RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente CHITI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 10,06).
Si dia lettura del processo verbale.
STRADIOTTO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 10,10).
Sulla Giornata del ricordo del genocidio armeno
ASCIUTTI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ASCIUTTI (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il 24 aprile ricorre l'anniversario dell'olocausto del popolo armeno, perché fu in questo giorno del lontano 1915 che le autorità ottomane decisero l'arresto dell'intera intellighenzia armena (giornalisti, intellettuali, scrittori, persino parlamentari), per poi proseguire con deportazioni di massa della popolazione ed estenuanti marce della morte nel deserto, senza né cibo né acqua, mentre l'esercito turco massacrava il resto della popolazione civile armena presente in tutto il territorio.
Ed è per questi motivi che il 24 aprile di ogni anno, in ogni città, paese o villaggio, gli armeni celebrano il Giorno della memoria con una messa, per accostare il ricordo di questi massacri al sentimento del perdono. Se la memoria è, dunque, anzitutto conoscenza, cerchiamo di fare un piccolo sforzo di memoria storica.
La storia come memoria dell'umanità, come processo di eventi che rischiano l'oblio, ma che la storia stessa combatte contro il tempo, contrapponendo alla furia degli anni e del silenzio il ricordo e la memoria delle vicende in transito o di quelle già trascorse: è questo il filo conduttore e la grande lezione che dobbiamo ricavare dagli scenari feroci e sanguinari di genocidi come quelli compiuti ai danni di popolazioni innocenti.
«Il grande male»: è con queste parole che gli armeni ricordano la data del loro olocausto, una delle pagine più aberranti e, al tempo stesso, più dimenticate della storia. Che cosa accadde tra il 1915 ed il 1916? Per quale ragione in poco più di 12 mesi un popolo che da più di 2000 anni abitava quella terra venne annientato fino a rischiare di non lasciare alcuna traccia ?
Com'è noto, non fu una strage determinata da eventi naturali o da casualità storiche, bensì l'epilogo di uno sterminio, di un massacro pianificato e posto in essere da un preciso gruppo di potere, per determinate ragioni storiche, politiche ed ideologiche e, soprattutto, con l'intento ben preciso di eliminare la presenza fisica di una nazione - il popolo armeno - e la rimozione della sua cultura. (Brusìo). Visto che stiamo parlando di un genocidio, inviterei i miei colleghi a dedicarvi un'attenzione di due minuti: non chiedo di più.
Gli armeni, come le altre minoranze presenti in territorio turco, vennero chiamati alle armi a causa della guerra in atto, ma subito dopo un decreto del gennaio 1915 ne stabilì il disarmo. I militari armeni vennero costituiti in battaglioni del genio: vennero isolati a gruppi di 100, deportati e massacrati. Di 350.000 soldati armeni, nessuno si salverà.
Il Trattato di Sèvres del 1920 che sancì l'esistenza di uno Stato armeno indipendente e di un Kurdistan autonomo sembrò riaccendere una nuova speranza per il futuro; così non fu. Mustafa Kemal riprese in mano il vessillo del nazionalismo turco e continuò nell'opera di eliminazione della popolazione armena, iniziata dai precedenti regimi politici.
In seguito all'incendio di Smirne, che può essere considerata l'ultima tappa di questo processo di liquidazione, la comunità internazionale si rese scelleratamente complice di questo genocìdio: la Conferenza di Losanna del 1923 annullò gli accordi firmati a Sèvres, le nozioni di "armeno" e di "Armenia" furono eliminate; fu così avallata la pulizia etnica magistralmente operata dai turchi.
Ecco perché, nel ricordare oggi l'olocausto del popolo armeno, forse capiamo meglio cosa significa fare memoria di un evento come questo. Di fronte a quello che fu il primo genocidio del Novecento, un crimine negato e dimenticato, ricordarlo costituisce innanzitutto una necessità morale: non come un fatto trascorso in un passato ormai lontano, ma come un evento che ci interpella in modo forte e ci chiama a una memoria viva e condivisa. Memoria viva, perché nutrita dall'ansia di conoscere quello che successe e perché porta con sé un desiderio di scoperta non solo della tragedia di questo popolo ma della sua ricchissima storia e cultura. Memoria condivisa, perché consente a ciascuno di noi di sentirsi chiamato a conoscere e a far sapere, al di là delle appartenenze e delle ideologie, il dramma che si è consumato in quei terribili anni di guerra nei confronti del popolo armeno.
In un contesto come quello attuale, nuovamente dilaniato da conflitti internazionali, è una grande testimonianza d'amore, una vera e propria lezione di storia farsi testimoni della tragedia di un popolo, poiché significa decidere di raccogliere il silenzio delle vittime dei genocidi di ieri e di oggi e darvi voce, per impedire che altri genocidi possano proliferare domani. È volgere lo sguardo non altrove, ma dentro la storia, per farsi portatori di una coscienza civile di condanna senza appello di tragedie umane che non dovranno mai più ripetersi. Perché, signor Presidente, un genocidio senza nessuna condanna include e racchiude sempre in sé un grande pericolo: il rischio cioè di diventare una forte suggestione per nuove atrocità future. (Applausi).
PERDUCA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, abbiamo ascoltato qualcosa che emerge un giorno all'anno, tutti gli anni, da parte di chi, non necessariamente il senatore Asciutti che lo ha articolato, quotidianamente non si interessa di genocidi, però ci viene a dire che il silenzio sul genocidio più ricordato da oltre cent'anni equivale ad avere silenzi per i futuri genocidi. Questa è un'opera teatrale, una ridicolizzazione di tutti coloro i quali si battono contro gli stermini ed i crimini contro l'umanità per assicurare alla giustizia chi ancora oggi ammazza i propri cittadini.
Tutti gli anni viene chiesto di ricordare qualcosa all'interno delle Aule legislative, in Italia e nel resto del mondo, nonché al Parlamento europeo, senza mai però interpellare una delle due parti coinvolte, cioè la Turchia, e magari avviare un processo di ricostruzione storica interpellando chi quotidianamente studia questi avvenimenti. Quindi, abbiamo una dichiarazione politicamente ancorata ad una lettura di fatti avvenuti quasi cento anni fa che mai ricorda quanto accaduto negli ultimi 18-20, mesi e cioè che finalmente Turchia e Armenia hanno avviato un trattato bilaterale che affronta la questione nei termini in cui dovrebbe essere affrontata, cioè storica, da una parte, e politica, dall'altra, e che al proprio interno contiene un articolo relativamente a tutto ciò che è stato parzialmente ricordato dal senatore Asciutti. Il senatore Asciutti ha dimenticato di ricordare come proprio i soggetti citati (addirittura si è sentito parlare di Kemal Atatürk come uno dei responsabili del definitivo sterminio del popolo armeno) hanno invece deciso, di loro iniziativa, contro tutti gli atteggiamenti rigidi che la Comunità europea ha sempre manifestato nei confronti della Turchia, di aprire un dialogo con l'Armenia.
Ammesso, e sicuramente non concesso, che tutto quello che ha detto il senatore Asciutti corrisponda alla verità storica dei fatti, quando ci si erge a paladini della memoria di un genocidio occorre sempre ricordare tutta la storia: dal giorno in cui qualcosa che si sta ricordando ha avuto inizio fino al giorno in cui si parla.
Se l'intervento del senatore Asciutti non fosse stato minimamente contestualizzato sembrerebbe quasi che ancora oggi gli armeni e i curdi siano sterminati dal nazionalismo ottomano: così ho sentito rammentare. (Commenti del senatore Asciutti). Si potrebbe tranquillamente trarre questa conclusione dall'intervento del senatore Asciutti.
Oggi, fortunatamente, tutto ciò non è: esiste una democrazia laica in Turchia, esiste una democrazia, molto fragile, in Armenia, esiste - ahimè - un atteggiamento rigido, come quello cui abbiamo assistito poco fa in quest'Aula, che appartiene ai Governi dei 27 Stati membri dell'Unione europea (forse, quello italiano meno rigido degli altri) che insiste nel contrapporre queste due realtà, che invece dovrebbero essere incluse pienamente nell'Unione europea. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Colleghi, ho fatto una forzatura, intanto perché il rappresentante del Governo non è ancora presente, ma anche per la rilevanza dell'argomento trattato. Naturalmente, ciò non significa modificare la regola, che credo invece debba essere ferma, secondo cui importanti momenti di ricordo, come quello che il senatore Asciutti ha rammentato, devono essere comunicati e valutati nella Conferenza dei Capigruppo in modo che possano coinvolgere l'insieme dei Gruppi.
L'ho fatto per un motivo che esula da quello contingente che, sinceramente, ho considerato secondario. Secondo me, come io personalmente avevo chiesto alla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, sarebbe giusto, dato che la Camera dei deputati l'ha fatto alcuni anni fa, che il Senato della Repubblica prevedesse un momento in cui riflettere sulla vicenda degli armeni. Ciò, non per aprire un dibattito, come diceva ora il senatore Perduca: non si tratta di aprire discussioni sulla Turchia, o altro. Sono personalmente convinto che la Turchia debba entrare a far parte dell'Unione europea, non meno di quanto credo ne sia convinto il senatore Perduca, ma sono altrettanto convinto che le stragi sono stragi. Si chiamano stragi chiunque le abbia determinate ed effettuate (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Bornacin): ricordarle non deve essere una vendetta per il futuro, ma un momento con cui tutti facciamo i conti perché esse non si ripetano e perché non ci siano più violazioni dei diritti umani.
Tale riconoscimento ha fatto sì che certi Paesi (penso, ad esempio, alla Germania che, riconoscendo cosa è stato l'Olocausto, da questo punto di vista è stata esemplare) siano diventati protagonisti coerenti della vita democratica non solo sul piano interno, ma anche nel contesto dell'Europa e del mondo.
Siccome quest'anno il giorno 24 coincide con la festività della Pasqua, non c'era altro modo per ricordarlo. Tuttavia, mi auguro che, per il futuro, il Senato decida di fare una riflessione anche su questo tema, così come lo abbiamo fatto su altre importanti questioni. Non ci deve essere il silenzio neppure su questo.
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Sono presenti in tribuna gli studenti del Liceo classico statale «Socrate» di Roma. Rivolgo a loro e ai loro insegnanti il saluto del Senato e gli auguri per la loro attività di studio e per la prossima festività pasquale. (Applausi).
Sul compleanno della senatrice a vita Rita Levi-Montalcini
SOLIANI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SOLIANI (PD). Signor Presidente, vorrei ricordare all'Aula una bella notizia: il prossimo venerdì 22 aprile compie gli anni una nostra grande collega. Ne compie 102, ed è Rita Levi-Montalcini (Applausi): ha speso la sua vita al servizio della scienza, della ricerca, ottenendo il premio Nobel, al servizio del nostro Paese e al servizio anche delle donne dell'Africa. A lei - e penso di interpretare il sentimento di tutti - molti auguri di buona vita. (Applausi).
PRESIDENTE. Tutto il Senato rivolge gli auguri più sinceri alla senatrice Rita Levi-Montalcini per il suo compleanno, per la sua attività e per quello che ancora sta facendo.
Sui lavori del Senato
ZANDA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ZANDA (PD). Signor Presidente, nella giornata di ieri, da parte mia, ma non solo - anche da parte dei senatori Legnini, Belisario e D'Alia - è stata posta la necessità che la Presidenza del Senato assuma una decisione nuova sul nostro calendario, e ne sono state illustrate le ragioni. (Commenti dal Gruppo PdL).
Con molta sensibilità ieri è intervenuto su questo tema anche il senatore Quagliariello, che ha accennato al calendario della Camera dei deputati, in quel momento ancora non perfezionato. La Camera, viceversa, ha poi confermato nella sua Conferenza dei Capigruppo che deciderà sul Documento di economia e finanza nella giornata di mercoledì della prossima settimana, il 28.
A questo momento, quindi a più di 24 ore dall'inizio di queste ripetute sollecitazioni, la Presidenza del Senato non ha ancora fatto sapere cosa ha deciso riguardo alla richiesta formale che le opposizioni hanno avanzato in Aula di riconvocare la Conferenza dei Capigruppo. Penso che stiamo assistendo, senza che vi sia alcuna reazione, ad un strappo molto grave al raccordo funzionale, quindi anche politico, che deve esistere nel lavoro tra i due rami del Parlamento. Credo anche che ci si stia avviando a non prendere una decisione, quindi a presentare la posizione dell'Italia in Europa in un modo che - me lo faccia dire, signor Presidente - considero sgangherato.
Ribadisco anche quanto mi è già capitato di dover dire in Aula, ossia che, dietro quest'atteggiamento della Presidenza del Senato, vedo una concezione del ruolo del Parlamento che non condivido, perché, anziché rivestire una funzione centrale nella democrazia italiana, è considerato un ufficio del Governo.
Ora, il fatto è che il Presidente del Senato, dopo tante, ripetute sollecitazioni, non ha ancora comunicato all'Aula le sue decisioni riguardo alla Conferenza dei Capigruppo. Può legittimamente dire che non intende riconvocarla, che considera presa la decisione e non ritiene rilevanti le obiezioni che abbiamo posto: può dirlo, ma non l'ha ancora fatto sino a questo momento, e il fatto che non l'abbia ancora detto, signor Presidente, è una scortesia parlamentare molto grave. Do atto al presidente Schifani della sua cortesia personale, che però non ha nulla a che vedere con i rapporti parlamentari. Nei confronti del maggior Gruppo dell'opposizione - parlo per conto del Gruppo del Partito Democratico - quest'atteggiamento è molto scortese.
Rilevo che il presidente Schifani, ormai da molto tempo, è meno presente in Aula di quanto non sia stato all'inizio della legislatura. Sono molto lieto di vedere che lei, presidente Chiti, presiede l'Assemblea, ma noto - e lo rilevo in Aula, pubblicamente - che è sempre meno presente alle nostre sedute il presidente del Senato Schifani, cui competono i poteri sul piano personale (tant'è che voi Vice Presidenti, quando presiedete l'Assemblea, poi riferite a lui per le decisioni che il Presidente deve assumere). Questo, però, non lo esime dal rispondere alle domande che gli vengono formulate in Aula, e alle quali soltanto lui personalmente può rispondere.
Quindi, devo sottolinearlo, e chiederle di riferire al presidente Schifani che considero questa una scortesia che francamente non ci dovremmo aspettare dalla, seconda carica dello Stato. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
PRESIDENTE. Prima di dare la parola ai senatori Belisario e D'Alia, che immagino intendono intervenire sulla medesima questione, avviso i colleghi che il presidente Schifani ha comunicato ora che non ritiene di dover modificare le decisioni che sono state già assunte all'unanimità dalla Conferenza dei Capigruppo. Questa è la comunicazione, su cui si possono esprimere valutazioni, ma che è stata fatta. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
ZANDA (PD). Mi auguro di non dover leggere nelle cronache di viaggi che si faranno la prossima settimana.
BELISARIO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, apprezzo l'intervento del senatore Zanda. Francamente, più che di scortesia politica parlerei di strappo.
Vorrei ricordare che si sta parlando di una data specifica, il 30 aprile prossimo: il Senato non si esprimerà sul Documento di economia e finanza in tempo utile. Lo farà solo la Camera, e quindi con disprezzo per quest'Assemblea. Dico anche al presidente Schifani, e ai colleghi tutti, che anche a me piacerebbe prendere dieci giorni di vacanza, ma faccio il parlamentare, e ritengo che abbiamo un compito più importante che andare al mare! (Applausi dal Gruppo IdV. Commenti dal Gruppo PdL).
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, dal momento che concordo con quanto detto in precedenza dai colleghi, non intendo ripetere cose ovvie, ma intrattenerla ed annoiarla su un altro tema.
Ieri avevamo chiesto in corso di seduta che il ministro Romani potesse essere presente in Aula per l'illustrazione...
PRESIDENTE. Senatore D'Alia, mi scusi se la interrompo. Sulla presenza del ministro Romani vi sarà una comunicazione specifica quando passeremo al punto.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). E quando passeremo al punto, signor Presidente?
PRESIDENTE. Appena avremo finito questi interventi, senatore D'Alia. Per quanto sta alla Presidenza, avremmo già potuto passare a trattare la questione.
MORANDO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MORANDO (PD). Signor Presidente, vorrei ancora insistere perché la Presidenza del Senato esamini la possibilità di convocare la Conferenza dei Capigruppo per modificare il calendario... (Commenti dal Gruppo PdL).
VOCI DAL GRUPPO PdL. Basta, basta!
MORANDO (PD). ... partendo dalla piena condivisione circa le responsabilità dell'errore che, altrimenti, tutti assieme compiremmo.
È chiaro che la Conferenza dei Capigruppo si è riunita ed ha assunto all'unanimità una decisione che, a mio avviso, non corrisponde alle esigenze che la situazione ci detta e agli interessi del Paese. Immagino, infatti, che la Conferenza dei Capigruppo e la Presidenza del Senato abbiano deciso circa l'inizio del dibattito sul Documento di economia e finanza il 3 maggio nel presupposto che si potessero determinare due condizioni.
La prima era che anche il calendario della Camera assumesse quella data per l'inizio dei lavori dell'Aula sul Documento di economia e finanza; richiamo a questo proposito l'intervento molto equilibrato di ieri del presidente Quagliariello che, esattamente su questo punto, ha richiamato l'esigenza di attendere le decisioni della Camera. La seconda condizione era che fosse possibile per il Governo rinviare di qualche giorno l'invio a Bruxelles del Documento di economia e finanza e del Programma nazionale delle riforme in maniera tale da procedere sulla base di una decisione del Parlamento nazionale, intendendo per Parlamento nazionale, signor Presidente, sia la Camera che il Senato, se è lecito sottolineare questo aspetto, dal momento che, anche se a me non piace, siamo in un sistema bicamerale perfetto.
Allora - non è responsabilità di nessuno, meno che mai del Presidente del Senato: vorrei che fosse chiaro questo punto - si è assunta una decisione sulla base di due presupposti che entrambi si sono rivelati non esistenti. La Camera ha ormai deciso sul suo calendario: il 28 aprile l'Assemblea si riunirà per pronunciarsi sul Documento di economia e finanza con apposita risoluzione prevista dal suo Regolamento, esattamente come il Regolamento del Senato prevede che sul Documento di economia e finanza ci si pronunci con una risoluzione. Il secondo elemento - di cui abbiamo avuto conferma nel corso dell'audizione del Ministro dell'economia - è che la data del 30 aprile per la presentazione in Europa del Documento di cui stiamo parlando non sarà superata da nessun Paese europeo, e meno che mai potrà essere superata dall'Italia.
