Ripresa della discussione sulle comunicazioni del Governo (ore 17,39)
PRESIDENTE. Ha la parola il ministro della difesa, onorevole La Russa.
LA RUSSA, ministro della difesa. Signor Presidente, credo che la comunicazione del ministro Frattini sia largamente esaustiva anche di molti argomenti che avrei potuto trattare, che condivido pienamente e che spero mi esimano dal fare troppe ripetizioni. Pertanto, al quadro delineato dal ministro Frattini cercherò di fornire opportune integrazioni in larga parte di più specifica pertinenza del Ministero della difesa.
Un dato che non è stato forse sottolineato con sufficiente rilievo è quello della straordinaria accelerazione dei tempi operativi che è avvenuta in questa vicenda come mai era successo nelle pur molteplici crisi internazionali degli ultimi anni. Dal momento in cui si è posta l'eventualità di un intervento internazionale al momento in cui è poi arrivata una risoluzione, fino al momento in cui la risoluzione è diventata poi operativa, è passato un tempo così breve come mai era capitato in precedenti occasioni. Non ci interessa tanto individuare esattamente i fattori che hanno determinato questa accelerazione, quanto capire cosa questo ha comportato.
Va comunque detto quali sono state le ragioni di questa accelerazione: essa da un lato ha risposto all'esigenza di fermare i combattimenti in atto in quella che era divenuta una vera e propria guerra tra le fazioni contendenti di una Libia spaccata in due, con gravissime ripercussioni sulla popolazione civile; d'altro lato ad influenzare l'accelerazione è stata la predisposizione delle misure organizzative necessarie a garantire la migliore esecuzione dell'intervento internazionale. Fra questi due opposti fattori, non vi è alcun dubbio che fosse prioritario il primo, la necessità di intervenire prontamente, in termini di tempo e di importanza; d'altra parte, la stessa risoluzione n. 1973 richiamava innanzitutto alla protezione della gente libica. Ci si è chiesto se questa risoluzione, che è quella che ha dato poi legittimazione all'intervento, sia stata utile, se sia servita. Noi pensiamo di sì: quella che poteva diventare la strage di un popolo si è arrestata, e i combattimenti si sono successivamente caratterizzati come scontri tra le forze in armi dei due schieramenti, forze governative e forze di opposizione. Se volessimo fare un macabro, lugubre calcolo delle vittime, sicuramente diremmo che dal 18 marzo in poi le vittime, se ci sono state - e ahimè ci sono state - sicuramente sono state in numero inferiore rispetto a quanto era successo prima, e soprattutto rispetto a quanto sarebbe successo se fosse mancato l'intervento della comunità internazionale.
Come è arrivata l'Italia all'intervento? Qualcuno ha detto che vi è arrivata troppo presto, qualcuno ha lamentato che l'intervento della comunità internazionale e dell'Italia stessa sia arrivato troppo tardi. In realtà, noi riteniamo che mai come in questa occasione il Governo, confortato però, devo dirlo, dalla opinione della stragrande maggioranza della Camera e del Senato, ha scelto i tempi assolutamente adeguati alla necessità ed è intervenuto immediatamente sul piano umanitario, come ha ricordato il ministro Frattini. Aggiungo che il nostro è stato il Paese più impegnato nell'evacuazione di cittadini stranieri e di cittadini italiani: non ho bisogno di dirvi il numero, ma si pensi che il numero di cittadini stranieri che abbiamo evacuato è superiore di quattro volte al numero dei cittadini italiani che abbiamo evacuato. Il nostro Paese è stato il primo, come ha ricordato il Ministro, a mandare aiuti a Bengasi, ma anche a mandare aiuti alla frontiera con la Tunisia, fornendo assistenza sanitaria, trasportando e riportando a casa egiziani e addirittura gente di altri quattro Paesi; inoltre è stato il più pronto ad offrire le proprie basi. Io stesso parlavo quotidianamente con i Ministri dei Paesi europei ed extraeuropei alleati che ci chiedevano l'utilizzo delle basi per scopi umanitari, raccomandando, esigendo, pretendendo che ad utilizzarli fossero assetti destinati solo a scopi umanitari; perché, come ci impone la nostra Costituzione, non potevamo immaginare nessun altro tipo d'intervento senza un previo via libera, per così dire, degli organismi internazionali.
