Discussione dei disegni di legge:
(1460) MICHELONI. - Disciplina della rappresentanza istituzionale locale degli italiani residenti all'estero
(1478) TOFANI e BEVILACQUA. - Modifiche alla legge 23 ottobre 2003, n. 286, recante norme relative alla disciplina dei Comitati degli italiani all'estero, e alle leggi 6 novembre 1989, n. 368, e 18 giugno 1998, n. 198, in tema di Consiglio generale degli italiani all'estero
(1498) GIAI. - Modifiche alla legge 23 ottobre 2003, n. 286, concernente la disciplina dei Comitati degli italiani all'estero, e alla legge 6 novembre 1989, n. 368, in materia di Consiglio generale degli italiani all'estero
(1545) RANDAZZO e DI GIOVAN PAOLO. - Nuove norme sull'ordinamento del Consiglio generale degli italiani all'estero (CGIE)
(1546) RANDAZZO ed altri. - Nuove norme in materia di ordinamento dei Comitati degli italiani all'estero
(1557) PEDICA. - Abrogazione della legge 6 novembre 1989, n. 368, e modifiche alla legge 23 ottobre 2003, n. 286, in materia di disciplina dei Comitati degli italiani all'estero
(1990) CASELLI. - Abrogazione della legge 6 novembre 1989, n. 368, recante istituzione del Consiglio generale degli italiani all'estero (CGIE)
(Relazione orale) (ore 16,40)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione dei disegni di legge nn. 1460, 1478, 1498, 1545, 1546, 1557 e 1990, nel testo unificato proposto dalla Commissione. (Brusio).
Colleghi, siamo in seduta, vi prego di consentire lo svolgimento dei nostri lavori.
Il relatore, senatore Tofani, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.
Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.
TOFANI, relatore. Signor Presidente, colleghi senatori, dopo un lungo periodo di gestazione, durato tanti mesi, questo provvedimento arriva oggi in Aula, e mi auguro possa essere anche licenziato.
Circa un mese e mezzo fa, chiesi all'Assemblea, che cortesemente accolse la mia richiesta, la possibilità di tornare in Commissione e quindi di approfondire ancora quegli aspetti che avevano bisogno di una maggiore conoscenza e anche di una maggiore condivisione. Credo che tutto questo sia stato fatto, per quanto possibile.
Mi auguro quindi che oggi, anche di fronte all'accoglimento di molti emendamenti, e anche di fronte ad altri emendamenti che ho presentato, possano essere meglio inquadrate le istanze e le aspettative che molti colleghi, come potete constatare dal voluminoso fascicolo delle proposte emendative, avevano sottoposto alla mia attenzione, per quel che riguarda le mie competenze, e ovviamente del Governo, per quel che riguarda le sue competenze.
Penso quindi che possiamo con serenità, e mi auguro anche con una certa speditezza, passare all'esame degli articoli e degli emendamenti e procedere nel dibattito alla definizione del provvedimento che oggi abbiamo al nostro esame.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Fantetti. Ne ha facoltà. (Brusio).
Colleghi, stiamo discutendo di un tema importante: la rappresentanza degli italiani all'estero. Cerchiamo di far svolgere gli interventi in modo che quelli che sono interessati possano ascoltarli.
FANTETTI (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ritorna oggi nell'Assemblea del Senato della Repubblica, dopo una lunga gestazione in Commissione, un provvedimento cardine per noi italiani all'estero. L'Atto Senato n. 1460 alla vostra attenzione, infatti, incide profondamente su ben due delle tre rappresentanze elettive della cosiddetta altra Italia, all'interno delle istituzioni della Repubblica italiana: i COMITES (Comitati degli italiani all'estero) ed il CGIE (Consiglio generale degli italiani all'estero). Quando si dice altra Italia, mi si permetta di ricordare, ci si riferisce ad un popolo di quasi 4,5 milioni di cittadini ufficialmente registrati nell'AIRE, l'anagrafe degli italiani residenti all'estero, una popolazione in continua crescita con una maggioranza di persone la cui età è inferiore ai quarant'anni ma che, di fatto, sono una piccola frazione delle decine di milioni di italiani e discendenti di italiani che effettivamente risiedono all'estero. Per inciso, mi si permetta con l'occasione di segnalare a chi di dovere che proprio in conseguenza di ciò il totale della popolazione dei cittadini italiani non è di oltre 60 milioni, come viene universalmente indicato, specie sulla stampa, ma di circa 65 milioni.
Si tratta dunque di un momento parlamentare molto importante per noi e molto sentito dalle nostre comunità all'estero.
In occasione del precedente approdo in Assemblea, avevamo già ricordato brevemente la ratio storica sottostante a queste specifiche disposizioni legislative. Il nostro Paese è stato protagonista nella sua storia contemporanea di un fenomeno migratorio senza eguali al mondo sia per quantità, che per durata e diversità (nelle origini e nelle destinazioni). Gli italiani sono emigrati, o meglio, sono dovuti emigrare praticamente da ogni regione del Paese, in ondate migratorie che si sono succedute per oltre un secolo (e proseguono tuttora), e andando in ogni parte del mondo. Nessun altro Paese al mondo ha vissuto un simile fenomeno.
