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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 575 del 29/06/2011


SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVI LEGISLATURA ------

575a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 29 GIUGNO 2011

(Antimeridiana)

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Presidenza della vice presidente MAURO,

indi del vice presidente CHITI

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N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Coesione Nazionale-Io Sud: CN-Io Sud; Italia dei Valori: IdV; Il Popolo della Libertà: PdL; Lega Nord Padania: LNP; Partito Democratico: PD; Unione di Centro, SVP e Autonomie (Union Valdôtaine, MAIE, Verso Nord, Movimento Repubblicani Europei, Partito Liberale Italiano): UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI; Misto: Misto; Misto-Alleanza per l'Italia: Misto-ApI; Misto-Futuro e Libertà per l'Italia: Misto-FLI; Misto-MPA-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MPA-AS; Misto-Partecipazione Democratica: Misto-ParDem.

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RESOCONTO SOMMARIO

Presidenza della vice presidente MAURO

La seduta inizia alle ore 9,31.

Il Senato approva il processo verbale della seduta del 23 giugno.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B ai Resoconti della seduta.

Avverte che dalle ore 9,32 decorre il termine regolamentare di preavviso per eventuali votazioni mediante procedimento elettronico.

Discussione e approvazione del disegno di legge:

(2623) Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di partenariato economico tra gli Stati del Cariforum, da una parte, e la Comunità europea e i suoi Stati membri, dall'altra, con Allegati, Protocolli, Dichiarazioni e Atto finale, fatto a Bridgetown, Barbados, il 15 ottobre 2008 (Relazione orale)

NESSA, relatore. L'Accordo di partenariato economico siglato dall'Unione europea con i Paesi dell'area caraibica, ad esclusione di Cuba che non ha partecipato ai negoziati, si inserisce nell'ambito della più ampia disciplina delle relazioni economiche tra i Paesi europei e i 79 Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico. Esso è finalizzato a porre le basi per uno sviluppo sostenibile attraverso la rimozione progressiva delle barriere al commercio e il rafforzamento della cooperazione nelle questioni attinenti gli scambi commerciali. Tale accordo agevolerà dunque l'integrazione dei Paesi caraibici nell'economia mondiale, incentivando gli investimenti, contrastando la povertà e favorendo la sicurezza alimentare.

PRESIDENTE. Dichiara aperta la discussione generale.

PERDUCA (PD). Nel ratificare l'Accordo di partenariato economico con gli Stati della regione caraibica, occorre evidenziare la scarsa disponibilità di alcuni di essi a sottoporre la propria sovranità nazionale ai limiti connessi al rispetto del diritto internazionale. Va inoltre considerato il fatto che attraverso l'Accordo verranno incrementate le relazioni commerciali con alcuni degli Stati in cui transitano i flussi di cocaina destinati al mercato europeo. Invita dunque ad accogliere l'ordine del giorno G100, che impegna il Governo ad avviare immediatamente le iniziative politiche e diplomatiche volte a modificare le legislazioni nazionali degli Stati caraibici in cui è ancora prevista la pena capitale e a far modificare il loro atteggiamento in seno alle Nazioni Unite per quanto riguarda la risoluzione per la Moratoria universale delle esecuzioni, avanzata dall'Italia. L'ordine del giorno chiede inoltre di valutare la possibilità di sospendere l'accordo con gli Stati in cui dovessero effettivamente riprendere le esecuzioni capitali.

TONINI (PD). Chiede che all'ordine del giorno G100 sia aggiunta la sua firma e quella del senatore Marcenaro.

PRESIDENTE. Dichiara chiusa la discussione generale.

NESSA, relatore. Ritenendo importante il contenuto dell'ordine del giorno, si rimette alla valutazione del Governo.

MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Benché nei Paesi del Cariforum non vengano eseguite pene capitali da diversi anni, è comunque importante adoperarsi affinché la possibilità di comminare esecuzioni capitali sia del tutto espunta dal loro ordinamento e agire prontamente a livello europeo qualora le esecuzioni capitali dovessero essere nuovamente comminate. È dunque disposto ad accogliere l'ordine del giorno, purché vengano accettate alcune modifiche, di cui dà lettura. (v. Resoconto stenografico).

PERDUCA (PD). Accetta le modifiche proposte all'ordine del giorno G100 (v. testo 2 nell'Allegato A), auspicando che non ci siano nuove esecuzioni capitali nei Paesi caraibici.

PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G100 (testo 2) non verrà posto in votazione.

MALAN, segretario. Dà lettura del parere espresso dalla 5a Commissione sul disegno di legge in esame. (v. Resoconto stenografico).

PRESIDENTE.

Il Senato approva l'articolo 1 (Autorizzazione alla ratifica), l'articolo 2 (Ordine di esecuzione) e l'articolo 3 (Copertura finanziaria).

PRESIDENTE. Passa all'esame degli articoli.

Passa alla votazione finale.

PALMIZIO (CN-Io Sud). Annuncia il voto favorevole del Gruppo al provvedimento.

PEDICA (IdV). L'Italia dei Valori voterà a favore del provvedimento e vigilerà sugli atti posti in essere in conseguenza dell'Accordo. Chiede che il testo scritto della dichiarazione di voto sia allegato ai Resoconti della seduta (v. Allegato B).

FILIPPI Alberto (LNP). Chiede di allegare ai Resoconti della seduta il testo scritto della dichiarazione di voto favorevole della Lega Nord al disegno di legge, ampiamente condiviso dal Senato (v. Allegato B).

BETTAMIO (PdL). Alla luce del risveglio democratico registratosi in numerose aree del mondo, favorito anche dalle nuove possibilità di comunicazione attraverso la rete Internet, appare fondamentale aiutare la crescita economica e sociale dei Paesi in via di sviluppo. Pertanto non bisogna sospendere le relazioni internazionali con i Paesi non democratici o che non rispettano i diritti umani, ma occorre fare in modo che il sostegno economico e sociale possa favorire lo sviluppo politico in senso democratico. Annuncia il voto favorevole del Gruppo.

TONINI (PD). Il Gruppo voterà a favore del provvedimento, coerente con i pilastri della politica estera italiana, fondata sulla coesione europea, su intensi rapporti transatlantici, sul multilateralismo e sul sostegno ai Paesi in via di sviluppo. Rammaricandosi del decremento degli investimenti italiani in cooperazione internazionale, va invece accolto favorevolmente l'impegno europeo per aiutare lo sviluppo dei Paesi emergenti. (Applausi dal Gruppo PD).

Il Senato approva il disegno di legge n. 2623.

Discussione delle mozioni nn. 406, 408 (testo 2) e 443 sui flussi migratori dal Nord Africa

Approvazione della mozione n. 406 (testo 3). Reiezione delle mozioni nn. 408 (testo 2) e 443 (testo corretto)

RUTELLI (Misto-ApI). Presenta un nuovo testo della mozione n. 406 (v. testo 2 nell'allegato A). Il tema delle migrazioni di massa illegali non va trattato sull'onda emotiva suscitata dagli sbarchi ma deve essere affrontato razionalmente. Una relazione del 2009 del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica evidenzia che la tratta di esseri umani è diventato un business criminale molto redditizio, secondo solo al traffico internazionale di stupefacenti in termini di proventi illeciti. Intrecciata con altri fenomeni criminali, dallo sfruttamento minorile allo sfruttamento sessuale, la tratta di persone è destinata ad aumentare: i proventi di questa attività vengono infatti reinvestiti per rafforzare le capacità operative di reti criminali che diventano sempre più potenti e difficilmente contrastabili. Per agire contro l'immigrazione illegale bisogna dunque colpire potenti organizzazioni criminali attraverso la collaborazione internazionale. La mozione impegna il Governo, sul piano internazionale, a promuovere nuove iniziative dell'ONU e dell'Unione europea per garantire la sicurezza internazionale; ad assicurare all'Italia la leadership di una operazione di polizia internazionale; a proseguire l'azione diplomatica per concludere accordi di collaborazione bilaterale; a coinvolgere l'Alto Commissario per i rifugiati nella gestione dei campi profughi; a rafforzare il pattugliamento navale congiunto europeo; ad attivarsi perché siano demandati alla Corte penale internazionale situazioni in cui si possano configurare crimini contro l'umanità a carico dei responsabili del traffico di esseri umani. Gheddafi ad esempio, che dopo la crisi tunisina ha utilizzato i migranti come arma di ricatto nei confronti dell'Italia e dell'Europa, andrebbe per questo deferito alla Corte. Sul piano nazionale, invece, la mozione impegna il Governo a procedere ad una rapida ricognizione dell'identità e dello status dei migranti già sbarcati in Italia, garantendo priorità e tutela ai richiedenti asilo politico e ai profughi di guerra. (Applausi dai Gruppi Misto-ApI, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI e Misto-FLI).

MARCENARO (PD). Illustrando la mozione n. 408 (testo 2), sottolinea la necessità che l'Europa assuma con urgenza un'iniziativa per evitare che migliaia di migranti muoiano nel tentativo disperato di attraversare il Mediterraneo. L'unico modo per fermare la strage e per reprimere il traffico illegale è offrire la possibilità di un viaggio regolare e sicuro, garantendo ad esempio flotte e corridoi umanitari. La mozione impegna il Governo ad attivarsi in sede europea e, sul piano interno, a dare attuazione all'accordo sottoscritto con Regioni e Comuni per affrontare l'emergenza profughi in modo condiviso, equo e solidale. Gli impegni sono stati fin qui disattesi: occorrono infatti risorse per gestire la situazione senza eccessive tensioni. L'annuncio da parte del Governo, pochi mesi fa, di un nuovo pacchetto sicurezza costituisce l'ammissione del fallimento di una politica basata sull'introduzione del reato di immigrazione clandestina e sulle espulsioni forzose. Nella comunicazione istituzionale, tuttavia, l'accento non batte sulla decisione assunta dal Governo di favorire i rientri incentivati e soluzioni alternative alla detenzione nei centri di identificazione e espulsione. Per motivi propagandistici la Lega Nord insiste piuttosto sull'allungamento a diciotto mesi del periodo di permanenza nei CIE, che il ministro Maroni dovrebbe visitare personalmente: uomini e bambini che non hanno commesso alcun crimine vengono trattenuti in strutture peggiori delle carceri. Quando il Senato discuterà il rifinanziamento delle missioni internazionali, la linea del PD sarà diversa da quella della Lega: non si chiederà la riduzione delle spese per gli interventi internazionali bensì l'aumento delle risorse destinate agli aiuti umanitari. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi).

PARDI (IdV). E' sbagliato leggere le rivolte del mondo arabo secondo schemi mentali consolidati che riflettono un radicato eurocentrismo. Le società arabe non rappresentano infatti il nostro passato evolutivo e non è scontato che aspirino a realizzare i modelli occidentali di democrazia e benessere. Bisognerebbe fare tesoro della lezione di due maestri: Frantz Fanon, autore de "I dannati della terra", e Edward Said, autore di "Orientalismo", i quali hanno insegnato a considerare criticamente la cultura come luogo di conflitto e di lotta per il potere, a guardare l'egemonia culturale come strumento di dominio coloniale, a riflettere sulla costruzione di immagini stereotipate dell'altro come mezzo di assimilazione e di assoggettamento. Nell'invitare ad un atteggiamento più interrogativo nei confronti di realtà che non si conoscono, dà per illustrata la mozione n. 443. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiara aperta la discussione sulle mozioni.

GARAVAGLIA Mariapia (PD). Il flusso migratorio in Italia non è un fenomeno transitorio o eccezionale, ma una costante con la quale bisognerà a fare i conti anche nel futuro. La stabilità del sistema democratico italiano consente di adottare un'equilibrata politica di accoglienza degli immigrati, perfino di quelli irregolari, favorendone l'integrazione nella società e ottenendo così risvolti positivi anche dal punto di vista economico per la produzione di ricchezza. Al contempo, occorre combattere l'economia sommersa, che attrae l'immigrazione clandestina e favorisce la criminalità organizzata. Le cifre fornite da organismi internazionali sul numero di rifugiati e richiedenti asilo in Italia dimostrano che è irresponsabile parlare di invasione. Il problema deve essere invece affrontato con umanità, soprattutto quando sono coinvolti minorenni, che attualmente, al compimento del diciottesimo anno di età, diventano irregolari sul territorio nazionale. In un contesto globalizzato, lo spostamento da un Paese all'altro di giovani che divengono cittadini del mondo crea nuove occasioni per la costruzione della pace internazionale e della democrazia. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Li Gotti e Pardi). Chiede di aggiungere la firma alla mozione 1-00406 (testo 2).

MARAVENTANO (LNP). Il Governo ha già adottato tutti i provvedimenti necessari per affrontare il complesso fenomeno dei flussi migratori e finora l'Italia ha sopportato l'onere maggiore nel finanziamento dell'attività dell'Agenzia europea Frontex e dell'Alto Commissariato ONU per i rifugiati per questa emergenza. Il prosieguo della guerra in Libia non consente di stipulare anche con questo Paese gli accordi che il ministro Maroni ha già firmato con la Tunisia, che hanno prodotto ottimi risultati. Conseguentemente, non si fermerà il massiccio esodo di immigrati, anche minorenni, i quali - una volta giunti sul territorio nazionale - sono preda di trafficanti senza scrupoli e della criminalità organizzata. L'isola di Lampedusa sta ancora pagando i pesanti effetti degli sbarchi di immigrati, tra i quali è anche difficile distinguere coloro che hanno diritto di asilo da quelli che approfittano della situazione per entrare clandestinamente in Italia. È quindi auspicabile che il Governo continui ad adoperarsi per adottare efficaci misure di respingimento. (Applausi dal Gruppo LNP e dei senatori Mazzaracchio e Rizzotti. Congratulazioni).

PERDUCA (PD). Di fronte all'eccezionale flusso migratorio degli ultimi mesi, il Governo ha adottato misure emergenziali di cui non si può che constatare il fallimento. Il commissario straordinario, dotato di poteri in deroga alle normative nazionali e internazionali vigenti, si è limitato ad aprire tendopoli e centri di accoglienza di pessima qualità, che poi sono stati chiusi. Il senatore Rutelli, nella sua mozione, chiede un inasprimento delle pene per i responsabili del traffico di clandestini (che tra l'altro non vengono mai individuati e arrestati) mentre le mozioni presentate dall'Italia dei Valori e dal Partito Democratico propongono soluzioni alternative a quelle applicate dal Ministero dell'interno, per affrontare il fenomeno alla radice tenendo conto anche del problema demografico che sta esplodendo nell'Africa subsahariana. Non sarà possibile infatti confinare entro i limiti territoriali di quel continente un numero in enorme crescita di individui ridotti in condizioni di povertà e sfruttamento anche a causa delle politiche adottate dal ricco Occidente. (Applausi del senatore Pardi).

SANTINI (PdL). In veste di vice presidente della Commissione emigrazione e rifugiati del Consiglio d'Europa, ha promosso la visita nell'isola di Lampedusa di una delegazione europea, che ha potuto apprezzare l'efficacia delle misure adottate dal Governo italiano, la valida collaborazione del personale messo a disposizione dal Ministero dell'interno e l'atteggiamento esemplare degli abitanti, sempre pronti ad offrire assistenza agli immigrati. Tutto ciò non nasconde però la gravità della situazione dell'isola, la cui economia fondata esclusivamente sul turismo è in gravissime difficoltà, e la preoccupazione per l'arrivo di nuove ondate migratorie. Il Consiglio d'Europa promuove la sottoscrizione di accordi bilaterali come quelli stipulati dal ministro Maroni con la Tunisia, di cui chiede di conoscere in modo più approfondito il contenuto, e porrà particolare attenzione alla questione dei minori non accompagnati e delle fasce più deboli degli emigrati, ritenendo però non condivisibile la scelta di affidarli ai Comuni. Esprime un giudizio favorevole sulla mozione presentata dal senatore Rutelli. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Maraventano. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiara chiusa la discussione.

MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Al di là dei risvolti culturali e sociologici del fenomeno migratorio, non è possibile dare altre risposte se non dal punto di vista del sostegno allo sviluppo socioeconomico delle aree di provenienza, in un contesto nel quale l'indipendenza del Sud Sudan, cioè la prima rottura degli equilibri territoriali postcoloniali, può dare il via ad ulteriori, preoccupanti sviluppi politici nel continente africano. Nell'approccio con i Paesi del Terzo mondo, l'Occidente deve confrontarsi con realtà sociali ad alto tasso di incremento demografico, in cui larga parte della popolazione è formata da giovani che chiedono lavoro e prospettive di vita e per ottenerli sono disposti anche a rischiare di compiere gesti estremi come quello di imbarcarsi su barconi fatiscenti per inseguire la speranza di un'esistenza migliore. Tenendo presenti questi aspetti, bisognerà cercare di regolare i flussi migratori, anziché pensare di contrastarli, ma dovrà essere l'Europa intera a farsi carico di un problema che riguarda tutti i Paesi sviluppati. Esprime parere contrario sia sulla mozione 1-00443 (testo corretto), frutto di un apprezzabile sforzo interpretativo e propositivo, ma ispirata da una cultura politica che non è in linea con gli indirizzi del Governo, sia sulla mozione 1-00408 (testo 2), perché parte dal presupposto che l'Esecutivo abbia disatteso gli impegni assunti nei due accordi raggiunti con le autonomie territoriali per la gestione del fenomeno migratorio. Condivide invece la mozione presentata dal senatore Rutelli, nella quale si chiede tra l'altro di configurare crimini contro l'umanità a carico dei responsabili dei traffici di esseri umani. È pertanto disponibile ad accogliere la mozione 1-00406 (testo 2), di cui propone alcune modifiche (v. Resoconto stenografico) anche per ampliare la portata del dispositivo, originariamente riferito soprattutto all'emigrazione dalla Tunisia.

Presidenza del vice presidente CHITI

RUTELLI (Misto-ApI). Nell'accogliere le riformulazioni proposte dal Governo alla mozione n. 406 (v. testo 3 nell'Allegato A), insiste perché nella mozione rimanga l'impegno al Governo ad assumere la leadership nel coordinamento di un'operazione di polizia e di un'attività di intelligence internazionale, in considerazione della posizione geopolitica dell'Italia.

MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Esprime parere favorevole al mantenimento di questo impegno.

PRESIDENTE. Passa alla votazione delle mozioni.

PALMIZIO (CN-Io Sud). La mozione a prima firma del senatore Rutelli risulta più completa delle altre, in quanto non si limita a sostenere la necessità dell'integrazione dei migranti e del rispetto dei diritti dei richiedenti asilo, ma richiama anche l'urgenza di colpire la criminalità organizzata che gestisce i traffici di esseri umani. Essa riconosce inoltre il buon operato del Governo, tant'è vero che lo impegna ad assumere la leadership a livello internazionale nell'azione di contrasto al fenomeno. Esprime pertanto voto favorevole su di essa e voto contrario sulle restanti mozioni. (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud e PdL).

PEDICA (IdV). La crisi politico-sociale che ha percorso i Paesi nordafricani negli ultimi mesi e che ha determinato i forti flussi migratori verso le coste del Sud Italia è una tematica complessa che merita un'attenzione particolare soprattutto sotto il profilo umanitario. Finora è stata seguita una politica di rimpatri irrispettosa dei principi della Costituzione italiana edelle disposizioni del Testo unico sull'immigrazione, che sanciscono chiaramente i diritti dello straniero che nel proprio Paese si veda negati le fondamentali libertà democratiche e vietano il respingimento dei richiedenti asilo in quegli Stati dove sarebbero certamente oggetto di persecuzione. In particolare, non si procede ad adeguate verifiche dei singoli casi per accertare la titolarità del diritto d'asilo. Il Governo dovrebbe ascoltare il monito della Corte di giustizia europea, secondo cui il reato di clandestinità compromette una politica efficace di rimpatri nel rispetto dei diritti fondamentali. Andrebbe verificata la situazione dei centri di accoglienza e dei CIE, che sono veri e propri lager di Stato inaccettabili per un Paese civile. La mozione n. 443 (testo corretto) invita a reperire risorse e mezzi per gestire in modo civile e umanitario gli arrivi dei migranti sulle coste ed evitare eventuali infiltrazioni terroristiche o della criminalità organizzata e sollecita il ripristino dei fondi per la cooperazione e lo sviluppo. Auspicando che, dopo una ulteriore riflessione da parte del Governo, si pervenga quantomeno ad una soluzione di compromesso che tenga conto dei contenuti delle tre mozioni presentate, esprime su di esse, a nome del Gruppo IdV, voto favorevole. (Applausi dal Gruppo IdV).

GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Il fenomeno della tratta degli esseri umani, tollerato e talvolta incoraggiato dagli stessi governi dei Paesi di provenienza, ha determinato ondate di sbarchi sulle coste italiane e costituisce un serio problema per l'Italia. Esso richiede pertanto un costante ed attento monitoraggio che consenta interventi tempestivi ed efficaci. Il Governo non dovrebbe cavalcare le paure dell'opinione pubblica ed incentrare la propria politica dell'immigrazione sulla contenzione nei CIE e sui respingimenti, ma gestire il fenomeno con razionalità, nella consapevolezza che l'immigrazione è anche una risorsa per il Paese. Gli sconvolgimenti politici ed il caos che hanno determinato le fughe di massa dai Paesi del Nordafrica non sono stati oggetto di una seria presa di coscienza da parte dell'Europa. Occorrerebbe invece recuperare lo spirito del processo di Barcellona, incentrato su una politica europea di vicinato e di partenariato con il Mediterraneo, cogliendo l'occasione storica di aderire ad una causa comune euro-mediterranea. Il Gruppo sostiene la mozione a prima firma del senatore Rutelli, condividendo l'invito al Governo italiano ad individuare idonee risorse economiche e strumentali e previsioni giuridiche per affrontare l'emergenza flussi, a beneficio della sicurezza interna e del rispetto dei diritti dei richiedenti asilo; la necessità di un pieno coinvolgimento dell'Europa con un ruolo trainante per l'Italia; la creazione di una task force governativa per la gestione dell'emergenza che metta al centro la fattispecie della tratta di esseri umani nonché l'istituzione della funzione in Italia del National Rapporteur su questo odioso ed inaccettabile fenomeno. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI).

RUTELLI (Misto-ApI). Il traffico di esseri umani gestito dalle reti criminali è un fenomeno grave che non può essere trattato con superficialità: occorre infatti distinguere la condizione dei migranti volontari, nell'ambito dei quali valutare i casi cui riconoscere il diritto d'asilo, e quella persone vittime di tratta di esseri umani, cioè di persone assoggettate a schiavitù. In questo senso si è espresso anche il Presidente della Repubblica, invitando l'Unione Europea a reagire a questo crimine lucroso, spesso tollerato dalle autorità locali, contrastando quegli individui senza scrupoli che mettono a repentaglio la vita di uomini, donne e bambini e assolvendo al fondamentale dovere democratico dell'accoglienza regolata. Questi network criminali possono essere contrastati dalla collaborazione della comunità internazionale e con l'attivazione degli organismi esistenti. La mozione n. 406 (testo 3) risponde all'appello formulato dal Presidente della Repubblica alle nuove autorità libiche del Consiglio di transizione perché si facciano carico di questa problematica al momento di costituire un nuovo potere legittimo nella Libia post Gheddafi. Essa inoltre investe il Governo dell'iniziativa di promuovere l'approvazione di una risoluzione ONU che, secondo il principio della «responsability to protect», riconosca il fenomeno della tratta di esseri umani gestito dalle associazioni criminali come minaccia per la sicurezza internazionale ed ingerisca dunque legittimamente laddove le autorità locali non riescano a gestire il fenomeno. (Applausi dai Gruppi Misto-ApI e PD e della senatrice Contini).

MAZZATORTA (LNP). Il contrasto all'immigrazione clandestina via mare è complesso, ma il Governo lo ha affrontato fino ad oggi con determinazione, rendendo ancora più restrittive le norme della legge Bossi-Fini riguardanti i trafficanti di esseri umani e optando per forme avanzate di cooperazione internazionale a vantaggio dell'intero territorio europeo, ad esempio con l'accordo italo-libico, che bloccò, anche se temporaneamente, gli sbarchi di clandestini. Occorre sottolineare, tuttavia, che sebbene l'Esecutivo abbia messo a punto ottimi strumenti giuridici di contrasto, la magistratura non ha saputo o voluto sfruttarli in modo idoneo, per cui si è arrivati in sede di Cassazione all'annullamento di alcune condanne già emesse contro scafisti colti in flagranza di reato. Il Gruppo LNP voterà a favore della mozione a prima firma del senatore Rutelli che auspica comportamenti già messi in atto dal Governo. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).

LIVI BACCI (PD). L'atteggiamento del Governo nei confronti del flusso di profughi provenienti dal Nord Africa è contraddittorio e inefficace. Il ministro Frattini ha infatti annunciato un accordo con il Consiglio nazionale di transizione libico, per contenere i flussi migratori, d'intesa con la UNHCR, che però si è subito dissociata. Lo stesso Ministro degli esteri ha invitato a sospendere gli attacchi per consentire l'instaurazione di corridoi umanitari: occorre però ricordare che proprio l'Italia è al comando della struttura europea denominata "EUFOR Libia", che dovrebbe provvedere all'assistenza umanitaria e all'evacuazione degli sfollati. Tale struttura non è operativa, perché non è ancora stato chiesto il necessario assenso delle Nazioni Unite e non è stato previsto l'invio di truppe di terra, indispensabili per la protezione dei corridoi umanitari. Il Governo lamenta spesso di essere lasciato solo dall'Unione Europea, ma se l'onere dell'accoglienza dei profughi fosse equamente diviso tra i Paesi del continente, secondo il principio del burden sharing, la quota di profughi spettante all'Italia sarebbe nettamente superiore a quella attuale. Occorre invece chiedere una revisione della normativa europea in materia di asilo, che elimini l'obbligo di rivolgere la richiesta al Paese di approdo e la necessità di giungere effettivamente sul territorio europeo per fare domanda. Annuncia pertanto il voto favorevole alle mozioni n. 408 (testo 2), 406 (testo 3) e 443 (testo corretto). (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi. Congratulazioni).

SALTAMARTINI (PdL). Il problema dei flussi migratori che si spostano dai Paesi più poveri verso l'Europa è strettamente connesso alla persistenza di enormi diseguaglianze tra le diverse aree del pianeta e al mancato rispetto dei diritti umani. Esso si lega inoltre ai problemi della sicurezza e del contrasto al terrorismo internazionale e alle mafie, che per organizzare il traffico illecito dei migranti mettono in campo un disegno organizzativo e criminale di vasta portata. È dunque opportuna tanto una cooperazione bilaterale e multilaterale, che coinvolga anche strutture internazionali come l'EUROFOR, quanto una sinergia efficace tra le Regioni e gli enti locali, alla luce della struttura federale assunta dalla Repubblica. Nella consapevolezza che il fenomeno degli sbarchi via mare incide poco sul numero degli immigrati clandestini, che in maggioranza arrivano in Italia utilizzando visti turistici o di studio, il mantenimento delle sanzioni connesse alla violazione della normativa sul soggiorno degli stranieri in Italia appare necessario. Occorre infine valutare la possibilità di sottoporre al giudizio della Corte penale internazionale i crimini contro l'umanità a carico dei responsabili del traffico illecito di esseri umani. Il Gruppo voterà dunque a favore della mozione a prima firma del senatore Rutelli, che mira a tutelare la dignità dell'essere umano, in modo coerente con la sensibilità del Governo e della maggioranza. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

PERDUCA (PD). In dissenso dal Gruppo annuncia l'astensione sulla mozione n. 406 (testo 3) che tende a reprimere lo scafista occasionale più che le organizzazioni criminali. Di fronte a migliaia di persone che fuggono dalla guerra e dalla fame, la repressione, pure necessaria, della tratta di esseri umani non può essere considerata l'obiettivo prioritario. Va sottolineato, infine, che in Europa non esiste il reato di immigrazione clandestina.

Il Senato approva la mozione 1-00406 (testo 3).

Le mozioni 1-00408 (testo 2) e 1-00443 (testo corretto) risultano respinte.

MAGISTRELLI (PD). Chiede rimanga agli atti la sua intenzione di voto favorevole alla mozione n. 408 (testo 2).

PONTONE (PdL). Chiede rimanga agli atti la sua intenzione di voto contrario alla mozione n. 408 (testo 2).

Discussione delle mozioni nn. 336 (testo 2), 442, 446 e 447 sulla mancata ratifica della Convenzione dell'Aja sui minori

CARLINO (IdV). Illustra la mozione n. 336 (testo 2). La convenzione dell'Aja del 1996 contribuisce a creare uno spazio giudiziario comune e a dare risposta a situazioni problematiche che coinvolgono migliaia di minori provenienti da situazioni familiari difficili. Essa stabilisce infatti quale sia lo Stato competente a proteggere il minore in singoli casi, anche al fine di adottare provvedimenti di urgenza, determinare le leggi applicabili, garantire l'esecuzione di misure di protezione e cooperare con altri Stati coinvolti. L'Italia, che non ha ancora provveduto alla ratifica della convenzione, è sotto l'esame dell'Unione Europea, che considera questo trattato estremamente importante per la protezione dei diritti dei minori nelle situazioni di custodia di tipo internazionale e che coinvolgono più Stati. La riserva tecnica posta inizialmente dal Governo sulla compatibilità con l'ordinamento italiano dell'istituto islamico della kafala dovrebbe essere stata superata. Considerato inoltre che la Commissione europea potrebbe attivare la procedura di violazione dei trattati, costringendo l'Italia a pagare una sanzione pecuniaria, la mozione impegna il Governo a presentare entro tempi brevissimi il disegno di legge di ratifica. (Applausi dai Gruppi IdV e PD e del senatore Peterlini).

SERAFINI Anna Maria (PD). L'Italia, che dovrebbe essere all'avanguardia nella tutela dei diritti, rischia sanzioni per avere ignorato le indicazioni del Consiglio dell'Unione Europea in ordine alla ratifica, entro il 5 giugno 2010, della Convenzione dell'Aja del 1996. Traspare così il debole interesse del Governo per la creazione di un comune spazio giudiziario, in questo caso circa la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l'esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure per la tutela dei minori. La principale novità rispetto alla Convenzione del 1961 risiede nella creazione di un'autorità centrale e nell'istituzione di una procedura di consultazione fra le autorità dei due Paesi di residenza attuale o futura del minore, al fine di garantire un riconoscimento uniforme nei vari Stati. La ratifica consentirebbe di dare risposte a minori che vivono in condizioni di difficoltà familiare: oggi, ad esempio, il mancato riconoscimento dell'istituto della kafala non consente di adottare bambini abbandonati provenienti dal Nord Africa. La mozione impegna quindi il Governo a presentare con la massima urgenza il disegno di legge di ratifica. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Rinvia il seguito dell'esame delle mozioni alla seduta pomeridiana.

Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno

BLAZINA (PD). Ricorda il ventesimo anniversario dell'indipendenza della Repubblica di Slovenia, con la quale l'Italia intrattiene ottime relazioni diplomatiche e commerciali. (Applausi dal Gruppo PD).

PERDUCA (PD). Sollecita un confronto con il Governo sui dati contenuti nella relazione annuale sullo stato delle tossicodipendenze in Italia.

PRESIDENTE. Concorda con le valutazioni della senatrice Blazina sull'importanza delle relazioni Italia-Slovenia. Quando la relazione annuale sulle tossicodipendenze sarà presentata al Parlamento, la Conferenza dei Capigruppo potrà pronunciarsi sulle modalità di un suo esame approfondito da parte del Senato.

Dà annunzio degli atti di indirizzo e di sindacato ispettivo pervenuti alla Presidenza (v. Allegato B) e toglie la seduta.

La seduta termina alle ore 13,03.

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza della vice presidente MAURO

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,31).

Si dia lettura del processo verbale.

MALAN, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 23 giugno.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,32).

Discussione e approvazione del disegno di legge:

(2623) Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di partenariato economico tra gli Stati del Cariforum, da una parte, e la Comunità europea e i suoi Stati membri, dall'altra, con Allegati, Protocolli, Dichiarazioni e Atto finale, fatto a Bridgetown, Barbados, il 15 ottobre 2008 (Relazione orale) (ore 9,32)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2623.

Ilrelatore, senatore Nessa, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.

NESSA, relatore. Signora Presidente, onorevoli colleghi, l'Accordo in esame riguarda l'autorizzazione alla ratifica dell'intesa sul partenariato economico tra gli Stati del Cariforum, da una parte, e la Comunità europea e i suoi Stati membri, dall'altra. L'Accordo è stato sottoscritto il 15 ottobre 2008 nell'ambito della più ampia disciplina delle relazioni economiche tra l'Unione europea e i 79 Stati dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico.

Le trattative per l'individuazione di nuove modalità di cooperazione tra tali due gruppi di Paesi sono iniziate nel 1998 e hanno condotto nel 2000 alla sottoscrizione dell'Accordo di Cotonou nel Benin, il quale va rivisto ogni cinque anni. Nel 2005 la revisione è stata firmata a Lussemburgo, con limitate modifiche rispetto all'Accordo di Cotonou, affrontando le medesime materie della cooperazione politica, della partecipazione strutturata, della collaborazione per la lotta alla povertà, della creazione di relazioni economico-commerciali e del miglioramento della cooperazione finanziaria.

L'Accordo di Cotonou precostituiva la base per la stipula di singoli accordi di partenariato economico con specifiche regioni geografiche dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico, per superare il preesistente sistema basato sulla previsione di tariffe speciali per determinati beni. L'unico Accordo di partenariato ad oggi portato a termine è quello oggetto della ratifica in esame, sottoscritto tra la Comunità europea e i 15 paesi del Cariforum, appartenenti alla regione caraibica.

Il Trattato include Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Dominica, Repubblica Dominicana, Grenada, Guyana, Haiti, Giamaica, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Saint Cristopher e Nevis, Suriname, Trinidad e Tobago, tutti appartenenti al Cariforum. Cuba - ancorché membro del Forum - non ha partecipato ai negoziati. Haiti, che in un primo momento preferì soprassedere a causa di specifiche difficoltà interne, ha firmato l'Accordo nel dicembre 2009.

Tale strumento mira a ridurre progressivamente le barriere all'interscambio commerciale e a rafforzare la cooperazione tra questi Stati e l'Unione europea. Si tratta di contrastare la povertà e favorire la sicurezza alimentare, agevolando l'integrazione dei Paesi caraibici nell'economia mondiale ed incentivando gli investimenti.

In conclusione, la Commissione propone l'approvazione del disegno di legge da parte dell'Assemblea.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Perduca, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G100. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, siccome oggi era necessaria la nostra presenza, malgrado ricorresse la festa dei patroni della città di Roma, ho ritenuto utile e opportuno utilizzare queste ore, che altrimenti sarebbero state strappate al calendario, pur molto intenso, dei nostri lavori, per dire due parole relativamente a questo Accordo.

Il problema principale che l'Unione europea ha nei confronti di quell'area è di distrazione, per quanto riguarda non soltanto i temi richiamati dall'Accordo bilaterale, ma anche altre due questioni che non sono contenute nel testo al nostro esame: da un lato, il traffico di sostanze stupefacenti; dall'altro, uno strano atteggiamento di aderenza alle norme internazionali che alcuni di questi Stati, in particolare quelli anglofoni o comunque di colonizzazione britannica, hanno ogniqualvolta si ritiene che i principi di sovranità nazionale non possano essere sopraffatti - così alle volte hanno anche detto - dal diritto internazionale (mentre invece noi sappiamo che proprio sul diritto internazionale si può sperare di costruire un mondo che possa avere pace e sviluppo, come del resto articolato tra gli obiettivi di questo Accordo bilaterale).

Per quanto riguarda il traffico delle sostanze stupefacenti, occorre quindi tenere ben presente che si va ad entrare in relazione commerciale molto più stretta con una serie di piccoli Stati, tra cui un territorio d'oltremare ancora britannico, che sono il luogo attraverso il quale passa buona parte della cocaina che poi arriva sui mercati europei. Occorre quindi, quando si entra in contatto con questi Paesi, che si facciano scelte non solo relativamente al finanziamento delle strutture dal punto di vista della sicurezza, che qui si privilegiano, in quanto si sta parlando della necessità di promuovere anche lo sviluppo e la prosperità economica di una regione che è particolarmente ricca di materie prime, che nei secoli scorsi sono state tra l'altro anche al centro di una serie di guerre e che ancora oggi sono ampiamente utilizzate nei nostri mercati; altrettanto ricca potrebbe esserlo sul fronte del turismo, che interessa principalmente l'America settentrionale, ma anche buona parte della cosiddetta vecchia Europa.

Occorre dunque stare attenti con riferimento alla nostra presenza di contrasto al traffico di sostanze stupefacenti a livello internazionale, posto che comunque questa misura di permanenza di proibizione nei confronti del consumo e del commercio delle sostanze stupefacenti, dopo cinquant'anni dall'entrata in vigore della Convenzione del 1961, non ha portato un risultato positivo, e quindi forse, magari di concerto con questi Paesi, occorrerebbe avviare un dibattito circa un approccio diverso. Ricordiamo, ad esempio, che in Giamaica la cosiddetta ganja è una sostanza utilizzata anche in riti religiosi o comunque considerati sacri o di aiuto a una serie di pratiche spirituali: penso in particolare ai rastafariani, che la usano non per "sballo" o per intossicarsi ma per aiutare e sostenere la meditazione o anche l'avvicinamento spirituale a verità che magari noi non conosciamo, o non riconosciamo in quanto tali.

L'ordine del giorno G100 che con la senatrice Poretti ho presentato - e sono sicuro che se avessimo avuto più tempo anche altri lo avrebbero sottoscritto - prende in considerazione il diritto penale dei Paesi membri del Cariforum che, con l'unica eccezione di Haiti, che tra l'altro è forse in generale il Paese messo peggio dal punto di vista sia legale che strutturale, infrastrutturale, istituzionale, anche a seguito del recente terremoto, oltre che della protratta guerra civile che ha dilaniato l'isola, include ancora la pena di morte, e non la include soltanto per reati di omicidio o contro lo Stato. Alcuni di questi Paesi, infatti (l'ultima esecuzione è stata a Saint Kitts e Nevis tre anni fa), sono attenti ad utilizzare la pena capitale come pena esemplare per imporre una giustizia là dove, in effetti, la criminalità non dico che abbia posto serissimi problemi di sicurezza nazionale, ma sicuramente, in virtù del fatto che da lì passa buona parte della droga che arriva in Europa e magari anche negli Stati Uniti, è presente.

La preoccupazione, che è raccolta nei due impegni che si chiedono al Governo, da una parte vuole che l'Italia, assieme ai partner europei, che sono gli altri contraenti questo Trattato internazionale, avvii da subito - è stato detto che il processo negoziale di questo documento è durato oltre 12 anni - una démarche politica e anche una serie di iniziative diplomatiche, perché non soltanto si passi, dove esiste, da una moratoria di fatto ad una moratoria de iure relativamente alla pene capitali, ma che in occasione di un prossimo voto dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla famosa risoluzione che l'Italia ha portato avanti, grazie alle iniziative, in particolare di «Nessuno tocchi Caino» e del Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito, da 17 anni, si arrivi a chiedere una sospensione globale della pena di morte, una moratoria universale delle esecuzioni.

L'intento è anche di aprire un dibattito, non soltanto sulle pene, sulla necessità di portare davanti ad un patibolo - in questo caso ci sarebbe stato un plotone di esecuzione, perché la fucilazione, oltre che l'impiccagione, è uno dei metodi con cui viene comminata la pena di morte - ma anche sull'uso del diritto penale per gestire fenomeni molto gravi.

La stragrande maggioranza di questi Paesi, tranne, appunto, Haiti, ha votato contro la risoluzione dell'Italia: quindi si chiede un impegno duplice. Quanto al primo, a livello bilaterale-nazionale (bilaterale inteso come Unione europea e i singoli Paesi), per sospendere in modo legale la pena di morte e per far modificare la loro posizione in seno all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite quando si tornerà a votare sulla risoluzione. Quanto al secondo, l'impegno è a valutare l'opportunità se arrivare, qualora dovesse essere imposta la pena di morte (e continuano, purtroppo, ad essere emesse delle condanne), ma soprattutto se vi fosse l'imminenza dell'esecuzione della pena di morte nei confronti di un cittadino del Paese in questione (ma non è detto, perché molto spesso chi viene portato al patibolo o di fronte a un muro è uno straniero), a sospendere questo Trattato bilaterale. È una questione fondamentale. Troppo spesso l'Unione europea e anche i suoi Stati membri firmano Trattati con dei Paesi la cui reputazione dal punto di vista del rispetto dello Stato di diritto, delle riforme democratiche, dei cosiddetti diritti umani è dubbia.

Nessuno si frappone al rapporto diplomatico, politico, economico e commerciale necessario con tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite: molti dei presenti in quest'Aula hanno addirittura votato a favore della ratifica del Trattato con la Libia; oggi abbiamo mandato le nostre armi contro la stessa persona con la quale due anni e mezzo fa si andava a braccetto, si scomodavano le Frecce tricolori e si facevano marciare in divisa d'onore anche i nostri Carabinieri.

Occorre quindi dare un segnale chiaro nel caso in cui si dovesse derogare al rispetto dei principi come codificati dai Trattati internazionali in materia di diritti umani. Coloro i quali buona parte degli ultimi cinquant'anni li hanno spesi per promuovere quegli stessi principi a livello internazionale devono assumersi la responsabilità di prendere in considerazione la possibilità di sospensione di un Trattato con Paesi che invece non rispettano i principi che universalmente si ritengono ormai acquisiti. Anche perché, lo ricordiamo Paese per Paese nell'ordine del giorno, molti di questi hanno firmato e ratificato il Patto internazionale sui diritti civili e politici e lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale e hanno dato buona parte del personale all'Aja. Insomma, riconoscono la supremazia del diritto internazionale, e in qualche modo sono più facilmente guadagnabili alla causa dell'avanzamento o del progresso del diritto internazionale rispetto ad altri Paesi, come quelli verso i quali oggi tutti insieme, con un'alleanza più militare che politica, stiamo cercando di portare un'ulteriore stabilità basata su una minore tirannia.

TONINI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TONINI (PD). Signora Presidente, intervengo per chiedere di aggiungere la mia firma e quella del collega Marcenaro all'ordine del giorno G100.

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore.

NESSA, relatore. Ritengo che ciò che il collega Perduca ha detto sia importante. Credo che su tale posizione sia interessante conoscere la posizione del Governo.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo di esprimersi anche sull'ordine del giorno G100.

MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signora Presidente, credo di registrare un consenso unanime per quanto riguarda il merito dell'Accordo che qui sottoponiamo a ratifica, mi pare recependo la volontà dell'Unione europea di favorire lo sviluppo sostenibile delle regioni caraibiche.

