Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 565 del 09/06/2011
LANNUTTI -
Ai Ministri dell'economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che un articolo di Nicola Borzi per "Plus-Il Sole 24 ore" analizza la questione per cui la banche detterebbero le riforme alla politica: «Un ipotetico bilancio della loro azione "politica" vedrebbe una forte crescita dell'utile. Grazie ai "campioni nazionali" sorti con la grande stagione delle fusioni del 2006-07, le banche italiane si sono proiettate al centro della scena economica e alcune sono assurte al ruolo di istituti "di sistema". La crisi finanziaria del 2008 e la recessione le hanno colpite, ma meno di molte concorrenti. Il loro potere contrattuale, in un'economia stagnante quale quella italiana, si è talmente rafforzato nei confronti delle istituzioni e della clientela da vederle protagoniste di importanti scelte di politica economica e industriale. Le intese con il Governo e Confindustria sulle moratorie del debito per le aziende, sull'avviso comune, sulle nuove regole per le imprese di costruzione, le dilazioni per i mutui prima casa lo dimostrano. Ma non basta: le banche italiane alzano il tiro e dettano la revisione delle norme di settore. Il caso più evidente è quello del "decreto sviluppo" che ha rivisto i tassi usurari in senso favorevole agli istituti di credito. A farne le spese, come spiega l'articolo in basso, sono i clienti del credito al consumo e le imprese. Ma i prossimi a pagare dazio alle banche-padrone saranno i piccoli investitori. Lo ha testimoniato la relazione del 9 maggio del presidente dell'Autorità di controllo sui mercati finanziari, Giuseppe Vegas. Vegas ha dichiarato che "la Consob sta già riflettendo sulle modalità di semplificazione dei prospetti dei prodotti non azionari e ha avviato un tavolo di lavoro con i rappresentanti dell'industria e delle associazioni dei consumatori per vagliare, in un primo approccio, uno snellimento delle procedure di approvazione e dei contenuti dei prospetti relativi agli strumenti finanziari più semplici - quelli che potremmo definire obbligazioni "da banco" - individuati sulla base di criteri certi, quali la semplicità, la durata e la liquidabilità". Non a caso un documento riservato dell'Associazione bancaria italiana, negli stessi giorni, descriveva la "Proposta in tema di bond bancari cosiddetti da banco" con assonanze notevolissime rispetto alle posizioni di Vegas. L'obiettivo, secondo Palazzo Altieri, è quello di «rendere più efficiente e rapida la procedura di approvazione dei prospetti di alcune tipologie di bond bancari caratterizzati da strutture molto semplici e di facile comprensione per gli investitori (assimilabili a "prodotti da banco"). I quattro pilastri della proposta», per l'Abi, prevedono «la definizione del perimetro degli strumenti obbligazionari "da banco" secondo criteri di semplicità, durata e liquidità; individuazione e approvazione di procedure e prassi relative all'istruttoria dei prospetti di base da parte della Consob; semplificazione dei contenuti dei prospetti di base di detti strumenti - nei limiti di quanto consentito dalla normativa comunitaria - tramite la definizione di format condivisi; disponibilità di una procedura informatica per l'istruttoria dei prospetti dei prodotti non-equity». Paiono lontani anni luce i rilievi del "Quaderno di finanza" pubblicato dalla Consob a luglio, quando si rilevava che da luglio 2006 a giugno 2009 gli istituti di credito nazionali hanno venduto alle famiglie oltre 12.200 bond per circa 350 miliardi, con profili di rischio emittente e di mercato superiori a quelli dei titoli di Stato di rating analogo, grossi problemi di liquidità e rendimenti, penalizzati da alte commissioni, che premiano gli investitori istituzionali (tra i 90 e i 100 punti base) rispetto ai piccoli risparmiatori. È vero che quei bond erano assistiti da ponderosi prospetti che non hanno tutelato i risparmiatori. Ma a pensar male si potrebbe ritenere che presentare le obbligazioni bancarie come "prodotti da banco" sia un utile escamotage per facilitare la raccolta bancaria tra i risparmiatori. L'ultimo passaggio per le banche è quello che mira a scaricare i costi del loro rafforzamento patrimoniale, dettati da Basilea 3, sui dipendenti. Tra istituti e sindacati infuria lo scontro sul rinnovo del contratto di categoria che, per le banche, dovrebbe prescindere da aumenti collegati al costo della vita e remunerare soltanto incrementi della produttività. Sarebbe un unicum nel panorama dell'economia nazionale. A conferma dell'inusitata forza contrattuale degli istituti di credito. In molti sono rimasti basiti quando hanno letto il Decreto sviluppo (Dl 70/2011) sul tema delle soglie per la rilevazione dei tassi usurari. La norma, approvata