Comune denominatore di tante diverse esperienze migratorie sono stati due fattori: primo, il bisogno di partire; secondo, la pressoché totale mancanza di considerazione da parte dello Stato. A porre fine a questo secondo aspetto, indegno della storia e della cultura dell'Italia, sono finalmente intervenute le disposizioni legislative che hanno riconosciuto ed istituzionalizzato la presenza degli italiani all'estero: la legge n. 205 del 1985, istitutiva dei COMITES (e successive modificazioni); la legge n. 386 del 1989 (e successive modificazioni), istitutiva del CGIE; le leggi costituzionali n. 1 del 2000 e n. 1 del 2001 sulla circoscrizione Estero e la legge n. 459 del 2001, la cosiddetta legge Tremaglia, sulla disciplina del voto dei cittadini italiani residenti all'estero.
Principio cardine di tutti questi provvedimenti legislativi è il riconoscimento della consequenzialità dei diritti politici e di elettorato attivo e passivo al possesso della cittadinanza italiana. Non si consegue il diritto-dovere in ragione del censo o di quante tasse si pagano; non sulla base della conoscenza della società o della politica italiana (chi potrebbe decidere in proposito?); non sulla base del sesso, della religione o della residenza. All'estero, come in Italia, è solo l'essere cittadini italiani che dà diritto all'elettorato attivo e passivo. Si badi - per inciso - che per molti italiani emigrati all'estero non è stato facile conservare la cittadinanza e, quindi, se lo hanno fatto (in un certo senso) hanno meritato ancora di più di poter dire la loro sull'organizzazione ed il progetto politico della madrepatria, a prescindere da dove risiedono.
Ora, per quanto riguarda le rappresentanze cosiddette di base degli italiani all'estero (ovvero i COMITES), grazie alla meritoria opera di raccordo del relatore collega senatore Tofani (che noi italiani all'estero non possiamo che ringraziare, sentitamente, per aver posto la sua pazienza, capacità ed autorevolezza al servizio della nostra causa), vengono introdotti nell'ordinamento italiano alcuni opportuni aggiornamenti che razionalizzano il settore e mettono le migliori premesse al rinnovo di questi consessi, che noi tutti auspichiamo possa avvenire senza ulteriori indugi.
Tra le importanti novità che l'Atto Senato n. 1460 contiene, appare opportuno mettere in evidenza che: si riduce di un terzo (da 90 a 60) il numero dei COMITES sul territorio della circoscrizione Estero; si assicura un premio di maggioranza alla lista vincitrice del COMITES; si aboliscono gli oltre 30 rappresentanti non elettivi del CGIE; si introduce un Consiglio generale degli italiani nel mondo, nel quale sono presenti, come doverosamente richiesto da noi diverse volte, i rappresentanti delle Regioni.
A tale riguardo, appare a noi particolarmente benemerito il fatto di aver posto come discrimine generale della nuova normativa il criterio della selezione democratica. Il carattere elettivo delle rappresentanze degli italiani all'estero riguarda infatti sia i livelli di base che quelli massimi. Ed infatti, data la stessa origine elettorale e la stessa tecnica di selezione, sono solo i quorum di successo elettorale a distinguere i consiglieri COMITES dai parlamentari eletti ex lege n. 459 del 2001.
Questo discrimine democratico non riguardava invece in toto il livello intermedio del CGIE, nella cui composizione attuale oltre un terzo dei componenti non sono eletti (bensì nominati), ma l'Atto Senato n. 1460, attualmente all'esame, limita i nominati ai soli rappresentanti di Regioni e Province autonome ed ai presidenti di ANCI e UPI (Associazione nazionale dei Comuni italiani e Unione delle Province italiane) e dunque rispristina il principio elettivo tanto democraticamente caro a noi italiani all'estero anche nel CGIE.
Non è cosa da poco. La natura democratico-elettiva di questi enti, regolati da leggi dello Stato italiano ed in tutto titolati a fregiarsi del rango di istituzioni della Repubblica è, infatti, talmente forte da legittimarli anche al di fuori dei confini sovrani dello Stato e della legislazione italiana.
Al riguardo, è bene che non sfugga a nessuno - e per questo ritengo sia importante ribadirlo qui, nella Camera alta - che, a differenza delle rappresentanze diplomatico-consolari che costituiscono propaggini statuali all'estero tradizionalmente riconosciute dal diritto internazionale, le rappresentanze COMITES sono in realtà accettate all'interno di sistemi sovrani terzi rispetto al nostro, solo in quanto ritenute degne e compatibili con i locali criteri giuridici di rappresentanza democratica di interessi collettivi e legittimi.
Vorrei tornare su un punto, cosciente di trovarmi di fronte ad una posizione personale non ancora suffragata dalla dottrina o dalla giurisprudenza, ma intento a fare la mia parte de iure condendo. La proiezione del vigore legislativo italiano in ambiti giuridico-territoriali esclusi dalla nostra sovranità (cioè tutti quelli della cosiddetta circoscrizione Estero) non sarebbe possibile se ivi non si riconoscesse - più o meno esplicitamente - la coerenza di tali dispositivi con i locali principi di gestione democratica della res publica.
I COMITES, illustri colleghi, non sono e non saranno mai un mero consesso consultivo del Ministero degli affari esteri. Non lo sono per la legge italiana e non lo sono per le autorità dei luoghi nei quali esplicano la loro meritoria attività. Sono molto più importanti, per fortuna!