Si aggiunge però una preoccupazione per quanto riguarda la questione della pena di morte, e mi accingo così ad esprimere il parere sull'ordine del giorno G100. Voglio ricordare all'Assemblea, come peraltro sottolineano in maniera abbastanza analitica i presentatori, che è vero che la legislazione di questi Paesi contiene la previsione della pena di morte: prendiamo però atto - anticipo così la risposta del Governo, che è favorevole - che essi sono sostanzialmente abolizionisti, perché, grosso modo, è da circa un decennio che non avvengono esecuzioni capitali in questi Paesi. Ma, dal momento che è bene e giusto preoccuparsi, perché - comunque - il sistema legislativo di tali Paesi prevede questo tipo di pena, il Governo accetta l'ordine del giorno del senatore Perduca.

Propongo delle riformulazioni, che credo abbiano più che altro natura tecnica, anche perché - lo voglio ricordare - siamo qui a ratificare un Accordo dell'Unione europea: quindi, vale il bilaterale, ma il contesto in cui operiamo è pur sempre multilaterale. Invito pertanto i firmatari dell'ordine del giorno ad accogliere le seguenti proposte relative al dispositivo.

Quanto al primo capoverso, dopo le parole «impegna il Governo di concerto coi partner europei ad avviare», eliminerei la parola «immediatamente», che è pleonastica, e proseguirei così: «tutte le opportune iniziative volte a far avanzare le legislazioni nazionali dei membri del Cariforum». La previsione secondo cui il Governo si impegna ad avviare tutte le opportune iniziative assorbe infatti il concetto di farle immediatamente, anche perché, se non vengono emesse condanne, andiamo a parlare del nulla. Ripeto che, a parere del Governo, è opportuno avviare - anche adesso - nelle sedi appropriate tutte le opportune iniziative (numerosissime sono le occasioni di incontro con i Paesi del Cariforum). Inoltre, propongo di eliminare la parola «almeno», dopo le parole «essi passino», e di aggiungere, alla fine del capoverso, le parole «previsto per il 2012».

Per quanto riguarda il secondo capoverso, fermo restando che l'obiettivo è comune, riteniamo di promuovere a livello europeo le iniziative nei confronti dei Paesi del Cariforum: la forza, infatti, sta nei piani di cooperazione dell'Unione europea e - quindi - nei finanziamenti dell'Unione europea verso questi Paesi. Voglio ricordare ancora a tutti che si tratta, sostanzialmente, di un Accordo all'interno delle azioni dei Paesi Africa Caraibi e Pacifico. È un primo importante atto. In questo quadro, in cui facciamo riferimento all'Unione europea, dal secondo capoverso verrebbero quindi espunte le seguenti parole: «a valutare la possibilità di sospendere l'accordo con uno dei membri» e la dizione sarebbe la seguente: «a promuovere in sede comunitaria adeguate iniziative nei confronti dei Paesi membri del Cariforum che dovessero riprendere le esecuzioni». Il concetto di intervenire immediatamente qualora riprendessero le esecuzioni verrebbe addirittura reso ancor più automatico del «qualora» precedentemente usato. L'azione non può essere bilaterale - stiamo parlando di un Accordo multilaterale - e, quindi, ci impegniamo subito a promuovere in sede comunitaria le iniziative per quanto riguarda Paesi che dovessero eventualmente riprendere la condanna alla pena di morte.

Se il senatore Perduca accetta la riformulazione proposta, il Governo esprime parere favorevole sull'ordine del giorno.

PRESIDENTE. Senatore Perduca, accetta la proposta del rappresentante del Governo di riformulazione dell'ordine del giorno G100?

PERDUCA (PD). Sì, signora Presidente, e ringrazio il Governo.

Spero solo due cose: da una parte, che la seconda raccomandazione non debba mai essere in atto; dall'altra, se mai dovesse essere in atto, mi auguro che ci sia un altro Governo per poter portare avanti le politiche necessarie.

PRESIDENTE. Invito il relatore a pronunziarsi sul nuovo testo dell'ordine del giorno in esame.

NESSA, relatore. Signora Presidente, esprimo parere conforme a quello del Governo.

PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G100 (testo 2) non verrà posto in votazione.

Invito il senatore Segretario a dare lettura del parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame.

MALAN, segretario. «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo esprime, per quanto di competenza, parere non ostativo, con i seguenti presupposti:

- che, in relazione alle risorse da versare all'Unione europea, gli articoli 13, 14 e 15 dell'Accordo non incidano sull'entità complessiva dell'onere, ma solo sulla sua composizione interna, senza impatti aggiuntivi sulla finanza pubblica;

- che l'istituzione ed il funzionamento dei centri di informazione di cui all'articolo 86 dell'Accordo avvenga ad invarianza di oneri per la finanza pubblica;

- che sia esclusa l'insorgenza di nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Staio, qualora il Governo italiano - nel ruolo di parte attrice di una controversia connessa all'interpretazione ed attuazione dell'Accordo - chieda la costituzione di un collegio arbitrale, ai sensi dell'articolo 206 dell'Accordo medesimo».

PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli articoli.

Metto ai voti l'articolo 1.

È approvato.

Metto ai voti l'articolo 2.

È approvato.

Metto ai voti l'articolo 3.

È approvato.

Passiamo alla votazione finale.

PALMIZIO (CN-Io Sud). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PALMIZIO (CN-Io Sud). Signora Presidente, intervengo per annunciare il voto favorevole del Gruppo Coesione Nazionale-Io Sud sul provvedimento in esame.

PEDICA (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signora Presidente, intervengo anch'io per annunziare il voto favorevole, sia pur condizionato, del Gruppo dell'Italia dei Valori sul disegno di legge in esame, chiedendo al Governo di impegnarsi ad operare dei distinguo nell'attuazione di questo Accordo di partenariato. L'Italia dei Valori vigilerà comunque sugli atti posti in essere a seguito della ratifica di questo Accordo.

Se possibile, chiedo l'autorizzazione a consegnare il testo della mia dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

FILIPPI Alberto (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FILIPPI Alberto (LNP). Signora Presidente, annuncio il voto favorevole del Gruppo della Lega Nord sul disegno di legge in esame, sottolineando che si tratta di un provvedimento largamente condiviso. Chiedo inoltre di poter consegnare il testo della mia dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

BETTAMIO (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BETTAMIO (PdL). Signora Presidente, vorrei svolgere alcune brevi considerazioni, anche alla luce di quanto è scritto nell'ordine del giorno G100, che nel testo riformulato è stato accolto dal Governo.

Stiamo vivendo un'epoca in cui c'è un risveglio improvviso di tutti i Paesi tradizionalmente in via di sviluppo o sottosviluppati che si trovano al di là dell'Oceano. Alcuni di essi si sono sviluppati con una forza ed una velocità che non sospettavamo, grazie ad un moderno mezzo di comunicazione che non è la persuasione politica, ma Internet, che raccoglie e mobilita masse contro ingiustizie o situazioni non democratiche sopportate per anni.

Nell'annunciare il voto favorevole del mio Gruppo sul disegno di legge in esame, voglio sottolineare come, di fronte a questo risveglio improvviso, che l'Unione europea e altre organizzazioni internazionali cercano di canalizzare con degli accordi come quello di cui stiamo discutendo adesso, non è possibile continuare con interventi economici più o meno in stile elemosina per tacitare questo o quel problema, che normalmente significa povertà per quei Paesi, né possiamo più sfruttare con accordi economici tali economie per ottenere risorse che non abbiamo. Dovremmo, invece, avere riguardo non solo alla loro crescita economica ma anche al loro sviluppo sociale e politico. Ed è per questi motivi che ho condiviso una parte del discorso del senatore Perduca.

Dunque, non commettiamo l'errore di rifiutare accordi o contatti con Paesi che non rispettano i diritti umani o non hanno forme democratiche di governo: non chiudiamo la porta a Paesi che presentano, purtroppo, queste caratteristiche negative. Cerchiamo piuttosto, con aiuti economici e con un'assistenza sociale di contrasto alla povertà, di farli evolvere per assicurare loro uno sviluppo stabile e democratico.

L'Accordo oggi in discussione va in questo senso, poiché accanto alla lotta contro la povertà è anche prevista una cooperazione finanziaria, ma soprattutto politica. Ecco perché noi siamo favorevoli alla ratifica di tale Accordo.

TONINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TONINI (PD). Signora Presidente, annuncio il voto favorevole del Gruppo del Partito Democratico, con due brevissime considerazioni.

La prima riguarda l'importanza di questa, che non è una delle tante ratifiche bilaterali che abitualmente il Parlamento approva, ma una ratifica - se così possiamo dire - particolarmente pregiata perché incrocia due assi portanti della politica estera del nostro Paese: mi riferisco alla grande politica estera, quella di lungo periodo, di lunga durata. Come i colleghi sanno, i pilastri fondamentali della nostra politica estera sono l'integrazione europea, la solidarietà transatlantica, il multilateralismo e quindi l'importanza delle istituzioni multilaterali, a cominciare dall'ONU, e poi l'apertura ai Paesi emergenti, innanzitutto al primo cerchio (i Paesi del Mediterraneo e i Paesi che confinano geograficamente con l'Italia) e, in una prospettiva più ampia, certamente l'Africa, il Pacifico e i Caraibi, come previsto nell'oggetto di questa ratifica che è insieme un atto europeo e un atto di rapporto, di relazione, di solidarietà con i Paesi caraibici, quindi con una parte importante del mondo dei Paesi emergenti. Credo quindi sia un elemento estremamente importante della nostra politica estera attuare rapporti, stabilire relazioni intense e profonde di carattere commerciale e di aiuto, di promozione allo sviluppo con questi Paesi.

Concludo con un'ultima considerazione. La ratifica oggi in esame vede protagonista l'Europa. Noi quindi autorizziamo la ratifica di un accordo europeo con i Paesi caraibici e constatiamo come sul versante della cooperazione allo sviluppo, mentre si va continuamente restringendo lo sforzo economico bilaterale dell'Italia, per ragioni di tagli di bilancio sui quali ci siamo intrattenuti in altre occasioni e su cui pertanto non torno (una politica, a nostro modo di vedere, assolutamente sbagliata e miope perché taglia una prospettiva invece di prevederne una di crescita e di sviluppo anche per il nostro Paese), parallelamente cresce l'impegno dell'Europa.

L'Italia quindi è parte importante e - credo - assolutamente solidale di questo sforzo che sta compiendo l'Europa per accrescere le sue relazioni estere attraverso rapporti, negoziati e accordi di cooperazione internazionale con i Paesi in via di sviluppo. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Metto ai voti il disegno di legge, nel suo complesso.

È approvato.

Discussione delle mozioni nn. 406, 408 (testo 2) e 443 sui flussi migratori dal Nord Africa (ore 10,01)

Approvazione della mozione n. 406 (testo 3). Reiezione delle mozioni nn. 408 (testo 2) e 443 (testo corretto)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00406, presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori, 1-00408 (testo 2), presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori, e 1-00443, presentata dal senatore Pardi e da altri senatori, sui flussi migratori dal Nord Africa.

Ha facoltà di parlare il senatore Rutelli per illustrare la mozione n. 406.

RUTELLI (Misto-ApI). Signora Presidente, il Senato affronta questo dibattito sulla mozione da me presentata insieme ai colleghi D'Alia, Pistorio, Contini, Russo, Sbarbati, Bruno, Baio, Valditara e Molinari, con qualche ritardo, perché questo documento fu presentato all'inizio di aprile, nel vivo della crisi derivante dall'afflusso di migranti dalla Tunisia.

Già allora, però, si proponeva con grande chiarezza la minaccia che il regime libico di Gheddafi ha espresso pubblicamente, rispetto a ciò che lo stesso Gheddafi ha definito l'utilizzo di migranti illegali come bombe umane nei confronti dell'Europa, dell'Italia e dei Paesi della riva Nord del Mediterraneo.

I tre mesi circa trascorsi convalidano quella preoccupazione e i motivi sottesi alla presentazione di questo documento parlamentare rivolto al Governo perché assuma posizioni conseguenti. Alcuni passaggi, tuttavia, sono invecchiati a causa del trascorrere del tempo, e io ho appena depositato, signora Presidente, alcune modifiche che tengono conto di novità di cui il Parlamento, all'atto di deliberare, deve prendere atto.

L'argomento di fondo di questo documento parlamentare, colleghi, è il seguente. Noi ci occupiamo della problematica della migrazione, e anche delle migrazioni di massa illegali, quasi sempre sull'onda degli eventi, del dramma e della emotività legata a questi eventi. Il punto che la mozione vuole mettere in rilievo, e che già una relazione trasmessa al Parlamento due anni fa dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, aveva evidenziato, è invece un altro, in particolare.

Esiste, ormai, a livello internazionale un crimine organizzato, strutturato, asimmetrico rispetto alle modalità di reazione degli Stati, e anche delle stesse organizzazioni internazionali, che è la tratta degli esseri umani. Oggi, la tratta degli esseri umani è il secondo crimine più lucroso per le organizzazioni illecite, dopo il traffico di droga. Ed è destinato a crescere ulteriormente, e a condizionare in modo drammatico la vita di milioni di persone e la stessa coesione del nostro Paese, come dei Paesi europei e degli altri che vengono fatti destinazione e bersaglio di questo traffico.

È chiaro che il traffico di persone ha finalità diverse, spesso ha origini e motivazioni sessuali, di sfruttamento sessuale, minorile in particolare. In molti casi, il traffico di esseri umani utilizza la condizione di debolezza, di povertà, di indigenza e di soggezione in cui si trovano molte persone per farle utilizzare da organizzazioni e da reti criminali come manodopera per attività diverse, a sfondo di sfruttamento sessuale in molti casi, ma anche di accattonaggio e di manovalanza sfruttata sino alla conduzione in schiavitù.

È dunque un fenomeno gigantesco, che ha le sue regole, abnormi e perverse; e vorrei permettermi di segnalare ai colleghi senatori un paragone improprio, certamente, ma che può aiutarci a comprendere. Lo ha fatto anche la Commissione difesa del Senato, meritoriamente, con un documento che è stato sottoscritto pochi giorni fa dalla maggioranza e dalle opposizioni. Quando ci siamo occupati della pirateria in Somalia, ponemmo un problema fondamentale, oltre al fatto umanitario: di volta in volta si rapiscono persone, si sequestrano navi, si creano ricatti, si determina la perdita di vite umane. Ma allo stesso tempo si vede sviluppare un network criminale che guadagna tanti soldi; in pratica nella Somalia, priva di uno Stato, oggi si è costituito un vero e proprio contro-Stato, una potenza regionale che ha disponibilità finanziaria e che è passata dall'uso del kalashnikov a quello dei missili, dall'uso di barchini con fuoribordo all'uso di mezzi in grado di aggredire grandi petroliere, addirittura con sostanze repellenti per il controllo dei radar. Ormai è diventata un'industria, ed è molto difficile contrastarla.

Il senso del nostro intervento, signor sottosegretario Mantica, proposto al Governo e all'Europa e alla comunità internazionale per un'azione molto più incisiva contro il traffico di esseri umani e i network criminali che lo gestiscono e lo organizzano, è volto ad intervenire all'origine, alla fonte di ciò che noi ci ritroviamo in molti casi a Lampedusa. Si tratta di meccanismi, di fenomeni complessi, esigenze ovviamente difficili, ma il ragionamento che sottosta a questo documento parlamentare, Presidente, è che occorre una forte collaborazione internazionale per colpire queste reti criminali che nel frattempo stanno incamerando enormi risorse, centinaia di migliaia di euro freschi attraverso i quali si rafforzano, migliorano i loro apparati logistici, la loro capacità di corruzione nei confronti degli apparati dei Paesi di transito o di quelli di imbarco dei migranti, e dunque diventano, nell'intero continente africano - ma è un meccanismo molto grande che ovviamente si realizza in tanti Paesi asiatici - un'autentica multinazionale del crimine, o meglio dei noduli di un tumore che diventa rapidamente metastasi perché si diffonde a livello globale.

Il succo di questa mozione risiede nel punto 6) del capoverso a) del dispositivo, che chiede sostanzialmente al Governo, sul tema dei crimini contro l'umanità e dei compiti della Corte penale internazionale, di aprire finalmente una finestra, uno spazio di responsabilità connesso alla problematica del traffico di persone, in quanto esso comporta la commissione di un crimine contro l'umanità per tutti i casi in cui le persone assoggettate alla tratta perdano la vita o vengano ridotte in schiavitù, non trattandosi soltanto di immigrazione economica clandestina. Dobbiamo colpire i trafficanti, se vogliamo colpire il traffico delle persone. E se vogliamo tutelare la dignità di quelle persone, dobbiamo a maggior ragione intervenire con la cooperazione internazionale nei confronti dei trafficanti, che stanno diventando via via una potenza asimmetrica nella realtà, in particolare africana, che è quella che riguarda tutti noi.

Siamo consapevoli che la Libia aveva sottoscritto un accordo con l'Italia, che aveva implicazioni anche scomode perché portava alla detenzione, in condizioni talvolta disumane, di migranti spesso eleggibili come richiedenti asilo, tema molto delicato e grave. Ma la Libia aveva creato con la collaborazione ufficiale col Governo italiano un meccanismo di filtro rispetto a questa migrazione e alla gestione illecita del traffico delle persone. Noi ci siamo accorti che questo è diventato un grave problema al momento dell'esplosione della crisi in Tunisia; poi gli accordi che il Governo ha stipulato con il nuovo Governo tunisino hanno permesso di tamponare nuovamente questa situazione. Ma nelle stesse settimane Gheddafi, aprendo i campi di sosta o di detenzione dei migranti illegali e collaborando all'invio di migliaia di questi migranti (in particolare dal porto di Zuara, su barconi verso Lampedusa e l'Italia), ha dichiarato di voler usare questo strumento come una bomba umana. Ciò configura un crimine, tanto più nel momento in cui centinaia di queste persone, a causa dell'intento criminale del regime di Gheddafi, sono morte nel Mar Mediterraneo.

Presidente, alla luce di quanto detto, la mozione n. 406, dopo una parte di analisi e di descrizione della problematica, impegna il Governo: a mettere in campo nuove iniziative dell'ONU per contrastare le minacce alla sicurezza internazionale, visti il ruolo e l'attività delle reti criminali transnazionali nella gestione di traffici di esseri umani verso l'Europa, con la collaborazione delle Forze di polizia, dell'intelligence e della cooperazione internazionale; a dare all'Italia una funzione di leadership in questo settore; a proseguire da parte del Governo italiano nell'azione diplomatica nella collaborazione bilaterale con i Governi dei Paesi di origine e di transito; a collaborare con l'Unione europea, l'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni; a rafforzare il pattugliamento navale congiunto europeo anche attraverso l'agenzia FRONTEX, in raccordo con i Paesi terzi direttamente interessati; a valutare la possibilità di attivare, anche attraverso il Consiglio di sicurezza dell'ONU, i necessari meccanismi previsti dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale allo scopo di demandare alla Corte situazioni nei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori in cui si possano configurare crimini contro l'umanità a carico dei responsabili di traffico degli esseri umani. Si tratta di un passaggio giuridicamente, politicamente e istituzionalmente importante. Infine, sul piano nazionale, la mozione chiede di affrontare in modo certo e rigoroso dal punto di vista umanitario la ricognizione dell'identità e dello status dei migranti, garantendo priorità e tutela ai richiedenti asilo politico e ai profughi di guerra; a implementare la task force governativa per la gestione dell'emergenza; ad istituire urgentemente la funzione in Italia del National rapporteur sul fenomeno della tratta, come previsto della direttiva europea 2011/36/UE, in linea con le Convenzioni del Consiglio d'Europa.

Questo è l'oggetto della mozione, della quale, Presidente, ho consegnato un testo riformulato. (Applausi dai Gruppi Misto-ApI, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI e Misto-FLI).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Marcenaro per illustrare la mozione n. 408 (testo 2).

MARCENARO (PD). Signora Presidente, affronterò lo stesso problema trattato dal collega Rutelli, ma partendo da un'altra angolazione. Quante persone, uomini, donne e anche bambini, sono morte in questi anni nel tentativo di attraversare il Mediterraneo? L'UNHCR calcola che, solo dalla fine di marzo di quest'anno, siano 1.200 i morti nel Mediterraneo. Si stima che circa il 10 per cento delle persone che tentano la traversata muoiano in mare. Allora, la prima domanda è cosa stiamo facendo, noi e l'Europa, per fermare questa vera e propria strage, che fa forse più vittime di quanti ne facciano i conflitti armati e i bombardamenti. È una strage che non possiamo far finta di ignorare, perché destinata a continuare: questi numeri sono destinati a ripetersi.

Naturalmente, tutti abbiamo ringraziato i protagonisti italiani del soccorso in mare (Guardia costiera, Guardia di finanza e Carabinieri) e i comandanti e gli equipaggi che hanno prestato aiuto, ma la domanda è: questo basta ed è sufficiente, o è necessario che l'Italia prenda un'iniziativa urgente ed immediata per mettere all'ordine del giorno dell'agenda propria e di quella europea, come priorità assoluta, la prevenzione delle stragi in mare? Per poterlo fare, bisogna chiarire un altro aspetto: forse ricorderete che il senatore Pisanu, illustrando un rapporto sull'immigrazione, ci disse qui, con un'espressione molto chiara, che l'unica alternativa all'immigrazione irregolare era ed è quella regolare. Allora, l'unica alternativa al viaggio illegale, nelle mani dei criminali, non è il non viaggio, non è, quindi, l'illusione di poter impedire di muoversi a chi ha bisogno di protezione, ma un viaggio regolare e sicuro.

Questo è un aspetto molto importante, collegato a quanto diceva il senatore Rutelli: è la mancanza di alternativa che costringe le persone a mettersi nelle mani dei trafficanti. Certo che c'è un elemento coercitivo, ma tale mancanza di alternativa e la volontà di spostarsi sono più forti di qualsiasi minaccia, spingendo le persone a mettere in gioco anche la propria vita, pur di fare questa scelta. Se si vuole combattere la tratta dei mercanti di morte è necessario intensificare e rafforzare le misure repressive, ma dovremmo imparare da una lunga storia che il proibizionismo è una risposta sbagliata a tale esigenza. C'è quindi la necessità di intervenire attraverso misure immediate, che l'Italia può prendere e sulle quali può farsi promotrice di un'iniziativa europea. L'onorevole Boniver, presidente del Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione ed il funzionamento della Convenzione di applicazione dell'Accordo di Schengen e di vigilanza sull'attività dell'unità nazionale Europol, nelle settimane scorse ha parlato di corridoi e flotte umanitari; si tratta di una proposta che deve essere attentamente esaminata, ma comunque su questo punto abbiamo la necessità di trovare un'alternativa.

Il secondo punto che voglio affrontare riguarda invece la nostra gestione, qui in Italia, del problema dei richiedenti asilo, dei profughi e dell'immigrazione. Il 7 aprile il ministro Maroni è venuto in Senato a parlare degli accordi conclusi il 30 marzo ed il 6 aprile con il sistema delle Regioni, delle Province e dei Comuni per una gestione solidale dei flussi, in particolare di quelli provenienti dall'Africa in seguito agli sconvolgimenti politici e alla crisi aperta in quella regione. Oggi approfittiamo di questa mozione per chiedere conto al Governo dell'applicazione di quegli accordi e di quelle intese, che prevedevano da parte sua una serie di impegni per una gestione possibile con le Regioni e le amministrazioni locali. Non siamo gli unici a porre questo problema, onorevole Mantica: ve lo chiedono e ve l'hanno chiesto Regioni, Province e Comuni. Qualche giorno fa il Ministro dell'interno ha ricevuto una lettera firmata da due sindaci, Giuseppe Castania, sindaco di Mineo, del PdL, e Francesco Pignataro, sindaco di Caltagirone, del PD. Di fronte a questa situazione, nella quale tutti gli impegni sono stati disattesi, tutti e due scrivevano che anche un centro come quello di Mineo, che avrebbe potuto essere esemplare e dove le condizioni strutturali erano tra le migliori immaginabili, può degenerare. E questo, proprio perché ogni impegno è stato disatteso per quel che riguarda le condizioni strutturali e i diritti delle persone. Ora, questi sindaci ci dicono che tutto ciò mette in discussione la possibilità di gestire in modo equo e senza tensioni eccessive tale questione e che, in mancanza delle risorse e delle scelte necessarie, i problemi si stanno accumulando. Voglio ricordare, in particolare, il problema dei minori, che continua a suscitare allarme e preoccupazione in tutti coloro che si occupano di tali vicende. Secondo i calcoli dell'UNHCR, i minori sbarcati a Lampedusa dall'inizio di gennaio sono circa 1.670; i minori non accompagnati, sbarcati solo nel mese di maggio, sono 500. I ritardi accumulati negli ultimi mesi fanno sì che le normative italiane ed internazionali sulla protezione dei minori in quelle condizioni non siano rispettate.

Vorrei affrontare un terzo punto in relazione al nuovo pacchetto sicurezza, annunciato dal Governo pochi mesi fa. Come ha rilevato il senatore Livi Bacci negli scorsi giorni, si tratta di una palese ammissione del fallimento della politica del Governo degli ultimi anni, basata sull'introduzione del reato di immigrazione illegale, sul trattamento coatto nei Centri di identificazione ed espulsione, sulle espulsioni forzose, che poi ha portato a non accettare e a non ratificare la direttiva europea. Il provvedimento approvato qualche giorno fa riconosce la via dei rientri volontari ed incentivati, la possibilità, nei casi in cui non vi sia pericolosità dell'individuo, di soluzioni alternative alla detenzione nei Centri di identificazione ed espulsione, e altre strade, che si muovono nella direzione giusta. Naturalmente nella comunicazione vi siete ben guardati dal mettere in evidenza tali aspetti. Avete giocato soprattutto sul prolungamento - una misura di cui parlerò - a 18 mesi del trattenimento nei Centri di identificazione ed espulsione, facendo leva ancora sulla paura: evidentemente, la lezione di Milano, dove la paura che avete cercato di sbandierare è risultata controproducente, non vi ha insegnato nulla nel corso delle ultime settimane. Avete deciso di mettere su questo provvedimento una bandierina ideologica, cioè quella del prolungamento a 18 mesi della permanenza nei Centri di identificazione ed espulsione. Si tratta di una misura già bocciata dal Senato con un voto esplicito.

Si potrebbe discutere di tanti aspetti, sulla legittimità e sull'efficacia di una decisione di questa natura. Non intendo parlare di tali temi, ma voglio sottolineare soltanto una questione. Onorevoli colleghi, ciascuno di voi ha un Centro di identificazione ed espulsione non lontano dalla propria circoscrizione: vi invito ad andare a visitarlo anche una sola volta. Parto dal presupposto che le persone trattenute senza aver commesso alcun reato abbiano almeno il diritto di essere trattenute in condizioni non peggiori di quelle del peggiore carcere italiano. Onorevoli colleghi, andate a vedere come sono, e verificate se è possibile essere trattenuto in quelle strutture per 18 mesi! Il Governo, prima di assumere decisioni del genere, deve porsi il problema e affrontarlo. Si tratta di una questione molto semplice. Francamente so che non è possibile, ma penso sarebbe di una certa utilità se il ministro dell'interno Maroni, per una volta, decidesse, di andare a vedere, con le proprie gambe e con i propri occhi, quello che si è sempre rifiutato di guardare.

Infine, tra poche settimane discuteremo il provvedimento sul rinnovo delle missioni. In questi giorni abbiamo sentito un partito importante della maggioranza come la Lega Nord dire basta alle missioni internazionali, e in particolare alle missioni umanitarie come quelle in Libia. Certo, sulle missioni sarà svolta una discussione specifica, e di ciascuna andrà valutata l'effettiva utilità, su cui poi andranno misurate le scelte. Ma noi sosterremo in punto di principio una linea che è esattamente l'opposto di questa che oggi viene dalla maggioranza. Chiederemo cioè che in ogni missione italiana, in ogni missione internazionale ci sia una quota di risorse che sia destinata non solo all'aiuto allo sviluppo ma ad un vero e proprio aiuto umanitario; chiederemo che le risorse per gestire civilmente i profughi che vengono dalla Libia siano strutturalmente previste come una parte essenziale di quelle previste per l'intervento in Libia.

Dovrebbe essere chiaro che ogni euro speso in questa direzione, ogni euro speso per i diritti umani e per la democrazia è un euro speso anche per prevenire le guerre, per evitare che l'intervento umanitario si scopra solo quando la situazione ha assunto i lineamenti del dramma e dell'emergenza e la via militare appare l'unica possibile. L'Italia potrebbe giocare un ruolo importante sullo scenario internazionale se scegliesse di costruire una leadership in questo campo, nel campo appunto della pratica e dell'esercizio umanitario. Il nostro timore è che la vostra politica abbia rischiato e rischi di compromettere anche questa possibilità. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Pardi per illustrare la mozione n. 443.

PARDI (IdV). Signora Presidente, onorevoli senatori, poiché i colleghi hanno la possibilità di leggere direttamente il testo delle mozioni, eviterò di proposito di farne una parafrasi. Conto di provare a condurre un'arbitraria ma agile considerazione su due maestri che hanno potuto insegnare all'Occidente un modo di guardare in controluce i suoi rapporti con il resto del mondo, e in particolare con il Terzo mondo.

La prima figura di riferimento è stata riportata all'attualità da un convegno recentissimo (19 e 20 maggio) all'Università orientale di Napoli che, grazie al cielo, anche senza i soldi che le sono stati tolti, è riuscita a condurre una riflessione su Frantz Fanon e «I dannati della terra». Che effetto fa oggi rileggere «I dannati della terra», a cinquant'anni di distanza dalla sua uscita? François Maspero lo pubblicò nel 1961. Certo, cinquant'anni sono passati, ma il testo consente ancora di condurre una riflessione critica e autocritica sui rapporti tra Occidente e Terzo mondo.

In questo autore, che ha avuto una vita sofferente e brevissima, c'è fortissimo il senso dell'affrancamento dall'Europa: è l'orgoglio della négritude, la valorizzazione della differenza. Dice: non abbiamo più motivo di temere l'Europa; smettiamo dunque di invidiarla. Bisogna provare a ricominciare una nuova vita basata su altri schemi culturali e su altri progetti. Non possiamo fare dell'Europa un'imitazione caricaturale e oscena. «I dannati della terra» è un vero e proprio manifesto per la decolonizzazione, con le asprezze di quel periodo, con le sue durezze: Fanon collaborò anche alla lotta del Fronte di liberazione nazionale algerino. Una visione ostile alle potenze coloniali, e direi forse addirittura più severa nei confronti delle élite indigene che si adattavano ad un tipo di rapporto compromissorio con le potenze coloniali stesse e quelle in via di dismissione. Uno dei suoi libri è intitolato: «Pelle nera maschere bianche», quasi a sottolineare un processo di asservimento che le elite locali assumevano nei confronti del potere esterno.

In questo autore non c'è un linguaggio politicista e vi è anche un rifiuto degli schemi economicisti del suo recente passato e presente: adotta piuttosto un linguaggio esistenzialista, dialettico, umanistico. Non è tenero nemmeno nei confronti dei Movimenti di liberazione, che hanno vinto ma hanno anche perso, perché nel momento in cui si sono adattati ad una tattica di breve periodo hanno rinunciato anche a continuare a rappresentare le funzioni che avevano messo in primo piano.

La seconda figura - è un solco diverso, ma in senso complessivo può essere considerata insieme - è quella di Edward Said, un palestinese americanizzato, senza Patria, che ha vissuto - come dice lui - sempre nel posto sbagliato. Con il suo volume "Orientalismo" del 1978 - e che la cultura italiana provinciale ha tradotto soltanto nel 1991 - Said ha prodotto una sorta di monumento compatto, teso alla definizione del modello culturale che l'Occidente ha imposto sulla categoria dell'orientalismo e ha demolito un punto fondamentale cui hanno collaborato anche tanti altri: la cultura come individuazione di un campo autonomo dalle logiche del potere e dalle lotte politiche dentro l'arena sociale.

Cito qualche frase: «L'Europa non sarebbe potuta essere completamente la stessa senza la sua storia coloniale. L'idea antropologica di cultura è stata in gran parte prodotta dall'esperienza coloniale. Il colonialismo stesso era cultura, emersa dal laboratorio coloniale come scienza e strumento di governamentalità». Si tratta di una visione dell'orientalismo come pratica che unisce scrittori, autori, pittori musicisti, viaggiatori e naturalisti, come una sorta di enorme corpus di idee che l'Occidente ha creato per fotografare un Oriente, che secondo l'autore non esisteva o che perlomeno fungeva soltanto da punto di appoggio per questa sorta di visione costruita, artificiosa ma potentissima. Questo corpus di idee e di scritti ha costruito una storia dei rapporti tra Occidente e Oriente in cui il sapere e la cultura hanno funzionato come mezzo di dispotismo e controllo, come strumento di gerarchizzazione e assoggettamento, strumenti davvero fondamentali per l'incorporazione delle popolazioni e dei territori orientati nel progetto imperiale occidentale. Traggo dal testo un esempio: «La pratica universale di designare nella nostra mente uno spazio familiare nostro, in contrapposizione ad uno spazio esterno loro, è un modo di operare distinzioni geografiche che può essere del tutto arbitrario. Uso qui il termine arbitrario perché una geografia immaginaria del tipo "nostra terra\terra barbarica" non necessita necessariamente che i barbari conoscano e accettino la distinzione; è sufficiente che noi costruiamo questa frontiera nelle nostre menti: loro diventano loro di conseguenza; la loro terra e la loro mentalità vengono considerate diverse dalle nostre. L'orientalismo si configura così come una sorta di scienza trasversale dell'annessione e del dominio, una sorta di schema storico-ideologico che è diffuso in tutta la tradizione critica della cultura occidentale moderna, cui tutti hanno collaborato».

Secondo l'autore, è una tradizione malata, costitutiva della stessa identità occidentale, sintomo di una sua malattia più profonda: la sua violenza ontologica costitutiva, che corrode alla base le sue pretese più nobili. Può essere interessante richiamare brevemente alla memoria la descrizione napoleonica dell'Egitto: «Ricondurre una regione dalla presente barbarie alla precedente classica grandezza, insegnare per il suo stesso bene all'Oriente i metodi dell'Occidente progredito, subordinare e mettere in secondo piano la forza militare per porre in risalto un grandioso progetto di conoscenza da acquisire nel quadro del proprio dominio politico in Oriente; teorizzare l'Oriente, dargli forma, identità, definizione, con il pieno riconoscimento del suo posto nella memoria storica e della sua importanza nella strategia imperiale, del suo naturale ruolo di appendice dell'Europa; conferire dignità al sapere acquisito tramite occupazione coloniale, considerandolo un contributo alla cultura moderna, quando i nativi non erano stati consultati, né trattati, altro che per istituire nuovi campi di specializzazione; creare nuove discipline, suddividere, dispiegare, schematizzare, incolonnare, classificare, registrare ogni cosa visibile e, se possibile, anche invisibile; da ogni dettaglio osservabile trarre una generalizzazione e da ogni generalizzazione una legge immutabile della natura, il temperamento, la mentalità, i costumi, i tratti costitutivi degli orientali. Sono questi i tratti della proiezione orientalista compiutamente realizzati nella descrizione dell'Egitto».

C'è ovviamente una distanza enorme tra le considerazioni di un autore che scrive per l'intera cultura occidentale e il dibattito su queste mozioni, che muove anche da una considerazione molto concreta e attuale; però credo che questa visione del rapporto tra Occidente e il "mondo altro" come prodotto di una geografia puramente immaginaria (come dice Edward Said) ci interroga in profondità sulle nostre questioni. In questo contesto critico di visione controluce di un problema di grandi proporzioni che coinvolge centinaia di milioni di soggetti, occorre fare da parte nostra uno sforzo di interpretazione sui fondamenti culturali di coloro che si muovono: occorre non solo registrare le quantità, le statistiche, i milioni di persone che si riversano tra di noi magari sulla base di pulsioni materiali, ma anche tentare di interpretare i modelli culturali che portano e sulle differenze che possono produrre nel nostro mondo.

Occorre fare poi una riflessione sulle migrazioni più recenti e anche sulle ultime rivolte popolari. Penso che in Europa siamo tentati di attribuire a questi movimenti una sorta di realizzazione europeistica popolare. Dentro di noi siamo portati a pensare che finalmente anche loro hanno scoperto, come noi, la democrazia, anche loro hanno scoperto la necessità del benessere, anche loro hanno scoperto l'agibilità della nostra vita collettiva, che altri sistemi di potere impedivano loro. Siamo propri sicuri che i soggetti giovani, soprattutto quelli più giovani (che si muovono più degli altri, sia nelle rivolte che dentro i fenomeni migratori), abbiano semplicemente adottato dentro di sé e incorporato questo schema eurocentrico? Può essere che in molti di loro sia così, ma sta a noi interpretare con saggezza la complessità enorme dei processi demografici. Faremmo un gravissimo errore ad interpretarlo in senso eurocentrico. Noi dovremo fare lo sforzo di leggere dentro queste lotte, dentro questi comportamenti, l'autonomia e l'indipendenza dell'altro, interrogarci; e quando non sappiamo capire, non pensare che non c'è niente da capire, ma porsi il problema, anche se non possiamo dare subito una risposta.

La saggezza dell'interpretazione politica delle cose sta soprattutto nel non dare per scontato che la risposta è quella che già vive dentro le nostre menti: le nostre menti hanno dentro di sé dei testi già scritti in caratteri già preparati; siamo tutti abituati ad una sorta di ipertesto mentale che ci portiamo dentro. Dobbiamo fare lo sforzo di leggere questi fenomeni uscendo fuori da questo ipertesto, e farlo per davvero. Solo così, probabilmente, possiamo riuscire ad avere un atteggiamento più giusto.

Infine, signora Presidente, in armonia con quanto detto, sottolineo che nel testo della nostra mozione, a causa di un refuso, non bisogna leggere, nell'ultimo capoverso delle motivazioni, subito prima del dispositivo, «contro un fenomeno migratorio di massa», bensì «di fronte a un fenomeno migratorio di massa». (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.

È iscritta a parlare la senatrice Garavaglia Mariapia. Ne ha facoltà.

GARAVAGLIA Mariapia (PD). Signora Presidente, la nostra discussione si sta concentrando su un fenomeno importante, complesso, difficile da affrontare con serenità perché si rischia molto di darne un'interpretazione ideologica. È anche particolarmente attuale, perché anche questa mattina abbiamo appreso dai notiziari che sono arrivati 553 profughi sull'isola di Lampedusa. Fatta salva la solidarietà agli abitanti di quell'isola e a tutti i soccorritori, vale la pena aggiungere poche, davvero poche, considerazioni, perché sono state dette cose importanti.

Come è noto, tutti i dati degli indicatori relativi confermano che il fenomeno migratorio non è né transitorio, né un incidente. La crescita delle presenze in Italia di cittadini non italiani, nonostante il sostanziale blocco di due anni dei flussi di ingresso e le politiche di allontanamento, dimostra che non c'è alternativa alla ricerca di un saggio equilibrio tra spinta migratoria dall'esterno e capacità di accoglienza. È evidente che occorre mettere in campo una politica che attenui la forza e l'invadenza di un'economia sommersa che resta il principale attrattore per l'immigrazione irregolare.

La crisi in Nord Africa ha generato nel 2011, secondo i dati di «Save the Children», un flusso migratorio verso l'Italia e le sue coste molto intenso, con 39.560 arrivi, fino al 23 giugno, sulle isole di Lampedusa, Linosa e Lampione, contro i 70 dello stesso periodo dell'anno precedente. Si sta da più parti soffiando sul fuoco. Si parla di orde e di invasioni. È un modo di agire irresponsabile. Per l'Italia, il rapporto statistico annuale «Global Trends 2010», stilato dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifiugiati, parla di cifre contenute, in termini sia assoluti che relativi, rispetto ad altri Paesi dell'Unione europea. In Italia i rifugiati sono 56.397, gli apolidi 854, mentre i richiedenti asilo ammontano a 4.076 unità; si tratta di cifre molto basse rispetto ai principali Paesi nostri partner europei. C'è stato un momento nel quale l'UNHCR ha addirittura chiesto all'Italia di giustificarsi per come ha gestito gli sbarchi e i respingimenti, in quanto eccessivi e violenti.

Per dare un'idea del fenomeno a livello globale, il rapporto che ho appena citato indica nel mondo 43,7 milioni di persone costrette alla fuga, 15,4 milioni di persone rifugiate, 27,5 milioni di persone sfollate interne a causa di conflitti e circa 850.000 persone richiedenti asilo. Ogni volta mi chiedo: ma se fossimo noi quei genitori e sapessimo che i nostri figli non hanno alcun futuro a causa di guerre, carestie e fame, non daremmo tutto ciò che abbiamo, pure ai nuovi schiavisti, pur di mandarli lontano, alla ricerca di sicurezza e fortuna? Peraltro, sono spesso genitori che non sapranno mai se i loro figli sono arrivati a destinazione, perché tanti sono i giovani morti e sepolti nelle acque del Mediterraneo.

È stato detto che la democrazia sa mettersi anche nella pelle dei naufraghi in fondo al mare. Solo i sistemi democratici, colleghi e rappresentante del Governo, possono accogliere i rifugiati, i profughi e, perfino, gli irregolari, perché sanno che non è la paura che fa innalzare il livello di difesa, bensì la sicurezza sociale, l'organizzazione del lavoro, la capacità di programmare. Nei 27 Paesi dell'Unione europea, il 4 per cento della popolazione, cioè circa 20 milioni, è extracomunitaria, mentre il totale di quella straniera è pari al 6,4 per cento, cioè 31 milioni di persone.

Tornando all'Italia, i dati ISTAT dicono che la presenza degli immigrati è sempre più una costante che genera ricchezza per il nostro Paese: è un fenomeno con cui necessariamente si dovranno fare i conti, e quindi non più rinviabile, se vogliamo garantire una reale integrazione per i lavoratori immigrati e le loro famiglie.

Tenuto conto dunque che la presenza regolare di stranieri nel nostro Paese sarà sempre più stabile, lungi dal respingere, diventa invece urgente la tutela di questa grande risorsa, a cominciare dal riconoscimento del diritto di cittadinanza per gli oltre 900.000 minori immigrati, di cui 600.000 nati in Italia. Presidente, quando compiono 18 anni, non esistono più, diventano irregolari anche loro. Almeno sull'infanzia questo Parlamento, in questo Paese, in questa Europa, dovrebbe avere in programma misure idonee, anche perché in questi giorni, intanto che parliamo degli immigrati, dei morti e delle guerre, ci è stato raccontato che abbiamo tanti giovani nostri emigranti di alta qualità in giro per il mondo, i nostri laureati: quasi 400.000 negli ultimi 10 anni. C'è sulla bilancia del dare e avere, dell'uscire e dell'entrare nel nostro Paese, un grande valore umano.

