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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 539 del 13/04/2011


Ripresa della discussione sull'informativa del Ministro
per i beni e le attività culturali sulle linee programmatiche del suo Dicastero
(ore 10,15)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Musso. Ne ha facoltà.

MUSSO (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Ministro, ho ascoltato le parole di buonsenso e interessanti, che contrastano con le politiche culturali che hanno visto in questi anni in Italia una drammatica inversione di tendenza: prima molti sprechi, frutto di una tendenza all'appropriazione del denaro pubblico, con la formazione di rendite corporative e clientelari; poi un periodo, quello che stiamo vivendo, di vacche anoressiche che hanno cercato di far morire il malato portando, com'è noto, la percentuale di spesa delle politiche culturali allo 0,18 per cento del PIL, contro il 2- 2,5 per cento di Paesi come Francia, Germania e Regno Unito. Ma è alla vastità del nostro patrimonio culturale che dovremmo davvero rapportare il dato, essendo il Paese con il maggiore numero di siti patrimonio UNESCO.

Un altro Ministro di un Governo ben peggiore, per fortuna non italiano, diceva: «Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola». Qui qualcuno ha messo mano alla sciabola. Lo ha fatto con qualche motivazione: abbiamo il terzo debito pubblico del mondo, come il ministro Tremonti ci ricorda sovente, e adesso anche la terza pressione fiscale d'Europa, come invece il Ministro talvolta dimentica. Ma rendiamoci conto - anche questo è stato detto molte volte - che i tagli lineari o orizzontali indiscriminati sono un'abdicazione della politica e non sono poi molto diversi dalla logica dei finanziamenti "storici" che abbiamo avuto di fronte.

Abbiamo riscontrato movimenti schizofrenici: il FUS è passato dai circa 520 milioni del 2007 ai 258 milioni per il 2011 e ora risalirà a circa 400; nella manutenzione e restauro, la capacità di spesa è passata da circa 450 milioni di euro a 102 milioni. Ricordo, poi, le dimissioni di Carandini, dopo quelle di Settis; le denunce della «situazione catastrofica» fatte dal presidente del Fondo ambiente italiano; le stesse dimissioni di Sandro Bondi, al quale voglio riconoscere la dignità con cui ha preso atto che la sua visione politica - che credo abbia anche lei, signor Ministro - non è riuscita ad affermarsi rispetto alle priorità del Governo.

Dunque, signor Ministro, le rivolgo i migliori auguri affinché lei possa realizzare, almeno in parte, quanto ha annunciato nella sua relazione.

Abbiamo affermato tante volte che investire sulla cultura significa non solo salvaguardare l'identità nazionale nel contesto del patrimonio artistico e culturale dell'umanità, ma anche collocare un tassello indispensabile del mosaico dell'Italia che verrà, della sua economia, della sua ricchezza e della sua competitività. Dobbiamo anche rilevare che le politiche culturali del passato, in particolare quelle di spesa, non erano un modello di efficienza e di efficacia, ma un modello di spreco, difese corporative, autoreferenzialità, superfetazioni burocratiche. Rispetto a questo, i tagli lineari sono neutrali: prendiamone coscienza, perché altrimenti non basterà recuperare le risorse tagliate per migliorare la situazione.

Proprio nell'ipotesi che le risorse siano ripristinate e magari in futuro anche incrementate, dobbiamo dare vita ad una stagione di riforme radicali per la quale è necessario avere idee molto chiare.

Dobbiamo rovesciare la nostra visione. Basterebbe pensare che oggi nell'economia mondiale competono non più le imprese, ma le città, i territori e i Paesi e che i "vantaggi competitivi" sono l'accumulazione (e quindi il patrimonio) di conoscenza e cultura, l'alta qualità, l'unicità e non replicabilità del proprio prodotto, il potersi rivolgere ad un mercato potenzialmente planetario, in uno dei settori maggiormente in crescita con l'aumento del reddito e della scolarizzazione. Capiremo che questo non è solo l'architrave della nostra identità nazionale, ma un asse portante della nostra economia, di fronte al quale i tagli del 40 per cento del FUS rappresentano lo 0,2 per mille della spesa pubblica, e quindi sono irrilevanti rispetto ad importanti obiettivi politici.

Abbiamo di fronte un'industria rispetto alla quale l'Italia non deve temere concorrenza. Abbiamo il meglio e ne abbiamo tanto, più di tutti. Dunque, è solo (si fa per dire) una questione di gestione. Il fatto che la redditività della cultura sia diffusa anche su soggetti diversi da chi investe e molto differita nel tempo, addirittura nei secoli, rende le cose un po' più difficili; ciò, però, non deve far temere il riavvicinamento della cultura al mercato, dei costi ai ricavi, degli investimenti ai profitti. Introdurre logiche economiche non deve assolutamente significare tagliare risorse; si tratta piuttosto di passare dalla logica della sovvenzione a quella dell'investimento, secondo alcuni principi che fino ad oggi nelle politiche culturali non erano mai esistiti.

Uno è quello del merito. Signor Ministro, lei è un liberale. Oggi tutti parlano di meritocrazia, ma il premio al merito non può che nascere dal confronto e quindi dalla concorrenza. Pertanto, i vecchi criteri di assegnazione dei contributi pubblici in modo autoreferenziale, in cui la politica si insinuava nella difficoltà di stabilire criteri oggettivi per la valutazione del valore artistico e culturale, devono cessare; si può costruire una rete di riferimenti minimamente oggettivi ed internazionali, per valutare la cultura e l'arte rispetto a ciò che non lo è. Bisogna dunque interrompere quella ripartizione del FUS che negli anni ha seguito logiche clientelari e politiche, con una sfacciataggine rara anche per il panorama italiano, che fa impallidire le baronie dell'università.

Questo è un primo criterio che credo vada sottolineato.

Il secondo criterio è quello di recuperare il pubblico come elemento di valutazione: esso non deve certamente essere l'unico e deve essere ponderato per il valore di ciò che si produce nelle attività culturali; non dobbiamo però averne paura o vergognarcene, come talora sembra.

Un altro elemento nuovo nel panorama delle politiche culturali è quello di puntare sui fruitori, anche con politiche di prezzo, commerciali. Concediamo prezzi di entrata molto bassi ai giovani, ai ragazzi, non solo per buonismo, ma perché la cultura dà assuefazione, come la droga. Si tratta però di una droga buona. Dunque, proviamo a differenziare le politiche di prezzo, ad utilizzare gli eventi culturali talvolta come un premio aziendale, come una royalty per fidelizzare i clienti di un supermercato, come un premio per i risultati scolastici e universitari, come una retribuzione per attività di volontariato o di pubblica utilità.