Quando l'organismo internazionale, superando difficoltà insite nelle sue modalità di decisione, che prevedono come sapete la possibilità del diritto di veto, ha ottenuto l'assenso della larga maggioranza dell'organo preposto alla decisione e l'astensione anche di Russia e Cina, che potevano in ipotesi porre il veto, solo in quel momento e senza indugio l'Italia si è trovata davanti alla scelta di partecipare o meno allo sforzo della comunità internazionale teso a salvaguardare, come imponeva la risoluzione, l'integrità fisica del popolo libico.
L'Italia non aveva certo sperato in una situazione del genere e non aveva alcun vantaggio, né potrà avere - immagino - particolari vantaggi dalla situazione che si è venuta improvvisamente ed imprevedibilmente a creare (si è infiammato tutto il Nord Africa, dall'Egitto alla Tunisia, contagiando anche una diversa situazione come quella libica) l'Italia si è trovata a dover decidere cosa fare, e senza indugio. Il Governo ha convocato una riunione la mattina del 18 marzo e ha deciso che l'unica soluzione da adottare, che poi è stata approvata praticamente all'unanimità, fatta eccezione - devo ricordarlo per onestà - per l'astensione del ministro Calderoli, che voleva capire bene quale fosse la portata dell'intervento, fosse quella di dare mandato ai Ministri degli esteri e della difesa di recarsi dinanzi alle Commissioni riunite esteri e difesa di Camera e Senato (non in Aula, perché non era facilmente convocabile in quel momento, altrimenti saremmo venuti in Aula) per prospettare l'opportunità di un'adesione alla coalizione che si era intanto formata in esecuzione del deliberato delle Nazioni Unite al fine di proteggere la popolazione libica.
Non vi era dubbio - come ci ha indicato il Parlamento attraverso il voto unanime dei presenti, con la non partecipazione al voto della Lega Nord e dell'IdV - che non potesse esservi scelta. Non c'è stato né entusiasmo, né ripensamento: era una scelta logica quella di offrire le nostre basi, indispensabili all'applicazione di ciò che la comunità internazionale ci chiedeva; e a quel punto la scelta è stata anche quella di non essere solo i soggetti che fornivano le basi, ma di dare un contributo concreto e attivo alla coalizione, sia pure moderato, limitato e modesto in confronto all'impegno di altri assetti di altri Paesi. Quindi, abbiamo fornito le basi e aderito alla coalizione, esattamente come ci ha indicato, nel pomeriggio del 18 marzo scorso, il Parlamento con il voto unanime dei membri presenti delle Commissioni esteri e difesa di Camera e Senato, salva le eccezioni di cui vi ho detto.
L'indomani mattina, a Parigi, il nostro Presidente del Consiglio ha partecipato ad una riunione, nel corso della quale è stata presa la decisione di formare la coalizione; è stato votato un documento, con il quale si decideva di agire attivamente per rendere concrete le prescrizioni della risoluzione 1973. Subito dopo il Ministero della difesa ha provveduto a notificare al Segretario generale dell'ONU, nonché alla Lega Araba, la nostra adesione alla coalizione, della quale fanno parte numerosi Paesi. Se volete, ve li ricordo: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna, Canada, Danimarca, Belgio, Grecia (tutti Paesi appartenenti alla Nato), ai quali si aggiunge il Qatar.