Siccome è presente il sottosegretario Mantica, voglio concludere con una citazione che sembra fuori tema: quest'Aula lavorò molto anche per la tutela dei cristiani in giornate che erano tremende, in cui parlavamo del Sud Sudan in una mozione con cui avevamo raccomandato al Governo di farsi parte diligente affinché, nelle sedi opportune, a cominciare dall'Europa, si desse il riconoscimento dell'avvenuta indipendenza del Sud Sudan. In questi giorni pare che anche in Somalia si muova qualche cosa di positivo.

Mi pare che l'Italia, esattamente in quelle due parti dell'Africa, possa esercitare un protagonismo che faccia fiorire occasioni di pace. Signora Presidente, lo scambio, soprattutto di giovani, rende i futuri cittadini dei nostri Paesi cittadini del mondo. Saranno loro che, riconoscendosi e capendosi, costruiranno democrazia e pace. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Li Gotti e Pardi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Maraventano. Ne ha facoltà.

MARAVENTANO (LNP). Signora Presidente, colleghi, ho letto attentamente le mozioni e l'unica che potrebbe essere condivisa è quella del senatore Rutelli, che serve, però, solo a ricordare l'esistenza di questo fenomeno. Tale mozione, infatti, vuole impegnare il Governo ad assumere provvedimenti che sono già in esecuzione. L'ottimo lavoro che in questi anni ha fatto il nostro Governo - soprattutto il ministro Maroni - lo ha dimostrato. Dobbiamo ricordare che qualsiasi Governo avrebbe avuto difficoltà alla luce di quanto avvenuto, soprattutto nella mia isola.

Vorrei ricordare al senatore Rutelli che, per quanto riguarda sia FRONTEX che l'ONU, finora è stato soprattutto il nostro Paese ad elargire finanziamenti. Infatti, le somme fino ad oggi spese dal nostro Paese sono pari a 700 milioni di euro, mentre quelle della Comunità europea, che finora non ha rispettato i patti, ammontano a 20 milioni di euro. Se non finirà la guerra, possiamo promuovere tutte le mozioni che vogliamo, ma il massacro non finirà mai.

C'è un altro argomento che emergerà nei prossimi anni. In relazione all'esodo massiccio dei tunisini, fortunatamente il ministro Maroni e il nostro Governo hanno promosso degli accordi importantissimi, cosa che - purtroppo - non siamo invece riusciti fino ad oggi a fare con la Libia: con la guerra in atto, infatti, non si riescono a fare. Il nostro obiettivo è pertanto quello di riuscire a promuovere accordi di questo tipo. Ciò che di importante avverrà in futuro sarà l'esodo massiccio dei minori. Non so se avete visto quanti minori sono sbarcati a Lampedusa negli ultimi mesi: minori che, in questo momento, i trafficanti hanno assunto come obiettivo, viste le leggi vigenti nel nostro Paese.

Sappiamo benissimo - l'ha detto anche il collega Rutelli - che dietro tutta questa situazione c'è un traffico di carne umana: ci sono le formazioni della criminalità organizzata che vogliono sfruttare la democrazia esistente nel nostro Paese. Ripeto: le organizzazioni criminali stanno prendendo i minori come obiettivo, e fra qualche anno avremo un esodo massiccio di minori, che saranno tutti a carico del nostro Paese. Tra l'altro, essi sono minori per noi, mentre non lo sono per i Paesi africani, dove sono considerati persone che si possono subito inserire nel mondo del lavoro.

Mentre noi discutiamo di questo fenomeno (soprattutto, ricordandolo), esso continua a manifestarsi. La mia isola è in ginocchio. Da ieri a questa mattina sono già arrivate sull'isola 700 persone, e non sappiamo se si tratta soltanto di profughi, perché se è vero che il 50 per cento degli immigrati che arrivano di solito sono profughi, il restante 50 per cento è rappresentato invece da clandestini che stanno approfittando della guerra per entrare nel nostro Paese.

Cerchiamo di avviare dunque - personalmente ho fiducia nelle azioni del Governo - un programma serio per i respingimenti, sia per il bene di questi poveri disgraziati, che per il bene del nostro Paese, perché siamo in una situazione davvero molto particolare, soprattutto nell'isola di Lampedusa, che ha fatto di tutto per fronteggiare questo fenomeno nel migliore dei modi, ma che è ora veramente in ginocchio. (Applausi dai Gruppi LNP e dei senatori Mazzaracchio e Rizzotti. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, convengo con le lodi della senatrice Maraventano nei confronti dell'isola di Lampedusa, però credo che sia difficile poter concordare sullo splendido atteggiamento tenuto dal Governo di fronte ai flussi migratori, a partire dal Ministero dell'interno.

Il problema oggi posto all'attenzione del nostro dibattito è affrontato in tre mozioni presentate dalle opposizioni. In particolare, se la mozione avente come primo firmatario il senatore Rutelli si può intitolare «Dei delitti e delle pene», o forse «Dei relitti e delle pene», anche se con un atteggiamento contrario rispetto a quello del Beccaria (vale a dire indurire i delitti e le pene, ed aumentare quindi i relitti), le altre due mozioni, quella del Partito Democratico e quella dell'Italia dei Valori, offrono sicuramente un modello alternativo rispetto alle politiche e alle leggi - ahinoi! - vigenti in Italia, che cercano di affrontare il fenomeno guardando soltanto al punto di arrivo. In effetti, sia le leggi che le mozioni - anche se chiaramente qui si parla dei flussi migratori e non di un dibattito a 360 gradi sulla politica mondiale - non si pongono un problema che sia uno sulla radice di tutto ciò.

Io dubito fortemente che chi sbarca oggi in Italia - 10.000, 20.000 o 30.000, attenzione, la curva di uno stadio di serie A - sia al centro di una tratta di esseri umani. Di fronte al fenomeno dei flussi migratori, il Governo ha adottato una serie di misure emergenziali che, in deroga a tutta la normativa nazionale, europea e internazionale, consegnano a un commissario straordinario dei poteri che quasi non ha neanche il Presidente del Consiglio, dovendosi in qualche modo confrontare con i suoi colleghi del Consiglio dei ministri ed eventualmente con le Camere: si parla quindi di misure esigue rispetto ai problemi.

In verità si tratta spesso di persone che fuggono da situazioni drammatiche, di conflitto, di carestia, di povertà, di persecuzione di qualsiasi tipo. Non ci si pone però nessuno dei problemi per i quali la gente più o meno liberamente decide di lasciare il proprio Paese di origine.

Non ci si pone neanche l'altro problema, che è forse uno di quelli ancora non analizzati a fondo alla base delle rivolte degli ultimi tempi che hanno caratterizzato il Nord Africa, vale a dire la «bomba demografica». Oggi nell'Africa subsahariana ci sono circa 860 milioni di persone: si ritiene che nel 2050 saranno raddoppiate, 1,7 miliardi, cioè più del numero dei cinesi che vivono oggi in Cina.

Noi cosa vogliamo fare? Vogliamo forse creare un'altra fattispecie di diritto penale internazionale per tenere a casa queste persone, con la speranza di mettere in galera quelli che le trasportano nella parte del mondo ricco, che le ha tenute in povertà con il protezionismo, la sistematica alleanza con i loro dittatori e la chiusura di qualsiasi attenzione ai diritti umani di qualunque tipo?

Credo che se delle consonanze ci sono, queste debbano essere ritrovate negli atteggiamenti umanitari e di carità umana che si recuperano nelle mozioni dell'Italia dei Valori e del Partito Democratico - non purtroppo in quella presentata dal senatore Rutelli e da altri colleghi - perché si andrebbe soltanto a rafforzare, come giustamente diceva la senatrice Maraventano, ciò che il Governo oggi fa e, soprattutto, il fatto di non essere riuscito negli ultimi tempi neanche a gestire l'emergenza.

Sono state aperte - e con questo concludo - tendopoli per ricevere queste persone, soprattutto la prima ondata di tunisini, che sono riusciti poi a scappare e fortunatamente, un po' per conto loro, un po' perché è stato dato loro, alla fine, un permesso di soggiorno temporaneo, hanno trovato una migliore sistemazione, senza creare nessun tipo di problema di ordine pubblico in Italia. A Santa Maria Capua Vetere, a Potenza e a Trapani sono stati istituiti dei centri. A Santa Maria Capua Vetere, il centro è stato chiuso, perché ci sono stati dei disordini: le persone sono state disperse sul territorio e, poiché ieri il giudice non ha convalidato il trattenimento, possono essere rimesse in libertà; a Potenza, il centro, simile alla prigione di Guantanamo, per come ce la raccontano (più che per come in realtà sia), cioè di pessima qualità umana, è in fase di chiusura, a Trapani non è mai stato aperto.

Per questa risposta emergenziale il Governo ha stanziato 10 milioni di euro. Cosa succederà di questi danari? Non vorrei che fossero impiegati per rafforzare il controllo delle nostre "frontiere colabrodo" perché andrebbero esclusivamente ad aumentare i relitti, oltre che le pene eventuali delle persone che stranamente non vengono mai catturate. (Applausi del senatore Pardi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Santini. Ne ha facoltà.

SANTINI (PdL). Signora Presidente, desidero testimoniare la grande attenzione che il Gruppo PdL ha per questa problematica, certo non da oggi, e per sottolineare il difficile compito che ha il Governo italiano oggi di fronte all'Europa.

Lo faccio anche come membro dell'Assemblea del Consiglio d'Europa. So che ci sono altri colleghi con questa veste; io lo farò in tono più accorato e accentuato, in quanto sono primo Vice Presidente della Commissione che si occupa di queste problematiche presso il Consiglio d'Europa: la Commissione immigrazione e rifugiati.

Il tema è caldo, anzi rovente, non solo per la situazione italiana di Lampedusa e dintorni ma per quanto sta accadendo in questi giorni in Turchia, dove si sta verificando un fenomeno simile a quello di Lampedusa e di altre parti dell'Italia.

Va detto che il Consiglio d'Europa ha attivato diverse iniziative per cercare di monitorare, ma anche di coordinare, i Governi interessati a questo fenomeno al fine di dare una risposta corale dell'Europa, e non soltanto da parte dei Governi che sono al centro del problema.

Nell'ultimo dibattito svoltosi solo mercoledì scorso a Strasburgo all'interno della Commissione che si occupa di emigrazione e rifugiati è emersa chiara la consapevolezza di tutti i Paesi partecipanti al Consiglio d'Europa (che ricordo sono ben 47) dell'esigenza di assumersi una parte di oneri e di responsabilità.

Un mese fa, signor Sottosegretario, con una delegazione del Consiglio d'Europa, su mia proposta, abbiamo visitato Lampedusa, arrivando non ultimi ma, comunque, assieme a molte altre iniziative di questo genere: cinque parlamentari, due giorni e mezzo di visita.

Desidero ringraziare, a nome del Consiglio d'Europa, e della Commissione immigrazione e rifugiati in particolare, la collega Maraventano che ci ha fatto da ponte per una serie di adempimenti burocratici, pratici e di collegamento ed il Governo, in particolare il Ministero dell'interno, per averci messo a disposizione personale altamente qualificato che ha fornito ai commissari di cinque Paesi diversi e di cinque gruppi politici differenti risposte competenti, precise, direi anche accorate che hanno contributo a dare di Lampedusa e del problema un'immagine serena, ma anche grave.

Abbiamo visitato, ovviamente, i due centri di accoglienza, quello principale e quello organizzato presso l'ex caserma LORAN con valutazioni inevitabilmente differenti per la qualità dell'offerta di accoglienza che viene prestata. Particolare attenzione è stata dedicata alla differenza di qualificazione dell'immigrazione, distinguendo tra l'immigrazione cosiddetta economica (prevalentemente quella dei tunisini) e l'immigrazione dei rifugiati che scappano da situazioni di pericolo e di guerre (quella dei subsahariani alloggiati prevalentemente nel centro-ex caserma LORAN). In tutti i casi la prima opinione dei commissari del Consiglio d'Europa è stata altamente positiva per lo sforzo, la buona volontà, per la decisione con cui il Governo italiano, ma anche gli amministratori dell'isola di Lampedusa, hanno risposto a questa emergenza.

C'è comunque grande preoccupazione di fronte all'evidente limitatezza della possibilità di fronteggiare una nuova eventuale ondata di emergenza come quella di aprile, quando più di 6.000 profughi ed emigrati, tutti insieme, invasero l'isola. Questa è una raccomandazione che sicuramente sarà fatta nel mese di ottobre, quando discuteremo, in sede plenaria, di questa visita e del problema di Lampedusa in particolare.

L'attenzione particolare, signor Sottosegretario, è data in questo momento alla dinamica dei minori non accompagnati e delle fasce più deboli degli emigranti. La soluzione di affidare i minori ai Comuni viene impugnata - lo anticipo in via informale - proprio dalla Commissione immigrazione e rifugiati, in quanto considerata precaria, a fronte di evidenti difficoltà da parte delle amministrazioni comunali di farsi carico degli oneri relativi.

Infine, una notevole attenzione viene riservata agli accordi bilaterali, di cui il Governo italiano è stato protagonista, prima assieme al Governo della Libia e poi a quello della Tunisia. Questi accordi sono stati considerati con molta soddisfazione da parte di tutti i Paesi europei come segnale di una possibilità emergente di evitare un accordo globale da parte del Consiglio d'Europa, o dell'Unione europea, che implica tempi lunghi e faticose trattative, facendo ricorso invece ad accordi diretti che, come sappiamo, hanno prodotto effetti positivi, inizialmente con la Libia, e stanno ora producendo notevoli risultati per quanto riguarda il rimpatrio dei tunisini, sul piano appunto di questo accordo.

L'Europa chiede, signor Sottosegretario, di conoscere più in profondità il testo di questi accordi, e una lettera sarà recapitata al Governo in maniera formale sotto questo aspetto, proprio per farne un esempio da trasferire ad altre situazioni.

Per quanto concerne il dibattito odierno, il Gruppo del PdL è in linea (e io personalmente mi dichiaro in linea) con la mozione n. 406 (testo 2), avente come primo firmatario il senatore Rutelli, con qualche adeguamento e adattamento per quanto concerne particolari passaggi, di cui credo sia già stato trattato il contenuto con il primo firmatario. Comunque, ringraziamo tutti coloro che, sotto questo aspetto, contribuiscono a dare un'immagine concreta, serena e positiva.

Vorrei concludere anche io rivolgendo un saluto e un ringraziamento al popolo di Lampedusa. Ogni contatto con quella gente è esemplare. In due giorni e mezzo di presenza, come delegazione dell'Assemblea del Consiglio d'Europa, abbiamo avvicinato, anche privatamente, tutte le ONG che operano sull'isola, i rappresentanti degli imprenditori, del mondo economico e della dimensione sociale e morale, compreso il parroco dell'isola: non abbiamo raccolto una sola parola negativa, una sola parola di rifiuto, nell'impegno privato dei cittadini di Lampedusa, di farsi carico di un pesante fardello, che non è solo quello di accogliere in prima istanza direttamente gli immigrati e i profughi quando c'è l'emergenza, ma di vedere la propria economia, cominciando da quella turistica, gravemente compromessa da questa situazione di emergenza. Prima di partire, i rappresentanti degli albergatori ci hanno detto, fuori dai denti, che si è ormai alla vigilia della stagione estiva ma che non hanno una sola prenotazione: le poche pervenute durante l'inverno sono state tutte disdette di fronte ai nuovi flussi di sbarchi.

Di questo, signor Sottosegretario, la prego di farsi carico (e la collega Maraventano l'ha già sollecitata, come vice sindaco dell'isola), perché è un aspetto assolutamente non secondario di questa emergenza: il futuro di Lampedusa e dei suoi cittadini. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Maraventano).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo di esprimere il parere sulle mozioni presentate.

MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signora Presidente, vorrei sottolineare che, in realtà, sono in corso tre dibattiti, che si intrecciano, perché sembra che l'argomento sia comune ma il taglio fornito all'aspetto politico delle discussioni dice chiaramente che le tre mozioni si intrecciano ma rispondono a logiche profondamente diverse.

Cercherò di rispondere brevemente ad alcune osservazioni che sono state fatte nel corso della discussione generale, anche esprimendo l'opinione del Governo sulle mozioni che qui sono state presentate.

Da parte dell'IdV è intervenuto il senatore Pardi, che ha sollevato un problema di carattere molto ampio, che certamente trascende i limiti del dibattito in quest'Aula, ma che comunque ha toccato il cuore del problema, sotto il profilo culturale. Vorrei fare al senatore Pardi due sole osservazioni, senza entrare nella discussione; altrimenti resteremmo a parlare di questo argomento per qualche ora, anche se lo farei con piacere.

Molto giuste sono le valutazioni relative al rapporto tra noi e l'altro, tra la nostra cultura e la cultura dell'altro. Ma poi esistono risposte concrete, al di là delle sensazioni. Il fatto che come comunità internazionale abbiamo ottenuto dei risultati positivi nella lotta alla fame nel mondo e abbiamo avvicinato alcune decine di milioni di individui a un livello di sopravvivenza minimo, lo possiamo esprimere con un numero complessivo mondiale; ma se uno va a guardare nel dettaglio, vede sostanzialmente che sono solo Cina ed India ad aver ottenuto questi risultati. E questo (non c'è bisogno di aprire una discussione) dà una risposta che può essere giudicata in maniera positiva o negativa (non è questo il momento di giudicarla), ma che dice che lo sviluppo economico e sociale è fino ad oggi ancora l'unico in grado di rispondere a questa necessità. Certamente Cina e India sono governate da sistemi fra loro profondamente diversi, inseguono anche obiettivi di grande sviluppo, ma seguendo due linee particolarmente diverse (voglio ricordare che la Cina rappresenta la più grande industria manifatturiera del mondo, mentre l'India punta sul terziario, su una evoluzione più di software rispetto all'hardware cinese), ma la risposta è lì.

Questo nelle molte politiche che attuiamo nei Paesi del Terzo mondo, in via di sviluppo, nei Paesi che stiamo coinvolgendo nella globalizzaione ci dovrebbe da un lato preoccupare per gli aspetti di carattere culturale che comporta; dall'altro ci dovrebbe far prendere atto che, al di fuori dello sviluppo economico, non esistono al momento risposte. E anche gli aiuti che diamo hanno un senso se hanno quell'obiettivo, cioè quello di sviluppare economicamente i Paesi, là dove si sviluppa questo fenomeno.

L'altra osservazione concerne un aspetto che vorrei riportare al centro del dibattito politico, perché troppo spesso in esso lo si è dimenticato: la demografia.

Se abbiamo perso l'occasione di capire quello che è avvenuto in questi mesi nel Medio Oriente, è a causa di una carenza, se si vuole, di analisi politica (non certo solo da parte del Governo italiano: credo che il Governo francese su quanto avvenuto in Tunisia abbia certamente registrato un ritardo enorme). Però gli attenti analisti e chi segue queste cose proprio attraverso la demografia di quei Paesi avevano lanciato alcuni segnali di allarme. Quando andiamo incontro a Paesi, a realtà sociali nelle quali grosso modo la metà della popolazione - in qualche caso il 40, in altri il 38 o il 42 per cento - è fatta di persone che hanno meno di 30 anni o di 25, è ovvio che siamo di fronte a un mondo diverso dal nostro. Siamo di fronte a una realtà che non riusciamo nemmeno più a comprendere, anche perché evidentemente viviamo una realtà che purtroppo per noi presenta percentuali totalmente diverse: forse dovremmo parlare di over 60 da noi per raggiungere quelle percentuali.

Allora, la demografia diventa un argomento di analisi e valutazione certamente, ma anche una politica. Occorre evidentemente, sia da parte della comunità internazionale nei confronti dei Paesi terzi, sia all'interno della comunità internazionale nei Paesi cosiddetti sviluppati, capire che questo è un elemento di grande cambiamento che sta intervenendo nel mondo, di fronte al quale occorre mettere in moto dei meccanismi che ne tengano profondamente conto. Quando in Egitto il 40 per cento della popolazione ha meno di 30 anni, siamo di fronte evidentemente a gente che chiede lavoro e futuro: vuole avere una speranza di vita. E di fronte a una mancanza di speranza di vita, le reazioni sono diverse, anche quella di infilarsi su un barcone e di affrontare il mare per raggiungere l'Occidente perché comunque, senza una speranza di vita, una sola speranza, quella del barcone, diventa una possibilità.

Questo vorrei che fosse chiaro per capire le dinamiche e il problema che stiamo affrontando.

Parlando di Medio Oriente, chi mi conosce sa che si tratta di un tema che mi è molto caro. Vorrei dire alla senatrice Garavaglia - che qui non vedo - che colgo l'occasione che mi è data per far sapere che il 9 luglio, giorno dell'indipendenza del Sud Sudan, sarò orgogliosamente a Jiuba a rappresentare il Governo italiano. Si tratta di una realtà che ci sfugge: un grande Paese come il Sudan va a dividersi. A chi è immemore, ricordo l'epoca della decolonizzazione, quando nel 1954 Kwame Nkrumah, in un famoso teorema, disse di non amare i confini del colonialismo, ma che se l'Africa avesse voluto andare avanti, i confini non dovevano essere discussi, perché altrimenti si sarebbe aperto un vaso di Pandora nel quale si sarebbe perso il fine ultimo: la libertà dei popoli africani.

Ebbene, per la prima volta da quell'epoca,questo teorema, che ha retto per più di 50 anni, garantendo - si fa per dire - la stabilità africana, si rompe con questa autodeterminazione che il popolo del Sud Sudan ha invocato e ottenuto negli accordi di sei anni fa e che ha confermato in un referendum, il cui risultato non può neanche essere messo in discussione, visto che più del 98 per cento ha votato per l'indipendenza del Sud Sudan. Anche questo è un nuovo fenomeno politico che occorrerà osservare con grandissima attenzione: infatti, di Sud del Sudan nella realtà africana ce ne sono molti, e se questo meccanismo si mette in moto, al di là delle complicazioni di carattere generale riguardo a quel continente, se ne apre un'altra di carattere più strettamente politico, che certamente ci deve preoccupare. Allo stesso tempo, ci deve preoccupare - lo dico per inciso perché lo collego alla debolezza dell'Egitto - il fatto che il Sud Sudan sia sul Nilo, e il controllo delle acque del Nilo è in quell'area l'elemento principe. A noi mancano petrolio e gas, ma il problema dell'acqua nella realtà del continente africano è ancora un elemento discriminante per le linee politiche.

Arriveremo di certo anche all'argomento dei barconi con le politiche immediate e le conseguenti operazioni che noi facciamo, ma è necessario non perdere il senso dell'epoca che stiamo vivendo, dei grandi movimenti in corso e delle conseguenze che dobbiamo accettare o, se non vogliamo subirle, dobbiamo regolare. Non dobbiamo contrastare ma regolare questi flussi e, visto che siamo al confine dell'Europa, chiedere all'Europa di farsi carico di un problema che riguarda tutti i Paesi sviluppati del mondo. A ciò collego il discorso sulle singole mozioni che, pur essendo certamente tutte inserite in questa cornice, di questa particolare questione affrontano aspetti profondamente diversi.

Venendo alle singole mozioni presentate, relativamente alla mozione n. 443, primo firmatario il senatore Pardi, potrei anche passare qualche ora a cercare di trovare, con qualche modifica, una soluzione, ma rispetto il fatto che il testo sia ispirato da una cultura politica che chiede delle soluzioni che non sono in linea con quelle del Governo. Allora, pur apprezzando legittimamente lo sforzo fatto dal Gruppo dell'Italia dei Valori, altrettanto legittimamente devo esprimere un parere contrario alla mozione presentata.

Per quanto riguarda la mozione n. 408 (testo 2), presentata da senatori del Gruppo del Partito Democratico a prima firma della senatrice Finocchiaro, ho avuto qualche dubbio, a nome del Governo, sul tipo di risposta da dare. Tuttavia, l'intervento dell'amico Marcenaro, che nella presentazione della mozione ha dato le motivazioni politiche all'origine della stessa, mi consente di dare una risposta più lineare.

Secondo il Gruppo del Partito Democratico, questa mozione viene fatta perché si ritiene che il Governo abbia disatteso gli impegni che invece ha via via mantenuto, al punto che si è ritenuto di doverli addirittura esplicitare al punto 8) del dispositivo della mozione, facendo riferimento a un piano che esiste tuttora (che è quello che fa capo alla Protezione civile, che è stato dimensionato sull'ipotesi di 50.000 migranti in 60 giorni e che è gestito dalla cabina di regia nazionale presso la Presidenza del Consiglio). A quanto pare, non si ritiene che quello strumento funzioni, mentre invece esiste e funziona, com'è stato concordato anche in sede parlamentare, in accordo con l'Associazione nazionale dei Comuni, con la Conferenza delle Regioni e con l'Unione delle Province. Infatti, si chiede al Governo di venire entro dieci giorni in Parlamento per discutere il nuovo piano («a presentare entro dieci giorni il piano per l'accoglienza dei profughi attraverso il sistema di protezione civile nazionale»).

Se dunque la posizione è che il Governo non mantiene gli impegni, è ovvio che in questa sede, in cui si parla della mozione in esame, non posso stare a discutere del fatto che il Governo abbia mantenuto o meno gli impegni, virgola più o virgola meno.

Presidenza del vice presidente CHITI (ore 11,16)

(Segue MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri). Devo invece rispondere con grande serenità che il Governo ritiene di aver mantenuto gli impegni e di aver avviato, secondo gli accordi che erano stati assunti anche in sede europea, un processo certamente debole rispetto a quanto ci si prospetta davanti, nonché di operare proprio nel solco di una serie di impegni, strumenti e procedure adottati. Devo dire quindi di no al Gruppo del PD: il Governo non accetta la vostra mozione, perché ritiene che lo spirito di fondo in base al quale è stata elaborata sia contrario alle sue politiche.

Lo dico per fare chiarezza, senatore Marcenaro, perché il problema non è se funzionano o meno le procedure o il tavolo costituito con la Protezione civile alla Presidenza del Consiglio. Lei ha invitato il Governo a calpestare il terreno dei centri di accoglienza: io, con un po' di demagogia, vorrei invitarla a percorrere con me il fango dei campi attorno a Cassala, dove 300.000 eritrei che fuggono dalla dittatura di Isayas Afeworki hanno giocato la loro vita. Se qualcuno non lo sa, lasciare l'Eritrea, dove esiste la coscrizione militare obbligatoria fino a 40 anni, vuol dire passare dalla parte dei traditori. E se qualcuno ancora non lo sa, devo ricordare che la coscrizione obbligatoria vale anche per i sacerdoti e per le suore. E se qualcuno ancora non lo sa, vale inoltre per tutte le donne, per cui nessuna di loro può uscire a qualunque titolo dall'Eritrea.

È chiaro allora che, di fronte a questa realtà, ci dovremmo certamente preoccupare di come funzionano i centri di accoglienza in Italia, ma dovremmo prestare anche maggiore attenzione all'origine di questi fenomeni e al perché oggi, nel gruppo dei disperati che vediamo sui barconi, contiamo tanti eritrei, tanti somali e tanti sudanesi. Ci sono realtà che vanno affrontate politicamente in quella sede e di cui vorrei che questo Parlamento un giorno avesse la forza di discutere, per assumere atteggiamenti severi nei confronti di chi, anche in sede internazionale, ne sottovaluta le conseguenze umane e psicologiche.

C'è una grande confusione, dovuta probabilmente anche ai tempi: penso alla mozione Rutelli, presentata ai primi di aprile, quando il fenomeno dell'immigrazione clandestina dalla Tunisia ancora prevaleva rispetto a quello dell'emigrazione di quelli che chiamo «i disperati della terra», cioè gli uomini, le donne e i bambini che fuggono dalla miseria, dalla fame e dalle dittature dell'Africa subsahariana. La Tunisia costituisce un fenomeno a sé: possiamo parlarne e possiamo risolvere il problema in sede di accordi bilaterali, come abbiamo fatto. Dobbiamo ringraziare anche in questa sede il Governo provvisorio tunisino che, superata l'ovvia fase di sbandamento seguita alla caduta del presidente Ben Alì, ha però in parte recuperato velocemente le proprie capacità di gestione della realtà e, come si è visto, dopo i nuovi accordi che sono stati siglati dal ministro Maroni, il fenomeno cosiddetto dell'emigrazione economica, o dell'emigrazione tunisina (pensiamo ai famosi 28.000 tunisini), possiamo definirlo come praticamente inesistente, oggi.

Quando invece parliamo di forse 50.000 persone (che personalmente temo in prospettiva siano molte di più), facciamo riferimento a quell'altra realtà costituita dalla sacca degli africani subsahariani, che cercavano di raggiungere il Nord Africa come punto di passaggio verso l'Europa. E vorrei aggiungere che molti di loro, decine di migliaia di loro, erano la parte produttiva - per così dire, date le condizioni di lavoro - del sistema economico della Libia.

Questo è il problema che dobbiamo affrontare. In tale contesto, la mozione 406 (testo 2), presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori, affronta un argomento specifico. Noi dobbiamo comunque partire da una considerazione di fondo: chi mette su barconi che non sono nemmeno in grado di navigare (credo che molti di voi li abbiano visti) centinaia di persone, donne e bambini compresi, senza nemmeno lo scafista (perché bloccano i timoni in direzione Lampedusa) e li dotano solo di un satellitare perché possano lanciare l'allarme per chiedere i soccorsi, commette un crimine: un'azione di questo genere, da chiunque venga commessa, è un crimine contro l'umanità.

Credo che dobbiamo essere assolutamente decisi a difendere questo tipo di impostazione. Sono crimini contro l'umanità, commessi da criminali che, oltre a mettere le persone su simili barconi, si avvalgono della strumentalizzazione e dello sfruttamento di tale crimine. Il crimine, quindi, è ancora maggiore e riguarda la criminalità organizzata, spesso quella africana; i nigeriani sono tra i maggiori indiziati di questi traffici, assieme ad alcune tribù del deserto, soprattutto egiziano, del Sinai. Ricordo il dramma di 200-250 profughi eritrei che nel Sinai hanno subito le peggiori torture ed umiliazioni.

Pertanto, il Governo intende accogliere la mozione a prima firma del senatore Rutelli che avvia questo tipo di ragionamento e vuole impegnare l'Esecutivo affinché si dia una giusta luce ed un giusto quadro a tale fenomeno. Ringrazio il senatore Rutelli per avere presentato un testo 2 della sua mozione, che tiene conto di molte modifiche indicate dalla parte tecnica ministeriale senza intaccarne la sostanza.

Ricordo al senatore Rutelli che, in una prima fase, sul punto 6) del capoverso a) del dispositivo della sua mozione, riguardante proprio la Corte penale internazionale, si era espressa la preoccupazione che lo strumento di per sé, soprattutto tenendo conto dei meccanismi previsti dallo Statuto di Roma, potesse essere un elemento retorico più che di carattere procedurale e operativo. Il Governo ha poi ritenuto di concordare con il testo originario della mozione Rutelli, perché comunque il richiamo alla valutazione della «possibilità di attivare, anche attraverso l'intervento del Consiglio di sicurezza dell'ONU, i necessari meccanismi previsti dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale allo scopo di demandare alla Corte situazioni nei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori in cui si possano configurare crimini contro l'umanità a carico dei responsabili di traffico di esseri umani» rappresenta la posizione del Governo. Quindi, accogliamo anche questa parte, che era indicata nella relazione del Governo.

Ho discusso con il senatore Rutelli - ma poi concordo con lui - un'eventuale modifica nel senso di introdurre l'espressione «ove ne sussistano le possibilità» dopo le parole «a valutare la possibilità di attivare»; mi ha risposto in maniera garbata e quindi non insisto su tale modifica. Dunque, resta confermato il testo originario del senatore Rutelli.

Vorrei svolgere qualche breve considerazione che - ripeto - non riguarda il valore politico. Mi riferisco all'ultimo capoverso prima dell'impegno al Governo, là dove è scritto «è possibile e doveroso mettere in campo strumenti di cooperazione e di law enforcement internazionali, nonché immediati provvedimenti giuridici e di ordine pubblico nazionali».

Come Governo le devo dire che la frase «nonché immediati provvedimenti giuridici e di ordine pubblico nazionali» non aggrava la situazione né ci spinge a dire di no; però, visto che parliamo di una relazione tra le forze di Governo e le forze parlamentari, invito il senatore Rutelli ad eliminare la frase. Infatti, è come se alla fine di questo ragionamento si riconoscesse una debolezza del Governo in materia giuridica.

Invece, laddove al punto 1) della lettera a) del dispositivo si parla dei trafficanti «che oggi partono sostanzialmente dalla Tunisia e dalla Libia», vorrei aggiungere oltre al Nord-Africa anche il Medio Oriente, perché una delle aree più calde, quelle delle quali dobbiamo preoccuparci, è la vasta area che va dal Mashrek fino al Maghreb. Quindi, se non ci sono obiezioni, ma non credo, aggiungerei anche questo rilievo.

Al punto 2), laddove è previsto «ad operare affinché l'Italia si impegni in sede europea per ottenere l'attivazione, il finanziamento (...) di una operazione di polizia internazionale», ringrazio il Parlamento che vuole impegnare il Governo ad assicurarsi anche la leadership di questa operazione, ma francamente devo dire, senatore Rutelli, ringraziandola di questa ambizione, che forse è meglio presentarsi in sede internazionale per operare attivamente perché si formi questa polizia internazionale sul modello EUPOL, lasciando alla sede multilaterale di discutere chi debba avere la leadership dell'operazione.

Con queste variazioni, possiamo accettare la mozione presentata e firmata dai senatori Rutelli, D'Alia, Pistorio, Contini, Russo, Sbarbati, Bruno, Baio, Valditara e Molinari.

Ringraziando comunque l'intera Assemblea per l'impegno e la passione che questa mattina sono stati dedicati ad un argomento così delicato, torno ad esprimere la posizione del Governo, che è contraria alle mozioni n. 408 (testo 2), presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori, e n. 443 (testo corretto), presentata dal senatore Pardi e da altri senatori, mentre il parere è favorevole, con quelle piccolissime correzioni, sulla mozione n. 406 (testo 2), presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori.

GARAVAGLIA Mariapia (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GARAVAGLIA Mariapia (PD). Signor Presidente, sottoscrivo anch'io la mozione n. 406 (testo 2).

PRESIDENTE. Senatore Rutelli, accetta le richieste formulate dal Governo?

RUTELLI (Misto-ApI). Signor Presidente, accetto le proposte formulate dal sottosegretario Mantica, ma inviterei il Governo ad accettare a sua volta che il Parlamento gli richieda un ruolo di primo piano.

Accolgo senz'altro la prima sollecitazione relativa al dispositivo, mentre per quanto riguarda la seconda si richiede al Governo italiano di assumere una leadership, che è un fatto - se posso permettermi di dire - geograficamente, politicamente e storicamente saggio per la collocazione dell'Italia. Quindi, è un invito del Parlamento al Governo che auspicherei venga mantenuto; poi il Governo vedrà come esercitare il mandato che il Parlamento gli affida.

PRESIDENTE. Il Governo è d'accordo con la precisazione del senatore Rutelli?

MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Sì, signor Presidente.

PRESIDENTE. Quindi sono accolte le indicazioni del Governo, tranne quella al punto 2).

Passiamo alla votazione delle mozioni.

PALMIZIO (CN-Io Sud). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PALMIZIO (CN-Io Sud). Signor Presidente, colleghi, il dibattito odierno su questo tema, nonostante la brevità dei tempi, è stato piuttosto ampio. Ha ragione il Sottosegretario quando dice che è stato più di un dibattito, perché sono stati citati fatti e idee che in realtà non sono esattamente inerenti alle mozioni in oggetto: siamo arrivati a parlare delle missioni militari, della mancanza della cooperazione allo sviluppo, che dovrebbe essere la soluzione migliore al problema dei migranti, affrontando il problema direttamente sul loro territorio.

Ciò vuol dire che il Senato ha una grande passione nei confronti di questo tema, che effettivamente è un tema realmente importante, sia con riguardo all'argomento trattato dalle mozioni, sia più in generale circa il discorso dell'integrazione delle culture in arrivo nel nostro Paese, nella specie quelle di persone che scappano da guerre, carestie, fame e quant'altro.

Annuncio il voto favorevole del mio Gruppo alla mozione n. 406 (testo 2), a prima firma senatore Rutelli, e il voto contrario sulle mozioni nn. 408 (testo 2) e 443 (testo corretto).

La mozione presentata dal senatore Rutelli, che, da un lato, riconosce in buona sostanza al Governo di aver tentato di operare bene e di aver effettivamente ben operato, tanto da proporre una leadership dell'Italia nella gestione futura di questo problema, pone l'accento non soltanto a livello nazionale sul discorso dell'accettazione, dell'integrazione e della soluzione dei problemi di coloro i quali hanno diritto a chiedere l'asilo nel nostro Paese in maniera celere ed efficace, ma vuole colpire giustamente il fenomeno della criminalità organizzata nordafricana, e anche mediorientale, che approfitta delle debolezze e dei problemi di queste persone per autofinanziarsi e finanziare quindi le attività criminali che esse svolgono, sia sul territorio di partenza, dove loro risiedono, sia su quello europeo. Questa è la mozione secondo noi più completa, cui quindi diamo il nostro pieno sostegno. (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud e PdL).

PEDICA (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signor Presidente, intervengo brevemente in sede di dichiarazione di voto in riferimento alla nostra mozione n. 443 (testo corretto), che ha oggetto, come le altre, una tematica di estrema rilevanza sociale che richiede un'attenta riflessione da parte di tutti noi. Come correttamente osservato durante l'illustrazione delle mozioni che abbiamo ascoltato e giudicato, la crisi politica e sociale che ha coinvolto sin dall'inizio dell'anno la quasi totalità dei Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo ha determinato ingenti flussi migratori verso il nostro Paese.

Emerge immediatamente come la gestione dei flussi migratori di questi mesi si sia rilevata inidonea, soprattutto tenendo conto della gravità e dell'importanza della situazione, e comunque, a nostro avviso, non sufficiente. Si tratta, tra l'altro, di un fenomeno, spesso gestito e manovrato dalle reti criminali transnazionali, nell'impotenza oppure nella connivenza o con la benevola tolleranza anche da parte dei funzionari dei Governi dei Paesi coinvolti dai flussi migratori, che necessita di interventi forti e veloci.

Per rendersi conto dell'entità della situazione basta tenere conto che sul territorio dell'Unione europea vi sono più di 8 milioni di migranti irregolari o clandestini provenienti principalmente dall'Africa e dal Sud‑Est asiatico.

Senza dilungarmi nell'elencazione dei dati e delle norme già ricordate dai colleghi, vorrei sottolineare che la nostra Carta costituzionale, all'articolo 10, sancisce che: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantito dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». Anche il Testo unico sull'immigrazione, tra l'altro, stabilisce che in nessun caso può disporsi il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, sesso, lingua, cittadinanza, religione, opinioni politiche e condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione.

Ha detto bene il collega Pardi, facendo una illustrazione alta, per spiegare appunto che cosa nelle poche righe della mozione si è voluto intendere. Proprio su tali ultime questioni noi chiediamo di migliorare sensibilmente le condizioni dei migranti sistemati nei centri di accoglienza, nei centri di identificazione e espulsione e nei centri di accoglienza dei richiedenti asilo, centri che oggi - lo dico per chi non li ha mai visti o per chi li ha visti con gli occhi dei colleghi Tonini e Marcenaro - sono ridotti ormai a veri e propri lager di Stato. Bisogna allora toccare un attimo con mano il problema; è l'invito che facciamo al Ministro dell'interno e a chi ci tiene a vivere in un Paese come l'Italia, che rispetta l'umanità e il migrante. Quest'ultimo viene appunto da una situazione particolare e drammatica del suo Paese: viene qui senza risvolti illegali, e si trova, nell'arco di 18 mesi, a essere considerato non come un potenziale rifugiato ma come un carcerato, una persona che vive in questi ambienti che non sono umani.

Sono ambienti che - lo ripeto - vanno guardati con gli occhi e affrontati con la mente per risolvere un problema drammatico, su cui un Paese come il nostro, che riconosce i diritti umani, tutto fa meno che ragionare, almeno dopo aver visitato questi centri di prima accoglienza.

Allora, cari colleghi, nonostante la chiarezza delle disposizioni, troppi sono stati i casi nei quali i migranti sono stati accompagnati coattamente dalla Capitaneria di porto, dalla Guardia costiera e dalla Guardia di finanza in Libia e in Tunisia, senza che sia stato compiuto alcun accertamento volto ad appurare se tra gli stranieri respinti ci fossero richiedenti asilo politico. Questo è un dato preoccupante.

Signor Presidente, cari colleghi, non dimentichiamo inoltre che le politiche poco rispettose dei diritti inviolabili dell'uomo sono state recentemente colpite altresì dall'intervento della Corte di giustizia europea che ha sancito che il reato di clandestinità può compromettere la realizzazione dell'obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali. Anche su questo aspetto, nella nostra mozione - mi dispiace che il Governo non concordi con quanto abbiamo scritto, perché ritenevamo che sulla falsariga delle tre mozioni presentate si potesse almeno condividere il rispetto del diritto umano del migrante - abbiamo chiesto di destinare adeguati finanziamenti e mezzi al fine di accogliere e meglio gestire l'arrivo di migranti sulle coste meridionali del Paese, monitorando e garantendo la sicurezza stessa dell'Italia da eventuali infiltrazioni terroristiche e malavitose al fine di ripristinare i fondi per la cooperazione e lo sviluppo.

Non credo sia un aspetto che possa essere contrastante e contrastato da un pensiero del Governo: è una mozione che tiene in conto il rispetto del cittadino e di quella persona che proviene da una situazione drammatica nel suo Paese.

Credo che la mozione presentata dal Gruppo dell'Italia dei Valori, ma anche quelle presentate dagli altri colleghi, sia da rispettare e da valutare - lo dico al presidente e al rappresentante del Governo che, purtroppo, anche se è presente, non ascolta - anche perché mi sarebbe piaciuto che l'intervento della Corte di giustizia europea fosse stato di insegnamento per il Governo, spesso troppo impegnato ad intervenire in una materia delicata come quella dell'immigrazione con politiche repressive e in palese contrasto con la Carta costituzionale e le normative comunitarie e internazionali a tutela dei diritti inviolabili dell'uomo.