Poi c'è il tema dei costi e dell'efficienza, che naturalmente ha declinazioni molto diverse nei vari settori, ma forse quello messo peggio è la lirica, nel quale lo Stato azionista di maggioranza ripiana a piè di lista i costi delle realtà locali, senza realmente incidere, né per la verità controllare, gli sprechi che hanno luogo.

Vi sono poi altri elementi fondamentali, uno dei quali almeno vorrei ricordare, ossia la finanza. È chiaro che la redditività diffusa e differita impedisce per molti aspetti di attrarre tutti gli investimenti che il settore meriterebbe, però vi sono anche benefici non monetari, ma non per questo esterni, che sono quelli intangibili: per le aziende, ed anche per le singole persone che sentono di voler contribuire al progresso culturale del proprio Paese. Dobbiamo essere in grado di raccogliere - come fanno negli Stati Uniti, sebbene con un patrimonio culturale infinitamente minore - questa volontà delle imprese e dei singoli di finanziare la cultura, cosa che oggi, con il nostro incredibile patrimonio, non facciamo.

Si può puntare sul crowdfunding, sul quale è comparso un editoriale su «Il Sole 24 Ore» di ieri: chi pensa che sia una forma di sottoscrizione che può raccogliere solo le briciole si sbaglia, come dimostra il fatto che altri Paesi ci campano; a maggior ragione, quindi, possiamo farlo noi.

Per concludere, cosa vorrei ricordare il fattore umano: per le politiche culturali servono persone con una formazione adeguata. Negli Stati Uniti, l'MBA in cultura della Yale University o del Kennedy Center for Performing Arts sono fra i titoli di studio più ambiti, anche perché garantiscono carriere redditizie e prestigiose, attraendo di conseguenza i giovani migliori da tutto il mondo, mentre noi non lo facciamo.

Signor Presidente, signor Ministro, una delle dieci frasi per le quali forse verrà ricordato questo Governo è che «la cultura non si mangia», ed è un peccato, perché è una delle più infelici. Gli anglosassoni dicono invece food for thought, cioè cibo per il pensiero: il pensiero dà cibo e noi italiani mangiamo oggi per quello che la cultura italiana è stata nei secoli, ma, se dovessimo mangiare per quello che siamo adesso, probabilmente faremmo la fame. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE e PD e dei senatori Pardi, Astore e Villari).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Franco. Ne ha facoltà.

FRANCO Vittoria (PD). Signor Ministro, la sua relazione conferma una nostra convinzione: la gestione del Ministero per i beni culturali, di cui lei è diventato titolare, ha bisogno di una svolta e di un'inversione di tendenza. Ci auguriamo che lei abbia la forza di farcela, perché la cultura del nostro Paese - che ci sta a cuore - ne ha bisogno, anche se nella sua relazione non vi ha fatto molti cenni, per cui parte con un segno negativo. Desidero invece richiamare io questi segni negativi.

Finora la cultura è stata non solo la Cenerentola, ma anche l'oggetto di politiche punitive e di contrazione: si è arrivati a proporre perfino l'azzeramento della tabella delle istituzioni culturali, poi reintegrata soltanto al 50 per cento, grazie soprattutto all'intervento del Capo dello Stato. Quell'azzeramento, poi diventato forte riduzione, ha costituito davvero un colpo per prestigiose istituzioni culturali, che detengono documenti unici, e per biblioteche preziosissime, che promuovono ricerca scientifica e storica. I 7 milioni di euro previsti dal decreto-legge n. 34 del 2011 per la suddetta tabella sono davvero pochi e insufficienti, e lei lo sa, signor Ministro.

E ancora, vita grama all'interno dei beni culturali conducono anche gli archivi storici e di Stato e le biblioteche nazionali, con orari ridotti e personale insufficiente. Io vivo a Firenze, e ho presente la condizione in cui versa la biblioteca nazionale della mia città, con un patrimonio inestimabile che però è diventato difficile consultare, per gli studiosi italiani ed i moltissimi stranieri.

Vi sono poi i tagli al FUS - che ha toccato il minimo storico nel 2011 - i quali hanno messo in crisi le fondazioni liriche, lo spettacolo dal vivo ed il cinema. Il parziale reintegro effettuato con il suddetto decreto-legge n. 34 certo non risolve il problema, oggi più che mai urgente, della valorizzazione della cultura come risorsa e come fattore di sviluppo sociale ed economico per il nostro Paese.

Analogo trattamento ha subito il cinema, che non ha mai vissuto prima una stagione con tante difficoltà: a soffrire sono soprattutto il cinema indipendente, quello sperimentale, quello giovane e quello d'autore. Si è creato un duopolio tra RAI e Mediaset, che soffoca il cinema indipendente. La misura del Governo Prodi che lei ha richiamato (tax credit e tax shelter), come sa, ha avuto una vita difficile ed altalenante con questo Governo: dapprima cancellata da Tremonti, è poi stata ripristinata e prorogata per soli sei mesi, infine finanziata per di più dagli spettatori, con l'aumento di un euro del costo del biglietto. Al danno si aggiunge la beffa. È come se si volesse dire che la cultura è un lusso e che per poterne usufruire bisogna pagarla personalmente, non è un affare dello Stato.

In fondo è la stessa idea alla base dell'attuale copertura, estesa poi a reintegro del FUS, con l'aumento dell'accisa sulla benzina. Sinceramente non pensavamo che l'espressione «la cultura è la nostra benzina» andasse presa alla lettera, come invece il Governo ha fatto, ma siamo arrivati anche a questo.

Signor Ministro, lei sa che sul cinema sono in discussione presso la Commissione istruzione del Senato alcuni disegni di legge presentati da tutti i Gruppi parlamentari, di maggioranza, e di opposizione, che prevedono una nuova governance del cinema attraverso l'istituzione di un centro nazionale di cinematografia, che garantisca al cinema autonomia e risorse. Il Governo non ci ha mai detto che cosa ne pensa, se vuole rilanciare il cinema italiano oppure lasciarlo sopravvivere con qualche piccolo aggiustamento. Ci auguriamo che lei possa essere più esplicito e coraggioso di quanto abbia fatto il suo predecessore e che sappia affrontare il problema alla radice, cosa di cui ha veramente bisogno il nostro cinema.

Signor Ministro, lei non ha richiamato molte cifre, però voglio ricordare ai colleghi presenti in Aula che nel 2010 la spesa in cultura è scesa dallo 0,28 per cento del 2009, cifra già estremamente ridotta, allo 0,16 per cento del bilancio dello Stato. È una vergogna, a fronte di altri Paesi con percentuali che ci fanno sinceramente invidia. Ciò è frutto della miopia di questo Governo, che pensa di poter abbandonare la cultura al mercato e al privato. Ma non può essere così, come dimostra tra l'altro il rapporto di Federculture.