Ho citato, al riguardo già in passato, alcuni esempi tratti dalla recente attività politica sul territorio della circoscrizione Estero. Diversi Laender tedeschi - oltre a consentire l'esistenza dei COMITES italiani sul loro territorio - considerano i vertici da loro selezionati democraticamente (i cosiddetti Inter comites) come i legittimi interlocutori istituzionali con le comunità italiane ivi residenti. Ai fini della gestione della locale res publica sono loro - e non l'ambasciatore rappresentante del Governo italiano a Berlino - a rappresentare gli italiani ivi residenti, perché anche secondo la legge tedesca quelle rappresentanze locali sarebbero selezionate con quelle stesse procedure democratiche.
In Svizzera, di recente, in seguito all'attività di lobbying politica esercitata dai COMITES locali, il cantone di San Gallo è tornato indietro sulla decisione di tagliare i fondi per i corsi di lingua italiana, riconoscendo (per gli stessi motivi sopra detti) a quegli interlocutori istituiti con legge italiana la dignità di rappresentanza di interessi locali svizzeri.
Ecco dunque perché il criterio di elezione democratica è talmente importante. Ecco perché noi italiani all'estero siamo fieri che esso informi di sé ogni nostra istituzione. Ed ecco perché il sistema istituito dal legislatore italiano può trovare piena applicazione anche all'estero.
Sulla base di queste considerazioni, invitiamo a guardare con favore a questo provvedimento di riforma e ad approvarlo in questa stessa seduta. (Applausi dai senatori Tofani e Filippi Alberto.Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Micheloni. Ne ha facoltà.
MICHELONI (PD). Signor Presidente, la riforma dei COMITES è qualcosa di complesso, molto più complesso, care colleghe e cari colleghi, di quello che può apparire se si pensa a questi organismi come se fossero dei semplici comitati di rappresentanza delle nostre comunità. Noi invece parliamo di una legge che dovrà trovare applicazione in tutto il mondo e che dovrebbe rispondere alle esigenze delle nostre comunità che vivono in tutti i Paesi del mondo.
Questi Comitati, e il Consiglio generale degli italiani all'estero, hanno svolto un ruolo estremamente importante in questi vent'anni di storia, però, oggi dobbiamo prendere atto della profonda trasformazione degli italiani all'estero e della composizione della nostra comunità. Ho già avuto occasione di dire, ma voglio ricordarlo anche in questa sede, che attualmente più della metà dei cittadini italiani residenti fuori dall'Italia è nata all'estero, e questo cambia fondamentalmente il quadro e il tipo di rappresentanza che noi dobbiamo immaginare. Da qui nasce il lavoro che abbiamo fatto nel Comitato ristretto.
Oggi stiamo discutendo il testo illustrato dal relatore, che ringrazio per il lavoro svolto durante tutti questi mesi; ricordo però che sono stati presentati sei disegni di legge di riforma di questi organismi. A questo testo sono stati presentati moltissimi emendamenti, e mi auguro che nel corso dell'esame degli articoli molti di essi vengano accolti. Il tempo impiegato per giungere alla presentazione di questo provvedimento sta a dimostrarne - ripeto - la complessità, e pertanto vi chiedo, colleghe e colleghi, di compiere uno sforzo per comprendere la fatica che noi eletti all'estero facciamo per far capire l'importanza di certe modifiche che chiediamo vengano apportate al testo di legge, proprio perché il tema è veramente complesso.
Il sistema italiano di rappresentanza delle comunità all'estero è uno dei migliori al mondo, e molti Paesi lo stanno prendendo ad esempio. Pertanto, il nostro lavoro migliorativo ha un grosso significato. Il Paese che più sta prendendo ad esempio questo nostro tipo di rappresentanza è la Francia, nel cui Parlamento siedono già alcuni senatori eletti all'estero, mentre nelle prossime elezioni politiche verranno eletti all'estero anche 11 deputati. Anche per la Francia esistono dei Comitati ed un Consiglio generale (prima chiamato Conseil supérieur des français de l'étranger,e che adesso ha cambiato nome) come quelli vigenti per l'Italia. L'esempio italiano, quindi, sta facendo scuola nella rappresentanza.
Vorrei tentare brevemente di mettere in evidenza che questi organi di rappresentanza sono importanti per l'Italia, e lo sono perché oggi esistono parlamentari eletti nella circoscrizione Estero. Questi organismi, eletti a suffragio universale, devono essere i veri interlocutori dei parlamentari, strumenti indispensabili se vogliamo compiere il nostro lavoro di rappresentanza di collegi immensi. Ad esempio, il collegio cui apparteniamo io ed il collega Fantetti conta oltre 60 Nazioni, ed è impensabile che un senatore possa conoscere tutte queste realtà e possa avere la capacità di fare sintesi dei bisogni di una Nazione.
Questi organismi hanno un vantaggio nei confronti di tutte le altre associazioni o organizzazioni di partito: sono il risultato di un'elezione democratica e, dunque, chiamati a fare sintesi. Questo è estremamente importante per il nostro lavoro, come lo è il Consiglio generale, un luogo indispensabile per fare sintesi della politica generale che bisogna sviluppare per gli italiani all'estero.
Sul Consiglio generale voglio spendere due parole, essendo uno dei punti che al momento ha creato maggiori discussioni e tensioni nelle strutture organizzative. Attualmente il Consiglio generale è formato da 64 rappresentanti delle comunità nel mondo e da un gruppo di 29 persone di nomina governativa, che rappresentano enti, istituzioni e associazioni storiche, che sono state importantissime per la storia degli italiani all'estero poiché hanno costruito la storia dell'integrazione degli italiani nel mondo.