Ecco perché insisto nell'invitare il Governo a riflettere sulle altre due mozioni presentate, per trovare una soluzione di compromesso che tenga conto di tutte e tre le mozioni, e non ne elimini due senza conoscerne il motivo oggettivo. È una richiesta che continuerò a rivolgere al Governo fino alla conclusione del mio intervento, perché il Gruppo dell'Italia dei Valori vuole capire se il Governo rispetta i diritti umani. In tal caso, deve rispettare anche la nostra mozione in cui si parla di diritti umani e del loro rispetto. Non vogliamo uno scontro politico, ma solo parlare di esseri umani, di come va inteso il migrante che arriva da una situazione drammatica nel proprio Paese e che viene trattato senza rispetto per la sua persona. Anzi per 18 mesi, come abbiamo avuto modo di verificare con i nostri occhi, viene trattato come un autentico carcerato, senza aver mai compiuto alcuna azione illegale. È arrivato in Italia per una condizione drammatica nel suo Paese, e noi ci limitiamo a incarcerarlo per 18 mesi senza dargli la possibilità di chiarire, di parlare o di dare la sua versione, in un Paese che, come quel migrante potrebbe raccontare, rappresenta esattamente il contrario del rispetto dei diritti umani.

Allora, se un Paese come il nostro, lo ripeto al Governo, rispetta i diritti umani, dovrebbe anche rispettare le mozioni che sono state presentate sul punto del rispetto incondizionato della persona, perché potevamo esserci noi, invece ci sono loro, ma è la stessa cosa.

La ratio delle mozioni oggi al nostro esame è quella di impegnare il Governo, sia a livello nazionale sia a livello comunitario, ad adottare le misure idonee a rendere migliore la gestione dei flussi migratori e le condizioni di vita dei migranti, nel rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo. Questo è ciò che vorrei fissare nella mente del Governo, cioè le condizioni di vita dei migranti, nel rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo.

Per questi motivi, dichiaro il voto favorevole del mio Gruppo, l'Italia dei Valori, e supplico il Governo di fare una riflessione ulteriore: metteteci la mano, metteteci la mente, ma metteteci anche il cuore su questi problemi. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. Colleghi, vi inviterei a fare un po' di silenzio, perché si fa fatica ad ascoltare le dichiarazioni di voto.

GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Signor Presidente, è già stato rappresentato da alcuni interventi di colleghi che mi hanno preceduto come il fenomeno della tratta di esseri umani rappresenti un grande rischio per l'Italia. Infatti, il nostro Paese continua ad essere meta di flussi di clandestini provenienti dall'Europa orientale, dall'Asia e, oggi, a causa degli eventi bellici che ci sono nel Nord Africa, soprattutto dalla costa Sud del Mediterraneo.

Secondo un rapporto del COPASIR, in Libia, già precedentemente agli eventi bellici attuali, ogni clandestino determinava un giro d'affari oscillante tra i 3.500 e i 5.000 dollari, con coinvolgimento di operatori anche nei ranghi della polizia e nel Governo di quei Paesi. La Libia da tempo, e oggi più che mai, è interessata da consistenti flussi di clandestini, provenienti da Paesi limitrofi, che utilizzano il suo territorio quale area di transito per l'esodo con destinazione Europa, attraverso l'approdo iniziale sulle coste meridionali dell'Italia e, in particolare, della Sicilia.

Il fenomeno è serio e grave ed esige di realizzare un costante monitoraggio della sua evoluzione al fine di predisporre con tempestività gli interventi più idonei ad un efficace contrasto.

È indispensabile, infatti, dal nostro punto di vista, che il fenomeno, sempre più vasto e articolato, dell'immigrazione clandestina venga gestito ed affrontato anche sotto il profilo specifico della tratta degli esseri umani, in considerazione dei suoi effetti sulla sicurezza nazionale. Per queste ragioni non possiamo non condividere molti dei contenuti delle mozioni che oggi sono al nostro esame. Tuttavia, vorrei anche cogliere l'occasione per avanzare delle riflessioni a più ampio raggio.

Ad oggi, in Libia permane una situazione di forte instabilità. Gheddafi, sintesi di equilibri di clan e tribali, sembra non volerne sentire di lasciare il potere e il suo Paese, oggi fortemente dilaniato. L'intervento in Libia sembra non dare i risultati sperati. Sono più di 100 i giorni di bombardamenti della NATO. A tre mesi dai primi sorvoli nella zona orientale della Libia, la NATO continua a bersagliare vari obiettivi lungo tutto il Paese. L'operazione militare, decisa e votata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha visto finora circa 5.000 missioni aeree da attacco condotte dai jet della NATO. Attualmente gli aerei dell'Alleanza colpiscono una cinquantina di obiettivi al giorno, la maggior parte a Tripoli, Misurata, Brega e nelle montagne di Nafusa.

Per la prima volta un capo di Stato è stato deferito alla Corte penale internazionale, la quale pochi giorni fa ha emesso un mandato di cattura nei confronti del leader libico, del figlio primogenito e del capo dei servizi di intelligence di Tripoli. Persiste quindi una situazione grave di caos e incertezza.

Ciò che emerge con tutta evidenza invece è come l'Europa si sia dimostrata sorda all'anelito di libertà proveniente dalla sponda Sud del mediterraneo e non abbia saputo prevedere con lungimiranza le richieste di cambiamento e di libertà.

Ciò è imputabile alla lunga assenza di una politica per il Mediterraneo da parte dell'Unione europea. Risulta quanto mai necessario - quindi - recuperare lo spirito e gli obiettivi del processo di Barcellona e della politica europea di vicinato e sviluppare, contemporaneamente, un partenariato euromediterraneo in un rinnovato impegno di promozione di una politica di integrazione a tutti i livelli dei Paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo.

Siamo di fronte ad un'occasione storica di corrispondere alle aspirazioni di tanti giovani, creando una casa comune euromediterranea, ove il rispetto delle tradizioni e delle culture possa essere il presupposto per creare qualcosa di più e di diverso in nome dello sviluppo civile, sociale ed economico, e dei principi democratici.

È pura propaganda dire che interrompendo l'intervento NATO in Libia finiranno gli sbarchi sulle nostre coste. Gli sbarchi finiranno soltanto quando verrà ripristinata la pace e garantito un futuro ai giovani protagonisti del cambiamento. Come pure meramente propagandistico è il decreto approvato in Consiglio dei ministri: esso, tra l'altro, non fa che reiterare una proposta già avanzata da questo Esecutivo nel cosiddetto decreto sicurezza, che prevedeva già la proroga della permanenza nei CIE, rispetto alla quale lo stesso Governo fece a suo tempo retromarcia. Infatti, non è diffondendo la paura ma - al contrario - governando le emozioni e i fenomeni che si dimostra di essere classe di governo e classe dirigente responsabile.

L'immigrazione è una ricchezza, se ben governata. Il 10 per cento del prodotto interno lordo viene, infatti, dagli stranieri. E' ora - però - che l'Italia appronti finalmente una seria politica sull'immigrazione. Non è possibile pensare di perpetrare soltanto una politica dei respingimenti.

È bene ricordare che più del 70 per cento delle 31.200 domande d'asilo presentate nel 2008 in Italia provenivano da persone sbarcate sulle coste meridionali del nostro Paese, ma che, al contrario di quanto si pensa, solo il 10 per cento dei clandestini arriva via mare. La maggior parte degli stranieri in posizione irregolare (che ammonta a circa il 75 per cento del totale) è costituita da persone che attraversano legalmente il confine con un visto valido e poi si trattengono nel nostro Paese oltre la sua scadenza. Su questo aspetto è necessaria un'operazione verità e politica. Questa potrebbe essere una grande occasione, che anche l'Europa deve saper cogliere, perché quello che sta succedendo nella sponda Sud del Mediterraneo investe anche il suo futuro e non soltanto il suo presente. Restringere la questione soltanto a quella migratoria sarebbe, quindi, riduttivo e miope.

Di fronte alla latitanza dell'Unione europea, l'Italia è chiamata a fare la sua parte predisponendo le idonee risorse economiche e strumentali, nonché le necessarie previsioni giuridiche per affrontare l'emergenza flussi, onde garantire la sicurezza interna, contrastando l'immigrazione irregolare ed eventuali infiltrazioni terroristiche, e rispondere anche all'emergenza umanitaria di profughi e richiedenti asilo.

In tal senso, il Gruppo Unione di Centro, SVP e Autonomie condivide e sostiene i contenuti della mozione del senatore Rutelli, che invoca un pieno coinvolgimento dell'Europa e sollecita il Governo a procedere ad una rapida ricognizione dell'identità e dello status dei migranti già sbarcati in Italia, garantendo altresì priorità e tutela ai richiedenti asilo politico e ai profughi di guerra; a creare una task force governativa per la gestione dell'emergenza che metta al centro la fattispecie della tratta di esseri umani; ad istituire urgentemente la funzione in Italia del National Rapporteur sul fenomeno della tratta, un fenomeno ormai non più tollerabile né accettabile da alcun Paese civile. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI).

RUTELLI (Misto-ApI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUTELLI (Misto-ApI). Signor Presidente, ringrazio anzitutto il sottosegretario Mantica per il suo intervento dettagliato e puntuale. Desidero fare una brevissima considerazione politica a conclusione di questo dibattito, che giudico molto interessante.

Ogni volta che ci si occupa di un problema specifico che riguarda il traffico di esseri umani e le reti criminali che vi sovrintendono, che stanno diventando una realtà imponente e decisiva, una minaccia che grava anche sul nostro Paese, e che tocca e colpisce la dignità di centinaia di migliaia di persone - perché, purtroppo, non abbiamo a che fare solo con migranti economici volontari, ma molte volte anche con persone che sono assoggettate a schiavitù - non dobbiamo fare un dibattito da ricondurre al politically correct. Una cosa è l'accoglienza dei migranti, una cosa è il riconoscimento del diritto di asilo per i rifugiati e una cosa è il contrasto della tratta degli esseri umani. Signor Presidente, colleghi, non è possibile che questo tipo dibattito debba essere accompagnato ogni volta da caveat, sinceramente fuori luogo, che ci dicono di una certa sottovalutazione della dinamica in atto.

A tal proposito, per concludere la mia dichiarazione di voto, vorrei leggere quello che esattamente su questo argomento ha scritto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una lettera inviata al «Corriere della Sera» il 6 giugno scorso.

Scrive il presidente Napolitano: «La comunità internazionale, e innanzitutto l'Unione europea, non possono restare inerti dinanzi al crimine che quasi quotidianamente si compie organizzando la partenza dalla Libia, su vecchie imbarcazioni ad alto rischio di naufragio, di folle disperate di uomini, donne, bambini. È un crimine lucroso gestito da avventurieri senza scrupoli, non contrastati dalle autorità locali per un calcolo, forse, di rappresaglia politica contro l'Italia e l'Europa. Ma è un crimine che si chiama "tratta" e "traffico" di esseri umani, ed è come tale sanzionato in Europa e perfino a livello mondiale con la Convenzione di Palermo delle Nazioni Unite nel 2000. Stroncare questo traffico, prevenire nuove, continue partenze per viaggi della morte (ben più che "viaggi della speranza") e aprirsi - regolandola - all'accoglienza: è questo il dovere delle nazioni civili e della comunità europea e internazionale, è questo il dovere della democrazia».

Signor Presidente, sono a mio avviso sufficienti queste parole della massima autorità della nostra Repubblica per focalizzare il tema di cui stiamo parlando. Stiamo adottando infatti uno strumento significativo, investendo il Governo di un'iniziativa che è tanto più rilevante in quanto fa seguito alla decisione del procuratore Ocampo di incriminare il presidente libico Gheddafi per crimini contro l'umanità, con riferimento al bombardamento di suoi concittadini e ad altre evidenze che la Corte penale internazionale dell'Aja ha acquisito ed accertato, e rispetto alle quali la mozione di cui oggi stiamo discutendo propone di esaminare la possibilità di associare la gestione del traffico di esseri umani.

Si tratta indiscutibilmente di una scelta innovativa dal punto di vista giuridico e di politica internazionale; è un fatto importante, che ovviamente non riguarda solo ciò che avviene in Libia, ma che fa invece riferimento ad una crescita di contropoteri criminali che oggi sono molto più potenti in tante parti del mondo: in Asia, nel lontano Oriente e, per quanto ci riguarda, soprattutto in Africa. Sappiamo che oggi, oltre ai valichi del Nord-Est, è la Turchia la porta principale per l'accesso nel nostro Paese di persone trafficate da organismi criminali internazionali.

Per quanto ci riguarda, la problematica africana sta per diventare dirompente. È pertanto indispensabile riuscire ad intervenire con efficacia per prevenire e per collaborare con la comunità internazionale e con gli organismi esistenti, perché questi network criminali, che hanno in alcuni casi terminali in Stati e in apparati statuali, vengano contrastati. Non possiamo svegliarci la mattina e scoprire che ci sono barche che, in alcuni casi, portano persone che scelgono di rischiare la loro vita pur di conquistare la libertà (ed è un tipo di problematica), in altri casi, persone che vengono trasportate in condizioni disumane e ancora, in alcuni casi non tanto sparuti, persone che addirittura perdono la loro vita e annegano nel Mediterraneo come se fossero sacchi di sabbia. Non lo sono: sono esseri umani!

Ma una lettura legata esclusivamente all'umana pietà non ci assolve, signor Presidente, se prima non siamo consapevoli che quei trafficanti bisogna contrastarli, perché stanno diventando un attore di prima grandezza sulla scena internazionale, stanno arricchendo e stanno influenzando i poteri istituzionali esistenti in molti Paesi del mondo. Non possiamo accorgerci della loro esistenza solo quando andiamo a contare i disgraziati che sono annegati nel Mediterraneo.

Questo è l'oggetto principale della mozione sulla quale oggi il Senato si accinge a votare. Le altre mozioni producono e traducono sensibilità diverse e focalizzano questioni diverse. Ci tenevo a chiarire che questa mozione risponde, direi quasi in modo pedissequo, all'appello che il Presidente della Repubblica ha riproposto più volte, e che il ministro Frattini ha rinnovato con grande efficacia, sottosegretario Mantica, quando a Napoli ha fatto appello alle nuove autorità libiche del Consiglio di transizione perché si facciano carico di questa problematica al momento di costituire un nuovo potere legittimo nella Libia post Gheddafi.

Questi sono i temi davanti a noi e credo sia positivo che, seppure con un paio di mesi di ritardo rispetto all'attualità più urgente, il Senato li possa approvare oggi, senza la pressione emotiva di un barcone che è partito o naufragato. Diamo dunque mandato al Governo, nell'ambito delle sue responsabilità, di intervenire per prevenire questo fenomeno in seno alla comunità internazionale. (Applausi dai Gruppi Misto-ApI e PD e della senatrice Contini).

MAZZATORTA (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAZZATORTA (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, per comprendere la complessità del tema del contrasto all'immigrazione clandestina via mare, permettetemi di iniziare il mio intervento leggendo una frase che l'onorevole Casini - che mi pare sia legato politicamente ai senatori Rutelli e D'Alia presentatori della mozione al nostro esame - pronunciò nel settembre del 1999: con gli scafisti siamo in guerra, oggi si deve poter sparare. Questa stessa affermazione è stata ripresa recentemente sul sito web dell'onorevole Casini in cui si afferma: «gli scafisti sono delinquenti abituali e vanno affrontati con le armi».

Dunque, al di là degli approcci un po' superficiali, banalizzati o demagogici che ho sentito echeggiare in quest'Aula, il problema del contrasto all'immigrazione clandestina via mare è un problema serio che va affrontato seriamente (l'onorevole Casini ci dice con le armi, sparando agli scafisti) e che, indubbiamente, questo Governo ha affrontato sin dall'inizio in maniera estremamente determinata, prova ne sia che l'attuale reato previsto dall'articolo 12 della legge Bossi‑Fini che colpisce gli scafisti, soprattutto i trafficanti di esseri umani, è stato modificato in senso ulteriormente repressivo da questo Parlamento, da questa maggioranza e da questo Governo. Oggi risulta quindi un reato particolarmente grave.

Poi, se mi chiedete quante procure della Repubblica abbiano avviato indagini su questo tipo di reato, vi dico che i numeri sono davvero esigui, purtroppo. Noi possiamo lavorare, nel senso di dare alla magistratura tutti gli strumenti giuridici di contrasto, ma poi la magistratura è sovrana nel decidere se iniziare indagini su notizie di reato assolutamente irrilevanti, oppure su notizie di reato così importanti. Quindi, condividiamo l'osservazione del sottosegretario Mantica, nel senso che questa maggioranza e questo Governo hanno già ben operato nella determinazione degli strumenti giuridici adeguati in materia di contrasto all'immigrazione clandestina per via marittima.

Aggiungo che questo Governo, e il ministro Maroni in particolare, ha promosso forme avanzate di collaborazione internazionale. È stato ricordato l'Accordo con la Libia del 2009, che consentì di raggiungere risultati straordinari anche a vantaggio dell'intero territorio europeo. Si dice che ogni anno entrino in territorio europeo circa 400.000 stranieri vittime di traffico e di tratta. Ebbene, quell'accordo con la Libia riuscì a bloccare temporaneamente la situazione, con dei risultati ottimi. Quanto poi accaduto in Libia e in Tunisia è noto a tutti e, quindi, non vi torno.

Vi è poi il tema degli accordi bilaterali, che sono accordi sia di cooperazione di polizia di frontiera sia di riammissione nei territori di provenienza dei clandestini. L'accordo con la Tunisia, da ultimo stimolato, va proprio in questa direzione.

Quindi, noi voteremo a favore della mozione n. 406 (testo 3) semplicemente perché è una mozione che auspica comportamenti da parte del Governo che il Governo ha già posto in essere in passato, che sta ponendo in essere e che porrà in essere per il futuro.

Chiudo, però, con un'osservazione, ritornando al tema della magistratura, perché, lo ripeto, in conclusione è li che si va a finire. Quando si parla della lotta alla tratta degli esseri umani, infatti, certamente sono previsti strumenti di cooperazione, ma poi occorre che qualche nostro procuratore si muova in questa direzione. In questo caso, purtroppo, la Corte di cassazione ha pronunciato due sentenze che si muovono in direzione diametralmente contraria alla lotta al traffico degli esseri umani, introducendo addirittura la categoria degli scafisti occasionali.

Noi avevamo introdotto, nel pacchetto sicurezza del 2009, l'obbligo della custodia cautelare in carcere per gli scafisti. Quindi, c'era la possibilità dell'arresto obbligatorio in flagranza per gli scafisti, con la traduzione immediata di questi in carcere, con l'obbligo della custodia cautelare in carcere.

Ebbene, il 27 aprile 2011 la Cassazione ha sollevato una questione di legittimità costituzionale di queste norme da noi approvate e, sostanzialmente, ha affermato che questa norma è sospetta di illegittimità costituzionale, perché gli scafisti non hanno tutti lo stesso ruolo e vi sono anche gli scafisti occasionali (sarebbe interessante capire da cosa sia determinata l'occasionalità dello scafista).

Rimane il fatto che questa sentenza della Cassazione arriva dopo un'indagine delicata, che arrivò davanti al Tribunale della libertà di Roma, che nel 2010 confermò la custodia cautelare in carcere di quattro scafisti egiziani che avevano portato dei clandestini sulle spiagge di Latina. La Cassazione, però, ha annullato tutto e ha rinviato gli atti alla Corte costituzionale.

Non contenta, nel settembre 2010, la Corte di cassazione ha annullato, per difetto di giurisdizione, una sentenza di condanna della corte d'appello di Reggio Calabria, che aveva condannato a otto anni di reclusione due turchi colpevoli di aver procurato l'ingresso illegale di 63 clandestini. La Cassazione, infatti, ha sostenuto che la condotta contestata agli imputati turchi è stata consumata in aree sottratte alla giurisdizione italiana e che, pertanto, bisognava annullare la sentenza della corte d'appello di Reggio Calabria.

A questo punto, si capisce bene che il Governo, la maggioranza, qualsiasi maggioranza, possono porre in essere tutti gli strumenti e le norme necessarie. Però, quando i giudici di piazza Cavour agiscono in maniera diametralmente opposta a quella che è una linea di indirizzo politico apparentemente condivisa da tutti gli schieramenti politici in questo Parlamento, allora diventa davvero difficile dare un contenuto serio alla lotta alla tratta degli esseri umani. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni). (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, non lo dico per me, ma si manca di rispetto a quelli che intervengono in dichiarazione di voto. Vi è un'assoluta sproporzione tra rilievo del tema e serietà degli interventi e distrazione e brusìo continuo. Mi dispiace interrompere anche voi che continuate a parlare, e non lo dico a lei, senatore Gramazio, questa volta, ma lo dico in generale.

GRAMAZIO (PdL). Grazie, Presidente.

*LIVI BACCI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LIVI BACCI (PD). Signor Presidente, stamani stiamo trattando un tema di grandissima rilevanza. Lo ha detto lo stesso senatore Mantica che ha introdotto il grande tema dello sviluppo, o meglio della mancanza di sviluppo di un intero continente che è quello che cresce più rapidamente nel mondo. Di fronte a noi, a poche decine di miglia, si trovano le coste del Nord Africa, un'area - comunque si classifichi il Nord Africa - che conta tra i 150 ed i 200 milioni di abitanti, dove sono successe sollevazioni che non sono la conseguenza della demografia, ma soprattutto la conseguenza della mancanza di sviluppo. Abbiamo di fronte a noi un problema gigantesco.

Concentrandomi sulle situazione libica, ricordo che è un piccolo Paese ma in esso vi erano tra un milione e mezzo e due milioni di immigrati provenienti dai Paesi vicini e dai Paesi dell'Africa saharianaa e sub-sahariana. Come tutti i grandi Paesi produttori di petrolio, la Libia vive e lavora perché c'è immigrazione. Vi è una altissima immigrazione come in tutta la penisola araba e questa immigrazione dovrà tornare una volta che la situazione in Libia si sarà pacificata, non sappiamo se tra mesi o tra anni, ma dovrà tornare. E quindi, nuovamente, si ricreerà questo possibile serbatoio di immigrazione anche verso la nostra Europa.

Cito queste cifre per ricordare le dimensioni del problema. Nel giro di pochi mesi, l'UNHCR ha censito 1.100.000 persone che hanno valicato i confini della Libia, per metà verso la Tunisia, per un terzo verso l'Egitto e per il residuo verso i Paesi del Ciad, Niger, Sudan, Corno d'Africa e via dicendo. Quindi, questa è la dimensione del problema: la Tunisia ha ricevuto quasi 600.000 transiti, in parte di tunisini che rientravano, in parte di cittadini degli altri Paesi africani; più di 20 volte il numero dei tunisini arrivati sul nostro suolo. E la Tunisia registra un sesto degli abitanti dell'Italia ed ha un prodotto lordo pari ad un cinquantesimo di quello dell'Italia. Dico questo per porre il problema nelle sue coordinate generali.

Vengo ai problemi più concreti, quale quello del flusso attuale, del possibile flusso futuro di migrazione di profughi, in realtà si tratta in grande maggioranza di profughi, tra questi anche degli irregolari, dalla Libia verso l'Europa. È questo il problema centrale. Ebbene, noi vorremmo che il Governo avesse su questi temi il timone sicuro ed una rotta precisa. Purtroppo la rotta è una linea vagante, piena di contraddizioni. E di queste ne voglio portare alla luce una: per esempio, l'atteggiamento del nostro Governo per quanto riguarda l'Accordo siglato a Napoli il 17 giugno scorso con il Consiglio nazionale di transizione libico. Ebbene, questo accordo è stato salutato con favore e certamente anche noi lo facciamo. Ma c'è da domandarci cosa c'è dietro questo accordo.

Il ministro Frattini, il 16 giugno, alla vigilia della firma, ha dichiarato al Tg1 che avrebbe firmato «un accordo sulla cooperazione per prevenire e contrastare i flussi di immigrati, inclusa la problematica dei rimpatri», e coinvolgendo l'UNHCR, che subito si è dissociata (ma questo è il problema minore). Il giorno seguente, nella conferenza stampa a margine della firma, Frattini ha anche dichiarato di avere registrato «con soddisfazione il compiacimento dei ministri della Lega e del ministro Maroni» - cito le sue parole - «che avrà quindi uno strumento in più per poter contrastare efficacemente l'immigrazione dalla Libia». Lesto è stato il ministro Calderoli a dichiararsi entusiasta «che Bengasi si riprenda i profughi», e lesto anche Maroni a proporre che le navi della NATO operino il blocco delle imbarcazioni dei migranti. Purtroppo, un comandante della NATO, il generale Bracken ha prontamente risposto che la NATO non lo può fare e non lo farà.

Qual è l'indirizzo del Governo? Quale è la linea direttiva del Governo con riferimento alle migrazioni dei profughi? Qui c'è un grosso interrogativo, che naturalmente vorremmo fosse chiarito. Forse il ministro Frattini non si riferiva a tutti i 18.000 profughi dalla Libia ma a quelle poche decine di profughi che sono cittadini libici e che quindi forse, qualora non fossero minacciati di morte nel loro Paese, potrebbero anche essere considerati irregolari, e quindi rimpatriati. Vedete quale sproporzione c'è tra poche decine di casi e quasi 20.000 profughi arrivati fino ad oggi dalla Libia? Si tratta di un grosso problema che il Governo deve affrontare con una linea univoca, che per ora purtroppo non vediamo.

Quello che abbiamo apprezzato invece nelle dichiarazioni del ministro Frattini in sede di audizione nelle Commissioni riunite e congiunte 3a e 14a di Camera e Senato della scorsa settimana è l'accenno fatto all'intervento umanitario. Ci fa piacere che finalmente l'azione umanitaria, che è la ragion d'essere della coalizione che adesso sta operando in Libia, ritorni in prima pagina. Mi permetto di citare quanto dichiarato dal ministro Frattini, ovvero che "dobbiamo e possiamo considerare il cessate il fuoco come l'effettivo primo passo di una strategia politica di negoziato; un'immediata cessazione, o meglio una sospensione umanitaria, deve essere adottata con l'impegno delle parti a rispettarla al fine di creare corridoi umanitari effettivi, che però allo stato mancano". L'intervento proseguiva parlando dei corridoi umanitari per la città di Misurata e la parte occidentale della Libia, che non è completamente controllata da Gheddafi.

Ricordo anche - forse gran parte dell'Assemblea non se lo rammenta o non lo sa - che il Consiglio europeo, con decisione del 1° aprile, ha creato un organismo che si chiama EUFOR Libia a sostegno dell'assistenza umanitaria, il cui compito specifico è "assicurare la circolazione e l'evacuazione degli sfollati, nonché di sostenere con capacità specifiche l'attività delle agenzie umanitarie". Voglio dire che esiste un braccio, che però non ha muscoli, perché EUFOR dal 1° aprile ad oggi nulla ha fatto, benché sia sotto il comando italiano. In teoria, abbiamo la leadership formale per quanto riguarda il soccorso umanitario in Libia. Allora, qui domando perché non si spinga la nostra autonomia di intervento a dare vita a EUFOR, che non può agire perché deve avere l'assenso delle Nazioni Unite, che però non è stato chiesto perché per agire dovrebbe intervenire con truppe di terra per proteggere i corridoi umanitari. Questo è il punto, Presidente: senza corridoi umanitari o senza presidi che permettano agli eventuali profughi di poter essere accolti e sostenuti nelle procedure di richiesta di asilo, senza che questo venga fatto in Italia, questi saranno costretti poi ad affrontare le traversate. Le traversate, secondo i dati raccolti da Fortress Europe fino al 2 giugno, hanno mietuto 1.615 vittime accertate nel Canale di Sicilia, senza parlare di quelle non accertate, che sono tante, come ci hanno spiegato i comandanti della Guardia costiera ieri, quando sono venuti in audizione nel Comitato Schengen. Questo quindi è il problema politico.

Concludo evocando altri due problemi, il primo dei quali è relativo alla revisione della normativa dell'asilo politico, che è stata promessa entro il 2012 dall'Europa in vari documenti. Speriamo che avvenga e risolva due paradossi: il primo è quello del regolamento Dublino II, in base al quale chi arriva in un determinato Paese deve fare domanda di asilo in quel Paese e quindi restare lì, cosa palesemente ingiusta, iniqua ed inefficiente. Il secondo paradosso è che per fare domanda d'asilo, bisogna arrivare sulle coste, o in un aeroporto o ad una frontiera del Paese nel quale si richiede l'asilo, ma se non ci si arriva, non si può richiedere asilo; si deve quindi tentare di arrivarci attraverso la navigazione: è un paradosso che occorre risolvere.

Vorremmo che il Governo, invece di lamentarsi che "l'Europa ci ha lasciati soli", secondo la nota cantilena, richiedesse con forza il burden sharing, cioè la condivisione degli oneri. Ricordo in proposito che, in tal caso, a fronte di 1,6 milioni di rifugiati in Europa, ce ne toccherebbero 200.000, proporzionalmente al nostro peso economico e demografico, mentre ne abbiamo 56.000: la Germania invece ne ha 600.000 e la Francia 200.000. Concludo quindi confermando il voto positivo sulla mozione firmata dai senatori del PD ed anche un voto positivo di apprezzamento per alcuni principi contenuti nelle due mozioni dell'Italia dei Valori e nella terza, primo firmatario il senatore Rutelli. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi. Congratulazioni).

SALTAMARTINI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SALTAMARTINI (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il dibattito che si svolge oggi su questo tema così delicato è molto alto e importante. Forse però omette di considerare che questi temi hanno un diretto rilievo sulla pace tra i popoli e che naturalmente non vi possono essere né sicurezza né pace senza il rispetto dei diritti fondamentali delle persone.

Dovremmo chiederci come il mondo e l'umanità possano affrontare questo grande problema delle diseguaglianze, tale per cui il 5 per cento della popolazione del mondo, il Nord ricco, può avere la disponibilità del 95 per cento delle risorse mondiali.

Viene anche in rilievo il problema della tutela della dignità umana: a distanza di molti anni dalla solenne dichiarazione dell'ONU del 1948, in cui si affermava che ogni individuo avesse diritto almeno al cibo, all'acqua, ai vestiti e ad una casa, quale effettività ha questa norma sul trattamento delle persone e sul rispetto della dignità e del valore umani? Noi uomini dell'Occidente e noi italiani, che sul terreno della dignità abbiamo una cultura valoriale particolarmente accentuata dai principi cristiani che da 2.000 anni accompagnano la nostra storia, quale rilievo e quali politiche dobbiamo coltivare?

Certo, c'è da domandarsi come possano attraversare mille chilometri nel deserto i profughi provenienti dalla Somalia, dall'Etiopia e dal Centro dell'Africa; quanti bambini e quante donne riescano ad arrivare sulle coste del Nord Africa per poi essere trasportati dai trafficanti di morte e dai trafficanti di esseri umani in Europa, in Italia e, in particolare, a Lampedusa.

Siamo particolarmente convinti nel sostenere la mozione a prima firma del senatore Rutelli, proprio per l'evidente ragione che viene evidenziata in questa indagine.

Sarebbe necessario valutare anche quale tipo di fuga da questi Paesi si profili: se si tratti semplicemente di persone che scappano dalla fame o se invece sia una fuga di cervelli, tale per cui quindi questi Stati risultino ulteriormente impoveriti nelle loro risorse intellettuali, che invece potrebbero essere molto utili ai Paesi africani e nordafricani.

Si pone anche il problema della sicurezza, del terrorismo internazionale, del contrasto alle mafie che evidentemente organizzano i viaggi della sventura. Non dico che questi viaggi, che coinvolgono un numero di persone così elevato, trovino il sostegno di alcuni funzionari o addirittura di alcune autorità di quei Paesi, ma sottolineo che essi richiedono un disegno organizzativo e criminale di vasta portata.

La politica di cooperazione bilaterale e multilaterale risulta uno strumento ineludibile di cooperazione tra Stati, e probabilmente rappresenta per l'Italia una risorsa per affrontare efficacemente il tema, con tutte le entità costituite, in particolare con EUROFOR (come poc'anzi citato dal senatore Livi Bacci).

A mio giudizio, dovrebbe essere avviata una politica di cooperazione tra gli enti istituzionali della Repubblica. Ormai il nostro Paese è spinto verso un regime federale, in cui le Regioni hanno una potestà legislativa fondamentale, ad esempio in materia di assistenza e di servizi sociali. In tale contesto, credo dovremmo ragionare portando al tavolo del negoziato della cooperazione anche gli enti locali, i Comuni, le Province; infatti, non è un caso che l'articolo 117 della Costituzione abbia individuato nelle politiche di immigrazione, e in quelle di ordine e sicurezza pubblica le materie legislative che devono essere presentate al tavolo della cooperazione tra Stato, Regioni ed enti locali.

Non mi convince, invece, la tesi sull'immigrazione illegale, posto che la maggior parte delle persone che vivono illegalmente nel nostro Paese non sono scappate attraverso le carrette del mare dal Mediterraneo. Si stima - sono dati della Caritas che si considerano attendibili - che in Italia vi sia oltre un milione di persone che vivono illegalmente. Si tratta di persone entrate nel nostro Paese tramite l'esenzione del regime del visto che alcuni anni fa l'Italia e gli Stati dell'Unione europea hanno adottato nei riguardi dei Paesi confinanti: dunque, tali persone sono entrate in Italia con il visto di ingresso per turismo o per studio e vi rimangono. Io ritengo che un precetto, quello di regolarizzare il permesso di soggiorno, sfornito di sanzione sia pura utopia: un precetto senza sanzione è un precetto morale e non è una norma giuridica. Il Parlamento non solo ha l'obbligo di curare la conformazione di norme generali ed astratte, ma deve anche far sì che tali norme possano essere rispettate. La sanzione ad un precetto costituisce - appunto - l'ossatura fondamentale di un ordinamento. A mio avviso, pertanto, l'idea che vi possano essere norme sul soggiorno degli stranieri in Italia senza una sanzione collide palesemente con la struttura di un ordinamento giuridico.

Ciò detto, ritengo si possa ragionare efficacemente sull'idea di ridare alla Corte penale internazionale e al diritto penale internazionale quella funzione che subito dopo la Seconda guerra mondiale, dopo i processi di Norimberga, si volle dare a quella struttura penalistica internazionale per contrastare e penalizzare comportamenti che andavano contro l'umanità, contro gli eccidi di massa, contro il nuovo fenomeno che noi oggi viviamo con le emigrazioni provenienti dai Paesi dell'Africa e del Nord Africa.

Certo, il percorso del diritto penale sostanziale internazionale è stato travagliato, ma credo che noi italiani, che abbiamo visto qui a Roma sottoscrivere il Trattato sulla Corte internazionale, dobbiamo avere maggiore fiducia nelle risorse della giustizia penale internazionale perché non vi possano essere trafficanti, dittatori o pezzi di Stato che pensino che i diritti umani possano essere calpestati o vilipesi.

Quindi, signor Presidente e onorevoli colleghi, portiamo il Popolo della Libertà a votare favorevolmente sulla mozione presentata dal senatore Rutelli in quanto siamo intimamente convinti che i valori della tutela dell'umanità, ma soprattutto della tutela della dignità umana, siano componente ed elemento essenziale dell'azione della maggioranza e del Governo, ma specialmente del rispetto di un popolo e del suo ordinamento, come il popolo italiano, che ha fatto di questi temi il centro essenziale della sua azione, e perché il nostro Paese possa dare un contributo fondamentale a questi temi, che sono prodromici, appunto, al rispetto dei popoli, delle Nazioni, ma principalmente a tutela della pace. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

PERDUCA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

PERDUCA (PD). Signor Presidente, la Corte di cassazione ha creato la categoria dello scafista occasionale perché a questo Governo non interessa l'oggetto del trasporto: per questo è stato creato lo scafista occasionale. La mozione n. 406 (testo 3) del senatore Rutelli, purtroppo, insiste nell'andare a colpire lo scafista occasionale o professionale senza porsi il problema dell'oggetto del trasporto. È per questo motivo che mi asterrò su tale mozione.

Ultima questione: spero che il Governo abbia ben valutato il parere favorevole dato al paragrafo, seppur riformulato, relativamente alla Corte penale internazionale, perché non esiste quel crimine, nello Statuto di Roma. Quindi occorrerà, che alla prossima convenzione di revisione dello Statuto, l'Italia, ammesso e non concesso che possa avere sempre al Governo chi c'è oggi, dovrà proporre questa nuova fattispecie.

Il problema dei flussi migratori sicuramente ha all'interno la lotta alla tratta degli esseri umani, ma non credo che questo debba essere il principale sforzo del nostro Governo per dare dignità umana a chi scappa, anche volontariamente e a proprie spese, da guerre e carestie.

PRESIDENTE. Prima di passare alla votazione, avverto che, in linea con una prassi consolidata, le mozioni saranno poste ai voti secondo l'ordine di presentazione e per le parti non precluse né assorbite da precedenti votazioni.

Metto ai voti la mozione n. 406 (testo 3), presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori.

È approvata.

Passiamo alla votazione della mozione n. 408 (testo 2).

INCOSTANTE (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Incostante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della mozione n. 408 (testo 2), presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Ripresa della discussione delle mozioni nn. 406, 408 (testo 2) e 443

MAGISTRELLI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAGISTRELLI (PD). Signor Presidente, intervengo per far presente che sulla votazione della mozione n. 408 (testo 2), presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori, il dispositivo elettronico della mia postazione non ha funzionato. Il mio voto naturalmente sarebbe stato favorevole.

PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto.

PONTONE (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PONTONE (PdL). Signor Presidente, sulla votazione della mozione n. 408 (testo 2) il mio voto sarebbe stato contrario e non favorevole, come quello che ho erroneamente espresso.

PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto.

Passiamo alla votazione della mozione n. 443 (testo corretto).

GIAMBRONE (IdV). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Giambrone, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della mozione n. 443 (testo corretto), presentata dal senatore Pardi e da altri senatori.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Discussione delle mozioni nn. 336 (testo 2), 442, 446 e 447 sulla mancata ratifica della Convenzione dell'Aja sui minori (ore 12,32)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00336 (testo 2), presentata dalla senatrice Carlino e da altri senatori, 1-00442, presentata dalla senatrice Serafini Anna Maria e da altri senatori, 1-00446, presentata dalla senatrice Allegrini e da altri senatori, e 1-00447, presentata dalla senatrice Aderenti e da altri senatori, sulla mancata ratifica della Convenzione dell'Aja sui minori.

Colleghi, ci sono quattro mozioni e quindi quattro illustrazioni da svolgere. Voi sapete che la seduta deve terminare alle ore 13, compresi alcuni interventi finali sull'ordine dei lavori. Quindi, non credo sia possibile svolgere quattro illustrazioni in 25 minuti; in ogni caso, siccome non posso togliere lo spazio ai presentatori, che hanno a disposizione fino a dieci minuti, è evidente che, quando mancheranno cinque minuti alle ore 13, sospenderò la discussione, che riprenderà nella seduta pomeridiana.

Ha facoltà di parlare la senatrice Carlino per illustrare la mozione n. 336 (testo 2). (Brusìo).

CARLINO (IdV). Signor Presidente, vorrei però un po' di silenzio, altrimenti è preferibile rinviare la discussione alla seduta pomeridiana.

PRESIDENTE. Ha ragione.

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Signor Presidente, mi permetto di sottolineare alla sua sensibilità e alla sua attenzione come mozioni di tale importanza, che sono state presentate da tutti i Gruppi, non possano essere illustrate in questi pochi minuti, in cui tutti i parlamentari si stanno allontanando dall'Aula. Quindi, le chiederei di rinviarne la discussione al pomeriggio, quando l'Assemblea potrà essere al completo, affinché tutti possano ascoltare.

PRESIDENTE. Senatrice Sbarbati, lo avevo già detto all'inizio. Ci sono 25 minuti per quattro illustrazioni; rischiamo di arrivare alle ore 13 con due illustrazioni compiute e due ancora da svolgere. La senatrice Carlino però ha mi fatto segno di voler iniziare.

CARLINO (IdV). In un clima sereno e di ascolto, signor Presidente.

PRESIDENTE. Il clima tra qualche momento sarà sereno. Il problema non è di clima, ma se si ritiene di iniziare le illustrazioni di tutte le mozioni ora o nel pomeriggio. Mi sembra di capire che la valutazione dei Gruppi sia favorevole ad iniziare subito la discussione. Quindi, senatrice Carlino, può illustrare la mozione da lei presentata.

CARLINO (IdV). Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, permettetemi una breve cronistoria per inquadrare meglio il contenuto della nostra mozione.

Più di trent'anni fa, con la legge n. 272 del 24 ottobre 1980, l'Italia ratificava la prima Convenzione concernente la competenza delle autorità e la legge applicabile in materia di protezione dei minorenni, adottata all'Aja il 5 ottobre 1961. Il 19 ottobre 1996, circa 15 anni fa, nell'ambito della Conferenza dell'Aja sul diritto internazionale privato, veniva adottata la seconda Convenzione sulla «competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l'esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori», che aggiornava la precedente Convenzione del 1961 e che dava un contributo importante alla protezione dei minori a livello internazionale. A seguito della cosiddetta sentenza AETS della Corte di giustizia della Comunità europea in materia di competenza esterna, gli Stati membri dell'Unione europea non potevano più aderire individualmente alla Convenzione dell'Aja del 1996. Ne risultava una condivisione della competenza fra la Comunità e gli Stati membri, ma la Convenzione non prevede l'adesione della Comunità. Pertanto, il Consiglio europeo, con la decisione 2008/431/CE del 5 giugno 2008, autorizzava «in via eccezionale» quegli Stati membri che non avevano ancora provveduto ad aderire alla Convenzione «nell'interesse dell'Unione».

In base alla citata decisione, per poter predisporre il deposito simultaneo degli strumenti di ratifica o di adesione, gli Stati membri interessati avrebbero dovuto scambiare informazioni sullo stato di avanzamento delle rispettive procedure con la Commissione e il Consiglio. Questo scambio di informazioni sarebbe dovuto avvenire entro il 5 dicembre 2009, dopodiché il procedimento di ratifica avrebbe dovuto essere concluso simultaneamente, preferibilmente entro il 5 giugno 2010.

La mozione oggi al nostro esame è stata da noi presentata il 3 novembre dell'anno scorso. Con essa non si chiedeva al Governo di procedere alla ratifica della Convenzione (pur essendo scaduto il termine da quasi cinque mesi), ma semplicemente impegnarlo a presentare il disegno di legge di ratifica. Ebbene, ad oggi, 29 giugno 2011, neppure questo minimo adempimento è stato posto in essere. Eppure l'importanza della Convenzione dell'Aja è universalmente riconosciuta tra i Paesi dell'Unione europea. Una volta ratificata, essa contribuirebbe a creare uno spazio giudiziario comune e permetterebbe di dare risposta ad un'infinità di situazioni problematiche, a tutt'oggi irrisolte, che vedono coinvolti migliaia di minori provenienti da situazioni familiari alquanto difficili.

La Commissione europea considera questa Convenzione estremamente importante per la protezione dei diritti dei minori nelle situazioni di custodia di tipo internazionale e che coinvolgono più Stati.