Quindi, signor Presidente, oggi stiamo decidendo, in ossequio ad una decisione assunta all'unanimità dalla Conferenza dei Capigruppo, oggi rivelatasi errata, che il Senato della Repubblica scompaia nell'assunzione di una decisione, come quella riguardante il Documento di economia e finanza e il Programma nazionale di riforma, assolutamente cruciale per il futuro del Paese.
Penso che tutto il Senato non dovrebbe assumersi la responsabilità di una decisione di questo tipo e, senza polemizzare con nessuno, meno che mai con il Presidente del Senato, ancora una volta invito quest'ultimo a riconvocare la Conferenza dei Capigruppo per rimeditare su un punto che è indifendibile.
Ma cosa andiamo a dire, signor Presidente: che non ci siamo potuti riunire perché eravamo in ferie? Una tesi del genere è insostenibile, chiunque è in grado di capirlo. Francamente mi auguro - e ne sono certo - che il Presidente del Senato vorrà rivedere questa decisione. (Applausi dal Gruppo PD).
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente, innanzitutto faccio presente al senatore Zanda che l'impegno del presidente Schifani nel presiedere l'Aula, nel seguire i lavori e nell'organizzare le attività del Senato è irreprensibile ed encomiabile. Pertanto, il nostro Gruppo non condivide le parole del senatore Zanda e le sue valutazioni, francamente fuori luogo. (Applausi dal Gruppo PDL).
Per quanto riguarda il calendario dei lavori, se ne è discusso in due Conferenze dei Capigruppo (in una era presente la presidente Finocchiaro, in un'altra il presidente Zanda), e quindi il calendario, così come è stato definito, è stato approvato.
Capisco le osservazioni fatte, ma abbiamo confermato più volte che ritenevamo valido quel calendario e che anche la tempistica della discussione nazionale, parlamentare e europea sui Documenti richiamati in materia economica nulla lede circa il confronto che proseguirà anche con provvedimenti e misure di varia natura. Ciò, anche nella considerazione che è vero che alla Camera si è ipotizzata la discussione la prossima settimana ma, ad esempio, il Gruppo del Popolo della Libertà ritiene - e lo sosterrà in Assemblea - che si debbano mantenere le decisioni precedentemente assunte in quel ramo del Parlamento in ordine alla discussione del provvedimento sul testamento biologico. Immagino, quindi, che l'Aula della Camera - ma non è questione che compete a noi, sebbene io ne sia informato in quanto notizia di natura politica - in quella seduta discuterà se sarà quello l'ordine dei lavori oppure un altro. Non abbiamo nemmeno certezza su questo, e non vi sfugge la valenza politica di quanto sto dicendo; il che potrebbe anche far finire in contemporanea le discussioni nei due rami del Parlamento, cosa che ieri anche il vostro Gruppo ha affermato.
Pertanto, riteniamo si possa mantenere il calendario che è stato definito. Francamente, comprendiamo l'insistenza, ma non riteniamo che quanto sottolineato possa incidere in alcun modo sulla possibilità del Senato di dare un contributo attivo e positivo a tutte le discussioni in materia economica, come peraltro stiamo facendo nel dibattito sul decreto-legge all'esame dell'Assemblea che, come altri provvedimenti, attiene a materie contenute anche nel Documento di economia e finanza. Anzi, a volte, le nostre discussioni sono più aggiornate, in tempo reale, con la realtà delle riflessioni sulle prospettive economiche.
Quindi, confermiamo le valutazioni fatte dalla Conferenza dei Capigruppo. (Applausi dal Gruppo PdL).
MARINI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARINI (PD). Signor Presidente, desidero svolgere una breve considerazione, in particolare sull'ultimo intervento svolto dal presidente Gasparri.
Abbiamo un problema di rilievo seriamente politico. Sappiamo fino ad oggi che il Governo vuole rispettare il termine per la presentazione in Europa del Documento di economia e finanza, che è il 30 aprile. Chiedo a tutto il Senato, a partire dai colleghi della maggioranza, se esiste un rilievo su un documento di tal peso all'interno della crisi che viviamo e che offre una prospettiva di discussione che durerà anche in Europa. Non è pensabile cancellare, attraverso un fatto burocratico, ossia l'esistenza di un impegno sui lavori già assunto dalla Conferenza dei Capigruppo, la possibilità per il Senato di esaminare un documento che rappresenta una priorità di enorme rilievo politico (e non mi riferisco solo a me, che ho avuto ieri il testo e spero tra oggi e domani di sfogliarlo e di trovare tutto quello che mi interessa).
È un'occasione da non perdere. Perché il Senato, se questo impegno del Governo verrà rispettato, deve essere tagliato fuori da una discussione di un certo spessore che riguarda il nostro futuro, probabilmente con una valutazione serena? Se si dice che non conta nulla, allora lo si esamini dopo la discussione della Camera. Il Senato, però, non può essere escluso. Voglio poter pronunciare due parole di strategia su quel documento che ho cominciato a sfogliare solo ieri sera. È un diritto, non mio o del singolo senatore, ma dell'intero Senato. Quanti tra di voi possono avere questa aspirazione? (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Spero molti, all'interno di questa Aula.
É stata assunta una decisione dalla Conferenza dei Capigruppo, e la Camera ha già fissato la data per compiere questo lavoro, che non abbandona, perché è troppo importante. Noi, invece, non lo facciamo, per rispettare una decisione che in qualche modo si può affrontare. Il Presidente potrebbe ottenere dal Governo un rinvio di alcuni giorni - tale possibilità potrebbe esistere, pur se la volontà politica del Governo sembra contraria - per poter discutere seriamente in Senato questo problema, oppure si cambia l'organizzazione dei lavori così come è stata fissata e si prevede una seduta notturna.
Tutto questo riguarda la dignità del Senato, ed è l'unica ragione per la quale mi sono alzato per intervenire, per offrire una raccomandazione al Presidente e alla maggioranza. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e del senatore Musso).
QUAGLIARIELLO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente, vorrei assumere la sostanza dell'intervento del presidente Marini, il quale si pone il problema che il Senato non venga tagliato fuori da una discussione e che nelle decisioni che verranno trasmesse dal nostro Governo a Bruxelles sia presente anche la voce di questo ramo del Parlamento.
Voglio dire al presidente Marini e al Gruppo che la preoccupazione che nutre è di tutta l'Assemblea, e non potrebbe essere diversamente. C'è solo un problema da approfondire: se il termine che è stato fissato ‑ questo, presidente Marini, per quel che ci riguarda, ha anche una valenza politica ‑ ha un carattere perentorio o ordinatorio.
MORANDO (PD). Il termine è il 30 aprile.
TONINI (PD). Qual è il problema per cui non si può affrontare?
QUAGLIARIELLO (PdL). Scusate, non è secondario questo aspetto, e dirò immediatamente per quale motivo. Ci è stato detto ieri che i termini in Europa sono tecnici. Il ministro del tesoro Tremonti, il nostro Ministro dell'economia, nel corso dell'audizione svolta ieri sera, è stato - a quanto ci è stato riferito - estremamente chiaro su questo aspetto. Ci ha detto che quel termine non è perentorio ma ordinatorio e che comunque non sarebbero stati i tre giorni ad impedire una discussione e un approfondimento.
Il nostro è un sistema di bicameralismo perfetto, ragion per cui abbiamo bisogno di tenere conto di ciò che accade nell'altro ramo del Parlamento. Tuttavia, ciò non significa che dobbiamo anche subire eventuali strumentalizzazioni politiche che vengono effettuate nell'altra Camera. (Applausi dal Gruppo PdL).Questo è un aspetto politico fondamentale. C'era un impegno assunto da una Conferenza dei Capigruppo, quindi un impegno a tutto tondo, affinché entro un determinato termine venisse discussa una proposta di legge già approvata in questo ramo del Parlamento. Io non vorrei che dietro questa decisione - ovviamente, presidente Marini, non mi riferisco a lei: il suo discorso è stato assolutamente limpido - si nasconda invece il tentativo di rimandare nell'altro ramo del Parlamento uno specifico punto all'ordine del giorno, sul quale il nostro Gruppo chiederà l'inversione dell'ordine dei lavori. (Commenti del senatore Morando).
Di fronte all'assicurazione del Ministro dell'economia che comunque avrebbe atteso la discussione del Senato...
MORANDO (PD). È un'invenzione!
QUAGLIARIELLO (PdL). ...e che questo ramo del Parlamento potrà prendere parte a quel dibattito e a quelle decisioni, non credo ci siano gli estremi, né da un punto di vista istituzionale né tantomeno da un punto di vista politico, di rimettere in discussione le decisioni legittimamente assunte dalla nostra Conferenza dei Capigruppo. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà. (Commenti dal Gruppo PdL e del senatore Belisario).
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia, sta intervenendo un oratore per Gruppo. Gli altri Capigruppo hanno già parlato.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Presidente, intervengo solo perché precedentemente non ero intervenuto su questo argomento ma su un altro punto.
PRESIDENTE. È vero, lei non era intervenuto in merito: lei poneva un'altra questione. Le do ora la parola, dal momento che il suo Gruppo non ha ancora parlato.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Vorrei semplicemente fare una precisazione, perché non credo dobbiamo nascondere una polemica con un'altra polemica. Il termine perentorio o meno può avere un significato. C'è un adempimento, c'è una legge che è stata votata quasi all'unanimità dal Parlamento e che disciplina questa procedura: si è fissato un termine che, perentorio o meno, ha un suo rilievo di carattere politico e istituzionale che va rispettato.
Mi sia consentito però - e non voglio fare polemica nei confronti del senatore Quagliariello - che la circostanza che il disegno di legge sul testamento biologico non sia stato calendarizzato nei tempi richiesti per esempio dal mio Gruppo alla Camera nasce dal fatto che, a causa della pervicace scelta della maggioranza di utilizzare come perentorio il termine solo per l'approvazione del processo breve, ci siamo trovati alla Camera a dover esaminare il DEF nella settimana di fine aprile. (Applausi del senatore Serra). Su questo tema, credo dobbiamo evitare strumentalizzazioni e polemiche, queste sì, collega Quagliariello, che non hanno senso. Non introduca in questa sede questioni ampiamente discusse alla Camera: lasciamole lì, e cerchiamo qui, invece, di lavorare seriamente, cosa che purtroppo da tre mesi non facciamo. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE e PD).
LI GOTTI (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LI GOTTI (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, gli interventi del presidente Gasparri e del vice presidente Quagliariello farebbero intendere che il Governo è in grado di assicurare al Senato che il termine del 30 aprile potrà non essere rispettato perché l'Italia avrà diritto a qualche giorno in più. Mi sembra l'ennesima brutta figura: noi italiani riteniamo che i termini stabiliti siano un fatto elastico, per cui, mentre tutti gli altri Paesi rispetteranno quei termini, noi non faremo altrettanto, visto che siamo in ferie e abbiamo bisogno di tre giorni in più per dare il nostro contributo. Ma, lasciando da parte questo fatto, il Governo assume questo impegno? Se dovesse assumerlo, noi rispetteremo le nostre ferie; ma se il Governo non può assumere questo impegno, sarebbe una gravissima scortesia istituzionale quella di escludere il Senato dal dare un contributo su un documento che impegna il Governo dinanzi all'Europa. Perché bisogna negare questo diritto all'Assemblea del Senato? Soltanto perché si è deciso che dobbiamo riaprire il 2 maggio e che non dobbiamo lavorare facciamo questa figura dinanzi all'Europa: il Senato, insomma, non ha voce.
Vorremmo avere una risposta dall'Esecutivo. Il Governo afferma che l'Italia ha ottenuto termini diversi da quelli degli altri Paesi europei: questa soluzione non ci piace, ma la accettiamo. Se il Governo comunicherà le sue determinazioni in sede europea entro il 30 aprile bypassando l'esame del Senato e pertanto, se il documento verrà discusso comunque in quest'Aula dopo le comunicazioni del Governo all'Europa, verrà commesso un gravissimo atto di scortesia istituzionale, che penso il Senato della Repubblica non meriti. (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Legnini).
BALDASSARRI (Misto-FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BALDASSARRI (Misto-FLI). Signor Presidente, impiegherò soltanto un minuto per sottolineare che questo tema è stato sollevato dal sottoscritto nella Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari dieci giorni fa; in seguito vi sono state le vicende che abbiamo ascoltato in Aula. L'origine del problema sta nel fatto -come ho fatto notare alla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari - che il Governo era impegnato a presentare questi documenti alle Camere il 10 aprile; il fatto, però, che siano stati presentati il 18 aprile, cioè con otto giorni di ritardo, ha ritardato i lavori del Parlamento.
Il Governo si deve impegnare a consegnare i documenti a Bruxelles dopo il 30 aprile, e quindi dopo l'esame del Senato; altrimenti si commetterebbe effettivamente una grave scorrettezza istituzionale nei confronti del Senato della Repubblica, inviando i documenti a Bruxelles dopo il passaggio solo alla Camera dei deputati.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, il presidente Schifani mi ha riferito - lo dico per correttezza all'Assemblea e come elemento di informazione - che aveva già espresso ieri sera questa sua valutazione, la quale però non è stata comunicata all'Assemblea per un errore.
La seconda questione che come notaio sottolineo all'attenzione dei senatori è che gli atti non sono completi. Come ho già evidenziato ieri mattina, ribadisco ancora oggi che mancano tre allegati, fondamentali per questo esame. (Commenti del senatore Legnini). Senatore Legnini, il dibattito ora è chiuso. Ora la Presidenza del Senato si sta attivando affinché gli atti siano completi. È difficile compiere il lavoro sia alla Camera che al Senato se gli atti non sono completi.
In terzo luogo, sottolineo, sempre come certificazione (mi rivolgo, in particolare, al senatore Marini), che nelle due riunioni della Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, in cui è stata assunta all'unanimità tale determinazione, il presidente Schifani ha riferito, dopo aver parlato con il ministro Tremonti e con il Governo, che vi sarebbero stati - per le valutazioni che ha poc'anzi evidenziato anche il senatore Quagliariello - i termini, per cui il documento del Governo sarebbe andato con le valutazioni sia della Camera che del Senato.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Senatore Pistorio, poteva parlare prima. Non voglio fare mille conclusioni. Mi spiace: hanno parlato tutti e quindi poteva chiedere di intervenire prima. Ora non voglio riaprire il dibattito.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signor Presidente, voglio solo sottolineare che lei ha detto una cosa imprecisa. Lei ha affermato che quella decisione è stata assunta all'unanimità dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari.
PRESIDENTE. Esattamente.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Non è così.
PRESIDENTE. Non solo è così, ma si vada a leggere le comunicazioni date all'Assemblea circa le due Conferenze dei Capigruppo.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signor Presidente, nella Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari ho detto che ero contrario a questa posizione.
PRESIDENTE. Vuol dire che lei si è distratto. Le ripeto che è stato concluso all'unanimità: se la decisione non fosse stata assunta all'unanimità, lei sa che la discussione in Assemblea sul calendario dei lavori si sarebbe svolta in modo diverso. Mi dica sulla base degli atti dove è avvenuta in modo diverso. (Commenti del senatore Asciutti).
Seguito della discussione del disegno di legge:
(2665) Conversione in legge del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34, recante disposizioni urgenti in favore della cultura, in materia di incroci tra settori della stampa e della televisione, di razionalizzazione dello spettro radioelettrico, di moratoria nucleare, di partecipazioni della Cassa depositi e prestiti, nonché per gli enti del Servizio sanitario nazionale della regione Abruzzo (Relazione orale)(ore 10,55)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 2665.
Riprendiamo l'esame dell'articolo 1 del disegno di legge.
Avverto che gli emendamenti si intendono riferiti agli articoli del decreto-legge da convertire.
Ricordo che nella seduta pomeridiana di ieri è proseguito l'esame degli emendamenti al testo del decreto-legge.
Colleghi, come anticipavo al collega D'Alia, il Ministro dello sviluppo economico ha preannunciato la propria presenza ai lavori dell'Assemblea a partire dalle ore 12: propongo quindi, alla luce del dibattito che si è instaurato al termine della seduta pomeridiana di ieri, di accantonare l'intero articolo 5 del decreto-legge fino all'arrivo del ministro Romani e di riprendere dall'illustrazione degli emendamenti che si riferiscono all'articolo 6. Poiché non si fanno osservazioni, così resta stabilito.
Passiamo pertanto all'esame degli emendamenti riferiti all'articolo 6 del decreto-legge, che invito i presentatori ad illustrare.
MASCITELLI (IdV). Signor Presidente, vorrei illustrare l'emendamento 6.300. Per correttezza, devo anche dire che ha ricevuto un parere contrario della Commissione bilancio ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione; pertanto, ai sensi dell'articolo 102-bis del Regolamento, chiederò ai colleghi del Senato il sostegno perché tale emendamento possa essere posto ai voti.
In poche parole, la Regione Abruzzo è sottoposta a piano di rientro, quindi a vincoli economici estremamente stringenti; per questa ragione, l'articolo 6 del decreto-legge, in considerazione della situazione che si è creata dopo la tragedia del terremoto, ha lo scopo di garantire i livelli essenziali di assistenza all'interno delle quattro ASL, per evidenti fenomeni di instabilità e di mobilità che si sono creati all'interno del sistema sanitario regionale.
Per far questo, noi chiediamo di non fare ricorso alle risorse previste dall'articolo 14 decreto-legge n. 39 del 2009, cioè a quelle destinate alla ricostruzione, ma che il riequilibrio delle risorse economiche necessarie per stabilizzare i precari e garantire livelli essenziali di assistenza avvenga nell'ambito dei fondi complessivi del bilancio regionale destinati alla sanità. In questo, signor Presidente, siamo confortati anche da una sentenza della Corte costituzionale che ha chiarito in maniera molto precisa che la posizione costituzionale delle Regioni fa sì che le singole scelte per quanto riguarda le competenze nelle spese e nei capitoli di spesa vadano riservate comunque all'autonomia e alla discrezionalità delle stesse Regioni.
LUSI (PD). Signor Presidente, insieme al senatore Piccone e alla senatrice Mongiello ho sottoscritto l'emendamento 6.0.4, che è molto semplice. Lo abbiamo spiegato in Commissione, e pregherei i colleghi, ed innanzitutto i relatori, che già ebbero modo di ragionare approfonditamente sul tema, di valutarlo attentamente. Intanto, ricordo che i relatori, molto correttamente, non espressero parere contrario in Commissione, ma si rimisero al Governo. In quella sede, però, si stava lavorando con l'idea che non si modificasse in nessun punto il testo del disegno di legge di conversione del decreto-legge; ora invece sappiamo in Aula che procederemo a modifiche, ancorché parziali, del contenuto del decreto-legge.