Oggi chiediamo a questo organismo di fare un passo in avanti, un salto politico, sostituendo questa componente storica, che ha svolto - ripeto, e dobbiamo riconoscerlo tutti - un ruolo estremamente importante, con gli assessori regionali all'emigrazione. Ciò significa che, se questa legge viene approvata, gli italiani all'estero avranno un tavolo istituzionale di livello, come non è mai stato prima. I prossimi consiglieri del Consiglio generale degli italiani all'estero che verranno a Roma per svolgere il loro lavoro siederanno a un tavolo alla presenza dei vari rappresentanti dei Ministeri di competenza, quindi con lo Stato centrale, e allo stesso livello degli assessori regionali.
Credo che questo rappresenti un salto estremamente importante, e che uno strumento così qualificato possa interessare le nostre nuove generazioni. Queste ultime, infatti, dovrebbero essere strumenti di politica estera nel mondo, strumenti di promozione del nostro Paese, e credo che saranno pronte ad impegnarsi per lavorare ad un tavolo istituzionale in grado di dare indirizzi al Parlamento e al Governo per le politiche relative agli italiani all'estero.
Devo però riconoscere che questo disegno di legge - in questo sta la sua chiave - ha creato tensioni notevoli presso questi enti, che hanno fatto la storia. Una delle accuse mossegli è che il mondo dell'associazionismo viene allontanato dalle istituzioni. A mio avviso è proprio il contrario. Una valorizzazione dell'intervento dei COMITES, del peso specifico delle loro attività, porterà le associazioni esistenti oggi sul territorio all'estero a candidare le donne e gli uomini migliori a far parte di questi COMITES. E il Consiglio generale sarà emanazione di tutti gli eletti ai vari Comitati.
Abbiamo tenuto moltissime audizioni con varie associazioni, con le Regioni, con il Consiglio generale attualmente in carica, con i presidenti dei COMITES, e forse non siamo stati capaci, maggioranza e opposizione, nell'ambito del Comitato ristretto, di trasmettere il salto politico di qualità che questo disegno di legge propone.
Mi auguro che oggi il Governo e il relatore possano accogliere gran parte degli emendamenti da noi presentati, che vanno in direzione di rafforzare il ruolo politico e istituzionale della rappresentanza degli italiani all'estero, perché credo che sia un obiettivo logico e necessario, se vogliamo che la presenza dei parlamentari della circoscrizione Estero nel Parlamento italiano sia davvero qualcosa al servizio dell'Italia ancor prima e ancora di più che nell'interesse degli italiani all'estero.
Mi auguro anche che questo dibattito serva a far capire ai partiti che è importante non considerare la circoscrizione Estero come una riserva indiana di 6 seggi al Senato e 12 alla Camera, ma come una rappresentanza importante per il Paese, per la nostra politica e per la nostra economia e che dunque si devono impegnare in questo collegio come farebbero per qualsiasi altra Regione, e non vederlo con gli occhi della nostalgia. La nostalgia non fa più parte dei sentimenti degli italiani all'estero: i nostri figli nati all'estero hanno un legame profondo con l'Italia, un legame culturale, di valore, non nostalgico, e desiderano dare un contributo all'Italia.
Questo si tenta di fare con la presente riforma, e mi auguro pertanto che vengano accolti gli emendamenti migliorativi. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Firrarello. Ne ha facoltà.
FIRRARELLO (PdL). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, il testo unificato in materia di riforma dei COMITES e del Consiglio generale degli italiani all'estero, elaborato dalla Commissione affari esteri trasmesso all'Assemblea e, successivamente, rinviato per un ulteriore approfondimento alla Commissione, che ha dato un nuovo mandato a riferire in Aula, è sicuramente un compromesso possibile tra le forze politiche di fronte a un problema diffuso in tutto il mondo che presenta problemi difficilmente risolvibili.
La proposta normativa fatta propria dalla maggioranza ridisegna l'articolazione territoriale dei COMITES, ridefinendone i compiti e la composizione.
Per quanto riguarda il Consiglio generale degli italiani all'estero, si prevede l'appartenenza di diritto dei presidenti degli Intercomites, superando un'inopportuna incompatibilità nella duplice appartenenza ai suddetti organismi di rappresentanza delle comunità italiane nel mondo. Viene invece eliminata la componente di nomina governativa, la cui soppressione ha suscitato forti dissensi nell'articolato mondo dell'associazionismo. Credo però che la presenza degli assessori regionali all'emigrazione sia un fatto certamente positivo, perché consente una partecipazione diretta delle Regioni che finanziano a vario titolo tante manifestazioni culturali che vengono organizzate durante l'anno. Di conseguenza, è giusto che ci sia questa integrazione e che si risponda direttamente alle iniziative che vengono proposte, anche se, a mio avviso, c'è una contraddizione nel fatto che noi ragioniamo in termini di regionalismo verso l'estero, ma chi è lontano dalla madrepatria si sente un italiano integrato al cento per cento e non riesce a vedere le divisioni che ci possono essere nell'ambito della nostra organizzazione nazionale. (Applausi del senatore Astore).
Un'ulteriore e fondamentale novità è quella dell'inclusione delle rappresentanze delle autonomie locali e regionali.