Come denunciamo nella nostra mozione, esiste il rischio che la Commissione europea possa attivare nei confronti dell'Italia la procedura contro la violazione dei Trattati, prevista dall'articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, e che dunque l'Italia sia costretta a presentarsi dinanzi alla Corte di giustizia dell'Unione europea e a pagare una probabile sanzione pecuniaria per il mancato rispetto del diritto comunitario.

Non va dimenticato, tra l'altro, che l'articolo 2 del trattato sull'Unione europea, come modificato dall'articolo 1 del Trattato di Lisbona, in vigore dal 1° dicembre 2005, recita: «L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore».

Come abbiamo specificato nella mozione, la Convenzione prevede provvedimenti di protezione del minore e dei suoi beni, escludendo l'adozione, gli obblighi alimentari e la sottrazione dei minori, già regolamentati da altre Convenzioni internazionali; definisce gli ambiti di applicazione stabilendo quale sia lo Stato competente e le autorità in esso esistenti che devono proteggere il minore nei singoli casi specifici, anche in riferimento alla localizzazione fisica dello stesso minore in un determinato momento, anche al fine di adottare provvedimenti di urgenza, determinare le leggi applicabili, garantire l'esecuzione delle misure di protezione del minore, cooperare con altri Stati coinvolti nel caso; prevede una procedura di consultazione da parte dell'autorità competente a disporre le «misure di protezione della persona e dei beni del minore» con l'«autorità centrale» dello Stato nel quale il provvedimento dovrà essere eseguito.

L'ostacolo maggiore di ordine giuridico che era stato sollevato in merito alla ratifica della Convenzione concerneva il riconoscimento della kafalah ovvero quell'istituto giuridico di diritto islamico, presente nella maggior parte dei Paesi musulmani, attraverso il quale un giudice affida la protezione e la cura di un minore ad un altro soggetto (detto kafil) che non ne sia il proprio genitore naturale (nella maggior parte dei casi un parente), il quale curerà la crescita e l'istruzione del minore, istituto peraltro previsto dalla Convenzione ONU sui diritti dei minori del 1989.

Il Ministero dell'interno aveva posto inizialmente una riserva tecnica sulla kafalah, evidenziando la necessità di verificarne la compatibilità con l'ordinamento italiano e le esigenze di tutela dei minori. Tuttavia, il 22 dicembre 2010, nel corso dello svolgimento di un'interrogazione a risposta immediata presso la Commissione esteri della Camera relativa all'argomento, il Governo, nella persona del sottosegretario Mantica, aveva dichiarato: «Ad ottobre, il Ministero dell'interno ha sciolto - limitatamente alla sola kafalah giudiziale (...) - la riserva in precedenza formulata. È stato così possibile convocare una nuova riunione dell'apposito tavolo di confronto interministeriale" presso il Ministero della giustizia. "A seguito di quell'incontro, il Viminale ha proposto una serie di affinamenti e di modifiche su alcuni punti del testo ancora in discussione. Quasi tutte le proposte sono state accolte dal Ministero della giustizia e si sta procedendo con il massimo impegno alla definizione di un testo finale condiviso. (...) Considerata la comune volontà di tutte le amministrazioni coinvolte di condurre a termine positivamente il lavoro finora realizzato, è comunque prevedibile che (...) presumibilmente all'inizio del prossimo anno, sia possibile concludere le ultime e residuali verifiche tecniche e portare al Consiglio dei Ministri il disegno di legge di ratifica della Convenzione dell'Aja».

Da quella data sono passati altri sei mesi. Crediamo dunque che i tempi siano davvero maturi per procedere finalmente alla presentazione dell'apposito disegno di legge di ratifica della Convenzione dell'Aja sui minori. Spero, anzi, sono certa che da questo dibattito emergerà ancora più chiaramente l'unanimità di intenti in tal senso del Senato della Repubblica. (Applausi dai Gruppi IdV e PD e del senatore Peterlini).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la senatrice Serafini Anna Maria per illustrare la mozione n. 442.

SERAFINI Anna Maria (PD). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, un grande Paese come l'Italia può e deve essere all'avanguardia nella tutela dei diritti della persona; quindi è incomprensibile come sia passibile di sanzioni per aver ignorato le indicazioni del Consiglio dell'Unione europea circa la ratifica di un importante strumento per la tutela dei minori. Mi riferisco alla Convenzione dell'Aja del 1996, che concerne la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l'esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure per la tutela dei minori.

Secondo la decisione assunta dal Consiglio dell'Unione europea del 5 giugno 2008, l'Italia avrebbe dovuto provvedere alla ratifica di detta Convenzione entro la data del 5 giugno 2010. A tutt'oggi questo non è avvenuto. La mancata ratifica da parte del nostro Paese di tale Convenzione fa dunque trasparire il debole interesse del Governo in carica per gli obiettivi specifici cui la Convenzione è finalizzata, di estrema importanza anche per il nostro Paese, e lascia ancora una volta senza risposte moltissimi bambini che aspettano di vedere riconosciuti all'estero, nel caso di trasferimento, i provvedimenti di protezione disposti dal proprio Paese di origine.

La Convenzione in esame, che aggiorna quella dell'Aja del 5 ottobre 1961 oggi vigente nel nostro Paese, è stata sottoscritta dall'Italia nel maggio 2003 e reca importanti provvedimenti di protezione del minore, che integrano quelli relativi a materie già regolamentate, come l'adozione, gli obblighi alimentari, la sottrazione dei minori, e altre.

Oggetto della Convenzione sono tutti i provvedimenti di protezione del minore e dei suoi beni, ad eccezione dell'adozione, degli obblighi alimentari e, come dicevo, della sottrazione dei minori.

La Convenzione si applica in tutte le situazioni con elementi di internazionalità e ha i seguenti obiettivi specifici: determinare quale Stato è competente ad adottare le misure volte alla protezione della persona e dei beni del minore; determinare la competenza delle autorità del Paese in cui il minore si trova fisicamente per l'adozione di tutti i provvedimenti d'urgenza; determinare la legge applicabile dalle autorità competenti; determinare, in particolare, qual è la legge applicabile alla responsabilità genitoriale; garantire il riconoscimento e l'esecuzione delle misure di protezione del minore in tutti gli Stati contraenti; stabilire una cooperazione fra gli Stati coinvolti nell'emanazione e nel riconoscimento dei provvedimenti su minori.

La principale novità rispetto alla Convenzione del 1961 consiste nella creazione di un'autorità centrale e nell'istituzione di una procedura di consultazione fra le autorità dei due Paesi di residenza attuale e di residenza futura del minore: ciò garantirà alle decisioni in materia minorile un riconoscimento il più possibile uniforme nei vari Stati, con il superamento del limite territoriale dello Stato in cui il provvedimento è stato emesso.

La ratifica di tale importante Trattato consentirebbe al nostro Paese di dare finalmente una risposta a molteplici difficili situazioni che coinvolgono molti minori presenti nel Paese e che si trascinano da tempo senza alcuna soluzione; migliaia sono, infatti, i minori che vivono oggi, in Italia, in condizioni di difficoltà familiari: minori non accompagnati, bambini che provengono da Paesi colpiti da catastrofi naturali o conflitti, minori in kafalah (unico strumento di protezione e tutela dell'infanzia dei Paesi del Nord Africa) o in difficoltà familiare, che non sono ancora stati adottati. In particolare, il mancato riconoscimento dell'istituto della kafalah non consente ai minori abbandonati provenienti dal Nord Africa di essere accolti dalle aspiranti famiglie adottive in Italia; la Convenzione dell'Aja del 1996 aprirebbe, invece, la strada al riconoscimento delle misure di protezione che non hanno un corrispondente in Italia.

La Convenzione, se applicata, avrà una portata storica perché permetterà di togliere da un limbo migliaia di minori in difficoltà familiare. Si tratta, infatti, dell'unico Trattato che si applica alla quasi totalità dei provvedimenti relativi ai minori in difficoltà e che è stato creato per contribuire a fondare uno spazio giudiziario comune. Questo è il punto fondamentale: si avrebbe, finalmente, uno spazio giudiziario comune.

L'Italia è parte dell'Unione europea, la quale ha interesse alla ratifica della richiamata Convenzione, in quanto si tratta di una Convenzione di natura mista, che per alcuni aspetti ricade sotto la competenza dei singoli Stati membri, mentre per altri ricade nella competenza esterna esclusiva dell'Unione europea, nell'ambito dell'obiettivo della creazione di uno spazio giuridico comune all'interno dell'Unione (così la giurisdizione, il riconoscimento e l'esecuzione dei provvedimenti tra i vari Stati dell'Unione europea).

L'Italia ha ratificato la maggioranza degli strumenti internazionali volti alla protezione dell'infanzia e dei suoi diritti, fra cui merita particolare menzione la Convenzione del 1989, in relazione alla quale abbiamo fatto un ulteriore passo in avanti con l'istituzione dell'Autorità garante. Ripetutamente sottolineata, anche con petizioni che hanno raccolto migliaia di firme, l'importanza di tale Convenzione è stata richiamata con forza anche dalle 86 associazioni italiane attive per la difesa dei diritti dell'infanzia riunite nel gruppo di lavoro CRC (Convention on the Rights of the Child), ne «II rapporto supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia», pubblicato nel novembre 2009 e diffuso in occasione della Conferenza nazionale sull'infanzia e l'adolescenza.

In questi anni, a causa della mancata firma, l'Italia è già stata sollecitata dalla Commissione europea, che ora chiede ai Paesi dell'Unione europea di seguire il percorso fatto da molti Paesi, a partire da Spagna e Gran Bretagna. Non si può ignorare che la decisione del Consiglio dell'Unione europea è vincolante e la Commissione europea, in applicazione dei poteri riconosciuti dall'articolo 226 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, ha il potere di valutare l'inerzia da parte degli Stati membri, oppure la mancanza di volontà di procedere alla ratifica, al fine di attivare la procedura prevista dall'articolo 258 del medesimo Trattato contro la violazione dei Trattati. Esiste, quindi, il rischio che la Commissione europea attivi questa procedura contro l'Italia per la violazione dei Trattati, che prevede una fase giudiziale dinanzi alla Corte di giustizia delle Comunità europee e che potrebbe anche comportare una sanzione pecuniaria per il mancato rispetto del diritto comunitario.

Occorre anche ricordare ai membri del Governo che la mancata ratifica, inoltre, espone il nostro Paese al rischio di ulteriori sanzioni da parte dell'Unione europea e all'avvio di procedure che potrebbero comportare anche la condanna al pagamento di somme molto rilevanti.

L'Italia non può più rinviare tale adempimento e deve procedere in tempi brevissimi alla ratifica della Convenzione in esame. Deve altresì approvare le norme necessarie all'attivazione delle procedure in essa previste, inclusa la nomina dell'autorità centrale, competente ai sensi della Convenzione stessa, strumento principe di diritto internazionale per la protezione dei diritti dell'infanzia a livello europeo e internazionale.

Con questa mozione, insieme alle altre presentate, si vuole impegnare il Governo a presentare con la massima urgenza il disegno di legge di autorizzazione alla ratifica della Convezione dell'Aja del 1996 in materia di tutela dei minori.

Signor Presidente, vorrei ricordare a lei, ai colleghi e alle colleghe, nonché al rappresentante del Governo, che già nel luglio 2010 presentai un'interrogazione a nome del Gruppo del Partito Democratico. Il Governo rispose nel settembre dello stesso anno, affermando che era stato costituito un tavolo per approfondire la questione e per fare in modo di ratificare la Convenzione.

È passato da allora quasi un anno e con le mozioni oggi in esame le forze politiche di maggioranza e di opposizione chiedono una risposta certa, perché non è possibile pensare di passare dalle interrogazioni alle mozioni e viceversa: sarebbe un gioco delle parti assolutamente non all'altezza del prestigio delle istituzioni. Vorremmo avere dunque al riguardo una risposta netta.

In particolare, essendo stato approvato in quest'Aula, appena la scorsa settimana, il disegno di legge per l'istituzione dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, non vorremmo essere richiamati per primi a negare questo primo appuntamento, che tutti insieme abbiamo voluto. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Colleghi, data l'ora, rinvio il seguito della discussione delle mozioni in titolo ad altra seduta.

Sul 20° anniversario dell'indipendenza della Repubblica di Slovenia

BLAZINA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BLAZINA (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ruberò solo pochi minuti per ricordare anche in questo ramo del Parlamento, com'è stato già fatto dal collega Monai alla Camera dei deputati, il 20° anniversario dell'indipendenza della Repubblica di Slovenia, che è stato celebrato a Lubiana il 24 giugno scorso con una solenne cerimonia alla quale ha partecipato anche il presidente Napolitano.

Mi rendo conto che è ben poca cosa rispetto ai 150 anni dell'Unità d'Italia, ma si tratta comunque di un avvenimento storico che ha contribuito in maniera determinante a cambiare l'assetto geopolitico del Centro Europa.

Ovviamente, quella data ha significato anche l'inizio di un processo di disgregazione della ex Repubblica della Jugoslavia, con conflitti etnici, morti, genocidi, anche se ha contribuito a determinare poi uno scenario che in questo momento è in rapido cambiamento, con i singoli Paesi della ex Jugoslavia che si stanno avvicinando sempre di più all'Unione europea: basti pensare, ad esempio, alla Croazia, che dovrebbe entrare a far parte dell'Unione nel luglio del 2012, per seguire poi con la Serbia, il Montenegro e gli altri Stati.

In questa occasione, desidero ribadire gli ottimi rapporti esistenti tra l'Italia e la Slovenia un po' in tutti i settori, rapporti che, come sappiamo, nel corso della storia, e soprattutto nel secolo scorso, non sono stati sempre facili: anzi, direi che sono stati improntati a conflittualità e sofferenze che oggi, però - possiamo dirlo in tutta tranquillità - appartengono al passato, mentre il futuro è caratterizzato da obiettivi condivisi, che i due Paesi stanno affrontando insieme, in tutti i settori, da quello economico-commerciale a quello delle infrastrutture e della tutela delle rispettive minoranze.

In questa occasione, desidero esprimere, a nome dell'Assemblea del Senato e dell'Associazione interparlamentare di Amicizia Italia-Repubblica di Slovenia (recentemente costituita, e che ha un proprio corrispettivo presso il Parlamento sloveno), allo Stato e alla popolazione slovena le mie felicitazioni per questo importante anniversario ed augurare a questo Paese, a questo giovane Stato di proseguire nel processo di modernizzazione e di innovazione che ha già dato ottimi risultati, visto che la Slovenia oggi è un Paese autorevole e pienamente integrato nella più larga Comunità europea (basti pensare che ha presieduto l'Unione europea), pur trovandosi a fronteggiare alcune difficoltà interne di carattere politico-economico. Mi auguro che possa superare tali difficoltà e che gli ottimi rapporti tra i due Stati possano mantenersi sullo stesso livello. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Ringrazio la senatrice Blazina per la sua testimonianza e per aver ricordato la ricorrenza del 20° anniversario dell'indipendenza della Repubblica di Slovenia. I suoi auspici trovano unita certamente la Presidenza e, credo, l'intero Senato. La ringrazio per aver voluto ricordare, sottolineandolo, il percorso che è stato compiuto: dalle guerre e i conflitti sanguinosi che hanno investito quell'area subito dopo la dissoluzione della ex Jugoslava, alla stabilità e i rapporti di pace di oggi, all'ingresso nell'Unione europea che è già avvenuto per la Slovenia, così come sta avvenendo per altri Paesi. Come lei stessa ha auspicato - e io ne sono convinto - l'ingresso e il cammino nell'Unione europea sapranno dare a quell'area stabilità e pace definitive.

Allo stesso modo, è giusto sottolineare e apprezzare i rapporti positivi che oggi esistono tra la Repubblica italiana e la Repubblica di Slovenia, che devono continuare e che, come lei stessa ha ricordato, sono stati testimoniati dalla presenza del Presidente della Repubblica alle cerimonie per l'anniversario.

Sulla Relazione annuale del Governo al Parlamento
sullo stato delle tossicodipendenze in Italia

PERDUCA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signor Presidente, tutti gli anni il Governo predispone una Relazione sullo stato delle tossicodipendenze, che invia al Parlamento. L'ultima è stata presentata ieri dal sottosegretario Giovanardi, responsabile per la Presidenza del Consiglio di questioni attinenti alla materia.

Se però si va a vedere in cosa consista la presentazione di tale Relazione al Parlamento, si scopre che si tratta della pubblicazione di due volumi, uno inviato alla Camera dei deputati, uno al Senato. Se si è fortunati, si può averli anche il giorno successivo alla presentazione, anche se quest'anno, fino a pochi minuti fa, ancora non sono disponibili, mentre l'anno corso sono passate due settimane. Contattando gli uffici della Presidenza del Consiglio si apprende che c'è un link al sito della Presidenza del Consiglio stessa, che però non sempre funziona.

Ora, a parte la possibilità di studiare con il tempo necessario un volume che spesso va oltre le 400 pagine, e tenuto presente che comunque, all'articolo 46 del Regolamento del Senato, si dice che le Commissioni si possono, addirittura, azzardare a chiedere al Governo chiarimenti su questioni anche politiche (così si legge, anche se non so cos'altro si potrebbe chiedere al Governo), e che però, al terzo comma dell'articolo 46, si dice che i rappresentanti del Governo «possono» intervenire nelle sedute (quindi non «devono»), credo che occorra prendere seriamente in considerazione questo problema.

Annualmente siamo infatti di fronte all'impossibilità di confrontarci con il Governo circa i dati che vengono elaborati in questa Relazione. Lo si può fare solo un paio di mesi dopo, perché in effetti la mole di lavoro è tale che nei dettagli poi si scopre il diavolo. Si scopre infatti, per esempio, che i campioni sulla base dei quali vengono redatte le Relazioni è esiguo, per non dire ridicolo, e che sulla base di questa analisi antiscientifica si dice all'Italia che è diminuito il consumo delle droghe, chiaramente per rafforzare la necessità di indurire la legge cosiddetta Fini-Giovanardi e tutte le altre politiche di contorno, da ultima la gestione di oltre 13 siti web (neanche la Tunisia di Ben Ali aveva un sito web per un minimo aspetto della mera questione), che costano milioni, a valere sulle tasse dei nostri contribuenti.

Fortunatamente, il sottosegretario Giovanardi risponde alle interrogazioni parlamentari e, quindi, abbiamo dati forniti dalla Presidenza del Consiglio. Occorre trovare un modo, e con la senatrice Poretti stiamo tentando di preparare un disegno di legge che ponga fine a questa prassi burocratica in merito a una questione molto importante. Occorre, infatti, ricordare che, purtroppo, 27.000 dei 67.000 detenuti nelle carceri italiane si trovano là in virtù della violazione della legge Fini-Giovanardi. Quando poi si va a vedere la qualità della violazione, molto spesso si scopre che si tratta dei cosiddetti pesci piccoli e che, all'interno di questo gruppo di pesci piccoli, la stragrande maggioranza, quasi il 65 per cento, non sono cittadini italiani. Il fenomeno è allora molto più complesso di quanto non si possa affrontare in una conferenza stampa di mezz'ora fatta da chi, chiaramente, non può che dare ragione a se stesso.

Occorrerebbe forse che le Commissioni deputate, quindi Sanità e Giustizia, ma sicuramente anche l'Aula, affrontassero la questione nel dettaglio, magari con un minimo di tempo preventivo per potere studiare i dati, dal momento che poi ne conseguono tutta una serie di conferme e ulteriori decisioni, che non sempre vanno nella direzione di gestire il fenomeno, ammesso e non concesso che l'obiettivo sia di gestirlo, piuttosto che rafforzare l'architettura proibizionista.

PRESIDENTE. Senatore Perduca, gli Uffici mi confermano che, ufficialmente, le relazioni non sono ancora arrivate, né a noi, né alla Camera.

Questo, però, nulla toglie rispetto alla questione che lei poneva, che è una questione rilevante. Merita anche una valutazione appropriata in sede di Conferenza dei Capigruppo, e non solo nelle Commissioni,il modo in cui su questo rapporto, con il tempo necessario, visto il tema certamente di rilievo che riveste, possa esservi un approfondimento non formale nelle Commissioni stesse e, eventualmente, in Aula. Su questo tema, pertanto, dobbiamo registrare questa segnalazione, fare una riflessione e prendere delle decisioni.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16,30, con lo stesso ordine del giorno.

La seduta è tolta (ore 13,03).

Allegato A

DISEGNO DI LEGGE

Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di partenariato economico tra gli Stati del Cariforum, da una parte, e la Comunità europea e i suoi Stati membri, dall'altra, con Allegati, Protocolli, Dichiarazioni e Atto finale, fatto a Bridgetown, Barbados, il 15 ottobre 2008 (2623)

ORDINE DEL GIORNO

G100

PERDUCA, PORETTI

V. testo 2

Il Senato,

            premesso che i quindici membri del Cariforum, 14 stati Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Dominica, Giamaica, Grenada, Guyana, Haiti, Santa Lucia, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Suriname, Trinidad e Tobago e il territorio britannico d'oltremare Monserrat, sono tutti abolizionisti di fatto della pena di morte e che comminano le condanne ma non praticano esecuzioni da oltre 10, tranne Saint Kitts e Nevis che ha purtroppo ripreso le esecuzioni nel 2008 e Haiti che è abolizionista.

        Considerato che:

            secondo quanto raccolto dall'associazione radicale Nessuno Tocchi Caino le ultime esecuzioni ad Antigua e Barbuda son state nel 1991, nelle Bahamas nel 2000, nelle Barbados nel 1984, in Belize nel 1985, in Dominica nel 1986, in Giamaica nel 1988, a Grenada nel 1978, in Guyana nel 1997, a Santa Lucia nel 1995, a Saint Vincent e Grenadine nel 1995, in Suriname nel 1982 e a Trinidad e Tobago nel 1999.

        Nessuno prevede la pena di morte per i minori, metre il metodo di esecuzione è generalmente l'impiccagione tranne che per il Suriname dove è prevista la fucilazione.

        In occasione del voto all'Assemblea generale dell'Onu relativo alla mozione promossa dall'Italia a nome e per conto di una coalizione trans-regionale che ha deliberato la proclamazione di una Moratoria Universale della Pena di Morte tutti i membri del Cariforum, coll'eccezione del Suriname che si è astenuto e di Haiti che oltre a votare a favore ha anche co-sponsorizzato, hanno votato contro.

        Considerato in particolare che:

            per Saint Kitts e Nevis l'omicidio è l'unico reato capitale. Il 19 dicembre 2008, dopo 10 anni di interruzione, San Kitts ha ripreso le esecuzioni impiccando Charles Elroy Laplace. L'ultima esecuzione risaliva al 20 luglio '98. Il paese ha ratificato lo Statuto della Corte Penale Internazionale che esclude il ricorso alla pena di morte ma ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

        Per Antigua e Barbuda l'unico reato capitale è l'omicidio e che il Paese ha ratificato lo Statuto della Corte Penale Internazionale e la Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti. Ha votato contro la risoluzione.

        Per le Bahamas i reati capitali sono il tradimento e pirateria. Il Paese ha firmato, ma non ratificato, lo Statuto della Corte Penale nonché la Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti, votando votato contro la Risoluzione all'Onu.

        Le Barbados prevedono la pena di morte obbligatoria per omicidio e tradimento, mentre essa è facoltativa per l'ammutinamento. Hanno ratificato lo Statuto della Corte Penale Internazionale e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, votando contro la risoluzione all'Onu.

        Per il Belize la pena di morte è prevista per omicidio e alcuni reati militari. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, lo Statuto della Corte Penale Internazionale e la Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti votando contro la risoluzione.

        Per Dominica i reati capitali sono Omicidio e tradimento. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e lo Statuto della Corte Penale Internazionale votando contro la risoluzione.

        Per la Giamaica il reato capitale è l'omicidio. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e firmato, ma non ratificato, lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Ha votato contro la risoluzione.

        Per Grenada il reato capitale è l'omicidio. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e votato contro la risoluzione.

        La Guyana prevede la pena di morte per omicidio, tradimento e alcuni atti di terrorismo. Il 14 ottobre 2010, il parlamento ha abolito la pena di morte obbligatoria per chi commette omicidio, salvo alcune eccezioni. Rimane una pena obbligatoria per l'omicidio di membri delle forze dell'ordine in servizio, appartenenti al personale carcerario, magistrati e ufficiali giudiziari, testimoni, giurati popolari. Negli altri casi di omicidio, il giudice avrà la facoltà di comminare l'ergastolo o una pena detentiva da 15 anni in su. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, lo Statuto della Corte Penale Internazionale e la Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti. Ha votato contro la risoluzione.

        Per Santa Lucia i reati capitali sono l'omicidio e il tradimento. Ha firmato, ma non ratificato, lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Ha votato contro la risoluzione.

        Saint Vincent e Grenadine prevedono come reati capitali l'omicidio e il tradimento. Hanno ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, lo Statuto della Corte Penale Internazionale e la Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti. Hanno votato contro la risoluzione.

        Per il Suriname i reati capitali sono omicidio aggravato e reati contro lo stato. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Si è astenuto sulla risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali.

        Per Trinidad e Tobago a pena di morte è obbligatoria in caso di omicidio. Il 27 febbraio 2011, il Parlamento di Trinidad e Tobago ha respinto un Emendamento Costituzionale che avrebbe accelerato la ripresa delle esecuzioni capitali nel Paese. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Nel 1998, il governo si è ritirato dal Primo Protocollo Opzionale del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici delle Nazioni Unite per poi riaccedervi con una riserva che esclude la possibilità di ricorsi individuali. Ha votato contro la Risoluzione.

        Haiti è abolizionista. La Costituzione del 1987 all'articolo 20 afferma: «La pena di morte è abolita per tutti i crimini». L'articolo 20 è compreso sotto il titolo 111 «Diritti e Doveri Fondamentali del Cittadino».

        Il paese è abolizionista dal 1987, e l'ultima esecuzione è avvenuta nel 1972. Haiti ha cosponsorizzato e votato in favore della risoluzione.

        Considerato che per molti membri del Cariforum il Comitato Giudiziario del Privy Council britannico rimane la Corte d'Appello di ultima istanza. In base alla sentenza Pratt e Morgan del privy Council del 1993, la pena di morte non può essere eseguita e va commutata automaticamente in ergastolo nel caso in cui il condannato abbia passato più di cinque anni nel braccio della morte in attesa dell'esecuzione.

        Bahamas, Saint Kitts e Nevis, Barbados, Belize, Domenica, Giamaica, Grenada, Guyana, Santa Lucia, Suriname e Trinidad and Tobago sono gli 11 firmatari dell'accordo del 2001 volto a stabilire una Corte Caraibica di Giustizia, sostitutiva del Privy Council di Londra come corte d'appello di ultima istanza nella regione. I leader dei paesi caraibici vedono in essa la fine dell'ultimo retaggio del colonialismo, ma i militanti per i diritti umani sono preoccupati che con la nuova giurisdizione aumenteranno le esecuzioni essendo i governi caraibici per lo più a favore della pena di morte.

        La Corte Caraibica di Giustizia è stata inaugurata a Trinidad il 16 aprile 2005. Comunque molti paesi devono emendare le proprie costituzioni per passare dalla giurisdizione del Privy Council a quella della Corte Caraibica di Giustizia.

        Considerato infine che:

            l'11 marzo 2002, il Comitato Giudiziario del privy Council (JCPC), ha confermato la decisione emessa nell'aprile del 2001 dalla Corte d'Appello dei Caraibi orientali e ha unanimemente considerato incostituzionale - perché inumana e degradante - la pena di morte quale sanzione obbligatoria per omicidio in sette paesi.

        Il 6 luglio 2004, il Privy Council di Londra ha ammesso, ln seguito a un appello presentato da 4 condannati a morte, la costituzionalità della pena di morte quale sanzione obbligatoria per omicidio a Barbados e a Trinidad e Tobago. Considerata l'importanza della questione, per la prima volta il panel della Corte non era costituito dai consueti cinque giudici, ma da nove. Con cinque voti contro quattro, la Corte ha ribadito che la pena di morte obbligatoria è una misura disumana e degradante e contraria al diritto internazionale, ma ha stabilito che la lettera delle costituzioni di Barbados e Trinidad, contrariamente a quelle di altri paesi caraibici, impedisce al Privy Council di interferire. Secondo i cinque giudici della maggioranza, le costituzioni di questi due paesi impedirebbero chiaramente che leggi esistenti prima della loro promulgazione - come quelle relative alla pena di morte obbligatoria in caso di omicidio - possano essere annullate.

        L'8 marzo 2006, con un'altra importante sentenza, il Comitato Giudiziario del Privy Council ha stabilito che la condanna a morte obbligatoria per omicidio viola la Costituzione delle Bahamas e i diritti umani internazionalmente riconosciuti (questa sentenza è stata appena ribadita, a giugno 2011).

        Il 14 giugno 2011, la pena di morte obbligatoria per omicidio a Trinidad e Tobago è stata nuovamente una volta respinta dal Privy Council, che ha annullato la condanna a morte di Nimrod Miguel, ritenendola «incostituzionale». La decisione del Privy Council avrà probabilmente delle conseguenze sulla maggioranza dei prigionieri del braccio della morte, che sono stati condannati in circostanze analoghe.

        Impegna il Governo di concerto coi partner europei ad avviare immediatamente tutte le iniziative politiche e diplomatiche necessarie volte a far avanzare le legislazioni nazionali dei membri del Cariforum che ancora prevedono la Pena di morte perché essi passino almeno a una moratoria de jure e modifichino di conseguenza la propria posizione in seno all'Assemblea generale della Nazioni unite in occasione del prossimo voto previsto sulla risoluzione per la Moratoria Universale delle esecuzioni.

        A valutare la possibilità di sospendere l'accordo con uno dei membri qualora dovessero riprendere le esecuzioni.

G100 (testo 2)

PERDUCA, PORETTI (*)

Non posto in votazione (**)

Il Senato,

            premesso che i quindici membri del Cariforum, 14 stati Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Dominica, Giamaica, Grenada, Guyana, Haiti, Santa Lucia, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Suriname, Trinidad e Tobago e il territorio britannico d'oltremare Monserrat, sono tutti abolizionisti di fatto della pena di morte e che comminano le condanne ma non praticano esecuzioni da oltre 10, tranne Saint Kitts e Nevis che ha purtroppo ripreso le esecuzioni nel 2008 e Haiti che è abolizionista.

        Considerato che:

            secondo quanto raccolto dall'associazione radicale Nessuno Tocchi Caino le ultime esecuzioni ad Antigua e Barbuda son state nel 1991, nelle Bahamas nel 2000, nelle Barbados nel 1984, in Belize nel 1985, in Dominica nel 1986, in Giamaica nel 1988, a Grenada nel 1978, in Guyana nel 1997, a Santa Lucia nel 1995, a Saint Vincent e Grenadine nel 1995, in Suriname nel 1982 e a Trinidad e Tobago nel 1999.

        Nessuno prevede la pena di morte per i minori, metre il metodo di esecuzione è generalmente l'impiccagione tranne che per il Suriname dove è prevista la fucilazione.

        In occasione del voto all'Assemblea generale dell'Onu relativo alla mozione promossa dall'Italia a nome e per conto di una coalizione trans-regionale che ha deliberato la proclamazione di una Moratoria Universale della Pena di Morte tutti i membri del Cariforum, coll'eccezione del Suriname che si è astenuto e di Haiti che oltre a votare a favore ha anche co-sponsorizzato, hanno votato contro.

        Considerato in particolare che:

            per Saint Kitts e Nevis l'omicidio è l'unico reato capitale. Il 19 dicembre 2008, dopo 10 anni di interruzione, San Kitts ha ripreso le esecuzioni impiccando Charles Elroy Laplace. L'ultima esecuzione risaliva al 20 luglio '98. Il paese ha ratificato lo Statuto della Corte Penale Internazionale che esclude il ricorso alla pena di morte ma ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

        Per Antigua e Barbuda l'unico reato capitale è l'omicidio e che il Paese ha ratificato lo Statuto della Corte Penale Internazionale e la Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti. Ha votato contro la risoluzione.

        Per le Bahamas i reati capitali sono il tradimento e pirateria. Il Paese ha firmato, ma non ratificato, lo Statuto della Corte Penale nonché la Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti, votando votato contro la Risoluzione all'Onu.

        Le Barbados prevedono la pena di morte obbligatoria per omicidio e tradimento, mentre essa è facoltativa per l'ammutinamento. Hanno ratificato lo Statuto della Corte Penale Internazionale e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, votando contro la risoluzione all'Onu.

        Per il Belize la pena di morte è prevista per omicidio e alcuni reati militari. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, lo Statuto della Corte Penale Internazionale e la Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti votando contro la risoluzione.

        Per Dominica i reati capitali sono Omicidio e tradimento. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e lo Statuto della Corte Penale Internazionale votando contro la risoluzione.

        Per la Giamaica il reato capitale è l'omicidio. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e firmato, ma non ratificato, lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Ha votato contro la risoluzione.

        Per Grenada il reato capitale è l'omicidio. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e votato contro la risoluzione.

        La Guyana prevede la pena di morte per omicidio, tradimento e alcuni atti di terrorismo. Il 14 ottobre 2010, il parlamento ha abolito la pena di morte obbligatoria per chi commette omicidio, salvo alcune eccezioni. Rimane una pena obbligatoria per l'omicidio di membri delle forze dell'ordine in servizio, appartenenti al personale carcerario, magistrati e ufficiali giudiziari, testimoni, giurati popolari. Negli altri casi di omicidio, il giudice avrà la facoltà di comminare l'ergastolo o una pena detentiva da 15 anni in su. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, lo Statuto della Corte Penale Internazionale e la Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti. Ha votato contro la risoluzione.

        Per Santa Lucia i reati capitali sono l'omicidio e il tradimento. Ha firmato, ma non ratificato, lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Ha votato contro la risoluzione.

        Saint Vincent e Grenadine prevedono come reati capitali l'omicidio e il tradimento. Hanno ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, lo Statuto della Corte Penale Internazionale e la Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti. Hanno votato contro la risoluzione.

        Per il Suriname i reati capitali sono omicidio aggravato e reati contro lo stato. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Si è astenuto sulla risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali.

        Per Trinidad e Tobago a pena di morte è obbligatoria in caso di omicidio. Il 27 febbraio 2011, il Parlamento di Trinidad e Tobago ha respinto un Emendamento Costituzionale che avrebbe accelerato la ripresa delle esecuzioni capitali nel Paese. Ha ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Nel 1998, il governo si è ritirato dal Primo Protocollo Opzionale del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici delle Nazioni Unite per poi riaccedervi con una riserva che esclude la possibilità di ricorsi individuali. Ha votato contro la Risoluzione.

        Haiti è abolizionista. La Costituzione del 1987 all'articolo 20 afferma: «La pena di morte è abolita per tutti i crimini». L'articolo 20 è compreso sotto il titolo 111 «Diritti e Doveri Fondamentali del Cittadino».

        Il paese è abolizionista dal 1987, e l'ultima esecuzione è avvenuta nel 1972. Haiti ha cosponsorizzato e votato in favore della risoluzione.

        Considerato che per molti membri del Cariforum il Comitato Giudiziario del Privy Council britannico rimane la Corte d'Appello di ultima istanza. In base alla sentenza Pratt e Morgan del privy Council del 1993, la pena di morte non può essere eseguita e va commutata automaticamente in ergastolo nel caso in cui il condannato abbia passato più di cinque anni nel braccio della morte in attesa dell'esecuzione.

        Bahamas, Saint Kitts e Nevis, Barbados, Belize, Domenica, Giamaica, Grenada, Guyana, Santa Lucia, Suriname e Trinidad and Tobago sono gli 11 firmatari dell'accordo del 2001 volto a stabilire una Corte Caraibica di Giustizia, sostitutiva del Privy Council di Londra come corte d'appello di ultima istanza nella regione. I leader dei paesi caraibici vedono in essa la fine dell'ultimo retaggio del colonialismo, ma i militanti per i diritti umani sono preoccupati che con la nuova giurisdizione aumenteranno le esecuzioni essendo i governi caraibici per lo più a favore della pena di morte.

        La Corte Caraibica di Giustizia è stata inaugurata a Trinidad il 16 aprile 2005. Comunque molti paesi devono emendare le proprie costituzioni per passare dalla giurisdizione del Privy Council a quella della Corte Caraibica di Giustizia.

        Considerato infine che:

            l'11 marzo 2002, il Comitato Giudiziario del privy Council (JCPC), ha confermato la decisione emessa nell'aprile del 2001 dalla Corte d'Appello dei Caraibi orientali e ha unanimemente considerato incostituzionale - perché inumana e degradante - la pena di morte quale sanzione obbligatoria per omicidio in sette paesi.

        Il 6 luglio 2004, il Privy Council di Londra ha ammesso, ln seguito a un appello presentato da 4 condannati a morte, la costituzionalità della pena di morte quale sanzione obbligatoria per omicidio a Barbados e a Trinidad e Tobago. Considerata l'importanza della questione, per la prima volta il panel della Corte non era costituito dai consueti cinque giudici, ma da nove. Con cinque voti contro quattro, la Corte ha ribadito che la pena di morte obbligatoria è una misura disumana e degradante e contraria al diritto internazionale, ma ha stabilito che la lettera delle costituzioni di Barbados e Trinidad, contrariamente a quelle di altri paesi caraibici, impedisce al Privy Council di interferire. Secondo i cinque giudici della maggioranza, le costituzioni di questi due paesi impedirebbero chiaramente che leggi esistenti prima della loro promulgazione - come quelle relative alla pena di morte obbligatoria in caso di omicidio - possano essere annullate.

        L'8 marzo 2006, con un'altra importante sentenza, il Comitato Giudiziario del Privy Council ha stabilito che la condanna a morte obbligatoria per omicidio viola la Costituzione delle Bahamas e i diritti umani internazionalmente riconosciuti (questa sentenza è stata appena ribadita, a giugno 2011).

        Il 14 giugno 2011, la pena di morte obbligatoria per omicidio a Trinidad e Tobago è stata nuovamente una volta respinta dal Privy Council, che ha annullato la condanna a morte di Nimrod Miguel, ritenendola «incostituzionale». La decisione del Privy Council avrà probabilmente delle conseguenze sulla maggioranza dei prigionieri del braccio della morte, che sono stati condannati in circostanze analoghe.

        Impegna il Governo di concerto coi partner europei ad avviare tutte le opportune iniziative volte a far avanzare le legislazioni nazionali dei membri del Cariforum che ancora prevedono la Pena di morte perché essi passino a una moratoria de jure e modifichino di conseguenza la propria posizione in seno all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, in occasione del prossimo voto previsto sulla risoluzione per la Moratoria Universale delle esecuzioni previsto per il 2012.

        A promuovere in sede comunitaria adeguate iniziative nei confronti dei Paesi membri del Cariforum che dovessero riprendere le esecuzioni.

________________

(*) Aggiungono la firma in corso di seduta i senatori Tonini e Marcenaro

(**) Accolto dal Governo

ARTICOLI DA 1 A 3

Art. 1.

Approvato

(Autorizzazione alla ratifica)

    1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare l'Accordo di partenariato economico tra gli Stati del Cariforum, da una parte, e la Comunità europea e i suoi Stati membri dall'altra, con Allegati, Protocolli, Dichiarazioni e Atto finale, fatto a Bridgetown, Barbados, il 15 ottobre 2008.

Art. 2.

Approvato

(Ordine di esecuzione)

    1. Piena ed intera esecuzione è data all'Accordo di cui all'articolo 1 a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall'articolo 243 dell'Accordo stesso.

Art. 3.

