RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente NANIA
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,32).
Si dia lettura del processo verbale.
STIFFONI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 7 aprile.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,33).
Informativa del Ministro per i beni e le attività culturali sulle linee programmatiche del suo Dicastero e conseguente discussione (ore 09,33)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro per i beni e le attività culturali sulle linee programmatiche del suo Dicastero».
Ha facoltà di parlare il ministro per i beni e le attività culturali, dottor Galan.
GALAN, ministro per i beni e le attività culturali. Signor Presidente, onorevoli senatori, poiché siamo in un periodo dove è molto più semplice sottolineare ciò che divide piuttosto che ciò che unisce, preferisco partire dall'articolo 9 della Costituzione che, come è noto, recita: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio storico e artistico della Nazione». Non mi risulta che nessuno abbia mai pensato di mettere in discussione questo articolo. È una sorta di philosophia perennis: per mutare questo articolo bisognerebbe prima mutare i connotati del nostro Paese. Questo articolo chiama la Repubblica alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale in modo non equivocabile e, quindi, rappresenta una piattaforma programmatica ineludibile per qualsiasi schieramento politico. Ci si può e ci si deve dividere sulle modalità con le quali dare corso a questa parte del dettato costituzionale, ma la sostanza rimane un imperativo per tutti.
Concentrerò, quindi, il mio programma del Ministero per i beni culturali in poche parole; come dire, meno retorica e più sostanza. È certo che ciò che va fatto per la cultura in Italia o lo si fa tutti insieme o non riuscirà a farlo nessuno. Vi sono altri settori dell'attività politica dove si possono realizzare cose egregie anche senza la sempre auspicabile partecipazione di tutti. Non è il caso della cultura. La cultura, infatti, non è solo ciò che si riesce a fare; è anche ciò che un Paese riesce a trasmettere come propria identità. Non mi riferisco alla necessità di una sorta di omogeneizzazione di tutto e di tutti per parlare con una voce unica, ma piuttosto alla necessità che occorre lavorare per lo stesso obiettivo, facendo cose diverse, pensandola in modo diverso, aspirando anche in modo competitivo a perseguire obiettivi diversi, utilizzando mezzi e strumenti diversi, esprimendo le impostazioni culturali più diverse, ma sapendo che stiamo lavorando nella diversità per un obiettivo comune.
L'Italia per crescere deve contare sulla sua autentica natura; deve saper investire e impegnarsi su ciò che le è più proprio. La cultura è la benzina che ha reso unico il nostro Paese, il settore che più ci ha arricchiti e fatto crescere nei millenni. Investire in questo campo non è indispensabile, è fondamentale. Occorre dunque, prima di tutto, utilizzare fino in fondo le risorse a disposizione. Non servono più soldi, ma è necessario acquisire la necessaria capacità di spenderli. Quando si vuol fare una cosa e se ne ha la capacità, i soldi si trovano. Un esempio su tutti, Pompei. Proprio ieri mi sono recato presso l'area archeologica e ho provato una grande gioia e un profondo orgoglio per questo simbolo dell'Italia, ma anche rabbia, perché esso soffre di una carenza di utilizzazione dei fondi europei a disposizione. Il quadro delle risorse comunitarie per il Sud Italia per il 2007-2013 (e siamo nel 2011) prevede un totale di risorse pari a 34 miliardi e 99.000 euro disponibili, divise ovviamente nelle varie linee di intervento. Di queste, solo il 16 per cento è stato programmato, e solo il 9 per cento è stato speso; per parlare chiaro, vi sono ancora più di 31 miliardi di euro da investire. Ecco perché è importante ma non esclusiva la progressiva crescita dell'impegno economico dello Stato in questo settore.
Voglio anche rilanciare l'intuizione che portò il mio predecessore Giuliano Urbani a costituire Arcus spa. Ogni intervento infrastrutturale ha, inevitabilmente, delle conseguenze sul contesto paesaggistico in cui insiste e, talvolta, persino sul patrimonio culturale circostante. Arcus fu pensata come strumento di compensazione a tali conseguenze, ma poi il lungo protrarsi della mancanza di un regolamento, il commissariamento e l'incertezza sulle risorse ne hanno appannato la missione. Per questo proporrò che Arcus possa fare affidamento sul 3 per cento di tutti gli stanziamenti statali destinati ai lavori relativi a infrastrutture strategiche e a insediamenti produttivi. In questa linea di direzione intendo proporre a breve che gli introiti dei musei e dei siti archeologici statali rimangano al Ministero per i beni e le attività culturali. Pertanto, mi impegnerò a eliminare una norma della legge finanziaria del 2008, l'ultima del Governo Prodi, che vieta la riassegnazione al Ministero dei proventi della bigliettazione dei musei, dei servizi aggiuntivi, dei fondi Lotto e perfino delle stesse elargizioni liberali. Tale norma, di fatto, ha ridotto di più del 50 per cento negli ultimi anni queste importanti fonti di finanziamento nell'azione di tutela del Ministero. (Commenti della senatrice Garavaglia Mariapia).
Inoltre, voglio ribadire l'obiettivo di incrementare il coinvolgimento economico dei privati, cittadini e aziende, anche perfezionando, migliorando e semplificando il sistema degli sgravi fiscali, sull'esempio di quanto già accade nel mondo, in Europa in particolare, e in Francia in special modo. Intendo anche ribadire quanto sia fondamentale puntare a progetti realizzabili insieme ai privati, del terzo settore, del no profit, delle imprese. La sussidiarietà orizzontale non è uno slogan o una previsione astratta che resta scritta come lettera morta nell'articolo 118 della Costituzione. Al contrario, è una linea di fondo delle dinamiche del nostro Paese, che si caratterizza proprio per la sempre più larga e responsabile partecipazione dei privati - singoli, ma soprattutto nelle forme associative libere - alla cosa pubblica, alla gestione, alla valorizzazione e alla cura del nostro patrimonio culturale. Dovranno, naturalmente, restare ben ferme le garanzie di qualità tecnico scientifica che presidia le attività di tutela del patrimonio, garanzie che si concretizzano e si attuano nello straordinario patrimonio di conoscenza e di saperi delle nostre Soprintendenze, degli uffici tecnici del Ministero che da decenni assicurano livelli di assoluta eccellenza.
Vorrei adesso svolgere delle considerazioni su alcune tematiche specifiche che mi sembra si pongano all'attenzione con particolare urgenza. In tema di tutela e di valorizzazione del patrimonio culturale, io credo sia importante che il codice di settore, varato nel 2004 con l'allora ministro Giuliano Urbani, non solo venga conservato, ma possa trovare piena e più compiuta attuazione. Si tratta di un corpus normativo che, pur con i necessari ammodernamenti ed aggiornamenti, ha mantenuto intatta la struttura logica portante del sistema di tutela, frutto di un'ormai secolare tradizione giuridica - consacrata nell'articolo 9 della Costituzione - che ha fatto scuola nel mondo e costituisce una solida base costruita sull'elaborazione giuridica di valori fondamentali ampiamente condivisi nella nostra società.
Nelle complesse tematiche legate alla tutela del patrimonio, intendo valorizzare le grandi potenzialità tecnico-scientifiche espresse dal Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, organo di alta consulenza che può e deve contribuire alle scelte strategiche del Ministero, creando ed affiancando anche un Consiglio dei giovani in cui inserire i migliori laureati italiani in beni culturali. Nello svolgimento delle funzioni di tutela vorrei che il ruolo e l'azione dei soprintendenti fossero percepiti sempre più come garanzia di qualità dello sviluppo. Il soprintendente è uno degli attori principali della garanzia che lo sviluppo vada nella giusta direzione, nel rispetto del nostro patrimonio culturale.
Il Ministero che ho l'onore di guidare non dovrà essere vissuto dal mondo delle imprese come la burocrazia che dice sempre no, ma come un servizio di qualità, che aiuta ed assiste nella ricerca delle soluzioni giuste ed equilibrate, che garantisce le condizioni di uno sviluppo vero che metta a frutto e accresca la nostra ricchezza culturale senza rovinare la bellezza dei nostri territori. In quest'ottica intendo mantenere e dare impulso alla forte accelerazione già impressa dal mio predecessore, Sandro Bondi, nel completamento delle procedure di VIA e delle altre procedure autorizzatorie. Intendo inoltre proporre in Parlamento il varo di alcune semplici norme per migliorare la capacità di spesa del Ministero ed il rapido affidamento dei lavori di recupero e manutenzione. In particolare, nel quadro delle iniziative del Governo per il rilancio della competitività e della crescita, proporrò una modifica al codice dei contratti pubblici, per innalzare la soglia della trattativa privata riguardo ai lavori sui beni culturali da 500.000 euro ad 1,5 milioni di euro. In tal modo vorrei creare le condizioni perché gli interventi possano essere assicurati con adeguata tempestività, evitando - per restauri di non grande dimensione economica, ma importanti per l'efficacia della tutela - le lungaggini e gli appesantimenti inutili delle procedure di gara, pur nel rigoroso rispetto dei canoni di trasparenza e di imparzialità nell'utilizzo del denaro pubblico: 15 anni di presidenza alla Regione Veneto testimoniano in tal senso.
Un tema che dovrà trovare presto una soluzione è rappresentato poi dalla disciplina del riconoscimento della qualifica di restauratore. Al riguardo, condivido l'impostazione del codice, che fa del restauratore una figura professionale di eccellenza, ma credo che debbano ricercarsi in Parlamento, a livello normativo, soluzioni equilibrate (e condivise tra maggioranza e opposizione) della complicata vicenda del regime transitorio, tali che siano tenute in debito conto le esperienze lavorative e formative seriamente compiute, ma sia nel contempo garantita l'effettiva qualità della selezione.
In materia di tutela e valorizzazione dei beni archeologici, ho dato disposizione agli uffici per pervenire rapidamente alla definizione delle linee guida operative di attuazione dell'archeologia preventiva. Si tratta di una grande opportunità per la conoscenza del patrimonio archeologico e, al contempo, per l'accelerazione della realizzazione delle grandi opere infrastrutturali, come le metropolitane, le autostrade, le linee ferroviarie, per evitare ritardi eccessivi nell'esecuzione dei lavori. Dovranno altresì essere approntate - ed è già in corso il lavoro di un apposito gruppo di studio con le autonomie territoriali - adeguate linee guida per la gestione dei parchi archeologici.
In materia di paesaggio intendo orientare la mia azione di governo ai seguenti criteri guida: condivisione e partecipazione paritaria con le autonomie territoriali nella missione di tutela e valorizzazione del paesaggio, sia nella fase dell'individuazione dei beni paesaggistici, che in quella della pianificazione, del controllo e della gestione dei vincoli stessi. L'articolo 9 della Costituzione assegna alla Repubblica e, dunque, per l'articolo 114, allo Stato, alle Regioni, alle Province e ai Comuni, questa fondamentale funzione. La compartecipazione paritaria deve però avvenire nel rispetto dei ruoli, non a caso diversificati dalla legge. Il principio di sussidiarietà verticale (il cosiddetto principio di prossimità), per cui è meglio il livello di governo più vicino ai cittadini, vale soprattutto per l'amministrazione che eroga beni e servizi, ma non sempre va bene anche per l'amministrazione di tutela. Si deve poter dire, in alcuni casi, dei no, o si devono porre dei limiti ai diritti individuali al fine di tutelare l'interesse generale, sicché può essere preferibile che essa si collochi ad un livello distinto e indipendente dagli interessi locali. Il ruolo delle Soprintendenze statali, dunque, resta, in questo quadro, indefettibile. D'altra parte il paesaggio, pur essendo un bene di centrale importanza per le popolazioni che vi sono stanziate (come recita la Convenzione europea di Firenze dell'anno 2000), non esaurisce la sua rilevanza in ambito esclusivamente locale, poiché i paesaggi italiani protetti sono patrimonio della Nazione e la loro sorte non può essere decisa solo a livello locale. Da questo punto di vista, intendo sicuramente favorire e condividere nel Governo le giuste esigenze di semplificazione e accelerazione delle procedure di autorizzazione, ma a condizione che esse non si traducano in uno svuotamento dei controlli e non mirino a ridurre la tutela a pura finzione formale. Io credo in un metodo di semplificazione ragionata e razionale, che elimini il troppo e il vano delle procedure, ma faccia salva la sostanza di una funzione di tutela effettiva ed efficace.
Un obiettivo fondamentale che intendo perseguire con decisione è quello di pervenire finalmente al varo dei nuovi piani paesaggistici regionali, definiti d'intesa con lo Stato, in modo da stabilire regole certe e condivise per i cittadini circa le trasformazioni del territorio compatibili con la tutela del paesaggio. Il Ministero ha avviato il processo di pianificazione congiunta con le Regioni. Ha stipulato numerosi protocolli d'intesa per la redazione congiunta dei nuovi piani paesaggistici (Veneto, Abruzzo, Umbria, Piemonte, Campania). È in corso il lavoro di predisposizione di questi piani, che dovranno infine essere approvati con un accordo conclusivo. Finora, però, per vari motivi che voglio approfondire e per diversi problemi che desidero risolvere, non si è ancora pervenuti alla definizione di questi nuovi piani, che potrebbero semplificare, e di molto, le problematiche attuali della materia.
Sul versante della valorizzazione del patrimonio culturale, vorrei richiamare l'attenzione sulla sempre più diffusa consapevolezza del fatto che l'abbinamento tra cultura e turismo culturale può rappresentare un fattore decisivo per affrontare le emergenze economiche e contribuire anche alla creazione di reddito e di nuovi posti di lavoro, in relazione a una fase storica in cui la domanda di cultura registra un continuo aumento presso il pubblico di tutto il mondo ed i settori economici legati all'offerta culturale intravedono prospettive di crescita superiori alla media e solidamente ancorate alla portata del grande valore del patrimonio comunicato. In proposito, mi impegnerò a migliorare la qualità dell'offerta e dei servizi nei luoghi di cultura statali e a promuovere in Italia e all'estero le iniziative culturali organizzate dal Ministero.