Questi sono i tratti salienti della riforma, rispetto alla quale sono presentatore di talune proposte di modifica, che mi sembra non siano state accettate. Alcuni dei miei emendamenti al testo unificato propongono il superamento del sistema del voto per corrispondenza e l'istituzione del voto nei seggi elettorali anche al di fuori dei confini nazionali.
Ma chi può essere soddisfatto di come sono andate le cose per il voto degli italiani all'estero? Tutta la stampa ha parlato di vulnus che ci sono stati
nel sistema di voto e degli equivoci che si sono posti all'attenzione di coloro i quali hanno partecipato al voto. Mi rendo tuttavia conto che è difficile organizzare un voto nelle cabine elettorali, anche per il costo che avrebbe comportato e per i problemi che sarebbe stato necessario affrontare. Credo però che sia uno dei problemi insoluti su cui il dibattito svolto in Commissione non ha trovato una soluzione adeguata di cui purtroppo ci sarebbe molto bisogno.
Vi è poi la reintroduzione di una limitata rappresentanza di consiglieri del CGIE di nomina governativa, venendo incontro alle istanze del mondo delle associazioni e dei patronati, nonché la presenza nel CGIE della rappresentanza delle Camere di commercio italiane nel mondo, per il significato e il ruolo assunto nel corso degli anni.
Vedete, colleghi, molte volte non si distingue il profondo cambiamento avvenuto negli italiani all'estero, con tantissimi connazionali che hanno fatto cose importantissime, ponendosi all'attenzione degli Stati in cui essi vivono, ma anche al di fuori dei confini di quegli stessi Stati. Si tratta perciò, a mio avviso, di una realtà diversa che va esaminata, che va vissuta e conosciuta meglio e che va aiutata. In ogni caso, credo che queste articolazioni ci aiuteranno anche in futuro ad interpretare meglio i bisogni degli italiani all'estero.
Si prevede, ancora, la ridefinizione del sistema di partecipazione degli enti locali e regionali. Le Regioni, in particolare, alla stessa stregua degli enti locali, devono assicurare nel CGIE la loro rappresentanza, attraverso la Conferenza delle Regioni, finalizzata a garantire nei confronti dei nostri connazionali all'estero una tempestiva sintesi politico-amministrativa necessaria ad indirizzi legislativi armonici tra loro. La realtà però è che probabilmente, soprattutto all'estero, in questi organismi non si è voluto tener conto del ruolo svolto nei Parlamenti nazionali dai parlamentari da essi eletti, che sono ormai i loro veri portavoce, secondo quanto si è voluto attraverso una legge, che può essere anche discutibile, ma che li riconosce ormai stabilmente come loro rappresentanti. Dobbiamo tenerne conto.
Anche nel corso dei lavori svoltisi la settimana scorsa a Torino, attraverso il dibattito ed il documento approvato, il Consiglio generale degli italiani all'estero ha assunto una posizione nettamente contraria al testo giunto oggi all'approvazione di questo ramo del Parlamento. Credo però che in questo modo si sia commesso un errore, mentre sarebbe stata invece necessaria una valutazione più serena delle questioni sulle quali si è tentato di dare risposte e trovare una soluzione il più possibile condivisibile. Penso che la concezione in qualche modo sia rimasta lontana dal cambiamento che c'è stato nel corso degli anni.
In qualità di Presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero, mi sono disposto in più occasioni al dialogo, per trovare soluzioni che potessero essere ampiamente condivisibili. Tuttavia, credo che il netto rifiuto ad individuare delle risposte accettabili non ci abbia aiutato a fare ciò che probabilmente sia il Governo che il Comitato avrebbero voluto.
Ritengo dunque che il provvedimento in discussione rappresenti il massimo che si possa fare. Tra l'altro, ci troviamo in presenza di organismi che sono scaduti da tempo e che è giusto rinnovare, in modo che possano avere altri rappresentanti e che questi possano essere liberamente scelti. Credo che questo provvedimento vada dunque approvato nel più breve tempo possibile, per dare quelle risposte che gran parte degli italiani all'estero aspettano da noi. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo in sede di discussione generale per rimarcare il fatto che ci troviamo ancora una volta ad esaminare il provvedimento in titolo dopo numerosissimi rinvii, sintomatici della confusione - ad avviso del mio Gruppo, anche a seguito di quanto ascoltato in occasione dell'assemblea plenaria del CGIE tenutasi a Torino - e dovuti alla titubanza, alla paura e alla mancanza di concertazione che, come sempre, caratterizzano l'approccio di questa maggioranza in ogni occasione, oggi in particolare relativamente ad una materia importante come quella della rappresentanza degli italiani all'estero.
Qualcuno potrà ironizzare sostenendo che, siccome non ci occupiamo dei nostri problemi, non è immaginabile pensare a quelli esteri. Invece, fortunatamente, esiste un'opposizione che si occupa dei concittadini che si trovano in Paesi lontani, all'estero, e che vogliono rappresentare all'estero quello che oggi due comitati stanno facendo - mi riferisco al COMITES e al CGIE - rappresentando la cultura, la lingua e quanto di meglio dovrebbe uscire da questi comitati. Ebbene, è noto al riguardo il mio pensiero: è nota la mia distanza dalla scelta di avere un doppione. A mio avviso, infatti, COMITES e CGIE, svolgono la stessa funzione, sia pur positiva: cultura, istruzione e lingua. So che qualcuno dissente da queste mie considerazioni: il collega Micheloni è uno di questi. Io mi chiedo però per quale motivo si debba spendere due e non uno per raggiungere lo stesso obiettivo. Ho sempre messo in evidenza il problema dei «CGIE uguale persone elette», cioè parlamentari che rappresentano gli italiani nel mondo, e come tale soluzione vada cancellata, tra virgolette; ma occorre al contempo varare una normativa in proposito e individuare una soluzione.