Successivamente alla notifica, abbiamo deciso - ecco gli elementi di specifica pertinenza della Difesa - quali assetti trasferire all'autorità della coalizione, che aveva come comandante, su una nave nel porto di Napoli, l'ammiraglio Locklear, il quale ha un «doppio cappello»: nell'ipotesi in cui dovesse avvenire il passaggio del comando delle operazioni alla NATO, egli è anche il comandante della base navale NATO, ma in quel momento era il comandante americano capo della coalizione. Abbiamo messo a disposizione quattro aerei Tornado e quattro caccia F-16. Si è molto discusso di quali siano le caratteristiche dei nostri aerei, di cosa facciano se sparano, se non sparano. Pochi hanno notato che, senza contrasto, tra gli assetti messi a disposizione dall'Italia, non figurano i Tornado. Ripeto, senza contrasto: quindi non è che abbiamo negato tali assetti, ma abbiamo determinato in una cordiale intesa che gli assetti italiani fossero questi. Quindi non ci sono i Tornado di altro tipo, che dispongono di un armamento fatto di bombe dirompenti (lo dico in gergo semplice affinché sia compreso da tutti), mentre invece i quattro Tornado che abbiamo messo a disposizione sono di armamento di tipo ECR, cioè sono in grado di oscurare, colpire e rendere inservibili i radar nemici. A cosa serve questo oscuramento? Si dice che questi aerei sono i primi ad arrivare in teatro e gli ultimi ad andare via, perché sono quelli che rendono possibile l'impiego di altri mezzi aerei senza che questi corrano il pericolo di essere abbattuti dalla contraerea; infatti, non appena si accendono i radar atti ad individuare gli aerei della coalizione, i nostri Tornado possono oscurarli, o semplicemente con un intervento di tipo elettromagnetico (cioè che provoca un "rumore magnetico" che impedisce ai quei radar di vedere gli aerei), o con un missile di precisione, che non ha normalmente effetti collaterali ma che insegue e distrugge l'emissione radar anche ove questa venisse accesa e immediatamente spenta, perché la memorizza, la insegue, la colpisce e l'annienta.
Questi sono i mezzi che abbiamo messo a disposizione, oltre ai quattro caccia che - come è noto - hanno un compito di scorta, di accompagnamento e di messa in sicurezza. Abbiamo al di fuori della coalizione i mezzi navali, che sono stati allertati, e rimane naturalmente in atto la copertura dello spazio aereo italiano, come avviene normalmente, e più specificatamente in questa fase, in cui l'allerta è stata portata ad un livello più alto, in modo che quattro caccia italiani possono sempre essere in volo in soli 15 minuti per la protezione, questa volta, del nostro spazio aereo, al di fuori della coalizione.
Questo è l'apporto concreto che abbiamo dato partecipando ad una coalizione che sicuramente vede l'Italia in un ruolo - ve lo posso assicurare personalmente - di grande rilievo anche politico nei confronti degli altri Paesi. Nelle riunioni che abbiamo fatto a Bruxelles, il peso e l'ascolto della nostra conoscenza delle vicende libiche è stato assolutamente notevole. I Paesi alleati sanno benissimo che non è possibile immaginare un futuro della Libia senza un ruolo politico, attivo, sociale, economico e diplomatico dell'Italia. E lo sappiamo anche noi che siamo comunque i primi a pagare le conseguenze di ciò che sta avvenendo. Lo sanno i cittadini di Trapani, che hanno visto chiuso il loro aeroporto - lo dico al senatore D'Alia e agli altri parlamentari che me ne hanno fatto domanda - sia pure solo per pochi giorni e per il tempo necessario a riaprirlo gradualmente, per ovvie necessità di sicurezza. Ne stiamo pagando le conseguenze in termini di possibile pericolo di immigrazioni sempre più vaste, tra le quali bisogna distinguere quelle dei profughi da quelle di semplice - se così possiamo definirla - immigrazione clandestina, quale quella attualmente in atto dalla Tunisia, dove non vi è guerra ma dove è venuto meno il controllo della polizia tunisina, che era presente prima dello scoppio delle vicende di cui tutti oggi siamo in grado di conoscere la portata. Al riguardo, voglio riferire che è arrivata questa mattina al porto di Lampedusa, su richiesta del ministro degli interni onorevole Maroni, la nave italiana che ha già imbarcato 600 immigrati per trasferirli in altro luogo italiano.
