ROMANI, ministro dello sviluppo economico. Signor Presidente, questo dibattito si svolge quaranta giorni dopo il disastro che ha colpito il Giappone e l'incidente gravissimo della centrale di Fukushima; quaranta giorni che hanno aperto un ampio dibattito a livello mondiale sulla produzione di energia da centrali nucleari, e che il Governo italiano ha utilizzato per dare coerenza alla propria strategia di approvvigionamento energetico.
Infatti, quarant'otto ore dopo l'incidente tutti i Governi europei, compreso quello italiano, sono stati convocati a Bruxelles per approfondire l'emergenza creata dall'incidente di Fukushima ed immaginare soluzioni, anche se fin dall'inizio si è registrata disomogeneità fra i diversi Paesi, pur nella comune esigenza di rafforzamento delle misure per accrescere i livelli di sicurezza e di standardizzazione. Ad oggi abbiamo Paesi come la Germania, che hanno portato già a conseguenze molto avanzate l'esigenza di rivedere la mappa delle proprie centrali, con particolare riguardo a quelle di prima costruzione, e Paesi come la Francia, che spingono sulla revisione ma non chiusura dei propri impianti, per alzarne invece il livello di sicurezza.
Nel successivo Consiglio europeo è nato il programma di stress test, cioè di verifica dei parametri delle centrali esistenti (circa 143 nell'Europa a 27, che divengono 195 se si comprendono i Paesi al di fuori dell'Unione europea) di prima e seconda generazione. Proprio la definizione dei parametri di sicurezza, che dovranno essere condivisi da tutti i Paesi e proposti, com'è intenzione, ai Paesi extraeuropei, è la priorità che le agenzie per la sicurezza dei diversi Paesi devono ora affrontare e risolvere.
Soltanto dodici giorni dopo l'incidente, il Consiglio dei ministri del 23 marzo decideva di inserire in un decreto-legge la cosiddetta moratoria, ossia la sospensione dei termini del programma nucleare già definito in precedenza, per dodici mesi. Una riflessione ritenuta opportuna proprio per garantire l'allineamento alle procedure europee prima citate.
Negli stessi giorni il Governo ha dato impulso alla creazione dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, della quale stiamo ora definendo gli aspetti organizzativi, con l'obiettivo di partecipare a pieno titolo al processo di analisi e definizione degli standard di sicurezza.
Tutto ciò è dimostrato dagli sviluppi del decreto-legge in conversione: prima una disposizione con cui è stata prevista la moratoria di un anno rispetto all'attuazione del programma per la realizzazione di impianti nucleari; poi l'emendamento presentato ieri, coerente con la decisione della moratoria, che ne sviluppa le conseguenze. Un serio approfondimento sui profili di sicurezza della produzione di energia da fonte nucleare non può essere vincolato a termini temporali, in ogni caso predefiniti. Occorre predisporre le condizioni perché possa avvenire nel modo più sereno e proficuo.
Del decreto legislativo n. 31 del 2010 e del decreto legislativo correttivo n. 41 del 2011 sono mantenute soltanto le disposizioni che riguardano il trattamento dei rifiuti e delle scorie radioattive derivanti da attività industriali, di ricerca e medico-sanitarie e il decommissioning degli impianti pregressi. È evidente, infatti, che si tratta di attività importanti e delicate, che prescindono dalla realizzazione o meno di impianti nucleari e che è necessario svolgere nelle condizioni migliori possibili.
Nel frattempo, secondo le peggiori previsioni, la situazione della centrale di Fukushima non si è purtroppo normalizzata, anzi il livello di rischio è salito a quello attribuito all'incidente di Chernobyl. E la situazione è ancora in evoluzione.
L'Italia si trova in un Continente che ha già fatto la sua scelta per la produzione di energia nucleare: energia che importiamo e che viene prodotta ai nostri confini. Il nostro percorso di rientro nel programma nucleare, come era stato disegnato, era coerente con quel quadro e con le nostre esigenze energetiche.
Ora quel quadro è drammaticamente cambiato, e coerenza vuole che la riflessione tempestivamente aperta nel nostro Paese si tramuti in una strategia di revisione del programma stesso prevedendo: innanzitutto, una partecipazione a pieno titolo alla costruzione europea dei nuovi standard; in secondo luogo, una presenza industriale legittimata da una filiera esistente in Italia e che si stava preparando ad un suo rafforzamento; in terzo luogo, uno sforzo scientifico di approfondimento delle soluzioni avanzate per il «nuovo nucleare» europeo.
Quindi, una partecipazione a pieno titolo delle nostre istituzioni scientifiche e di ricerca, delle aziende della filiera nucleare, ai nuovi criteri che saranno stabiliti in Europa per le centrali che i singoli Stati, ma in un processo di coordinamento europeo, decideranno di mantenere in funzione.
Quindi, il quadro di compatibilità nucleare per l'Italia potrà essere chiaro solo dopo questi passaggi: è questo già un motivo ampiamente sufficiente per rinunciare oggi all'impostazione data nel 2009 e rinviare una decisione così importante al chiarimento complessivo in sede europea.
Ecco perché riteniamo che gli stessi cittadini sarebbero stati chiamati a scegliere fra poche settimane fra un programma di fatto superato o una rinuncia definitiva sull'onda dell'emozione, assolutamente legittima dopo l'incidente di Fukushima, senza avere sufficienti elementi di chiarezza.
In Europa, inoltre, dobbiamo essere forti di una strategia definita per avere voce in capitolo, non essendo un Paese con impianti nucleari sul nostro territorio.
Ricordo che 14 Paesi su 27 non hanno impianti nucleari, ma l'unico grande Paese a non averne è proprio l'Italia.
La campagna referendaria, e a maggior ragione un esito abrogativo del referendum, avrebbe messo decisamente in secondo piano le nostre posizioni, le richieste, le pressioni con cui vogliamo garantire invece sicurezza al nostro Paese.
La sindrome Nimby (not in my backyard) non ci deve travolgere. Noi dobbiamo parlare in Europa a pieno titolo perché la sicurezza dei nostri cittadini dipende dalle centrali installate in tutta Europa.
Il referendum, al contrario, non può abrogare al di fuori dei confini nazionali; non impone parametri di sicurezza, e quindi non dà nessuna garanzia di poter decidere standard, parametri, criteri validi per noi ma soprattutto per gli altri.
Ora si apre una fase ulteriore che impegna Governo e Parlamento nella scelta di un piano energetico nazionale in grado di garantire i consumi del Paese - previsti in aumento con l'uscita dalla crisi - a costi sempre più sostenibili per le famiglie e per le imprese. L'emendamento 5.800 infatti ridefinisce i contenuti della Strategia energetica nazionale che il Governo è chiamato ad adottare, eliminando peraltro il riferimento alla produzione di energia nucleare, in coerenza con le precedenti disposizioni dell'emendamento medesimo.
La Strategia, sulla base degli obiettivi e delle indicazioni fissati dall'Unione europea e dai competenti organismi internazionali, deve rispondere ad alcune esigenze fondamentali, alle quali per lungo tempo non si è prestata l'attenzione necessaria, con conseguenze pesanti dal punto di vista economico.
La prima esigenza a cui far fronte è quella relativa alla sicurezza della produzione di energia e alla sostenibilità ambientale; la seconda è quella che fa riferimento all'idoneità dell'approvvigionamento energetico sotto il profilo quantitativo, all'economicità per le famiglie e per le imprese e, al tempo stesso, all'attenuazione delle condizioni di dipendenza dai Paesi esportatori di petrolio e gas.
Per raggiungere queste finalità occorre impegnarsi per il potenziamento delle infrastrutture energetiche, per il sostegno alle attività di ricerca e sviluppo e per la promozione e valorizzazione delle filiere energetiche nazionali. Ed è chiaro che le attività di ricerca interesseranno il settore energetico nel suo complesso e saranno finalizzate a sviluppare tutte le soluzioni che potranno favorire il conseguimento degli obiettivi indicati.
È di un disegno complesso, da cui dipendono in misura importante le prospettive di sicurezza e benessere del Paese. Per questo, se da un lato è compito del Governo dimostrarsi in grado di delineare la strategia, dall'altro essa deve essere oggetto di riflessione, di confronto e, auspicabilmente, di condivisione nelle sedi istituzionali più qualificate. L'emendamento 5.800 prevede in proposito che la proposta del Governo sia sottoposta all'esame della Conferenza Stato-Regioni e delle competenti Commissioni parlamentari.
Ora l'obiettivo - e non voglio rileggere il comma 8 dell'emendamento, che immagino conosciate bene - è quindi la ridefinizione della strategia energetica nazionale che, nell'alveo di quanto disposto dalla legge e prendendo in considerazione le disposizioni europee, sia in grado di garantire la diversificazione, anche sotto il profilo geografico, dell'approvvigionamento relativo alle fonti tradizionali, la promozione delle energie rinnovabili e l'appropriata considerazione dei risultati a cui porteranno gli approfondimenti di carattere scientifico e tecnico in materia di sicurezza del nucleare. (Applausi dal Gruppo PdL).