L'emendamento 6.0.4 riguarda una mera precisazione di un testo approvato dall'Assemblea del Senato con il disegno di legge di conversione del decreto milleproroghe, riguardante i Comuni del cratere aquilano. Nell'emendamento non c'è alcuna spesa: vi si dice soltanto che quell'emendamento approvato nel milleproroghe deve essere concretizzato con un decreto del Ministero dell'economia. L'emendamento finisce qui, non c'è nient'altro. Prego i relatori e il sottosegretario Giorgetti, notoriamente molto competente, di dare conferma che non c'è altra modifica o intervento di natura economica.
Sull'emendamento 6.0.5 invece, signor Presidente, in ragione di un errore fatto nel disegno di legge di conversione del decreto, noi abbiamo autorizzato una spesa di due milioni per i Comuni dissestati della Provincia dell'Aquila, sempre avendo come riferimento il cratere. Erroneamente il cratere è stato fatto coincidere con la Provincia dell'Aquila, ma esso contiene anche i Comuni delle altre tre Province. Oggi quindi, correttamente, nell'emendamento si parla di Regione Abruzzo e non si parla quindi di Provincia dell'Aquila. Si tratta, pertanto, di sistemare da questo punto di vista l'indicazione geografica in modo che tutto rimanga esattamente come prima. Se i relatori ed il Governo prestassero attenzione alle due semplici cose che i colleghi hanno voluto proporre, ovvieremmo ad un problema che noi stessi abbiamo causato in precedenza. (Applausi dal Gruppo PD).
CASTIGLIONE (CN-Io Sud). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, lo spirito dell'emendamento 6.0.300 è quello di consentire ai lavoratori interinali dell'INPS di continuare a lavorare e a svolgere dei servizi fondamentali. Tra il turnover e la impossibilità di procedere a nuove assunzioni, tutto sommato questi lavoratori, seppure a tempo determinato, stanno svolgendo un importante ruolo all'interno dell'INPS.
È importante dire che non c'è alcun onere aggiuntivo, perché si tratta di usare fondi dell'INPS che non sono stati utilizzati e che sono stati accantonati; quindi, ricorrendo ad una semplice variazione di bilancio interna dell'INPS possiamo garantire il lavoro a questi giovani, sebbene, ripeto, a tempo determinato.
Eventualmente, se non fosse possibile ricevere un parere positivo, saremmo disponibili a trasformare l'emendamento in un ordine del giorno.
PRESIDENTE. I restanti emendamenti si intendono illustrati.
Invito il senatore Segretario a dare lettura del parere espresso dalla 5a Commissione permanente sui subemendamenti presentati all'emendamento 5.800 del Governo.
BONFRISCO, segretario. «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminati i subemendamenti 5.800/100, 5.800/101, 5.800/102, 5.800/103, 5.800/104, 5.800/105, 5.800/106, 5.800/107, 5.800/110, 5.800/111, 5.800/112, 5.800/113, 5.800/114, trasmessi dall'Assemblea e relativi al disegno di legge in titolo, esprime, per quanto di propria competenza, parere non ostativo».
PRESIDENTE. Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli emendamenti in esame.
TANCREDI, relatore. Signor Presidente, il parere sugli emendamenti 6.2 e 6.3 è contrario. Sull'emendamento 6.300 vi è il parere contrario della 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, pur avendo annunciato il senatore Mascitelli, che insisterà per la sua votazione; il mio parere resta comunque contrario, perché si tratta di una misura ben diversa da quella proposta dalla norma. La norma propone sostanzialmente un diverso calcolo del monte a tempo determinato dei precari per gli enti sanitari della Regione Abruzzo, mentre questa norma crea un diritto alla stabilizzazione per una platea di persone indefinibile. Quindi, oltre al discorso della copertura finanziaria, c'è anche un discorso di merito, per cui il parere è contrario.
Per quanto riguarda l'emendamento 6.0.4, il merito è condivisibile. Si tratta della precisazione di una norma già inserita nel decreto milleproroghe. Però, nel corso dell'esame abbiamo mantenuto il principio di attenerci rigorosamente al merito delle norme contenute nel testo del decreto. Qui si dovrebbe fare un'eccezione. Poiché si tratta di un'interpretazione, propongo ai proponenti Lusi e Piccone di trasformare l'emendamento in un ordine del giorno, che avrebbe il mio parere favorevole. Per quanto riguarda invece l'emendamento 6.0.5, il parere è contrario. I restanti emendamenti sono stati dichiarati improponibili.
GIORGETTI, sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Esprimo parere conforme a quello del relatore.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 6.2.
LEGNINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LEGNINI (PD). Signor Presidente, vorrei esplicitare meglio cosa stiamo votando: la norma contenuta nel decreto prevede, come ha detto il relatore, senatore Tancredi, che la base di calcolo per operare la riduzione della spesa per il personale precario delle aziende sanitarie abruzzesi non è, come dice la legislazione vigente, il 2009 ma il 2010. L'innovazione legislativa consiste in questo. Il Ministero dell'economia ha sostenuto e scritto poi in norma che questa variazione legislativa non comporterebbe una maggiore spesa. Non si capisce perché il Governo abbia ritenuto, se non c'è una maggiore spesa, di apportare questa innovazione. Non è noto.
Ma poiché il Governo evidentemente non credeva a ciò che sosteneva, ha aggiunto che all'eventuale maggiore spesa si provvede attingendo ai fondi per la ricostruzione dopo il terremoto; e questo, con riferimento sia al personale precario che presta servizio nel cratere sismico, sia al personale precario che presta servizio fuori, in tutto il resto della Regione.
Con quest'emendamento chiediamo che per il personale precario che presta servizio nei Comuni del cratere si possa attingere - anche se è improprio, ma si capisce - ai fondi per la ricostruzione; per i Comuni esterni al cratere si provvederà con altre risorse. Si tratta di un emendamento ragionevole, che fa giustizia rispetto ad un utilizzo improprio delle risorse destinate alla ricostruzione.
Con l'emendamento successivo, il 6.3, e con l'emendamento 6.300 del senatore Mascitelli, che condivido e su cui voteremo a favore, proponiamo una soluzione più forte, quale quella di prorogare tutti i rapporti di lavoro, che non sono indefiniti, come ha detto invece il senatore Tancredi, ma sono definiti, sono noti ai Ministeri dell'economia e della salute, in ragione delle note difficoltà organizzative, anche relativamente al comparto sanitario, legate all'evento sismico: una proroga di tutti i contratti in vista di una possibile stabilizzazione.
Questa è la nostra tesi. Voteremo a favore di questo emendamento e chiediamo all'Assemblea di fare altrettanto.
PICCONE (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PICCONE (PdL). Vorrei sottolineare alcuni passaggi, che il collega Legnini mi sembra abbia disatteso volutamente, per spiegare a chi sta votando il senso di questo articolo e di questo comma in particolare. Nella Regione Abruzzo, in particolare all'Aquila, c'è stato nel 2009 un terremoto, che ha indotto la ASL di quel territorio ad avere molti meno precari di quelli che normalmente aveva. A seguito del decreto-legge n. 78 del 2010, il riferimento ai precari del 2009 penalizzava la ASL di quel territorio in maniera importante, per cui si è adeguato il parametro al 2010, per dare modo a quella ASL di non essere ulteriormente penalizzata. Siccome la Regione Abruzzo, come altre Regioni, è sottoposta al piano di rientro per il sistema sanitario, l'indice di copertura del personale rimane invariato. Pertanto, la disposizione non ha bisogno di copertura. Questo è il motivo della norma, e credo che il collega Legnini lo sappia bene.
Rispetto a questa situazione, credo ci siano tutte le condizioni per affermare che è stato riparato in qualche modo un danno indiretto del terremoto, che aveva costretto la Regione Abruzzo a fare riferimento a parametri assolutamente inusuali.
Ripeto, è questo il significato della norma, che non ha bisogno di copertura, in quanto la copertura del personale per le Regioni sottoposte al piano di rientro è già stabilita per legge ed è un tetto che non è possibile sforare.
Approfitto per anticipare che sono d'accordo a trasformare l'emendamento 6.0.4 in ordine del giorno, visto che l'intenzione del collega Lusi e mia era solo quella di dare un'interpretazione alla norma contenuta nel cosiddetto milleproroghe.
Per quanto riguarda l'emendamento 6.0.5, mi attengo alle dichiarazioni del Governo: ho firmato quell'emendamento, ma credo che l'estensione della disposizione a tutta la Regione Abruzzo sia obiettivamente eccessiva.
LEGNINI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LEGNINI (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Legnini, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Prima di procedere alla votazione, vorrei raccomandare che ognuno voti per se stesso (Commenti del senatore Ferrara). Mi sono riferito a tutti, non solo al centrodestra o al centrosinistra.
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 6.2, presentato dai senatori Legnini e Lusi.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2665
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 6.3.
LEGNINI (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, in precedenza avanzata dal senatore Legnini, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 6.3, presentato dai senatori Legnini e Lusi.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2665
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 6.300, su cui la 5a Commissione ha espresso parere contrario ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione. Il senatore Mascitelli ne ha chiesto la votazione.
Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione, avanzata dal senatore Mascitelli, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
(art. 102-bis Reg.)
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 6.300, presentato dal senatore Mascitelli e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2665
PRESIDENTE. In merito all'emendamento 6.0.4, devo chiedere al senatore Lusi se anche lui accetta che il suo emendamento sia trasformato in ordine del giorno.
LUSI (PD). Signor Presidente, per correttezza, vorrei leggerlo, questo ordine del giorno. Quindi, le chiederei di posticiparne l'esame.
PRESIDENTE. Certamente. Se capisco bene siete voi, cioè lei ed i senatori Piccone e Mongiello, che dovete procedere alla trasformazione di tale proposta in ordine del giorno.
LUSI (PD). Non l'ho proposto io, ma il collega Piccone.
PRESIDENTE. Accantoniamo l'esame, quindi: scrivete l'ordine del giorno e poi sullo stesso si chiederà nuovamente il parere.
L'emendamento 6.0.4 è pertanto momentaneamente accantonato.
Passiamo alla votazione dell'emendamento 6.0.5.
LUSI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LUSI (PD). Signor Presidente, in questa velocissima dichiarazione di voto vorrei evidenziare al relatore Tancredi che la sua motivazione mi sembra quantomeno non adeguata alla risposta. Lei, signor relatore, ha detto che vi siete attenuti al criterio di non modificare, ed ha anche riferito correttamente che il tema è centrale e presente. Le segnalo però che fra pochi minuti, o fra qualche ora, lei e l'altro collega relatore dovrete esprimere un parere sull'emendamento 5.800 del Governo. Questo emendamento, collega relatore, modifica totalmente l'articolo 5 del decreto‑legge: non solo lo modifica nel contenuto, ma lo modifica anche nella rubrica (si passa da «Sospensione dell'efficacia di disposizioni del decreto legislativo n. 31 del 2010» a «Abrogazione di disposizioni relative a nuovi impianti nucleari»). Vede, relatore, la motivazione che ha dato non sta allora in piedi.
Non riesco a capire perché - e adesso mi rivolgo al rappresentante del Governo - là dove si tratta di questioni semplici e facilmente risolvibili voi dobbiate mostrare una rigidità che non trova fondamento in nessuna argomentazione; peraltro - e ora potrete citarmi la probatio diabolica - alla Camera questo provvedimento lo modificherete ulteriormente. Perché allora non accogliere modifiche semplici, che non sovvertono i principi, né le forme, né i programmi del Governo e della maggioranza, ma fanno bene ai cittadini e non comportano un dissesto della finanza pubblica?
Francamente, è inspiegabile, e tutto questo ai cittadini bisognerà in qualche modo spiegarlo. Siccome non siamo però interessati alla polemica, chiedo ancora ai relatori e ai rappresentanti del Governo di modificare il loro parere sull'emendamento 6.0.5 in modo da dare il via libera alla maggioranza per approvarlo. (Applausi del senatore Zanda).
PICCONE (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PICCONE (PdL). Signor Presidente, vorrei confermare l'assenso alla trasformazione dell'emendamento 6.0.4 in ordine del giorno e soprattutto evidenziare...
PRESIDENTE. Questo è acquisito: ora siamo sull'emendamento 6.0.5.
PICCONE (PdL). Chiedo scusa. Vorrei recuperare un piccolo passaggio che ho omesso nell'intervento precedente, soprattutto rispetto alla stabilizzazione, che sarà oggetto nei prossimi giorni anche di dibattito pubblico, rivolgendomi al collega Legnini, ma anche alla maggioranza e all'Aula nel suo insieme. Siamo fortemente convinti che la stabilizzazione dei precari non possa avvenire con una normativa che induce a non emanare concorsi pubblici, che invece darebbero l'opportunità a giovani e professionisti che hanno studiato per anni, di cimentarsi nella loro professione, concorrendo, per entrare nella pubblica amministrazione o nella sanità abruzzese.
Da questo punto di vista, diciamo da anni che vogliamo premiare il merito (lo diciamo tutti): poi, appena ci ritroviamo qualche precario assunto in una pubblica amministrazione, tendiamo a stabilizzarlo, togliendo così di fatto il diritto a chi vuole concorrere, ha studiato e si è preparato, di avere un'opportunità. (Applausi dal Gruppo PdL).
INCOSTANTE (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
INCOSTANTE (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Incostante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 6.0.5, presentato dai senatori Lusi e Legnini.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2665
PRESIDENTE. Gli emendamenti 6.0.6 e 6.0.300 sono improponibili.
Il testo dell'ordine del giorno G6.0.4 è disponibile, senatore Lusi?
LUSI (PD). Signor Presidente, se l'emendamento 6.0.4 fosse trasformato in un ordine del giorno, come richiesto dal senatore Piccone, contenente un dispositivo che dica che questo decreto viene emanato entro il 30 giugno, cioè un mese dopo il termine di conversione del decreto, penso possa essere accolto. Ma il relatore e il Governo devono dare l'assenso.
PRESIDENTE. Quindi lei, senatore Lusi, propone di trasformare l'emendamento 6.0.4, così com'è, in un ordine del giorno.
Invito dunque il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi nel merito.
TANCREDI, relatore. Al riguardo mi ero già espresso. In ogni caso, il parere è positivo.
GIORGETTI, sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Concordo con il relatore, signor Presidente.
PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G6.0.4 non verrà posto in votazione.
D'ALI' (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALI' (PdL). Signor Presidente, non è stata data risposta alla richiesta della senatrice Castiglione, prima firmataria dell'emendamento 6.0.300, relativa all'eventuale sussistenza della possibilità, nonostante esso sia stato dichiarato improponibile, di trasformarlo in ordine del giorno: come terzo firmatario dell'emendamento, mi permetto di insistere al riguardo per ottenere una risposta.
PRESIDENTE. Non essendoci stata votazione, in quanto già dichiarato improponibile, la materia è aperta. Chiedo quindi al relatore e al rappresentante del Governo di pronunziarsi al riguardo.
TANCREDI, relatore. Signor Presidente, non l'avevo considerato perché improponibile, e anche oggetto di parere contrario della 5a Commissione, ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione. In ogni caso, sarei favorevole alla trasformazione dell'emendamento in un ordine del giorno, eventualmente, inserendo la formula «valutare l'opportunità».
GIORGETTI, sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Se si accetta l'inserimento della formula suggerita, il parere è favorevole.
PRESIDENTE. Senatrice Castiglione, lei è d'accordo?
CASTIGLIONE (CN-Io Sud). Sì, signor Presidente, sono d'accordo.
AMORUSO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
AMORUSO (PdL). Signor Presidente, chiedo di aggiungere la mia firma all'ordine del giorno.
BIANCHI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BIANCHI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, chiedo di poter aggiungere anche la mia firma all'ordine del giorno.
PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G6.0.300 non verrà posto ai voti.
Passiamo all'esame degli emendamenti e degli ordini del giorno riferiti all'articolo 7 del decreto-legge, che invito i presentatori ad illustrare.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, con riferimento all'emendamento 7.700 presentato dai relatori, chiedo la fissazione di un ulteriore termine per subemendarlo e, fino a quando il ministro Romani non verrà a riferire in Aula sull'emendamento 5.800, chiedo una sospensione dei lavori. Si tratta di mezz'ora di sospensione. (Commenti ironici dal Gruppo Pdl). L'emendamento è stato reso disponibile questa mattina! Capisco che il Governo fa come crede: ha una maggioranza! Vorrà dire che andremo avanti e, come sempre, la maggioranza si assumerà la responsabilità di quello che fa. Non si meravigli se l'atteggiamento dell'opposizione sarà consequenziale. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. Senatore Belisario, faccia capire anche me: stiamo parlando dell'emendamento 5.800?
BELISARIO (IdV). No, signor Presidente, come lei ha ricordato, stiamo per passare all'esame degli emendamenti riferiti all'articolo 7.
PRESIDENTE. Qual è l'emendamento in questione, allora?
BELISARIO (IdV). Si tratta dell'emendamento 7.700 fatto dal Governo, presentato ieri e pubblicato questa mattina.
PRESIDENTE. Questo è l'emendamento dei relatori.
BELISARIO (IdV). Esattamente, signor Presidente: ne siamo venuti a conoscenza questa mattina. Vogliamo vedere se quelli presentati dal Governo ieri sera, ma pubblicati oggi, sono compatibili con quelli che abbiamo già presentato, oppure se dobbiamo presentarne altri. Dal momento che non abbiamo avuto tempo, tra le votazioni di questa mattina e la seduta in corso, non mi pare che chiedere mezz'ora di sospensione possa portare alcun pregiudizio ai lavori dell'Aula. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. Ascoltata questa richiesta del senatore Belisario, invito prima di tutto i relatori a pronunziarsi in merito.
TANCREDI, relatore. Signor Presidente, noi relatori abbiamo presentato un emendamento all'articolo 7 ieri sera, prima della chiusura della seduta.
PRESIDENTE. È vero: c'era tempo fino a questa mattina alle ore 11.
TANCREDI, relatore. Ci sarebbe stato tempo tutta questa mattina, e tra l'altro - e questa non è questione di forma, ma di sostanza - l'emendamento dei relatori recepisce alcune proposte già contenute in quelli presentati dall'opposizione. Non essendoci quindi nulla di nuovo nell'emendamento dei relatori, non vedo questa necessità di prendere ulteriore tempo. (Applausi dal Gruppo PdL).
ASCIUTTI, relatore. Se è un problema, lo ritiriamo!