Per quanto riguarda l'archeologia, mi riprometto di rafforzare e migliorare la catalogazione dei reperti conservati nei depositi dei musei, in modo da rendere pienamente fruibile questo immenso patrimonio culturale e migliorare i livelli di gestione e di conservazione delle aree archeologiche e del restauro monumentale, in particolare a Roma e nell'area vesuviana.
Ho disposto la costituzione di un'apposita unità operativa, con la partecipazione degli uffici di mia diretta collaborazione, che identifichi a breve le modalità operative e una tempistica certa per l'attuazione della norma su Pompei, attraverso la redazione e approvazione del programma degli interventi e la definizione dei rapporti con la Regione Campania per assicurare l'attrazione di eventuali altri fondi europei nel più ampio contesto del Piano per il Sud promosso dal ministro Fitto, che qui ringrazio insieme al commissario europeo Johannes Hahn per aver individuato nelle riserve finanziarie un investimento importante per avviare un'autentica rivoluzione nell'area degli scavi di Pompei. Risorse queste che potranno essere ben impiegate grazie ai poteri concessi al soprintendente degli scavi e alla costituzione di un gruppo di intervento composto da archeologi, architetti, operai specializzati, misure tutte previste dal decreto. Intendo inoltre valorizzare una norma che facilita le sponsorizzazioni, già contenuta nel decreto-legge, in modo da consentire alle imprese, ai cittadini, a chi lo desideri di adottare il restauro di domus pompeiane e di altri monumenti archeologici dell'area.
Ritengo importante richiamo alle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Rivolgo sin d'ora al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano un sentito ringraziamento per lo spirito con cui sta onorando questa ricorrenza. e annuncio che sarò sempre al suo fianco in ogni possibile occasione. Presto riunirò il comitato dei Ministri per fare il punto della situazione e capire quali siano ancora le necessità. Sulla base delle evidenze presenterò in seno al CIPE la richiesta per le risorse necessarie ad ultimare il programma delle infrastrutture, che comprende opere importantissime come il Palazzo del cinema al Lido di Venezia, l'Auditorium di Firenze, il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria; in quella sede richiederò inoltre i fondi necessari alla realizzazione della «Grande Brera» a Milano, permettendo al commissario di proseguire il suo operato dopo il primo, importante risultato raggiunto grazie all'intesa con il Ministero dell'istruzione, il Ministero della difesa e il Comune di Milano.
Lo spettacolo nelle sue varie articolazioni quale componente imprescindibile della nostra produzione culturale ha una importanza fondamentale nella formazione e conservazione della nostra identità culturale: teatro, musica e cinema fanno parte della vita di ciascuno di noi e ci aiutano a vivere meglio, sia come individui che come popolo. Oltre questo, lo spettacolo è parte integrante dell'economia della creatività, il cui ruolo è importante anche sotto il profilo strettamente economico e dal punto di vista delle potenzialità di sviluppo. Tutto lo spettacolo, con diverse sfumature, è un equilibrio delicato tra creazione culturale e produzione economica.
Passando al settore cinematografico, il rinnovo delle agevolazioni fiscali fino al 31 dicembre 2013 ed il rifinanziamento del Fondo unico per lo spettacolo consentono di dare un quadro certamente più confortante di qualche settimana fa, anche se le risorse disponibili non sono al momento sufficienti per finanziare le varie linee di intervento: in questo momento, ed anche per queste ragioni, sono sospesi i decreti tecnici relativi ai contributi percentuali sugli incassi, quelli alla promozione, quelli alla produzione cinematografica, quelli all'esercizio cinematografico e ai premi di qualità. Occorre velocemente riformularli, continuando a confrontarci con le associazioni di categoria, alla luce delle risorse effettivamente disponibili. L'aspetto economico e produttivo, quindi, è importante, ma al Ministero per i beni e le attività culturali l'aspetto economico interessa quale mezzo per agevolare la produzione culturale; una struttura economica solida dei settori non è un obiettivo, dal nostro punto di vista, è molto di più: è uno strumento, un prerequisito per assicurare al nostro Paese un adeguato livello di produzione culturale. È dunque questo l'obiettivo del Ministero per i beni e le attività culturali, la sua missione: favorire, anche attraverso l'oculata concessione di contributi finanziari, un'offerta culturale adeguata dal punto di vista quantitativo e qualitativo e coerente con la storia e la tradizione del nostro Paese.
Un Governo può essere o non essere apprezzato dalla comunità intellettuale o dalla sua parte maggioritaria, in un paese. Ma non si arriva da nessuna parte, se la politica da un lato e la comunità intellettuale dall'altro si fanno la guerra. Questo vale ancora di più se consideriamo un Paese nel contesto internazionale.
La politica senza comunità intellettuale perde di spinta ideale; la comunità intellettuale senza la politica perde una possibilità in più di far diventare concrete le sue proposte.
Si dice che in Italia la cultura sia monopolio della sinistra; si dice anche che questa costituisca una sorta di egemonia frutto di una riuscita attuazione della profezia gramsciana dell'auspicata conquista delle cosiddette casematte. Se ne potrebbe discutere sia nel merito che per quanto riguarda le origini.
Per il Ministro della cultura, in qualche modo e in una certa misura, questo che potrebbe risultare un ostacolo insormontabile deve essere in qualche modo superato. Non può essere superato auspicando trasformismi culturali impensabili; non può essere fatto chiedendo a questa parte dell'intellighenzia italiana di sposare le tesi e la storia culturale di un Ministro del centrodestra, che proviene da una storia culturale e politica liberale, e non può essere fatto neanche chiedendo un'adesione preconcetta al programma di governo del Ministro. Certamente, invece, può essere fatto chiedendo - almeno - che per difendere le proprie posizioni e idee non si arrivi a episodi di vero e proprio autolesionismo nazionale. Non chiedo altro che un dibattito franco e aperto, disponibile a salvare ciò che c'è da salvare in quanto di interesse nazionale; poi ognuno tornerà sulle proprie posizioni e le difenderà, com'è giusto che sia.
Può ipotizzarsi un momento nazionale di chiamata a raccolta di tutti coloro che vogliano o debbano occuparsi della cultura italiana, della sua conservazione e del suo sviluppo, per poter fare una rassegna che faccia il punto su tutti gli aspetti critici e definisca per la parte restante di questa legislatura una scala di alcune priorità, possibilmente condivise, ma soprattutto raggiungibili? Chiedo questo perché sono convinto che non basti il dibattito all'interno dei partiti e nelle Aule parlamentari.
Occorre un momento più importante di chiamata a raccolta, nell'occasione del 150° anniversario dell'Unità del nostro Paese, di tutti coloro che vogliono dare un contributo, segnalare una criticità, indicare una via, proporre modalità di reperimento di risorse. Senza esagerare, io credo che in Italia sia arrivato il momento in cui è necessaria una sorta di piano rooseveltiano della cultura. E lo dico perché, quando in un Paese c'è di mezzo qualcosa di fondamentale, questo non può che essere perseguito chiamando a raccolta e coinvolgendo tutti, ascoltando, vagliando, condividendo ove possibile, e decidendo. Come si fa a far rinascere la cultura senza l'impegno degli enti locali, degli operatori del settore, di coloro che a vario titolo operano nel settore culturale, di tutti coloro che conservano il nostro patrimonio, di tutti coloro che fanno spettacolo, ricerca e cultura in senso generale? Non so se tutto questo è un sogno e basta: ho pensato molto a cosa dire in questa Aula e alla fine ho deciso che non potevo non chiamare a raccolta tutti.
Mentre mi accingo a prendere su di me questo compito - lo so bene - assai grave e difficile, ho ben chiara la natura ultima della missione del Ministero per i beni e le attività culturali. Essa consiste nel restituire l'Italia agli italiani, nel restituire loro una conoscenza, un'esperienza viva, un'interazione intellettuale ed emotiva con il retaggio dei nostri padri. È per questo che sono convinto che, prima e più ancora che sui cosiddetti grandi eventi, troppo spesso spersonalizzanti e prodotti in serie come format televisivi, il Ministero debba concentrarsi sul patrimonio. Non sull'effimero quindi, ma sul permanente. Non sulla distrazione, ma sulla concentrazione delle forze, delle risorse e del pensiero. Un grande storico italiano dell'arte, Roberto Longhi, ha scritto che «ogni italiano dovrebbe imparar da bambino la storia dell'arte come una lingua viva, se vuole aver coscienza intera della propria Nazione». Ebbene, a noi spetta proprio questo alto compito: far sì che un italiano, di ogni regione e di ogni livello sociale e culturale, torni a sentire come proprio il patrimonio ereditato dai padri. Se vogliamo che gli italiani tornino ad esercitare davvero la loro piena sovranità di cittadini, dobbiamo aiutarli a riappropriarsi delle loro chiese, delle loro piazze, delle loro campagne, di un Paese la cui unicità consiste nella densità di un patrimonio artistico diffuso, inestricabile dal paesaggio urbano e naturale, in cui è andato infinitamente stratificandosi, in millenni di storia gloriosa.
Il Ministro per i beni culturali sente su di sé la responsabilità di far rivivere il teatro, la musica, il cinema, di tutelare e valorizzare i musei, i siti monumentali, le biblioteche gli archivi e ogni altro serbatoio di cultura e memoria. Ma sente soprattutto la responsabilità di far conoscere, di difendere e di far respirare un organismo vivo, un ambiente culturale in cui la natura e l'arte sono state tanto unificate dalla storia da non potersi salvare l'una senza l'altra. Quell'organismo è insieme il corpo e l'anima della Patria. Quell'organismo è l'Italia. (Applausi dal Gruppo PdL, dei senatori Molinari e Garavaglia Mariapia e dai banchi del Governo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro per i beni e le attività culturali.
È iscritto a parlare il senatore Giambrone. Ne ha facoltà.
GIAMBRONE (IdV). Signor Presidente, signor Ministro, ho ascoltato con grande attenzione le sue parole e la ringrazio di essere questa mattina in Aula in occasione della sua informativa con riferimento alle linee programmatiche del suo Dicastero. Ho apprezzato anche nel suo intervento il riferimento all'articolo 9 della Costituzione. Sa, signor Ministro, in un momento di grave emergenza democratica, di grave emergenza culturale, che lei abbia fatto riferimento all'articolo 9 della Costituzione è un fatto che registriamo positivamente, perché il dettato costituzionale contiene princìpi e valori di riferimento molto importanti. In verità, signor Ministro, nei giorni scorsi più volte abbiamo chiesto di averla in 7a Commissione al Senato, proprio perché pensavamo di affrontare insieme a lei alcuni provvedimenti che sono all'esame della Commissione, per confrontarci e per avere un'occasione di entrare nello specifico di singoli provvedimenti che riguardano il suo Ministero. Lei ha però ritenuto di non doversi presentare, chiedendo al suo Sottosegretario di rappresentarla: onestamente, ne converrà, non è un bell'inizio nei rapporti tra il Governo che lei rappresenta e il Senato della Repubblica, e i componenti della 7a Commissione permanente. Ci auguriamo che lei dedichi molto del suo tempo a confrontarsi con la Commissione.
È il momento in cui non bastano più le parole generiche e le buone intenzioni: è necessario cambiare rotta, e lei, signor Ministro, deve convincerci che proprio lei non è tra le menti pensanti della maggioranza secondo cui la cultura è altra cosa o secondo cui la cultura non porta pane, come qualche esponente della sua maggioranza ha sostenuto!
Certamente, per chi non ce l'ha, non porta saggezza e lungimiranza. Spesso i titoli non servono quando si accompagnano ad un vuoto per nascita o per vocazione, ma il buon senso serve sempre e, a nostro avviso, colma qualche lacuna.
Lei, voglio dirglielo, signor Ministro, ha un grande vantaggio: non potrà far peggio del suo predecessore, sarà molto difficile, quasi impossibile; però deve fare meglio e non le sarà altrettanto facile, perché, vede, lei opera all'interno di un contesto che appare, se non nemico della cultura, in tutte le sue sfaccettature, quantomeno distratto e assai disattento. E una ragione c'è. Quando ai giovani si offrono modelli improntati alla mercantilizzazione della politica - per cui ogni cosa e ogni individuo hanno un prezzo - e alla mercificazione dei corpi, è improbabile che contemporaneamente si abbia un'idea di cultura e di politica culturale di un Paese. Quando il messaggio di un Governo e di una maggioranza è quello che il diverso da noi è un limite, un rischio, un intruso che va ributtato a mare o rispedito oltre le nostre frontiere, vuol dire che nemmeno si ha una pallida nozione di integrazione culturale e delle sue politiche. Avere una politica della e sulla cultura significa avere un'idea di Nazione, ma anche avere un'idea di Europa, un'idea di mondo.
Questo è il tema vero, e questo è il vero dramma. Cultura è quell'insieme complesso che include il sapere, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume. È tutto il nostro passato, signor Ministro, è tutto il nostro futuro. Non possiamo certamente dire il nostro presente, perché rischieremmo critiche ben fondate.
Viviamo un presente, nel nostro Paese, molto lontano dai parametri culturali che hanno fatto grande l'Italia nel mondo. Ma lei, signor Ministro, incontrerà un'altra difficoltà non da poco. Sa perché non siamo molto fiduciosi che lei farà meglio del suo predecessore? Perché l'approccio ai diversi mondi della cultura (il cinema, il teatro, la poesia, l'archeologia, la musica, la letteratura) lo si vede da come un Governo si pone di fronte al tema della scuola e dell'università. È difficile credere, quando si sta sistematicamente distruggendo la scuola statale (che è qualcosa di diverso e di più della scuola pubblica) e l'università, che si abbia la volontà di porre al centro del programma di governo la cultura.
Noi crediamo molto nell'azione corale, signor Ministro. È per questo che crediamo debba discuterne con la sua collega onorevole Gelmini, un po' improvvisata nella sua azione troppo accondiscendente ai voleri del Premier, che considera la scuola statale un covo di comunisti e gli insegnanti dei sovversivi che deviano i nostri giovani. Guardi se riesce a superarla, ma non nello sfascio ulteriore, signor Ministro. Noi osserveremo, valuteremo e saremo sicuramente presenti. Ripeto, peggio non potrà fare, ma noi, il Paese, non può accontentarsi di ciò.