Certo, noi siamo consapevoli che il nostro intervento, doveroso per i motivi umanitari che abbiamo detto e per dare esecuzione alle ragioni che hanno portato la comunità internazionale a decidere la risoluzione n. 1973, ci consente anche una maggiore autorevolezza nel chiedere alla comunità internazionale di sobbarcarsi insieme a noi i pesi di una eventuale gestione di una biblica immigrazione di profughi, che avremmo il dovere di assistere (diverso è il problema normativo riguardo l'immigrazione clandestina: parlo di profughi). Né possiamo immaginare che l'assenza di intervento avrebbe migliorato la situazione: anzi l'avrebbe resa probabilmente ancora più drammatica, e avrebbe lasciato l'Italia più sola nella gestione ipotetica della fuga dalla Libia di migliaia e migliaia di profughi.
Per questo motivo penso di poter affermare che ci siamo mossi come Governo, come Parlamento - ho l'orgoglio di dirlo almeno a nome di tutti coloro che erano presenti nella seduta di venerdì delle Commissioni riunite, e ricordo che il Parlamento deciderà oggi come atteggiarsi - fino a questo momento nella maniera più adeguata. Non siamo intervenuti né troppo presto, né troppo tardi. Non siamo intervenuti né con poco, né tantomeno con tanto entusiasmo: non c'è mai entusiasmo nel dover fare ricorso alla forza. Le parole che personalmente mi hanno più toccato sono state quelle pronunciate dal Santo Padre, che, rivolgendosi a tutti quelli che come noi hanno una responsabilità politica o militare, ha raccomandato di tenere presenti i doveri umanitari e morali: non li ho dimenticati, e penso che nessuno di noi possa dimenticarli neanche per un solo istante. Abbiamo però l'orgoglio di aver fatto il nostro dovere, al di là delle facili semplificazioni della stampa e delle facili diversità che qualcuno a tutti i costi deve ricercare. Per quanto mi riguarda, ho l'orgoglio di aver fatto, con la massima modestia e moderazione, quanto toccava fare a chi ha il compito di dirigere le Forze armate, delle quali - ve lo posso assicurare - potete tutti essere molto orgogliosi per la prontezza, l'efficienza e l'efficacia che anche questa volta hanno saputo dimostrare. (Applausi dai Gruppi PdL, CN e della senatrice Aderenti).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle comunicazioni del Governo.
È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà.
BONINO (PD). Signor Presidente, colleghi, noi radicali abbiamo già espresso venerdì, nel corso del dibattito delle Commissioni riunite, la posizione per la quale vogliamo che il nostro Paese sia pienamente impegnato nell'applicazione della risoluzione n. 1973, nei suoi limiti ma anche nella sua interezza. Sicché oggi nel dibattito in corso, nei minuti che ho a disposizione, desidero soffermarmi su due aspetti che mi pare ci vedano ancora distanti, signor Ministro e signori del Governo.
Il primo è la sospensione formale del Trattato. Non condivido, signor Ministro, neanche la tesi per la quale la non sospensione formale consentirebbe all'Italia, una volta passata la bufera, di avere una posizione di maggiore preminenza nei rapporti con il nuovo Governo libico; penso esattamente il contrario. Penso che solamente un segno di discontinuità formale con il passato regime possa forse farci sperare, con il passare del tempo e con una politica diversa, di riacquisire, agli occhi del popolo libico e del nuovo Governo, quella credibilità che invece siamo andati perdendo, di errore in errore, negli ultimi anni, ma anche - a mio avviso - da prima. Per questo la risoluzione che presentiamo insiste perché il Governo assuma tutte le iniziative necessarie in base alle convenzioni internazionali per la sospensione formale del Trattato, dovuta alla violazione dell'articolo 6 del Trattato stesso da parte del Governo libico, da parte del regime di Gheddafi.