Approvato

(Entrata in vigore)

    1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

MOZIONI

Mozioni sui flussi migratori dal Nord Africa

(1-00406) (07 aprile 2011)

V. testo 2

RUTELLI, D'ALIA, PISTORIO, CONTINI, RUSSO, SBARBATI, BRUNO, BAIO, VALDITARA, MOLINARI. - Il Senato,

        premesso che:

            l'Italia rappresenta la piattaforma di approdo naturale per i flussi migratori in arrivo dal Nord Africa, dove la cornice istituzionale e di sicurezza continua ad essere particolarmente incerta;

            la mera gestione di tali flussi nella loro fase terminale, di approdo alle coste italiane, non può rappresentare una soluzione percorribile o sostenibile nel medio periodo. Quanto accade a Lampedusa, infatti, è solo l'anello finale di una lunga catena gestita e manovrata dalle reti criminali transnazionali, nell'impotenza oppure con la connivenza o la benevola tolleranza anche da parte di funzionari dei governi dei Paesi da cui partono o che sono attraversati dai flussi migratori;

            in una Relazione approvata il 29 aprile 2009 dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) all'unanimità concernente «La tratta di esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica» trasmessa alla Presidenza delle Camere, viene evidenziata in maniera inequivocabile e grazie al reperimento di informazioni sul campo da parte dell'intelligence italiana l'esistenza di rotte ben definite di passaggio per i migranti, secondo uno schema che configura in maniera drammatica una vera e propria forma contemporanea di riduzione in schiavitù. Un business criminale secondo soltanto al traffico internazionale di stupefacenti in termini di proventi illeciti; proventi che la criminalità reinveste per rafforzare tali organizzazioni, o in ulteriori attività eversive e criminali;

            si conoscono i passaggi principali dei trafficanti, se ne osservano i campi di raccolta e di smistamento in Africa (per restare solo al fianco oggi più debole), si conoscono le tariffe estorte per favorire il passaggio dal punto di partenza a quello di approdo, si verifica l'acquisizione di mezzi di trasporto terrestri e per la navigazione. Occorre intervenire, a livello nazionale e internazionale, in maniera efficace sulla base di questi schemi ben noti;

            è possibile e doveroso mettere in campo strumenti di cooperazione e di law enforcement internazionali, nonché immediati provvedimenti giuridici e di ordine pubblico nazionali. Ma soprattutto occorre affrontare il tema dell'emergenza migratoria nell'ottica del contrasto dei network criminali dediti alla tratta di esseri umani,

        impegna il Governo:

            a) sul piano internazionale:

                1) ad attivare ogni iniziativa per promuovere l'approvazione di una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU che, accertata l'emergenza umanitaria legata ai flussi migratori in partenza dalla Tunisia e, potenzialmente, dall'intero Nord Africa, ne riconosca la valenza di minaccia alla sicurezza internazionale, visto il ruolo e l'attività delle reti criminali transnazionali nella gestione dei traffici di esseri umani verso l'Europa. Una tale risoluzione dovrebbe riaffermare il principio della «responsibility to protect» già sancito dalla risoluzione n. 1973 del 2011 del Consiglio di Sicurezza con riferimento all'azione in Libia e contemplare, come ratio estrema, la legittima ingerenza a fini umanitari della coalizione internazionale, cosa che nelle negoziazioni bilaterali il Governo di Tunisi ha respinto finora fermamente. Ma laddove la Tunisia non dovesse dimostrarsi o dichiararsi in grado di gestire autonomamente l'emergenza, una simile misura temporanea per facilitare la sicurezza regionale al fine di contrastare l'attività delle organizzazioni criminali transnazionali sarebbe l'unica strada percorribile. Al fine di smantellare queste reti è necessaria infatti la massima convergenza tra operatori di intelligence, Forze di polizia e operatori umanitari. L'Italia può e deve dichiararsi disponibile ad assumere la leadership di una operazione umanitaria su vasta scala, ma solo a condizione che sia autorizzata un'attività organica per il contrasto della criminalità organizzata e quindi per la prevenzione di flussi di persone assoggettate ai trafficanti, che oggi partono sostanzialmente dalla Tunisia e della Libia, ma che potrebbero allargarsi anche ad altre aree del Nord Africa. Una tale missione dovrebbe essere condotta sotto la diretta responsabilità dell'Unione europea, se necessario, anche attraverso asset della NATO;

                2) nel caso in cui non fosse percorribile la strada di una nuova risoluzione ONU, ad attivarsi affinché l'Italia si impegni in sede europea per ottenere l'attivazione, il finanziamento e assicurare la leadership di una operazione di polizia internazionale (sul modello EUPOL), utilizzando gli asset messi a disposizione dai singoli Governi, l'azione di law enforcement di Europol e le strutture di intelligence nazionali ed europee (SitCen);

                3) ad attivarsi affinché l'Italia proceda altresì alla rapida conclusione di accordi di collaborazione bilaterale con i Governi dei Paesi di origine e di transito dei flussi della tratta degli esseri umani. L'accordo raggiunto il 5 aprile 2011 dal ministro Maroni con il nuovo Governo di transizione tunisino prevede la fornitura di motovedette e mezzi terrestri per il controllo delle coste, assieme alla ipotesi del dispiegamento di un sistema radar di controllo del traffico marittimo. Si tratta, ancora una volta, di un approccio errato e parziale alla gestione di un fenomeno complesso e articolato che mira ad arrestare le partenze nel momento in cui esse sono già in atto. Una circostanza che rischia di creare presto una pressione tale al confine tunisino da divenire ingestibile; ed una circostanza, inoltre, che si limita alla fotografia dell'esistente, senza contemplare l'ipotesi che, a breve, possa aumentare notevolmente l'afflusso di profughi dalla Libia, o dall'Africa occidentale, visto il deteriorarsi della cornice di sicurezza in Costa d'Avorio, o in generale dal continente africano, di fronte all'evidenza della permeabilità della cornice di sicurezza. È invece necessario che tali accordi bilaterali prevedano la possibilità per le Forze dell'ordine italiane e i nostri apparati di intelligence di risiedere stabilmente in territorio estero, in modo da collaborare ad arrestare all'origine il flusso, smantellando, ovviamente in cooperazione con le Forze di polizia locali, le reti criminali che gestiscono i traffici con metodo e precisione;

                4) a favorire il pieno coinvolgimento delle organizzazioni internazionali, a cominciare dall'Agenzia europea Frontex e dall'Alto Commissariato ONU per i rifugiati, per attrezzare sulle coste della Tunisia campi profughi all'interno dei quali poter fornire assistenza umanitaria e garantire la piena identificazione dei migranti, con particolare riguardo ai richiedenti asilo e ai profughi di guerra dalla Libia. Una misura analoga dovrebbe essere intrapresa e protetta dalle forze della coalizione internazionale e da organismi internazionali (ONU e Croce Rossa) all'interno del corridoio umanitario già aperto in Cirenaica, da dove si stanno registrando le prime partenze di migranti e di clandestini, anche provenienti dalle zone di guerra ormai endemica nel Corno d'Africa (Etiopia, Eritrea, Somalia);

                5) a rafforzare il pattugliamento navale congiunto europeo, anche attraverso il coordinamento dell'Agenzia Frontex e anche in acque territoriali della Tunisia. Il pattugliamento non può, per ovvi motivi umanitari e di rispetto del diritto internazionale, rappresentare uno stretto cordone sanitario, motivo per cui è necessario assumere misure efficaci a terra, sulla sponda sud del Mediterraneo; esso può comunque essere uno strumento utile per stringere le maglie che, in una situazione di turbolenza geopolitica spiccata, potrebbero rivelarsi ingovernabili;

                6) a valutare la possibilità di attivare, anche attraverso l'intervento del Consiglio di sicurezza dell'ONU, i necessari meccanismi previsti dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale allo scopo di demandare alla Corte situazioni nei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori in cui si possano configurare crimini contro l'umanità a carico dei responsabili di traffico di esseri umani;

            b) sul piano nazionale:

                1) a procedere ad una rapida ricognizione dell'identità e dello status dei migranti già sbarcati in Italia, garantendo priorità e tutela ai richiedenti asilo politico e ai profughi di guerra. La concessione del permesso temporaneo, come previsto dal unico sull'immigrazione di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998, rappresenta anche una garanzia per meglio gestire la presenza di immigrati in territorio italiano. In tal senso, l'Italia dovrà spendersi in sede europea perché, sotto questo profilo, i partner dell'Unione europea si dimostrino effettivamente solidali ben oltre le dichiarazioni di principio;

                2) a creare una task force governativa per la gestione dell'emergenza che metta al centro la fattispecie della tratta di esseri umani, in modo da assicurare una costante attività di scambio di informazioni e di collaborazione con i Paesi colpiti dal fenomeno, e sulla cui attività tenere costantemente informato il Parlamento;

                3) ad istituire urgentemente la funzione in Italia del National Rapporteur sul fenomeno della tratta, così come raccomandato dalla Commissione europea e dal Consiglio d'Europa.

(1-00406) (testo 2) (29 giugno 2011)

V. testo 3

RUTELLI, D'ALIA, PISTORIO, CONTINI, RUSSO, SBARBATI, BRUNO, BAIO, VALDITARA, MOLINARI. - Il Senato,

        premesso che:

            l'Italia rappresenta la piattaforma di approdo naturale per i flussi migratori in arrivo dal Nord Africa, dove la cornice istituzionale e di sicurezza continua ad essere particolarmente incerta;

            la mera gestione di tali flussi nella loro fase terminale, di approdo alle coste italiane, non può rappresentare una soluzione percorribile o sostenibile nel medio periodo. Quanto accade a Lampedusa, infatti, è solo l'anello finale di una lunga catena gestita e manovrata dalle reti criminali transnazionali, nell'impotenza oppure con la connivenza o la benevola tolleranza anche da parte di funzionari dei governi dei Paesi da cui partono o che sono attraversati dai flussi migratori;

            in una Relazione approvata il 29 aprile 2009 dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) all'unanimità concernente «La tratta di esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica» trasmessa alla Presidenza delle Camere, viene evidenziata in maniera inequivocabile e grazie al reperimento di informazioni sul campo da parte dell'intelligence italiana l'esistenza di rotte ben definite di passaggio per i migranti, secondo uno schema che configura in maniera drammatica una vera e propria forma contemporanea di riduzione in schiavitù. Un business criminale secondo soltanto al traffico internazionale di stupefacenti in termini di proventi illeciti; proventi che la criminalità reinveste per rafforzare tali organizzazioni, o in ulteriori attività eversive e criminali;

            si conoscono i passaggi principali dei trafficanti, se ne osservano i campi di raccolta e di smistamento in Africa (per restare solo al fianco oggi più debole), si conoscono le tariffe estorte per favorire il passaggio dal punto di partenza a quello di approdo, si verifica l'acquisizione di mezzi di trasporto terrestri e per la navigazione. Occorre intervenire, a livello nazionale e internazionale, in maniera efficace sulla base di questi schemi ben noti;

            è possibile e doveroso mettere in campo strumenti di cooperazione e di law enforcement internazionali, nonché immediati provvedimenti giuridici e di ordine pubblico nazionali. Ma soprattutto occorre affrontare il tema dell'emergenza migratoria nell'ottica del contrasto dei network criminali dediti alla tratta di esseri umani,

        impegna il Governo:

            a) sul piano internazionale:

                1) a mettere in campo ogni sforzo per promuovere nuove iniziative dell'ONU e dell'Unione europea che, accertata l'emergenza umanitaria legata ai flussi migratori in partenza dalla Libia, dalla Tunisia e, potenzialmente, dall'intero Nord Africa, contrastino le minacce alla sicurezza internazionale coerentemente con il principio della «responsibility to protect» già sancito dalla risoluzione n. 1973 del 2011 del Consiglio di Sicurezza, visto il ruolo e l'attività delle reti criminali transnazionali nella gestione dei traffici degli esseri umani verso l'Europa. Al fine di smantellare queste reti è necessaria infatti la massima convergenza tra operatori di intelligence, Forze di polizia e operatori umanitari. L'Italia può e deve dichiararsi disponibile ad assumere la leadership di una operazione umanitaria su vasta scala, ma solo a condizione che sia autorizzata un'attività organica per il contrasto della criminalità organizzata e quindi per la prevenzione di flussi di persone assoggettate ai trafficanti, che oggi partono sostanzialmente dalla Libia e della Tunisia, ma che potrebbero allargarsi anche ad altre aree del Nord Africa. Una tale missione dovrebbe essere condotta sotto la diretta responsabilità dell'Unione europea, se necessario, anche attraverso asset della NATO;

                2) ad operare affinché l'Italia si impegni in sede europea per ottenere l'attivazione, il finanziamento e assicurare la leadership di una operazione di polizia internazionale (sul modello EUPOL), utilizzando gli asset messi a disposizione dai singoli Governi, l'azione di law enforcement di Europol e le strutture di intelligence nazionali ed europee (SitCen);

                3) ad attivarsi affinché l'Italia continui nell'azione diplomatica per la conclusione di accordi di collaborazione bilaterale con i Governi dei Paesi di origine e di transito dei flussi della tratta degli esseri umani. L'accordo raggiunto il 5 aprile 2011 dal ministro Maroni con il nuovo Governo di transizione tunisino prevede il rafforzamento della cooperazione tra le rispettive Forze di sicurezza, al fine di prevenire l'attraversamento illegale delle frontiere e contrastare l'immigrazione irregolare e la tratta di esseri umani, e il rinnovo e l'impegno italiano volto ad iniziative di coopreazione allo sviluppo. È necessario che gli accordi bilaterali privilegino lo scambio di funzionari di polizia al fine di garantire la possibilità per le Forze dell'ordine italiane e i nostri apparati di intelligence di operare in loco, in modo da collaborare ad arrestare all'origine il flusso, smantellando, ovviamente in cooperazione con le Forze di polizia locali, le reti criminali che gestiscono i traffici con metodo e precisione;

                4) a favorire il pieno coinvolgimento delle organizzazioni internazionali, quali l'Unione europea, l'Alto Commissariato ONU per i rifugiati e l'OIM, per sviluppare ulteriormente l'azione di cooperazione per la gestione dei campi profughi nelle aree di crisi all'interno dei quali poter fornire assistenza umanitaria e garantire la piena identificazione dei migranti, con particolare riguardo ai richiedenti asilo e ai profughi di guerra dalla Libia. Una misura analoga dovrebbe essere intrapresa all'interno del corridoio umanitario già aperto in Cirenaica, da dove si stanno registrando le prime partenze di migranti e di clandestini, anche provenienti dalle zone di guerra ormai endemica nel Corno d'Africa (Etiopia, Eritrea, Somalia);

                5) a rafforzare il pattugliamento navale congiunto europeo, anche attraverso il coordinamento dell'Agenzia Frontex, in accordo con i Paesi terzi direttamente interessati. Il pattugliamento non può, per ovvi motivi umanitari e di rispetto del diritto internazionale, rappresentare uno stretto cordone sanitario, motivo per cui è necessario assumere misure efficaci a terra, sulla sponda sud del Mediterraneo; esso può comunque essere uno strumento utile per stringere le maglie che, in una situazione di turbolenza geopolitica spiccata, potrebbero rivelarsi ingovernabili;

                6) a valutare la possibilità di attivare, anche attraverso l'intervento del Consiglio di sicurezza dell'ONU, i necessari meccanismi previsti dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale allo scopo di demandare alla Corte situazioni nei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori in cui si possano configurare crimini contro l'umanità a carico dei responsabili di traffico di esseri umani;

            b) sul piano nazionale:

                1) a procedere ad una rapida ricognizione dell'identità e dello status dei migranti già sbarcati in Italia, garantendo priorità e tutela ai richiedenti asilo politico e ai profughi di guerra. La concessione del permesso temporaneo, come previsto dal testo unico sull'immigrazione di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998, rappresenta anche una garanzia per meglio gestire la presenza di immigrati in territorio italiano. In tal senso, l'Italia dovrà spendersi in sede europea perché, sotto questo profilo, i partner dell'Unione europea si dimostrino effettivamente solidali ben oltre le dichiarazioni di principio;

                2) ad implementare la task force governativa per la gestione dell'emergenza che metta al centro la fattispecie della tratta di esseri umani, in modo da assicurare una costante attività di scambio di informazioni e di collaborazione con i Paesi colpiti dal fenomeno, e sulla cui attività tenere costantemente informato il Parlamento;

                3) ad istituire urgentemente la funzione in Italia del National Rapporteur sul fenomeno della tratta, così come previsto dalla direttiva europea 2011/36/UE ed in linea con le convenzioni del Consiglio d'Europa.

(1-00406) (testo 3) (29 giugno 2011)

Approvata

RUTELLI, D'ALIA, PISTORIO, CONTINI, RUSSO, SBARBATI, BRUNO, BAIO, VALDITARA, MOLINARI. - Il Senato,

        premesso che:

            l'Italia rappresenta la piattaforma di approdo naturale per i flussi migratori in arrivo dal Nord Africa, dove la cornice istituzionale e di sicurezza continua ad essere particolarmente incerta;

            la mera gestione di tali flussi nella loro fase terminale, di approdo alle coste italiane, non può rappresentare una soluzione percorribile o sostenibile nel medio periodo. Quanto accade a Lampedusa, infatti, è solo l'anello finale di una lunga catena gestita e manovrata dalle reti criminali transnazionali, nell'impotenza oppure con la connivenza o la benevola tolleranza anche da parte di funzionari dei governi dei Paesi da cui partono o che sono attraversati dai flussi migratori;

            in una Relazione approvata il 29 aprile 2009 dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) all'unanimità concernente «La tratta di esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica» trasmessa alla Presidenza delle Camere, viene evidenziata in maniera inequivocabile e grazie al reperimento di informazioni sul campo da parte dell'intelligence italiana l'esistenza di rotte ben definite di passaggio per i migranti, secondo uno schema che configura in maniera drammatica una vera e propria forma contemporanea di riduzione in schiavitù. Un business criminale secondo soltanto al traffico internazionale di stupefacenti in termini di proventi illeciti; proventi che la criminalità reinveste per rafforzare tali organizzazioni, o in ulteriori attività eversive e criminali;

            si conoscono i passaggi principali dei trafficanti, se ne osservano i campi di raccolta e di smistamento in Africa (per restare solo al fianco oggi più debole), si conoscono le tariffe estorte per favorire il passaggio dal punto di partenza a quello di approdo, si verifica l'acquisizione di mezzi di trasporto terrestri e per la navigazione. Occorre intervenire, a livello nazionale e internazionale, in maniera efficace sulla base di questi schemi ben noti;

            è possibile e doveroso mettere in campo strumenti di cooperazione e di law enforcement internazionali. Ma soprattutto occorre affrontare il tema dell'emergenza migratoria nell'ottica del contrasto dei network criminali dediti alla tratta di esseri umani,

        impegna il Governo:

            a) sul piano internazionale:

                1) a mettere in campo ogni sforzo per promuovere nuove iniziative dell'ONU e dell'Unione europea che, accertata l'emergenza umanitaria legata ai flussi migratori in partenza dalla Libia, dalla Tunisia e, potenzialmente, dall'intero Nord Africa, contrastino le minacce alla sicurezza internazionale coerentemente con il principio della «responsibility to protect» già sancito dalla risoluzione n. 1973 del 2011 del Consiglio di Sicurezza, visto il ruolo e l'attività delle reti criminali transnazionali nella gestione dei traffici degli esseri umani verso l'Europa. Al fine di smantellare queste reti è necessaria infatti la massima convergenza tra operatori di intelligence, Forze di polizia e operatori umanitari. L'Italia può e deve dichiararsi disponibile ad assumere la leadership di una operazione umanitaria su vasta scala, ma solo a condizione che sia autorizzata un'attività organica per il contrasto della criminalità organizzata e quindi per la prevenzione di flussi di persone assoggettate ai trafficanti, che oggi partono sostanzialmente dalla Libia e della Tunisia, ma che potrebbero allargarsi anche ad altre aree del Nord Africa e del Medio Oriente. Una tale missione dovrebbe essere condotta sotto la diretta responsabilità dell'Unione europea, se necessario, anche attraverso asset della NATO;

                2) ad operare affinché l'Italia si impegni in sede europea per ottenere l'attivazione, il finanziamento e assicurare la leadership di una operazione di polizia internazionale (sul modello EUPOL), utilizzando gli asset messi a disposizione dai singoli Governi, l'azione di law enforcement di Europol e le strutture di intelligence nazionali ed europee (SitCen);

                3) ad attivarsi affinché l'Italia continui nell'azione diplomatica per la conclusione di accordi di collaborazione bilaterale con i Governi dei Paesi di origine e di transito dei flussi della tratta degli esseri umani. L'accordo raggiunto il 5 aprile 2011 dal ministro Maroni con il nuovo Governo di transizione tunisino prevede il rafforzamento della cooperazione tra le rispettive Forze di sicurezza, al fine di prevenire l'attraversamento illegale delle frontiere e contrastare l'immigrazione irregolare e la tratta di esseri umani, e il rinnovo e l'impegno italiano volto ad iniziative di coopreazione allo sviluppo. È necessario che gli accordi bilaterali privilegino lo scambio di funzionari di polizia al fine di garantire la possibilità per le Forze dell'ordine italiane e i nostri apparati di intelligence di operare in loco, in modo da collaborare ad arrestare all'origine il flusso, smantellando, ovviamente in cooperazione con le Forze di polizia locali, le reti criminali che gestiscono i traffici con metodo e precisione;

                4) a favorire il pieno coinvolgimento delle organizzazioni internazionali, quali l'Unione europea, l'Alto Commissariato ONU per i rifugiati e l'OIM, per sviluppare ulteriormente l'azione di cooperazione per la gestione dei campi profughi nelle aree di crisi all'interno dei quali poter fornire assistenza umanitaria e garantire la piena identificazione dei migranti, con particolare riguardo ai richiedenti asilo e ai profughi di guerra dalla Libia. Una misura analoga dovrebbe essere intrapresa all'interno del corridoio umanitario già aperto in Cirenaica, da dove si stanno registrando le prime partenze di migranti e di clandestini, anche provenienti dalle zone di guerra ormai endemica nel Corno d'Africa (Etiopia, Eritrea, Somalia);

                5) a rafforzare il pattugliamento navale congiunto europeo, anche attraverso il coordinamento dell'Agenzia Frontex, in accordo con i Paesi terzi direttamente interessati. Il pattugliamento non può, per ovvi motivi umanitari e di rispetto del diritto internazionale, rappresentare uno stretto cordone sanitario, motivo per cui è necessario assumere misure efficaci a terra, sulla sponda sud del Mediterraneo; esso può comunque essere uno strumento utile per stringere le maglie che, in una situazione di turbolenza geopolitica spiccata, potrebbero rivelarsi ingovernabili;

                6) a valutare la possibilità di attivare, anche attraverso l'intervento del Consiglio di sicurezza dell'ONU, i necessari meccanismi previsti dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale allo scopo di demandare alla Corte situazioni nei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori in cui si possano configurare crimini contro l'umanità a carico dei responsabili di traffico di esseri umani;

            b) sul piano nazionale:

                1) a procedere ad una rapida ricognizione dell'identità e dello status dei migranti già sbarcati in Italia, garantendo priorità e tutela ai richiedenti asilo politico e ai profughi di guerra. La concessione del permesso temporaneo, come previsto dal testo unico sull'immigrazione di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998, rappresenta anche una garanzia per meglio gestire la presenza di immigrati in territorio italiano. In tal senso, l'Italia dovrà spendersi in sede europea perché, sotto questo profilo, i partner dell'Unione europea si dimostrino effettivamente solidali ben oltre le dichiarazioni di principio;

                2) ad implementare la task force governativa per la gestione dell'emergenza che metta al centro la fattispecie della tratta di esseri umani, in modo da assicurare una costante attività di scambio di informazioni e di collaborazione con i Paesi colpiti dal fenomeno, e sulla cui attività tenere costantemente informato il Parlamento;

                3) ad istituire urgentemente la funzione in Italia del National Rapporteur sul fenomeno della tratta, così come previsto dalla direttiva europea 2011/36/UE ed in linea con le convenzioni del Consiglio d'Europa.

(1-00408) (testo 2) (28 giugno 2011)

Respinta

FINOCCHIARO, ZANDA, LATORRE, CASSON, CECCANTI, DONAGGIO, GASBARRI, GIARETTA, INCOSTANTE, LEGNINI, PEGORER, MARCENARO. - Il Senato,

        premesso che:

            l'alto numero di migranti economici e di richiedenti asilo provenienti dal Nord Africa che, negli ultimi mesi, è sbarcato sulle coste siciliane, ha prodotto una situazione di emergenza che il Governo ha inteso affrontare in più direzioni;

            tante persone migranti, pur di arrivare in Europa, sono costrette a ricorrere al traffico illegale e ad affrontare il rischio della morte. Nonostante l'impegno generoso di militari e civili che hanno portato soccorso in tante occasioni, migliaia di persone in questi mesi hanno perso la vita nel Mediterraneo e migliaia di altre la perderanno se non si interviene per fermare questa strage. La repressione del traffico illegale è importante, ma essa non otterrà risultati se, in alternativa ai viaggi della morte, ai richiedenti asilo non sarà offerta la possibilità di un viaggio regolare e sicuro;

            sul versante interno, il Governo ha chiesto di condividere con le Regioni, le Province autonome e gli enti locali uno sforzo comune e condiviso e un impegno coerente di solidarietà per affrontare l'emergenza profughi. Conseguentemente, nella seduta straordinaria della Conferenza unificata del 30 marzo 2011, è stato sancito un accordo che, in relazione ad una previsione fino a 50.000 profughi, questi fossero equamente distribuiti nel territorio nazionale in ciascuna regione, escluso l'Abruzzo;

            quello stesso accordo ha rimesso ad una cabina di regia nazionale, coordinata dal Governo, con le Regioni e gli enti locali ed articolata nelle diverse realtà regionali, coinvolgendo le Prefetture, la successiva definizione del flusso territoriale dei migranti;

            il 6 aprile 2011, nell'ambito della citata cabina di regia è stata siglata un'ulteriore intesa che prevede una serie di punti che integrano l'accordo del 30 marzo 2011;

            nell'informativa al Senato del 7 aprile 2011 i due accordi del 30 marzo e del 6 aprile 2011 sono stati presentati dal ministro Maroni in stretta correlazione e continuità assegnando agli stessi una valenza positiva nell'azione complessiva del Governo,

        impegna il Governo ad attuare gli accordi del 30 marzo e del 6 aprile 2011 nelle parti di propria competenza. In particolare:

            1) a promuovere in ambito europeo e internazionale l'adozione di decisioni urgenti volte ad assicurare, in condivisione degli oneri, quella protezione umanitaria, in territorio libico e in mare, che è al centro della risoluzione 1973/2011 delle Nazioni Unite che ha autorizzato e legittimato l'intervento in Libia;

            2) a proseguire l'azione di coordinamento della cabina di regia nazionale;

            3) ad assicurare, «in relazione alla gestione di sua competenza della immigrazione clandestina, nella piena applicazione delle norme conseguenti» e sentiti gli enti territoriali interessati, un criterio di equa e sostenibile attribuzione in tutto il territorio nazionale degli immigrati che risultassero irregolari e dei richiedenti asilo;

            4) a superare l'attuale gestione degli immigrati irregolari mediante il sistema di accoglienza diffusa sull'intero territorio nazionale previsto nei citati accordi del 30 marzo e del 6 aprile;

            5) ad avviare, insieme alle Regioni e alle autonomie locali, ogni opportuna iniziativa verso le istituzioni europee volta a pianificare, in via generale, la gestione delle emergenze umanitarie e ad affrontare quella in atto;

            6) a garantire assistenza su tutto il territorio nazionale ai destinatari del permesso di soggiorno, di cui all'articolo 20 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, che opteranno per la permanenza in Italia;

            7) ad introdurre e disciplinare progetti di domiciliazione dei richiedenti la protezione sussidiaria presso cittadini comunitari o extracomunitari regolarmente soggiornanti che abbiano dichiarato la propria disponibilità all'accoglienza e alla presa in carico;

            8) a presentare entro dieci giorni il piano per l'accoglienza dei profughi attraverso il sistema di protezione civile nazionale, prevedendo fasi di attuazione per singola Regione e tenendo conto delle assegnazioni già realizzate in queste settimane, mantenendo così in ogni fase l'equa distribuzione sul territorio nazionale. Tale piano dovrà prevedere anche l'assistenza per gli immigrati a cui è riconosciuto il permesso di soggiorno ex art. 20 del decreto legislativo n. 286 del 1998. In relazione allo stesso piano dovrà, altresì, essere ripristinato, presso il Dipartimento nazionale della protezione civile un tavolo con la partecipazione della Protezione civile regionale, nonché di rappresentanti dell'Associazione nazionale Comuni italiani, dell'Unione Province italiane e delle Regioni, anche al fine di determinare e avere il quadro progressivo ed esatto delle presenze nell'ambito di tutto il territorio nazionale;

            9) ad assumere integralmente a proprio carico le risorse finanziarie necessarie a gestire la situazione emergenziale, avendo particolare attenzione: al fondo istituito presso il Dipartimento nazionale di protezione civile destinato a finanziare le attività del sistema di protezione civile su tutto il territorio nazionale; alla destinazione di risorse stabili e pluriennali ad un apposito fondo in favore dei Comuni che prendono in carico i minori stranieri non accompagnati; al finanziamento dei posti aggiuntivi messi a disposizione dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati;

            10) a riferire periodicamente nelle sedi parlamentari competenti circa lo stato di avanzamento delle azioni di accoglienza e delle problematiche ad esse connesse.

(1-00443) (28 giugno 2011)

V. testo corretto

PARDI, PEDICA, BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI. - Il Senato,

        premesso che:

            sin dai primi giorni del 2011, la quasi totalità dei Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo è stata investita da una crisi politica, sociale ed economica che ha portato anche ad azioni violente;

            seppur con sostanziali differenze da Paese a Paese, significativi moti popolari, sorti dapprima in Algeria, si sono estesi in Tunisia, Marocco, Egitto, Libia, Bahrein, Yemen e Siria;

            a seguito delle sollevazioni popolari sopra descritte, in Egitto ed in Tunisia, dopo l'allontanamento dei rispettivi capi di Stato, si sono instaurati nuovi e provvisori Governi di emergenza nazionale retti da membri delle Forze armate e da oppositori ai precedenti regimi, in attesa della indizione di libere elezioni;

            in Libia purtroppo, a seguito di altrettanto importanti sollevazioni contro il regime del colonnello Gheddafi e a causa della violenta risposta delle forze rimaste fedeli al Rais, è in corso, oramai da mesi, una vera e propria guerra civile;

            preso atto della situazione venutasi a creare, l'Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), con due risoluzioni del Consiglio di sicurezza, ha autorizzato l'applicazione di una No fly zone sulla Libia e acconsentito alla messa in campo di tutti i mezzi necessari per proteggere i civili dalle forze del leader libico Muammar Gheddafi;

            a seguito di ciò, come è noto, è scattata l'operazione Odissey Dawn (Odissea all'alba), alla quale il nostro Paese ha da subito contribuito, nonostante una iniziale incertezza sul comando, poi superata in quanto la stessa è stata ricondotta sotto il controllo delle Forze armate della Nato;

            premesso inoltre che dapprima le Commissioni Affari esteri e Difesa e successivamente le assemblee di Camera e Senato hanno approvato atti di indirizzo che autorizzavano il Governo, in base alle risoluzione dell'ONU sulla Libia, a concedere l'uso delle basi militari in territorio italiano ed a mettere in campo le misure necessarie a proteggere i civili;

        considerato che:

            sul territorio dell'Unione europea (UE) vi sono più di 18 milioni di cittadini extracomunitari regolarmente residenti - pari a quasi il 4 per cento della popolazione europea - e più di 8 milioni di migranti irregolari o clandestini, provenienti principalmente dall'Africa e dal Sud-Est asiatico;

            la 3 Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione) del Senato, già nell'anno 2009 ha esaminato l'atto comunitario n. 17 relativo al rafforzamento dell'approccio globale in materia di migrazione, ed ha approvato all'unanimità una risoluzione (Doc. XVIII, n. 16), che impegnava il Governo: «a cooperare con gli altri paesi dell'Unione europea per un governo europeo dei fenomeni migratori, affiancato da un nuovo modello di governance, che coinvolga tanto i Paesi di origine, quanto quelli di destinazione dei flussi migratori, promuovendo intese e forme comuni di disciplina; a utilizzare a pieno gli strumenti della cooperazione allo sviluppo con i Paesi di origine e di transito, nella prospettiva di una più efficace partnership che favorisca le sinergie tra le migrazioni e lo sviluppo»;

            il Consiglio europeo, sempre nell'anno 2009, ha approvato il Programma di Stoccolma, per il periodo 2010-2014, il quale indica la tabella di marcia per tutti gli aspetti riguardanti le questioni libertà, sicurezza e giustizia, con capitoli specifici dedicati all'immigrazione ed al diritto d'asilo;

            riguardo alle innumerevoli problematiche inerenti all'immigrazione, il Programma di Stoccolma ha riaffermato il principio che il necessario rafforzamento dei controlli alle frontiere non dovrà in alcun modo ostacolare l'accesso ai sistemi di protezione delle persone che ne hanno diritto, con particolare riguardo ai bisogni dei minori non accompagnati e ad altri gruppi di persone in situazione di vulnerabilità;

            il Trattato di Lisbona, in vigore da più di un anno e mezzo, pur confermando l'impegno dell'Unione europea ad elaborare una politica comune per l'immigrazione, non ha assegnato all'UE competenze normative sull'ingresso di migranti per motivi di lavoro, lasciando questa materia cruciale integralmente alla competenza dei singoli Stati membri;

            si ricorda, peraltro, che l'articolo 4 del Protocollo aggiuntivo alla CEDU, firmato a Strasburgo il 16 settembre 1963, e ribadito dalla Carta di Nizza nel 2000, vieta i respingimenti collettivi di stranieri;

        considerato inoltre che:

            la legge 15 luglio 2009, n. 94, recante «Disposizioni in materia di sicurezza pubblica», ha introdotto nell'ordinamento - attraverso un'integrazione al testo unico sull'immigrazione, di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998 - il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato;

            l'articolo 10 del medesimo testo unico sull'immigrazione prevede che il respingimento non può applicarsi nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l'asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l'adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari;

            in particolare l'articolo 19 dello stesso testo unico stabilisce che in nessun caso può disporsi il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, sesso, lingua, cittadinanza, religione, opinioni politiche, condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione;

            numerosi sono stati i casi - già elencati in numerosi atti a firma dei presentatori della presente mozione - nei quali migranti, senza precisazioni circa la presenza di minori di 18 anni, sono stati accompagnati coattamente dalla Capitaneria di porto - Guardia Costiera e dalla Guardia di finanza in Libia ed in Tunisia, senza che sia stato compiuto alcun accertamento volto ad appurare se tra gli stranieri respinti fossero richiedenti asilo: un accertamento non derogabile anche in considerazione degli eventi tragici degli ultimi mesi;

            l'art. 10 della Costituzione repubblicana sancisce solennemente che «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalle legge»;

        preso atto che:

            la Corte di giustizia dell'UE, poco meno di due mesi fa, ha sancito che il reato di clandestinità può compromettere la realizzazione dell'obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali, rilevando fra l'altro che la direttiva rimpatri (2008/115/CE) non era stata trasposta nell'ordinamento giuridico italiano entro il termine previsto, ma solo in data 23 giugno 2011;

            con il passare del tempo, l'impasse che si è determinata in Libia - anche in ragione del fatto che è stato escluso, giustamente, qualsiasi intervento di occupazione terrestre da parte di truppe straniere - è evidente a tutti gli osservatori internazionali ed è quindi sempre più urgente e necessario porre in essere azioni concrete per salvaguardare i diritti dei migranti;

            la Costituzione vincola solennemente l'ordinamento alla solidarietà internazionale. Tale impegno non può che realizzarsi attraverso l'emanazione di disposizioni in tutto coincidenti con le norme del diritto internazionale, sia scritte sia derivanti dalla consuetudine e riconosciute dalla comunità internazionale;

        preso atto inoltre che:

            il Consiglio europeo del 23 e 24 giugno 2011 ha dedicato, come previsto, particolare attenzione al problema dei migranti stabilendo che: a) le frontiere esterne dell'Europa devono essere gestite in modo efficace e coerente, in base a responsabilità comune, solidarietà e maggiore cooperazione pratica; b) dovrebbe essere introdotto un meccanismo per far fronte a situazioni eccezionali per poter assistere uno Stato membro confrontato a una forte pressione alle frontiere esterne, senza compromettere il principio della libera circolazione delle persone e su tale meccanismo si attende una proposta della Commissione per il settembre 2011; c) occorre monitorare costantemente il funzionamento di Frontex e delle altre agenzie per garantire che continuino ad aiutare efficacemente gli Stati membri nella gestione delle frontiere esterne, nella lotta contro l'immigrazione illegale e nella gestione dei profughi. In linea con il programma di Stoccolma sarà ulteriormente sviluppato il quadro di cooperazione tra le guardie di frontiera nazionali e la Commissione dovrà presentare ulteriori idee al riguardo entro la fine dell'anno; d) saranno sviluppati partenariati con i Paesi del vicinato meridionale e orientale nel quadro della politica europea di vicinato; e) i recenti sviluppi hanno messo a dura prova la politica europea di asilo e sono quindi necessarie procedure sicure ed efficaci in materia di asilo per coloro che hanno bisogno di protezione. Ciò richiede a sua volta che sia pienamente applicato l'acquis dell'UE in questo settore, mentre è essenziale che il sistema europeo comune di asilo (CEAS) sia ultimato entro il 2012;

            ritenuto che, in virtù del principio di solidarietà, contro un fenomeno migratorio di massa, scaturente dalla situazione emergenziale delle aree geografiche sin qui citate, occorra porre in essere azioni a livello comunitario ed internazionale, non essendo pensabile che l'intero fenomeno possa gravare solo sull'Italia,

        impegna il Governo:

            1) sul piano nazionale a:

                sospendere immediatamente la pratica del cosiddetto respingimento, in attuazione dei trattati internazionali già oggi vigenti ed alla luce dei recentissimi pronunciamenti della Corte di giustizia dell'UE, i quali indicano detta pratica quale compromettente il fine di realizzare una politica di allontanamenti nel rispetto dei diritti fondamentali della persona;

                migliorare sensibilmente le condizioni dei migranti sistemati nei centri di accoglienza, nei centri identificazione ed espulsione e nei centri accoglienza dei richiedenti asilo - oggi ridotti a veri e propri lager di Stato - permettendo il monitoraggio delle situazioni esistenti, non solo ai parlamentari della Repubblica (tema richiamato nell'interrogazione a risposta orale 3-02041), ma anche a tutte le organizzazioni ed enti riconosciuti, a carattere assistenziale e umanitario, che possano portare il loro contributo agli ospiti di detti centri;

                valutare l'opportunità di promuovere e sostenere fattivamente proposte di modifica della normativa vigente in materia di immigrazione, prevedendo - in applicazione del dettato dei trattati e delle convenzioni sopra menzionati, cui l'Italia partecipa, oltre che in applicazione delle determinazioni adottate dal Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre 2009 - un essenziale coordinamento tra le attività poste in essere nel Paese e le attività svolte sia dall'agenzia Frontex che dall'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo, al fine di offrire concreta protezione per le persone e i gruppi vulnerabili, con particolare riguardo all'accoglienza dei minori non accompagnati;

                voler intraprendere, con urgenza, iniziative anche di carattere normativo volte a modificare talune disposizioni della legge 15 luglio 2009, n. 94 - peraltro criticate formalmente dal Presidente della Repubblica in sede di promulgazione - con particolare riferimento all'abrogazione dell'art. 1 (commi 16 e 17) nella parte in cui ha introdotto il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato in quanto esso punisce non il solo ingresso, ma anche la permanenza nel territorio dello Stato. Tale reato non risulta compatibile con il dettato costituzionale;

                a destinare adeguati finanziamenti e mezzi: a) al fine di accogliere e meglio gestire l'arrivo dei migranti sulle coste meridionali del Paese, monitorando e garantendo la sicurezza stessa dell'Italia da eventuali infiltrazioni terroristiche e malavitose; b) al fine di ripristinare i fondi per la cooperazione allo sviluppo;

            2) sul piano comunitario ed internazionale a:

                continuare a fornire il proprio contributo, per tramite di missioni umanitarie, al fine di migliorare le condizioni di vita dei migranti presenti al confine tra Libia e Tunisia, dove, dopo una prima emergenza sanitaria, si continuano ad assembrare grandi quantità di profughi dalla Libia e non solo;

                chiedere all'UE l'attuazione della direttiva 2001/55/CE del Consiglio, del 20 luglio 2001, sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell'equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell'accoglienza degli stessi - che già prevede, in caso di afflusso consistente di sfollati, la condivisione europea delle responsabilità e la possibilità di usufruire di programmi finanziari specifici per fronteggiare situazioni di emergenza;

                sollecitare la Commissione europea ad attivare il Consiglio - ai sensi dell'articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) - al fine di adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati da un afflusso improvviso di cittadini di Paesi terzi;

                sostenere fattivamente l'essenziale azione svolta sia dall'agenzia Frontex che dall'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo, coordinando con essi le attività da porre in essere al fine primario di tutelare i diritti dei migranti;

                elaborare proposte relative all'accoglienza dei migranti sulle coste italiane, assicurandosi che le iniziative preventivate al Consiglio europeo di Bruxelles del 23 e 24 giugno diventino esecutive nel più breve tempo possibile.