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente, ho avuto modo di confrontarmi informalmente con i Capigruppo su questo problema. A parte il fatto che le questioni sono già state spiegate dal relatore, l'emendamento, che è stato presentato ieri sera, tende a valorizzare il ruolo del Parlamento e porre limiti alla norma, quindi riassume istanze emerse nel dibattito. Dal momento che abbiamo ricevuto anche l'annuncio della presenza del ministro Romani, propongo un "subemendamento" alla proposta del presidente Belisario: se una breve pausa deve esserci, io la farei prima dell'intervento del ministro Romani, per poi votare gli eventuali subemendamenti all'articolo 7. Se poi il Ministro, invece che alle ore 12, interverrà alle ore 12,15 o alle ore 12,20, non succederà nulla; ma in tal modo potremo completare l'esame dell'articolo 7 prima di dargli la parola e circoscrivere il dibattito, anche per l'ordine dei nostri lavori.
Non so quantificare la cosa in termini di minuti, ma mi rimetto alla cortesia del presidente Belisario: in questo modo, potremo votare gli emendamenti all'articolo 7 e, durante l'intervento del ministro Romani, concentrarci su una questione che anche all'esterno ha una sua rilevanza, e lo comprendo. La mia è quindi un'ipotesi di mediazione, che affido alla Presidenza per tradurla in termini di minuti a disposizione.
PRESIDENTE. Senatore Gasparri, la sua proposta è quindi di procedere con l'illustrazione degli emendamenti?
GASPARRI (PdL). Sì, signor Presidente; e se poi deve esserci una breve pausa per i subemendamenti, secondo quanto chiesto dal presidente Belisario, chiedo però di votare gli emendamenti riferiti all'articolo 7 prima di passare all'intervento del ministro Romani, che abbiamo fissato alle ore 12. Ribadisco che se quest'ultimo dovesse aver luogo invece alle ore 12,15 o alle ore 12,20, non credo che accadrebbe nulla, rispetto all'attenzione che il Paese presta al tema del nucleare.
LEGNINI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LEGNINI (PD). Signor Presidente, desidero intervenire soltanto per dire che non abbiamo obiezioni di principio a queste proposte, ma anche per ricordare che l'articolo 7 è il più importante, perché ad esso sono riferiti molti emendamenti; pertanto abbiamo bisogno di discuterne. Ci auguriamo che il Governo e la maggioranza si aprano al confronto, almeno su quest'articolo, così com'è stato ripetutamente dichiarato in Commissione, visto che su molti punti è stato detto che in Aula si sarebbe cercato di affrontare alcune questioni, anche delicate. Certamente non ce la facciamo nei tempi proposti dal presidente Gasparri: quindi, signor Presidente, decida pure, ma la prego di farlo entro questo quadro.
PRESIDENTE. Anch'io penso che sia impossibile, perché se iniziamo ad affrontare l'argomento, poi bisogna farlo a fondo.
AZZOLLINI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
AZZOLLINI (PdL). Signor Presidente, penso che si possa cominciare ad illustrare gli emendamenti, proprio per le ragioni evidenziate dai senatori Legnini e Belisario, cioè che si tratta di un articolo di cui discutere seriamente. Quindi, penso che iniziare l'illustrazione, fermo restando la presenza del ministro Romani, sia una cosa assolutamente possibile.
Al senatore Belisario volevo invece dire che proprio in questo momento, ai sensi dell'articolo 100, stavo valutando, positivamente alcuni subemendamenti presentati all'emendamento 7.700, ed è senz'altro possibile presentarne altri, ma credo che ciò non ostacoli la possibilità di procedere nelle illustrazioni. Peraltro, mi pare del tutto evidente che la proficuità dei lavori che si invoca ben si concili con il prosieguo degli stessi.
Al di là del fatto che si può tranquillamente procedere in tal senso, sono all'opera per cercare, quando saranno presentati dal Gruppo dell'Italia dei Valori specifici subemendamenti, di agevolare i lavori, trovando un accordo con i senatori della Commissione, per valutare i profili finanziari, che in un caso come questo sono quasi sempre valutati in senso positivo, e dunque proseguire. Non c'è alcun ostacolo nell'illustrazione degli emendamenti.
PRESIDENTE. Propongo dunque di procedere con l'illustrazione degli emendamenti, con l'espressione dei pareri da parte dei relatori e del rappresentante del Governo e successivamente alla discussione e alla votazione.
Se non vi sono osservazioni, così rimane stabilito.
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Colleghi, sono presenti in tribuna gli studenti della Scuola media statale «Gioacchino Gesmundo» di Terlizzi, in provincia di Bari. A loro e ai loro insegnanti va il saluto del Senato e gli auguri per la loro attività di studio e per le prossime festività pasquali. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2665 (ore 11,32)
PRESIDENTE. Proseguiamo con l'illustrazione degli emendamenti e degli ordini del giorno riferiti all'articolo 7 del decreto-legge al nostro esame.
AGOSTINI (PD). Signor Presidente, come è stato ricordato anche adesso dal presidente Azzollini, questo è il cuore del provvedimento, anche se le modifiche introdotte dal Governo all'articolo 5 individuano un ulteriore centro del provvedimento. Se si esamina l'emendamento 7.4 a mia prima firma, si può notare una caratteristica. Il provvedimento del Governo cambia ed integra la natura della Cassa depositi e prestiti, alla quale l'emendamento 7.4 tende ad aggiungere un'attività ulteriore, che parte da questo presupposto. Ognuno di noi - e penso soprattutto ai colleghi della maggioranza - sa che uno dei problemi più rilevanti dell'apparato produttivo italiano in questa fase, soprattutto delle piccole medie imprese, è la difficoltà di accedere al credito, un problema che è stato rilevante subito dopo la crisi finanziaria, che è stato in parte affrontato anche dal Governo con alcuni provvedimenti - ricordo che all'interno la Cassa depositi e prestiti è previsto un fondo che deve appositamente sostenere le piccole e medie imprese - ma il problema ancora oggi permane in maniera molto significativa. Uno dei problemi riferiti alla disponibilità di credito riguarda un aspetto specifico, vale a dire i crediti che le piccole e medie imprese vantano nei confronti della pubblica amministrazione, che come è noto paga con tempi estremamente lunghi.
Furono presentate alcune proposte in passato dirette a far sì che fosse la Cassa depositi e prestiti ad anticipare i crediti nei confronti della pubblica amministrazione. A mio giudizio correttamente, la Ragioneria generale dello Stato ha chiesto di porre attenzione a questo aspetto, perché nel momento in cui la Cassa depositi e prestiti operasse per conto dello Stato, si sarebbe in presenza di una riclassificazione degli interventi di quest'ultima come debito pubblico, e mi sembra che l'argomento sia assolutamente fondato. Preso atto di questa considerazione e della Nota pervenuta dal Ragioniere generale dello Stato la scorsa settimana nella discussione in Commissione, come Gruppo del Partito Democratico abbiamo elaborato questo emendamento che ha la caratteristica di indirizzare la Cassa depositi e prestiti a costruire un veicolo societario, dunque una società per azioni che va sul mercato, che può essere partecipata da investitori privati e che fa l'operazione di smobilizzo e di anticipazione di una parte dei crediti della pubblica amministrazione. Dal momento che la Cassa depositi e prestiti costruisce questo veicolo che va sul mercato, partecipato anche da investitori privati, essa risponde per gli interventi che fa in sede di anticipazione per i debiti della pubblica amministrazione nei confronti della piccola e media impresa soltanto con il suo capitale, esattamente come avviene per l'altra parte dell'attività della Cassa depositi e prestiti, che affronteremo successivamente e che riguarda le prese di partecipazione. Quindi, non c'è nessun problema riferito ad un'eventuale riclassificazione del debito della Cassa depositi e prestiti come debito pubblico ed essa attraverso questo veicolo quotato, potrebbe lavorare in quella direzione. Andremmo incontro in questo modo ad un'esigenza bruciante del sistema delle piccole e medie imprese italiane, realizzeremmo davvero un intervento che aiuta la crescita e che può dare una risposta concreta al sistema delle imprese. Il Governo e i colleghi della maggioranza in Commissione non hanno usato argomentazioni contrarie al nostro emendamento. Hanno semplicemente rilevato l'opportunità di avere una sede di approfondimento, rinviando all'Aula i loro orientamenti. Per noi, quindi, è particolarmente importante conoscere l'orientamento del Governo e dei di relatori di maggioranza su questo punto.
Procedo ora con l'illustrazione degli altri emendamenti riferiti all'articolo 7 affinché emerga la posizione assunta dal mio Gruppo su questo importantissimo provvedimento. Non illustro l'emendamento 7.5, che è molto importante, in quanto lo farà il collega Cabras. Esso riguarda, come è noto, la possibilità per la Cassa depositi e prestiti di intervenire per la presa di partecipazione - di controllo, in questo caso, sottolineo solo tale aspetto - per una società che gestisca sistemi di rete. Sottolineo che qui è prevista la presa di partecipazione di controllo perché si tratta dell'unica occasione in cui prevediamo che la società veicolo, che la Cassa depositi e prestiti ha già costituito con la modifica dello statuto intervenuta dieci giorni fa, debba intervenire sempre con prese di partecipazione di minoranza. Questo è il senso degli emendamenti che seguono. Vale a dire, prevediamo che la Cassa depositi e prestiti intervenga con prese di partecipazione di minoranza attraverso il veicolo che noi riteniamo debba andare sul mercato ed essere quotato. Ne chiediamo la quotazione non per uno sfizio di carattere mercantilista - direbbe Tremonti - ma perché vogliamo che tutta l'attività del veicolo che prende partecipazioni sia improntata a criteri di trasparenza, professionalità e rendicontazione al Parlamento. Questo è il senso complessivo degli emendamenti che abbiamo presentato all'articolo 7.
Ci sarà anche un emendamento specifico, che abbiamo aggiunto, che prevede che la Cassa depositi e prestiti, attraverso il suo veicolo, possa prendere partecipazioni soltanto in società caratterizzate da situazioni di equilibrio finanziario e che quindi sono in condizione, in tempi certi, di restituire la partecipazione alla Cassa depositi e prestiti, affinché non si determinino situazioni come quelle che si sono verificate in passato, non solo con l'IRI, ma soprattutto con la GEPI.
Noi insistiamo molto, anche con gli emendamenti, sul fatto che le prese di partecipazione della Cassa depositi e prestiti siano temporanee e che il tempo di smobilizzo - per essere più tecnici - della sua partecipazione sia definito con patti parasociali al momento in cui la Cassa interviene nella società. Sappiamo, infatti, che l'Italia è piena di casi in cui gli interventi temporanei si sono trasformati in interventi a tempo indefinito. Siccome nel caso specifico parliamo di risorse riguardanti anche l'utilizzo del risparmio postale, e conosciamo la delicatezza di questo aspetto, è evidente che avere certezza sull'equilibrio economico e gestionale delle società oggetto di partecipazione e sulla temporaneità dell'intervento, e quindi sui tempi di smobilizzo, diventa requisito fondamentale per la presa di partecipazione, perché si agisce con risorse pubbliche.
Aggiungo - e mi avvio rapidamente alla conclusione - che il veicolo che la Cassa depositi e prestiti ha già costituito si trova ad operare su un terreno molto delicato, come ho già detto più volte. Detto strumento della Cassa depositi e prestiti opererà in un territorio di confine tra pubblico e privato. Non vi è dubbio infatti che, nonostante la società sia per azioni e quindi sottoposta al diritto ordinario, essendo però partecipata esclusivamente dalla Cassa depositi e prestiti e dalle fondazioni bancarie, abbia una natura sostanzialmente pubblica. Le società che sono oggetto dell'intervento sono private; è bene allora che questi interventi avvengano per decisione non del Ministro dell'economia (perché altrimenti ci troveremo - come abbiamo detto anche ironicamente - con interventi statalisti diretti nelle società), ma di un board, quindi del consiglio di amministrazione di questa società (costituito da soggetti aventi alti requisiti di professionalità, di onorabilità e di competenza), e da una tecnostruttura costituita in questo senso, la quale abbia esattamente gli stessi requisiti enunciati, in modo che gli interventi siano improntati ad una logica di mercato. Non abbiamo niente in contrario a che ci sia uno strumento che opera in questa direzione, ma alle precise condizioni esplicitate, e cioè che operi con un atteggiamento di mercato.
Ieri sera, nel corso della sua audizione, il ministro Tremonti, sollecitato da chi vi parla direttamente sul tema, ha evidenziato il suo orientamento, che è sicuramente quello che ho esposto in questo momento. Allora, siamo in presenza di un emendamento, il 7.700 presentato dai relatori, che ringrazio per la sensibilità e per l'attenzione mostrata, ma che mi pare la tipica pacca sulla spalla: riconoscete che siamo stati bravi, ma ci concedete qualcosa - non voglio usare una espressione banale - che è assolutamente acqua fresca. Il nostro Gruppo ha pertanto presentato due subemendamenti all'emendamento dei relatori, perché inserire esattamente quanto è previsto dallo statuto della Cassa depositi e prestiti va molto bene, ci convince ma non è una grande innovazione, presidente Azzollini.
Secondo punto. Il decreto è trasmesso alle Camere. Ora, vi pregherei di lavorare su tale aspetto, perché non significa niente. Quindi, o si modifica davvero il decreto non regolamentare nella direzione che abbiamo indicato, ossia l'articolo 17 della legge n. 400 del 1988 che mette il Parlamento nella condizione di intervenire, oppure è francamente la stessa cosa se questo emendamento c'è o non c'è. (Applausi dal Gruppo PD).
CABRAS (PD). Signor Presidente, l'emendamento 7.5 riguarda sempre le modifiche statutarie all'operatività della Cassa depositi e prestiti. D'altra parte, dal momento che fra pochi minuti ci sarà una relazione del Ministro dell'economia sul tema energetico, cercherò di spiegare perché l'emendamento in questione influenzi in modo particolare il tema, ancora una volta, ahimè, dell'energia in Italia, soprattutto per il versante del gas.
Com'è noto, con la decisione che il Governo ci ha comunicato ieri, l'Italia sarà il Paese dell'Europa che marcerà più a gas di tutti gli altri. Circa l'80 per cento dell'energia elettrica prodotta nel nostro Paese ha come fonte primaria il gas; in Italia si consumano annualmente circa 80 miliardi di metri cubi di gas, e poco meno della metà è dedicato alla produzione di energia elettrica. Questo contesto di riferimento va tenuto presente per valutare appieno le ragioni che ci hanno spinto a proporre ancora una volta il tema della separazione proprietaria della rete del gas rispetto al principale monopolista del gas in Italia- io lo chiamo così - che è l'ENI. Ciò, allo scopo di introdurre un elemento di innovazione anche nel campo del gas, già ampiamente sperimentato nel settore dell'energia elettrica. Mi riferisco in particolare alla società Terna, i cui risultati dal punto di vista degli investimenti, del funzionamento, del bilancio, sono sotto gli occhi di tutti. Rinvio a tal proposito alla lettura dei dati, visto che siamo proprio in periodo di approvazione di bilanci, in modo che tutti possano giudicare che cosa Terna, e l'idea stessa di un operatore indipendente nella trasmissione dell'energia elettrica, abbia prodotto nel mercato grazie alla liberalizzazione del mercato dell'energia in Italia. Si può fare benissimo un confronto tra le efficienze raggiunte nell'energia elettrica e le inefficienze, ahimè, presenti invece sul piano del gas.
Come sappiamo, l'obiettivo di separare la proprietà della rete del gas rispetto all'attuale proprietario, l'ENI, risale al 2000, quando si stabilì una tempistica, secondo la quale SNAM Rete Gas doveva essere liberata dalla proprietà dell'ENI e doveva diventare un soggetto indipendente. Come tutti sappiamo, attraverso una disputa, che si è sviluppata prima in sede europea, successivamente in Italia, questo obiettivo è stato sempre rinviato, fino a quando l'ultima direttiva europea, che noi consideriamo di transizione, ha introdotto la cosiddetta separazione funzionale delle reti. Ovviamente, questa decisione è stata il frutto di un compromesso tra i diversi Paesi dell'Unione: da una parte, coloro i quali - gli inglesi per primi - spingevano per un'effettiva separazione proprietaria, e quindi una indipendenza della rete del gas; dall'altra, Paesi, tra i quali Italia e Francia, che in una certa misura resistevano al realizzarsi di questo obiettivo. Ebbene, è stata adottata una direttiva che prevede la separazione funzionale della rete del gas;. il Governo ha pertanto approvato un decreto legislativo, che è in discussione in questi giorni alla Camera, ma questa separazione funzionale, come tutti sappiamo, non sarà il regime definitivo, perché il regime definitivo tra qualche anno sarà la separazione proprietaria.
Dico questo, perché non è possibile - e ciò che abbiamo registrato in Italia in questi anni lo dimostra - realizzare una effettiva indipendenza, rispetto agli operatori che utilizzano la rete del gas, che metta tutti sullo stesso piano e che quindi realizzi una reale concorrenza, con il risultato di un effettivo abbattimento dei prezzi. Questo, perché c'è la rigidità del tubo in quanto tale, che obbliga ad approvvigionarsi da fonti fisse: l'Africa per un verso, la Russia per un altro, la Norvegia per un altro ancora. Vi è poi tutta quella grande massa di gas prodotta in Paesi che non sono collegati all'Italia con un tubo, che ovviamente prima o poi potrà arrivare se si svilupperà la rete dei gassificatori; se immessa nella rete, essa potrebbe realizzare un'effettiva concorrenza ed un abbattimento dei prezzi.
Tale premessa serve ad evidenziare che sarebbe opportuno cogliere l'occasione del cambiamento degli obiettivi e delle finalità della Cassa depositi e prestiti per assegnare alla stessa un'altra missione, o meglio per allargare la sua missione.
Presidenza della vice presidente MAURO (ore 11,50)
(Segue CABRAS). La Cassa depositi e prestiti è già l'azionista di riferimento di Terna. Con l'approvazione dell'emendamento 7.5 potrebbe essere autorizzata in un tempo medio - non automaticamente oggi, ma in un futuro che il Governo potrebbe decidere - a diventare l'azionista di riferimento della rete del gas; io aggiungo, anche se non è previsto nell'emendamento 7.5, che potrebbe diventare l'azionista di riferimento anche della rete delle telecomunicazioni (pure su questo tema discutiamo da tempo, senza arrivare ad una effettiva decisione). In tal modo, si potrebbe riuscire a determinare un vero regime di libera concorrenza, un regime di investimenti infrastrutturali non più legato alle priorità dell'ENI, che ovviamente investe nelle reti se non conviene di più finanziare l'esplorazione di un pozzo di gas; non sempre questi interessi, infatti, viaggiano nella stessa direzione. Soprattutto si potrebbe consentire ai consumatori, all'industria ed anche a chi usa il gas per produrre energia - che, come noto, in Italia è una componente molto importante - di scegliere liberamente il proprio fornitore, potendo contare su un gestore della rete assolutamente indipendente e terzo.