Ebbene, questo testo, la cosiddetta "legge Tofani", è l'insieme di tutto e del suo contrario. Lo abbiamo denunciato a Torino (era presente il rappresentante del Governo che oggi ci sta ascoltando in Aula), e abbiamo lì vissuto anche momenti drammatici. CGIE e COMITES hanno richiesto di essere auditi, hanno detto: «Noi abbiamo delle idee, vogliamo costruire qualcosa di nuovo. C'è chi ci vuole azzerare? Discutiamone; ma non mettete insieme tanti disegni di legge, come se si trattasse di un copia e incolla, perché questa soluzione non porterebbe ad un miglioramento bensì alla distruzione dei Comitati all'estero». E allora, su questo bisogna fare una riflessione. E proprio per questo motivo, stranamente e paradossalmente, il CGIE plaude a una proposta di legge di tre anni fa, la mia, volta ad abolirlo. Perché? Perché è meglio - l'hanno detto loro, gli amici del CGIE e anche dei COMITES - azzerare tutto, e scrivere noi le nuove regole piuttosto che vedere imposta una legge che dice tutto e il contrario di tutto, ma ha un unico obiettivo: annullare. Finirebbe infatti con l'annullare tutto. Bisogna leggere attentamente il testo del disegno di legge. C'è tanta confusione e ipocrisia al suo interno. Dobbiamo dirlo chiaramente.
Per questo rivolgiamo un appello al Governo e a tutte le forze politiche: varando questo provvedimento non andremo a migliorare la situazione degli italiani all'estero e a difendere la loro italianità, ma finiremo con il creare ancora più confusione.
Quando il Sottosegretario ha detto a Torino di volere anche controllare i soldi delle Regioni, ad esempio i 2-3 milioni di euro che vengono destinati da ciascuna regione per la cultura ad ogni Regione, rispondo: va benissimo; sediamoci a tavolino con loro e troviamo una soluzione.
Viene logico per noi dell'opposizione pensare che: si vuole controllare come si spendono i soldi della Regione per gli italiani all'estero, ma non ci interessiamo naturalmente il nostro Gruppo la pensa in questo modo - delle spese che stiamo sostenendo per armare i nostri soldati in Afghanistan o per partecipare ad una guerra, come quella in Libia, per noi assurda. Non valutiamo quei soldi. Il Governo invece vuole controllare le risorse che dalle Regioni vanno ai COMITES o al CGIE, che servono per rappresentare una cultura.
Ecco allora perché dobbiamo riflettere su come andare avanti con questa legge, perché ciò vuol dire creare ancora più confusione. Ce lo dicono loro non lo diciamo noi. Ci dicono di averci scritto, di averci dato delle carte che non abbiamo letto, di voler essere auditi per spiegare come funziona all'estero, perché non lo sappiamo e forse neanche i nostri rappresentanti, che oggi siedono in questi scranni, hanno saputo rappresentare quanto di buono e di positivo stanno facendo. Sono anche disponibili a diventare una cosa sola e - come ha detto il segretario generale del CGIE Carozza - ad azzerare tutto, ma ricominciando con le loro idee.
L'appello che lancio è di avviare nuovamente una discussione. Facciamo un passo indietro per aiutarli perché, facendo ciò, si difende e si aiuta l'italianità; si difende la cultura, si difende quanto qui in Italia non si difende, ossia - lo ripeto - la cultura, l'istruzione e la lingua. È un aspetto sintomatico che dall'Italia arriva a tutto il mondo.
Su questo è bene riflettere. Lo ripeto al Governo e a tutti quelli che hanno a cuore gli italiani all'estero. Non voglio richiamare il mio disegno di legge, che è stato assorbito come gli altri, ma con quel copia e incolla approssimativo non si risolve niente.
Allora, occorre riflettere di nuovo e rispettare le persone che ci chiedono di essere ascoltate. Lo dico al Governo che mi sembra abbia accennato ad una disponibilità in tal senso. Noi abbiamo già espresso solidarietà al Sottosegretario per quell'attacco violento posto in essere da una persona, attacco dal quale ci siamo immediatamente dissociati. Tutti i parlamentari sono usciti proprio per marcare la distanza rispetto alle parole rivolte anche al collega presidente Firrarello, parole fuori luogo che non c'entravano niente con un dibattito che fino a quel momento - era presente appunto anche il Sottosegretario - era stato critico ma costruttivo. Credo sia stato un elemento di novità anche il fatto di voler costruire qualcosa di nuovo, secondo quanto richiesto, e in tal senso vi era la disponibilità del Governo e di tutti i parlamentari.
Ebbene, non voglio soffermarmi sul mio disegno di legge, perché tanti aspetti sono buoni e tanti si possono discutere ed emendare, come ho detto agli amici del CGIE, però bisogna riflettere sul fatto che non possiamo annullare con una legge tutti i buoni propositi che COMITES e CGIE vorrebbero mettere in pratica.