dal Consiglio dei Ministri il 5 maggio 2011 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 110, è in vigore dal 14 maggio e ha cancellato il meccanismo preesistente, introdotto dalla legge 198 del 1996, che prevedeva che per essere considerati usurari i tassi dovessero superare di oltre il 50% il valore dei tassi effettivi globali medi (Tegm) praticati da tutte le banche per la stessa tipologia di operazioni, rilevati ogni tre mesi da Banca d'Italia. La sorpresa è stata dettata da una semplice analisi, condotta tra gli altri anche dall'ufficio studi della Fiba, il sindacato dei bancari della Cisl (...). In sostanza, le nuove soglie di calcolo "abbassano" la soglia di usura solo quando i tassi effettivi globali medi (Tegm) si avvicinano al 16%. Dunque, per livelli di interesse inferiori a quella cifra, alle imprese e ai consumatori era più conveniente la vecchia formulazione del calcolo della soglia. Solo quando i tassi medi di mercato superano il 16% la nuova soglia è più conveniente della vecchia. Infatti l'articolo 8 del decreto ("Imprese e credito") ha abrogato il comma 4, articolo 2 della legge 198/96 nella parte in cui prevede come usurari i tassi superiori del 50% ai Tegm. Le nuove soglie di usura saranno così calcolate sul Tegm "aumentato di un quarto, cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali. La differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali". Invece della vecchia soglia antiusura pari a 1,5 volte i tassi medi di sistema, la nuova soglia è calcolata pari a 1,25 volte più una maggiorazione fissa del 4% (400 punti base), mitigata con un "tetto" di scostamento massimo rispetto alla media di sistema che non può superare l'8 per cento (800 punti base). Dunque la nuova formulazione della soglia, predisposta dal ministro Tremonti, avvantaggia le banche e gli operatori finanziari e danneggia consumatori e imprese. Eppure il presidente dell'Abi, Giuseppe Mussari, subito dopo la presentazione del Decreto sviluppo aveva spiegato in un'intervista che «la soglia del tasso di usura risultava particolarmente penalizzante per una parte della clientela che aveva un un profilo di rischio più elevato. Nei fatti gli precludeva l'accesso al credito bancario e rischiava di farla finire nel circuito illegale». In altri termini, il presidente dell'Abi aveva spiegato che i tassi richiesti dalle banche per prestare denaro ai clienti più rischiosi si collocavano oltre la soglia di usura: quindi i contratti non potevano essere proposti e i clienti finivano nelle mani degli strozzini. Ma le nuove norme hanno trovato l'opposizione delle associazioni dei consumatori e delle imprese. Particolarmente critica la posizione del presidente di Confindustria Ancona, Giuseppe Casali, secondo il quale l'innalzamento sostanziale delle soglie di usura permette di fatto agli istituti di credito di aumentare le condizioni praticate ai clienti: così le banche, anche nelle fasi di tassi bassi, possono mantenere la soglia usura sopra un certo livello. Ecco perché le associazioni dei consumatori hanno chiesto all'Abi un tavolo diretto sulla questione. Se c'è un fronte sul quale la battaglia dell'Abi è dura e le prospettive di vittoria finale sono incerte è il rinnovo del contratto nazionale di lavoro. Ne sono consci sia il Comitato affari sindacali e del lavoro (Casl) dell'Associazione bancaria italiana, sia l'Esecutivo di Palazzo Altieri. La sfida è epocale per le banche che ritengono la riduzione strutturale del lavoro del lavoro, almeno per i prossimi due/tre anni per i quali si prevede bassa crescita, l'unica leva per aumentare rapidamente la redditività. Dunque per saziare la fame di dividendi che attanaglia gli azionisti, soprattutto le Fondazioni, specie per i gruppi (Intesa Sanpaolo, Popolare di Milano, Ubi Banca, Mps solo tra i maggiori) alle prese con gli aumenti di capitale necessari per adeguare le strutture patrimoniali ai requisiti di Basilea 3. Fatte salve improbabili retromarce, lo scontro sarà durissimo. I sindacati del "primo tavolo" (Dircredito, Fabi, Fiba/Cisl, Fisac/Cgil, Sinfub, Ugl Credito e Uilca) il 7 aprile hanno presentato la piattaforma che dovrebbe essere trasmessa all'Abi intorno alla metà di luglio. La richiesta economica dei sindacati per il triennio 2011-13 è di un aumento medio di 205 euro mensili (pari al 7,29%), con un ulteriore aumento dell'1% attraverso la revisione della scala parametrale che porterebbe l'incremento medio finale a 245 euro mensili. Lo stesso giorno, però, l'Abi disdettava l'accesso volontario al Fondo di solidarietà di settore. Il contrasto è frontale: secondo l'Esecutivo dell'Associazione bancaria, il prossimo rinnovo contrattuale dovrà vedere un "salto di qualità" innovativo perché per la prima volta gli incrementi economici dovranno essere