Questo è il contesto nel quale noi pensiamo possa essere autorizzata la Cassa depositi e prestiti nel senso che ho indicato. Ripeto che tale autorizzazione non comporta il fatto che la Cassa depositi e prestiti diventi già da domani azionista della rete del gas; tuttavia, se oggi avviamo questo processo, che comunque sarà inevitabile tra qualche anno, tutto il sistema si metterà in movimento, e soprattutto si darà un grande contributo al processo di liberalizzazione dell'energia, in generale, e del gas in particolare, processo che - come è noto - vede l'Italia agli ultimi posti in Europa. (Applausi dal Gruppo PD).
BUBBICO (PD). Signora Presidente, con l'articolo 7 del provvedimento in esame il Governo intende perseguire obiettivi ambiziosi. Si prevede che la Cassa depositi e prestiti possa acquisire partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale sia in termini di strategicità del settore di operatività che in termini di fatturato e di ricadute per il sistema produttivo del Paese. Questa finalità particolarmente rilevante viene poi affidata ad apprezzamenti occasionali, sviluppati in modo episodico, e senza che ciò comporti la misurazione di una sostenibilità e di una utilità nel quadro delle politiche generali su cui il Paese è impegnato.
Per tale motivo, proponiamo l'emendamento 7.9, con cui segnaliamo quanto sia necessario per il nostro Paese definire politiche industriali, costruire processi di definizione strategica delle opzioni fondamentali, rispetto alle quali misurare di volta in volta l'opportunità dell'intervento pubblico nell'economia per tutelare quegli interessi che si intendono salvaguardare con l'articolo 7.
La vicenda energetica mette in evidenza esattamente questo deficit di visione strategica, perché non è in discussione l'orientamento che una maggioranza doverosamente è chiamata ad esprimere, ma sono necessari strumenti per misurarne la coerenza e perché le politiche pubbliche possano generare quei benefìci, valorizzando in quel modo le potenzialità presenti nel Paese. Con l'emendamento 7.9 che noi proponiamo offriamo dunque al Governo uno strumento per misurare le proprie scelte in termini di valutazione strategica. (Applausi dal Gruppo PD).
*ICHINO (PD). Signora Presidente, chiedo di aggiungere la mia firma agli emendamenti 7.4, 7.6 e 7.9.
Intervengo inoltre sulla parte dell'articolo 7 che possiamo considerare, in ordine di tempo, come l'ultimo capitolo di una storia troppo lunga. Una storia che, a nostro avviso, è bene finisca al più presto: quella di un'Italia che, quando le imprese straniere si propongono di investire i loro capitali su grandi aziende italiane, alza le barricate per impedirlo.
Per limitarci all'ultimo decennio, abbiamo visto un primo capitolo rilevante di questa storia quando le barricate sono state organizzate dalla Banca d'Italia del governatore Fazio, con il manipolo dei congiurati guidato da Gianpiero Fiorani, contro l'olandese ABN Amro che intendeva acquisire il controllo di Antonveneta. Abbiamo visto ancora la stessa storia ripetersi contro la spagnola Abertis che intendeva acquisire le nostre autostrade; poi, contro la statunitense AT&T che intendeva investire su Telecom Italia.
Abbiamo visto ancora, in varie forme meno evidenti ma non meno efficaci, la difesa della malintesa italianità delle nostre ferrovie e delle poste. E recentemente (è storia di questa legislatura) abbiamo visto le barricate insuperabili opposte ad Air France-KLM che si proponeva di acquisire Alitalia portando un miliardo d'investimento più l'accollo di un miliardo e mezzo di debiti della vecchia impresa. Sono 2,5 miliardi che abbiamo rifiutato, cui si aggiunge circa un miliardo che abbiamo speso per tenere in vita con la respirazione bocca a bocca la vecchia italianissima compagnia di bandiera. La quale peraltro è tuttora tenuta in vita giorno per giorno dai viaggiatori che sulle tratte Roma-Milano o Torino-Roma pagano 300 euro invece degli 80 euro che si pagano sulla rotta Londra-Glasgow: ciò è reso possibile da una deroga alla regola antitrust, che è stata attivata esclusivamente per difendere appunto l'italianità del nostro ferro vecchio. Sono queste le frustate liberalizzatrici, signor Ministro? E ora la storia si arricchisce di un nuovo capitolo, quello delle barricate contro la francese Lactalis che intende investire su Parmalat.
Il discorso critico che intendiamo proporvi a questo riguardo - sia ben chiaro - non è rivolto soltanto a una politica oggi posta in atto da un Governo di centrodestra su questo terreno. Stiamo parlando, semmai, di una intesa protezionistica tacita che nell'ultimo mezzo secolo ha caratterizzato tutta la politica italiana su questo terreno, e che ha visto il coinvolgimento di tutte le grandi forze politiche, tranne limitate eccezioni. Un accordo protezionistico tacito a cui hanno fatto sponda, negli ultimi decenni, la componente più vecchia e conservatrice di Confindustria, da una parte, e la parte più vecchia e conservatrice del nostro movimento sindacale, dall'altra. È proprio rispetto a questo farsi sponda a vicenda tra le parti più conservatrici del nostro sistema che occorre voltare pagina.
Il risultato di questa storia è quello che è stato illustrato in quest'Aula l'altro ieri dal senatore Morando e ieri dalla senatrice Leddi. L'Italia, in un'ideale graduatoria tra i Paesi europei per capacità di attirare gli investimenti stranieri, di intercettarli nel mercato globale dei capitali, è penultima, seguita soltanto dalla Grecia. Per renderci conto di che cosa questo significhi per la nostra economia, considerate questo: ciò che noi rifiutiamo ogni anno con la politica di chiusura, di cui ho parlato prima, se rapportato a un Paese mediano dell'Europa - non ai primi della classe; parliamo ad esempio dell'Olanda, che si colloca appunto a metà di quella graduatoria - ciò a cui noi rinunciamo è l'equivalente del 3,6 per cento del nostro prodotto interno lordo ogni anno; sono dunque quasi 60 miliardi che potrebbero entrare in Italia e che invece noi teniamo deliberatamente fuori dal nostro Paese. Per intenderci, vuol dire 29 volte l'entità dell'investimento, pur importantissimo, che FIAT, con il suo amministratore delegato Marchionne, ci propone con il piano "Fabbrica Italia".
Ora, noi non possiamo esimerci dal chiederci perché questi 29 Marchionne restano fuori dal nostro Paese, che cosa ci induce a chiudere loro sistematicamente le nostre porte. È la stessa domanda che finalmente (il fatto va salutato con grande attenzione e favore) ha cominciato a porsi anche Confindustria, la quale, pure, qualche responsabilità in quella storia di chiusura tacita protezionistica. Con la costituzione di un comitato investitori esteri presieduto da Giuseppe Recchi, Confindustria ha cominciato a voltar pagina interrogandosi su ciò che va corretto nelle nostre politiche su questo terreno.
Le risposte che emergono sono in parte ben conosciute: sono il difetto di efficienza delle nostre amministrazioni pubbliche, in particolare di quella della giustizia, con la conseguenza, tra l'altro, di un eccesso grave di burocrazia che affligge chi opera nel nostro Paese; sono i costi dell'energia e dei servizi alle imprese, nettamente superiori nel nostro Paese rispetto agli altri Paesi d'Europa; e anche qui, in questa pessima performance del nostro sistema, gioca un difetto di concorrenza che nel corso di questa legislatura è stato aggravato da scelte protezionistiche, scelte corporative come quella che proprio in quest'Aula abbiamo compiuto pochi mesi fa in tema di riforma dell'ordinamento forense.
Contribuiscono poi alla nostra chiusura protezionistica anche altri elementi, come un sistema di relazioni industriali che gli osservatori stranieri definiscono vischioso e inconcludente a causa del difetto di regole di democrazia sindacale che consentano di dirimere il contrasto che sovente si determina, com'è fisiologico in un sistema di pluralismo sindacale, tra sindacati diversi ma anche fra gruppi imprenditoriali diversi.
Tutto questo è sicuramente vero; ma vi è anche un altro fattore importantissimo che ha contribuito alla nostra chiusura protezionistica. È il sistema delle regole: regole caotiche e pertanto inconoscibili, che sono rese ancora più inconoscibili dal fatto che esse vengono cambiate in corso di partita, come stiamo facendo con l'articolo 7 ora in esame. Questo è infatti il senso di ciò che si sta compiendo oggi, il messaggio che noi lanciamo agli investitori stranieri: se venite in Italia, venite in un Paese delle sabbie mobili, dove appunto le regole possono essere cambiate in corsa; regole inconoscibili per la disorganicità e la non stabilità nel tempo.
Collega Tancredi, non prendiamoci in giro. Non nascondiamoci dietro un dito. Questo e non altro è il senso dell'operazione che stiamo compiendo! L'operazione normativa che stiamo compiendo è intesa a mettere i bastoni nelle ruote all'investitore mentre il suo carro si sta muovendo. E questo al fine specifico di impedire ciò che invece il mercato comune europeo è nato per consentire. Perché impedirlo? Sono per garantire a qualche produttore di latte padano la conservazione di una piccola rendita di posizione che potrebbe essere altrimenti insidiata dai concorrenti.
Non venga, signor Ministro, a dirci che questo è necessario per esigenze di ritorsioni nei confronti di analoghe norme protezionistiche che in Francia assistono alcune produzioni considerate "strategiche": perché se dobbiamo ridurci a considerare "strategico" lo yogurt e i latticini, allora possiamo dire che l'intera costruzione del Mercato comune europeo è stata un errore e che è meglio metterci una pietra sopra.
La realtà è che gli investimenti esteri fanno bene a chi li riceve, portano nuovo management, know how, piani industriali innovativi, domanda di lavoro aggiuntiva. Continuando a chiuderci agli investimenti stranieri condanniamo non soltanto l'Italia a non crescere, ma anche i lavoratori italiani a vedere meno valorizzato il loro lavoro. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Baldassarri).
VIESPOLI (CN-Io Sud). Signora Presidente, la mia illustrazione si traduce in un invito al relatore ed al Governo a valutare il modo di raccordare l'emendamento presentato dai relatori, in particolare il punto c) dell'emendamento stesso, con l'emendamento 7.304 nel testo modificato, con il riferimento cioè alle Commissioni parlamentari. In quel caso è evidente che sarei disponibilissimo a ritirare sia l'emendamento 7.304 sia l'emendamento 7.303.
CECCANTI (PD). Signora Presidente aggiungo la firma ed illustro l'emendamento 7.8 che punta a riportare nei binari della legge n. 400 del 1988 le fonti che si adottano infatti, un po' troppo frequentemente in questi ultimi mesi e anni viene adottata la formula del decreto non regolamentare che è un modo di assumere pieni poteri senza dover rendere conto né al Parlamento né al Consiglio di Stato né alla Corte dei conti, sfuggendo ai limiti che la legge n. 400 del 1988 poneva in termini garantistici. Questo, soprattutto quando si tratta di una materia così delicata come l'intervento dello Stato in economia con norme che, quando vengono pensate, potrebbero già essere costruite in modo compiuto perché quando si ipotizzano si pensa già a cosa si vuole ottenere.
Vorrei pertanto chiudere con il seguente aneddoto. Quando fu eletto alla Presidenza del Cile Salvador Allende, l'allora ministro degli affari esteri cinese Ciu En-lai (oggi si dice Zhou Enlai, perché è cambiata la grafia), gli disse: vacci piano con il socialismo. Ecco, potremmo dire lo stesso al ministro Tremonti: ci vada piano con il socialismo, soprattutto con i decreti non regolamentari. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore).
BONFRISCO (PdL). Signora Presidente, sarò il più breve possibile nell'illustrare il senso dell'emendamento 7.311, che va ad affiancarsi ad altri - come quelli del senatore Viespoli, di cui egli ha appena parlato - che seguono la stessa direzione.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 12,10)
(Segue BONFRISCO). Forse non tutti abbiamo abbastanza presente la storia, antica e prestigiosa, della Cassa depositi e prestiti, per cui, oltre a rammentarla, tengo a ricordare che dal 1913, con un regio decreto, se ne istituì la Commissione di vigilanza. Una forma ibrida, non solo parlamentare, per il controllo ex post sulla gestione separata. Quella Commissione, infatti, ha una composizione ibrida, poiché oltre che da parlamentari è formata anche da magistrati della Corte dei conti e del Consiglio di Stato.
Lungo il corso della sua storia, la Cassa depositi e prestiti ha accompagnato l'infrastrutturazione del nostro Paese, avvenuta in epoche diverse, prima agli inizi del secolo, poi nel dopoguerra. Ricordo a tutti noi che la nostra rete di infrastrutture dell'agricoltura, ad esempio le reti fognarie dei nostri Comuni, le reti energetiche negli anni successivi e quelle idriche (ancor più importanti e sempre più all'attenzione di noi tutti, per quel bene primario che è l'acqua) furono costruite dalle municipalizzate dei nostri enti locali proprio grazie ai finanziamenti a lungo termine della Cassa depositi e prestiti, per arrivare alle reti più importanti e visibili, quelle che utilizziamo ogni giorno, per esempio le reti autostradali, costruite all'epoca da Comuni e Province e oggetto di concessione dello Stato.
La riforma della Cassa depositi e prestiti, voluta dal ministro Tremonti due anni fa, ha segnato un passaggio epocale, non solo per il ruolo che la Cassa attualmente svolge, ma per il nuovo ruolo che questo strumento può assumere nel moderno processo di infrastrutturazione del Paese.
Il senatore Agostini prima ha ricordato alcuni passaggi importantissimi, come la rete delle telecomunicazioni, sulla quale dobbiamo colmare quel digital divide che ancora ci separa dal resto del mondo moderno. Ciò può avvenire se la Cassa depositi e prestiti può svolgere il suo ruolo nel modo più dinamico e flessibile, che gli viene appunto assegnato dalla riforma e che è oggetto delle modifiche del suo statuto.
Ricordo semplicemente che, di fronte a uno strumento di questa portata e di questa importanza per l'equilibrio economico e sociale del nostro Paese, il Parlamento deve poter continuare a svolgere la sua funzione e accompagnare, attraverso una corretta vigilanza, i processi che la Cassa ha davanti a sé, là dove occorre intervenire, oppure investire per sostenere i processi di moderna infrastrutturazione, che fanno i conti con equilibri finanziari sempre più delicati e quindi sempre più importanti, mettendo e rimettendo al centro del dibattito economico e finanziario il ruolo e le garanzie del lungo termine, rispetto alle moderne e nuove infrastrutturazioni.
Ritengo ad esempio auspicabile (ma questa è la mia personale opinione) che il ruolo della Cassa sia sempre più orientato verso le infrastrutture che ancora non ci sono, e che noi dobbiamo invece sapere e poter costruire, piuttosto che andare ad alimentare equilibri finanziari su concessioni già collocate, su vecchie infrastrutture, considerato che il processo di apertura al mercato e di liberalizzazione può tranquillamente assegnare questo ruolo al privato che investe nelle infrastrutture pubbliche, mentre considero importantissimo il ruolo che la Cassa depositi e prestiti può avere per il futuro del nostro Paese. A questo proposito, il ruolo del Parlamento non può venire meno. Il Parlamento, attraverso una Commissione di vigilanza che elegge all'interno dell'Aula, con una votazione che demanda ai parlamentari eletti il ruolo di vigilanza, può avere oggi alcune garanzie. Deve averne di ulteriori, secondo me, perché quei poteri e quel ruolo sono ancora stabiliti da un regio decreto del 1913. Se la Cassa depositi e prestiti è lo strumento più efficace e moderno che il nostro Paese mette in campo per l'infrastrutturazione del Paese, è giusto, secondo noi, che il Parlamento possa avere il ruolo che gli compete per quanto riguarda la vigilanza, mentre ritengo percorribile un'altra strada, ma non della stessa efficacia: quella che le Commissioni parlamentari possano essere sentite sugli investimenti, le scelte e le decisioni della Cassa depositi e prestiti. Se questa è la strada per la quale si vuole arrivare a congiungere una visione moderna e puntuale del ruolo del Parlamento con il nuovo ruolo della Cassa depositi e prestiti, si faccia pure, e si contempli in un unico testo il parere espresso dalle Camere con il ruolo della Commissione di vigilanza sulla Cassa depositi e prestiti eletta dalla Camera dei deputati e dal Senato, per espletare quella funzione di controllo e vigilanza che non potrà più essere solo ex post, ma dovrà essere anche ex ante. (Applausi dei senatori Baldassarri e Morando).
PRESIDENTE. I restanti emendamenti e ordini del giorno si intendono illustrati.
Colleghi, a questo punto accantoniamo l'esame degli emendamenti riferiti all'articolo 7 del decreto-legge e riprendiamo l'esame degli emendamenti riferiti all'articolo 5.
Ha chiesto di intervenire il ministro dello sviluppo economico, onorevole Romani. Ne ha facoltà.
ROMANI, ministro dello sviluppo economico. Signor Presidente, questo dibattito si svolge quaranta giorni dopo il disastro che ha colpito il Giappone e l'incidente gravissimo della centrale di Fukushima; quaranta giorni che hanno aperto un ampio dibattito a livello mondiale sulla produzione di energia da centrali nucleari, e che il Governo italiano ha utilizzato per dare coerenza alla propria strategia di approvvigionamento energetico.
Infatti, quarant'otto ore dopo l'incidente tutti i Governi europei, compreso quello italiano, sono stati convocati a Bruxelles per approfondire l'emergenza creata dall'incidente di Fukushima ed immaginare soluzioni, anche se fin dall'inizio si è registrata disomogeneità fra i diversi Paesi, pur nella comune esigenza di rafforzamento delle misure per accrescere i livelli di sicurezza e di standardizzazione. Ad oggi abbiamo Paesi come la Germania, che hanno portato già a conseguenze molto avanzate l'esigenza di rivedere la mappa delle proprie centrali, con particolare riguardo a quelle di prima costruzione, e Paesi come la Francia, che spingono sulla revisione ma non chiusura dei propri impianti, per alzarne invece il livello di sicurezza.
Nel successivo Consiglio europeo è nato il programma di stress test, cioè di verifica dei parametri delle centrali esistenti (circa 143 nell'Europa a 27, che divengono 195 se si comprendono i Paesi al di fuori dell'Unione europea) di prima e seconda generazione. Proprio la definizione dei parametri di sicurezza, che dovranno essere condivisi da tutti i Paesi e proposti, com'è intenzione, ai Paesi extraeuropei, è la priorità che le agenzie per la sicurezza dei diversi Paesi devono ora affrontare e risolvere.