La seconda questione riguarda la Corte penale internazionale. Piaccia o no, Gheddafi, come altri Capi di Stato - penso per esempio ad Al Bashir - sono oggi sotto la lente della Corte penale internazionale. Il nostro Paese, che pure è stato dieci anni fa il più grande sostenitore e promotore della Corte penale internazionale, in dieci anni non ha recepito nel nostro ordinamento nazionale gli atti previsti dallo statuto della Corte. Per farla breve: se passassero da queste parti Al Bashir o Gheddafi, il nostro Paese non li potrebbe neppure arrestare. Può far piacere, ma è illegale. Dopo nove anni, chiediamo al Governo un impegno, perché sappiamo bene che il disegno di legge è già uscito dai vari Ministeri ed è fermo da quel dì, forse non a caso, alla Presidenza del Consiglio.
Vengo ora alla questione degli sfollati, che dovremmo smettere di chiamare clandestini, così ci capiamo, e facciamo capire anche alla gente. (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Non stiamo parlando dell'invasione biblica evocata da Maroni di un milione di persone, ma di 15.000 sfollati; se un grande Paese come l'Italia non riesce a gestire un'emergenza di 15.000 persone, c'è da chiedersi di quale Paese stiamo parlando.
ASCIUTTI (PdL). Li mandiamo a casa tua!
BONINO (PD). Dico semplicemente che chi fugge dalle bombe... (Commenti del senatore Asciutti). Questo Paese è un grande Paese legalitario e vicino alla legalità internazionale! Di questo dobbiamo andare orgogliosi, e non di allarmismi che non si verificano neppure!
Infine, signori Ministri, voglio che sia chiaro che il blocco militare serve a impedire le forniture a Gheddafi e non a bloccare gli sfollati che scappano dalla guerra e dalle bombe. (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Vorrei che questo fosse chiaro, e per le ambiguità che esistono nella risoluzione della maggioranza non credo che la voteremo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tonini. Ne ha facoltà.
TONINI (PD). Signor Presidente, signori Ministri, colleghi senatori, di fronte ad una prova così impegnativa e rischiosa come quella che stiamo vivendo è richiesto a tutti chiarezza di linea politica, determinazione nel perseguirla, moderazione nell'uso della forza, legittima e necessaria, e responsabilità tra le forze politiche.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,04)
(Segue TONINI). Signor Presidente, abbiamo colto nelle parole dei Ministri un'attenzione impegnata e unitaria in questa direzione; l'avevamo sentita anche nella Commissione, ed è stata una delle ragioni che ci hanno portato a condividere un testo assieme. Signori Ministri, dobbiamo però dirvi - ci duole farlo - che questa chiarezza, questa determinazione e questa responsabilità non l'abbiamo potuta cogliere nell'incredibile diserzione dal voto da parte di una forza di Governo determinante per la maggioranza; non l'abbiamo colta nel rifiuto incomprensibile del Presidente del Consiglio a venire qui oggi, analogamente a quanto fatto da tutti i leader di tutti i Paesi del mondo e in tutti i Parlamenti impegnati in questa vicenda, a spiegare al Parlamento e al Paese le ragioni dell'impegno del Governo. (Applausi dal Gruppo PD). Devo dire che non l'abbiamo trovata nel metodo, nel deludente testo e nel contenuto della risoluzione proposta dalla maggioranza.