Se lo Stato riduce gli investimenti, si riducono anche gli investimenti dei privati, e nel 2009, a conferma di questo e in coincidenza con i tagli, i privati hanno investito il 30 per cento in meno rispetto al 2008, e le fondazioni bancarie hanno erogato per la cultura il 20,5 per cento in meno, e tutto ciò in presenza, invece, di una crescita della domanda di cultura. Pertanto, è certamente positivo il coinvolgimento dei privati, anche se temiamo che ciò risulti difficile senza prevedere vantaggi fiscali. Lei questo aspetto lo ha richiamato, e spero che riesca davvero a produrre un'innovazione che vada in questo senso.

In conclusione, signor Ministro, se lei assumerà iniziative coraggiose, utili al Paese e alla cultura, ci troverà disponibili a dialogare e a cooperare perché si arrivi a dare un valore alla cultura, contrariamente a quanto il Governo ha fatto finora. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Asciutti. Ne ha facoltà.

ASCIUTTI (PdL). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, ho ascoltato le parole del Ministro. Il suo è un intervento in positivo, aperto, improntato al dialogo e per noi questo risulta in maniera evidente, anche se penso che da parte di tutto il Parlamento ci sia disponibilità a collaborare con il Ministero per i beni e le attività culturali per la crescita del nostro Paese, soprattutto in termini di salvaguardia e fruizione dei nostri beni culturali.

Signor Ministro, quando si parla di cultura e si scorrono gli annali relativi agli interventi svolti in entrambi i rami del Parlamento, ci si è sempre lamentati del fatto che i fondi sono scarsi. Non c'è mai stato un intervento in cui si è sostenuto che si disponeva dei fondi necessari per andare avanti, ma questo è del tutto evidente in un Paese come l'Italia che di per sé è un bene culturale.

L'altro ieri, signor Ministro, ad esempio, nella mia Regione, a Spoleto, sono state ritrovate 30 tombe del 700 a. C. Sono addirittura di origine umbra, non etrusca, qualcosa di rarissimo, con armi e vestimenti quasi intatti. Ebbene, è evidente che occorrono fondi prima di darli alla fruizione del pubblico, come del resto è evidente che il Paese, di questi beni, ne ha un'infinità.

Ho apprezzato le parole del Ministro, soprattutto quando ha detto che in questo Paese le nostre Soprintendenze non spendono le risorse che hanno. È ora che comincino veramente ad essere manager dei pochi finanziamenti che ci sono. I fondi europei, ad esempio, sono un'occasione. Non è possibile non consumarli. Sono soldi nostri, non di altri. Vanno ad altri per demerito nostro: né più né meno.

Un'altra questione, signor Ministro, le sottopongo, e riguarda le Soprintendenze. Credo sia importante da parte del Ministero fissare dei protocolli di comportamento per i vari soprintendenti, perché oggi come oggi essi viaggiano a ruota libera, Regione per Regione, spesso non in maniera oculata. Cito un esempio: in questi ultimi anni c'è la corsa al fotovoltaico. Abbiamo dovuto sporgere denuncia, in qualità di cittadini, contro il progetto che prevede l'installazione di pannelli fotovoltaici in oltre due ettari di terreno nel Comune di Assisi, il che significherebbe non solo deturpare territori dal punto di vista ambientale e rovinare territori agricoli di pregio, ma imbruttire veramente il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PdL).

Dunque, nel caso specifico, occorre realmente un intervento del Ministero nei confronti delle Soprintendenze, che hanno il compito di vigilare sui nostri territori. È fondamentale. Io non sono contro il fotovoltaico, me ne guardo bene. Abbiamo capannoni industriali, tetti, cave dismesse, che possono essere utilizzati a tali fini, ma non luoghi di pregio, perché si tratta solamente di interessi privati parassitari, signor Ministro. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Sbarbati). Abbiamo commesso un errore a suo tempo, e speriamo quanto prima di porvi rimedio.

Un'altra questione importante è la seguente. In Parlamento, oltre alla legge sul cinema, ricordata dalla collega intervenuta prima di me, c'è anche un altro provvedimento, a mio avviso molto importante, che riguarda la qualità architettonica. Oggi è fermo in Parlamento, ma è fondamentale. Questo nostro Paese, bello, creato dai nostri avi, lo stiamo deturpando con una qualità architettonica scadente che danneggia le nostre belle città d'arte. (Applausi dei senatori Possa e Scarpa Bonazza Buora). Alla fine, un intervento andrà realizzato, ed è fondamentale. Lei ha detto, giustamente, che i finanziamenti devono essere oculati. È fuor di dubbio. Voglio ricordare ai colleghi i famosi 1.000 miliardi stanziati per il cinema che dovevano rientrare e non sono mai rientrati. Non erano finanziamenti oculati: erano finanziamenti «aumm aumm», per Tizio, Caio e Sempronio. A quei tempi abbiamo disperso un patrimonio. Avevamo un'occasione fondamentale e non abbiamo saputo coglierla, o meglio, il Paese non ha saputo coglierla.

Oggi è all'esame del Parlamento un provvedimento teso a ripristinare in gran parte il FUS. È importante per la sopravvivenza di alcuni enti lirici e, soprattutto, di alcune fondazioni liriche. Però, anche in quel caso dobbiamo varare riforme sane, per fare in modo che quei denari siano spesi in maniera oculata, perché sono soldi dei cittadini, e non di qualcun altro. Non sono lì per grazia ricevuta, ma devono essere spesi in maniera più che oculata, perché di quei denari i soprintendenti devono rispondere; altrimenti diremo cose diverse.

Concludo ringraziandola, signor Ministro, per la sua ampia disponibilità al confronto parlamentare. Sicuramente quanto prima verrà in Commissione e, in quella sede, potremo affrontare temi più specifici e concreti. Oggi possiamo solamente dichiarare la nostra piena disponibilità a essere con lei nei suoi propositi, perché sono anche i nostri. (Applausi dal Gruppo PdL.Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Villari. Ne ha facoltà.

VILLARI (CN-Io Sud). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli senatori, in genere in queste occasioni si prepara qualche traccia di intervento, ma è giusto (e oggi lo è, a mio avviso, ancora di più) misurarsi sulle considerazioni che il Ministro ha svolto in Aula. Sono considerazioni che non potevano non risentire, con un sano realismo, del tempo a disposizione della legislatura. Noi siamo al terzo anno di questa legislatura, con un orizzonte di 24 mesi.

Il primo punto che vorrei sottolineare riguarda la concretezza e anche il modo in cui la relazione del Ministro - una relazione asciutta - individua alcuni punti programmatici. Vede, signor Ministro, noi dobbiamo calibrare bene gli obiettivi nel tempo di legislatura che ci rimane. Una considerazione di premessa è che la cultura comprende sicuramente tante realtà, immateriali e materiali. È qualcosa che sfugge al mercato e alle sue regole, anche se, molto spesso, nei ragionamenti, si vuole ricondurre il discorso esclusivamente a un contesto di mercato ed economico. È anche qualcosa, appunto, che, partendo da quello che è il valore immateriale, mette in moto un processo che è anche economico.

In questo Paese, vi è una sorta di destino cinico e baro quando si parla di cultura, stretti come si è tra una visione ideologica che mette insieme, come in tempi passati, uno scontro tra visione di destra e di sinistra e, appunto, una visione esclusivamente economica.

Quando si parla di cifre, voglio ricordare che negli ultimi 10 anni in questo Paese lo stanziamento per la politica culturale è oscillato tra lo 0,22 e lo 0,39 per cento. Si tratta, quindi, di cifre assolutamente insignificanti per quello che è il patrimonio culturale in senso generale del nostro Paese. Bene, quindi, lei ha fatto ad andare oltre le risorse disponibili, che non possono essere l'unico termometro dell'attenzione alla tutela e alla valorizzazione del nostro patrimonio.

La sua prima visita ieri è stata a Pompei, luogo che, in qualche maniera, segna le contraddizioni e le enormi potenzialità del nostro Paese. Leggevo oggi sulla stampa che si respira un'aria positiva di condivisione, perché si è registrata la disponibilità del commissario europeo per la politica regionale Hahn a recuperare risorse. E bene faceva lei a ricordare che, forse, le risorse non sono il primo problema. Quanti soldi occorrerebbero per valorizzare, tutelare e mettere in sicurezza il sito archeologico di Pompei? Non basterebbero solo le risorse e, quindi, non è quello il punto principale. È bene, però, che tutti i protagonisti e tutti gli attori istituzionali, a partire dal livello centrale, ma anche dagli enti locali, che sono protagonisti in quella che è la spesa dei fondi europei, compiano un esame di coscienza. I fondi strutturali, infatti, i programmi operativi nazionali (PON), i programmi operativi regionali (POR), i programmi operativi interregionali (POIn), che in qualche modo interessano i beni culturali, mettono a disposizione risorse molto ingenti.

Lei ha ricordato alcuni dati, che rendono ragione di come ci sia non solo un'incapacità di spesa, ma anche un'incapacità di spendere bene i soldi. Come si vede, non è quello il parametro da valutare. Lei ha richiamato anche il codice dei beni culturali, come strumento fondamentale e ancora attuale. Il ministro Bondi, che l'ha preceduta, aveva istituito una sorta di tavolo presso il Ministero per il coordinamento e l'attuazione del codice, e io vorrei conoscere i risultati che ha prodotto. Dico questo perché negli ultimi 10 anni si sono riscritte le norme, si è intervenuti e si è riformata la burocrazia. Ora, più che legiferare, è bene mettere a punto gli strumenti per poter operare, come lei affermava, facendo percepire una positività della figura dei soprintendenti, che molto spesso interpretano, specialmente dalle mie parti, in Campania, una logica proibizionistica. Noi dobbiamo invece valutare quei pochi casi in cui sia giusto e comprensibile che la libertà del cittadino venga superata dall'interesse pubblico: non sempre però è così.

Vorrei svolgere qui una riflessione che va in questa direzione, e che penso possa rappresentare un contributo concreto al buon funzionamento. Come lei ben sa, signor Ministro, dal gennaio 2011, in base all'evoluzione del codice dei beni culturali, il parere della Soprintendenza non è più consultivo e di verifica della legittimità della richiesta rispetto alle norme di piano paesistico, bensì diventa di merito e vincolante. Pertanto, l'eventuale atto finale di diniego viene notificato al cittadino dal dirigente comunale, esponendo in tal modo l'amministrazione a sopportare i notevoli oneri di costituzione in giudizio avverso i ricorsi, pur non avendo l'ente partecipato al giudizio formulato dalla Soprintendenza.

Da questo punto di vista c'è dunque una riflessione da fare ed è anche auspicabile una sorta di semplificazione per quanto riguarda piccoli interventi di modestissima entità e di impercettibile effetto paesaggistico (l'apertura di un vano finestra su corti interne o su facciate prive di verticalizzazione; la modifica dell'andamento di una scala in un percorso esterno; un pilastro quadrato piuttosto che tondo), la cui valutazione potrebbe essere demandata alla sola Commissione del paesaggio comunale e rientrare in una casistica concordata preventivamente con la soprintendenza, mediante l'adozione di un protocollo d'intesa che riduca in qualche modo i tempi di attesa e gli iter burocratici, che sono sempre lunghi e tendenti ad ingolfare il lavoro delle soprintendenze.

Come dicevo, la normativa è stata riscritta molte volte, e il codice ha rappresentato una rivisitazione complessiva ed opportuna, anche se oggi essa dovrebbe essere meglio calibrata, dal momento che il settore che lei oggi è chiamato a guidare, signor Ministro, pur rivestendo nel nostro Paese un grande valore strategico, si misura però ancora poco con le innovazioni, seguendo invece uno schema tante volte superato, che porta spesso a cadere in una polemica sterile tra pubblico e privato - come leggiamo anche in questi giorni - arrivandosi al paradosso per cui, anche quando i privati sono disponibili a contribuire alla valorizzazione, alla tutela e alla manutenzione dei grandi siti, si comincia in qualche modo ad irretirli e a non chiamarli a partecipare. Sicuramente devono esserci regole certe nel rapporto tra pubblico e privato, ma è giusto richiamare anche i capitali privati nella valorizzazione e nella tutela dei siti, ferma restando la regia in capo allo Stato.

Come lei giustamente diceva, c'è la necessità di regole certe, che vanno richiamate. Da questo punto di vista, formulandole a nome dei colleghi del Gruppo Coesione Nazionale-Io Sud i migliori auguri di buon lavoro, ci aspettiamo che in questo contesto lei marchi fortemente la sua azione di governo nel senso di una collaborazione aperta.

Un altro dato che vorrei sottolineare, signor Ministro, è il richiamo giusto ed opportuno alla condivisione, al di là delle logiche di schieramento: se è vero, infatti, che gli intellettuali senza la politica non riescono a tradurre in atti il loro contributo, viceversa la politica necessita del contributo e del confronto con un mondo particolarmente attento e sensibile come quello intellettuale.

Sono tanti i temi che potremmo affrontare, perché la cultura è tante cose, non è solo i beni culturali e quelli architettonici, ma anche tanti settori che rappresentano un patrimonio inestimabile per il nostro Paese, il quale ha dato alla cultura un contributo assolutamente non paragonabile a quello di altri Paesi: parlo della letteratura, della musica, dello spettacolo. Tuttavia, è giusto che in questi due anni di legislatura si calibri l'azione del Governo, e penso che, innanzitutto, non la retorica, bensì la concretezza e la sostanza debbano essere le linee guida, e quindi ben venga il rilancio di Arcus, la società istituita dal ministro Bondi, ben venga il ritorno ad una regia statuale anche per quello che riguarda la gestione dei fondi, d'intesa con gli enti locali, e ben venga la valorizzazione di quello che è il grande patrimonio dei restauratori, che il mondo ci invidia, e delle Soprintendenze, anche se, come ho detto, opportunamente è stata richiamata la necessità della percezione in positivo di un operato che oggi si confronta con un grande sito archeologico a cielo aperto che è il nostro Paese.

Per quanto riguarda Pompei, ha acquistato simbolicamente un valore la sua prima uscita da Ministro nella visita di ieri. Pompei è un sito che recupera circa 20 milioni di euro l'anno e che negli ultimi anni ha anche registrato una flessione di presenze. Lei, Ministro, si sarà reso conto non solo delle grandi potenzialità, ma anche della drammatizzazione - mi sento di dirlo, forse anche controcorrente - di alcuni accadimenti che, a mio avviso, non sono stati messi a fuoco nella loro reale consistenza. Mi riferisco al crollo della Scuola dei gladiatori, allorquando si è voluto in qualche modo - intendo dirlo con grande franchezza - strumentalizzare l'accadimento. Su di esso, la magistratura sta indagando, e sono convinto che, alla fine, verranno fuori le reali responsabilità e la reale misura di quanto è accaduto.

C'è ancora tanto da fare, e mi sembra che ieri siano stati pianificati, oltre alle risorse economiche, con orizzonte 2015, una serie di interventi già sperimentati altrove, che partono dalla manutenzione programmata e tengono conto di come si possa godere di questo spettacolare sito archeologico, il più grande ed importante del mondo, anche con nuove tecniche di valorizzazione virtuale.

Il senatore Musso ha richiamato il crowdfunding come strumento di finanziamento innovativo, il microfinanziamento, che peraltro è stato un italiano ad adottare e ha recuperato ingenti somme, partendo proprio da finanziamenti finalizzati ad interventi individuati, nel presupposto che il capitale sono gli amici e si traducono gli amici in quello che riescono a donare. È anche questa una innovazione, insieme a tante altre ben inteso, di cui spesso non viene considerata la creatività applicata alla valorizzazione della cultura nel nostro Paese, dove si è sempre un po' reticenti a guardare oltre il circuito tradizionale.

Quello che mi ha colpito e ho registrato nel suo intervento, signor Ministro, è il fatto che sia emersa una visione della cultura non costretta in un logica di mercato. Oltretutto, non può essere il mercato, o esclusivamente il mercato, il luogo dove la politica culturale si manifesta nella sua bontà o nelle sue negatività. E invece, paradossalmente, dagli interventi che mi hanno preceduto ho registrato come il dato puramente economico sembri essere il termometro di una cultura positiva, come se le risorse per il FUS fossero il termometro dell'attenzione o come se potessero essere esaustive di quanto oggi il patrimonio culturale in senso estensivo abbia necessità nel nostro Paese. Insisto: i numeri sono talmente insignificanti rispetto alla necessità - parliamo di cifre incluse tra lo 0,22 e lo 0,39 del PIL - che sicuramente, rispetto ad altri Paesi, diventano ancora più piccoli. Ciò forse perché nel nostro Paese la cultura e i beni culturali sono qualcosa che, sbagliando, si ritiene faccia parte del paesaggio, qualcosa con cui siamo abituati a convivere, mentre perdiamo la percezione di quanto tutto quello che respiriamo e ci circonda abbia contribuito a costruire la nostra identità nazionale, e di come sia stato il motore che fa di questo un grande Paese.

Quindi, a me è piaciuta - e termino - un'impostazione che va oltre questo, che richiama tutti ad essere consapevoli di quello che abbiamo, di quello che siamo stati e di quello che dobbiamo diventare e tornare ad essere, in un Paese che, al di là del fatto se possiede il 30, 40 o 50 per cento del patrimonio culturale dell'umanità, continua a conservare nelle proprie viscere dei tesori inestimabili che dobbiamo, così come li abbiamo ereditati, valorizzare per lasciarli in eredità a chi verrà dopo di noi. (Applausi dal Gruppo CN-Io Sud).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbarbati. Ne ha facoltà.

SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Ministro, ho ascoltato con molta attenzione la sua relazione. Dico subito che non sono tra coloro che chiedevano le dimissioni del suo predecessore, Sandro Bondi. La mia cultura repubblicana me lo impedisce, perché mai i repubblicani hanno votato per le dimissioni di un membro del Governo: casomai, si chiedono le dimissioni del Governo, perché l'azione di un Ministero è un'azione che comunque viene concertata a livello di Consiglio dei ministri e di cui è responsabile non il suo stesso titolare direttamente, ma in primis il Presidente del Consiglio.

Detto questo, si comprende da subito il tono del mio intervento. Ho apprezzato la concretezza delle sue parole, ma ho intravisto nella sua relazione al Senato quasi semplicemente una presa d'atto, e qualcosa di più, ma non quello che mi sarei aspettata.

Quindi, vengo subito a farle delle domande opportune perché possa rispondermi. Va bene quanto da lei riferito, che tra l'altro è anche recepito nella Nota integrativa alla tabella 16 del Ministero per i beni culturali; va bene attrezzarsi per la tutela e la valorizzazione, entrambi atti dovuti, come lei ha detto, rispetto all'articolo 9 della nostra Costituzione repubblicana; va bene anche concretizzare questi princìpi che la Costituzione recepisce per tutti noi e ci pone davanti con un Ministero più agili, più capace e soprattutto più interventista, là dove è necessario intervenire. Questo implica delle scelte, signor Ministro: scelte importanti, che devono riguardare la tutela e la valorizzazione; scelte importanti, che devono riguardare, soprattutto, la capacità del nostro Paese di stare nel contesto internazionale come un Paese che da sempre si è connotato per la specificità culturale in tutti gli ampi settori in cui la cultura estrinseca le sue potenzialità, dai beni monumentali, architettonici e archeologici all'arte, alla pittura, alla lirica, al canto, e così via. Credo che proprio questo aspetto è deficitario nella sua relazione, Ministro; forse volutamente, perché lei aveva altre posizioni da sostenere oggi e da rimarcare.