Soltanto dodici giorni dopo l'incidente, il Consiglio dei ministri del 23 marzo decideva di inserire in un decreto-legge la cosiddetta moratoria, ossia la sospensione dei termini del programma nucleare già definito in precedenza, per dodici mesi. Una riflessione ritenuta opportuna proprio per garantire l'allineamento alle procedure europee prima citate.
Negli stessi giorni il Governo ha dato impulso alla creazione dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, della quale stiamo ora definendo gli aspetti organizzativi, con l'obiettivo di partecipare a pieno titolo al processo di analisi e definizione degli standard di sicurezza.
Tutto ciò è dimostrato dagli sviluppi del decreto-legge in conversione: prima una disposizione con cui è stata prevista la moratoria di un anno rispetto all'attuazione del programma per la realizzazione di impianti nucleari; poi l'emendamento presentato ieri, coerente con la decisione della moratoria, che ne sviluppa le conseguenze. Un serio approfondimento sui profili di sicurezza della produzione di energia da fonte nucleare non può essere vincolato a termini temporali, in ogni caso predefiniti. Occorre predisporre le condizioni perché possa avvenire nel modo più sereno e proficuo.
Del decreto legislativo n. 31 del 2010 e del decreto legislativo correttivo n. 41 del 2011 sono mantenute soltanto le disposizioni che riguardano il trattamento dei rifiuti e delle scorie radioattive derivanti da attività industriali, di ricerca e medico-sanitarie e il decommissioning degli impianti pregressi. È evidente, infatti, che si tratta di attività importanti e delicate, che prescindono dalla realizzazione o meno di impianti nucleari e che è necessario svolgere nelle condizioni migliori possibili.
Nel frattempo, secondo le peggiori previsioni, la situazione della centrale di Fukushima non si è purtroppo normalizzata, anzi il livello di rischio è salito a quello attribuito all'incidente di Chernobyl. E la situazione è ancora in evoluzione.
L'Italia si trova in un Continente che ha già fatto la sua scelta per la produzione di energia nucleare: energia che importiamo e che viene prodotta ai nostri confini. Il nostro percorso di rientro nel programma nucleare, come era stato disegnato, era coerente con quel quadro e con le nostre esigenze energetiche.
Ora quel quadro è drammaticamente cambiato, e coerenza vuole che la riflessione tempestivamente aperta nel nostro Paese si tramuti in una strategia di revisione del programma stesso prevedendo: innanzitutto, una partecipazione a pieno titolo alla costruzione europea dei nuovi standard; in secondo luogo, una presenza industriale legittimata da una filiera esistente in Italia e che si stava preparando ad un suo rafforzamento; in terzo luogo, uno sforzo scientifico di approfondimento delle soluzioni avanzate per il «nuovo nucleare» europeo.
Quindi, una partecipazione a pieno titolo delle nostre istituzioni scientifiche e di ricerca, delle aziende della filiera nucleare, ai nuovi criteri che saranno stabiliti in Europa per le centrali che i singoli Stati, ma in un processo di coordinamento europeo, decideranno di mantenere in funzione.
Quindi, il quadro di compatibilità nucleare per l'Italia potrà essere chiaro solo dopo questi passaggi: è questo già un motivo ampiamente sufficiente per rinunciare oggi all'impostazione data nel 2009 e rinviare una decisione così importante al chiarimento complessivo in sede europea.
Ecco perché riteniamo che gli stessi cittadini sarebbero stati chiamati a scegliere fra poche settimane fra un programma di fatto superato o una rinuncia definitiva sull'onda dell'emozione, assolutamente legittima dopo l'incidente di Fukushima, senza avere sufficienti elementi di chiarezza.
In Europa, inoltre, dobbiamo essere forti di una strategia definita per avere voce in capitolo, non essendo un Paese con impianti nucleari sul nostro territorio.
Ricordo che 14 Paesi su 27 non hanno impianti nucleari, ma l'unico grande Paese a non averne è proprio l'Italia.
La campagna referendaria, e a maggior ragione un esito abrogativo del referendum, avrebbe messo decisamente in secondo piano le nostre posizioni, le richieste, le pressioni con cui vogliamo garantire invece sicurezza al nostro Paese.
La sindrome Nimby (not in my backyard) non ci deve travolgere. Noi dobbiamo parlare in Europa a pieno titolo perché la sicurezza dei nostri cittadini dipende dalle centrali installate in tutta Europa.
Il referendum, al contrario, non può abrogare al di fuori dei confini nazionali; non impone parametri di sicurezza, e quindi non dà nessuna garanzia di poter decidere standard, parametri, criteri validi per noi ma soprattutto per gli altri.
Ora si apre una fase ulteriore che impegna Governo e Parlamento nella scelta di un piano energetico nazionale in grado di garantire i consumi del Paese - previsti in aumento con l'uscita dalla crisi - a costi sempre più sostenibili per le famiglie e per le imprese. L'emendamento 5.800 infatti ridefinisce i contenuti della Strategia energetica nazionale che il Governo è chiamato ad adottare, eliminando peraltro il riferimento alla produzione di energia nucleare, in coerenza con le precedenti disposizioni dell'emendamento medesimo.
La Strategia, sulla base degli obiettivi e delle indicazioni fissati dall'Unione europea e dai competenti organismi internazionali, deve rispondere ad alcune esigenze fondamentali, alle quali per lungo tempo non si è prestata l'attenzione necessaria, con conseguenze pesanti dal punto di vista economico.
La prima esigenza a cui far fronte è quella relativa alla sicurezza della produzione di energia e alla sostenibilità ambientale; la seconda è quella che fa riferimento all'idoneità dell'approvvigionamento energetico sotto il profilo quantitativo, all'economicità per le famiglie e per le imprese e, al tempo stesso, all'attenuazione delle condizioni di dipendenza dai Paesi esportatori di petrolio e gas.
Per raggiungere queste finalità occorre impegnarsi per il potenziamento delle infrastrutture energetiche, per il sostegno alle attività di ricerca e sviluppo e per la promozione e valorizzazione delle filiere energetiche nazionali. Ed è chiaro che le attività di ricerca interesseranno il settore energetico nel suo complesso e saranno finalizzate a sviluppare tutte le soluzioni che potranno favorire il conseguimento degli obiettivi indicati.
È di un disegno complesso, da cui dipendono in misura importante le prospettive di sicurezza e benessere del Paese. Per questo, se da un lato è compito del Governo dimostrarsi in grado di delineare la strategia, dall'altro essa deve essere oggetto di riflessione, di confronto e, auspicabilmente, di condivisione nelle sedi istituzionali più qualificate. L'emendamento 5.800 prevede in proposito che la proposta del Governo sia sottoposta all'esame della Conferenza Stato-Regioni e delle competenti Commissioni parlamentari.
Ora l'obiettivo - e non voglio rileggere il comma 8 dell'emendamento, che immagino conosciate bene - è quindi la ridefinizione della strategia energetica nazionale che, nell'alveo di quanto disposto dalla legge e prendendo in considerazione le disposizioni europee, sia in grado di garantire la diversificazione, anche sotto il profilo geografico, dell'approvvigionamento relativo alle fonti tradizionali, la promozione delle energie rinnovabili e l'appropriata considerazione dei risultati a cui porteranno gli approfondimenti di carattere scientifico e tecnico in materia di sicurezza del nucleare. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Colleghi, a seguito delle dichiarazioni del Ministro, per organizzare i lavori, proporrei di svolgere un intervento per Gruppo, qualora dagli stessi dovesse pervenire una richiesta in tal senso.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, la ringrazio, soprattutto per l'opportunità che ci ha dato, con questo dibattito separato, di approfondire il tema.
Ieri ho seguito con interesse l'intervento del senatore Rutelli, che aveva detto: ma cos'è questa perplessità in Aula? Cosa significa? Rallegriamoci del fatto che il Governo finalmente ha capito di dover prendere una svolta su una decisione sbagliata. Condivido: ero uno di coloro che con tante critiche e osservazioni anche ironiche avevano preso la parola ogni qual volta si parlava del programma nucleare di questo Governo. Pertanto, mi rallegro anch'io. Però non nascondo che mi rimane la preoccupazione che tutto questo, non dico che sia una truffa, come ha scritto qualcuno oggi sui giornali, ma una mossa molto tattica per evitare il referendum che si terrà il 12 giugno.
Ieri il collega Mascitelli ha detto che questo è un Governo dei sondaggi: io direi invece che tutti i politici si orientano anche sui sondaggi, dai quali si è capito che il 12 giugno, per il Governo che ha fatto queste scelte, ci sarà il rischio di raggiungere il quorum e, naturalmente, anche di ottenere un risultato chiarissimo contro la scelta nucleare.
Avrei pertanto preferito - lo dico chiaramente - che il Governo rimanesse sulla moratoria. Condivido quanto ha detto oggi il ministro Romani, come giustamente anche il collega Gasparri ha ricordato ieri nel suo intervento, ossia che serve un tempo per approfondire il tema e consultarsi con gli organi europei al fine di trovare una scelta comune, ma lo si sarebbe potuto fare anche con una moratoria eventualmente prolungata a due o tre anni. Ora questo non si fa: con un emendamento in Aula, si annulla un programma che ormai è maturato negli anni, perché almeno tre anni fa si sono prese le prime decisioni. Si fa un dietro-front completo - e anche di questo si devono avvisare i cittadini italiani - molto attenuato adesso dalle dichiarazioni testé rese dal ministro Romani e anche dall'intervento del presidente del Gruppo PdL Gasparri.
In ogni caso colgo l'occasione per ripetere le perplessità che non ho solo io, ma che hanno tutti i cittadini che avrebbero espresso un voto contrario a questo referendum. Perché non li si lascia votare? È su questo aspetto che sono perplesso, trattandosi di una decisione molto importante.
Il Governo poteva anche orientarsi diversamente su questa decisione che avrebbe dovuto essere presa dal popolo e di cui i sondaggi già dicono l'esito, mentre in questo modo, con un emendamento e un solo giorno di lavoro, si toglie il referendum, senza alcuna garanzia che, una volta tranquillizzate le acque e dimenticato il dramma giapponese, il Governo non introduca poi con la stessa velocità, magari con un emendamento in Aula o anche più seriamente con un provvedimento legislativo mirato, tutte le norme che in questo momento si cancellano. Questa garanzia manca completamente.
Preferisco venire dunque ai motivi per cui oso esprimere le mie preoccupazioni sulla scelta del Governo, ripetendo quanto già detto nel corso della discussione generale sul tema in esame. Rispetto alla pericolosità del nucleare, si diceva che la tecnologia era ormai avanzata. Eppure, siamo di fronte al dramma giapponese, che voi vivete da lontano, mentre io lo vivo in famiglia, perché, come tanti sanno, ho sposato una giapponese, i cui genitori vivono a 200 chilometri da Fukushima, e vivono preoccupazioni giornaliere. Non è un avvenimento che come in Italia all'inizio ha fatto discutere. Ricordo, infatti, anche le parole del ministro Prestigiacomo che parlava del fatto che in Italia gli impianti sarebbero cento volte più sicuri di quelli giapponesi. Mi è venuto da ridere. Ma come si può sostenere una cosa del genere? Impianti cento volte più sicuri in un Paese, l'Italia, in cui non solo per eventi sismici è accaduto che sono crollati i tetti delle case! Ci rendiamo conto? (Applausi dai Gruppi PD e IDV e del senatore Pistorio). Qui si sta parlando di scorie atomiche quando l'Italia non è neanche capace di gestire quelle ordinarie, se si considera la continua emergenza di Napoli di cui si parla da anni e il fatto che ogni anno è necessario prevedere almeno due leggi per affrontare l'emergenza rifiuti di quella città. Ci si rende conto di cosa si sta facendo? La pericolosità è enorme.
PRESIDENTE. Senatore Peterlini, siccome credo si sia iscritto a parlare per il suo Gruppo anche il senatore D'Alia, volevo chiedere a quest'ultimo se intendeva intervenire o no.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). No, signor Presidente.
PRESIDENTE. Siccome era pervenuta una richiesta di intervento anche da parte della senatrice Sbarbati avevo bisogno di saperlo per regolamentare meglio i tempi. Dunque, senatore D'Alia, se lei è d'accordo lascerei qualche minuto alla collega Sbarbati.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Sono d'accordo, signor Presidente.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, nel caso in cui non riuscissi a completare l'intervento, chiedo di poter allegare al Resoconto il mio intervento scritto.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Stavo parlando della pericolosità, che vivo da vicino, e anche della paura che deriva dai rischi legati alle visite dei parenti di mia moglie provenienti dal Giappone. I medici parlano, infatti, anche di un pericolo legato alla trasmissione di radiazioni da parte delle persone. Questo esempio è soltanto per farvi capire quanto grande è il dramma.
Lo sapete che stanno ancora rovesciando, ed accadrà per altri sei mesi, il plutonio nelle acque dell'oceano? Quali saranno i rischi per il cibo che mangiamo, a partire dal pesce? Non credo, infatti, che le onde dell'oceano si fermino davanti alle isole del Giappone.
Oltre ai problemi che ho testé citato, vorrei spendere qualche parola anche sul costo di questi impianti, che non sono solo pericolosi, ma anche molto costosi. I costi per un impianto come quello di Olkiluoto, l'unico reattore di terza generazione, sono aumentati a 4,5 miliardi di euro. A questo vanno aggiunti i costi dell'uranio, che rappresentano un aspetto decisivo. I costi dell'uranio nel 2000 erano pari a 7 dollari al chilo; adesso si è arrivati a 120 dollari. Inoltre, si è parlato della dipendenza dall'estero per i nostri approvvigionamenti. Ed è giusto, è una grande preoccupazione, perché l'Italia importa molto di più (mi sembra si sia parlato in quest'Aula del 75 per cento) dall'estero di energia; ma anche il plutonio deve essere importato e i Paesi che lo producono sono pochi: ci sono il Kazakistan e l'Australia, che sono i più grandi produttori di uranio. E le risorse dureranno, con i 450 impianti attuali, per circa quarant'anni; ma se se ne costruiranno altri, quale durata avranno?
Arrivo al terzo punto. Si è parlato anche ieri, così come in questo dibattito, delle energie rinnovabili, dicendo che esse non possono coprire più di qualche punto percentuale del fabbisogno energetico. Qui si sbaglia sul concetto. Se si punta a una nuova politica, lo si deve fare con tutte le forze, indirizzando le scelte programmatiche del Governo e i conseguenti mezzi finanziari. Quanto stiamo spendendo noi per le rinnovabili in Italia? Invece di aumentare gli interventi, cosa ha fatto il nostro Governo? Ha ridotto i contributi per le rinnovabili, mentre tutti, compresi i parlamentari della maggioranza, si erano sforzati, anche in Commissione, di rimarcarne l'importanza, di evidenziarne le forti ricadute sull'imprenditoria locale, e di sottolineare la necessità di promuovere tali fonti di energia. Invece, poi si è detto: non ci sono i mezzi, e quindi operiamo tagli sul settore. Lo stesso è accaduto per il conto energia, in merito al quale mi sono permesso, insieme al collega Ferrante, di presentare un'interrogazione.
Ma attenzione a questa discussione. Non si tratta solo di energie rinnovabili. Si tratta di compiere tre scelte, di cui la prima è quella del risparmio energetico, la seconda è quella dell'aumento dell'efficienza dell'energia e solo la terza attiene alle rinnovabili. Mi soffermo sull'aspetto del risparmio. Avevo già citato un esempio. La provincia di Bolzano con la casa clima ha sviluppato molto di più di un'alternativa: ha sviluppato un marchio ormai europeo, addirittura mondiale, esportabile. Il palazzo della Provincia, in cui - per caso - ha sede l'assessorato all'ambiente, sosteneva una spesa annua per il riscaldamento pari a 96.000 euro. A seguito della ristrutturazione e della trasformazione del palazzo in casa clima, la Provincia spende solo 6.000 euro. Abbiamo costruito la camera di commercio a Bolzano - un palazzone - il cui bilancio energetico è pari a zero, cioè, essendo stato costruito ex novo, non sosterrà spese energetiche, e non ci saranno nemmeno i 6.000 euro restanti.
ASCIUTTI (PdL). Li paghiamo noi, nelle nostre bollette. Andiamo tutti a vivere a Bolzano.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Basta investirli bene. I soldi per il nucleare c'erano, fino ad ora. La politica è fatta di scelte.
Concludo, signor Presidente, ringraziandola per la cortesia di avermi concesso la parola e, per non approfittare troppo del tempo che mi è stato dato, annuncio che depositerò il testo scritto.
Vorrei, da ultimo, spendere una parola di moralità, se in quest'Aula si può ancora fare.
Ma questa generazione è talmente egoista da non capire che i nostri figli avranno un pericolo grandissimo grave che penderà sulle loro spalle, con l'immondizia (e non solo con quella delle scorie che aumentano quotidianamente), con un debito pubblico enorme, che non siamo capaci di gestire, e che dovranno portarsi avanti nel tempo, e con la metà delle pensioni percepite dai loro padri? Possiamo poi aggiungere il pericolo - non parlo solo dei terremoti in Italia, essendo anche la nostra terra zona sismica - di attentati terroristici. Anche di fronte al miglior impianto realizzato, chi è in grado di escludere che proprio quello possa essere un bersaglio di attentati terroristici?
Pertanto, rivolgo l'appello al Governo e al ministro Romani, che ringrazio, di voler approfondire detto aspetto. Ringrazio anche il ministro Prestigiacomo, che ieri ha dichiarato che verranno fatte ulteriori ricerche. Credo che sia arrivato il momento di spostare le risorse e di destinarle anche alle ricerche su questi settori. Le alternative esistono. La provincia di Bolzano è arrivata al 55 per cento di copertura con energia alternativa, esclusi i trasporti, ed entro dieci anni vuole arrivare al 75 per cento. Usiamo esempi del genere. Venite a Bolzano a vederli.
Vi prego di prendere questa scelta sul serio, di far sì che non abbia solo lo scopo di spostare il referendum ma anche le risorse, le scelte economiche, quelle vere, di responsabilità, su un'altra via. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, PD e IdV. Congratulazioni).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
e ad una delegazione del Parlamento austriaco
PRESIDENTE. Onorevoli senatori, sono presenti in tribuna gli studenti dell'Istituto di istruzione superiore «Pitagora» di Torre Annunziata, in provincia di Napoli, che salutiamo, e una delegazione del Parlamento austriaco, a cui rivolgo il saluto dell'Assemblea, in particolare all'onorevole Fritz Grillitsch, presidente della Commissione agricoltura del suddetto Parlamento austriaco. (Applausi).
Sui lavori del Senato
PRESIDENTE. Onorevoli senatori, prima di dare la parola al senatore Rutelli, devo fare due brevi comunicazioni.
