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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 525 del 23/03/2011


COMPAGNA (PdL). Signora Presidente, onorevoli Ministri, colleghi, una zona di non possibilità di sorvolo, la mitica no fly zone, che è entrata da qualche settimana nel nostro lessico abituale, non può mai essere la gentile concessione di un altro Paese. Per instaurarla e per farla rispettare c'è da abbattere dei caccia, da distruggere batterie antiaeree, da rendere inutilizzabili dei radar, e via dicendo. Sicché, rispetto a venerdì pomeriggio, quando, con molta puntualità e con molta onestà intellettuale, sulla base delle informazioni di cui disponevano, i ministri Frattini e La Russa ci hanno informato sulle misure, sugli ambiti, sui limiti, sulle implicazioni della risoluzione n. 1973 (evidentemente allora un problema di coordinamento, di una meno disordinata catena di controllo e di comando non si poneva ancora) tutto è stato immediato. Dopo le giornate di sabato e di domenica, abbiamo avuto una sguaiata e sgradevole impressione. Ci è sembrato che a loro modo i francesi volessero una guerra affidata soltanto ai generali, il che non è un'ipotesi di scuola, ma piuttosto un incubo, quando si verifica. Invece devo dire che dalla giornata di lunedì l'aver identificato l'idea di un coordinamento della NATO serve ad assicurare un profilo politico (non tecnico, amici francesi) all'intervento occidentale.

Appartengo ad una generazione di democratici italiani per i quali la NATO non è mai stata un riferimento tecnico, ma sempre un riferimento politico, anzi etico- politico, potrebbe dirsi. Fino a ieri sembrava allora francamente inspiegabile come la Francia di Sarkozy sulla Libia potesse nutrire la stessa avversione all'atlantismo e agli Stati Uniti con cui la Francia di Chirac e de Villepin ai tempi dell'Iraq aveva gratificato, in sede di Nazioni Unite e non solo, l'azione della diplomazia e della politica internazionale.

Quindi, credo toccasse all'Italia (e bene ha fatto nelle ultime 36 ore il Governo italiano a farsene interprete), proprio in quanto Paese amico degli Stati Uniti, della Francia e anche della Germania, nonché Paese attento alle connessioni europee del proprio ruolo politico far valere, senza ipocrisie, l'opportunità di un comando NATO. Questo vale guardando la Libia, sia da Bengasi che da Tripoli. Ha detto bene il ministro Frattini: non possiamo scontare una divisione geopolitica.

Ecco perché ho apprezzato la sobrietà del Governo nel renderci informati, ma non informatissimi, di quello che si sa di Bengasi. Francamente, la contrapposizione fra gli amici di Bengasi - tutti e soltanto idealisti dei droits de l'homme francesi - e quelli attenti a Tripoli - tutti e soltanto vedovi dell'affarismo gheddafiano - è sbagliata, superficiale e cinica, ed è triste che si sia riprodotta in quest'Aula un'eco di tal genere. Lo dice uno che, fruendo delle condizioni di libertà dei provvedimenti bipartisan, votò contro il fatidico accordo bilaterale.

Faccio un'ultimissima considerazione, signor Ministro. È giusto aprire il discorso anche in questi giorni, fin da adesso, ad una solidarietà europea con i Paesi più esposti a ricadute in termini di sfollati (15.000 sfollati). Ha fatto bene il ministro La Russa, l'altra sera, ad aver un moto di solidarietà con la cittadinanza e con l'amministrazione di Lampedusa. Guardate che Lampedusa trasformata in una latrina a cielo aperto è una tragedia dell'Italia e dell'Europa, ed è cinico che in sede di Conferenza Stato-Regioni si siano sentiti gli egoismi delle Regioni più forti.

Quanto alla riscrittura in termini europei del diritto d'asilo, della gestione dei flussi e della strategia dell'emergenza, ne ha parlato molto bene, dall'opposizione, il collega Livi Bacci; esso non è affatto negata da una strategia del Governo di barriera protettiva navale degli sfollati. Di questo non ha parlato nessuno, ed è disonesto attribuire al Governo un'intenzione che non ha per polemizzare contro qualcosa di astratto. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.