Poi, signor Ministro, dovrà vedersela con il ministro Tremonti, cui piacciono tanto i tagli lineari e la cui scure ha preso di petto proprio la cultura. Tagli micidiali che, seppur lui non fosse tra coloro che pensano che la cultura non porta pane, fa pensare esattamente che lo sia. Altrimenti, caro Ministro, il presidente Berlusconi, i ministri Gelmini e Tremonti, l'intera maggioranza penserebbero che non solo senza una politica culturale non c'è identità nazionale - lo ha detto anche lei nel suo intervento - e futuro, ma si perderebbero innumerevoli occasioni di lavoro.
Siamo capaci di cogliere questo messaggio? Siamo capaci di cambiare rotta? Ogni euro investito sulla cultura si moltiplica in modo esponenziale producendo migliaia e migliaia di posti di lavoro. Noi ne siamo fermamente convinti. La cultura porta ricchezza, ricchezza anche spropositata.
Certo, occorre una politica della cultura che, per esempio, non preveda il crollo dei resti di Pompei (è solo un esempio); significa interagire con i grossi gruppi finanziari ed economici italiani, europei e mondiali, che credono ancora che l'Italia sia la culla della cultura nel mondo e che sarebbero ben disposti a dar luogo a sponsorizzazioni e a interagire con le autorità italiane per non fare scomparire Venezia o i siti del cinema italiano. Anche in questo caso ho fatto solo degli esempi, signor Ministro. Speriamo non abbiate in mente di fare altri tagli, ma lo vedremo.
Solo in Italia, in Italia soltanto, signor Ministro, quando si taglia si toccano scuola, università, ricerca e cultura. Noi ci vergogniamo! Solo in Italia non si comprende, da parte di questo Governo e di questa maggioranza, che tagliare nei settori che ho citato è come tagliare il ramo su cui si è seduti. In tutti gli altri Paesi dove la crisi non è stata e non è meno grave di quanto lo sia stata e lo è per noi, i vari Governi non si sono sognati neanche lontanamente di effettuare tagli alla cultura, bene primario per far crescere la civiltà di un popolo.
Il vostro Governo, invece, figlio della subcultura delle barzellette del Premier, ha effettuato tagli pesanti, e oggi con il parziale ripristino del FUS pensate di aver risolto il problema. È certamente un passo in avanti. Contestiamo però il fatto che il Governo non sia stato in grado di finanziare questo ripristino con la fiscalità generale, ma abbia dovuto mettere le mani nelle tasche dei cittadini con un'imposta di scopo sulla benzina per cui, in sostanza, i tagli di bilancio restano.
Le nostre preoccupazioni sono ancora forti. Non solo la cultura non porta pane, ma lo toglie a chi l'aveva. In questi mesi, signor Ministro, centinaia di artisti italiani e di lavoratori del mondo dello spettacolo, insieme a tantissimi rappresentanti di istituzioni culturali private e pubbliche del nostro Paese, hanno manifestato - lei lo sa bene - e sottoscritto appelli accorati al Governo affinché provveda celermente, anche attraverso nuove regole, al sostegno e allo sviluppo dello spettacolo italiano. Più volte in questi mesi il Capo dello Stato ha voluto far sentire la sua voce preoccupata per sottolineare quanto la cultura e lo spettacolo debbano essere tenuti in considerazione nell'azione di governo.
Purtroppo in Italia il tema di fondo resta quello di una sostanziale debolezza e marginalità delle politiche culturali e di una subalternità di queste nei confronti delle politiche economiche e di bilancio. Mai si era arrivati ad una situazione così grave da mettere seriamente in discussione la sopravvivenza di tantissime istituzioni di spettacolo in tutta Italia, né si era arrivati ad una così ingiustificata riduzione delle risorse disponibili in uno dei settori che hanno fatto grande il nostro Paese, come diceva anche lei nel suo intervento.
La musica, l'opera, la prosa, il cinema, la danza hanno arricchito questo Paese; le fondazioni lirico-sinfoniche, le orchestre, i cori, le associazioni concertistiche e i teatri stabili di prosa, il grande mondo del cinema e il grande mondo della danza hanno offerto un contributo straordinario al livello culturale e dell'economia del nostro Paese. Come si fa a non tener conto di tutto ciò? Mentre negli altri Paesi europei le politiche culturali rappresentano per i Governi uno strumento importante di investimento e di crescita della collettività, in Italia questo non accade, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Se si spengono le luci di un teatro, signor Ministro, o le luci di una ribalta, quando i sipari resteranno chiusi e le cineprese spente, vuol dire che il Paese sta morendo. Che è già morto.
Signor Ministro, lo diciamo con grande chiarezza: deve partire una nuova stagione in cui le politiche pubbliche devono assumere il tema della cultura come elemento centrale di attenzione per l'azione di governo; una nuova stagione con un nuovo passo in cui l'intervento pubblico nel settore della cultura, della musica lirica e sinfonica, della prosa, della danza, del cinema deve essere considerato un vero investimento. Questa è una scommessa: ne siamo capaci? Noi non ci tireremo indietro.
Occorre prevedere risorse adeguate e risorse certe - la certezza delle risorse è fondamentale per l'azione di un Governo che vuole investire nella cultura - per permettere una programmazione seria e di qualità. L'elemento legato alla esiguità delle risorse investite rappresenta un indice evidente di sottovalutazione dell'importanza delle politiche culturali in Italia. Assai diverso quello che è accaduto in altri Paesi: Francia, Germania e Stati Uniti hanno scelto di puntare in maniera decisa sul sostegno della cultura come argine contro la crisi economica e finanziaria, attraverso il sostegno alla creatività artistica, individuata come uno dei futuri motori privilegiati per lo sviluppo.
Mi auguro, signor Ministro, che non solo lei lo comprenda (perché, con tutto il rispetto, non basta che lo comprenda solo lei): speriamo che lo comprenda tutto il Governo di cui lei fa parte, e che finora non lascia bene sperare. Signor Ministro, registriamo positivamente l'appello ad agire insieme; per quanto ci riguarda, non ci tireremo indietro, ma lei si renderà conto che in questi anni i nostri appelli accorati mai sono stati raccolti. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Colleghi, è presente nelle tribune una delegazione di studenti dell'Istituto tecnico industriale «Michelangelo Buonarroti» di Trento, ai quali va il saluto dell'Assemblea. (Applausi).
Ripresa della discussione sull'informativa del Ministro
per i beni e le attività culturali sulle linee programmatiche del suo Dicastero
(ore 10,15)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Musso. Ne ha facoltà.
MUSSO (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Ministro, ho ascoltato le parole di buonsenso e interessanti, che contrastano con le politiche culturali che hanno visto in questi anni in Italia una drammatica inversione di tendenza: prima molti sprechi, frutto di una tendenza all'appropriazione del denaro pubblico, con la formazione di rendite corporative e clientelari; poi un periodo, quello che stiamo vivendo, di vacche anoressiche che hanno cercato di far morire il malato portando, com'è noto, la percentuale di spesa delle politiche culturali allo 0,18 per cento del PIL, contro il 2- 2,5 per cento di Paesi come Francia, Germania e Regno Unito. Ma è alla vastità del nostro patrimonio culturale che dovremmo davvero rapportare il dato, essendo il Paese con il maggiore numero di siti patrimonio UNESCO.
Un altro Ministro di un Governo ben peggiore, per fortuna non italiano, diceva: «Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola». Qui qualcuno ha messo mano alla sciabola. Lo ha fatto con qualche motivazione: abbiamo il terzo debito pubblico del mondo, come il ministro Tremonti ci ricorda sovente, e adesso anche la terza pressione fiscale d'Europa, come invece il Ministro talvolta dimentica. Ma rendiamoci conto - anche questo è stato detto molte volte - che i tagli lineari o orizzontali indiscriminati sono un'abdicazione della politica e non sono poi molto diversi dalla logica dei finanziamenti "storici" che abbiamo avuto di fronte.
Abbiamo riscontrato movimenti schizofrenici: il FUS è passato dai circa 520 milioni del 2007 ai 258 milioni per il 2011 e ora risalirà a circa 400; nella manutenzione e restauro, la capacità di spesa è passata da circa 450 milioni di euro a 102 milioni. Ricordo, poi, le dimissioni di Carandini, dopo quelle di Settis; le denunce della «situazione catastrofica» fatte dal presidente del Fondo ambiente italiano; le stesse dimissioni di Sandro Bondi, al quale voglio riconoscere la dignità con cui ha preso atto che la sua visione politica - che credo abbia anche lei, signor Ministro - non è riuscita ad affermarsi rispetto alle priorità del Governo.
Dunque, signor Ministro, le rivolgo i migliori auguri affinché lei possa realizzare, almeno in parte, quanto ha annunciato nella sua relazione.
Abbiamo affermato tante volte che investire sulla cultura significa non solo salvaguardare l'identità nazionale nel contesto del patrimonio artistico e culturale dell'umanità, ma anche collocare un tassello indispensabile del mosaico dell'Italia che verrà, della sua economia, della sua ricchezza e della sua competitività. Dobbiamo anche rilevare che le politiche culturali del passato, in particolare quelle di spesa, non erano un modello di efficienza e di efficacia, ma un modello di spreco, difese corporative, autoreferenzialità, superfetazioni burocratiche. Rispetto a questo, i tagli lineari sono neutrali: prendiamone coscienza, perché altrimenti non basterà recuperare le risorse tagliate per migliorare la situazione.
Proprio nell'ipotesi che le risorse siano ripristinate e magari in futuro anche incrementate, dobbiamo dare vita ad una stagione di riforme radicali per la quale è necessario avere idee molto chiare.
Dobbiamo rovesciare la nostra visione. Basterebbe pensare che oggi nell'economia mondiale competono non più le imprese, ma le città, i territori e i Paesi e che i "vantaggi competitivi" sono l'accumulazione (e quindi il patrimonio) di conoscenza e cultura, l'alta qualità, l'unicità e non replicabilità del proprio prodotto, il potersi rivolgere ad un mercato potenzialmente planetario, in uno dei settori maggiormente in crescita con l'aumento del reddito e della scolarizzazione. Capiremo che questo non è solo l'architrave della nostra identità nazionale, ma un asse portante della nostra economia, di fronte al quale i tagli del 40 per cento del FUS rappresentano lo 0,2 per mille della spesa pubblica, e quindi sono irrilevanti rispetto ad importanti obiettivi politici.
Abbiamo di fronte un'industria rispetto alla quale l'Italia non deve temere concorrenza. Abbiamo il meglio e ne abbiamo tanto, più di tutti. Dunque, è solo (si fa per dire) una questione di gestione. Il fatto che la redditività della cultura sia diffusa anche su soggetti diversi da chi investe e molto differita nel tempo, addirittura nei secoli, rende le cose un po' più difficili; ciò, però, non deve far temere il riavvicinamento della cultura al mercato, dei costi ai ricavi, degli investimenti ai profitti. Introdurre logiche economiche non deve assolutamente significare tagliare risorse; si tratta piuttosto di passare dalla logica della sovvenzione a quella dell'investimento, secondo alcuni principi che fino ad oggi nelle politiche culturali non erano mai esistiti.
Uno è quello del merito. Signor Ministro, lei è un liberale. Oggi tutti parlano di meritocrazia, ma il premio al merito non può che nascere dal confronto e quindi dalla concorrenza. Pertanto, i vecchi criteri di assegnazione dei contributi pubblici in modo autoreferenziale, in cui la politica si insinuava nella difficoltà di stabilire criteri oggettivi per la valutazione del valore artistico e culturale, devono cessare; si può costruire una rete di riferimenti minimamente oggettivi ed internazionali, per valutare la cultura e l'arte rispetto a ciò che non lo è. Bisogna dunque interrompere quella ripartizione del FUS che negli anni ha seguito logiche clientelari e politiche, con una sfacciataggine rara anche per il panorama italiano, che fa impallidire le baronie dell'università.
Questo è un primo criterio che credo vada sottolineato.
Il secondo criterio è quello di recuperare il pubblico come elemento di valutazione: esso non deve certamente essere l'unico e deve essere ponderato per il valore di ciò che si produce nelle attività culturali; non dobbiamo però averne paura o vergognarcene, come talora sembra.
Un altro elemento nuovo nel panorama delle politiche culturali è quello di puntare sui fruitori, anche con politiche di prezzo, commerciali. Concediamo prezzi di entrata molto bassi ai giovani, ai ragazzi, non solo per buonismo, ma perché la cultura dà assuefazione, come la droga. Si tratta però di una droga buona. Dunque, proviamo a differenziare le politiche di prezzo, ad utilizzare gli eventi culturali talvolta come un premio aziendale, come una royalty per fidelizzare i clienti di un supermercato, come un premio per i risultati scolastici e universitari, come una retribuzione per attività di volontariato o di pubblica utilità.
Poi c'è il tema dei costi e dell'efficienza, che naturalmente ha declinazioni molto diverse nei vari settori, ma forse quello messo peggio è la lirica, nel quale lo Stato azionista di maggioranza ripiana a piè di lista i costi delle realtà locali, senza realmente incidere, né per la verità controllare, gli sprechi che hanno luogo.
Vi sono poi altri elementi fondamentali, uno dei quali almeno vorrei ricordare, ossia la finanza. È chiaro che la redditività diffusa e differita impedisce per molti aspetti di attrarre tutti gli investimenti che il settore meriterebbe, però vi sono anche benefici non monetari, ma non per questo esterni, che sono quelli intangibili: per le aziende, ed anche per le singole persone che sentono di voler contribuire al progresso culturale del proprio Paese. Dobbiamo essere in grado di raccogliere - come fanno negli Stati Uniti, sebbene con un patrimonio culturale infinitamente minore - questa volontà delle imprese e dei singoli di finanziare la cultura, cosa che oggi, con il nostro incredibile patrimonio, non facciamo.
Si può puntare sul crowdfunding, sul quale è comparso un editoriale su «Il Sole 24 Ore» di ieri: chi pensa che sia una forma di sottoscrizione che può raccogliere solo le briciole si sbaglia, come dimostra il fatto che altri Paesi ci campano; a maggior ragione, quindi, possiamo farlo noi.
Per concludere, cosa vorrei ricordare il fattore umano: per le politiche culturali servono persone con una formazione adeguata. Negli Stati Uniti, l'MBA in cultura della Yale University o del Kennedy Center for Performing Arts sono fra i titoli di studio più ambiti, anche perché garantiscono carriere redditizie e prestigiose, attraendo di conseguenza i giovani migliori da tutto il mondo, mentre noi non lo facciamo.
Signor Presidente, signor Ministro, una delle dieci frasi per le quali forse verrà ricordato questo Governo è che «la cultura non si mangia», ed è un peccato, perché è una delle più infelici. Gli anglosassoni dicono invece food for thought, cioè cibo per il pensiero: il pensiero dà cibo e noi italiani mangiamo oggi per quello che la cultura italiana è stata nei secoli, ma, se dovessimo mangiare per quello che siamo adesso, probabilmente faremmo la fame. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE e PD e dei senatori Pardi, Astore e Villari).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Franco. Ne ha facoltà.
FRANCO Vittoria (PD). Signor Ministro, la sua relazione conferma una nostra convinzione: la gestione del Ministero per i beni culturali, di cui lei è diventato titolare, ha bisogno di una svolta e di un'inversione di tendenza. Ci auguriamo che lei abbia la forza di farcela, perché la cultura del nostro Paese - che ci sta a cuore - ne ha bisogno, anche se nella sua relazione non vi ha fatto molti cenni, per cui parte con un segno negativo. Desidero invece richiamare io questi segni negativi.
Finora la cultura è stata non solo la Cenerentola, ma anche l'oggetto di politiche punitive e di contrazione: si è arrivati a proporre perfino l'azzeramento della tabella delle istituzioni culturali, poi reintegrata soltanto al 50 per cento, grazie soprattutto all'intervento del Capo dello Stato. Quell'azzeramento, poi diventato forte riduzione, ha costituito davvero un colpo per prestigiose istituzioni culturali, che detengono documenti unici, e per biblioteche preziosissime, che promuovono ricerca scientifica e storica. I 7 milioni di euro previsti dal decreto-legge n. 34 del 2011 per la suddetta tabella sono davvero pochi e insufficienti, e lei lo sa, signor Ministro.
E ancora, vita grama all'interno dei beni culturali conducono anche gli archivi storici e di Stato e le biblioteche nazionali, con orari ridotti e personale insufficiente. Io vivo a Firenze, e ho presente la condizione in cui versa la biblioteca nazionale della mia città, con un patrimonio inestimabile che però è diventato difficile consultare, per gli studiosi italiani ed i moltissimi stranieri.
Vi sono poi i tagli al FUS - che ha toccato il minimo storico nel 2011 - i quali hanno messo in crisi le fondazioni liriche, lo spettacolo dal vivo ed il cinema. Il parziale reintegro effettuato con il suddetto decreto-legge n. 34 certo non risolve il problema, oggi più che mai urgente, della valorizzazione della cultura come risorsa e come fattore di sviluppo sociale ed economico per il nostro Paese.
Analogo trattamento ha subito il cinema, che non ha mai vissuto prima una stagione con tante difficoltà: a soffrire sono soprattutto il cinema indipendente, quello sperimentale, quello giovane e quello d'autore. Si è creato un duopolio tra RAI e Mediaset, che soffoca il cinema indipendente. La misura del Governo Prodi che lei ha richiamato (tax credit e tax shelter), come sa, ha avuto una vita difficile ed altalenante con questo Governo: dapprima cancellata da Tremonti, è poi stata ripristinata e prorogata per soli sei mesi, infine finanziata per di più dagli spettatori, con l'aumento di un euro del costo del biglietto. Al danno si aggiunge la beffa. È come se si volesse dire che la cultura è un lusso e che per poterne usufruire bisogna pagarla personalmente, non è un affare dello Stato.
In fondo è la stessa idea alla base dell'attuale copertura, estesa poi a reintegro del FUS, con l'aumento dell'accisa sulla benzina. Sinceramente non pensavamo che l'espressione «la cultura è la nostra benzina» andasse presa alla lettera, come invece il Governo ha fatto, ma siamo arrivati anche a questo.
Signor Ministro, lei sa che sul cinema sono in discussione presso la Commissione istruzione del Senato alcuni disegni di legge presentati da tutti i Gruppi parlamentari, di maggioranza, e di opposizione, che prevedono una nuova governance del cinema attraverso l'istituzione di un centro nazionale di cinematografia, che garantisca al cinema autonomia e risorse. Il Governo non ci ha mai detto che cosa ne pensa, se vuole rilanciare il cinema italiano oppure lasciarlo sopravvivere con qualche piccolo aggiustamento. Ci auguriamo che lei possa essere più esplicito e coraggioso di quanto abbia fatto il suo predecessore e che sappia affrontare il problema alla radice, cosa di cui ha veramente bisogno il nostro cinema.
Signor Ministro, lei non ha richiamato molte cifre, però voglio ricordare ai colleghi presenti in Aula che nel 2010 la spesa in cultura è scesa dallo 0,28 per cento del 2009, cifra già estremamente ridotta, allo 0,16 per cento del bilancio dello Stato. È una vergogna, a fronte di altri Paesi con percentuali che ci fanno sinceramente invidia. Ciò è frutto della miopia di questo Governo, che pensa di poter abbandonare la cultura al mercato e al privato. Ma non può essere così, come dimostra tra l'altro il rapporto di Federculture.
Se lo Stato riduce gli investimenti, si riducono anche gli investimenti dei privati, e nel 2009, a conferma di questo e in coincidenza con i tagli, i privati hanno investito il 30 per cento in meno rispetto al 2008, e le fondazioni bancarie hanno erogato per la cultura il 20,5 per cento in meno, e tutto ciò in presenza, invece, di una crescita della domanda di cultura. Pertanto, è certamente positivo il coinvolgimento dei privati, anche se temiamo che ciò risulti difficile senza prevedere vantaggi fiscali. Lei questo aspetto lo ha richiamato, e spero che riesca davvero a produrre un'innovazione che vada in questo senso.
In conclusione, signor Ministro, se lei assumerà iniziative coraggiose, utili al Paese e alla cultura, ci troverà disponibili a dialogare e a cooperare perché si arrivi a dare un valore alla cultura, contrariamente a quanto il Governo ha fatto finora. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Asciutti. Ne ha facoltà.
ASCIUTTI (PdL). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, ho ascoltato le parole del Ministro. Il suo è un intervento in positivo, aperto, improntato al dialogo e per noi questo risulta in maniera evidente, anche se penso che da parte di tutto il Parlamento ci sia disponibilità a collaborare con il Ministero per i beni e le attività culturali per la crescita del nostro Paese, soprattutto in termini di salvaguardia e fruizione dei nostri beni culturali.
Signor Ministro, quando si parla di cultura e si scorrono gli annali relativi agli interventi svolti in entrambi i rami del Parlamento, ci si è sempre lamentati del fatto che i fondi sono scarsi. Non c'è mai stato un intervento in cui si è sostenuto che si disponeva dei fondi necessari per andare avanti, ma questo è del tutto evidente in un Paese come l'Italia che di per sé è un bene culturale.
L'altro ieri, signor Ministro, ad esempio, nella mia Regione, a Spoleto, sono state ritrovate 30 tombe del 700 a. C. Sono addirittura di origine umbra, non etrusca, qualcosa di rarissimo, con armi e vestimenti quasi intatti. Ebbene, è evidente che occorrono fondi prima di darli alla fruizione del pubblico, come del resto è evidente che il Paese, di questi beni, ne ha un'infinità.
Ho apprezzato le parole del Ministro, soprattutto quando ha detto che in questo Paese le nostre Soprintendenze non spendono le risorse che hanno. È ora che comincino veramente ad essere manager dei pochi finanziamenti che ci sono. I fondi europei, ad esempio, sono un'occasione. Non è possibile non consumarli. Sono soldi nostri, non di altri. Vanno ad altri per demerito nostro: né più né meno.
Un'altra questione, signor Ministro, le sottopongo, e riguarda le Soprintendenze. Credo sia importante da parte del Ministero fissare dei protocolli di comportamento per i vari soprintendenti, perché oggi come oggi essi viaggiano a ruota libera, Regione per Regione, spesso non in maniera oculata. Cito un esempio: in questi ultimi anni c'è la corsa al fotovoltaico. Abbiamo dovuto sporgere denuncia, in qualità di cittadini, contro il progetto che prevede l'installazione di pannelli fotovoltaici in oltre due ettari di terreno nel Comune di Assisi, il che significherebbe non solo deturpare territori dal punto di vista ambientale e rovinare territori agricoli di pregio, ma imbruttire veramente il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PdL).
Dunque, nel caso specifico, occorre realmente un intervento del Ministero nei confronti delle Soprintendenze, che hanno il compito di vigilare sui nostri territori. È fondamentale. Io non sono contro il fotovoltaico, me ne guardo bene. Abbiamo capannoni industriali, tetti, cave dismesse, che possono essere utilizzati a tali fini, ma non luoghi di pregio, perché si tratta solamente di interessi privati parassitari, signor Ministro. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Sbarbati). Abbiamo commesso un errore a suo tempo, e speriamo quanto prima di porvi rimedio.
Un'altra questione importante è la seguente. In Parlamento, oltre alla legge sul cinema, ricordata dalla collega intervenuta prima di me, c'è anche un altro provvedimento, a mio avviso molto importante, che riguarda la qualità architettonica. Oggi è fermo in Parlamento, ma è fondamentale. Questo nostro Paese, bello, creato dai nostri avi, lo stiamo deturpando con una qualità architettonica scadente che danneggia le nostre belle città d'arte. (Applausi dei senatori Possa e Scarpa Bonazza Buora). Alla fine, un intervento andrà realizzato, ed è fondamentale. Lei ha detto, giustamente, che i finanziamenti devono essere oculati. È fuor di dubbio. Voglio ricordare ai colleghi i famosi 1.000 miliardi stanziati per il cinema che dovevano rientrare e non sono mai rientrati. Non erano finanziamenti oculati: erano finanziamenti «aumm aumm», per Tizio, Caio e Sempronio. A quei tempi abbiamo disperso un patrimonio. Avevamo un'occasione fondamentale e non abbiamo saputo coglierla, o meglio, il Paese non ha saputo coglierla.
Oggi è all'esame del Parlamento un provvedimento teso a ripristinare in gran parte il FUS. È importante per la sopravvivenza di alcuni enti lirici e, soprattutto, di alcune fondazioni liriche. Però, anche in quel caso dobbiamo varare riforme sane, per fare in modo che quei denari siano spesi in maniera oculata, perché sono soldi dei cittadini, e non di qualcun altro. Non sono lì per grazia ricevuta, ma devono essere spesi in maniera più che oculata, perché di quei denari i soprintendenti devono rispondere; altrimenti diremo cose diverse.
Concludo ringraziandola, signor Ministro, per la sua ampia disponibilità al confronto parlamentare. Sicuramente quanto prima verrà in Commissione e, in quella sede, potremo affrontare temi più specifici e concreti. Oggi possiamo solamente dichiarare la nostra piena disponibilità a essere con lei nei suoi propositi, perché sono anche i nostri. (Applausi dal Gruppo PdL.Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Villari. Ne ha facoltà.
VILLARI (CN-Io Sud). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli senatori, in genere in queste occasioni si prepara qualche traccia di intervento, ma è giusto (e oggi lo è, a mio avviso, ancora di più) misurarsi sulle considerazioni che il Ministro ha svolto in Aula. Sono considerazioni che non potevano non risentire, con un sano realismo, del tempo a disposizione della legislatura. Noi siamo al terzo anno di questa legislatura, con un orizzonte di 24 mesi.
Il primo punto che vorrei sottolineare riguarda la concretezza e anche il modo in cui la relazione del Ministro - una relazione asciutta - individua alcuni punti programmatici. Vede, signor Ministro, noi dobbiamo calibrare bene gli obiettivi nel tempo di legislatura che ci rimane. Una considerazione di premessa è che la cultura comprende sicuramente tante realtà, immateriali e materiali. È qualcosa che sfugge al mercato e alle sue regole, anche se, molto spesso, nei ragionamenti, si vuole ricondurre il discorso esclusivamente a un contesto di mercato ed economico. È anche qualcosa, appunto, che, partendo da quello che è il valore immateriale, mette in moto un processo che è anche economico.
In questo Paese, vi è una sorta di destino cinico e baro quando si parla di cultura, stretti come si è tra una visione ideologica che mette insieme, come in tempi passati, uno scontro tra visione di destra e di sinistra e, appunto, una visione esclusivamente economica.
Quando si parla di cifre, voglio ricordare che negli ultimi 10 anni in questo Paese lo stanziamento per la politica culturale è oscillato tra lo 0,22 e lo 0,39 per cento. Si tratta, quindi, di cifre assolutamente insignificanti per quello che è il patrimonio culturale in senso generale del nostro Paese. Bene, quindi, lei ha fatto ad andare oltre le risorse disponibili, che non possono essere l'unico termometro dell'attenzione alla tutela e alla valorizzazione del nostro patrimonio.
La sua prima visita ieri è stata a Pompei, luogo che, in qualche maniera, segna le contraddizioni e le enormi potenzialità del nostro Paese. Leggevo oggi sulla stampa che si respira un'aria positiva di condivisione, perché si è registrata la disponibilità del commissario europeo per la politica regionale Hahn a recuperare risorse. E bene faceva lei a ricordare che, forse, le risorse non sono il primo problema. Quanti soldi occorrerebbero per valorizzare, tutelare e mettere in sicurezza il sito archeologico di Pompei? Non basterebbero solo le risorse e, quindi, non è quello il punto principale. È bene, però, che tutti i protagonisti e tutti gli attori istituzionali, a partire dal livello centrale, ma anche dagli enti locali, che sono protagonisti in quella che è la spesa dei fondi europei, compiano un esame di coscienza. I fondi strutturali, infatti, i programmi operativi nazionali (PON), i programmi operativi regionali (POR), i programmi operativi interregionali (POIn), che in qualche modo interessano i beni culturali, mettono a disposizione risorse molto ingenti.
Lei ha ricordato alcuni dati, che rendono ragione di come ci sia non solo un'incapacità di spesa, ma anche un'incapacità di spendere bene i soldi. Come si vede, non è quello il parametro da valutare. Lei ha richiamato anche il codice dei beni culturali, come strumento fondamentale e ancora attuale. Il ministro Bondi, che l'ha preceduta, aveva istituito una sorta di tavolo presso il Ministero per il coordinamento e l'attuazione del codice, e io vorrei conoscere i risultati che ha prodotto. Dico questo perché negli ultimi 10 anni si sono riscritte le norme, si è intervenuti e si è riformata la burocrazia. Ora, più che legiferare, è bene mettere a punto gli strumenti per poter operare, come lei affermava, facendo percepire una positività della figura dei soprintendenti, che molto spesso interpretano, specialmente dalle mie parti, in Campania, una logica proibizionistica. Noi dobbiamo invece valutare quei pochi casi in cui sia giusto e comprensibile che la libertà del cittadino venga superata dall'interesse pubblico: non sempre però è così.
Vorrei svolgere qui una riflessione che va in questa direzione, e che penso possa rappresentare un contributo concreto al buon funzionamento. Come lei ben sa, signor Ministro, dal gennaio 2011, in base all'evoluzione del codice dei beni culturali, il parere della Soprintendenza non è più consultivo e di verifica della legittimità della richiesta rispetto alle norme di piano paesistico, bensì diventa di merito e vincolante. Pertanto, l'eventuale atto finale di diniego viene notificato al cittadino dal dirigente comunale, esponendo in tal modo l'amministrazione a sopportare i notevoli oneri di costituzione in giudizio avverso i ricorsi, pur non avendo l'ente partecipato al giudizio formulato dalla Soprintendenza.
Da questo punto di vista c'è dunque una riflessione da fare ed è anche auspicabile una sorta di semplificazione per quanto riguarda piccoli interventi di modestissima entità e di impercettibile effetto paesaggistico (l'apertura di un vano finestra su corti interne o su facciate prive di verticalizzazione; la modifica dell'andamento di una scala in un percorso esterno; un pilastro quadrato piuttosto che tondo), la cui valutazione potrebbe essere demandata alla sola Commissione del paesaggio comunale e rientrare in una casistica concordata preventivamente con la soprintendenza, mediante l'adozione di un protocollo d'intesa che riduca in qualche modo i tempi di attesa e gli iter burocratici, che sono sempre lunghi e tendenti ad ingolfare il lavoro delle soprintendenze.
Come dicevo, la normativa è stata riscritta molte volte, e il codice ha rappresentato una rivisitazione complessiva ed opportuna, anche se oggi essa dovrebbe essere meglio calibrata, dal momento che il settore che lei oggi è chiamato a guidare, signor Ministro, pur rivestendo nel nostro Paese un grande valore strategico, si misura però ancora poco con le innovazioni, seguendo invece uno schema tante volte superato, che porta spesso a cadere in una polemica sterile tra pubblico e privato - come leggiamo anche in questi giorni - arrivandosi al paradosso per cui, anche quando i privati sono disponibili a contribuire alla valorizzazione, alla tutela e alla manutenzione dei grandi siti, si comincia in qualche modo ad irretirli e a non chiamarli a partecipare. Sicuramente devono esserci regole certe nel rapporto tra pubblico e privato, ma è giusto richiamare anche i capitali privati nella valorizzazione e nella tutela dei siti, ferma restando la regia in capo allo Stato.
Come lei giustamente diceva, c'è la necessità di regole certe, che vanno richiamate. Da questo punto di vista, formulandole a nome dei colleghi del Gruppo Coesione Nazionale-Io Sud i migliori auguri di buon lavoro, ci aspettiamo che in questo contesto lei marchi fortemente la sua azione di governo nel senso di una collaborazione aperta.
Un altro dato che vorrei sottolineare, signor Ministro, è il richiamo giusto ed opportuno alla condivisione, al di là delle logiche di schieramento: se è vero, infatti, che gli intellettuali senza la politica non riescono a tradurre in atti il loro contributo, viceversa la politica necessita del contributo e del confronto con un mondo particolarmente attento e sensibile come quello intellettuale.
Sono tanti i temi che potremmo affrontare, perché la cultura è tante cose, non è solo i beni culturali e quelli architettonici, ma anche tanti settori che rappresentano un patrimonio inestimabile per il nostro Paese, il quale ha dato alla cultura un contributo assolutamente non paragonabile a quello di altri Paesi: parlo della letteratura, della musica, dello spettacolo. Tuttavia, è giusto che in questi due anni di legislatura si calibri l'azione del Governo, e penso che, innanzitutto, non la retorica, bensì la concretezza e la sostanza debbano essere le linee guida, e quindi ben venga il rilancio di Arcus, la società istituita dal ministro Bondi, ben venga il ritorno ad una regia statuale anche per quello che riguarda la gestione dei fondi, d'intesa con gli enti locali, e ben venga la valorizzazione di quello che è il grande patrimonio dei restauratori, che il mondo ci invidia, e delle Soprintendenze, anche se, come ho detto, opportunamente è stata richiamata la necessità della percezione in positivo di un operato che oggi si confronta con un grande sito archeologico a cielo aperto che è il nostro Paese.
Per quanto riguarda Pompei, ha acquistato simbolicamente un valore la sua prima uscita da Ministro nella visita di ieri. Pompei è un sito che recupera circa 20 milioni di euro l'anno e che negli ultimi anni ha anche registrato una flessione di presenze. Lei, Ministro, si sarà reso conto non solo delle grandi potenzialità, ma anche della drammatizzazione - mi sento di dirlo, forse anche controcorrente - di alcuni accadimenti che, a mio avviso, non sono stati messi a fuoco nella loro reale consistenza. Mi riferisco al crollo della Scuola dei gladiatori, allorquando si è voluto in qualche modo - intendo dirlo con grande franchezza - strumentalizzare l'accadimento. Su di esso, la magistratura sta indagando, e sono convinto che, alla fine, verranno fuori le reali responsabilità e la reale misura di quanto è accaduto.
C'è ancora tanto da fare, e mi sembra che ieri siano stati pianificati, oltre alle risorse economiche, con orizzonte 2015, una serie di interventi già sperimentati altrove, che partono dalla manutenzione programmata e tengono conto di come si possa godere di questo spettacolare sito archeologico, il più grande ed importante del mondo, anche con nuove tecniche di valorizzazione virtuale.
Il senatore Musso ha richiamato il crowdfunding come strumento di finanziamento innovativo, il microfinanziamento, che peraltro è stato un italiano ad adottare e ha recuperato ingenti somme, partendo proprio da finanziamenti finalizzati ad interventi individuati, nel presupposto che il capitale sono gli amici e si traducono gli amici in quello che riescono a donare. È anche questa una innovazione, insieme a tante altre ben inteso, di cui spesso non viene considerata la creatività applicata alla valorizzazione della cultura nel nostro Paese, dove si è sempre un po' reticenti a guardare oltre il circuito tradizionale.
Quello che mi ha colpito e ho registrato nel suo intervento, signor Ministro, è il fatto che sia emersa una visione della cultura non costretta in un logica di mercato. Oltretutto, non può essere il mercato, o esclusivamente il mercato, il luogo dove la politica culturale si manifesta nella sua bontà o nelle sue negatività. E invece, paradossalmente, dagli interventi che mi hanno preceduto ho registrato come il dato puramente economico sembri essere il termometro di una cultura positiva, come se le risorse per il FUS fossero il termometro dell'attenzione o come se potessero essere esaustive di quanto oggi il patrimonio culturale in senso estensivo abbia necessità nel nostro Paese. Insisto: i numeri sono talmente insignificanti rispetto alla necessità - parliamo di cifre incluse tra lo 0,22 e lo 0,39 del PIL - che sicuramente, rispetto ad altri Paesi, diventano ancora più piccoli. Ciò forse perché nel nostro Paese la cultura e i beni culturali sono qualcosa che, sbagliando, si ritiene faccia parte del paesaggio, qualcosa con cui siamo abituati a convivere, mentre perdiamo la percezione di quanto tutto quello che respiriamo e ci circonda abbia contribuito a costruire la nostra identità nazionale, e di come sia stato il motore che fa di questo un grande Paese.
Quindi, a me è piaciuta - e termino - un'impostazione che va oltre questo, che richiama tutti ad essere consapevoli di quello che abbiamo, di quello che siamo stati e di quello che dobbiamo diventare e tornare ad essere, in un Paese che, al di là del fatto se possiede il 30, 40 o 50 per cento del patrimonio culturale dell'umanità, continua a conservare nelle proprie viscere dei tesori inestimabili che dobbiamo, così come li abbiamo ereditati, valorizzare per lasciarli in eredità a chi verrà dopo di noi. (Applausi dal Gruppo CN-Io Sud).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbarbati. Ne ha facoltà.
SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Ministro, ho ascoltato con molta attenzione la sua relazione. Dico subito che non sono tra coloro che chiedevano le dimissioni del suo predecessore, Sandro Bondi. La mia cultura repubblicana me lo impedisce, perché mai i repubblicani hanno votato per le dimissioni di un membro del Governo: casomai, si chiedono le dimissioni del Governo, perché l'azione di un Ministero è un'azione che comunque viene concertata a livello di Consiglio dei ministri e di cui è responsabile non il suo stesso titolare direttamente, ma in primis il Presidente del Consiglio.
Detto questo, si comprende da subito il tono del mio intervento. Ho apprezzato la concretezza delle sue parole, ma ho intravisto nella sua relazione al Senato quasi semplicemente una presa d'atto, e qualcosa di più, ma non quello che mi sarei aspettata.
Quindi, vengo subito a farle delle domande opportune perché possa rispondermi. Va bene quanto da lei riferito, che tra l'altro è anche recepito nella Nota integrativa alla tabella 16 del Ministero per i beni culturali; va bene attrezzarsi per la tutela e la valorizzazione, entrambi atti dovuti, come lei ha detto, rispetto all'articolo 9 della nostra Costituzione repubblicana; va bene anche concretizzare questi princìpi che la Costituzione recepisce per tutti noi e ci pone davanti con un Ministero più agili, più capace e soprattutto più interventista, là dove è necessario intervenire. Questo implica delle scelte, signor Ministro: scelte importanti, che devono riguardare la tutela e la valorizzazione; scelte importanti, che devono riguardare, soprattutto, la capacità del nostro Paese di stare nel contesto internazionale come un Paese che da sempre si è connotato per la specificità culturale in tutti gli ampi settori in cui la cultura estrinseca le sue potenzialità, dai beni monumentali, architettonici e archeologici all'arte, alla pittura, alla lirica, al canto, e così via. Credo che proprio questo aspetto è deficitario nella sua relazione, Ministro; forse volutamente, perché lei aveva altre posizioni da sostenere oggi e da rimarcare.
Voglio sottolinearlo: la cultura vive e sopravvive non solo se ci sono interventi di tipo economico che vanno a valorizzare ciò che c'è, e quindi tutela e conservazione dei beni culturali, ma vive soprattutto se c'è un incentivo alla sua produzione, Ministro, nel solco della tradizione, delle radici storico-culturali che questo nostro Paese ha il dovere di conservare. Allora le chiedo anche un intervento nei settori dove la creatività si manifesta: in primis, le accademie di belle arti, di danza, i conservatori, gli istituti superiori, l'istituto superiore di design, di cui abbiamo assolutamente bisogno.
Qualcuno prima ha citato le due leggi sul cinema e sull'architettura che giacciono nella Commissione del Senato: io credo che lei debba dare un impulso perché se ne venga fuori e perché in questa Aula non si dibatta soltanto della Festa degli alberi che, pur essendo importantissima, quanto vuole, è celebrata da quarant'anni nelle scuole e non è, pertanto, qualcosa per cui possiamo spendere ulteriore tempo, considerata l'emergenza nazionale che nel settore culturale è sotto gli occhi di tutti. C'è un'emergenza in questo settore, Ministro: l'Italia arretra nella sua capacità di essere competitiva nel mondo anche sotto il profilo economico perché la capacità creativa, di innovazione di processo e di prodotto anche nelle piccole e medie imprese stenta a decollare per una mancata incisività degli istituti di formazione.
Un'altra questione che non ha affrontato è quella riguardante l'Istituto nazionale per il restauro. Sappiamo in quale crisi e deficienza oggi vive e sopravvive; se parliamo di tutela e conservazione, abbiamo la necessità e il dovere di prendere coscienza di come è ridotto questo istituto, cosa fare per rilanciarlo, se dobbiamo chiuderlo o se dobbiamo valorizzarlo. Possono esserci i quattrini, ma se mancano gli attori primi, come archeologi e professionisti, non riusciamo ad attivare quel circuito virtuoso con cui lei sapientemente intende lavorare. La realtà intellettuale nel nostro Paese non deve andare a rimorchio della politica, ma deve dare alla politica segnali forti e collaborare con la politica stessa; la realtà tecnica specifica dei professionisti di settore non può essere decurtata, così come è stato fatto al Ministero, dove mancano archeologi - e sappiamo benissimo quanto questo sia importante - ma anche professionisti seri, come Carandini e Settis che si sono dimessi per le deficienze che si sono registrate.
Signor Ministro, non la faccio lunga; ho cercato di dire le cose che mi stanno a cuore. Prendo per buone tutte le indicazioni che ha dato sulla sua volontà d'impegno, che è l'aspetto che mi è piaciuto di più, ma le faccio un augurio. Questo Governo vede un Ministro dell'economia onnipotente che si investe anche delle funzioni degli altri Ministeri e, in primis, di quelli dell'istruzione e per i beni culturali.
Le auguro semplicemente, visto che lei ha una buona struttura fisica, e credo anche una buona struttura politica alle spalle, di essere all'altezza di contrastare questa invasività del ministro Tremonti, perché effettivamente il suo sia un Ministero libero, che abbia la possibilità, come ha detto, di fare una politica assieme agli altri Ministeri per condurre in porto un progetto di governo che voi avete lanciato e che insisteva su questi settori (la scuola, la cultura, la formazione dei giovani, la creatività delle menti giovani, la capacità di esportare nel mondo questa creatività, la volontà del Governo di riportare in Italia queste menti creative, di cui abbiamo bisogno in tutti i settori, da quello scientifico e tecnologico a quello culturale).
Mi auguro che questa sua volontà oggi possa essere vincente, per costringere il Governo tutto e, in primis, il Presidente del Consiglio a capire che non si può continuare a fare demagogia su queste questioni: o il Paese investe nelle menti dei giovani, nella loro creatività, nella loro formazione scolastica e culturale, o questo Paese è destinato a fallire e a scivolare sempre più nel profondo del Mediterraneo, invece che rimanere agganciato all'Europa, come noi vogliamo, a differenza di qualche membro del vostro Governo che vuole uscirne semplicemente per alcuni motivi contingenti, che vanno superati con l'attrezzatura diplomatica necessaria e con la capacità e l'intelligenza intuitiva che bisogna avere in questi momenti emergenziali. Mi faccio carico di dirle oggi quanto è profondo l'auspicio di una persona che viene dal mondo della cultura e della scuola a che questo Governo dimostri interesse, così come lei ha dimostrato, con senso di concretezza, a portare a termine un mandato in questo settore fatto di cose concrete, di volontà che non possono essere spianate a zero da volontà altrui. I tagli lineari sono facilissimi: l'Europa ci impone i saldi; ma un Governo deve avere l'intelligenza, l'accortezza e soprattutto il senso di responsabilità di agire là dove l'interesse nazionale è prioritario.
Credo che costruire un popolo, una Nazione, un'identità nazionale senza cultura rappresenti un fallimento generale che nessuno di noi auspica. Auspichiamo tutti il contrario, Ministro: a lei adesso spetta rimboccarsi le maniche e farsi l'attrezzatura necessaria, a livello muscolare e intellettuale, per arginare quello spettacolo che fino ad oggi abbiamo dovuto sopportare, e che mi auguro non sopporteremo più. (Applausi dei senatori Musso e Procacci).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pittoni. Ne ha facoltà.
PITTONI (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, negli ultimi anni la scarsità di risorse per lo spettacolo ha rischiato di determinare la chiusura di interi settori di attività che consideriamo strategici per il Paese.
Il disegno di legge n. 2665, di conversione del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34, provvede a incrementare, a decorrere dal 2011, i fondi a disposizione. Desidero soffermarmi su due aspetti: il Fondo unico per lo spettacolo (FUS) e le fondazioni lirico-sinfoniche. Il Fondo unico per lo spettacolo è stato istituito nel 1985 per il sostegno finanziario ad enti, istituzioni, associazioni, organismi e imprese operanti nei settori delle attività cinematografiche, musicali, di danza, teatrali, circensi e dello spettacolo viaggiante ma, nel contesto attuale, le risorse da esso provenienti rappresentano solo una parte, circa la metà, del finanziamento pubblico generale allo spettacolo dal vivo, che gode di ulteriori forme di sostegno finanziario, provenienti da Stato, Regioni e enti locali, che assumono un ruolo strategico per il supporto dell'intero settore. Al riguardo, va sottolineato che l'attività delle Regioni nel settore dello spettacolo, pur in assenza di una legislazione statale di cornice, si è sempre più sviluppata negli anni, prevedendo investimenti sul piano della progettazione, della promozione, della comunicazione e del sostegno alle diverse iniziative culturali del territorio.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 255 del 2004, ha quindi considerato possibile l'eventualità che siano le Regioni a disciplinare un settore così fortemente caratterizzato da legami con il territorio di riferimento, con riguardo al tessuto produttivo e ai potenziali fruitori dell'attività culturale, purché tale disciplina sia circoscritta all'interno di una cornice unitaria statale, garantita dal riconoscimento della riserva allo Stato della disciplina di principio.
Al di là degli attuali contributi assegnati al FUS, è auspicabile che il Governo possa promuovere l'adozione di una riforma organica del sistema di gestione e distribuzione dei finanziamenti del Fondo unico per lo spettacolo, ispirandosi ad un modello di gestione che riconosca alle Regioni un ruolo più incisivo.
Riguardo alle fondazioni lirico-sinfoniche, sono certo che convenga con noi, signor Ministro, sul fatto che l'opera lirica rappresenta in modo straordinariamente efficace la nostra identità culturale all'estero. Le fondazioni lirico-sinfoniche da sempre svolgono una funzione fondamentale, quella di mantenere vive le nostre straordinarie tradizioni musicali e di balletto. Ma le fondazioni lirico-sinfoniche vivono oggi una situazione drammatica, con spese per il personale (circa 5.500 unità) che assorbono circa il 70 per cento del finanziamento pubblico. Risultano accumulate dal settore lirico-sinfonico perdite per complessivi 250 milioni di euro, a fronte di una situazione patrimoniale che vede in molti casi eroso anche il patrimonio indisponibile, costituito dal diritto d'uso gratuito degli immobili. Elevatissimi risultano essere, inoltre, gli interessi passivi (circa 10 milioni di euro) a causa del continuo ricorso al credito bancario. Lo stesso ministro Bondi, nel depositare agli atti della 7a Commissione i dati analitici sui bilanci delle fondazioni, aveva segnalato che il deficit delle fondazioni per l'anno 2007 è di 16 milioni di euro e che esso è pari a 160 milioni di euro relativamente al periodo 2002-2008.
Esprimo soddisfazione per il sostegno che il Governo intende dare alle fondazioni lirico-sinfoniche, che la riduzione degli stanziamenti destinati alla cultura aveva messo in grave sofferenza. Auspico ora che una quota crescente del finanziamento statale sia destinata in base alla qualità delle produzioni. È altresì importante che venga incentivata un'adeguata contribuzione da parte degli enti locali, e l'introduzione di misure volte ad accrescere la produttività del settore. Dobbiamo inoltre pensare a nuove iniziative volte a favorire una maggiore stabilità del settore, tramite strumenti di finanziamento a carattere pluriennale che permettano di conoscere con il giusto anticipo le risorse a disposizione per una più corretta gestione delle stesse e prevedere la possibilità di specifici finanziamenti statali per le fondazioni (con funzione perequativa e premiante), in ragione dei risultati culturali più interessanti sul piano delle proposte, della qualità e dei progetti culturali.
È necessario mettere in campo ogni azione utile a incentivare l'intervento nel settore dei soggetti privati garantendo agevolazioni fiscali a questo tipo di contribuzioni, valorizzare le finalità e il carattere sociale delle fondazioni lirico-sinfoniche, il loro ruolo educativo verso i giovani, la loro mission di trasmissione dei valori civili fondamentali verso cui, del resto, sono sempre state orientate le nostre grandi istituzioni teatrali e culturali.
In vista del federalismo occorre prevedere, infine, l'attivazione di un percorso che coinvolga tutti i soggetti interessati, quali le Regioni, i Comuni, le Soprintendenze, le fondazioni, le organizzazioni sindacali rappresentative. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zanda. Ne ha facoltà.
ZANDA (PD). Signor Presidente, ministro Galan, le do volentieri atto della tempestività e della sollecitudine con cui lei è venuto a riferire al Senato.
Preliminarmente, però, desidero salutare - anche se oggi non è in Aula - il senatore Bondi. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Poli Bortone).
In passato, non ho fatto mistero delle mie opinioni sulla sua gestione dei beni culturali, ma oggi voglio esprimere un rispetto sincero per le sue dimissioni e, soprattutto, per la dignità con cui ha aspettato di renderle operative.
A Berlusconi serviva un Ministero per le ambizioni del molto discusso onorevole Saverio Romano e per accontentarlo ha permesso a Bondi di uscirne e a Galan di entrarvi. Il suo è un capolavoro di cinismo politico. Del resto, l'onorevole Galan già conosceva le regole di palazzo Grazioli, perché se Berlusconi non avesse avuto l'interesse di cedere la Regione Veneto alla Lega Nord, Galan risiederebbe ancora molto volentieri a Venezia.
Quello per i beni culturali è il più affascinante dei Ministeri. Immagino, quindi, che Galan si chieda quanto questa sua nuova avventura possa durare, vista la fragilità della maggioranza di cui fa parte. D'altra parte, nessuna coalizione può sopravvivere a lungo ad una politica che abbia come unico punto di riferimento l'egocentrismo del Capo del Governo.
In un Paese normale Berlusconi sarebbe già caduto molte volte. Da ultimo, per l'isolamento internazionale senza precedenti che la sua incontinenza verbale e la sua irresponsabile politica estera stanno procurando all'Italia. Ma Berlusconi si preoccupa poco di quel che pensa l'Europa perché sa, molto prosaicamente, che per lui i problemi veri vengono dai violenti contrasti interni cui anche lei, onorevole Galan, ha spesso preso parte e che stanno scuotendo una maggioranza che ormai pensa solo al dopo.
Perché sto ricordando tutto ciò a proposito dei beni culturali? Perché la precarietà politica incide necessariamente sul lavoro del Governo.
L'onorevole Galan è Ministro per i beni culturali da poche settimane, e non sarebbe corretto esprimere un giudizio su un'attività appena iniziata. Gli ricordo, però, che ci sono molti modi per fare il Ministro. Uno si basa su eventi, scoop culturali, spot televisivi, decisioni frammentate, attenzione al tornaconto politico personale del Ministro, più che alle politiche a medio e lungo termine del Ministero.
Un altro modo è fatto, invece, di analisi serie dei problemi e di iniziative a tempi medio-lunghi, il cui successo verrà colto da chi arriverà dopo di noi. Il primo metodo è quello di Berlusconi, il secondo era quello di De Gasperi.
Dalla sua informativa di poco fa, onorevole Galan, mi è sembrato che lei voglia sfidare la sua parte politica seguendo il secondo metodo. Se così sarà, noi glielo riconosceremo. Ma dalle sue interviste sulla fragilità della maggioranza ho tratto il timore che lei possa optare per una politica del giorno per giorno. Debbo, quindi, chiederle d'essere più esplicito e farci comprendere meglio quale visione la ispira e quale strategia di fondo intende mettere in atto. Di tutto i nostri beni culturali hanno bisogno fuorché di una politichetta del giorno per giorno. Sentire il nuovo Ministro per i beni culturali, forte della sua venezianità, evocare nella sua prima dichiarazione pubblica la chiusura della Festa del cinema di Roma per paura che faccia concorrenza al Festival di Venezia ha fatto temere che il collegio elettorale possa essere una priorità.
Oggi noi non abbiamo molto tempo; mi limito quindi a indicare un paio di punti sui quali il Partito Democratico valuterà il suo lavoro. Per prima cosa debbo chiederle di attenersi rigidamente al dettato di quell'articolo 9 della Costituzione che lei ha voluto ricordare: il Ministro per i beni culturali non può assistere senza reagire allo scempio dell'obbligo costituzionale di promuovere la sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Onorevole Galan, lei siede in Consiglio dei ministri ed è un autorevole dirigente del partito di maggioranza relativa; valuteremo se lei vuole solo essere Ministro per i beni culturali o se vuole anche farlo dall'impegno con cui la vedremo combattere in tutte le sedi i tagli alla scuola, all'università e agli istituti di ricerca. Infatti, come ha detto bene Antonio Paolucci, di per sé la cultura non costa niente, ma la cultura non nasce dal populismo e dalla demagogia; per produrla bisogna prima investire sulla scuola: servono cittadini formati e informati, sensibilità aperte e intelligenze mature. Per fare cultura non serve per esempio che la televisione pubblica scimmiotti quella commerciale.
Nei primi decenni del dopoguerra sono stati il vigore e la sana vivacità culturale del popolo e della borghesia italiana a produrre l'energia vitale della ricostruzione e del miracolo economico. Oggi è proprio l'assenza di solide culture civili che ha generato una società senza idee e senza iniziative, che vola basso e ha perso il senso dell'interesse generale.
Poco fa lei si è definito irritualmente Ministro della cultura.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 11,13)
(Segue ZANDA). Ecco, investire sul piano culturale e invertire questa tendenza a volare basso è la sua prima responsabilità, onorevole Galan, e non credo proprio che a questo fine possa servirle l'innalzamento della soglia per le trattative private che poco fa ha evocato.
Quando il senatore Bondi venne nominato Ministro non poteva conoscere quale trattamento Tremonti avrebbe riservato alla cultura italiana, ma lei, onorevole Galan, è venuto dopo e l'esperienza di Bondi dovrebbe averla messa in guardia. Le chiediamo, quindi, di dirci con più precisione di quanto abbia fatto stamattina cosa dobbiamo aspettarci per i prossimi anni in termini di finanziamenti pubblici alla cultura.
Nella Regione Marche, la delega ai beni culturali è ad interim dell'assessore al bilancio Pietro Marcolini che, immagino, userà molta prudenza nei tagli ad un settore di cui lui stesso ha la responsabilità. Onorevole Galan, vorremmo non dover rimpiangere che l'interim dei Beni culturali non sia stato assegnato a Tremonti.
L'articolo 9 della Costituzione prevede anche che la Repubblica tuteli il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Veniamo da decenni di violenta aggressione nei confronti dei nostri beni storico-artistici, che non solo sono unici al mondo, ma anche fortemente inseriti nel territorio e nel paesaggio urbano e naturale. Questo ricchissimo insieme è la più rilevante caratteristica del nostro patrimonio; pensare di poterlo tutelare indipendentemente dalla difesa dell'ambiente è una corbelleria assoluta.
Coerenza con il dettato costituzionale vorrebbe che i beni culturali e l'ambiente fossero riuniti in un unico Ministero, ma non è così. Lo sdoppiamento rende assolutamente necessaria una seria collaborazione tra lei e il ministro Prestigiacomo. Serve che sappiate operare come un unico grande Ministero.
A lei in particolare, ministro Galan, chiedo di considerare la tutela e la salvaguardia dei beni culturali un tutt'uno con la difesa dell'ambiente. Il senatore Bondi aveva promosso una interessante iniziativa legislativa in materia di qualità architettonica, alla quale in Senato l'opposizione aveva fattivamente collaborato. La 7a Commissione permanente ne ha terminato l'esame con soddisfazione di maggioranza ed opposizione. Segnalo al presidente Schifani come da più di un anno il disegno di legge attenda il parere della 5a Commissione. Non stupiamoci, anche dopo questo esempio, se all'Aula del Senato mancano provvedimenti sui quali deliberare.
In conclusione, ministro Galan, ho un'ultima richiesta da farle. Le chiedo di difendere con tutte le sue forze il personale e le competenze delle Soprintendenze, dell'Istituto centrale del restauro, dell'Opificio delle pietre dure e dell'Istituto di patologia del libro. Lei ha dichiarato e ribadito anche questa mattina di aver trovato ai beni culturali grandi professionalità. La sua opinione mi fa sperare che si arresti il progressivo impoverimento dello straordinario capitale umano del suo Ministero. Quando nel luglio del 2008 il Governo sottrasse ai Beni culturali 1,2 miliardi di euro, pochi compresero che con quella decisione non solo si ponevano le premesse del blocco delle azioni di prevenzione, tutela e restauro del nostro patrimonio culturale e dei più delicati siti archeologici del Paese, ma si accelerava anche la delegittimazione delle Soprintendenze. Le Soprintendenze hanno costituito per decenni un corpo tecnico dello Stato di altissima specializzazione che tutto il mondo ci invidiava. Con la deriva delle privatizzazioni, il blocco dei concorsi, l'immissione dei commissari, si sono mortificati il loro ruolo e le loro funzioni. L'effetto indotto di questi processi è stata la sempre più vistosa intromissione del potere politico nelle attività dei soprintendenti. Capita così che soprintendenti di delicatissime aree archeologiche, già privi di sostegno finanziario, senza personale e con collaboratori sempre più anziani, sono stati di fatto esautorati dalle loro funzioni da prefetti in pensione e da funzionari della Protezione civile elevati al rango di commissari.
Ben venga la ricerca di finanziamenti privati, che lei ha annunciato quest'oggi, ma a patto che i piani di manutenzione programmata anch'essi annunciati vengano gestiti, amministrati e strutturati da qualificati soprintendenti non condizionati dalle esigenze del mercato.
Ho registrato, ministro Galan, alcune sue dichiarazioni di tono diverso rispetto allo stile dozzinale cui ci ha abituati il Governo di cui lei fa parte. Aspetto di vederne le conseguenze. (Applausi dal Gruppo PD).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Saluto, a nome dell'Assemblea, gli allievi e gli insegnanti dell'istituto tecnico commerciale «Gian Domenico Romagnosi» di Erba, in provincia di Como. Grazie e benvenuti. (Applausi).
Ripresa della discussione sull'informativa del Ministro
per i beni e le attività culturali sulle linee programmatiche del suo Dicastero
(ore 11,20)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà.
*QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Ministro, il programma che lei ha esposto cade in una fase del tutto peculiare sia per quanto riguarda la promozione della cultura sia per il dibattito che su questo tema si è svolto nel nostro Paese. Non ricordare tutto ciò sarebbe ipocrita e alla fine priverebbe di tensione drammatica il compito che lei si appresta a svolgere.
Signora Presidente, onorevoli colleghi, la cultura di norma poggia sulle spalle del bilancio dello Stato. Essa è un elemento indispensabile nella vita sociale di una comunità nazionale e il ministro Galan ha assolutamente ragione nell'identificarla, in un'ottica di lungo periodo, come l'elemento che ha consentito al nostro Paese di potersi considerare una grande nazione. Nondimeno, l'impegno di cui nel breve periodo il bilancio dello Stato deve farsi carico è consistente. E quanto più il patrimonio culturale accumulato è imponente, tanto più il peso sulle casse dello Stato si fa gravoso.
Questo dato di realtà entra drammaticamente in contrasto con la situazione che si è determinata nell'economia mondiale. Il venir meno della corrispondenza tra economia virtuale ed economia reale ha imposto a tutti in occidente (e quindi, a maggior ragione, a chi ha il terzo debito del mondo) politiche di rientro, ha impedito la previsione di politiche di crescita economica, ma anche sociale e culturale finanziate in deficit, ha imposto rigori e tagli.
Ovviamente, a risentire della crisi internazionale sono stati soprattutto gli ambiti che maggiormente poggiano sulle finanze dello Stato. Quindi, e non solo in Italia, la cultura ne ha risentito e alcuni ambiti dell'attività culturale, in particolare, per questo possono essere considerati esempi paradigmatici. A poco serve, infatti, la retorica del bene culturale come bene economico che può fruttare, utilizzata ampiamente a sinistra e anche a destra. Non c'è dubbio - come diremo - che è necessario trovare altre strade e forme di finanziamento, ma nell'immediato ciò non allevia la portata delle difficoltà imposte dai tagli.
I numeri che ci ha presentato, signor Ministro, chiariscono bene come questa pratica sia stata assolutamente bipartisan: vi si sono applicati, infatti, per mancanza di alternative, Governi di sinistra e di centro-destra, con più o meno incidenza non tanto in virtù di una loro propensione, quanto per le contingenze della crisi economica mondiale che essi hanno dovuto affrontare.
Questa consapevolezza, signor Ministro, dovrebbe imporre a tutti umiltà e responsabilità, per cercare nuove soluzioni compatibili con le difficoltà del presente. Saremmo ipocriti se non dicessimo chiaramente che invece tutt'altra attitudine ha dimostrato l'opposizione nella vicenda che ha portato alle dimissioni del ministro Sandro Bondi. Devo dunque ammettere che il gradito accenno del senatore Zanda nel suo intervento di oggi costituisce un riconoscimento postumo, di cui purtroppo è piena la storia della sinistra: l'avversario lo si loda nel momento in cui non c'è più ed è stato messo fuori campo. (Applausi dal Gruppo PdL). La mozione di sfiducia presentata nei confronti del Ministro Bondi, in particolare per quanto accaduto a Pompei, resterà una pagina triste della nostra storia parlamentare e un esempio di come la modernizzazione bipolare della politica italiana possa essere insidiata dalla logica del nemico da distruggere.
Non è stato edificante da parte dell'opposizione dimenticare quanti altri attentati il tempo e l'incuria abbiano provocato al patrimonio culturale italiano negli anni in cui alla guida del Governo e in posizioni di varia responsabilità si trovavano esponenti del centro-sinistra. Solo per rinfrescarle la memoria, senatore Zanda, e a mero titolo di esempio, ricordiamo la Domus Aurea, la Cattedrale di Noto e le Mura Aureliane, ma l'elenco potrebbe essere più lungo. Visto che ci ha fatto una lezione di stile, non ci pare che in quei casi dalle file del centro-destra sia mai venuta non dico una richiesta di dimissioni, ma neppure la colpevolizzazione dell'avversario: e questo la dice lunga sul cinismo e su chi lo pratica.
Con la stessa chiarezza, affermiamo che ci è sembrato il riflesso spocchioso di un'egemonia antica e declinante quello che tanti intellettuali hanno mostrato nell'opporsi alla politica culturale del centro-destra richiamando l'articolo 9 della Costituzione, con il quale la Repubblica è chiamata alla tutela e alla valorizzazione del proprio patrimonio culturale. Quell'articolo, cari colleghi dell'opposizione, lo conosciamo. Ma se si considera la Costituzione un testo vivo, che deve produrre effetti interagendo con il presente per non diventare un totem da venerare in attesa di effetti taumaturgici, il vero problema che si pone è comprendere il modo in cui oggi è possibile svolgere quel ruolo e quali scelte, anche dolorose, quel compito oggi ci impone.
Signor Ministro, a tal proposito, condividiamo la centralità assegnata al termine «patrimonio», dal quale la sua relazione ha preso avvio e sul quale è tornato in conclusione. Quel termine, infatti, pone il problema di quale concezione si abbia oggi dell'identità e richiama una sfida centrale nell'orizzonte della postmodernità. Negli ambiti più diversi del sapere, infatti, c'è chi di fatto ha teorizzato la possibilità di un'identità senza passato, che obliteri il problema dell'origine, della tradizione e del lento accumularsi di senso attraverso il tempo e le sue testimonianze fattive. Un'identità, insomma, tutta fondata sul contemporaneo e sulla pretesa che da esso possano nascere diritti in grado di generare sempre altri diritti, alla ricerca di una libertà esente da quella responsabilità che nasce dalla storia, dalla tradizione e dal patrimonio di una comunità. Benedetto Croce, da studioso impareggiabile del Medioevo e dell'età moderna, affermava che la storia è sempre storia contemporanea. Intendeva dire che la storia, anche la più antica, interagisce col presente: viene letta secondo le esigenze, i problemi, le sfide del mondo contemporaneo ed è per questo storia viva.
Signor Presidente, colleghi, signor Ministro, lo stesso potremmo dire per la cultura: che è sempre cultura contemporanea o non è. Perché la vera cultura è quella che si fonda su un patrimonio, ne è consapevole, ne ha la responsabilità sapendo che da quelle radici solo possono nascere nuovi frutti.
Lo Stato ha dunque il dovere primario di difendere questo patrimonio, quel che le generazioni passate ci hanno lasciato. Per tutto il resto abbiamo condiviso, signor Ministro, il suo richiamo alla sussidiarietà orizzontale: la grande assente della costituzione del 1948. Per De Gasperi la sussidiarietà è il principio per il quale lo Stato deve "aiutare a fare" e si oppone, per questo, sia al "lasciar fare" teorizzato dal liberalismo classico, sia allo Stato che fa in presa diretta, strumento della programmazione centralizzata dei regimi collettivisti. Ecco, in diversi ambiti della vita culturale lo Stato non potrà più fare in presa diretta: dovrà limitarsi ad aiutare a fare. E da ciò potrà derivare per il Paese una vita culturale meno ingessata, meno esposta alla categoria dell'egemonia, meno dominata da lobby irresponsabili che avvertono il proprio bene con più intensità di quanto avvertano il bene comune. Lo Stato deve andare in questa direzione non al fine di farsi minimo e nemmeno di diminuirsi. Al contrario: deve farlo per necessità, per scelta e perché chiamato ad emergenze più importanti.
Vogliamo sottolineare con forza l'impegno che il ministro Galan ha preso in quest'ottica per il centro storico dell'Aquila. Sappiamo che è un impegno gravoso e non scontato, ma abbiamo ancor più il dovere di leggere ed interpretare il messaggio che ci viene da una città che ha resistito e vuole rialzarsi, che ha sconfitto le previsioni più catastrofiche sul suo possibile svuotamento ed ha perso solo 2.000 studenti su 25.000 nella sua istituzione culturale e sociale più importante, l'università. Così come, signor Ministro, il proposito di sviluppare la sussidiarietà verticale, questa sì presente nella Costituzione e rafforzatasi per le riforme degli ultimi anni e in particolare per l'attività di questo Governo, deve trovare un limite nella tutela di quell'inestimabile bene culturale che è il nostro paesaggio, che non può restare un bene museale, ma che al contempo deve essere difeso da chi non ha il necessario distacco per apprezzarlo. Anche questo è compito di uno Stato, a maggior ragione se caratterizzato in senso federale.
Signor Presidente, in conclusione, siamo del tutto consapevoli che privilegiare innanzi tutto come Stato la tutela e la promozione di un patrimonio non è scelta di conservazione, ma è scelta culturale rivoluzionaria in questo Paese. Perché proprio da quel patrimonio potranno nascere altre espressioni culturali, che, per non essere espressione di élite irresponsabili e arroganti, devono trovare non nello Stato ma nelle opportunità che la società sa offrire i principali strumenti per affermarsi, imporsi, sedimentarsi a loro volta, come altre istituzioni culturali del passato.
In questa sfida il ministro Galan ci troverà al suo fianco, e per questa sfida il Gruppo del PdL gli rivolge i migliori auguri di buon lavoro. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Ministro per i beni e le attività culturali, che ringrazio per la disponibilità.
Seguito della discussione della mozione n. 379 sulla razionalizzazione della rete diplomatico-consolare italiana(ore 11,31)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della mozione 1-00379, presentata dal senatore Micheloni e da altri senatori, sulla razionalizzazione della rete diplomatico-consolare italiana.
Ricordo che nella seduta antimeridiana del 31 marzo hanno avuto luogo l'illustrazione e la discussione della mozione e che il sottosegretario di Stato per gli affari esteri, senatore Mantica, aveva espresso parere favorevole sull'atto di indirizzo, a condizione che esso venisse riformulato dai proponenti. Dopo l'inizio degli interventi in dichiarazione di voto, i Gruppi avevano poi proposto, nell'auspicio di addivenire ad una soluzione condivisa, di rinviare il seguito della discussione della mozione.
A questo punto, chiedo al senatore Micheloni se si è giunti alla definizione di un testo condiviso.
MICHELONI (PD). Signora Presidente, non si è giunti a un testo condiviso, però non è questo il problema. Credo che oggi non vi siano le condizioni per poter trattare questo punto, dal momento che il sottosegretario Mantica si trova in viaggio all'estero con il Presidente della Repubblica: dunque, si capisce che non può essere qui presente.
Chiedo però, signora Presidente, di illustrare brevemente la motivazione della richiesta di un rinvio a breve termine, entro la settimana prossima, della mozione, perché le cose stanno andando avanti in modo molto strano e rapido all'estero.
Vorrei pertanto informare la Presidente, le colleghe e i colleghi di due messaggi che ho ricevuto ieri dalle città di Liegi e Lille. Malgrado sia ancora in corso l'indagine conoscitiva della Commissione affari esteri sulla riorganizzazione della rete diplomatico-consolare (questa mozione chiede una moratoria semplicemente per poter svolgere il lavoro dell'indagine conoscitiva al fine di poter proporre un piano di riforma serio e condiviso della nostra struttura all'estero) e malgrado il dibattito in corso su questa proposta di moratoria, le cose stanno invece procedendo in maniera accelerata, addirittura anche in disprezzo di alcune regole dei Paesi dove ci troviamo.
Per esempio, ieri alle ore 14,03 sono stato informato che ai contrattisti di Lille è stato presentato un contratto da firmare - non da discutere - in cui non sono rispettati neanche i livelli salariali che hanno i loro colleghi a Parigi, dove dovrebbero andare.
Ci è stato detto che questa riforma doveva portare dei risparmi: abbiamo saputo ieri che il consolato di Parigi ha chiesto finanziamenti supplementari per fare questo trasferimento. (Brusìo). Signora Presidente, chiedo qualche minuto di attenzione, perché è importante che i colleghi siano informati dell'importanza di questa moratoria che chiediamo.
Oggi noi a Lille abbiamo un ufficio che ci costa 120.000 euro l'anno di affitto. Il presidente del COMITES da mesi ha proposto al Ministero una sede che ne costa 20.000 (dunque già ci sarebbero 100.000 euro di risparmio) mentre qui si chiedono risorse per fare il trasferimento.
La vicenda sta procedendo in modo rapido, ma la cosa che ritengo abbastanza grave, su cui credo sia doveroso informare il Senato, è che il console di Liegi ha affermato pubblicamente che bisogna accelerare la chiusura e il trasferimento dell'ufficio in quanto la moratoria in discussione non ha nessuna importanza. Ciò vuol dire che i nostri diplomatici considerano il dibattito che si sta verificando nel Senato della Repubblica sul tema come irrilevante e assolutamente non importante.
Concludo, signora Presidente, rilevando due aspetti. Ci sono dunque persone che ritengono questo nostro dibattito e questa nostra volontà - e sottolineo che la Commissione affari esteri ha deliberato all'unanimità la realizzazione dell'indagine conoscitiva sul tema - di collaborare alla riforma del Ministero degli affari esteri un lavoro inutile; queste stesse persone sono quelle che negli ultimi due anni hanno aumentato le indennità di sede all'estero, quando tutti stanno riducendo i costi dello Stato; queste stesse persone, collega Bettamio, sono quelle che con le loro centrali sindacali stanno bloccando la votazione in quest'Aula di una legge sulla rappresentanza sindacale dei contrattisti votata, anche quella, all'unanimità alla Camera. E io chiedo al collega Bettamio di riportare rapidamente in Aula quel testo di legge, e di votare anche quello la settimana prossima, perché così si comportano le persone che vogliono bloccare quella legge.
Io comunico che riformulerò il testo della mozione, accogliendo la proposta della Lega Nord. Nella mia mozione la moratoria richiesta è di 30 mesi: io la riformulo accogliendo la proposta della Lega Nord di ridurla a 12 mesi, il tempo per compiere l'indagine conoscitiva.
Vede, signora Presidente, la forza di un Governo non si può misurare nella capacità e nei muscoli che si mostrano nel respingere donne e bambine che cercano di vivere diversamente, oppure nella speranza di poter un giorno sparare su queste persone. Non è così che si misura la forza di un Governo: io questa forza la vorrei vedere davanti alle potenze dell'amministrazione del Ministero degli affari esteri. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai).
PRESIDENTE. Senatore Micheloni, se la Presidenza ha ben compreso i termini procedurali della sua richiesta, lei ha chiesto un rinvio a breve per riformulare il testo della mozione. Questa, però, è materia di competenza della Conferenza dei Capigruppo, come lei ben sa.
BETTAMIO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BETTAMIO (PdL). Signora Presidente, anche il Gruppo del PdL è d'accordo sulla necessità della presenza di un rappresentante del Ministero e, soprattutto, del sottosegretario Mantica, che in prima persona ha sempre seguito questo problema, e non solo questo (dal momento che è un problema sul quale convergono altre questioni). La mancanza del Sottosegretario, per i motivi che il collega Micheloni ha spiegato, ci consente di chiedere il rinvio e la calendarizzazione della mozione in un'ulteriore seduta d'Aula del Senato.
Questo è un problema complesso, perché si tratta di razionalizzare la nostra presenza all'estero, e non soltanto per ragioni economiche, ma anche per ragioni di presenza attiva, diversa da quella tradizionale impostata ormai decenni fa. Ricordo che presso i nostri consolati si sta installando un sistema telematico che prenderà il posto degli stessi consoli, nel senso che con questo sistema ci sarà la possibilità di mettere in comunicazione direttamente i cittadini con le strutture, chiedere informazioni e ottenere documenti.
Dunque è un problema complesso, che coinvolge una serie di aspetti, e io sono sensibile a quanto diceva il senatore Micheloni anche per l'altro aspetto, riguardante i nostri funzionari che hanno dei contratti all'estero secondo la legge del Paese; anche su questo punto stiamo ragionando, e arriveremo certamente ad una conclusione.
Siamo quindi d'accordo per una ulteriore calendarizzazione, ma volevo sottolineare che non si tratta semplicemente di un problema che si possa risolvere chiudendo, aprendo o dislocando altre sedi. È un problema molto complesso e bisogna ragionarci, perché da questo dipenderà anche la presenza del nostro Paese nei Paesi esteri. (Applausi dal Gruppo PdL).
GIAI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIAI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signora Presidente, io sono d'accordo con la mozione del senatore Micheloni e anche con la proposta di riformulazione avanzata dalla Lega Nord.
Credo che questo sia un problema grave e serio, che ci dà anche la possibilità, in questa settimana in cui saremo a Montevideo per la Commissione continentale per l'America Latina, di spiegare ai rappresentanti delle collettività che effettivamente vi è un impegno per risolvere questo problema. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE e della senatrice Bertuzzi).
FILIPPI Alberto (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FILIPPI Alberto (LNP). Signora Presidente, intervengo solo per unirmi a quanto detto dal senatore Bettamio: anche noi siamo d'accordo a far slittare la discussione, data l'assenza del sottosegretario Mantica.
PRESIDENTE. Colleghi, non essendoci altri interventi, si intende che questo punto all'ordine del giorno è rinviato per una nuova calendarizzazione, che sarà definita dalla Conferenza dei Capigruppo.
Sui lavori del Senato
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, per quanto riguarda il terzo punto all'ordine del giorno, avente ad oggetto la discussione di mozioni sugli stabilimenti balneari, sarà trattato nella seduta pomeridiana odierna.
Sui tempi di predisposizione del bilancio interno del Senato
PERDUCA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signora Presidente, il mio intervento rischia di diventare un dialogo fra lei e me. (Brusìo).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vorrei invitarvi a defluire dall'Aula in maniera silenziosa.
PERDUCA (PD). Signora Presidente, parlo volentieri anche mentre i colleghi defluiscono, visto che è un'informazione che li può interessare.
Mi trovo costretto a chiedere ancora una volta alla Presidenza la data certa in cui sarà presentato e distribuito il bilancio interno del Senato.
Oggi è il 13 aprile. Si tratta di un documento preventivo che, nella migliore delle ipotesi, qualora dovesse essere presentato domani, avrà quasi quattro mesi di ritardo; sapendo però come vanno le cose, c'è anche il rischio di non avere neppure oggi una data certa relativamente alla sua presentazione e di rinviare quindi tutto alla ripresa dei nostri lavori ai primi di maggio.
Dico questo perché occorrono dei tempi congrui per studiare un documento molto complesso, all'interno del quale, nelle pieghe, è possibile trovare - avendo il tempo necessario - alcune informazioni utili per capire come viene organizzato il nostro lavoro all'interno di questo ramo del Parlamento.
La mia richiesta è quindi di avere a breve - magari in pochi minuti, se possibile - un'informazione relativa alla data in cui verremo a conoscenza del documento.
PRESIDENTE. Senatore Perduca, riferirò al Presidente di questa sua richiesta. Come le ho detto anche la volta scorsa, il testo deve passare in Consiglio di Presidenza, che non è stato ancora convocato.
Sulla negata autorizzazione ad Emergency
a prestare assistenza ai migranti nella zona di Manduria
CAFORIO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CAFORIO (IdV). Signora Presidente, ritengo importante informare la Presidenza e l'Assemblea di quanto avvenuto a seguito della richiesta da parte di Emergency di intervenire ad Oria, in provincia di Brindisi, nei pressi di Manduria, al fine di portare assistenza sanitaria, a titolo gratuito, ai numerosi migranti concentrati in questa zona.
Il Comune di Oria, per mezzo del commissario prefettizio, ha inteso negare l'autorizzazione e quindi il rispettivo stazionamento del PoliBus di Emergency sul piazzale antistante la stazione ferroviaria della cittadina, affermando che il servizio sanitario ai migranti è garantito direttamente presso il centro di accoglienza del territorio di Manduria e non in Oria. Tra le altre cose, devo dire che la gran parte dei migranti si spinge più verso Oria che verso Manduria, proprio per la presenza ad Oria della stazione delle Ferrovie dello Stato.
Su richiesta dei giovani volontari, quindi, mi sono attivato contattando personalmente l'altro ieri il prefetto, il quale, di fronte ad una richiesta mossa da un parlamentare della Repubblica, non ha inteso addurre motivazioni valide e concrete, né procedere ad autorizzare tale intervento.
Sono allarmato e sconcertato da tale diniego. Di fronte ad emergenze simili, signora Presidente, nelle quali il rispetto della persona e della dignità umana dovrebbero sempre avere la meglio rispetto ad altri interessi, mi chiedo se in questo caso non sottostiano a tale diniego motivazioni politiche, nonché economiche. Sicuramente, infatti, Emergency non può essere definita un'associazione umanitaria filogovernativa. Peraltro, sorge il dubbio che tale richiesta di autorizzazione possa ledere interessi economici di «amici degli amici», magari con sedi legali molto più a Nord di Manduria e con idee politiche diverse da quelle proprie dell'attuale opposizione.
Sarebbe gravissimo, signora Presidente, che di fronte a un'emergenza che sta colpendo in maniera esclusiva il Sud si speculasse, tanto più se a farlo fosse il Nord che di migranti non ha proprio voluto sentir parlare, né tantomeno li ha voluti accogliere, come degnamente testimoniato dall'indecente affermazione del ministro Bossi. (Applausi del senatore Perduca).
PRESIDENTE. Senatore Caforio, ovviamente questo argomento potrà essere oggetto di un'eventuale interrogazione che si possa inserire all'ordine del giorno.
Sulla grave situazione delle carceri
FLERES (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FLERES (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, purtroppo la grave situazione delle carceri italiane comincia a registrare vittime non soltanto tra i reclusi, ma anche tra gli agenti di Polizia penitenziaria. Negli ultimi giorni se ne sono suicidati due, l'ultimo due giorni fa a Caltagirone: era un assistente capo della Polizia penitenziaria in servizio a Caltanissetta, distaccato a Caltagirone, aveva quarant'anni e si è impiccato a un albero sul ciglio della strada.
Signora Presidente, onorevoli colleghi, si contano ormai 18 suicidi tra gli agenti di Polizia penitenziaria negli ultimi anni, di cui due quest'anno, e l'anno scorso si è suicidato addirittura un provveditore, quello della Calabria, peraltro uno dei più qualificati provveditori in servizio nell'amministrazione penitenziaria. Evidentemente, c'è qualche cosa in questo mondo che non funziona. Probabilmente, la lentezza con cui si sta procedendo nelle azioni di riordino, di ristrutturazione, di cambiamento all'interno del mondo penitenziario, che è fatto di reclusi ma anche di operatori del settore, di agenti, di educatori, di psicologi, di medici e di personale direttivo, rende quanto si sta facendo in questo mondo non sufficiente.
Mi permetto allora di formulare un appello per evitare che il carcere diventi veramente l'anticamera di conclusioni tutt'altro che felici di vicende che certamente nascono dalla illegalità ma non possono tradursi nella morte, né di chi sconta una pena, né di chi è chiamato a vigilare su chi sconta una pena.
Credo che aggiungere parole in un momento come questo sia assolutamente retorico e non cambi il senso della drammaticità dei fatti: vorrei pertanto invitarla, signora Presidente, ancora una volta - lo abbiamo fatto tante volte - a sollecitare il Governo ad intervenire in maniera incisiva sul dramma della vita penitenziaria, vista dalla parte sia del recluso, sia del personale.
PRESIDENTE. Senatore Fleres, la Presidenza solleciterà nuovamente il Governo sugli strumenti di sindacato ispettivo relativi al tema cui lei ha accennato.
Sull'azione di vigilanza della Banca d'Italia
LANNUTTI (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, innanzitutto mi voglio associare alla richiesta avanzata dal senatore Perduca sulla disponibilità del progetto di bilancio interno del Senato, un documento complesso, anche perché non resti un dialogo tra il senatore Perduca e la Presidenza. Questo prima di tutto.
Poi, signora Presidente, in questo brevissimo tempo vorrei richiamare l'attenzione dei colleghi su un grido d'allarme che è stato lanciato sui giornali dall'ex pubblico ministero antimafia Raffaele Cantone, che è andato in Cassazione (colui che ha indagato sul clan dei casalesi e svolto indagini molto delicate e importanti), in merito alla mafia e alle strutture criminose che stanno permeando l'economia pulita, soprattutto in una fase di crisi come l'attuale.
In un'intervista che ha rilasciato oggi sul quotidiano «La Stampa», Raffaele Cantone afferma: «La mafia sfrutta la crisi e offre servizi al posto dello Stato» e si chiede se la Banca d'Italia e la Borsa stiano attivando quanto previsto anche dalla normativa antiriciclaggio per evitare tali infiltrazioni.
Io rivolgerò un'interrogazione al Governo. Però vorrei richiamare l'attenzione dell'Assemblea - anche sua, signora Presidente - sui rischi e sui pericoli, in una fase di crisi economica acuta come questa, di questi capitali che viaggiano in tempo reale da una parte all'altra e sul fatto che l'ufficio antiriciclaggio della Banca d'Italia, invece di prevenire - lo abbiamo visto - arriva sempre dopo che la magistratura indaga.
Quindi, la ringrazio per l'attenzione e ripeto che trasformerò in un'interrogazione al Ministro dell'economia questo grido d'allarme di Raffaele Cantone.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16,30, con lo stesso ordine del giorno.
La seduta è tolta (ore 11,53).