioni, possiamo accettare la mozione presentata e firmata dai senatori Rutelli, D'Alia, Pistorio, Contini, Russo, Sbarbati, Bruno, Baio, Valditara e Molinari.

Ringraziando comunque l'intera Assemblea per l'impegno e la passione che questa mattina sono stati dedicati ad un argomento così delicato, torno ad esprimere la posizione del Governo, che è contraria alle mozioni n. 408 (testo 2), presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori, e n. 443 (testo corretto), presentata dal senatore Pardi e da altri senatori, mentre il parere è favorevole, con quelle piccolissime correzioni, sulla mozione n. 406 (testo 2), presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori.