Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2665 (ore 11,32)
PRESIDENTE. Proseguiamo con l'illustrazione degli emendamenti e degli ordini del giorno riferiti all'articolo 7 del decreto-legge al nostro esame.
AGOSTINI (PD). Signor Presidente, come è stato ricordato anche adesso dal presidente Azzollini, questo è il cuore del provvedimento, anche se le modifiche introdotte dal Governo all'articolo 5 individuano un ulteriore centro del provvedimento. Se si esamina l'emendamento 7.4 a mia prima firma, si può notare una caratteristica. Il provvedimento del Governo cambia ed integra la natura della Cassa depositi e prestiti, alla quale l'emendamento 7.4 tende ad aggiungere un'attività ulteriore, che parte da questo presupposto. Ognuno di noi - e penso soprattutto ai colleghi della maggioranza - sa che uno dei problemi più rilevanti dell'apparato produttivo italiano in questa fase, soprattutto delle piccole medie imprese, è la difficoltà di accedere al credito, un problema che è stato rilevante subito dopo la crisi finanziaria, che è stato in parte affrontato anche dal Governo con alcuni provvedimenti - ricordo che all'interno la Cassa depositi e prestiti è previsto un fondo che deve appositamente sostenere le piccole e medie imprese - ma il problema ancora oggi permane in maniera molto significativa. Uno dei problemi riferiti alla disponibilità di credito riguarda un aspetto specifico, vale a dire i crediti che le piccole e medie imprese vantano nei confronti della pubblica amministrazione, che come è noto paga con tempi estremamente lunghi.
Furono presentate alcune proposte in passato dirette a far sì che fosse la Cassa depositi e prestiti ad anticipare i crediti nei confronti della pubblica amministrazione. A mio giudizio correttamente, la Ragioneria generale dello Stato ha chiesto di porre attenzione a questo aspetto, perché nel momento in cui la Cassa depositi e prestiti operasse per conto dello Stato, si sarebbe in presenza di una riclassificazione degli interventi di quest'ultima come debito pubblico, e mi sembra che l'argomento sia assolutamente fondato. Preso atto di questa considerazione e della Nota pervenuta dal Ragioniere generale dello Stato la scorsa settimana nella discussione in Commissione, come Gruppo del Partito Democratico abbiamo elaborato questo emendamento che ha la caratteristica di indirizzare la Cassa depositi e prestiti a costruire un veicolo societario, dunque una società per azioni che va sul mercato, che può essere partecipata da investitori privati e che fa l'operazione di smobilizzo e di anticipazione di una parte dei crediti della pubblica amministrazione. Dal momento che la Cassa depositi e prestiti costruisce questo veicolo che va sul mercato, partecipato anche da investitori privati, essa risponde per gli interventi che fa in sede di anticipazione per i debiti della pubblica amministrazione nei confronti della piccola e media impresa soltanto con il suo capitale, esattamente come avviene per l'altra parte dell'attività della Cassa depositi e prestiti, che affronteremo successivamente e che riguarda le prese di partecipazione. Quindi, non c'è nessun problema riferito ad un'eventuale riclassificazione del debito della Cassa depositi e prestiti come debito pubblico ed essa attraverso questo veicolo quotato, potrebbe lavorare in quella direzione. Andremmo incontro in questo modo ad un'esigenza bruciante del sistema delle piccole e medie imprese italiane, realizzeremmo davvero un intervento che aiuta la crescita e che può dare una risposta concreta al sistema delle imprese. Il Governo e i colleghi della maggioranza in Commissione non hanno usato argomentazioni contrarie al nostro emendamento. Hanno semplicemente rilevato l'opportunità di avere una sede di approfondimento, rinviando all'Aula i loro orientamenti. Per noi, quindi, è particolarmente importante conoscere l'orientamento del Governo e dei di relatori di maggioranza su questo punto.
Procedo ora con l'illustrazione degli altri emendamenti riferiti all'articolo 7 affinché emerga la posizione assunta dal mio Gruppo su questo importantissimo provvedimento. Non illustro l'emendamento 7.5, che è molto importante, in quanto lo farà il collega Cabras. Esso riguarda, come è noto, la possibilità per la Cassa depositi e prestiti di intervenire per la presa di partecipazione - di controllo, in questo caso, sottolineo solo tale aspetto - per una società che gestisca sistemi di rete. Sottolineo che qui è prevista la presa di partecipazione di controllo perché si tratta dell'unica occasione in cui prevediamo che la società veicolo, che la Cassa depositi e prestiti ha già costituito con la modifica dello statuto intervenuta dieci giorni fa, debba intervenire sempre con prese di partecipazione di minoranza. Questo è il senso degli emendamenti che seguono. Vale a dire, prevediamo che la Cassa depositi e prestiti intervenga con prese di partecipazione di minoranza attraverso il veicolo che noi riteniamo debba andare sul mercato ed essere quotato. Ne chiediamo la quotazione non per uno sfizio di carattere mercantilista - direbbe Tremonti - ma perché vogliamo che tutta l'attività del veicolo che prende partecipazioni sia improntata a criteri di trasparenza, professionalità e rendicontazione al Parlamento. Questo è il senso complessivo degli emendamenti che abbiamo presentato all'articolo 7.
Ci sarà anche un emendamento specifico, che abbiamo aggiunto, che prevede che la Cassa depositi e prestiti, attraverso il suo veicolo, possa prendere partecipazioni soltanto in società caratterizzate da situazioni di equilibrio finanziario e che quindi sono in condizione, in tempi certi, di restituire la partecipazione alla Cassa depositi e prestiti, affinché non si determinino situazioni come quelle che si sono verificate in passato, non solo con l'IRI, ma soprattutto con la GEPI.
Noi insistiamo molto, anche con gli emendamenti, sul fatto che le prese di partecipazione della Cassa depositi e prestiti siano temporanee e che il tempo di smobilizzo - per essere più tecnici - della sua partecipazione sia definito con patti parasociali al momento in cui la Cassa interviene nella società. Sappiamo, infatti, che l'Italia è piena di casi in cui gli interventi temporanei si sono trasformati in interventi a tempo indefinito. Siccome nel caso specifico parliamo di risorse riguardanti anche l'utilizzo del risparmio postale, e conosciamo la delicatezza di questo aspetto, è evidente che avere certezza sull'equilibrio economico e gestionale delle società oggetto di partecipazione e sulla temporaneità dell'intervento, e quindi sui tempi di smobilizzo, diventa requisito fondamentale per la presa di partecipazione, perché si agisce con risorse pubbliche.
Aggiungo - e mi avvio rapidamente alla conclusione - che il veicolo che la Cassa depositi e prestiti ha già costituito si trova ad operare su un terreno molto delicato, come ho già detto più volte. Detto strumento della Cassa depositi e prestiti opererà in un territorio di confine tra pubblico e privato. Non vi è dubbio infatti che, nonostante la società sia per azioni e quindi sottoposta al diritto ordinario, essendo però partecipata esclusivamente dalla Cassa depositi e prestiti e dalle fondazioni bancarie, abbia una natura sostanzialmente pubblica. Le società che sono oggetto dell'intervento sono private; è bene allora che questi interventi avvengano per decisione non del Ministro dell'economia (perché altrimenti ci troveremo - come abbiamo detto anche ironicamente - con interventi statalisti diretti nelle società), ma di un board, quindi del consiglio di amministrazione di questa società (costituito da soggetti aventi alti requisiti di professionalità, di onorabilità e di competenza), e da una tecnostruttura costituita in questo senso, la quale abbia esattamente gli stessi requisiti enunciati, in modo che gli interventi siano improntati ad una logica di mercato. Non abbiamo niente in contrario a che ci sia uno strumento che opera in questa direzione, ma alle precise condizioni esplicitate, e cioè che operi con un atteggiamento di mercato.
Ieri sera, nel corso della sua audizione, il ministro Tremonti, sollecitato da chi vi parla direttamente sul tema, ha evidenziato il suo orientamento, che è sicuramente quello che ho esposto in questo momento. Allora, siamo in presenza di un emendamento, il 7.700 presentato dai relatori, che ringrazio per la sensibilità e per l'attenzione mostrata, ma che mi pare la tipica pacca sulla spalla: riconoscete che siamo stati bravi, ma ci concedete qualcosa - non voglio usare una espressione banale - che è assolutamente acqua fresca. Il nostro Gruppo ha pertanto presentato due subemendamenti all'emendamento dei relatori, perché inserire esattamente quanto è previsto dallo statuto della Cassa depositi e prestiti va molto bene, ci convince ma non è una grande innovazione, presidente Azzollini.
Secondo punto. Il decreto è trasmesso alle Camere. Ora, vi pregherei di lavorare su tale aspetto, perché non significa niente. Quindi, o si modifica davvero il decreto non regolamentare nella direzione che abbiamo indicato, ossia l'articolo 17 della legge n. 400 del 1988 che mette il Parlamento nella condizione di intervenire, oppure è francamente la stessa cosa se questo emendamento c'è o non c'è. (Applausi dal Gruppo PD).
CABRAS (PD). Signor Presidente, l'emendamento 7.5 riguarda sempre le modifiche statutarie all'operatività della Cassa depositi e prestiti. D'altra parte, dal momento che fra pochi minuti ci sarà una relazione del Ministro dell'economia sul tema energetico, cercherò di spiegare perché l'emendamento in questione influenzi in modo particolare il tema, ancora una volta, ahimè, dell'energia in Italia, soprattutto per il versante del gas.
Com'è noto, con la decisione che il Governo ci ha comunicato ieri, l'Italia sarà il Paese dell'Europa che marcerà più a gas di tutti gli altri. Circa l'80 per cento dell'energia elettrica prodotta nel nostro Paese ha come fonte primaria il gas; in Italia si consumano annualmente circa 80 miliardi di metri cubi di gas, e poco meno della metà è dedicato alla produzione di energia elettrica. Questo contesto di riferimento va tenuto presente per valutare appieno le ragioni che ci hanno spinto a proporre ancora una volta il tema della separazione proprietaria della rete del gas rispetto al principale monopolista del gas in Italia- io lo chiamo così - che è l'ENI. Ciò, allo scopo di introdurre un elemento di innovazione anche nel campo del gas, già ampiamente sperimentato nel settore dell'energia elettrica. Mi riferisco in particolare alla società Terna, i cui risultati dal punto di vista degli investimenti, del funzionamento, del bilancio, sono sotto gli occhi di tutti. Rinvio a tal proposito alla lettura dei dati, visto che siamo proprio in periodo di approvazione di bilanci, in modo che tutti possano giudicare che cosa Terna, e l'idea stessa di un operatore indipendente nella trasmissione dell'energia elettrica, abbia prodotto nel mercato grazie alla liberalizzazione del mercato dell'energia in Italia. Si può fare benissimo un confronto tra le efficienze raggiunte nell'energia elettrica e le inefficienze, ahimè, presenti invece sul piano del gas.
Come sappiamo, l'obiettivo di separare la proprietà della rete del gas rispetto all'attuale proprietario, l'ENI, risale al 2000, quando si stabilì una tempistica, secondo la quale SNAM Rete Gas doveva essere liberata dalla proprietà dell'ENI e doveva diventare un soggetto indipendente. Come tutti sappiamo, attraverso una disputa, che si è sviluppata prima in sede europea, successivamente in Italia, questo obiettivo è stato sempre rinviato, fino a quando l'ultima direttiva europea, che noi consideriamo di transizione, ha introdotto la cosiddetta separazione funzionale delle reti. Ovviamente, questa decisione è stata il frutto di un compromesso tra i diversi Paesi dell'Unione: da una parte, coloro i quali - gli inglesi per primi - spingevano per un'effettiva separazione proprietaria, e quindi una indipendenza della rete del gas; dall'altra, Paesi, tra i quali Italia e Francia, che in una certa misura resistevano al realizzarsi di questo obiettivo. Ebbene, è stata adottata una direttiva che prevede la separazione funzionale della rete del gas;. il Governo ha pertanto approvato un decreto legislativo, che è in discussione in questi giorni alla Camera, ma questa separazione funzionale, come tutti sappiamo, non sarà il regime definitivo, perché il regime definitivo tra qualche anno sarà la separazione proprietaria.
Dico questo, perché non è possibile - e ciò che abbiamo registrato in Italia in questi anni lo dimostra - realizzare una effettiva indipendenza, rispetto agli operatori che utilizzano la rete del gas, che metta tutti sullo stesso piano e che quindi realizzi una reale concorrenza, con il risultato di un effettivo abbattimento dei prezzi. Questo, perché c'è la rigidità del tubo in quanto tale, che obbliga ad approvvigionarsi da fonti fisse: l'Africa per un verso, la Russia per un altro, la Norvegia per un altro ancora. Vi è poi tutta quella grande massa di gas prodotta in Paesi che non sono collegati all'Italia con un tubo, che ovviamente prima o poi potrà arrivare se si svilupperà la rete dei gassificatori; se immessa nella rete, essa potrebbe realizzare un'effettiva concorrenza ed un abbattimento dei prezzi.
Tale premessa serve ad evidenziare che sarebbe opportuno cogliere l'occasione del cambiamento degli obiettivi e delle finalità della Cassa depositi e prestiti per assegnare alla stessa un'altra missione, o meglio per allargare la sua missione.
Presidenza della vice presidente MAURO (ore 11,50)
(Segue CABRAS). La Cassa depositi e prestiti è già l'azionista di riferimento di Terna. Con l'approvazione dell'emendamento 7.5 potrebbe essere autorizzata in un tempo medio - non automaticamente oggi, ma in un futuro che il Governo potrebbe decidere - a diventare l'azionista di riferimento della rete del gas; io aggiungo, anche se non è previsto nell'emendamento 7.5, che potrebbe diventare l'azionista di riferimento anche della rete delle telecomunicazioni (pure su questo tema discutiamo da tempo, senza arrivare ad una effettiva decisione). In tal modo, si potrebbe riuscire a determinare un vero regime di libera concorrenza, un regime di investimenti infrastrutturali non più legato alle priorità dell'ENI, che ovviamente investe nelle reti se non conviene di più finanziare l'esplorazione di un pozzo di gas; non sempre questi interessi, infatti, viaggiano nella stessa direzione. Soprattutto si potrebbe consentire ai consumatori, all'industria ed anche a chi usa il gas per produrre energia - che, come noto, in Italia è una componente molto importante - di scegliere liberamente il proprio fornitore, potendo contare su un gestore della rete assolutamente indipendente e terzo.
Questo è il contesto nel quale noi pensiamo possa essere autorizzata la Cassa depositi e prestiti nel senso che ho indicato. Ripeto che tale autorizzazione non comporta il fatto che la Cassa depositi e prestiti diventi già da domani azionista della rete del gas; tuttavia, se oggi avviamo questo processo, che comunque sarà inevitabile tra qualche anno, tutto il sistema si metterà in movimento, e soprattutto si darà un grande contributo al processo di liberalizzazione dell'energia, in generale, e del gas in particolare, processo che - come è noto - vede l'Italia agli ultimi posti in Europa. (Applausi dal Gruppo PD).
BUBBICO (PD). Signora Presidente, con l'articolo 7 del provvedimento in esame il Governo intende perseguire obiettivi ambiziosi. Si prevede che la Cassa depositi e prestiti possa acquisire partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale sia in termini di strategicità del settore di operatività che in termini di fatturato e di ricadute per il sistema produttivo del Paese. Questa finalità particolarmente rilevante viene poi affidata ad apprezzamenti occasionali, sviluppati in modo episodico, e senza che ciò comporti la misurazione di una sostenibilità e di una utilità nel quadro delle politiche generali su cui il Paese è impegnato.
Per tale motivo, proponiamo l'emendamento 7.9, con cui segnaliamo quanto sia necessario per il nostro Paese definire politiche industriali, costruire processi di definizione strategica delle opzioni fondamentali, rispetto alle quali misurare di volta in volta l'opportunità dell'intervento pubblico nell'economia per tutelare quegli interessi che si intendono salvaguardare con l'articolo 7.
La vicenda energetica mette in evidenza esattamente questo deficit di visione strategica, perché non è in discussione l'orientamento che una maggioranza doverosamente è chiamata ad esprimere, ma sono necessari strumenti per misurarne la coerenza e perché le politiche pubbliche possano generare quei benefìci, valorizzando in quel modo le potenzialità presenti nel Paese. Con l'emendamento 7.9 che noi proponiamo offriamo dunque al Governo uno strumento per misurare le proprie scelte in termini di valutazione strategica. (Applausi dal Gruppo PD).
*ICHINO (PD). Signora Presidente, chiedo di aggiungere la mia firma agli emendamenti 7.4, 7.6 e 7.9.
Intervengo inoltre sulla parte dell'articolo 7 che possiamo considerare, in ordine di tempo, come l'ultimo capitolo di una storia troppo lunga. Una storia che, a nostro avviso, è bene finisca al più presto: quella di un'Italia che, quando le imprese straniere si propongono di investire i loro capitali su grandi aziende italiane, alza le barricate per impedirlo.
Per limitarci all'ultimo decennio, abbiamo visto un primo capitolo rilevante di questa storia quando le barricate sono state organizzate dalla Banca d'Italia del governatore Fazio, con il manipolo dei congiurati guidato da Gianpiero Fiorani, contro l'olandese ABN Amro che intendeva acquisire il controllo di Antonveneta. Abbiamo visto ancora la stessa storia ripetersi contro la spagnola Abertis che intendeva acquisire le nostre autostrade; poi, contro la statunitense AT&T che intendeva investire su Telecom Italia.
Abbiamo visto ancora, in varie forme meno evidenti ma non meno efficaci, la difesa della malintesa italianità delle nostre ferrovie e delle poste. E recentemente (è storia di questa legislatura) abbiamo visto le barricate insuperabili opposte ad Air France-KLM che si proponeva di acquisire Alitalia portando un miliardo d'investimento più l'accollo di un miliardo e mezzo di debiti della vecchia impresa. Sono 2,5 miliardi che abbiamo rifiutato, cui si aggiunge circa un miliardo che abbiamo speso per tenere in vita con la respirazione bocca a bocca la vecchia italianissima compagnia di bandiera. La quale peraltro è tuttora tenuta in vita giorno per giorno dai viaggiatori che sulle tratte Roma-Milano o Torino-Roma pagano 300 euro invece degli 80 euro che si pagano sulla rotta Londra-Glasgow: ciò è reso possibile da una deroga alla regola antitrust, che è stata attivata esclusivamente per difendere appunto l'italianità del nostro ferro vecchio. Sono queste le frustate liberalizzatrici, signor Ministro? E ora la storia si arricchisce di un nuovo capitolo, quello delle barricate contro la francese Lactalis che intende investire su Parmalat.
Il discorso critico che intendiamo proporvi a questo riguardo - sia ben chiaro - non è rivolto soltanto a una politica oggi posta in atto da un Governo di centrodestra su questo terreno. Stiamo parlando, semmai, di una intesa protezionistica tacita che nell'ultimo mezzo secolo ha caratterizzato tutta la politica italiana su questo terreno, e che ha visto il coinvolgimento di tutte le grandi forze politiche, tranne limitate eccezioni. Un accordo protezionistico tacito a cui hanno fatto sponda, negli ultimi decenni, la componente più vecchia e conservatrice di Confindustria, da una parte, e la parte più vecchia e conservatrice del nostro movimento sindacale, dall'altra. È proprio rispetto a questo farsi sponda a vicenda tra le parti più conservatrici del nostro sistema che occorre voltare pagina.
Il risultato di questa storia è quello che è stato illustrato in quest'Aula l'altro ieri dal senatore Morando e ieri dalla senatrice Leddi. L'Italia, in un'ideale graduatoria tra i Paesi europei per capacità di attirare gli investimenti stranieri, di intercettarli nel mercato globale dei capitali, è penultima, seguita soltanto dalla Grecia. Per renderci conto di che cosa questo significhi per la nostra economia, considerate questo: ciò che noi rifiutiamo ogni anno con la politica di chiusura, di cui ho parlato prima, se rapportato a un Paese mediano dell'Europa - non ai primi della classe; parliamo ad esempio dell'Olanda, che si colloca appunto a metà di quella graduatoria - ciò a cui noi rinunciamo è l'equivalente del 3,6 per cento del nostro prodotto interno lordo ogni anno; sono dunque quasi 60 miliardi che potrebbero entrare in Italia e che invece noi teniamo deliberatamente fuori dal nostro Paese. Per intenderci, vuol dire 29 volte l'entità dell'investimento, pur importantissimo, che FIAT, con il suo amministratore delegato Marchionne, ci propone con il piano "Fabbrica Italia".
Ora, noi non possiamo esimerci dal chiederci perché questi 29 Marchionne restano fuori dal nostro Paese, che cosa ci induce a chiudere loro sistematicamente le nostre porte. È la stessa domanda che finalmente (il fatto va salutato con grande attenzione e favore) ha cominciato a porsi anche Confindustria, la quale, pure, qualche responsabilità in quella storia di chiusura tacita protezionistica. Con la costituzione di un comitato investitori esteri presieduto da Giuseppe Recchi, Confindustria ha cominciato a voltar pagina interrogandosi su ciò che va corretto nelle nostre politiche su questo terreno.
Le risposte che emergono sono in parte ben conosciute: sono il difetto di efficienza delle nostre amministrazioni pubbliche, in particolare di quella della giustizia, con la conseguenza, tra l'altro, di un eccesso grave di burocrazia che affligge chi opera nel nostro Paese; sono i costi dell'energia e dei servizi alle imprese, nettamente superiori nel nostro Paese rispetto agli altri Paesi d'Europa; e anche qui, in questa pessima performance del nostro sistema, gioca un difetto di concorrenza che nel corso di questa legislatura è stato aggravato da scelte protezionistiche, scelte corporative come quella che proprio in quest'Aula abbiamo compiuto pochi mesi fa in tema di riforma dell'ordinamento forense.
Contribuiscono poi alla nostra chiusura protezionistica anche altri elementi, come un sistema di relazioni industriali che gli osservatori stranieri definiscono vischioso e inconcludente a causa del difetto di regole di democrazia sindacale che consentano di dirimere il contrasto che sovente si determina, com'è fisiologico in un sistema di pluralismo sindacale, tra sindacati diversi ma anche fra gruppi imprenditoriali diversi.
Tutto questo è sicuramente vero; ma vi è anche un altro fattore importantissimo che ha contribuito alla nostra chiusura protezionistica. È il sistema delle regole: regole caotiche e pertanto inconoscibili, che sono rese ancora più inconoscibili dal fatto che esse vengono cambiate in corso di partita, come stiamo facendo con l'articolo 7 ora in esame. Questo è infatti il senso di ciò che si sta compiendo oggi, il messaggio che noi lanciamo agli investitori stranieri: se venite in Italia, venite in un Paese delle sabbie mobili, dove appunto le regole possono essere cambiate in corsa; regole inconoscibili per la disorganicità e la non stabilità nel tempo.
Collega Tancredi, non prendiamoci in giro. Non nascondiamoci dietro un dito. Questo e non altro è il senso dell'operazione che stiamo compiendo! L'operazione normativa che stiamo compiendo è intesa a mettere i bastoni nelle ruote all'investitore mentre il suo carro si sta muovendo. E questo al fine specifico di impedire ciò che invece il mercato comune europeo è nato per consentire. Perché impedirlo? Sono per garantire a qualche produttore di latte padano la conservazione di una piccola rendita di posizione che potrebbe essere altrimenti insidiata dai concorrenti.
Non venga, signor Ministro, a dirci che questo è necessario per esigenze di ritorsioni nei confronti di analoghe norme protezionistiche che in Francia assistono alcune produzioni considerate "strategiche": perché se dobbiamo ridurci a considerare "strategico" lo yogurt e i latticini, allora possiamo dire che l'intera costruzione del Mercato comune europeo è stata un errore e che è meglio metterci una pietra sopra.
La realtà è che gli investimenti esteri fanno bene a chi li riceve, portano nuovo management, know how, piani industriali innovativi, domanda di lavoro aggiuntiva. Continuando a chiuderci agli investimenti stranieri condanniamo non soltanto l'Italia a non crescere, ma anche i lavoratori italiani a vedere meno valorizzato il loro lavoro. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Baldassarri).
VIESPOLI (CN-Io Sud). Signora Presidente, la mia illustrazione si traduce in un invito al relatore ed al Governo a valutare il modo di raccordare l'emendamento presentato dai relatori, in particolare il punto c) dell'emendamento stesso, con l'emendamento 7.304 nel testo modificato, con il riferimento cioè alle Commissioni parlamentari. In quel caso è evidente che sarei disponibilissimo a ritirare sia l'emendamento 7.304 sia l'emendamento 7.303.
CECCANTI (PD). Signora Presidente aggiungo la firma ed illustro l'emendamento 7.8 che punta a riportare nei binari della legge n. 400 del 1988 le fonti che si adottano infatti, un po' troppo frequentemente in questi ultimi mesi e anni viene adottata la formula del decreto non regolamentare che è un modo di assumere pieni poteri senza dover rendere conto né al Parlamento né al Consiglio di Stato né alla Corte dei conti, sfuggendo ai limiti che la legge n. 400 del 1988 poneva in termini garantistici. Questo, soprattutto quando si tratta di una materia così delicata come l'intervento dello Stato in economia con norme che, quando vengono pensate, potrebbero già essere costruite in modo compiuto perché quando si ipotizzano si pensa già a cosa si vuole ottenere.
Vorrei pertanto chiudere con il seguente aneddoto. Quando fu eletto alla Presidenza del Cile Salvador Allende, l'allora ministro degli affari esteri cinese Ciu En-lai (oggi si dice Zhou Enlai, perché è cambiata la grafia), gli disse: vacci piano con il socialismo. Ecco, potremmo dire lo stesso al ministro Tremonti: ci vada piano con il socialismo, soprattutto con i decreti non regolamentari. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore).
BONFRISCO (PdL). Signora Presidente, sarò il più breve possibile nell'illustrare il senso dell'emendamento 7.311, che va ad affiancarsi ad altri - come quelli del senatore Viespoli, di cui egli ha appena parlato - che seguono la stessa direzione.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 12,10)
(Segue BONFRISCO). Forse non tutti abbiamo abbastanza presente la storia, antica e prestigiosa, della Cassa depositi e prestiti, per cui, oltre a rammentarla, tengo a ricordare che dal 1913, con un regio decreto, se ne istituì la Commissione di vigilanza. Una forma ibrida, non solo parlamentare, per il controllo ex post sulla gestione separata. Quella Commissione, infatti, ha una composizione ibrida, poiché oltre che da parlamentari è formata anche da magistrati della Corte dei conti e del Consiglio di Stato.
Lungo il corso della sua storia, la Cassa depositi e prestiti ha accompagnato l'infrastrutturazione del nostro Paese, avvenuta in epoche diverse, prima agli inizi del secolo, poi nel dopoguerra. Ricordo a tutti noi che la nostra rete di infrastrutture dell'agricoltura, ad esempio le reti fognarie dei nostri Comuni, le reti energetiche negli anni successivi e quelle idriche (ancor più importanti e sempre più all'attenzione di noi tutti, per quel bene primario che è l'acqua) furono costruite dalle municipalizzate dei nostri enti locali proprio grazie ai finanziamenti a lungo termine della Cassa depositi e prestiti, per arrivare alle reti più importanti e visibili, quelle che utilizziamo ogni giorno, per esempio le reti autostradali, costruite all'epoca da Comuni e Province e oggetto di concessione dello Stato.
La riforma della Cassa depositi e prestiti, voluta dal ministro Tremonti due anni fa, ha segnato un passaggio epocale, non solo per il ruolo che la Cassa attualmente svolge, ma per il nuovo ruolo che questo strumento può assumere nel moderno processo di infrastrutturazione del Paese.
Il senatore Agostini prima ha ricordato alcuni passaggi importantissimi, come la rete delle telecomunicazioni, sulla quale dobbiamo colmare quel digital divide che ancora ci separa dal resto del mondo moderno. Ciò può avvenire se la Cassa depositi e prestiti può svolgere il suo ruolo nel modo più dinamico e flessibile, che gli viene appunto assegnato dalla riforma e che è oggetto delle modifiche del suo statuto.
Ricordo semplicemente che, di fronte a uno strumento di questa portata e di questa importanza per l'equilibrio economico e sociale del nostro Paese, il Parlamento deve poter continuare a svolgere la sua funzione e accompagnare, attraverso una corretta vigilanza, i processi che la Cassa ha davanti a sé, là dove occorre intervenire, oppure investire per sostenere i processi di moderna infrastrutturazione, che fanno i conti con equilibri finanziari sempre più delicati e quindi sempre più importanti, mettendo e rimettendo al centro del dibattito economico e finanziario il ruolo e le garanzie del lungo termine, rispetto alle moderne e nuove infrastrutturazioni.
Ritengo ad esempio auspicabile (ma questa è la mia personale opinione) che il ruolo della Cassa sia sempre più orientato verso le infrastrutture che ancora non ci sono, e che noi dobbiamo invece sapere e poter costruire, piuttosto che andare ad alimentare equilibri finanziari su concessioni già collocate, su vecchie infrastrutture, considerato che il processo di apertura al mercato e di liberalizzazione può tranquillamente assegnare questo ruolo al privato che investe nelle infrastrutture pubbliche, mentre considero importantissimo il ruolo che la Cassa depositi e prestiti può avere per il futuro del nostro Paese. A questo proposito, il ruolo del Parlamento non può venire meno. Il Parlamento, attraverso una Commissione di vigilanza che elegge all'interno dell'Aula, con una votazione che demanda ai parlamentari eletti il ruolo di vigilanza, può avere oggi alcune garanzie. Deve averne di ulteriori, secondo me, perché quei poteri e quel ruolo sono ancora stabiliti da un regio decreto del 1913. Se la Cassa depositi e prestiti è lo strumento più efficace e moderno che il nostro Paese mette in campo per l'infrastrutturazione del Paese, è giusto, secondo noi, che il Parlamento possa avere il ruolo che gli compete per quanto riguarda la vigilanza, mentre ritengo percorribile un'altra strada, ma non della stessa efficacia: quella che le Commissioni parlamentari possano essere sentite sugli investimenti, le scelte e le decisioni della Cassa depositi e prestiti. Se questa è la strada per la quale si vuole arrivare a congiungere una visione moderna e puntuale del ruolo del Parlamento con il nuovo ruolo della Cassa depositi e prestiti, si faccia pure, e si contempli in un unico testo il parere espresso dalle Camere con il ruolo della Commissione di vigilanza sulla Cassa depositi e prestiti eletta dalla Camera dei deputati e dal Senato, per espletare quella funzione di controllo e vigilanza che non potrà più essere solo ex post, ma dovrà essere anche ex ante. (Applausi dei senatori Baldassarri e Morando).
PRESIDENTE. I restanti emendamenti e ordini del giorno si intendono illustrati.
Colleghi, a questo punto accantoniamo l'esame degli emendamenti riferiti all'articolo 7 del decreto-legge e riprendiamo l'esame degli emendamenti riferiti all'articolo 5.
Ha chiesto di intervenire il ministro dello sviluppo economico, onorevole Romani. Ne ha facoltà.
ROMANI, ministro dello sviluppo economico. Signor Presidente, questo dibattito si svolge quaranta giorni dopo il disastro che ha colpito il Giappone e l'incidente gravissimo della centrale di Fukushima; quaranta giorni che hanno aperto un ampio dibattito a livello mondiale sulla produzione di energia da centrali nucleari, e che il Governo italiano ha utilizzato per dare coerenza alla propria strategia di approvvigionamento energetico.
Infatti, quarant'otto ore dopo l'incidente tutti i Governi europei, compreso quello italiano, sono stati convocati a Bruxelles per approfondire l'emergenza creata dall'incidente di Fukushima ed immaginare soluzioni, anche se fin dall'inizio si è registrata disomogeneità fra i diversi Paesi, pur nella comune esigenza di rafforzamento delle misure per accrescere i livelli di sicurezza e di standardizzazione. Ad oggi abbiamo Paesi come la Germania, che hanno portato già a conseguenze molto avanzate l'esigenza di rivedere la mappa delle proprie centrali, con particolare riguardo a quelle di prima costruzione, e Paesi come la Francia, che spingono sulla revisione ma non chiusura dei propri impianti, per alzarne invece il livello di sicurezza.
Nel successivo Consiglio europeo è nato il programma di stress test, cioè di verifica dei parametri delle centrali esistenti (circa 143 nell'Europa a 27, che divengono 195 se si comprendono i Paesi al di fuori dell'Unione europea) di prima e seconda generazione. Proprio la definizione dei parametri di sicurezza, che dovranno essere condivisi da tutti i Paesi e proposti, com'è intenzione, ai Paesi extraeuropei, è la priorità che le agenzie per la sicurezza dei diversi Paesi devono ora affrontare e risolvere.
Soltanto dodici giorni dopo l'incidente, il Consiglio dei ministri del 23 marzo decideva di inserire in un decreto-legge la cosiddetta moratoria, ossia la sospensione dei termini del programma nucleare già definito in precedenza, per dodici mesi. Una riflessione ritenuta opportuna proprio per garantire l'allineamento alle procedure europee prima citate.
Negli stessi giorni il Governo ha dato impulso alla creazione dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, della quale stiamo ora definendo gli aspetti organizzativi, con l'obiettivo di partecipare a pieno titolo al processo di analisi e definizione degli standard di sicurezza.
Tutto ciò è dimostrato dagli sviluppi del decreto-legge in conversione: prima una disposizione con cui è stata prevista la moratoria di un anno rispetto all'attuazione del programma per la realizzazione di impianti nucleari; poi l'emendamento presentato ieri, coerente con la decisione della moratoria, che ne sviluppa le conseguenze. Un serio approfondimento sui profili di sicurezza della produzione di energia da fonte nucleare non può essere vincolato a termini temporali, in ogni caso predefiniti. Occorre predisporre le condizioni perché possa avvenire nel modo più sereno e proficuo.
Del decreto legislativo n. 31 del 2010 e del decreto legislativo correttivo n. 41 del 2011 sono mantenute soltanto le disposizioni che riguardano il trattamento dei rifiuti e delle scorie radioattive derivanti da attività industriali, di ricerca e medico-sanitarie e il decommissioning degli impianti pregressi. È evidente, infatti, che si tratta di attività importanti e delicate, che prescindono dalla realizzazione o meno di impianti nucleari e che è necessario svolgere nelle condizioni migliori possibili.
Nel frattempo, secondo le peggiori previsioni, la situazione della centrale di Fukushima non si è purtroppo normalizzata, anzi il livello di rischio è salito a quello attribuito all'incidente di Chernobyl. E la situazione è ancora in evoluzione.
L'Italia si trova in un Continente che ha già fatto la sua scelta per la produzione di energia nucleare: energia che importiamo e che viene prodotta ai nostri confini. Il nostro percorso di rientro nel programma nucleare, come era stato disegnato, era coerente con quel quadro e con le nostre esigenze energetiche.
Ora quel quadro è drammaticamente cambiato, e coerenza vuole che la riflessione tempestivamente aperta nel nostro Paese si tramuti in una strategia di revisione del programma stesso prevedendo: innanzitutto, una partecipazione a pieno titolo alla costruzione europea dei nuovi standard; in secondo luogo, una presenza industriale legittimata da una filiera esistente in Italia e che si stava preparando ad un suo rafforzamento; in terzo luogo, uno sforzo scientifico di approfondimento delle soluzioni avanzate per il «nuovo nucleare» europeo.
Quindi, una partecipazione a pieno titolo delle nostre istituzioni scientifiche e di ricerca, delle aziende della filiera nucleare, ai nuovi criteri che saranno stabiliti in Europa per le centrali che i singoli Stati, ma in un processo di coordinamento europeo, decideranno di mantenere in funzione.
Quindi, il quadro di compatibilità nucleare per l'Italia potrà essere chiaro solo dopo questi passaggi: è questo già un motivo ampiamente sufficiente per rinunciare oggi all'impostazione data nel 2009 e rinviare una decisione così importante al chiarimento complessivo in sede europea.
Ecco perché riteniamo che gli stessi cittadini sarebbero stati chiamati a scegliere fra poche settimane fra un programma di fatto superato o una rinuncia definitiva sull'onda dell'emozione, assolutamente legittima dopo l'incidente di Fukushima, senza avere sufficienti elementi di chiarezza.
In Europa, inoltre, dobbiamo essere forti di una strategia definita per avere voce in capitolo, non essendo un Paese con impianti nucleari sul nostro territorio.
Ricordo che 14 Paesi su 27 non hanno impianti nucleari, ma l'unico grande Paese a non averne è proprio l'Italia.
La campagna referendaria, e a maggior ragione un esito abrogativo del referendum, avrebbe messo decisamente in secondo piano le nostre posizioni, le richieste, le pressioni con cui vogliamo garantire invece sicurezza al nostro Paese.
La sindrome Nimby (not in my backyard) non ci deve travolgere. Noi dobbiamo parlare in Europa a pieno titolo perché la sicurezza dei nostri cittadini dipende dalle centrali installate in tutta Europa.
Il referendum, al contrario, non può abrogare al di fuori dei confini nazionali; non impone parametri di sicurezza, e quindi non dà nessuna garanzia di poter decidere standard, parametri, criteri validi per noi ma soprattutto per gli altri.
Ora si apre una fase ulteriore che impegna Governo e Parlamento nella scelta di un piano energetico nazionale in grado di garantire i consumi del Paese - previsti in aumento con l'uscita dalla crisi - a costi sempre più sostenibili per le famiglie e per le imprese. L'emendamento 5.800 infatti ridefinisce i contenuti della Strategia energetica nazionale che il Governo è chiamato ad adottare, eliminando peraltro il riferimento alla produzione di energia nucleare, in coerenza con le precedenti disposizioni dell'emendamento medesimo.
La Strategia, sulla base degli obiettivi e delle indicazioni fissati dall'Unione europea e dai competenti organismi internazionali, deve rispondere ad alcune esigenze fondamentali, alle quali per lungo tempo non si è prestata l'attenzione necessaria, con conseguenze pesanti dal punto di vista economico.
La prima esigenza a cui far fronte è quella relativa alla sicurezza della produzione di energia e alla sostenibilità ambientale; la seconda è quella che fa riferimento all'idoneità dell'approvvigionamento energetico sotto il profilo quantitativo, all'economicità per le famiglie e per le imprese e, al tempo stesso, all'attenuazione delle condizioni di dipendenza dai Paesi esportatori di petrolio e gas.
Per raggiungere queste finalità occorre impegnarsi per il potenziamento delle infrastrutture energetiche, per il sostegno alle attività di ricerca e sviluppo e per la promozione e valorizzazione delle filiere energetiche nazionali. Ed è chiaro che le attività di ricerca interesseranno il settore energetico nel suo complesso e saranno finalizzate a sviluppare tutte le soluzioni che potranno favorire il conseguimento degli obiettivi indicati.
È di un disegno complesso, da cui dipendono in misura importante le prospettive di sicurezza e benessere del Paese. Per questo, se da un lato è compito del Governo dimostrarsi in grado di delineare la strategia, dall'altro essa deve essere oggetto di riflessione, di confronto e, auspicabilmente, di condivisione nelle sedi istituzionali più qualificate. L'emendamento 5.800 prevede in proposito che la proposta del Governo sia sottoposta all'esame della Conferenza Stato-Regioni e delle competenti Commissioni parlamentari.
Ora l'obiettivo - e non voglio rileggere il comma 8 dell'emendamento, che immagino conosciate bene - è quindi la ridefinizione della strategia energetica nazionale che, nell'alveo di quanto disposto dalla legge e prendendo in considerazione le disposizioni europee, sia in grado di garantire la diversificazione, anche sotto il profilo geografico, dell'approvvigionamento relativo alle fonti tradizionali, la promozione delle energie rinnovabili e l'appropriata considerazione dei risultati a cui porteranno gli approfondimenti di carattere scientifico e tecnico in materia di sicurezza del nucleare. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Colleghi, a seguito delle dichiarazioni del Ministro, per organizzare i lavori, proporrei di svolgere un intervento per Gruppo, qualora dagli stessi dovesse pervenire una richiesta in tal senso.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, la ringrazio, soprattutto per l'opportunità che ci ha dato, con questo dibattito separato, di approfondire il tema.
Ieri ho seguito con interesse l'intervento del senatore Rutelli, che aveva detto: ma cos'è questa perplessità in Aula? Cosa significa? Rallegriamoci del fatto che il Governo finalmente ha capito di dover prendere una svolta su una decisione sbagliata. Condivido: ero uno di coloro che con tante critiche e osservazioni anche ironiche avevano preso la parola ogni qual volta si parlava del programma nucleare di questo Governo. Pertanto, mi rallegro anch'io. Però non nascondo che mi rimane la preoccupazione che tutto questo, non dico che sia una truffa, come ha scritto qualcuno oggi sui giornali, ma una mossa molto tattica per evitare il referendum che si terrà il 12 giugno.
Ieri il collega Mascitelli ha detto che questo è un Governo dei sondaggi: io direi invece che tutti i politici si orientano anche sui sondaggi, dai quali si è capito che il 12 giugno, per il Governo che ha fatto queste scelte, ci sarà il rischio di raggiungere il quorum e, naturalmente, anche di ottenere un risultato chiarissimo contro la scelta nucleare.
Avrei pertanto preferito - lo dico chiaramente - che il Governo rimanesse sulla moratoria. Condivido quanto ha detto oggi il ministro Romani, come giustamente anche il collega Gasparri ha ricordato ieri nel suo intervento, ossia che serve un tempo per approfondire il tema e consultarsi con gli organi europei al fine di trovare una scelta comune, ma lo si sarebbe potuto fare anche con una moratoria eventualmente prolungata a due o tre anni. Ora questo non si fa: con un emendamento in Aula, si annulla un programma che ormai è maturato negli anni, perché almeno tre anni fa si sono prese le prime decisioni. Si fa un dietro-front completo - e anche di questo si devono avvisare i cittadini italiani - molto attenuato adesso dalle dichiarazioni testé rese dal ministro Romani e anche dall'intervento del presidente del Gruppo PdL Gasparri.
In ogni caso colgo l'occasione per ripetere le perplessità che non ho solo io, ma che hanno tutti i cittadini che avrebbero espresso un voto contrario a questo referendum. Perché non li si lascia votare? È su questo aspetto che sono perplesso, trattandosi di una decisione molto importante.
Il Governo poteva anche orientarsi diversamente su questa decisione che avrebbe dovuto essere presa dal popolo e di cui i sondaggi già dicono l'esito, mentre in questo modo, con un emendamento e un solo giorno di lavoro, si toglie il referendum, senza alcuna garanzia che, una volta tranquillizzate le acque e dimenticato il dramma giapponese, il Governo non introduca poi con la stessa velocità, magari con un emendamento in Aula o anche più seriamente con un provvedimento legislativo mirato, tutte le norme che in questo momento si cancellano. Questa garanzia manca completamente.
Preferisco venire dunque ai motivi per cui oso esprimere le mie preoccupazioni sulla scelta del Governo, ripetendo quanto già detto nel corso della discussione generale sul tema in esame. Rispetto alla pericolosità del nucleare, si diceva che la tecnologia era ormai avanzata. Eppure, siamo di fronte al dramma giapponese, che voi vivete da lontano, mentre io lo vivo in famiglia, perché, come tanti sanno, ho sposato una giapponese, i cui genitori vivono a 200 chilometri da Fukushima, e vivono preoccupazioni giornaliere. Non è un avvenimento che come in Italia all'inizio ha fatto discutere. Ricordo, infatti, anche le parole del ministro Prestigiacomo che parlava del fatto che in Italia gli impianti sarebbero cento volte più sicuri di quelli giapponesi. Mi è venuto da ridere. Ma come si può sostenere una cosa del genere? Impianti cento volte più sicuri in un Paese, l'Italia, in cui non solo per eventi sismici è accaduto che sono crollati i tetti delle case! Ci rendiamo conto? (Applausi dai Gruppi PD e IDV e del senatore Pistorio). Qui si sta parlando di scorie atomiche quando l'Italia non è neanche capace di gestire quelle ordinarie, se si considera la continua emergenza di Napoli di cui si parla da anni e il fatto che ogni anno è necessario prevedere almeno due leggi per affrontare l'emergenza rifiuti di quella città. Ci si rende conto di cosa si sta facendo? La pericolosità è enorme.