(1-00443) (testo corretto) (29 giugno 2011)

Respinta

PARDI, PEDICA, BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI. - Il Senato,

        premesso che:

            sin dai primi giorni del 2011, la quasi totalità dei Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo è stata investita da una crisi politica, sociale ed economica che ha portato anche ad azioni violente;

            seppur con sostanziali differenze da Paese a Paese, significativi moti popolari, sorti dapprima in Algeria, si sono estesi in Tunisia, Marocco, Egitto, Libia, Bahrein, Yemen e Siria;

            a seguito delle sollevazioni popolari sopra descritte, in Egitto ed in Tunisia, dopo l'allontanamento dei rispettivi capi di Stato, si sono instaurati nuovi e provvisori Governi di emergenza nazionale retti da membri delle Forze armate e da oppositori ai precedenti regimi, in attesa della indizione di libere elezioni;

            in Libia purtroppo, a seguito di altrettanto importanti sollevazioni contro il regime del colonnello Gheddafi e a causa della violenta risposta delle forze rimaste fedeli al Rais, è in corso, oramai da mesi, una vera e propria guerra civile;

            preso atto della situazione venutasi a creare, l'Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), con due risoluzioni del Consiglio di sicurezza, ha autorizzato l'applicazione di una No fly zone sulla Libia e acconsentito alla messa in campo di tutti i mezzi necessari per proteggere i civili dalle forze del leader libico Muammar Gheddafi;

            a seguito di ciò, come è noto, è scattata l'operazione Odissey Dawn (Odissea all'alba), alla quale il nostro Paese ha da subito contribuito, nonostante una iniziale incertezza sul comando, poi superata in quanto la stessa è stata ricondotta sotto il controllo delle Forze armate della Nato;

            premesso inoltre che dapprima le Commissioni Affari esteri e Difesa e successivamente le assemblee di Camera e Senato hanno approvato atti di indirizzo che autorizzavano il Governo, in base alle risoluzione dell'ONU sulla Libia, a concedere l'uso delle basi militari in territorio italiano ed a mettere in campo le misure necessarie a proteggere i civili;

        considerato che:

            sul territorio dell'Unione europea (UE) vi sono più di 18 milioni di cittadini extracomunitari regolarmente residenti - pari a quasi il 4 per cento della popolazione europea - e più di 8 milioni di migranti irregolari o clandestini, provenienti principalmente dall'Africa e dal Sud-Est asiatico;

            la 3 Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione) del Senato, già nell'anno 2009 ha esaminato l'atto comunitario n. 17 relativo al rafforzamento dell'approccio globale in materia di migrazione, ed ha approvato all'unanimità una risoluzione (Doc. XVIII, n. 16), che impegnava il Governo: «a cooperare con gli altri paesi dell'Unione europea per un governo europeo dei fenomeni migratori, affiancato da un nuovo modello di governance, che coinvolga tanto i Paesi di origine, quanto quelli di destinazione dei flussi migratori, promuovendo intese e forme comuni di disciplina; a utilizzare a pieno gli strumenti della cooperazione allo sviluppo con i Paesi di origine e di transito, nella prospettiva di una più efficace partnership che favorisca le sinergie tra le migrazioni e lo sviluppo»;

            il Consiglio europeo, sempre nell'anno 2009, ha approvato il Programma di Stoccolma, per il periodo 2010-2014, il quale indica la tabella di marcia per tutti gli aspetti riguardanti le questioni libertà, sicurezza e giustizia, con capitoli specifici dedicati all'immigrazione ed al diritto d'asilo;

            riguardo alle innumerevoli problematiche inerenti all'immigrazione, il Programma di Stoccolma ha riaffermato il principio che il necessario rafforzamento dei controlli alle frontiere non dovrà in alcun modo ostacolare l'accesso ai sistemi di protezione delle persone che ne hanno diritto, con particolare riguardo ai bisogni dei minori non accompagnati e ad altri gruppi di persone in situazione di vulnerabilità;

            il Trattato di Lisbona, in vigore da più di un anno e mezzo, pur confermando l'impegno dell'Unione europea ad elaborare una politica comune per l'immigrazione, non ha assegnato all'UE competenze normative sull'ingresso di migranti per motivi di lavoro, lasciando questa materia cruciale integralmente alla competenza dei singoli Stati membri;

            si ricorda, peraltro, che l'articolo 4 del Protocollo aggiuntivo alla CEDU, firmato a Strasburgo il 16 settembre 1963, e ribadito dalla Carta di Nizza nel 2000, vieta i respingimenti collettivi di stranieri;

        considerato inoltre che:

            la legge 15 luglio 2009, n. 94, recante «Disposizioni in materia di sicurezza pubblica», ha introdotto nell'ordinamento - attraverso un'integrazione al testo unico sull'immigrazione, di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998 - il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato;

            l'articolo 10 del medesimo testo unico sull'immigrazione prevede che il respingimento non può applicarsi nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l'asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l'adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari;

            in particolare l'articolo 19 dello stesso testo unico stabilisce che in nessun caso può disporsi il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, sesso, lingua, cittadinanza, religione, opinioni politiche, condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione;

            numerosi sono stati i casi - già elencati in numerosi atti a firma dei presentatori della presente mozione - nei quali migranti, senza precisazioni circa la presenza di minori di 18 anni, sono stati accompagnati coattamente dalla Capitaneria di porto - Guardia Costiera e dalla Guardia di finanza in Libia ed in Tunisia, senza che sia stato compiuto alcun accertamento volto ad appurare se tra gli stranieri respinti fossero richiedenti asilo: un accertamento non derogabile anche in considerazione degli eventi tragici degli ultimi mesi;

            l'art. 10 della Costituzione repubblicana sancisce solennemente che «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalle legge»;

        preso atto che:

            la Corte di giustizia dell'UE, poco meno di due mesi fa, ha sancito che il reato di clandestinità può compromettere la realizzazione dell'obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali, rilevando fra l'altro che la direttiva rimpatri (2008/115/CE) non era stata trasposta nell'ordinamento giuridico italiano entro il termine previsto, ma solo in data 23 giugno 2011;

            con il passare del tempo, l'impasse che si è determinata in Libia - anche in ragione del fatto che è stato escluso, giustamente, qualsiasi intervento di occupazione terrestre da parte di truppe straniere - è evidente a tutti gli osservatori internazionali ed è quindi sempre più urgente e necessario porre in essere azioni concrete per salvaguardare i diritti dei migranti;

            la Costituzione vincola solennemente l'ordinamento alla solidarietà internazionale. Tale impegno non può che realizzarsi attraverso l'emanazione di disposizioni in tutto coincidenti con le norme del diritto internazionale, sia scritte sia derivanti dalla consuetudine e riconosciute dalla comunità internazionale;

        preso atto inoltre che:

            il Consiglio europeo del 23 e 24 giugno 2011 ha dedicato, come previsto, particolare attenzione al problema dei migranti stabilendo che: a) le frontiere esterne dell'Europa devono essere gestite in modo efficace e coerente, in base a responsabilità comune, solidarietà e maggiore cooperazione pratica; b) dovrebbe essere introdotto un meccanismo per far fronte a situazioni eccezionali per poter assistere uno Stato membro confrontato a una forte pressione alle frontiere esterne, senza compromettere il principio della libera circolazione delle persone e su tale meccanismo si attende una proposta della Commissione per il settembre 2011; c) occorre monitorare costantemente il funzionamento di Frontex e delle altre agenzie per garantire che continuino ad aiutare efficacemente gli Stati membri nella gestione delle frontiere esterne, nella lotta contro l'immigrazione illegale e nella gestione dei profughi. In linea con il programma di Stoccolma sarà ulteriormente sviluppato il quadro di cooperazione tra le guardie di frontiera nazionali e la Commissione dovrà presentare ulteriori idee al riguardo entro la fine dell'anno; d) saranno sviluppati partenariati con i Paesi del vicinato meridionale e orientale nel quadro della politica europea di vicinato; e) i recenti sviluppi hanno messo a dura prova la politica europea di asilo e sono quindi necessarie procedure sicure ed efficaci in materia di asilo per coloro che hanno bisogno di protezione. Ciò richiede a sua volta che sia pienamente applicato l'acquis dell'UE in questo settore, mentre è essenziale che il sistema europeo comune di asilo (CEAS) sia ultimato entro il 2012;

            ritenuto che, in virtù del principio di solidarietà, di fronte ad un fenomeno migratorio di massa, scaturente dalla situazione emergenziale delle aree geografiche sin qui citate, occorra porre in essere azioni a livello comunitario ed internazionale, non essendo pensabile che l'intero fenomeno possa gravare solo sull'Italia,

        impegna il Governo:

            1) sul piano nazionale a:

                sospendere immediatamente la pratica del cosiddetto respingimento, in attuazione dei trattati internazionali già oggi vigenti ed alla luce dei recentissimi pronunciamenti della Corte di giustizia dell'UE, i quali indicano detta pratica quale compromettente il fine di realizzare una politica di allontanamenti nel rispetto dei diritti fondamentali della persona;

                migliorare sensibilmente le condizioni dei migranti sistemati nei centri di accoglienza, nei centri identificazione ed espulsione e nei centri accoglienza dei richiedenti asilo - oggi ridotti a veri e propri lager di Stato - permettendo il monitoraggio delle situazioni esistenti, non solo ai parlamentari della Repubblica (tema richiamato nell'interrogazione a risposta orale 3-02041), ma anche a tutte le organizzazioni ed enti riconosciuti, a carattere assistenziale e umanitario, che possano portare il loro contributo agli ospiti di detti centri;

                valutare l'opportunità di promuovere e sostenere fattivamente proposte di modifica della normativa vigente in materia di immigrazione, prevedendo - in applicazione del dettato dei trattati e delle convenzioni sopra menzionati, cui l'Italia partecipa, oltre che in applicazione delle determinazioni adottate dal Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre 2009 - un essenziale coordinamento tra le attività poste in essere nel Paese e le attività svolte sia dall'agenzia Frontex che dall'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo, al fine di offrire concreta protezione per le persone e i gruppi vulnerabili, con particolare riguardo all'accoglienza dei minori non accompagnati;

                voler intraprendere, con urgenza, iniziative anche di carattere normativo volte a modificare talune disposizioni della legge 15 luglio 2009, n. 94 - peraltro criticate formalmente dal Presidente della Repubblica in sede di promulgazione - con particolare riferimento all'abrogazione dell'art. 1 (commi 16 e 17) nella parte in cui ha introdotto il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato in quanto esso punisce non il solo ingresso, ma anche la permanenza nel territorio dello Stato. Tale reato non risulta compatibile con il dettato costituzionale;

                a destinare adeguati finanziamenti e mezzi: a) al fine di accogliere e meglio gestire l'arrivo dei migranti sulle coste meridionali del Paese, monitorando e garantendo la sicurezza stessa dell'Italia da eventuali infiltrazioni terroristiche e malavitose; b) al fine di ripristinare i fondi per la cooperazione allo sviluppo;

            2) sul piano comunitario ed internazionale a:

                continuare a fornire il proprio contributo, per tramite di missioni umanitarie, al fine di migliorare le condizioni di vita dei migranti presenti al confine tra Libia e Tunisia, dove, dopo una prima emergenza sanitaria, si continuano ad assembrare grandi quantità di profughi dalla Libia e non solo;

                chiedere all'UE l'attuazione della direttiva 2001/55/CE del Consiglio, del 20 luglio 2001, sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell'equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell'accoglienza degli stessi - che già prevede, in caso di afflusso consistente di sfollati, la condivisione europea delle responsabilità e la possibilità di usufruire di programmi finanziari specifici per fronteggiare situazioni di emergenza;

                sollecitare la Commissione europea ad attivare il Consiglio - ai sensi dell'articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) - al fine di adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati da un afflusso improvviso di cittadini di Paesi terzi;

                sostenere fattivamente l'essenziale azione svolta sia dall'agenzia Frontex che dall'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo, coordinando con essi le attività da porre in essere al fine primario di tutelare i diritti dei migranti;

                elaborare proposte relative all'accoglienza dei migranti sulle coste italiane, assicurandosi che le iniziative preventivate al Consiglio europeo di Bruxelles del 23 e 24 giugno diventino esecutive nel più breve tempo possibile.

Mozioni sulla mancata ratifica della Convenzione de L'Aja sui minori

(1-00336) (testo 2) (29 giugno 2011)

CARLINO, PEDICA, BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI. - Il Senato,

        premesso che:

            l'Italia ha firmato la convenzione de L'Aja del 19 ottobre 1996 sulla «competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l'esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori»;

            il nostro Paese avrebbe dovuto ratificare la convenzione, secondo la decisione del Consiglio del 5 giugno 2008 (2008/431/CE), entro il 5 giugno 2010;

            l'Italia non ha ancora provveduto alla ratifica di tale convenzione ed è quindi sotto esame da parte dell'Unione europea;

            tale convenzione, se ratificata, contribuirebbe a creare uno spazio giudiziario comune e permetterebbe di dare risposta ad un'infinità di situazioni problematiche, a tutt'oggi irrisolte, che vedono coinvolti migliaia di minori provenienti da situazioni familiari alquanto difficili;

        considerato che:

            la convenzione in esame aggiorna quella de L'Aja del 5 ottobre 1961, vigente in Italia, e prevede provvedimenti di protezione del minore e dei suoi beni, escludendo l'adozione, gli obblighi alimentari e la sottrazione dei minori già regolamentati da altre convenzioni internazionali;

            essa definisce gli ambiti di applicazione stabilendo quale sia lo Stato competente e le autorità in esso esistenti che devono proteggere il minore nei singoli casi specifici, anche in riferimento alla localizzazione fisica dello stesso minore in un determinato momento, anche al fine di adottare provvedimenti di urgenza, determinare le leggi applicabili, garantire l'esecuzione delle misure di protezione del minore, cooperare con altri Stati coinvolti nel caso;

            inoltre, prevede una procedura di consultazione - da parte dell'autorità competente a disporre le «misure di protezione della persona e dei beni del minore» (dello Stato di residenza del minore) - della «autorità centrale» dello Stato nel quale il provvedimento dovrà essere eseguito. L'articolo 33, comma 2, stabilisce infatti che «la decisione sul collocamento o l'assistenza potrà essere presa nello Stato richiedente solo se l'Autorità centrale dello Stato medesimo avrà approvato tale collocamento o assistenza, tenuto conto del superiore interesse del minore»;

            la Commissione europea considera questa convenzione estremamente importante per la protezione dei diritti dei minori nelle situazioni di custodia di tipo internazionale e che coinvolgono più Stati;

            tra l'altro, l'articolo 2 del trattato sull'Unione europea, come modificato dall'articolo 1 del trattato di Lisbona, in vigore dal 1º dicembre 2005, recita «L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore»;

            sebbene il Ministero dell'interno abbia posto inizialmente una riserva tecnica sulla kafala, evidenziando la necessità di verificarne la compatibilità con l'ordinamento italiano e le esigenze di tutela dei minori, in data 6 ottobre 2010 nel corso dello svolgimento di un'interrogazione a risposta immediata presso la III Commissione permanente (Affari esteri e comunitari) della Camera dei deputati relativa all'argomento, il Governo ha dichiarato che «il fatto che il Ministero dell'interno abbia sciolto - con riferimento alla sola kafala giudiziale - la riserva precedentemente posta, permette al Ministero della giustizia di riconvocare il tavolo interministeriale perché, nei tempi consentiti dagli ultimi necessari approfondimenti, possa essere completato il complesso concerto finalizzato al disegno di legge governativo di ratifica della Convenzione»;

            considerato inoltre che esiste il rischio che la Commissione europea attivi la procedura contro la violazione dei trattati, prevista dall'art. 258 del trattato sul funzionamento dell'UE (TFUE), nei confronti del nostro Paese e che l'Italia sia costretta, quindi, a presentarsi dinanzi alla Corte di giustizia dell'Unione europea e a pagare una probabile sanzione pecuniaria per il mancato rispetto del diritto comunitario,

        impegna il Governo a presentare, in tempi brevissimi e comunque non oltre il 2011, il disegno di legge di autorizzazione alla ratifica della convenzione de L'Aja.

(1-00442) (28 giugno 2011)

SERAFINI Anna Maria, AMATI, ANTEZZA, BASSOLI, CERUTI, GHEDINI, ADAMO, ARMATO, BASTICO, FRANCO Vittoria, INCOSTANTE, GARAVAGLIA Mariapia, PINOTTI. - Il Senato,

        premesso che:

            l'Italia è sotto esame per aver ignorato le indicazioni del Consiglio dell'Unione europea (UE) per la ratifica di un importante strumento per la tutela dei minori: la convenzione de L'Aja del 1996 concernente la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l'esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure per la tutela dei minori;

            secondo la decisione assunta dal Consiglio dell'UE del 5 giugno (2008/431/CE) l'Italia avrebbe dovuto provvedere alla ratifica di detta convenzione entro la data del 5 giugno 2010;

            a tutt'oggi l'Italia non ha provveduto a tale importante adempimento;

            la mancata ratifica da parte dell'Italia di tale convenzione lascia dunque trasparire il debole interesse del Governo in carica per gli obiettivi specifici cui la convenzione è finalizzata, di estrema importanza anche per il nostro Paese, e lascia ancora una volta senza risposte moltissimi bambini che aspettano di vedere riconosciuti all'estero, nel caso di trasferimento, i provvedimenti di protezione disposti dal proprio Paese di origine;

            la convenzione in esame, che aggiorna quella de L'Aja del 5 ottobre 1961 oggi vigente nel nostro Paese, è stata sottoscritta dall'Italia nel maggio 2003 e reca importanti provvedimenti di protezione del minore (che integrano quelli relativi a materie già regolamentate, come l'adozione, gli obblighi alimentari, la sottrazione dei minori, e altri) da adottarsi da parte degli Stati membri, oltre a porsi nell'ottica di contribuire alla costituzione di un comune spazio giudiziario;

            oggetto della convenzione sono tutti i provvedimenti di protezione del minore e dei suoi beni, ad eccezione dell'adozione (già regolamentata a livello internazionale dalla convenzione de L'Aja del 1993), degli obblighi alimentari (già regolamentati dalla convenzione de L'Aja del 1973), della sottrazione dei minori (già regolamentata da una convenzione del 1980) e di alcuni provvedimenti elencati nell'art. 4 (ad esempio in materia di successioni, previdenza sociale, decisioni sul diritto di asilo e in materia di immigrazione);

            la convenzione si applica in tutte le situazioni con elementi di internazionalità e ha i seguenti obiettivi specifici: 1) determinare quale Stato è competente ad adottare le misure volte alla protezione della persona o dei beni del minore; 2) determinare la competenza delle autorità del Paese in cui il minore si trova fisicamente per l'adozione di tutti provvedimenti d'urgenza; 3) determinare la legge applicabile dalle autorità competenti; 4) determinare in particolare qual è la legge applicabile alla responsabilità genitoriale; 5) garantire il riconoscimento e l'esecuzione delle misure di protezione del minore in tutti gli Stati contraenti; 6) stabilire una cooperazione fra gli Stati coinvolti nell'emanazione e nel riconoscimento dei provvedimenti su minori;

            la principale novità rispetto alla convenzione del 1961 consiste nella creazione di una autorità centrale e nell'istituzione di una procedura di consultazione fra le autorità dei due Paesi di residenza attuale e di residenza futura del minore (art. 33): ciò garantirà alle decisioni in materia minorile un riconoscimento il più possibile uniforme nei vari Stati con il superamento del limite territoriale dello Stato in cui il provvedimento è stato emesso;

            la ratifica di tale importante trattato consentirebbe all'Italia di dare finalmente una risposta a molteplici difficili situazioni che coinvolgono i molti minori nel nostro Paese e che si trascinano da tempo senza alcuna soluzione; migliaia sono infatti i minori che vivono oggi, in Italia, condizioni di difficoltà familiari: minori non accompagnati, bambini che provengono da Paesi colpiti da catastrofi naturali o conflitti, minori in kafalah (unico strumento di protezione e tutela dell'infanzia dei Paesi del Nord Africa) o in difficoltà familiari che non sono ancora stati adottati;

            in particolare, il mancato riconoscimento dell'istituto della kafalah non consente ai minori abbandonati provenienti dal Nord Africa di essere accolti dalle aspiranti famiglie adottive in Italia; la convenzione de L'Aja del 1996 aprirebbe invece la strada al riconoscimento delle misure di protezione che non hanno un corrispettivo in Italia;

        considerato che:

            la ratifica della convenzione consentirebbe, inoltre, all'Italia, di rispettare pienamente il trattato sull'Unione europea come modificato a Lisbona, che nel tutelare i minori afferma, all'articolo 2, che «l'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociale, la parità tra le donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela del diritti dei minore»;

            la convenzione, se applicata, avrà una portata storica perché permetterà di togliere da un limbo migliaia di minori in difficoltà familiare. Si tratta infatti dell'unico trattato che si applica alla quasi totalità dei provvedimenti relativi ai minori in difficoltà e che è stato creato per contribuire a fondare uno spazio giudiziario comune;

            l'Italia è parte dell'UE, la quale ha interesse alla ratifica della richiamata convenzione in quanto si tratta di una convenzione di natura «mista», che per alcuni aspetti ricade sotto la competenza dei singoli Stati membri (così la legge applicabile alla custodia e alle altre misure di protezione dell'infanzia) mentre per altri aspetti ricade nella competenza esterna esclusiva dell'UE nell'ambito dell'obiettivo della creazione di uno spazio giuridico comune all'interno dell'Unione (così la giurisdizione, il riconoscimento e l'esecuzione dei provvedimenti tra i vari Stati dell'UE);

            l'Italia ha ratificato la maggioranza degli strumenti internazionali volti alla protezione dell'infanzia e dei suoi diritti, fra cui merita particolare menzione la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, fatta a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dalla legge n. 176 del 1991, nel cui art. 3 si legge che «in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente»;

            l'importanza di tale convenzione è stata richiamata anche dalle 86 associazioni italiane attive per la difesa dei diritti dell'infanzia riunite nel «Gruppo CRC» ne «II rapporto supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia», pubblicato a novembre 2009 e diffuso in occasione della Conferenza nazionale sull'infanzia e l'adolescenza tenuta a Napoli;

        considerato, inoltre, che:

            a causa della mancata firma, l'Italia è già stata sollecitata dalla Commissione europea che ora chiede ai Paesi dell'UE di seguire il percorso fatto da Spagna e Gran Bretagna, che sono stati i primi due Paesi ad annunciare l'imminente ratifica;

            la succitata decisione del Consiglio dell'UE è vincolante e la Commissione europea, in applicazione dei poteri riconosciuti dall'art. 258 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), ha il potere di valutare l'inerzia da parte degli Stati membri oppure la mancanza di volontà di procedere alla ratifica, al fine di attivare la procedura prevista nel medesimo articolo contro la violazione dei trattati; esiste quindi il rischio che la Commissione europea attivi questa procedura contro l'Italia per la violazione dei trattati; tale procedura prevede una fase giudiziale dinanzi alla Corte di giustizia dell'UE e potrebbe anche comportare una sanzione pecuniaria per il mancato rispetto del diritto dell'UE;

            l'Italia non può più rinviare tale adempimento e deve procedere in tempi brevissimi alla ratifica della convenzione in esame; deve altresì approvare le norme necessarie all'attivazione delle procedure in essa previste, inclusa la nomina dell'autorità centrale, competente ai sensi della convenzione stessa, strumento principe di diritto internazionale per la protezione dei diritti dell'infanzia a livello europeo e internazionale,

        impegna il Governo a presentare con la massima urgenza il disegno di legge di autorizzazione alla ratifica della convezione de L'Aja del 1996 in materia di tutela dei minori e a sostenerne la rapida approvazione.

(1-00446) (28 giugno 2011)

ALLEGRINI, BALBONI, COLLI, FASANO, GALLONE, LICASTRO SCARDINO, MESSINA, RIZZOTTI, VICARI, TOMASSINI. - Il Senato,

        premesso che:

            il 19 ottobre 1996, nell'ambito della Conferenza de L'Aja sul diritto internazionale privato, è stata redatta una convenzione riguardante la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l'esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori;

            la Convenzione reca importanti provvedimenti di protezione internazionale dei minori adottati all'estero che integrano quelli relativi a materie già regolamentate (come, ad esempio, quelli sull'adozione internazionale, la sottrazione di minori, gli obblighi alimentari, eccetera);

            attraverso la ratifica gli Stati membri si impegnano, in particolare: a dare il proprio contributo per creare uno spazio comune giudiziario, con la conseguente riduzione dei conflitti tra le varie legislazioni, e a costituire vie di comunicazione tra le autorità dei Paesi di origine e di quelli di destinazione dei minori adottati; a determinare quale Stato è competente ad adottare le misure volte alla protezione della persona o dei beni del minore e la competenza delle autorità del Paese in cui il minore si trova fisicamente per l'adozione di tutti provvedimenti d'urgenza; a individuare la legge applicabile dalle autorità competenti e la legge applicabile alla responsabilità genitoriale; infine, a garantire il riconoscimento e l'esecuzione delle misure di protezione del minore in tutti gli Stati contraenti e stabilire una cooperazione fra gli Stati coinvolti nell'emanazione e nel riconoscimento dei provvedimenti su minori;

        considerato che:

            l'Italia, già firmataria della Convenzione de L'Aja del 5 ottobre 1961 e di molti altri trattati internazionali in materia di infanzia e dei suoi diritti, ha sottoscritto la più aggiornata Convenzione de L'Aja del 1996 nel mese di maggio 2003, ma, ad oggi, non ha ancora proceduto alla ratifica della Convenzione, nonostante sia stata formalmente invitata ad adempiere con la decisione del Consiglio europeo 2008/431/CE, «se possibile anteriormente al 5 giugno 2010»;

            il 6 ottobre 2010 in sede di discussione in Commissione Affari esteri e comunitari alla Camera dell'atto di sindacato ispettivo 5-03535, sarebbe emerso che la principale difficoltà nel processo di ratifica discenderebbe dal riconoscimento della kafala previsto nella Convenzione;

            la kafala è istituto giuridico di diritto islamico, presente nella maggior parte dei Paesi musulmani, attraverso il quale un giudice affida la protezione e la cura di un minore ad un altro soggetto (detto kafil) che non ne sia il proprio genitore naturale, nella maggior parte dei casi un parente che curerà la crescita e l'istruzione del minore;

            nel corso della discussione dell'atto di sindacato ispettivo citato, sarebbe emersa, altresì, la necessità di verificarne la compatibilità con l'ordinamento italiano e le esigenze di tutela dei minori; in particolare, lo strumento di ratifica dovrebbe indicare le condizioni e le procedure per l'ingresso in Italia dei minori affidati in kafala a coppie italiane;

            secondo un consolidato orientamento della Cassazione tale istituto sarebbe conforme ai principi del nostro ordinamento solo nel caso in cui l'affidamento avvenga in forza di un provvedimento, anche autorizzatorio, dell'autorità giudiziaria locale (cosiddetta kafala giudiziale);

            al fine di approfondire le modalità della ratifica da parte dell'Italia alla Convenzione de L'Aja si è costituito un tavolo interministeriale coordinato dal Ministero della giustizia a cui partecipano, tra gli altri, i rappresentanti del Ministero degli affari esteri, dell'interno, del lavoro e delle politiche sociali, della salute e per le pari opportunità, il quale, attraverso una serie di affinamenti e di modifiche su alcuni punti del testo ancora in discussione, sembra che stia procedendo con il massimo impegno alla definizione di un testo finale condiviso da portare in Consiglio dei ministri;

        preso atto che:

            l'entrata in vigore di una legge di ratifica della Convenzione de L'Aja del 1996 in Italia consentirebbe di trovare una lieta soluzione ad un numero considerevole di situazioni irrisolte di bambini in difficoltà familiare, bambini che provengono da Paesi colpiti da calamità naturali o eventi bellici, minori in kafala;

            la kafala viene espressamente citata nell'articolo 20 della Convenzione internazionale delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 ed entrata in vigore il 2 settembre 1990 (che l'Italia ha ratificato la Convenzione con la legge 27 maggio 1991, n. 176), quando si afferma che la protezione sostitutiva prevista dagli Stati può in particolare «concretizzarsi per mezzo di sistemazione in una famiglia, della kafalah di diritto islamico, dell'adozione o in caso di necessità, del collocamento in un adeguato istituto per l'infanzia»;

            il 14 luglio 2010 il Comitato per l'Islam italiano, presieduto dal Ministro dell'interno Roberto Maroni, ha espresso il proprio parere sulla ratifica dell'Italia alla Convenzione de L'Aja sottolineando come il riconoscimento della kafala possa costituire un prezioso passaggio nel favorire l'armonico inserimento nel tessuto sociale italiano di «quanti si riconoscono nella fede islamica». Inoltre, il Comitato ha evidenziato l'opportunità che nella legge di recepimento sia garantita ai minori che vengano affidati attraverso questo istituto ad adulti residenti in Italia, la medesima tutela di cui godono gli altri minori; a tal fine, è stato auspicato che il compito di accordare l'assenso previsto dall'art. 33 della Convenzione, sia demandato al Tribunale per i minori, che, ove si proceda ad affidamento di minori abbandonati, eserciterà i controlli che sono previsti in caso di adozione internazionale;

        ritenuto che:

            la Convenzione del 1989, in quanto dotata di valenza obbligatoria e vincolante, obbliga gli Stati che l'hanno ratificata a uniformare le norme di diritto interno a quelle della Convenzione e ad attuare tutti i provvedimenti necessari ad assistere i genitori e le istituzioni nell'adempimento dei loro obblighi nei confronti dei minori;

            la ratifica della Convenzione de L'Aja del 1996 consentirebbe, inoltre, all'Italia di rispettare pienamente anche il Trattato di Lisbona, che, nel tutelare i minori afferma all'articolo 2, comma 3, che «L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociale, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra generazioni e la tutela dei diritti del minore»,

        impegna il Governo ad attivarsi affinché le indicazioni, le criticità e le limitazioni emerse in seno al citato Comitato interministeriale trovino la giusta sintesi in un disegno di legge di ratifica della Convenzione de L'Aja del 1996 da sottoporre quanto prima al Consiglio dei ministri.

(1-00447) (28 giugno 2011)

ADERENTI, BOLDI, RIZZI, BODEGA, MAZZATORTA, VALLARDI, VALLI, CAGNIN. - Il Senato,

        premesso che:

            la convenzione de L'Aja del 19 ottobre 1996 sulla «competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l'esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori» firmata dall'Italia nel maggio 2003 non è stata ancora ratificata;

            la ratifica della convenzione in esame sarebbe dovuta avvenire entro il 2010. Infatti, in seguito alla decisione del Consiglio dell'Unione europea (UE) del 5 giugno 2008 (2008/431/CE) l'Italia, fra altri Stati, è stata autorizzata alla ratifica stessa, preferibilmente, entro il 5 giugno 2010, con necessità di uno scambio di informazioni in seno al Consiglio e con la Commissione, entro il 5 dicembre 2009, al fine di procedere al deposito simultaneo delle firme di ratifica;

            l'Italia non avendo ancora provveduto alla ratifica di tale convenzione è sotto esame da parte dell'UE e corre il rischio che vengano attivate le procedure contro la violazione dei trattati, previste dall'art. 258 del trattato sul funzionamento dell'UE (TFUE);

            ad oggi la maggior parte degli Stati dell'UE fanno già parte della convenzione. Tra i Paesi che ancora non hanno provveduto alla ratifica si segnalano la Gran Bretagna e la Svezia che però, a differenza del nostro Paese, hanno avviato il processo legislativo interno che porterà alla ratifica della convenzione;

            la ratifica della convenzione in oggetto che costituisce l'aggiornamento di quella del 1961, oggi vigente in Italia, contribuirebbe a potenziare le politiche di tutela dei minori sviluppando una cooperazione giudiziaria tra gli Stati membri e condizionando i provvedimenti stranieri in tema di misure di protezione della persona e dei beni del minore al rispetto di una procedura che prevede la consultazione da parte dell'autorità giudiziaria competente dello Stato di residenza del minore;

            come si evince dal combinato disposto degli articoli 7, 8, 10, 16, 23, 26, 28, 31, 35 e 36, la presente convenzione assume una importanza strategica per quanto concerne la protezione dei minori nelle situazioni di custodia di tipo internazionale che coinvolgono i diversi Stati;

            il ritardo accumulato dal nostro Paese deve essere ricondotto in modo particolare al problema relativo il riconoscimento formale inserito nella convenzione in oggetto dell'istituto della kafala. Il Ministero dell'interno, infatti, inizialmente, ha posto una riserva tecnica in merito a tale istituto e alle conseguenti difficoltà oggettive che sarebbero scaturite da un riconoscimento tout court senza una preventiva regolamentazione e disciplina;

            l'istituto di diritto islamico della kafala trae la sua origine dal Corano che non ammette che possano essere rescissi integralmente i legami tra il minore adottato e la sua famiglia di origine;

            nei Paesi islamici l'adozione legittimante è espressamente vietata dal Corano perché rescinde i legami tra il minore e la sua famiglia, pertanto l'unico strumento di protezione del minore abbandonato è la kafala;

            è necessario ricordare che l'istituto della kafala che presenta dei tratti molto simili ad una sorta di affidamento illimitato o sine die è espressamente richiamato nella convenzione ONU del 1989;

            il Ministero dell'interno, in conformità con un consolidato orientamento della Cassazione, è intervenuto di recente con atti formali in merito all'istituto della kafala evidenziando la conformità ai principi del nostro ordinamento giuridico solo nel caso in cui l'affidamento avvenga in forza di un provvedimento, anche autorizzato, dell'autorità giudiziaria locale (kafala giudiziale) e non in base ad un semplice accordo di diritto privato tra le parti (kafala consensuale);

            in data 6 ottobre 2010, nel corso dello svolgimento di un'interrogazione a risposta immediata presso la III Commissione permanente (Affari esteri e comunitari) della Camera dei deputati relativa all'argomento, il Governo ha dichiarato che lo scioglimento della riserva precedentemente posta da parte del Ministero dell'interno con riferimento alla sola kafala giudiziale, permette che vengano ripresi i lavori di concerto tra Ministeri interessati per il completamento del testo del disegno di legge governativo di ratifica della convenzione;

            in seguito, il Governo, in data 22 dicembre 2010, in risposta ad una interrogazione a risposta immediata presentata presso la III Commissione della Camera dei deputati, ha rappresentato la ripresa dei lavori per la formulazione del disegno di legge di ratifica della convenzione,

        impegna il Governo:

            ad attivare le procedure necessarie di competenza al fine di adempiere in tempi brevi alla ratifica della convenzione de L'Aja del 19 ottobre 1996;

            ad introdurre nel testo del disegno di legge governativo di ratifica della Convenzione, secondo le indicazioni già formulate e presentate ufficialmente dal Ministero dell'interno nel tavolo di lavoro che vede coinvolti i Ministeri interessati per il completamento di detto disegno di legge, una particolare disciplina in relazione al riconoscimento dell'istituto della kafala .

Allegato B

Integrazione alla dichiarazione di voto del senatore Pedica sul disegno di legge n. 2623

Signor Presidente, colleghi, intervengo brevemente al fine di rappresentare il favore del mio Gruppo sull'Atto Senato in questione, relativo alla ratifica dell'Accordo di partenariato tra gli Stati del Cariforum e la Comunità europea. Ritengo positiva la continuazione del processo di cooperazione iniziato quasi 15 anni fa per mettere in atto azioni volte a combattere la povertà, a creare relazioni economico-commerciali e migliorare la cooperazione finanziaria.

Come già riportato nella relazione illustrativa che accompagna il provvedimento, e come ribadito nella relazione del presidente Dini in Commissione prima ed in questa Aula poi, l'Accordo di cui trattasi, sottoscritto nel 2008, serve ad ampliare e migliorare le relazioni economiche tra l'Unione europea e i 79 Stati di Africa, Caraibi e Pacifico.

Senza ritornare sui meritori intenti che detto Atto si propone di realizzare, ma solo sottolineando la natura di Accordo di partenariato dell'Atto stesso, ricordo ai colleghi che in questo Accordo sono inclusi tantissimi Stati dei Caraibi, tra i quali Antigua, Paese caro al Presidente del Consiglio.

Orbene, senza ricordare i già noti investimenti immobiliari oscuri del Presidente del Consiglio in quel Paese, senza ricordare che detti investimenti immobiliari sono stati pagati con i soldi del contribuente che, per tramite della SACE, ha visto svanire oltre 70 milioni di euro di crediti, magicamente abbonati ad un paradiso fiscale, voglio rappresentare il favore dell'Italia dei Valori sull'Accordo in questione solo ed esclusivamente per i seguenti e semplici motivi: esso è teso al miglioramento delle suddette situazioni relative alla cooperazione; ad esso siamo tenuti in attuazione della nostra appartenenza all'Unione europea; oltre al paradiso fiscale già citato, ci sono anche Paesi davvero poveri come Haiti.

Tuttavia, signor Presidente, signor rappresentante del Governo, vi chiediamo di impegnarvi ad operare dei distinguo nell'attuazione di detto Accordo di partenariato, consci del fatto che l'Italia dei Valori vigilerà sugli atti posti in essere a seguito della ratifica di detto Accordo.

Per questi motivi, annuncio il voto favorevole, seppur condizionato, del Gruppo Italia dei Valori.

Dichiarazione di voto del senatore Filippi Alberto sul disegno di legge n. 2623

L'Accordo in esame riguarda il partenariato economico tra gli Stati del Cariforum (Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Dominica, Repubblica Dominicana, Grenada, Guyana, Haiti, Giamaica, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Saint Cristopher e Nevis, Suriname e Trinidad e Tobago) e l'Unione europea e i suoi Stati membri, sottoscritto il 15 ottobre 2008 nell'ambito della più ampia disciplina delle relazioni economiche tra l'Unione europea e i 79 Stati dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico.

Con la firma di un Accordo di partenariato economico, i Caraibi e l'Europa intendono far leva sui loro legami economici di lunga data al fine di promuovere la crescita, l'occupazione e lo sviluppo nella regione dei Caraibi.

L'intesa fa pieno uso delle disposizioni insite nelle regole dell'OMC (Organizzazione mondiale del commercio) che consentono ai Paesi in via di sviluppo di escludere certe merci dalla liberalizzazione, di proteggere industrie sensibili ed emergenti e di ricorrere a salvaguardie per tutelarsi contro impennate delle importazioni. Per più di un trentennio gli scambi tra l'Europa e i Caraibi si sono basati essenzialmente sulle "preferenze", una strategia non sostenibile nel lungo periodo.

L'Accordo contiene anche disposizioni volte a proteggere e a far valere gli standard ambientali e i diritti dei lavoratori, garantendo allo stesso tempo il diritto dei Paesi dei Caraibi a legiferare e a gestire i loro affari sovranamente.

Tale strumento ha lo scopo, quindi, di contrastare la povertà e favorire l'integrazione dei Paesi caraibici nell'economia mondiale, incentivando gli investimenti; pertanto, dichiaro il voto favorevole della Lega Nord.

VOTAZIONI QUALIFICATE EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Alberti Casellati, Augello, Bonino, Boscetto, Bricolo, Burgaretta Aparo, Calabro', Caliendo, Casoli, Castelli, Ciampi, Cutrufo, Davico, Dell'Utri, Gentile, Giovanardi, Mantica, Mantovani, Mugnai, Nespoli, Palma, Pera, Pisanu, Stancanelli, Thaler, Torri, Vicari, Viceconte e Villari.

E' assente per incarico ricevuto dal Senato il senatore Chiti, per attività di rappresentanza del Senato.

Disegni di legge, ritiro

Il senatore Stefano De Lillo ha dichiarato di ritirare, anche a nome degli altri cofirmatari, il disegno di legge: De Lillo ed altri. - "Corresponsione di borse di studio ai medici specializzandi ammessi alle scuole di specializzazione universitarie negli anni dal 1983 al 1991" (1262).

Governo, trasmissione di documenti

Il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, con lettera in data 24 giugno 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 3, comma 68, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, la relazione sullo stato della spesa, sull'efficacia nell'allocazione delle risorse nelle amministrazioni e sul grado di efficienza dell'azione amministrativa svolta dallo stesso Ministero, relativa all'anno 2010.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 1a, alla 5a e alla 9a Commissione permanente (Doc. CCVIII, n. 37).

Petizioni, annunzio

Sono state presentate le seguenti petizioni:

il signor Corrado Barone, di Avola (Siracusa), ed altri cittadini chiedono:

la riduzione del 50 per cento degli emolumenti e del vitalizio dei parlamentari e degli eletti negli enti locali (Petizione n. 1319);

l'adozione di un nuovo sistema elettorale che consenta agli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti in Parlamento (Petizione n. 1320).

Tali petizioni, ai sensi dell'articolo 140 del Regolamento, sono state trasmesse alle Commissioni competenti.

Interrogazioni, apposizione di nuove firme

I senatori Ciarrapico, Izzo, Latronico, Viespoli e Vicari hanno aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-02252 dei senatori Lauro ed altri.

Interrogazioni

BASTICO, BARBOLINI - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

con l'interrogazione 3-02123 del 3 maggio 2011 sono state rappresentate al Ministro in indirizzo le gravissime difficoltà in cui versa la scuola pubblica a causa delle riduzioni di organico previste dall'articolo 64 del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008;

particolarmente difficile è la situazione che si è venuta a creare nella provincia di Modena dove per il prossimo anno scolastico è stata prevista una riduzione di 121 docenti sull'organico di diritto, di cui 70 alle superiori, 42 alle medie e 11 alla primaria;

difficile è anche la situazione nella scuola dell'infanzia, dove a fronte di una richiesta di 16 posti aggiuntivi ne sono stati assegnati soltanto 2 in più rispetto allo scorso anno;

tali decisioni appaiono ancora più gravi ed incomprensibili se si considera il forte aumento della popolazione studentesca su tutto il territorio nazionale e, in particolare, nella provincia di Modena dove, rispetto allo scorso anno, nella scuola media a fronte di un aumento di 421 alunni, di cui 275 solo nelle classi prime, i posti assegnati in organico di diritto vengono ridotti di ben 42 unità; altrettanto grave è la situazione nelle scuole superiori della provincia dove sempre rispetto all'organico dello scorso anno è stato previsto un taglio di 70 unità: il taglio più pesante in tutta l'Emilia-Romagna;

i tagli precedentemente descritti determineranno una contrazione dell'offerta formativa nel territorio modenese, anche a danno dell'istruzione degli adulti. Si registrano, infatti, consistenti riduzioni di personale docente presso il Centro territoriale permanente (CTP) e la scuola media presso la casa circondariale Sant'Anna di Modena;

considerato che:

la ridefinizione dell'offerta formativa dell'istruzione per gli adulti deve collocarsi necessariamente e doverosamente nel quadro degli indirizzi emanati dall'Unione europea, in particolar modo dalla Conferenza internazionale di Amburgo del luglio 1997, dal Trattato di Lisbona del 2000 e dalla Strategia europea 2020 che, al contrario, spingono verso l'Italia verso un potenziamento dell'attuale offerta formativa al fine di colmare i ritardi accumulati dal nostro Paese nella costruzione del sistema integrato, finalizzato a promuovere l'apprendimento durante tutto l'arco della vita, per contrastare l'elevato rischio alfabetico;

in particolare presso il CTP di Modena, sebbene la normativa preveda 10 docenti ogni 120 iscritti, risultano in servizio 9 docenti a fronte di 1.981 iscritti, di cui 1.771 iscritti ai corsi d'alfabetizzazione e 179 iscritti alla scuola secondaria di primo grado;

inoltre, si apprende che il provveditorato avrebbe disposto la soppressione di molti corsi serali che fino ad oggi si sono svolti in diverse scuole del modenese tra cui Castelfranco, Sassuolo, Carpi e Modena, ad esclusione dell'istituto "Barozzi";

la prevista riduzione dell'organico risulterà particolarmente penalizzante per gli studenti, soprattutto quelli iscritti alle ultime classi, che hanno scelto di intraprendere un percorso formativo più difficoltoso ed impegnativo, indispensabile oggi più che mai per raggiungere una formazione di qualità e poter competere, anche a livello internazionale, con studenti provenienti da altre esperienze;

la prevista soppressione di numerose cattedre attualmente attive presso la casa circondariale Sant'Anna - in ordine alla quale sempre più insistenti si fanno le voci che vanno in tal senso - farà si che, anche in tale delicato contesto, la scuola assumerà un ruolo sempre più marginale;

la progressiva riduzione del numero delle classi verificatasi negli ultimi anni nella provincia di Modena sta determinato una situazione che rischia di paralizzare la struttura pubblica dell'intera provincia; in particolare, solo nello scorso anno scolastico, si è passati da 3 ad una classe di alfabetizzazione, da 6 a 4 classi di scuola media, da 6 a 3 di scuola superiore;

stando ad alcune informazioni in possesso degli interroganti, per il prossimo anno dovrebbe essere attivata una sola classe di alfabetizzazione, l'organico per la scuola media sarebbe incompleto e per le scuole superiori non sarebbe stato previsto alcun docente;

qualora tale previsione corrispondesse al vero, contrasterebbe con quanto disposto dalla circolare relativa all'anno scolastico 2011/2012 relativa agli organici del Ministero in cui si dispone di lasciare i docenti dell'istruzione adulta nella sede di precedente titolarità, in vista dell'approvazione del nuovo regolamento per l'educazione degli stessi;

peraltro, la prevista riduzione degli organici, con il conseguente accorpamento di classi diverse, si pone in netto contrasto con quanto disposto dalla legge Gozzini, relativamente al numero di corsisti presenti per classe che non deve superare il numero di 12;

inoltre, la carenza di organico non ha consentito di poter far fronte alle molte richieste di iscrizione ai corsi scolastici avanzati dai detenuti pervenute della casa circondariale Sant'Anna, in contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione,

si chiede di sapere:

come si concili la decisione di ridurre l'organico del CTP rispetto alle indicazioni contenute nella circolare n.21 del 14 marzo 2011, là dove si prevede che "le dotazioni organiche dei Centri Territoriali Permanenti rimangono confermate nelle attuali consistenze e non possono superare, in ciascuna realtà regionale, le dotazioni dell'organico di diritto dell'anno scolastico 2010/2011";

come si intenda ricollocare il personale docente e non docente, impegnato nei corsi serali presso le scuole "Spallanzani" di Castelfranco, "Don Magnani" e "Morante di Sassuolo", "Fassi" e "Meucci" di Carpi, "Corni", "Venturi" e "Cattaneo-Deledda" di Modena;

a fronte della fortissima contrazione dell'offerta formativa nella scuole della casa circondariale Sant'Anna, come il Ministro in indirizzo intenda adempiere al dettato costituzionale che sancisce lo scopo dell'istituzione carceraria nella rieducazione del detenuto, anche attraverso il conseguimento di un titolo di studio che è anche strumento per una riflessione del detenuto stesso sulla propria scelta e sui comportamenti illegali assunti nei confronti della società, oltre ad un titolo utile per l'inserimento nel mondo del lavoro.