Vi sono iscritti a parlare per circa trenta minuti. Pertanto, dovendosi concludere la seduta alle ore 13,30, non verranno effettuate votazioni; mi rivolgo a tutti i colleghi al fine di regolarsi sulla presenza o meno in Aula. Concluderemo questa seduta con la fine del dibattito e, se ci sono margini di tempo, con eventuali illustrazioni di emendamenti, per riprendere i lavori alle ore 15, o alle ore 15,30.
Poiché alle ore 14 si svolgerà una importante audizione in sede di Commissioni congiunte, mi rivolgo quindi all'opposizione e alla maggioranza per concordare unanimemente l'orario d'inizio della seduta.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, indico come orario le ore 15,30.
GASPARRI (PdL). Anch'io sono d'accordo sulle ore 15,30.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, così rimane stabilito.
Faccio un'ultima comunicazione in ordine alla tematica DEF.
Ieri sera, ho parlato personalmente con la presidente Bonino, che mi aveva interpellato alle ore 19,40 e che ho invitato a riferirvi di avermi contattato e di ribadire all'Aula quanto già evidenziato oggi dal presidente Chiti. Mi spiace che questo non sia avvenuto. Si sarà trattato di un disguido. In ogni caso, sono stato interpellato e ho parlato con la presidente Bonino.
Ad ogni buon fine, aggiungo di avere avuto questa mattina una lunga conversazione con il ministro Tremonti, nell'ambito della quale il Governo, nella persona dello stesso Ministro, assicura al Senato che il Documento verrà trasmesso all'Unione europea dopo aver acquisito le risoluzioni del Senato, ritenendo il termine del 30 aprile non perentorio; ciò, anche alla luce del fatto che - come ben sapete - la legge che impone la presentazione del DEF al Consiglio dei Ministri entro il 10 aprile è entrata in vigore il 14 aprile, per cui vi è stato uno scivolamento dei termini.
Il Ministro dell'economia si è assunto l'impegno, nei confronti del Senato e non del sottoscritto, che il provvedimento verrà trasmesso in Europa una volta acquisito il parere del Parlamento, e quindi di Camera e Senato. Volevo garantire su questo, avendo acquisito direttamente dal Ministro le informazioni. (Applausi dal Gruppo PdL).
Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2665 (ore 12,43)
RUTELLI (Misto-ApI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RUTELLI (Misto-ApI). Signor Presidente, signor Ministro, la discussione che stiamo ora affrontando, e che è stata aperta dall'intervento appassionato del collega Peterlini non è di cortesia, o meglio un giro di opinioni politiche su un fatto molto rilevante.
Si tratta di una discussione necessaria e propedeutica alle votazioni che faremo oggi e pregherei il Ministro di dedicare attenzione al dibattito.
Perché questa discussione è rilevante? Nella seduta pomeridiana, nella quale ci occuperemo del tema del programma nucleare, attraverso gli emendamenti presentati e alla luce della svolta determinatasi ieri, dopo la presa di posizione da parte del Governo, dovremmo decidere esattamente che cosa si fa, e mi spiego.
È evidente a tutti che, poiché questa decisione interviene in pendenza di un referendum abrogativo, la volontà politica e istituzionale del Governo e della maggioranza, sottintendente le sue determinazioni giuridiche, sarà determinante per l'opinione che la Corte di cassazione esprimerà sul referendum. Occorre chiarire, infatti, se a prevalere sarà non l'impostazione che ha dato il ministro Romani questa mattina, alla quale tra breve mi richiamerò, ma quella data dal ministro Matteoli in un'intervista pubblicata oggi su «Il Messaggero», quando, a proposito della decisione del Governo, commenta che non solo la scelta non gli piace ma che si tratta di una sospensione.
È evidente infatti che, se questa fosse la posizione del Governo, o se comunque la posizione dell'Esecutivo desse adito ad una ambiguità sostanziale in materia, sarebbe molto difficile per la Corte di Cassazione, chiamata a valutare, una volta che le norme venissero licenziate, dal Senato prima e dalla Camera dei deputati poi, se tali norme siano in grado di superare lo svolgimento del referendum. Dico questo perché, se l'interpretazione del Governo fosse che non ci troviamo di fronte ad una effettiva abrogazione, ma ad una sospensione, il risultato sarebbe esattamente quello che si sarebbe registrato nel caso in cui fosse stata votata la norma inizialmente proposta dal Governo, ovvero una sospensione per un anno del programma nucleare. Infatti, è evidente, a parere di chiunque conosca la giurisprudenza della Corte di cassazione in questa materia, che nessuna norma di mero differimento della materia avrebbe la capacità di provocare un effetto di soppressione della scadenza referendaria, ragion per cui il referendum si terrebbe sul nuovo testo o comunque interverrebbe una decisione, che in ogni caso spetta all'organismo preposto, che è la Corte suprema di cassazione, per giudicare se gli obiettivi dei promotori del referendum siano stati conseguiti oppure no.
Ebbene, c'è un solo modo per conseguire l'obiettivo, signor Ministro: quello di abrogare le norme, ovvero di ottenere con estrema chiarezza e precisione lo stesso effetto che il referendum determinerebbe. A tal fine, io e i colleghi della componente Alleanza per l'Italia abbiamo presentato, in sede di esame di questo provvedimento, un emendamento quasi identico a quello che il Governo ha presentato successivamente, interamente soppressivo della parte che disciplina la materia riprodotta dal quesito del referendum. Lo dico perché, per usare una battuta comprensibile a tutti, non si può essere, come si diceva un tempo, un po' incinte: o c'è l'abrogazione o la sospensione. Non ci può essere una quasi abrogazione e una sospensione un po' più decisa: o si prevede l'abrogazione, e allora si ottiene un risultato, o la sospensione, e il risultato sarà diverso.
L'argomento che ci troveremo a discutere e ad esaminare oggi pomeriggio è molto serio, e non entro ora nel merito degli emendamenti, perché ce ne sono diversi che riguardano l'articolo 7, comma 1, lettera d) del decreto-legge n. 112 del 2008, che disciplina la Strategia energetica nazionale: si mantiene la Strategia energetica ma si sopprime il riferimento specifico al programma nucleare - come prevedeva la nostra proposta iniziale - oppure la si sopprime interamente. Ma a quel punto, signor Presidente, è evidente che toccherà al Parlamento, come è già avvenuto, legiferare su un nuovo programma energetico complessivo, e non certamente ad un decreto governativo di qualunque rango, da sottoporre meramente all'esame delle Commissioni parlamentari.
Evidentemente, anche in questo caso, la posizione del Governo non è stata convincente: non lo era l'altro ieri, perché non era credibile il programma nucleare presentato, né tanto meno lo era ieri quando, immediatamente dopo la tragica crisi dei reattori nucleari di Fukushima, il Governo e lo stesso ministro Romani si sono affrettati a dichiarare che non sarebbe cambiato nulla, che tutto sarebbe andato avanti come prima e di non farsi prendere dall'emotività. Apprezzo invece il fatto che oggi - credo che questo per il Governo sia un punto impegnativo, da assumere come tale esplicitamente da parte dell'Assemblea del Senato - il ministro Romani abbia affermato non solo che il quadro da allora è drammaticamente cambiato (cito testualmente), ma anche - e questo è il punto cruciale - che si tratta di un programma di fatto superato.
Quindi, oggi il Governo dichiara nell'Aula del Senato il superamento di un programma, determinato non dall'emotività conseguente agli eventi di Fukushima, ma da un'analisi che l'intero mondo economico, produttivo e scientifico che si occupa dell'energia nucleare ha dovuto avviare dopo la tragedia di Fukushima. Ricordo che, all'indomani dell'incidente alla centrale statunitense di Three Mile Island, gli Stati Uniti d'America fermarono per un quarto di secolo qualunque nuovo programma di installazione di centrali nucleari. È evidente che gli eventi di Fukushima hanno dimostrato - come ha poc'anzi ricordato il collega Peterlini - l'intrinseca insicurezza, anche nel luogo considerato da tutti come il massimo sotto il profilo della sicurezza e dell'avanzamento tecnologico, di un ciclo tipico delle centrali, che definiamo di terza generazione. Ciò risulta con clamorosa e drammatica evidenza dal fatto che, a distanza di tante settimane dall'evento, tale ciclo non sia stato ancora messo sotto controllo: il raffreddamento delle centrali non è ancora ripartito e le procedure di messa in sicurezza impiegheranno, secondo le autorità giapponesi, ancora tanti mesi, (non si sa quanti) per non parlare del recupero delle condizioni di vivibilità nell'area dei reattori di Fukushima, per il quale si parla, non di anni, ma di decenni.
Pertanto, la conseguenza non è soltanto strettamente in termini di sicurezza, come ovvio, ma è anche una conseguenza economica. Infatti, per innalzare ulteriormente, con riguardo al programma di centrali esistente, i requisiti di sicurezza intrinseci, sarebbero necessari investimenti del tutto incompatibili con il programma italiano. Dunque, salta il programma nucleare italiano non solo perché le centrali sono insicure, ma perché l'innalzamento, peraltro in un'area ad elevata sismicità qual è la nostra, dei requisiti di sicurezza avrebbe un costo incompatibile con le nostre esigenze.
Non dimentichiamo che il programma nucleare italiano, destinato a soddisfare il 25 per cento del nostro fabbisogno elettrico, in questo modo potrebbe soddisfare circa il 5 per cento del fabbisogno energetico complessivo del nostro Paese; si passerebbe, poi, da una previsione di spesa di 30-35 miliardi di euro ad una di 50 miliardi di euro - fase - per soddisfare quel fabbisogno, e ciò sarebbe totalmente sproporzionato ed insostenibile.
Signor Presidente, ciò che è avvenuto negli anni passati è privo di trasparenza, perché il Governo non ha mai detto in quali aree tali centrali sarebbero state collocate. Ricordo come annotazione politica che, quando il presidente del Consiglio Berlusconi si recò in Puglia per la campagna elettorale in occasione delle elezioni regionali dell'anno scorso, a sostegno dei suoi candidati dichiarò che in quella Regione non sarebbero state costruite centrali nucleari. Aveva ben chiara la popolarità dell'insediamento, e oggi sappiamo che è ancora più chiara, ed è per questo motivo che si tira indietro.
Infine, per quanto riguarda gli altri referendum, sottolineo che oggi il legislatore si occupa del nucleare e ha tutto l'interesse a chiudere questo capitolo una volta per sempre. Gli altri referendum sono un'importante questione politica che ovviamente ci sta a cuore, ma che non può condizionare le forze dell'opposizione sino al punto di spingerle ad esprimere quasi un dispiacere dinanzi all'eliminazione in Parlamento del programma nucleare perché in questo modo non si potrebbero raggiungere i quorum su altri referendum. Oggi ci occupiamo del nucleare, e su di esso c'è una presa di posizione di un'importanza straordinaria, che ci proietta, signor Presidente e signor Ministro, in una direzione nuova, completamente nuova.
Sono d'accordo anche sull'orizzonte europeo. Credo che l'Italia debba proporre una sorta di Comunità europea, come fu alla nascita dell'Europa unita con la Comunità europea del carbone e dell'acciaio.
PRESIDENTE. Senatore Rutelli, la invito a concludere.
RUTELLI (Misto-ApI). Mi perdoni, signor Presidente, mi avvio a conclusione. Noi oggi dobbiamo proporre una Comunità europea dell'energia che si occupi della quarta generazione nucleare, delle reti e, come lei ha detto, del grid; che si occcupi anche, come ha chiesto l'ENI, di mettere in comune i tubi per la diffusione del gas, ma, soprattutto, dell'autosufficienza energetica dell'Europa e dell'Unione europea. È un grande orizzonte al quale l'Italia arriva con la fortuna di non avere sul groppone 35 miliardi da spendere in un programma vecchio, obsoleto e oggi fallito. Quindi, guardiamo con più speranza al futuro e a questa pagina di oggi come un grande appuntamento che segna una svolta per la politica energetica e ambientale nel nostro Paese. (Applausi dai Gruppi Misto-ApI e PD e dei senatori Pedica e Pistorio).
BELISARIO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, onorevole Ministro, colleghi, chi non muore si rivede. E si rivede a stretto giro di posta.
Voglio subito fare una precisazione per evitare spiacevoli confusioni: è da un anno che l'Italia dei Valori ha costretto il Paese - per Paese intendo la politica e la società nelle sue molteplici e complesse articolazioni - a discutere dell'energia nucleare. Noi non avevamo e non abbiamo un approccio ideologico all'energia atomica, ma sappiamo, signor Ministro, che il nucleare sicuro è quello che non c'è.
Per questo, il mio partito, da solo, è al servizio del Paese da un anno a questa parte raccogliendo le firme per il referendum abrogativo, non tanto e non solo delle norme che consentono - lo dirò più avanti - il ricorso al nucleare, ma per mettere un altro punto esclamativo alle cicliche e dannate conversioni sull'energia mortale nucleare. Un primo punto fermo noi italiani lo avevamo messo nel 1987, ma l'arroganza, la cecità e l'interesse di questo Governo ci avevano portati verso un vicolo chiuso. (Applausi dal Gruppo IdV).
Oggi siamo lieti che tanti - tanti davvero - siano venuti sulle nostre posizioni e siamo ancora più lieti che il problema della produzione di energia nucleare sia posto all'attenzione dei cittadini italiani con le criticità, le preoccupazioni e le paure che gli italiani hanno.
Come sempre, il Governo ha scelto strade diverse e poi, quasi folgorato sulla via di Damasco, dopo un decreto in cui aveva parlato di moratoria nucleare e molteplici apparizioni in quest'Aula (l'ultima è avvenuta il 7 aprile 2011, quindi ben oltre l'11 marzo del 2011), ha sostenuto la indifferibilità e la necessarietà di questa scelta.
Il ministro Prestigiacomo lo ha detto ieri; il ministro Gelmini lo ha detto ieri; il ministro Matteoli lo dice oggi: il Governo non ha alcuna intenzione di abbandonare il nucleare. Ha scritto una norma di moratoria in maniera diversa, come adesso dimostrerò. D'altra parte, con i Resoconti parlamentari, con la relazione del Ministro e con l'interpretazione autentica della volontà del Governo, la Corte di cassazione, prima, e la Corte costituzionale, poi, apprezzeranno e manderanno alle urne anche sul nucleare il 12 e il 13 giugno prossimi. (Applausi dal Gruppo IdV).
Lei, Ministro, questa mattina ha parlato di revisione del programma nucleare, del nuovo nucleare europeo, al quale noi partecipiamo, della filiera del nucleare, del rinvio del nucleare. Voi il nucleare non lo volete cancellare. Lo volete solo differire. Ma se questo non è, il Governo può tranquillamente dare parere favorevole agli emendamenti da noi presentati, con i quali si cancella definitivamente il ricorso all'energia atomica e, in via definitiva e permanente, si mette quel famoso secondo punto esclamativo che, diversamente, metterà il referendum. Altrimenti, e mi dispiace che il collega Peterlini non condivida questa affermazione, mentre io condivido per intero il suo intervento, ci troveremmo di fronte - ma con questo Governo, mi consenta, Ministro, non ci meravigliamo - ad una truffa colossale, ad un imbroglio epocale, ad una patacca monumentale, ad un gioco delle tre carte indegno di un Governo serio. (Applausi dal Gruppo IdV e dal senatore Peterlini).
Vorrei ricordare che al primo comma di questo emendamento 5.800 non si fa riferimento alla soppressione del nucleare. Ci si affida invece all'Agenzia per la sicurezza nucleare - ma se non facciamo più il nucleare, non abbiamo neanche più bisogno di tale Agenzia - e si attendono le decisioni dell'Europa in materia di sicurezza. Dopodiché, al comma 8, dopo la patacca monumentale di cui parlavo prima, che sarebbe la presunta soppressione degli articoli, si dice che, entro 12 mesi - ovviamente è la lettura che dà il mio Gruppo - si farà rientrare dalla finestra quel che voi fate uscire dalla porta. Questo non è, perché dobbiamo mettere una parola finale: diversamente, noi andremo al referendum.
La preoccupazione vera, ministro Romani, per questa soppressione, è non portare il popolo italiano a votare: quel popolo italiano che avrebbe cancellato il Governo che, ogni giorno, ci dice di avere il consenso degli elettori (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Peterlini). Voi lo sapete perfettamente, e quindi, per non cadere nella legittima trappola della democrazia, legittimamente messa in campo, il Governo s'inventa una soluzione che imbroglia gli italiani. Al presidente Berlusconi non interessa un fico secco dell'energia nucleare. (Applausi dal Gruppo IdV). Al presidente Berlusconi interessa del legittimo impedimento, quindi del fallimento di tutta la sua politica giudiziaria, per affrancarsi, sempre e comunque, dalla sua posizione di plurimputato.
Ecco perché, o il Governo metterà una parola fine determinata, altrimenti, come ha scritto una raffinata penna come quella di Gramellini, se io fossi un nuclearista mi sentirei seccato da questa repentina girata di tacchi del Governo, che non è stata nemmeno motivata. Anzi, in quest'Aula, e i Resoconti ce lo diranno, il Governo ha detto: «Attendiamo un momento, imbrogliamo il Paese, e poi ritorneremo al nucleare».
Per questo, signor Ministro, il Governo, per non fare il referendum dia parere favorevole agli emendamenti che l'Italia dei Valori ha presentato che cancellano definitivamente il nucleare. Altrimenti si voti. Quando lo si farà - ed i referendum comunque si faranno - il Governo avrà una batosta enorme - anche sul nucleare. E questo Governo dovrà andare a casa. (Applausi dai Gruppi IdV e PD e del senatore Peterlini).
CAGNIN (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CAGNIN (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, le gravi vicende dei reattori giapponesi impongono una pausa di riflessione sullo sviluppo dell'energia nucleare nel nostro Paese. L'emendamento presentato dal Governo al decreto in discussione è una chiara presa di responsabilità da parte dell'Esecutivo ed accoglie le aspettative dei cittadini in merito ad un'ulteriore riflessione su una problematica che mai come in questi giorni suscita preoccupazione ed incertezza.
L'intervento del Governo si allinea con gli orientamenti degli altri Paesi europei che stanno rivedendo le loro politiche energetiche al fine di garantire un più alto livello di sicurezza e di riconsiderare gli aspetti relativi all'impatto economico. Come evidenziato dal ministro Tremonti nel corso di una recente audizione a Bruxelles, occorre rilanciare un grande piano europeo per le fonti rinnovabili e la ricerca di energie alternative con riferimento ad una analisi economica che tenga conto, oltre che dei costi relativi allo smaltimento e messa in sicurezza delle vecchie centrali, del calcolo del rischio radioattivo, poiché se è vero che i benefici a livello locale sono inconfutabili, le ripercussioni negative generali sono forti.