Su questo invito tutti a riflettere, senza ironia, perché lì ci stanno loro, mentre noi sediamo qui comodamente. Ci sono dei parlamentari che sono stati eletti nel mondo che non si sono mai fatti vedere in alcuni luoghi. Queste persone, che dovrebbero rappresentare un collegio, per quanto sicuramente amplissimo, in 3, 4, 5 anni non si sono fatte vedere per un momento di incontro e di riflessione. Credo che ciò porti anche a riflettere - lo ripeto per la quinta volta - per ricordare che lì ci sono loro e ci guardano. Riflettiamo tutti insieme. Facciamo un passo indietro, come chiedono anche CGIE e COMITES. Ascoltiamoli, valutiamo, ma facciamo una legge nuova, una legge buona, una legge di rappresentanza vera, con la R maiuscola. (Applausi dal Gruppo IdV e della senatrice Giai. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Filippi Alberto. Ne ha facoltà.
FILIPPI Alberto (LNP). Signor Presidente, innanzitutto mi unisco all'auspicio del relatore di licenziare quanto prima il testo del provvedimento al nostro esame: è un testo condiviso in modo abbastanza trasversale, nonostante le critiche espresse dal collega Pedica, frutto di un lavoro congiunto da parte delle forze presenti all'interno di quel gruppo di lavoro formatosi proprio per arrivare ad un provvedimento condiviso, capace di sintetizzare le proposte normative odierne con quelle ascoltate in sede di audizione in 3a Commissione.
Quindi, non voglio neppure essere ripetitivo, in quanto la relazione del senatore Tofani è stata precisa, puntuale e dettagliata. Evidentemente il testo oggi regolamenta i COMITES e il CGIE, ma è importante sottolineare come si è arrivati a questo disegno di legge che scaturisce da un gruppo e nel modo più condivisibile e trasversale possibile. Si tratta di un lavoro che, almeno in teoria, dovrebbe dunque essere condiviso. È un lavoro importante, impegnativo, per cui mi corre l'obbligo di fare i complimenti non solo ai colleghi parlamentari, ma anche agli uffici che hanno sostenuto questo impegno.
La disciplina attualmente in vigore necessita di una riforma e di un riassetto, soprattutto alla luce della rilevante novità costituita dall'introduzione, come si è più volte ribadito, del diritto di voto per i nostri cittadini residenti all'estero e la previsione di parlamentari eletti nella circoscrizione Estero. Non si tratta di un atto dovuto, ma vi è l'auspicio che possa «andare a dama» e arrivare a conclusione, essendo logico che si proceda a rinormare questa materia. È necessario procedere a questa riforma allo scopo di consentire il rinnovo degli organismi prima citati secondo le nuove e più idonee modalità. Nel Testo unico vengono modificate le soglie minime di consistenza delle collettività italiane nel mondo necessarie per procedere alla formazione di detti organismi. Ciascun Comitato è chiamato a redigere una relazione annuale per dare conto degli interventi effettuati dalle autorità ed enti italiani a favore della collettività italiana nel proprio territorio di riferimento, nonché sullo stato della stessa collettività. Viene, inoltre, stabilito che deve essere istituito un Comitato dei presidenti, detto Intercomites, quando in un Paese viene formato più di un Comitato. In base alla consistenza della comunità italiana di riferimento, il Comitato varia nella composizione da 9 a 18 membri, con una durata in carica quinquennale, eletti mediante voto di lista.
Per quanto riguarda il CGIE, secondo il testo proposto, andrebbe modificata la sua denominazione in Consiglio degli italiani all'estero, e avrebbe 82 membri; ne fanno parte di diritto i presidenti degli Intercomites, i presidenti o gli assessori con delega all'immigrazione delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano nonché il presidente dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani e dell'Unione delle Province d'Italia. È necessario sottolineare che i Comitati italiani all'estero, i COMITES, hanno un ruolo importante nel processo di sviluppo della partecipazione attiva nella vita politica da parte delle collettività italiane nel mondo e allo stesso tempo costituiscono l'organismo essenziale per il collegamento permanente con il nostro Paese e le sue istituzioni.
Sebbene siano di basilare importanza, è d'obbligo ricordare che le attuali strutture andrebbero rinnovate, come appunto ricordavo all'inizio, in quanto potrebbero essere causa di duplicazione anche delle proprie funzioni. Ciò comporterebbe evidentemente inefficienza a livello burocratico e conseguentemente spese esose e anche inutili.
Vorrei, inoltre, ricordare in sede di discussione generale, alcuni emendamenti che vanno a disciplinare il sistema elettorale e le modalità di voto. Noi della Lega Nord riteniamo che questo sistema debba essere rivisto, soprattutto per evitare eventuali brogli, irregolarità o comunque un modo di votare che in passato ha ricevuto più di una critica.
Mi corre quindi l'obbligo di menzionare gli emendamenti 14.2 e 14.3, di cui sono tra l'altro cofirmatario insieme al senatore Micheloni, i quali prevedono e suggeriscono al relatore e al Governo di fare in modo che al momento del voto vi sia da parte di chi vota la firma, un documento di identità o la sua fotocopia o una combinazione di questi. Ovviamente siamo disponibili a valutare, se necessario, una riformulazione del relatore che, nella sostanza, tenga conto di questa nostra segnalazione.