Voglio sottolinearlo: la cultura vive e sopravvive non solo se ci sono interventi di tipo economico che vanno a valorizzare ciò che c'è, e quindi tutela e conservazione dei beni culturali, ma vive soprattutto se c'è un incentivo alla sua produzione, Ministro, nel solco della tradizione, delle radici storico-culturali che questo nostro Paese ha il dovere di conservare. Allora le chiedo anche un intervento nei settori dove la creatività si manifesta: in primis, le accademie di belle arti, di danza, i conservatori, gli istituti superiori, l'istituto superiore di design, di cui abbiamo assolutamente bisogno.

Qualcuno prima ha citato le due leggi sul cinema e sull'architettura che giacciono nella Commissione del Senato: io credo che lei debba dare un impulso perché se ne venga fuori e perché in questa Aula non si dibatta soltanto della Festa degli alberi che, pur essendo importantissima, quanto vuole, è celebrata da quarant'anni nelle scuole e non è, pertanto, qualcosa per cui possiamo spendere ulteriore tempo, considerata l'emergenza nazionale che nel settore culturale è sotto gli occhi di tutti. C'è un'emergenza in questo settore, Ministro: l'Italia arretra nella sua capacità di essere competitiva nel mondo anche sotto il profilo economico perché la capacità creativa, di innovazione di processo e di prodotto anche nelle piccole e medie imprese stenta a decollare per una mancata incisività degli istituti di formazione.

Un'altra questione che non ha affrontato è quella riguardante l'Istituto nazionale per il restauro. Sappiamo in quale crisi e deficienza oggi vive e sopravvive; se parliamo di tutela e conservazione, abbiamo la necessità e il dovere di prendere coscienza di come è ridotto questo istituto, cosa fare per rilanciarlo, se dobbiamo chiuderlo o se dobbiamo valorizzarlo. Possono esserci i quattrini, ma se mancano gli attori primi, come archeologi e professionisti, non riusciamo ad attivare quel circuito virtuoso con cui lei sapientemente intende lavorare. La realtà intellettuale nel nostro Paese non deve andare a rimorchio della politica, ma deve dare alla politica segnali forti e collaborare con la politica stessa; la realtà tecnica specifica dei professionisti di settore non può essere decurtata, così come è stato fatto al Ministero, dove mancano archeologi - e sappiamo benissimo quanto questo sia importante - ma anche professionisti seri, come Carandini e Settis che si sono dimessi per le deficienze che si sono registrate.

Signor Ministro, non la faccio lunga; ho cercato di dire le cose che mi stanno a cuore. Prendo per buone tutte le indicazioni che ha dato sulla sua volontà d'impegno, che è l'aspetto che mi è piaciuto di più, ma le faccio un augurio. Questo Governo vede un Ministro dell'economia onnipotente che si investe anche delle funzioni degli altri Ministeri e, in primis, di quelli dell'istruzione e per i beni culturali.

Le auguro semplicemente, visto che lei ha una buona struttura fisica, e credo anche una buona struttura politica alle spalle, di essere all'altezza di contrastare questa invasività del ministro Tremonti, perché effettivamente il suo sia un Ministero libero, che abbia la possibilità, come ha detto, di fare una politica assieme agli altri Ministeri per condurre in porto un progetto di governo che voi avete lanciato e che insisteva su questi settori (la scuola, la cultura, la formazione dei giovani, la creatività delle menti giovani, la capacità di esportare nel mondo questa creatività, la volontà del Governo di riportare in Italia queste menti creative, di cui abbiamo bisogno in tutti i settori, da quello scientifico e tecnologico a quello culturale).

Mi auguro che questa sua volontà oggi possa essere vincente, per costringere il Governo tutto e, in primis, il Presidente del Consiglio a capire che non si può continuare a fare demagogia su queste questioni: o il Paese investe nelle menti dei giovani, nella loro creatività, nella loro formazione scolastica e culturale, o questo Paese è destinato a fallire e a scivolare sempre più nel profondo del Mediterraneo, invece che rimanere agganciato all'Europa, come noi vogliamo, a differenza di qualche membro del vostro Governo che vuole uscirne semplicemente per alcuni motivi contingenti, che vanno superati con l'attrezzatura diplomatica necessaria e con la capacità e l'intelligenza intuitiva che bisogna avere in questi momenti emergenziali. Mi faccio carico di dirle oggi quanto è profondo l'auspicio di una persona che viene dal mondo della cultura e della scuola a che questo Governo dimostri interesse, così come lei ha dimostrato, con senso di concretezza, a portare a termine un mandato in questo settore fatto di cose concrete, di volontà che non possono essere spianate a zero da volontà altrui. I tagli lineari sono facilissimi: l'Europa ci impone i saldi; ma un Governo deve avere l'intelligenza, l'accortezza e soprattutto il senso di responsabilità di agire là dove l'interesse nazionale è prioritario.

Credo che costruire un popolo, una Nazione, un'identità nazionale senza cultura rappresenti un fallimento generale che nessuno di noi auspica. Auspichiamo tutti il contrario, Ministro: a lei adesso spetta rimboccarsi le maniche e farsi l'attrezzatura necessaria, a livello muscolare e intellettuale, per arginare quello spettacolo che fino ad oggi abbiamo dovuto sopportare, e che mi auguro non sopporteremo più. (Applausi dei senatori Musso e Procacci).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pittoni. Ne ha facoltà.

PITTONI (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, negli ultimi anni la scarsità di risorse per lo spettacolo ha rischiato di determinare la chiusura di interi settori di attività che consideriamo strategici per il Paese.

Il disegno di legge n. 2665, di conversione del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34, provvede a incrementare, a decorrere dal 2011, i fondi a disposizione. Desidero soffermarmi su due aspetti: il Fondo unico per lo spettacolo (FUS) e le fondazioni lirico-sinfoniche. Il Fondo unico per lo spettacolo è stato istituito nel 1985 per il sostegno finanziario ad enti, istituzioni, associazioni, organismi e imprese operanti nei settori delle attività cinematografiche, musicali, di danza, teatrali, circensi e dello spettacolo viaggiante ma, nel contesto attuale, le risorse da esso provenienti rappresentano solo una parte, circa la metà, del finanziamento pubblico generale allo spettacolo dal vivo, che gode di ulteriori forme di sostegno finanziario, provenienti da Stato, Regioni e enti locali, che assumono un ruolo strategico per il supporto dell'intero settore. Al riguardo, va sottolineato che l'attività delle Regioni nel settore dello spettacolo, pur in assenza di una legislazione statale di cornice, si è sempre più sviluppata negli anni, prevedendo investimenti sul piano della progettazione, della promozione, della comunicazione e del sostegno alle diverse iniziative culturali del territorio.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 255 del 2004, ha quindi considerato possibile l'eventualità che siano le Regioni a disciplinare un settore così fortemente caratterizzato da legami con il territorio di riferimento, con riguardo al tessuto produttivo e ai potenziali fruitori dell'attività culturale, purché tale disciplina sia circoscritta all'interno di una cornice unitaria statale, garantita dal riconoscimento della riserva allo Stato della disciplina di principio.

Al di là degli attuali contributi assegnati al FUS, è auspicabile che il Governo possa promuovere l'adozione di una riforma organica del sistema di gestione e distribuzione dei finanziamenti del Fondo unico per lo spettacolo, ispirandosi ad un modello di gestione che riconosca alle Regioni un ruolo più incisivo.

Riguardo alle fondazioni lirico-sinfoniche, sono certo che convenga con noi, signor Ministro, sul fatto che l'opera lirica rappresenta in modo straordinariamente efficace la nostra identità culturale all'estero. Le fondazioni lirico-sinfoniche da sempre svolgono una funzione fondamentale, quella di mantenere vive le nostre straordinarie tradizioni musicali e di balletto. Ma le fondazioni lirico-sinfoniche vivono oggi una situazione drammatica, con spese per il personale (circa 5.500 unità) che assorbono circa il 70 per cento del finanziamento pubblico. Risultano accumulate dal settore lirico-sinfonico perdite per complessivi 250 milioni di euro, a fronte di una situazione patrimoniale che vede in molti casi eroso anche il patrimonio indisponibile, costituito dal diritto d'uso gratuito degli immobili. Elevatissimi risultano essere, inoltre, gli interessi passivi (circa 10 milioni di euro) a causa del continuo ricorso al credito bancario. Lo stesso ministro Bondi, nel depositare agli atti della 7a Commissione i dati analitici sui bilanci delle fondazioni, aveva segnalato che il deficit delle fondazioni per l'anno 2007 è di 16 milioni di euro e che esso è pari a 160 milioni di euro relativamente al periodo 2002-2008.

Esprimo soddisfazione per il sostegno che il Governo intende dare alle fondazioni lirico-sinfoniche, che la riduzione degli stanziamenti destinati alla cultura aveva messo in grave sofferenza. Auspico ora che una quota crescente del finanziamento statale sia destinata in base alla qualità delle produzioni. È altresì importante che venga incentivata un'adeguata contribuzione da parte degli enti locali, e l'introduzione di misure volte ad accrescere la produttività del settore. Dobbiamo inoltre pensare a nuove iniziative volte a favorire una maggiore stabilità del settore, tramite strumenti di finanziamento a carattere pluriennale che permettano di conoscere con il giusto anticipo le risorse a disposizione per una più corretta gestione delle stesse e prevedere la possibilità di specifici finanziamenti statali per le fondazioni (con funzione perequativa e premiante), in ragione dei risultati culturali più interessanti sul piano delle proposte, della qualità e dei progetti culturali.

È necessario mettere in campo ogni azione utile a incentivare l'intervento nel settore dei soggetti privati garantendo agevolazioni fiscali a questo tipo di contribuzioni, valorizzare le finalità e il carattere sociale delle fondazioni lirico-sinfoniche, il loro ruolo educativo verso i giovani, la loro mission di trasmissione dei valori civili fondamentali verso cui, del resto, sono sempre state orientate le nostre grandi istituzioni teatrali e culturali.

In vista del federalismo occorre prevedere, infine, l'attivazione di un percorso che coinvolga tutti i soggetti interessati, quali le Regioni, i Comuni, le Soprintendenze, le fondazioni, le organizzazioni sindacali rappresentative. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zanda. Ne ha facoltà.

ZANDA (PD). Signor Presidente, ministro Galan, le do volentieri atto della tempestività e della sollecitudine con cui lei è venuto a riferire al Senato.

Preliminarmente, però, desidero salutare - anche se oggi non è in Aula - il senatore Bondi. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Poli Bortone).

In passato, non ho fatto mistero delle mie opinioni sulla sua gestione dei beni culturali, ma oggi voglio esprimere un rispetto sincero per le sue dimissioni e, soprattutto, per la dignità con cui ha aspettato di renderle operative.

A Berlusconi serviva un Ministero per le ambizioni del molto discusso onorevole Saverio Romano e per accontentarlo ha permesso a Bondi di uscirne e a Galan di entrarvi. Il suo è un capolavoro di cinismo politico. Del resto, l'onorevole Galan già conosceva le regole di palazzo Grazioli, perché se Berlusconi non avesse avuto l'interesse di cedere la Regione Veneto alla Lega Nord, Galan risiederebbe ancora molto volentieri a Venezia.

Quello per i beni culturali è il più affascinante dei Ministeri. Immagino, quindi, che Galan si chieda quanto questa sua nuova avventura possa durare, vista la fragilità della maggioranza di cui fa parte. D'altra parte, nessuna coalizione può sopravvivere a lungo ad una politica che abbia come unico punto di riferimento l'egocentrismo del Capo del Governo.

In un Paese normale Berlusconi sarebbe già caduto molte volte. Da ultimo, per l'isolamento internazionale senza precedenti che la sua incontinenza verbale e la sua irresponsabile politica estera stanno procurando all'Italia. Ma Berlusconi si preoccupa poco di quel che pensa l'Europa perché sa, molto prosaicamente, che per lui i problemi veri vengono dai violenti contrasti interni cui anche lei, onorevole Galan, ha spesso preso parte e che stanno scuotendo una maggioranza che ormai pensa solo al dopo.

Perché sto ricordando tutto ciò a proposito dei beni culturali? Perché la precarietà politica incide necessariamente sul lavoro del Governo.

L'onorevole Galan è Ministro per i beni culturali da poche settimane, e non sarebbe corretto esprimere un giudizio su un'attività appena iniziata. Gli ricordo, però, che ci sono molti modi per fare il Ministro. Uno si basa su eventi, scoop culturali, spot televisivi, decisioni frammentate, attenzione al tornaconto politico personale del Ministro, più che alle politiche a medio e lungo termine del Ministero.

Un altro modo è fatto, invece, di analisi serie dei problemi e di iniziative a tempi medio-lunghi, il cui successo verrà colto da chi arriverà dopo di noi. Il primo metodo è quello di Berlusconi, il secondo era quello di De Gasperi.

Dalla sua informativa di poco fa, onorevole Galan, mi è sembrato che lei voglia sfidare la sua parte politica seguendo il secondo metodo. Se così sarà, noi glielo riconosceremo. Ma dalle sue interviste sulla fragilità della maggioranza ho tratto il timore che lei possa optare per una politica del giorno per giorno. Debbo, quindi, chiederle d'essere più esplicito e farci comprendere meglio quale visione la ispira e quale strategia di fondo intende mettere in atto. Di tutto i nostri beni culturali hanno bisogno fuorché di una politichetta del giorno per giorno. Sentire il nuovo Ministro per i beni culturali, forte della sua venezianità, evocare nella sua prima dichiarazione pubblica la chiusura della Festa del cinema di Roma per paura che faccia concorrenza al Festival di Venezia ha fatto temere che il collegio elettorale possa essere una priorità.

Oggi noi non abbiamo molto tempo; mi limito quindi a indicare un paio di punti sui quali il Partito Democratico valuterà il suo lavoro. Per prima cosa debbo chiederle di attenersi rigidamente al dettato di quell'articolo 9 della Costituzione che lei ha voluto ricordare: il Ministro per i beni culturali non può assistere senza reagire allo scempio dell'obbligo costituzionale di promuovere la sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Onorevole Galan, lei siede in Consiglio dei ministri ed è un autorevole dirigente del partito di maggioranza relativa; valuteremo se lei vuole solo essere Ministro per i beni culturali o se vuole anche farlo dall'impegno con cui la vedremo combattere in tutte le sedi i tagli alla scuola, all'università e agli istituti di ricerca. Infatti, come ha detto bene Antonio Paolucci, di per sé la cultura non costa niente, ma la cultura non nasce dal populismo e dalla demagogia; per produrla bisogna prima investire sulla scuola: servono cittadini formati e informati, sensibilità aperte e intelligenze mature. Per fare cultura non serve per esempio che la televisione pubblica scimmiotti quella commerciale.

Nei primi decenni del dopoguerra sono stati il vigore e la sana vivacità culturale del popolo e della borghesia italiana a produrre l'energia vitale della ricostruzione e del miracolo economico. Oggi è proprio l'assenza di solide culture civili che ha generato una società senza idee e senza iniziative, che vola basso e ha perso il senso dell'interesse generale.

Poco fa lei si è definito irritualmente Ministro della cultura.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 11,13)

(Segue ZANDA). Ecco, investire sul piano culturale e invertire questa tendenza a volare basso è la sua prima responsabilità, onorevole Galan, e non credo proprio che a questo fine possa servirle l'innalzamento della soglia per le trattative private che poco fa ha evocato.

Quando il senatore Bondi venne nominato Ministro non poteva conoscere quale trattamento Tremonti avrebbe riservato alla cultura italiana, ma lei, onorevole Galan, è venuto dopo e l'esperienza di Bondi dovrebbe averla messa in guardia. Le chiediamo, quindi, di dirci con più precisione di quanto abbia fatto stamattina cosa dobbiamo aspettarci per i prossimi anni in termini di finanziamenti pubblici alla cultura.

Nella Regione Marche, la delega ai beni culturali è ad interim dell'assessore al bilancio Pietro Marcolini che, immagino, userà molta prudenza nei tagli ad un settore di cui lui stesso ha la responsabilità. Onorevole Galan, vorremmo non dover rimpiangere che l'interim dei Beni culturali non sia stato assegnato a Tremonti.

L'articolo 9 della Costituzione prevede anche che la Repubblica tuteli il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Veniamo da decenni di violenta aggressione nei confronti dei nostri beni storico-artistici, che non solo sono unici al mondo, ma anche fortemente inseriti nel territorio e nel paesaggio urbano e naturale. Questo ricchissimo insieme è la più rilevante caratteristica del nostro patrimonio; pensare di poterlo tutelare indipendentemente dalla difesa dell'ambiente è una corbelleria assoluta.

Coerenza con il dettato costituzionale vorrebbe che i beni culturali e l'ambiente fossero riuniti in un unico Ministero, ma non è così. Lo sdoppiamento rende assolutamente necessaria una seria collaborazione tra lei e il ministro Prestigiacomo. Serve che sappiate operare come un unico grande Ministero.

A lei in particolare, ministro Galan, chiedo di considerare la tutela e la salvaguardia dei beni culturali un tutt'uno con la difesa dell'ambiente. Il senatore Bondi aveva promosso una interessante iniziativa legislativa in materia di qualità architettonica, alla quale in Senato l'opposizione aveva fattivamente collaborato. La 7a Commissione permanente ne ha terminato l'esame con soddisfazione di maggioranza ed opposizione. Segnalo al presidente Schifani come da più di un anno il disegno di legge attenda il parere della 5a Commissione. Non stupiamoci, anche dopo questo esempio, se all'Aula del Senato mancano provvedimenti sui quali deliberare.

In conclusione, ministro Galan, ho un'ultima richiesta da farle. Le chiedo di difendere con tutte le sue forze il personale e le competenze delle Soprintendenze, dell'Istituto centrale del restauro, dell'Opificio delle pietre dure e dell'Istituto di patologia del libro. Lei ha dichiarato e ribadito anche questa mattina di aver trovato ai beni culturali grandi professionalità. La sua opinione mi fa sperare che si arresti il progressivo impoverimento dello straordinario capitale umano del suo Ministero. Quando nel luglio del 2008 il Governo sottrasse ai Beni culturali 1,2 miliardi di euro, pochi compresero che con quella decisione non solo si ponevano le premesse del blocco delle azioni di prevenzione, tutela e restauro del nostro patrimonio culturale e dei più delicati siti archeologici del Paese, ma si accelerava anche la delegittimazione delle Soprintendenze. Le Soprintendenze hanno costituito per decenni un corpo tecnico dello Stato di altissima specializzazione che tutto il mondo ci invidiava. Con la deriva delle privatizzazioni, il blocco dei concorsi, l'immissione dei commissari, si sono mortificati il loro ruolo e le loro funzioni. L'effetto indotto di questi processi è stata la sempre più vistosa intromissione del potere politico nelle attività dei soprintendenti. Capita così che soprintendenti di delicatissime aree archeologiche, già privi di sostegno finanziario, senza personale e con collaboratori sempre più anziani, sono stati di fatto esautorati dalle loro funzioni da prefetti in pensione e da funzionari della Protezione civile elevati al rango di commissari.

Ben venga la ricerca di finanziamenti privati, che lei ha annunciato quest'oggi, ma a patto che i piani di manutenzione programmata anch'essi annunciati vengano gestiti, amministrati e strutturati da qualificati soprintendenti non condizionati dalle esigenze del mercato.

Ho registrato, ministro Galan, alcune sue dichiarazioni di tono diverso rispetto allo stile dozzinale cui ci ha abituati il Governo di cui lei fa parte. Aspetto di vederne le conseguenze. (Applausi dal Gruppo PD).