agganciati non più, come in passato, a "parametri oggettivi" ma a "reali incrementi di produttività". Secondo le banche però ciò non significa rinnovare il contratto a costo zero, ma agganciare gli aumenti retributivi "a effettivi miglioramenti di produttività e efficienza". Secondo l'Abi è un progresso culturale di enorme portata, sul quale l'Abi rivendica una posizione di leader e apripista anche nei confronti delle altre organizzazioni imprenditoriali. Le banche sanno bene però che l'obiettivo non sarà facile per una serie di motivi ben chiari. C'è la questione dell'unicità della proposta, visto che i contratti nazionali degli altri settori rinnovati dal 2009 - anno della firma dell'accordo interconfederale - hanno sempre fatto riferimento all'indice Ipca previsto dall'accordo. L'Esecutivo bancario sa bene, quindi, che "la posizione dell'Abi risulta isolata nel panorama delle relazioni industriali". Inoltre la mancata applicazione dell'accordo del 22 gennaio 2009 sarà giudicata negativamente dal governo che di quell'intesa fu promotore. La mossa dell'Abi è di quelle "eretiche", tali da non permettere ripensamenti da parte della base. Se l'associazione non sarà granitica nel perseguirla, sarebbe pregiudicato l'intero percorso negoziale di rinnovo del contratto. Ecco perché Palazzo Altieri ritiene necessarie "le forme più idonee di comunicazione" per far arrivare all'opinione pubblica messaggi chiari, convincenti e soprattutto coerenti sulla linea politica e comportamentale del settore. Ma i sindacati, c'è da scommettere, non resteranno a guardare»,
si chiede di sapere:
quali iniziative urgenti intenda assumere il Governo affinché non siano sempre le banche ad avvantaggiarsi a danno dei consumatori e delle imprese;
se non ritenga urgente promuovere modifiche alle citate norme del cosiddetto "decreto sviluppo" sul tema delle soglie per la rilevazione dei tassi usurari, per cui, invece della vecchia soglia antiusura pari a 1,5 volte i tassi medi di sistema, la nuova soglia è calcolata pari a 1,25 volte più una maggiorazione fissa del 4 per cento (400 punti base), mitigata con un "tetto" di scostamento massimo rispetto alla media di sistema che non può superare l'8 per cento (800 punti base) così favorendo le banche che potranno applicare la soglia usura sopra un certo livello penalizzando i clienti del credito al consumo e le imprese;
quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di tutelare i risparmiatori dalle banche, che mirano a scaricare i costi del loro rafforzamento patrimoniale, dettati da Basilea 3, sui dipendenti quando pretendono di rinnovare il contratto di categoria prescindendo dagli aumenti del costo della vita e remunerando soltanto incrementi della produttività;
quali siano i motivi per cui i rilievi del 2009 pubblicati dalla Consob, che rilevavano come gli istituti di credito nazionali avessero venduto alle famiglie oltre 12.200 bond per circa 350 miliardi, con profili di rischio emittente e di mercato superiori a quelli dei titoli di Stato di rating analogo, grossi problemi di liquidità e rendimenti, penalizzati da alte commissioni, così premiando gli investitori istituzionali rispetto ai piccoli risparmiatori, ad oggi abbiano perso di valore per appoggiare la proposta dell'Abi che prevede la definizione del perimetro degli strumenti obbligazionari "da banco" secondo criteri di semplicità, durata e liquidità unicamente per facilitare la raccolta bancaria tra i risparmiatori;
quali iniziative urgenti intenda assumere, anche nelle opportune sedi normative, affinché riparta effettivamente il mercato del credito alle imprese, al fine di garantire loro la possibilità di continuare ad investire, mantenere il livello occupazionale e rimanere competitive sul mercato considerato che sono soprattutto le piccole e medie imprese (PMI), espressione dell'economia reale italiana, ad arginare gli effetti dirompenti della crisi in atto;
se non ritenga di promuovere iniziative legislative che rafforzino il ruolo di vigilanza dell'organo di controllo affinché, pur nel rispetto dell'autonoma valutazione del rischio del credito, gli istituti bancari non continuino ad adottare misure così restrittive nei confronti delle piccole medie imprese, applicando tassi elevati e condizioni capestro;
se non sia, come sembra a giudizio dell'interrogante, fortemente preoccupante il sistema con cui le banche indisturbate impongono tassi usurari, bond da banco, contratti di lavoro bruciando il sudato risparmio dei cittadini e come l'ABI detti le riforme alla politica nonché le regole che, a quanto risulta all'interpellante, sono poi fatte proprie dalle autorità di vigilanza che dovrebbero essere indipendenti, al fine di favorire un sistema che non tutela i risparmiatori, le PMI e gli stessi bancari.
(2-00369)