Resta di fatto la necessità di approfondire la tematica relativa alle fonti energetiche rinnovabili, quali fonti di importanza strategica per la protezione dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile. La Lega Nord, nel sostenere l'opportunità strategica per il Paese di approfondire lo studio di una politica energetica fondata sul nucleare, ritiene comunque indispensabile sviluppare piani energetici che tengano conto delle fonti rinnovabili anche ai fini della sicurezza degli approvvigionamenti nell'ambito del mercato interno dell'elettricità, come segnalato in una recente mozione presentata a quest'Assemblea che impegna il Governo a concordare una strategia di azione con tutti gli operatori del settore ed a definire un sistema graduale di incentivi al fine di garantire una continuità di finanziamenti, in particolare, sul settore fotovoltaico. (Applausi dal Gruppo LNP).
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, vorrei ringraziarla innanzitutto per aver consentito questo dibattito, peraltro anche su richiesta del nostro Gruppo parlamentare, e vorrei ringraziare il ministro Romani per essere presente. É chiaro che l'emendamento che il Governo ha presentato cambia la radicalmente politica energetica del Governo. Questa è una scelta che non può non essere oggetto di un dibattito pubblico, di un dibattito parlamentare, di un confronto sul merito delle questioni, perché è una scelta che comunque, nel breve, medio e lungo periodo, inciderà profondamente sul sistema economico produttivo del nostro Paese, sulla sua competitività a livello internazionale ed anche sulla politica estera del nostro Paese. Infatti dal punto di vista energetico noi dipendiamo parecchio dalla Russia, parecchio dalla Libia (e oggi dalle tensioni che ci sono in quell'area del Nord Africa), nonché anche, per l'energia nucleare, dalla Francia, con cui com'è noto abbiamo ottimi rapporti, e dal resto dei Paesi che sono produttori di energia nucleare. Quindi, si tratta ovviamente di una scelta che cambia radicalmente il contesto in cui siamo chiamati ad operare.
Capisco che sarò sgradevole, ma credo che ricordare le posizioni nette che il Governo, a cominciar dal Presidente del Consiglio, ha assunto su questo tema non faccia male.
Presidenza della vice presidente MAURO (ore 13,08)
(Segue D'ALIA). Il presidente Berlusconi disse (e io ne sono convinto): «Oggi nessun Paese può rinunciare; non è possibile stare fuori alla possibilità di creazione dell'energia dell'atomo ed entro questa legislatura metteremo la prima pietra sulla prima centrale nucleare».
Stesse dichiarazioni sono state rese dal suo predecessore, il ministro Scajola: «Il programma italiano per l'energia nucleare procede secondo la tabella di marcia e nel 2013 comincerà la costruzione della prima centrale. Il nostro programma nucleare è complesso, procede nei tempi previsti. Il Parlamento italiano ha approvato tutta la legislazione...». E vi risparmio il resto.
Anzi, addirittura il Presidente del Consiglio, con la sua solita, ovvia e anche professionale dimestichezza con la comunicazione pubblica, ha proposto un progetto con la RAI per alcuni spot mirati a convincere gli italiani della sicurezza di nuove centrali nucleari che il Governo ha intenzione di costruire.
Ancora, la ministra dell'ambiente, onorevole Prestigiacomo, ha dichiarato: «Abiterei tranquillamente accanto ad un termovalorizzatore e ad una centrale nucleare». Questa è la dichiarazione del ministro dell'ambiente Stefania Prestigiacomo in un intervento reso all'inserto «Sette» del «Corriere della Sera». «Sono reduce», diceva entusiasta la Ministra «dagli incontri parigini per gli accordi sul nucleare e sono sempre più convinta. Si dovrebbero organizzare dei pellegrinaggi per andare a vedere come vivono le famiglie accanto agli impianti nucleari francesi. I territori che ospitano gli impianti hanno molte compensazioni: tasse, costo dell'energia», e anche la tinteggiatura verde; diceva così, insomma, di tutta la politica energetica anche del Governo francese, oltre che di quello italiano.
Queste le dichiarazioni rese dopo la tragedia di Fukushima: «Seguiamo con dolore», cito sempre testualmente il ministro Prestigiacomo «e preoccupazione le vicende giapponesi, ma trovo la polemica italiana offensivamente macabra. Gli impianti di Fukushima sono costruiti con una tecnologia vecchia di cinquant'anni, molto diversa dalle centrali di terza generazione che saranno costruite nel nostro Paese». In questo contesto, ancora, la ministra Prestigiacomo (Ministro dell'ambiente: lo ricordo per chi non lo sapesse) sosteneva: «La linea italiana rispetto al programma nucleare chiaramente non cambia. Seguiamo con sgomento la situazione in Giappone, senza nessuna sottovalutazione, ma neanche si deve speculare. Non era ancora finito l'effetto dello tsunami che già in Italia gli antinuclearisti sfruttavano la catastrofe a fini domestici; questo è sciacallaggio politico». Non vorrei, signor Ministro, che anche il vostro emendamento possa essere interpretato - spiegatelo all'onorevole Prestigiacomo - come un atto di sciacallaggio politico.
Mi fermo e non cito ovviamente le sue dichiarazioni precedenti e successive alla tragedia di Fukushima; voglio dire che è cambiata radicalmente ed irreversibilmente la scelta del Governo che ha cancellato dal piano energetico nazionale il nucleare per ieri, oggi e domani. Infatti, dobbiamo stare agli atti e non alle interpretazioni: l'emendamento che voi avete presentato ricopia esattamente il quesito referendario e quindi abroga, da tutto il corpus legislativo in materia di energia, il nucleare. All'esito della votazione che faremo nel pomeriggio in Parlamento, il nucleare sarà cancellato definitivamente, così come lo è stato all'esito del referendum del 1987 dal dibattito (perché noi non abbiamo centrali), dalla ricerca e dalle scelte di politica economica ed energetica, che noi anche abbiamo sostenuto per tentare di rendere più autonoma e quindi più sicura l'economia del nostro Paese e anche rendere meno costosa la produzione di energia, soprattutto per le famiglie italiane e per i cittadini italiani.
Dico questo, perché dobbiamo giocare a carte scoperte. La vostra decisione, che ha modificato il testo dell'articolo 5 che prevedeva una sospensione delle procedure di localizzazione e realizzazione degli impianti per un anno, la cosiddetta moratoria, è stata presa non per paura - come lei in qualche modo ha voluto anche adombrare - del disastro nucleare di Fukushima, ma per paura del referendum. Allora è chiaro, ne prendiamo atto: voi avete paura del confronto elettorale, avete paura di un dibattito pubblico in cui ci si schieri su questi temi.
Noi abbiamo un'idea, voi ne avete un'altra, l'avete cambiata. È lecito cambiare idea; non è lecito cambiare idea per convenienza e non per convinzione, e non è lecito non affrontare un dibattito dal punto di vista politico che sia trasparente e pubblico su temi che riguardano la vita e il futuro dei nostri figli e del nostro Paese.
Proprio per questa ragione, signor Ministro, lei comprenderà che voi avete tentato di applicare - e non bene - una vecchia regola democristiana che diceva sostanzialmente questo: un problema rinviato è mezzo risolto. Voi, più che la regola democristiana, avete applicato la regola di Scilipoti: scansiamo opportunisticamente ogni questione che si mette in mezzo al nostro cammino e che possa in qualche modo essere d'intralcio alla sopravvivenza di questo Governo; decidiamo di non decidere; bivacchiamo con la complicità di più o meno interessati e responsabili parlamentari del nostro Paese.
La questione fondamentale è una: in questo Paese il problema più grave che abbiamo, come abbiamo scoperto a seguito dell'applicazione della regola di Scilipoti, è la legge sull'agopuntura. Allora occupiamoci, in questi due anni di legislatura, della medicina omeopatica e dell'agopuntura, tanto caldeggiata dal programma di governo di Iniziativa Responsabile. Il nucleare e il fabbisogno energetico non sono delle priorità, come non lo è la questione della ristrutturazione industriale del Paese; rifacciamoci una nostra piccola grande IRI con la Cassa depositi e prestiti, come stiamo facendo in questo decreto; anziché regolare il mercato, facciamoci noi il mercato, tanto abbiamo da tempo questa cultura, e chi presiede questo Governo più degli altri; godiamo quindi di questa spensierata insipienza, che porterà il vascello a navigare: fino a quando sul vascello ci siamo noi bene, poi il resto si vedrà.
È un po' come la decisione del Documento di economia e finanza: si rinvia al 2014 una manovra economica da 40 miliardi, perché tanto poi chissà se ci sarete voi al Governo; chi ci sarà ci penserà, e della finanza pubblica chi se ne dovrà occupare se ne occuperà. Questo modo di affrontare le questioni è da irresponsabili per la parte politica e gli elettori che voi rappresentate, o avevate la presunzione di rappresentare, ma soprattutto per gli interessi del Paese.
Mi avvio alle conclusioni signora Presidente. Tutto ciò, sostanzialmente, pregiudica ancora di più il futuro di questo Paese dal punto di vista energetico, non avendo voi indicato un'alternativa e fatto scelte di questo tipo: cioè l'abrogazione di norme che riguardano il nucleare, la cancellazione anche della ricerca, dell'approfondimento, della ricerca sulla ricerca, e quant'altro. Non mi riferisco alla realizzazione di centrali, anche se a sentire scienziati come Margherita Hack, che certamente è un'ambientalista, e non mi sembra sia una furiosa nuclearista, o altri, a cominciare dal professor Veronesi, appare impossibile che si possa verificare dal punto di vista geologico una tragedia come quella di Fukushima nel Mediterraneo.
Certamente Fukushima pone un problema, perché tutti gli incidenti nucleari che ci sono stati al mondo fino ad ora sono stati frutto di un errore umano; per la prima volta siamo in presenza di un errore progettuale. L'errore progettuale è stato quello di sottovalutare il rischio del verificarsi di uno tsunami, prevedendo muri a difesa dell'impianto di dimensioni non adeguate a resistere a questo tipo di onda e, quindi, sottovalutando la possibilità che in quel territorio e in quelle condizioni vi potesse essere un effetto di quella natura (che si verifica una volta ogni 1.200 anni, dicono alcuni, e che però si è verificato).
A fronte di ciò avete sempre dichiarato, e noi eravamo d'accordo con voi: «Mai prendere scelte sulla scorta delle emozioni e mai sottoporre a strumentalizzazioni o a sciacallaggio politico» - come ha detto il Ministro dell'ambiente - «scelte che riguardano il futuro economico e sociale e delle imprese di questo Paese».
Voi avete fatto l'esatto opposto: anziché porvi il problema di un approfondimento delle condizioni di sicurezza, ci consegnate a Sarkozy per l'energia atomica, alla Libia e alle sue tensioni, e a Putin per quanto riguarda l'approvvigionamento del gas. Tutto ciò avrà un impatto negativo sui conti del nostro Paese, sul bilancio delle famiglie, e questa è una bolletta che paghiamo grazie alla vostra azione e alla vostra inazione di Governo. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE ePD e dei senatori Pistorio e Baldassarri. Congratulazioni).
MENARDI (CN-Io Sud). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MENARDI (CN-Io Sud). Signora Presidente, la sicurezza è misurata in termini di rischio e il rischio dipende dalla sicurezza della macchina e dell'infrastruttura di sostegno e, quindi, dalla natura di affidabilità della stessa ed è misurabile con test da fatica e da stress che, se superati, rendono l'impianto sicuro.
Ciò è capitato a Chernobyl dove il 26 aprile 1986, in seguito ad errori del personale, irresponsabilità dei dirigenti ed errori di progettazione, durante l'esecuzione di un test nella locale centrale elettronucleare, nel corso di una simulazione di guasto al sistema di raffreddamento, le barre di uranio del nocciolo del reattore nucleare si surriscaldarono per davvero fino alla fusione del nocciolo del reattore 4, con due conseguenti esplosioni.
Una seconda sorgente di rischio naturale sono, ad esempio, terremoti e maremoti con conseguenti tsunami. È il caso giapponese di Fukushima.
È del tutto evidente che questo è un rischio più difficile da valutare. Infatti, nel caso specifico del Giappone, la centrale ha superato il rischio del terremoto, pur essendo il terzo per intensità misurato al mondo nella storia dell'uomo (magnitudo 9), ma non era stato previsto che l'onda dello tsunami, alta 14 metri, avrebbe messo fuori uso i contatti elettrici e le pompe per il sistema di raffreddamento dei reattori, provocando quindi il surriscaldamento delle barre di combustibile fino alla parziale fusione di alcune di esse.
Ragionando pertanto con freddezza e lucidità, possiamo affermare che la tecnologia per la produzione di energia elettrica con l'atomo è sicura.
Ringrazio il signor Ministro per le spiegazioni che ci ha fornito perché, alla luce di quanto ho appena finito di dire, se noi affrontassimo questo dibattito con serenità credo che, valutate le ragioni di sicurezza, avremmo svuotato il dibattito. In realtà, non è così, perché la scelta sul nucleare, come è stato detto e scritto, come pure la presentazione dell'emendamento 5.800, non sono motivate da ragioni scientifiche, ma da opportunità politiche.
È evidente che un referendum in queste condizioni di emotività, non solo per il disastro di Fukushima ma anche per il modo in cui si affrontano da anni questi temi in Italia, avrebbe segnato definitivamente l'uscita dell'Italia da questo tipo di tecnologia. Non mi riferisco alla costruzione degli impianti, ma allo sviluppo della ricerca.
Il modo politico dissennato con cui noi ci avviciniamo al referendum, peraltro, è testimoniato da una serie di e-mail che sono arrivate alla nostra posta elettronica in questi giorni, nelle passate settimane. Ve ne leggo una simpatica in cui si legge che se passa il si per dire no al nucleare, Berlusconi non potrà più far arricchire i suoi amici imprenditori con i nostri soldi e la nostra salute.
Senatore D'Alia, io sono assolutamente d'accordo con Gramellini. La presentazione dell'emendamento appare una repentina inversione, e lo è rispetto a ciò che è stato detto fino ad oggi, ma è l'unico modo che noi abbiamo di salvare la ricerca in questo settore. Io spero che in futuro possano svilupparsi centrali nucleari in Italia), perché, se passasse il referendum, ci troveremmo esattamente nella situazione in cui, unico Paese al mondo, ci siamo trovati negli anni passati. Dopo Three Mile Island negli Stati Uniti non hanno pensato di non costruire più centrali nucleari. Dopo Chernobyl, nel resto del mondo, non si è pensato di non costruire più centrali nucleari, anzi lo sviluppo del nucleare è continuato. Solo in Italia siamo riusciti, dopo Chernobyl a dire no al nucleare; se dovesse passare il referendum del prossimo giugno, rischieremmo di trovarci nella stessa situazione.
Quindi, secondo me, bene ha fatto il Governo a proporre questo emendamento che, come ha giustamente detto il senatore D'Alia, mette una pietra sul dibattito politico sul nucleare. E se Dio vorrà, magari in un altra stagione, con mente fredda e lucidità, con un nuovo piano energetico, potremo finalmente dare risposte ai bisogni energetici dell'Italia anche attraverso l'introduzione del sistema di produzione di energia elettrica attraverso l'atomo. (Applausi del senatore Fantetti).
PRESIDENTE. Colleghi, gli interventi dei senatori Baldassarri, Bubbico, Sbarbati e Possa saranno svolti nella seduta pomeridiana, alle ore 15,30. Ringrazio il ministro Romani, che sarà in Aula, per la sua disponibilità.
Rinvio pertanto il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.
Sui tempi di predisposizione del bilancio interno del Senato
PERDUCA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, volevo ricordare al senatore Menardi che non abbiamo abolito il nucleare a seguito di Chernobyl, ma che c'è stato un referendum popolare dove il popolo sovrano a maggioranza ha votato per il sì all'abrogazione. (Commenti del senatore Menardi). Non si evinceva dalla conclusione del suo intervento, ma non ho chiesto la parola per questo.
Avendo verificato che stamattina sono arrivate delle risposte dalla Presidenza del Senato, mi trovo ancora una volta a chiedere di avere una risposta a una richiesta che si potrae ormai da tre mesi relativamente alla data in cui verrà distribuito ai senatori il bilancio interno del Senato.
Per lo svolgimento di un'interrogazione
NEGRI (PD). Signora Presidente, la signora Irma Bertoni di Mondovì, gravemente ammalata da alcuni decenni ormai per una trasfusione errata di plasma, è una di quelle oltre 7.000 persone che avevamo chiesto di attenzionare, di rispettare con un'interrogazione presentata dai senatori Bosone, Negri, Sanna e da molti altri membri della Commissione sanità (la 3-01371). È una di quelle persone che, dopo il decreto ministeriale n. 132 del 28 aprile 2009 e dopo la circolare ministeriale del 20 ottobre 2009, avevano dovuto rifare tutte le domande per vedere rivisti i loro diritti agli indennizzi. In questa articolata interrogazione avevamo suggerito cose importanti al Ministero e avevamo chiesto di sapere come stanno andando le nuove pratiche e i nuovi indennizzi. L'interrogazione era del giugno 2010; chiediamo adesso con molta urgenza e determinazione che questa risposta ci sia data, perché ci sono molte persone che soffrono del loro male e delle assurdità della burocrazia ministeriale. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Solleciteremo la risposta del Governo.
Su notizie di stampa relative all'utilizzo di apparati elettronici
da parte dei parlamentari
MARINO Mauro Maria (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARINO Mauro Maria (PD). Signor Presidente, nella rassegna stampa di oggi, in un articolo intitolato «In Parlamento è iPad mania», a parte tutta una serie di considerazioni volte a considerare il comportamento dei parlamentari come macchiettistico - e non dico altro - si legge anche: «La passione per la tavoletta è trasversale: tutti i deputati e i senatori di qualunque partito lo hanno avuto in dono lo scorso Natale dai rispettivi partiti, pagato con i soldi degli italiani (il modello base costa circa 500 euro)». Penso che di fronte a falsità di questo tipo non ci debba essere l'intervento dei singoli, ma del Consiglio di Presidenza del Senato. (Applausi dal Gruppo PD).
Ci deve essere qualcuno che tutela la nostra dignità. Mi limito a fare questa osservazione a lei, sperando che la riferisca, dopodiché ognuno si sentirà libero di comportarsi come vuole. Penso che sia in ballo la dignità delle istituzioni e dei singoli membri che ne fanno parte. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Sono d'accordo con lei; porterò la questione all'attenzione del presidente Schifani e dei senatori Questori, perché credo che quando si esagera si esagera.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 15,30, anziché alle ore 15, con lo stesso ordine del giorno.
La seduta è tolta (ore 13,29).