PRESIDENTE. Senatore Peterlini, siccome credo si sia iscritto a parlare per il suo Gruppo anche il senatore D'Alia, volevo chiedere a quest'ultimo se intendeva intervenire o no.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). No, signor Presidente.
PRESIDENTE. Siccome era pervenuta una richiesta di intervento anche da parte della senatrice Sbarbati avevo bisogno di saperlo per regolamentare meglio i tempi. Dunque, senatore D'Alia, se lei è d'accordo lascerei qualche minuto alla collega Sbarbati.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Sono d'accordo, signor Presidente.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, nel caso in cui non riuscissi a completare l'intervento, chiedo di poter allegare al Resoconto il mio intervento scritto.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Stavo parlando della pericolosità, che vivo da vicino, e anche della paura che deriva dai rischi legati alle visite dei parenti di mia moglie provenienti dal Giappone. I medici parlano, infatti, anche di un pericolo legato alla trasmissione di radiazioni da parte delle persone. Questo esempio è soltanto per farvi capire quanto grande è il dramma.
Lo sapete che stanno ancora rovesciando, ed accadrà per altri sei mesi, il plutonio nelle acque dell'oceano? Quali saranno i rischi per il cibo che mangiamo, a partire dal pesce? Non credo, infatti, che le onde dell'oceano si fermino davanti alle isole del Giappone.
Oltre ai problemi che ho testé citato, vorrei spendere qualche parola anche sul costo di questi impianti, che non sono solo pericolosi, ma anche molto costosi. I costi per un impianto come quello di Olkiluoto, l'unico reattore di terza generazione, sono aumentati a 4,5 miliardi di euro. A questo vanno aggiunti i costi dell'uranio, che rappresentano un aspetto decisivo. I costi dell'uranio nel 2000 erano pari a 7 dollari al chilo; adesso si è arrivati a 120 dollari. Inoltre, si è parlato della dipendenza dall'estero per i nostri approvvigionamenti. Ed è giusto, è una grande preoccupazione, perché l'Italia importa molto di più (mi sembra si sia parlato in quest'Aula del 75 per cento) dall'estero di energia; ma anche il plutonio deve essere importato e i Paesi che lo producono sono pochi: ci sono il Kazakistan e l'Australia, che sono i più grandi produttori di uranio. E le risorse dureranno, con i 450 impianti attuali, per circa quarant'anni; ma se se ne costruiranno altri, quale durata avranno?
Arrivo al terzo punto. Si è parlato anche ieri, così come in questo dibattito, delle energie rinnovabili, dicendo che esse non possono coprire più di qualche punto percentuale del fabbisogno energetico. Qui si sbaglia sul concetto. Se si punta a una nuova politica, lo si deve fare con tutte le forze, indirizzando le scelte programmatiche del Governo e i conseguenti mezzi finanziari. Quanto stiamo spendendo noi per le rinnovabili in Italia? Invece di aumentare gli interventi, cosa ha fatto il nostro Governo? Ha ridotto i contributi per le rinnovabili, mentre tutti, compresi i parlamentari della maggioranza, si erano sforzati, anche in Commissione, di rimarcarne l'importanza, di evidenziarne le forti ricadute sull'imprenditoria locale, e di sottolineare la necessità di promuovere tali fonti di energia. Invece, poi si è detto: non ci sono i mezzi, e quindi operiamo tagli sul settore. Lo stesso è accaduto per il conto energia, in merito al quale mi sono permesso, insieme al collega Ferrante, di presentare un'interrogazione.
Ma attenzione a questa discussione. Non si tratta solo di energie rinnovabili. Si tratta di compiere tre scelte, di cui la prima è quella del risparmio energetico, la seconda è quella dell'aumento dell'efficienza dell'energia e solo la terza attiene alle rinnovabili. Mi soffermo sull'aspetto del risparmio. Avevo già citato un esempio. La provincia di Bolzano con la casa clima ha sviluppato molto di più di un'alternativa: ha sviluppato un marchio ormai europeo, addirittura mondiale, esportabile. Il palazzo della Provincia, in cui - per caso - ha sede l'assessorato all'ambiente, sosteneva una spesa annua per il riscaldamento pari a 96.000 euro. A seguito della ristrutturazione e della trasformazione del palazzo in casa clima, la Provincia spende solo 6.000 euro. Abbiamo costruito la camera di commercio a Bolzano - un palazzone - il cui bilancio energetico è pari a zero, cioè, essendo stato costruito ex novo, non sosterrà spese energetiche, e non ci saranno nemmeno i 6.000 euro restanti.
ASCIUTTI (PdL). Li paghiamo noi, nelle nostre bollette. Andiamo tutti a vivere a Bolzano.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Basta investirli bene. I soldi per il nucleare c'erano, fino ad ora. La politica è fatta di scelte.
Concludo, signor Presidente, ringraziandola per la cortesia di avermi concesso la parola e, per non approfittare troppo del tempo che mi è stato dato, annuncio che depositerò il testo scritto.
Vorrei, da ultimo, spendere una parola di moralità, se in quest'Aula si può ancora fare.
Ma questa generazione è talmente egoista da non capire che i nostri figli avranno un pericolo grandissimo grave che penderà sulle loro spalle, con l'immondizia (e non solo con quella delle scorie che aumentano quotidianamente), con un debito pubblico enorme, che non siamo capaci di gestire, e che dovranno portarsi avanti nel tempo, e con la metà delle pensioni percepite dai loro padri? Possiamo poi aggiungere il pericolo - non parlo solo dei terremoti in Italia, essendo anche la nostra terra zona sismica - di attentati terroristici. Anche di fronte al miglior impianto realizzato, chi è in grado di escludere che proprio quello possa essere un bersaglio di attentati terroristici?
Pertanto, rivolgo l'appello al Governo e al ministro Romani, che ringrazio, di voler approfondire detto aspetto. Ringrazio anche il ministro Prestigiacomo, che ieri ha dichiarato che verranno fatte ulteriori ricerche. Credo che sia arrivato il momento di spostare le risorse e di destinarle anche alle ricerche su questi settori. Le alternative esistono. La provincia di Bolzano è arrivata al 55 per cento di copertura con energia alternativa, esclusi i trasporti, ed entro dieci anni vuole arrivare al 75 per cento. Usiamo esempi del genere. Venite a Bolzano a vederli.
Vi prego di prendere questa scelta sul serio, di far sì che non abbia solo lo scopo di spostare il referendum ma anche le risorse, le scelte economiche, quelle vere, di responsabilità, su un'altra via. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, PD e IdV. Congratulazioni).