(3-02276)

MASCITELLI - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:

è stato individuato da alcune indagini dei carabinieri un sistema che attraverso l'AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) ha proceduto ad alterare i dati produttivi nazionali del latte, arrecando un danno non solo ai singoli allevatori, ai quali sono state comminate pesantissime sanzioni (in molti casi tali da costringere le aziende zootecniche interessate alla chiusura) sebbene le loro produzioni non avessero mai complessivamente superato la quota nazionale assegnata dall'Unione europea (quindi senza il cosiddetto "splafonamento" dello Stato italiano), ma anche arrecando gravissimi danni allo Stato italiano che, nel tempo, in virtù delle sanzioni comminate e non versate alla stessa Unione, si è visto decurtare i previsti finanziamenti comunitari per la PAC (Politica Agricola Comune);

l'inchiesta è arrivata sul tavolo di 32 procure italiane, evidenziando come alcuni funzionari di AGEA, responsabili del SIAN (Sistema informativo agricolo nazionale), abbiano modificato l'algoritmo utilizzato per il calcolo del numero dei capi da latte e del numero dei giorni di lattazione, in modo tale da far risultare un numero di capi compatibile con il livello produttivo dichiarato dalla stessa AGEA all'Unione europea;

nelle indagini sembrerebbe coinvolto anche l'Istituto zooprofilattico di Teramo (IZS), responsabile di alterare i dati tanto da far vivere le mucche 83 anni invece di 8; tutto questo per poter denominare di origine italiana il latte proveniente dalla Romania, uno dei Paesi in cui i controlli sanitari sono scadenti: latte acquistato, importato dalle grandi catene di distribuzione, lavorato dai colossi del latte, per poi essere immesso sulle tavole degli italiani e venduto come il latte "della Lola", come in una nota pubblicità del settore;

il meccanismo sarebbe retto da un groviglio di società di controllo, create appositamente al fine di far perdere le tracce dei responsabili, nelle quali sembra compartecipino anche alcune organizzazioni sindacali;

i carabinieri hanno accertato anche ingenti quantitativi di quote latte revocate da parte delle Regioni, a causa della mancata segnalazione da parte dell'ente responsabile, AGEA; quote che annualmente dovrebbero essere ridistribuite gratuitamente ai produttori. Ciò costituisce una truffa non solo ai danni dell'Unione europea, che ha versato titoli PAC non dovuti, ma anche nei riguardi delle aziende produttrici, private delle assegnazioni di quota alle quali avrebbero avuto pieno diritto, e che avrebbe consentito loro di poter incrementare la produzione, evitando di incorrere, eventualmente, in sanzioni per il famoso "splafonamento";

sono state, inoltre, individuate migliaia di aziende agricole che, nella banca dati nazionale detenuta dall'IZS di Teramo, risultano prive dell'autorizzazione alla produzione di latte;

a causa di questa concorrenza sleale che prosegue, contrariamente a quanto dettato dai regolamenti sulla tracciabilità, con sempre maggior frequenza, le aziende vere chiudono,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia al corrente dei fatti;

quali provvedimenti abbia adottato in merito e se non consideri necessario intervenire, nei modi che gli sono propri, al fine di stroncare tale grave fenomeno.

(3-02277)

CAFORIO, BELISARIO - Ai Ministri della salute e per la pubblica amministrazione e l'innovazione - Premesso che:

il ruolo e le funzioni dell'ufficio per le relazioni con il pubblico all'interno degli enti ed istituzioni pubbliche sono stati delineati e precisati negli anni, attraverso vari interventi legislativi;

le prime funzioni attribuite sono state quelle di garanzia dell'attuazione del diritto di accesso e trasparenza del cittadino utente, riconosciuto dalla legge 7 agosto 1990, n. 241; successivamente il decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e il decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, hanno previsto ulteriori funzioni legate alla promozione della partecipazione del cittadino all'organizzazione ed alle scelte della pubblica amministrazione, attraverso la collaborazione con l'associazionismo, alla sua tutela, al diritto all'informazione e comunicazione, alla rilevazione della soddisfazione della qualità percepita;

la circolare del Ministro per la funzione pubblica del 27 aprile 1993, n. 17/93, in attuazione del citato decreto legislativo n. 29 del 1993 (istituzione dell'ufficio per le relazioni con il pubblico e disciplina delle attività di comunicazione di pubblica utilità) stabilisce che: «L'Ufficio per le relazioni con il pubblico è istituito come Unità Organica centrale con funzioni di promozione, programmazione, organizzazione e coordinamento» ed inoltre, per quanto concerne la "struttura dell'ufficio", prevede «due distinte aree di attività, fortemente integrate», inoltre «Ad esso è preposto un dirigente appartenente al più elevato livello previsto dall'ordinamento dell'Amministrazione, al quale è affidata la responsabilità di organizzare, con carattere di forte sinergia e integrazione, l'attività delle "aree" in cui si articola l'ufficio»;

i più recenti interventi legislativi sono quelli della legge 7 giugno 2000, n. 150 (recante "Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni") e del decreto del Presidente della Repubblica 21 settembre 2001, n. 422 ("Regolamento recante norme per l'individuazione dei titoli professionali del personale da utilizzare presso le pubbliche amministrazioni per le attività di informazione e di comunicazione e disciplina degli interventi formativi"), che hanno disciplinato tutta l'attività di informazione e comunicazione istituzionale ridefinendo i compiti dell'ufficio per le relazioni con il pubblico, dell'ufficio stampa e del portavoce; in attuazione delle suddette normative, la direttiva del Ministro per la funzione pubblica del 7 febbraio 2002 ("Attività di comunicazione delle pubbliche amministrazioni") prevede un raccordo tra i segmenti di comunicazione attivati tramite forme organizzative di coordinamento delle attività;

considerato che:

un elevato numero di strutture di comunicazione ed informazione istituzionale negli enti erogatori di servizi pubblici non sono state ancora organizzate in ottemperanza della normativa vigente;

negli enti dove, invece, si è proceduto all'applicazione completa delle norme, non sempre l'assegnazione degli incarichi è ricaduta su soggetti in possesso delle competenze e dei titoli previsti dal regolamento di attuazione decreto del Presidente della Repubblica n. 422 del 2001 della stessa legge n. 150 del 2000;

nelle aziende sanitarie il ruolo degli uffici preposti alle attività di informazione e comunicazione istituzionale ha una forte valenza strategica ed una duplice funzione: la comunicazione ed informazione sanitaria, incentrata principalmente sui servizi e sulle prestazioni a tutti i livelli dell'assistenza (prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione); la comunicazione ed informazione per la salute, elemento costitutivo e leva strategica della politica di promozione della salute secondo le indicazioni dei piani sanitari nazionali e di razionalizzazione della spesa finalizzata al risparmio economico,

si chiede di sapere se, alla luce della normativa riportata in premessa, i Ministri in indirizzo non ritengano di intervenire, nell'ambito delle proprie competenze, al fine di: far applicare le norme in vigore di cui alla legge n. 150 del 2000) e rimuovere le disparità esistenti nella classificazione delle strutture di comunicazione ed informazione istituzionale delle aziende sanitarie, situazione in grado di creare, peraltro, incomprensibili sperequazioni tra i lavoratori del settore, e per dare omogeneità alle strutture dedicate alla comunicazione ed informazione istituzionale pubblica, prevedendone la organizzazione in unità operative complesse, dirette da un dirigente appartenente al più elevato livello previsto dall'ordinamento dell'amministrazione di appartenenza (circolare citata del Ministro per la funzione pubblica n. 17/93).

(3-02278)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

DI GIOVAN PAOLO, CARLONI, MAGISTRELLI, CHITI, INCOSTANTE, MARITATI, DEL VECCHIO, CECCANTI, PASSONI, PERDUCA, PORETTI, DELLA MONICA, MARINARO - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

come si apprende da organi di stampa dopo gli incendi di sabato 18 giugno 2011, nel centro di identificazione ed espulsione (CIE) di Ponte Galeria (Roma) la situazione è divenuta invivibile nel settore maschile a causa delle stanze annerite dal fumo e maleodoranti, degli impianti elettrici fuori uso, degli elettrodomestici (condizionatori, televisioni) inutilizzabili e degli arredi bruciati e inservibili;

la Prefettura e la cooperativa che gestisce il CIE hanno già cercato di ripristinare un minimo di vivibilità dopo quanto accaduto, ma le stesse denunciano quanto le condizioni di vita all'interno della struttura siano oggettivamente difficili e la situazione sia vicina al collasso;

l'incendio del 18 giugno è scoppiato al culmine di una notte di proteste contro il decreto-legge n. 89 del 2011 che allunga la permanenza massima nei CIE da 6 a 18 mesi;

attualmente nella struttura sono ospitate 255 persone, 170 uomini e 85 donne, e inoltre hanno riportato bruciature; una persona ha addirittura rischiato la vita, avendo riportato ustioni sulla metà del corpo;

date le condizioni del settore maschile, in molti hanno deciso di dormire su materassi all'aperto;

le condizioni nel settore femminile sono solo leggermente migliori, ma anche lì sono stati accesi piccoli incendi;

nel Centro vi è una situazione di grande tensione che vivono non solo gli ospiti, ma anche gli operatori e le Forze di polizia presenti;

le condizioni di vita nei CIE sono pesantissime e i sempre più lunghi tempi di permanenza trasformano queste strutture in veri e propri luoghi di detenzione,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo intenda ripensare la gestione dei fenomeni migratori;

se ritenga di garantire un monitoraggio della salvaguardia dei diritti umani in questi centri;

se intenda adottare delle misure per ripristinare i servizi nel CIE di Ponte Galeria.

(4-05493)

DI GIOVAN PAOLO, PINOTTI, CARLONI, PASSONI, DE SENA, SOLIANI, MARINO Ignazio, ANTEZZA, CECCANTI, PERDUCA, PORETTI, CAROFIGLIO, MAGISTRELLI, TOMASELLI, FERRANTE, VITA, ADAMO, MAZZUCONI - Ai Ministri della giustizia, del lavoro e delle politiche sociali e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

la Direzione della casa di reclusione di Roma Rebibbia rivela ai datori di lavoro dei detenuti, con una comunicazione del 18 giugno 2011, l'esaurimento del budget destinato agli sgravi fiscali e contributivi per l'anno 2011 previsti dalla legge n. 193 del 2000 (cosiddetta legge Smuraglia) per l'assunzione dei detenuti;

il dettato normativo e costituzionale considera il lavoro carcerario uno degli elementi fondamentali del trattamento rieducativo;

la legge Smuraglia è uno degli strumenti per rompere l'isolamento del mondo penitenziario e ha finora favorito e agevolato molti datori di lavoro intenzionati ad assumere ed occupare i detenuti;

vi è una viva preoccupazione delle cooperative sociali che nei mesi e negli anni passati hanno ideato e realizzato specifici progetti per l'inserimento lavorativo di detenuti e che in buona parte, con la mancanza del finanziamento della normativa in questione, non sarebbero più realizzabili;

la mancanza di tali fondi vanifica il percorso lungo e tortuoso che da anni, dall'applicazione della riforma Gozzini (di cui alla legge n. 663 del 1986), ha portato al recupero sociale civile e professionale di moltissimi detenuti che altrimenti sarebbero stati con facilità riassorbiti dal circuito criminale e delinquenziale;

come ha più volte sottolineato il primo firmatario del presente atto di sindacato ispettivo con precedenti interrogazioni, nelle carceri italiane le condizioni detentive sono incompatibili con il rispetto della dignità umana a causa della drammatica e insostenibile condizione di sovraffollamento, e la mancanza di fondi che promuovono il reinserimento sociale va ad aggravare una situazione al limite del sopportabile,

si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza della gravità di tale situazione e se intendano intervenire, per quanto di competenza, anche in via normativa, per far sì che venga ripristinato il finanziamento previsto dalla legge n. 193 del 2000.

(4-05494)

ZANOLETTI - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:

il regime italiano di esenzione delle accise sul gasolio utilizzato per il riscaldamento delle serre destinate alle produzioni agricole è stato dichiarato dalla Commissione europea incompatibile con la normativa comunitaria;

nelle coltivazioni sotto serra il riscaldamento incide tra il 15 per cento ed il 20 per cento sul totale dei costi aziendali;

il sistema di agevolazione di imposta per le coltivazioni sotto serra e per l'agricoltura in generale è un meccanismo consolidato nel nostro Paese da molto tempo;

il reintegro delle accise metterebbe le produzioni italiane in una posizione di grande difficoltà rispetto a quelle europee ed extra europee se si considera che gli agricoltori degli altri Paesi utilizzano energia elettrica e metano a costi più bassi;

ritenuto che il mantenimento delle agevolazioni è necessario affinché i nostri imprenditori agricoli possano conservare la loro competitività,

si chiede di conoscere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga necessario, specie nell'attuale momento di grave crisi economica, adoperarsi, per quanto di competenza, per mantenere il sistema di agevolazione di imposta per le coltivazioni sotto serra e per l'agricoltura al fine di ridurre il rischio di pesanti ripercussioni alle imprese agricole;

se non ritenga urgente intervenire in sede europea, e, ove occorra, ricorrere alla Corte di giustizia dell'Unione europea, anche per evitare che gli agricoltori italiani siano chiamati alla restituzione delle accise loro riconosciute dalla legislazione.

(4-05495)

BELISARIO, GIAMBRONE - Al Ministro per il turismo - Premesso che:

sul sito web dell'Automobile club d'Italia (ACI) risulta che con decreto del Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri 23 dicembre 2010, è stata approvata la deliberazione dell'Assemblea dell'ACI del 16 dicembre 2010 concernente le modifiche degli articoli 6, 13 e 18 dello statuto dell'ente;

la medesima pagina web riferisce che lo statuto contenente le modifiche citate è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, serie generale n. 63 del 18 marzo 2011;

da una consultazione della Gazzetta precedentemente citata, l'unico atto pubblicato in quella data e riguardante l'ACI risulta essere il "Regolamento di attuazione dell'articolo 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241 e successive modificazioni ed integrazioni, concernente la determinazione dei termini dei procedimenti amministrativi di competenza dell'ACI";

la cosiddetta "legge di riforma delle amministrazioni pubbliche", dei cui alla legge 4 marzo 2009, n. 15, sancisce il principio di trasparenza totale, ossia piena ed immediata accessibilità - anche in rete - di tutte le informazioni concernenti qualsiasi aspetto di un'amministrazione pubblica, di tutti i dati, di tutti i documenti, ma sul sito del Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo, che, in seguito al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 2 luglio 2009, esercita funzioni e compiti di vigilanza sull'ACI, non sembra esservi traccia del testo del decreto in questione;

gli interroganti, sempre nell'ottica della trasparenza che dovrebbe caratterizzare tutti i rapporti con la pubblica amministrazione, hanno contattato gli uffici del Dipartimento al fine di capire se, considerata l'errata informazione riportata sul sito dell'ACI, il decreto fosse stato effettivamente pubblicato in Gazzetta Ufficiale e, certi della risposta affermativa, se fosse possibile sapere il numero esatto della Gazzetta Ufficiale contenente il provvedimento;

a tali richieste informative non sono seguite risposte risolutive della questione, nel senso che gli uffici del Dipartimento non sembrano essere in possesso delle informazioni relative alla documentazione richiesta,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo possa fornire le informazioni richieste, nello specifico se il decreto 23 dicembre 2010 sia stato effettivamente pubblicato in Gazzetta Ufficiale e in quale data;

se non ritenga opportuno farsi portavoce presso l'ACI della necessità di provvedere a correggere l'errore;

se non ritenga singolare che gli uffici alle sue dipendenze non siano in possesso dei provvedimenti emanati.

(4-05496)

GALLO - Al Ministro per i beni e le attività culturali - Premesso che:

le Direzioni regionali per i beni culturali e paesaggistici sono articolazioni territoriali con compiti definiti dal decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2004, n. 173;

la Direzione regionale della Puglia si articola in quattro istituti di settore: la Soprintendenza per i beni archeologici della Puglia, la Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio per le province di Bari e Foggia; la Soprintendenza per il patrimonio storico ed etnoantropologico per le province di Bari e Foggia; la Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio e per il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico per le province di Lecce, Brindisi e Taranto;

premesso, inoltre, che:

nell'ambito di un progetto di riorganizzazione del Ministero per i beni e le attività culturali, la Soprintendenza per i beni e per il paesaggio e per il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico di Lecce, Brindisi e Taranto dovrebbe essere soppressa e gli uffici dovrebbero essere accorpati a quelli di Bari;

tale provvedimento di accorpamento, a giudizio dell'interrogante, sarebbe in netto contrasto con la necessità di ben provvedere, con una burocrazia più snella, alla tutela e alla salvaguardia del patrimonio storico, architettonico e artistico della provincia di Lecce;

tale accorpamento, stante la consistente distanza che separa il capoluogo dalla città di Lecce, inoltre, risulterebbe dannoso, oltre che gravoso, per tutti coloro, pubblici e privati, che ad oggi intrattengono rapporti con la Soprintendenza, con notevole aggravio di tempo e di costi;

infine, sarebbe in controtendenza rispetto alla politica di decentramento auspicata per tutto il territorio italiano e causerebbe un'ulteriore forte penalizzazione del Salento che, in tal modo, sarebbe privato di un importante e necessario servizio già consolidato e che ha fino ad oggi dato ottimi risultati;

considerato che:

il territorio di competenza della Soprintendenza citata è caratterizzato dalla presenza di complessi di beni di eccezionale valore archeologico, storico e artistico, che necessiterebbero di un'autonoma gestione per le province di Lecce, Brindisi e Taranto;

occorrerebbe, pertanto, intervenire al fine di potenziare le attività già poste in essere dalla Soprintendenza,

l'interrogante chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda rivedere il piano di riorganizzazione previsto dal Ministero al fine di consentire che la Soprintendenza per le province di Lecce, Brindisi e Taranto continui a svolgere le attività di tutela e di salvaguardia, di conservazione e di valorizzazione del patrimonio architettonico, storico, artistico e paesaggistico presente nell'area salentina e, in generale, nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto.

(4-05497)

D'AMBROSIO LETTIERI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'interno e per i beni e le attività culturali - Premesso che gli archivi di Stato, le cui competenze consistono nella conservazione e nella sorveglianza del patrimonio archivistico e documentario di proprietà dello Stato, dovrebbero essere presenti in ogni capoluogo di provincia;

premesso, inoltre, che la legge 11 giugno 2004, n. 148, ha istituito, nell'ambito della Regione Puglia, la provincia di Barletta-Andria-Trani e ha stabilito che la dislocazione degli uffici periferici dello Stato debba avvenire entro i limiti delle risorse disponibili e tenendo conto delle vocazioni territoriali;

considerato che:

nel 1818 il re Ferdinando I istituì nella città di Trani l'archivio suppletorio di terra di Bari che, attualmente, è sede dell'archivio notarile distrettuale e della sezione di archivio di Stato;

in detta sezione di archivio di Stato di Trani sono conservati, in oltre 7.000 chilometri di scaffalatura, circa 61.000 documenti d'interesse archivistico comprendenti le carte amministrative e giudiziarie della Sacra Regia Udienza e gli atti degli uffici giudiziari preunitari e postunitari;

considerato, inoltre, che:

la sezione di archivio di Stato di Trani ha sede in un palazzo del 1700, già restaurato e sottoposto a vincolo di interesse culturale, appartenente al demanio dello Stato;

la sezione, che da oltre 150 anni svolge vere e proprie funzioni di archivio di Stato per l'intero territorio a nord della provincia di Bari, ha una discreta dotazione di personale;

considerato, infine, che l'istituzione dell'archivio di Stato di Trani non comporterebbe alcun onere aggiuntivo in quanto di fatto già operante in qualità di sezione,

l'interrogante chiede di sapere:

quali siano i motivi per i quali non si sia provveduto all'istituzione dell'archivio di Stato di Trani secondo quanto previsto dall'art. 4, comma 1, della legge n. 148 del 2004;

se il Presidente del Consiglio dei ministri e i Ministri in indirizzo, ciascuno per quanto di competenza, intendano intervenire con urgenza al fine di adottare i provvedimenti necessari all'istituzione dell'archivio di Stato, e, contestualmente, al fine di sopprimere l'esistente sezione di archivio di Stato.

(4-05498)

LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

ai sensi della legge n. 10 del 26 febbraio 2011 di conversione del decreto-legge n. 225 del 2010 (cosiddetto milleproroghe) viene sancito un nuovo sistema di tassazione dei fondi di investimento;

in particolare dal 1° luglio 2011 cambierà il sistema di tassazione dei fondi la cui quotazione, che oggi è indicata al netto della tassazione, sarà al lordo e la tassazione si applicherà sul risultato positivo al momento della vendita;

detta modifica comporterà che la determinazione del risultato positivo conseguito, per fondi già detenuti, avverrà sottraendo al valore di disinvestimento delle quote il prezzo di carico delle stesse, assumendo come valore di carico la quotazione del 30 giugno 2011 e non il valore delle quote al momento dell'acquisto;

ne consegue che chi possiede fondi in perdita, qualora dovesse, a giudizio dell'interrogante miracolosamente, aumentare il valore delle quote dopo il 1° luglio, si troverà a pagare una tassa del 12,50 per cento (salvo future maggiorazioni) sul risultato positivo conseguito, anche se non ha ancora recuperato il disavanzo negativo. La minusvalenza derivante dalle perdite ottenute fino ad oggi sui fondi non verrà considerata e non si potrà minimamente compensare un eventuale futuro risultato positivo;

a titolo di esempio: quote di un fondo acquistate nel 2007 al valore unitario di 7 euro; quotazione delle stesse al 30 giugno 2011 5 euro (circa 28 per cento di perdita); qualora dopo il 1° luglio il valore dovesse recuperare un po' della perdita conseguita negli anni (ad esempio: 6 euro) il plusvalore di 1 euro sarà tassato anche se non ancora recuperata la perdita, e non si potrà nemmeno tener conto della minusvalenza del periodo precedente,

si chiede di sapere se, alla luce di quanto esposto in premessa, il Governo non intenda valutare attentamente le conseguenze relative a quanto disposto dal citato decreto-legge, con il quale si modifica il sistema di tassazione dei fondi di investimento, al fine di non danneggiare migliaia di piccoli risparmiatori che hanno investito tempo addietro in fondi comuni, riportando dopo qualche anno un risultato ampiamente negativo, visto l'andamento di questi ultimi anni.

(4-05499)

LANNUTTI, PEDICA - Ai Ministri per i beni e le attività culturali, dell'economia e delle finanze e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale - Premesso che:

le Torri dell'EUR ex sede del Ministero delle finanze, nel quartiere EUR a Roma, sono tra gli edifici censiti nel 2002 dal Dipartimento Architettura contemporanea del Ministero per i beni e le attività culturali tra le architetture di rilevante interesse del secondo '900 e tra quelli censiti dal QART/La Sapienza tra le architetture di rilevante interesse storico-artistico realizzate a Roma dal 1945 ad oggi, e come tali inserite nella Carta per la qualità del nuovo piano regolatore generale (PRG) di Roma adottato nel 2006, per il quale sono parte della città storica;

tali edifici sono stati oggetto di un protocollo d'intesa tra Ministero dell'economia e delle finanze e Comune di Roma del dicembre 2001 finalizzato alla valorizzazione di questi e altri beni demaniali; sono stati dismessi appena dopo tale protocollo mediante la società veicolo Fintecna SpA (a totale partecipazione statale);

la loro attuale destinazione direzionale è compatibile con una razionale trasformazione ad alberghi e spazi direzionali a supporto dell'attiguo costruendo Centro congressi (cosiddetta nuvola di Fuksas);

malgrado il loro indiscutibile interesse storico culturale e l'opportunità di destinarle a supporto del Centro congressi, il Comune di Roma ha inteso aderire fin dal 2005 alla richiesta della Alfiere SpA, proprietaria delle Torri (appartenente per il 50 per cento imprenditori privati e fondi di enti pubblici e per il 50 per cento a Fintecna, che ne ha mantenuto il controllo) di poterle demolire per sostituirle con un edificio con destinazione d'uso prevalentemente residenziale di lusso, con sagoma e caratteristiche architettoniche completamente diverse, progettato dall'architetto Renzo Piano. Tuttavia, a causa di forti opposizioni all'interno e all'esterno del Consiglio comunale, la variante predisposta nel 2006, da realizzare mediante accordo di programma, non è stata approvata in tempo per essere recepita nel nuovo PRG di Roma. Dopo la definitiva approvazione del PRG nel febbraio 2008 e in contrasto con tale strumento appena approvato, il Comune di Roma ha inteso perseguire l'obiettivo della demolizione delle Torri mediante l'adozione dello stralcio di tali edifici dalla Carta per la qualità con la delibera n. 87 dell'11 aprile 2008 del commissario Morcone e la definitiva approvazione di tale stralcio con la delibera n. 40 del maggio 2010;

il Comune non ha richiesto il parere della Soprintendenza né quando nel luglio 2007 sono iniziati i lavori di manutenzione straordinaria: sostituzione degli elementi di facciata, ristrutturazione interna con redistribuzione funzionale, eccetera mediante una semplice dichiarazione di inizio attività (DIA), né per le citate delibere di stralcio dalla Carta per la qualità; nessun esperto del settore è stato interpellato;

la Soprintendenza non è intervenuta a tutela di tali edifici né quando motivati appelli di eminenti esperti e di Italia Nostra si sono levati per la conservazione e la tutela delle Torri oltre che per richiedere l'applicazione delle normative urbanistiche vigenti, aggirate con l'espediente dello stralcio dalla Carta per la qualità; né quando sono state formulate motivate istanze dai residenti dell'EUR attraverso i Comitati che li rappresentano; né quando il Direttore regionale del Lazio (architetto Lolli Ghetti) ha formalmente richiesto (note prot. 652 del 14 gennaio 2010 e prot. 2462 del 10 febbraio 2010) di procedere alla verifica d'ufficio dell'interesse culturale degli edifici, considerando il loro valore storico architettonico nonostante il loro attuale stato di edificazione a seguito dei lavori di ristrutturazione;

dato il permanere della mobilitazione dei cittadini e degli esperti, nel settembre 2010 la Direzione generale PABAAC (Paesaggio, belle arti, architettura e arte contemporanea) rimetteva la questione al Comitato tecnico scientifico per l'architettura urbana e l'arte contemporanea, presieduto dal professor Portoghesi, che con il parere del 21 settembre 2010 si esprimeva per la tutela delle Torri e raccomandava di dare immediato inizio alle procedure cautelari per evitare che lo stato attuale del complesso immobiliare venisse ulteriormente compromesso;

gli organi territoriali del Ministero per i beni e le attività culturali, cui la raccomandazione era rivolta, non procedevano per la tutela; il Direttore regionale (architetto Federica Galloni) chiedeva al contrario un riesame attraverso il nuovo parere, questa volta congiunto del suddetto Comitato di settore presieduto dal professor Portoghesi e del Comitato tecnico scientifico per i beni architettonici e paesaggistici, presieduto dall'architetto Carbonara; nella seduta del 16 novembre 2010 i due Comitati ritenevano indispensabile che l'eventuale trasformazione delle Torri facesse salve le tipologie edilizie degli edifici sviluppati in altezza e la possibilità visiva delle aree circostanti mantenendo le caratteristiche ambientali ormai impresse nella memoria collettiva, in pratica smentendo la possibilità di sostituirle con un edificio con sagoma e caratteristiche del tutto estranee al contesto urbanistico architettonico di cui fanno parte, quale quello progettato dall'architetto Piano;

gli organi territoriali, cui il parere veniva immediatamente notificato, non intervenivano neppure in esito di tale riesame; al contrario la Direzione regionale del Lazio si rivolgeva al Segretariato generale (architetto Cecchi) per ottenere un secondo riesame;

nella nuova seduta congiunta del 14 febbraio 2011 i suddetti due Comitati bocciavano comunque la variante del progetto di edificio da realizzare in sostituzione delle Torri, peraltro irritualmente acquisita dalla Direzione regionale del Lazio, e si astenevano dal formulare un nuovo parere; pertanto rimanevano confermati i due precedenti del 21 settembre 2010 e 16 novembre 2010;

in tutti i pareri dei suddetti Comitati è stata affermata la necessità di procedere - in ogni caso - ad apporre un vincolo di carattere paesaggistico su tutto il quartiere EUR, ma non si è ancora provveduto in tal senso;

considerato che è indiscutibile che le Torri dell'EUR siano beni culturali da tutelare ai sensi del codice dei beni culturali (in particolare risultano applicabili al caso specifico gli articoli 10, 12, 13 e 28 del decreto legislativo n. 42 del 2004), tanto più che, a seguito dei citati pareri dei Comitati tecnico scientifici, la tutela può essere esercitata mediante la verifica d'ufficio (per la quale risulta sussistano tutti i requisiti) con esito positivo; in alternativa il Ministero per i beni e le attività culturali può procedere mediante la dichiarazione dell'interesse culturale; in entrambi i casi previa immediata adozione degli atti cautelari necessari per evitare la demolizione degli edifici;

a fronte di ben tre pareri dei Comitati di settore e comunque di una vasta documentazione tecnico scientifica a favore della conservazione degli attuali edifici o quanto meno delle volumetrie e delle caratteristiche architettoniche attuali, è da ritenersi venuta meno l'ordinaria discrezionalità degli uffici territoriali in ordine alla tutela da attuare mediante atti di verifica o di dichiarazione di interesse, che appaiono ormai quindi atti dovuti;

è imminente - ad horas - il rilascio del permesso di costruire che consentirà la demolizione delle Torri, da parte del Dipartimento urbanistica del Comune di Roma;

considerato inoltre che esistono ampie analogie tra la vicenda Torri e la vicenda Velodromo olimpico, altra opera architettonica di riconosciuto interesse storico architettonico realizzata all'EUR per le Olimpiadi del 1960 che è stata demolita nel luglio 2008 ad esito di una vicenda che ha visto un'incerta e tardiva tutela da parte della Soprintendenza e infine l'immediato accoglimento da parte del Direttore generale del ricorso gerarchico proposto contro la dichiarazione di interesse appena adottata nell'aprile 2008 dal Direttore regionale (architetto Prosperetti);

nel momento in cui la stampa riportava la notizia dell'imminente demolizione del Velodromo, gli uffici territoriali non intervenivano per evitarla, cosa cui erano tenuti dato che la Direzione regionale non aveva ancora emesso il decreto di annullamento del vincolo architettonico e comunque secondo il parere del Comitato tecnico esso andava sostituito con un altro con la finalità di conservare l'assetto planivolumetrico e paesaggistico esistente;

non è stato mai avviato il procedimento di vincolo paesaggistico richiesto dal Comitato di settore a tutela dell'area del Velodromo olimpico;

le due vicende hanno visto gli stessi protagonisti in diversi ruoli; per il Velodromo era funzionario responsabile dell'Ufficio vincoli della Soprintendenza l'attuale Soprintendente di Roma architetto Pierdominici, era Soprintendente l'attuale Direttore regionale del Lazio architetto Galloni, era Direttore generale l'attuale Segretario generale architetto Cecchi,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se il Governo ritenga che, in merito a tali fatti, l'inerzia degli organi territoriali del Ministero per i beni e le attività culturali preposti alla tutela dei beni culturali di Roma sia compatibile con gli obblighi derivanti dalle previsioni del codice di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004;

quali iniziative intenda adottare per ottenere la tutela degli edifici in questione e il vincolo paesaggistico dell'EUR, in conformità con quanto indicato nei pareri dei Comitati tecnico scientifici del Ministero per i beni e le attività culturali;

quali iniziative intenda intraprendere per verificare quali siano le dinamiche interne in ordine alla gestione delle competenze in materia di tutela dei beni culturali nella città di Roma, in particolare se esistano specifiche direttive e/o quali siano allo stato attuale i protocolli d'intesa o qualunque altro tipo di accordo con il Comune di Roma che impegni il Ministero per i beni e le attività culturali in ordine alle attività di tutela dei beni culturali della città di Roma.

(4-05500)

FASANO - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

la sala d'attesa della stazione ferroviaria di Salerno è chiusa da oltre due mesi;

la sala d'attesa sarebbe stata assegnata a Nuovo trasporto viaggiatori SpA e dovrebbe essere trasformata in una lussuosa sala d'intrattenimento per i soli viaggiatori dei treni NTV;

tutti gli altri viaggiatori sono costretti a sostare all'aperto, lungo i binari, dove sono posizionate solo tre panchine rimaste in uso a Trenitalia;

premesso, inoltre, che:

da qualche giorno perfino le toilette della stazione ferroviaria di Salerno sono anch'esse chiuse perché oggetto di atti vandalici che hanno determinato gravi danni alla struttura;

dai primi giorni del mese di giugno 2011, infatti, a seguito di nuova gara di appalto, è subentrata una diversa ditta di pulizie, cui è affidata anche la manutenzione, e i bagni pubblici sono rimasti privi dei guardiani;

considerato che:

tale stato di cose, oltre a nuocere all'immagine della città di Salerno, reca gravi e pesanti disagi a tutti i viaggiatori in transito nella stazione ferroviaria;

l'interrogante ritiene, poi, che l'affidamento sistematico degli appalti con gare al ribasso comporti anche una diminuzione della qualità dei servizi;

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto sopra riportato e, in caso affermativo, se e quali azioni di competenza intenda promuovere, pur nel rispetto delle regole del libero mercato, al fine di consentire che anche nella stazione ferroviaria di Salerno sia possibile usufruire dei servizi a disposizione di tutti i viaggiatori.

(4-05501)

LANNUTTI - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

sono arrivate all'interrogante numerose segnalazioni di cittadini che lamentano i continui disservizi della compagnia ferroviaria Trenitalia;

in particolare sabato 25 giugno 2011, si è verificato il blocco del sistema informatico delle ferrovie per ben 7 ore (delle 14.30 fino alle 21.00). Sono andati in tilt tutti i canali di vendita con conseguente impossibilità di acquistare biglietti ferroviari per chi aveva bisogno di prendere treni a lunga percorrenza. Inoltre moltissimi passeggeri hanno perso tutte le prenotazioni già effettuate con il servizio Postoclick perché risultava impossibile richiedere la stampa dei biglietti;

molti passeggeri hanno perso il biglietto a tariffa ridotta già prenotato, vedendosi costretti a riacquistare il biglietto a tariffa intera (che spesso costa quasi il doppio), sempreché, naturalmente, ci fossero ancora posti disponibili;

a riguardo Trenitalia ha emesso solo un breve messaggio pubblicato sul proprio sito in cui ha annunciato, nel primo pomeriggio di sabato 25 giugno, che chi voleva mettersi in viaggio sui binari non avrebbe potuto farlo. Almeno non sulle tratte a lunga percorrenza, a meno che i biglietti non fossero stati acquistati in precedenza. Il messaggio reca le seguenti parole: "Gentile Cliente, Siamo spiacenti ma per un malfunzionamento sui sistemi Ibm non è possibile acquistare biglietti con prenotazioni o modificare le prenotazioni effettuate. Si prega di provare più tardi. Ci scusiamo per l'inconveniente";

la causa di tutto questo è da imputare ad un guasto ai servizi informatici di Ibm, lo stesso colosso dell'informatica che solo 9 giorni fa ha festeggiato i primi cent'anni e che solo pochi giorni fa era stato protagonista del caos alle Poste;

anche in quel caso, infatti, le lunghe code agli sportelli, gli anziani rimasti senza pensione, le multe non pagate, sono stati scatenati da un blocco al servizio informatico Ibm;

in quella circostanza fu lo stesso amministratore delegato di Poste Italiane, Massimo Sarmi, a chiedere un risarcimento da parte di Ibm, gigante con una capitalizzazione di mercato di 200 miliardi di dollari e detentore del maggior numero di brevetti fra le aziende statunitensi;

nel caso delle ferrovie, Trenitalia, come riportato dalla stampa (si veda, ad esempio, "tg1online"), ha subito puntualizzato che "I tecnici di Ibm sono al lavoro per ripristinare la funzionalità di tali sistemi anche se non è possibile, al momento, determinare con certezza i tempi necessari. Trenitalia sta avvisando i propri clienti con annunci nelle stazioni e attraverso i propri media (FsNews Radio e sitoInternet ) della possibilità di salire comunque sui treni. A bordo i viaggiatori saranno regolarizzati senza alcun sovrapprezzo";

intanto l'ultimo sabato di giugno molti italiani sono rimasti bloccati. Proprio pochi giorni dopo il glorioso annuncio dell'amministratore delegato Mauro Moretti di treni ad alta velocità che percorreranno la tratta Milano-Roma in due ore e venti minuti entro il 2015;

domenica 26 giugno 2011 si è verificato il blocco della linea ferroviaria tra Rovigo e Bologna per un guasto all'impianto di tensione. Tutti i treni di passaggio su quella linea hanno subito pesanti ritardi. Stranamente tuttavia nella grande maggioranza dei casi gli annunci ufficiali comunicavano ai passeggeri che i ritardi erano sempre di 50 o al massimo 55 minuti: all'interrogante non pare un caso che le indicazioni fossero appena sotto i 60 minuti di ritardo, che, secondo la normativa europea, danno diritto al rimborso almeno parziale del biglietto;

ai passeggeri del Freccia Argento 9423 Venezia-Roma è stato negato il rimborso perché secondo Trenitalia il treno aveva solo 58 minuti di ritardo;

considerato che da un annuncio dell'ANSA si apprende che il personale viaggiante delle Ferrovie insorge contro il sistema informatico della gestione dei turni, reo di provocare continue cancellazioni di treni e notevoli disagi per i passeggeri. Così, l'Organizzazione dei sindacati autonomi e di base (Orsa) ha indetto una giornata di sciopero per il 22 luglio.La Direzione regionale di Trenitalia è in stato confusionale - ha affermato l'Orsa, che ha ripetutamente chiesto il ritiro del piano aziendale - e, mentre cerca di ottimizzare le risorse, ottiene l'effetto esattamente contrario. Lo sciopero è a tutela dei lavoratori ma anche degli utenti, ha sostenuto il sindacato. Venti treni regionali sono stati soppressi solo nelle ultime ore, a causa del nuovo sistema informatico sulla turnazione del personale viaggiante. Si è verificato caos nel traffico ferroviario delle Marche, e l'assessore Luigi Viventi ha scritto una lettera di protesta a Trenitalia, chiedendo che venisse risolta immediatamente la situazione. Pendolari inferociti, gente che ha perso una giornata di lavoro perché non c'è stata alcuna informazione preventiva. A parere dell'interrogante ciò è intollerabile per la Regione, che paga un contratto di servizio oneroso,

si chiede di sapere:

quali iniziative urgenti il Governo intenda assumere al fine di garantire il risarcimento agli utenti vittime di un'architettura di software voluta da Trenitalia che crea grandi disagi a migliaia di utenti vessati da tariffe in continuo aumento senza che sia corrisposto loro un adeguato servizio e in considerazione del fatto che, prima di disporre nuovi aumenti, devono essere verificate tutte le strade per ridurre i costi di esercizio e aumentare l'efficienza gestionale dei treni;

quali iniziative intenda adottare al fine di tutelare maggiormente i viaggiatori e per evitare ulteriori danni e disagi alla collettività;

se vi sia stata una regolare gara pubblica per l'assegnazione dell'appalto relativo all'informatizzazione dei sistemi che sovrintendono alla vendita dei biglietti ferroviari per i treni a lunga percorrenza di Trenitalia;

se il sistema informatico della gestione dei turni che, stando alla protesta del personale viaggiante provocherebbe continue cancellazioni di treni, sia gestito dalla stessa società Ibm.

(4-05502)

BENEDETTI VALENTINI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

già più volte, anche nel corso delle precedenti Legislature, l'interrogante ha portato all'attenzione del Governo, per quanto di competenza, le questioni legate alla consistenza e funzionalità del Centro nazionale stampati delle Poste, situato ed operante a Scanzano di Foligno (Perugia);

in questi giorni, nuove preoccupazioni si levano dal territorio per la ventilata, concreta possibilità che Poste Italiane, dopo il passaggio da Centro stampati a SDA e l'uso per "Italia Logistica", voglia dismettere completamente il centro;

posto che oltre 100 persone, tra diretti dipendenti e collaboratori delle cooperative collegate, potrebbero perdere il lavoro, con gravi ricadute economico-sociali sul territorio, restano tutte da chiarire le effettive volontà aziendali sul destino da configurare per questa entità che sembrerebbe, invero, una risorsa tuttora preziosa per il servizio pubblico, sia come dislocazione sia come qualità strutturale,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo ritenga, per quanto di propria competenza, di dover e poter svolgere un pronto e autorevole intervento verso la dirigenza di "Poste Italiane" per assodare con chiarezza e rendere poi note e accreditate, nel rispetto delle più responsabili procedure, le effettive intenzioni circa il destino del Centro di Scanzano, nonché di attivare un tavolo di confronto con l'azienda, gli enti territoriali e le organizzazioni di categoria, in grado di raggiungere le migliori intese per coniugare le finalità economiche ed istituzionali dell'azienda e del servizio con le aspettative professionali e sociali del personale e della comunità locale.

(4-05503)

PINZGER - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

nel 1999 il ministro Visco decretò la possibilità per gli agenti e rappresentanti di commercio di portare in detrazione di reddito l'80 per cento dei costi inerenti alla propria autovettura, con il limite di 50.000.000 lire;

nel 2008 il decreto Bersani variò i termini di ammortamento di questo importo, così come la deducibilità dei canoni leasing, penalizzando ulteriormente la categoria professionale;

in Italia, gli agenti e rappresentanti di commercio sono circa 300.000, essi rappresentano un partner insostituibile, il cosiddetto trait d'union tra le piccole e medie imprese, le aziende industriali e la grande distribuzione;

la particolarità della categoria professionale, impegnata giornalmente sulle nostre strade, con una media di chilometri annui percorsi tra i 50 e 100.000, presuppone la possibilità di poter contare su mezzi costantemente efficienti, incentivando il ricambio degli stessi anche attraverso un'opportuna politica di detrazione fiscale;

a fronte delle specificità del proprio mestiere, l'agente e il rappresentante di commercio è costretto a sostituire la propria autovettura ogni 2-3 anni, contribuendo a fornire un sostegno indiretto all'industria automobilistica,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non intenda adoperarsi per rivalutare l'importo originario (oggi accreditato sui 25.800 euro) e per rivedere i termini di ammortamento e di deducibilità dei canoni leasing della suddetta categoria professionale;

se non ritenga di dover provvedere a risolvere l'anomalia inerente all'IRAP, poiché ad oggi non sono ancora stati definiti i presupposti per l'applicazione della stessa nei confronti della categoria professionale citata.

(4-05504)

Interrogazioni, da svolgere in Commissione

A norma dell'articolo 147 del Regolamento, la seguente interrogazione sarà svolta presso la Commissione permanente:

7ª Commissione permanente(Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport):

3-02276, della senatrice Bastico e del senatore Barbolini, sulla carenza di organico di docenti operanti presso un istituto di detenzione in Emilia-Romagna.