Abbiamo ampiamente discusso in Commissione di questo problema, e lo abbiamo fatto in modo trasversale. Il fatto che gli emendamenti siano sottoscritti sia dal senatore Micheloni e dal sottoscritto sta ad indicare che non sono emendamenti di bandiera, ma semplicemente proposte di buon senso, che tendono a migliorare il testo e trasmettere un messaggio di serietà. Il voto, infatti, è una cosa seria e il voto degli italiani all'estero deve essere considerato a tutti gli effetti, non solo importante, ma anche corretto, come è giusto che sia.
L'auspicio è pertanto che l'iter del provvedimento si concluda quanto prima con l'approvazione e che nel corso dell'esame degli emendamenti tutte le proposte e i contributi della Lega Nord siano accettati, anche attraverso eventuali riformulazioni, purché la sostanza resti la stessa. (Applausi del senatore Fantetti).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giordano. Ne ha facoltà.
GIORDANO (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento di riforma dei COMITES (Comitati degli italiani all'estero) e del CGIE (Consiglio generale degli italiani all'estero) che giunge oggi all'esame dell'Aula era atteso dai cittadini italiani nel mondo (circa 4 milioni di elettori), anche perché la scadenza naturale per il rinnovo dei rappresentanti di questi organismi era prevista nel 2009.
Desidero anzitutto complimentarmi con il relatore e collega, senatore Tofani, per aver pilotato per oltre due anni questa riforma che, con l'appoggio della Commissione affari esteri e del Governo, tramite il sottosegretario Mantica, è stato possibile far approdare oggi in Senato.
Il COMITES (organismo istituito in base alla legge 8 maggio 1985, n. 205) è concepito come punto di riferimento diretto della comunità italiana residente nella circoscrizione consolare. Con l'avvento dell'elezione dei 18 parlamentari eletti all'estero, molte cose sono cambiate nel mondo dell'emigrazione italiana, anche se si tende a trascurare l'importanza dei rappresentanti all'estero e del conseguente impatto sull'intero sistema delle rappresentanze delle nostre comunità, così come risulta dalla vigente normativa in tema di COMITES e di CGIE. Bisogna prendere atto di questa nuova realtà: è anche, e soprattutto, per questi motivi, che una riforma dei due organismi era diventata necessaria.
Credo che il COMITES, come riformato oggi con questo provvedimento, abbia un ruolo ancora maggiore nelle relazioni delle nostre comunità all'estero, soprattutto se riuscirà a dare spazio ai giovani e a quanti desiderano impegnarsi nel mondo dell'emigrazione per avvicinare sempre più i nostri concittadini all'estero alla madrepatria, al nostro bel Paese.
Il CGIE, l'organismo fondato il 6 novembre 1989 con il ruolo di rappresentanza delle comunità italiane all'estero presso il Governo e le autorità politiche, è anche punto di raccordo tra COMITES e parlamentari della circoscrizione Estero. Ora, dopo l'elezione dei 18 parlamentari all'estero, avvenuta per la prima volta nell'aprile del 2006, la funzione del CGIE di fatto è in parte cambiata. Quindi, oggi il ruolo del CGIE non è più quello originario, che risale alla sua fondazione, perché molte incombenze e funzioni sono automaticamente passate di fatto ai parlamentari della circoscrizione Estero.
Oggi non si può perpetuare il carattere inutilmente assembleare di tale organismo, che comporta un dispendio di tempo impiegato in dibattiti spesso sterili anche perché viziati da visioni eccessivamente di parte; vengono invece, del tutto trascurati gli aspetti operativi della sua attività, quali iniziative concrete a favore di gruppi delle nostre collettività, borse di studio, scambi e contatti con gruppi in Italia, formazione professionale. In tal modo tutte le risorse disponibili risultano impiegate solo per le spese di gestione - ed il caso del CGIE è evidente - con la pletora di riunioni, delibere, atti di indirizzo, assunzione di esperti, indagini conoscitive, come se i membri non venissero già dall'estero. Ed è questo un sintomo eloquente della concezione "grandiosa" che si ha del CGIE, nato del resto sul modello francese. Ad esempio, la proposta di Presidenza, l'invio di documenti vari, relazioni, programmi, pareri, che la proposta stessa prevede numerosi, mentre mancano da questo quadro iniziative concrete che vadano a beneficio delle nostre comunità, del loro sviluppo reale, soprattutto dei loro legami con l'Italia e dei rapporti, anche economici, con le sue numerose e varie espressioni produttive ed imprenditoriali.
In conclusione, signor Presidente, mentre ritengo che il COMITES sia un organismo necessario per le comunità italiane nel mondo perché più vicino al cittadino e alle sue problematiche ed aspirazioni penso che, il CGIE, secondo ciò che abbiamo visto negli ultimi anni, e soprattutto ultimamente in vari convegni (da ultimo a Torino), vada rivisto e riformato profondamente.
Mi auguro, quindi, che questo disegno di legge venga approvato ed in seconda lettura alla Camera si possa trovare un consenso bipartisan ancor più vasto per poter dare al CGIE un ruolo più consono alla luce delle esperienze del passato e soprattutto della nuova realtà odierna.
Mi dispiacerebbe se si dovesse arrivare un giorno a dar ragione a quanti pensano e suggeriscono, non ultimo l'ex Ministro degli affari esteri, onorevole Gianni De Michelis, che lo disse in una sua audizione presso il Comitato per le questioni degli italiani all'estero, che il CGIE sia un organismo inutile e quindi da sopprimere. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.