Signor Presidente, noi abbiamo cercato di fare la nostra parte. Venerdì scorso, con il nostro voto determinante, il Parlamento ha impegnato il Governo ad adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare che l'Italia partecipi attivamente alla piena attuazione della risoluzione n. 1973 del 17 marzo 2011, ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto attacco in Libia, ivi compresa la concessione in uso di basi sul territorio nazionale. Abbiamo votato questo dispositivo in Commissione non senza preoccupazione, perché decidere l'uso, sia pur limitato e legittimo, della forza, è sempre difficile, ma lo abbiamo fatto con piena e serena convinzione. Sappiamo infatti di aver preso una decisione coerente con l'articolo 11 della nostra Costituzione, che ripudia la guerra se non per legittima difesa, ma rifiuta anche qualunque concezione neutralista o isolazionista, in favore di un impegno attivo per la creazione di un ordine mondiale giusto e pacifico.
Sulla base dell'articolo 11 della Costituzione, come il Presidente della Repubblica ha ripetutamente ricordato, l'Italia non può restare indifferente rispetto alla qualità dell'ordine mondiale in termini di pace e di giustizia. Al contrario, l'Italia deve intervenire, e deve farlo attivamente, nel contesto internazionale, con il duplice vincolo stabilito dal fine, che deve essere la promozione della giustizia e della pace, e dal mezzo, che deve essere quello della legalità e del diritto internazionale come affermati attraverso la limitazione della sovranità dei singoli Stati e la promozione degli organismi multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite.
La costruzione di un nuovo ordine mondiale di giustizia e di pace passa oggi più che mai per il Mediterraneo, e quindi coinvolge appieno ed in prima linea il nostro Paese. Dobbiamo guardare con speranza, e non con paura, a ciò che sta accadendo nel mondo arabo-islamico, che è attraversato - è del tutto evidente - da tensioni non prive di rischi, ma cariche di straordinaria opportunità di sviluppo e di progresso. È nel nostro interesse nazionale aprire la possibilità di una nuova centralità del Mediterraneo attraverso una nuova stabilità, affidata non più a regimi autocratici, ma a risposte affidabili alla domanda di libertà e di democrazia dei popoli arabo-islamici. Anzi, l'unico modo per difendere e promuovere l'interesse nazionale è quello di ancorarlo ad una visione lungimirante di politica estera, che investa sulle energie di cambiamento anziché sulla conservazione di un ormai indifendibile status quo. (Applausi dal Gruppo PD). Il nostro Governo, lo abbiamo detto più volte, a lungo si è attardato nell'illusione di poter difendere questo status quo, e noi abbiamo fatto il nostro dovere di opposizione, incalzando il Governo ad assumere una posizione più coraggiosa.
Chi ha compreso meglio e per primo cosa si poteva muovere nel mondo arabo-islamico è stato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con il famoso discorso all'Università del Cairo del 4 giugno 2009. Mentre noi ricevevamo con tutti i salamelecchi del caso Gheddafi, il Presidente nero dal nome arabo, immagine vivente di una globalizzazione inclusiva e plurale, affermava la compatibilità tra Islam e democrazia, si schierava dalla parte dei popoli che si battono per il valore universale della libertà e dei diritti umani e, al tempo stesso, ripristinava il rispetto della sovranità altrui e l'opzione preferenziale per il multilateralismo, entrambi violati da Bush con l'intervento in Iraq. La dottrina del Cairo non ha evitato alla Casa Bianca esitazioni ed incertezze dinanzi al precipitare degli eventi, imprevedibile per tutti, almeno nei modi e nei tempi; tuttavia, ha consentito ed offerto un nuovo paradigma per affrontare un passaggio storico così difficile e così impegnativo come quello che riguarda il Mediterraneo.
La crisi libica e l'arroccamento di Gheddafi hanno malamente complicato la situazione. Le violenze e le atrocità che Gheddafi ha commesso contro il suo popolo gli sono valse la condanna unanime della comunità internazionale, con la risoluzione n. 1970, e l'autorizzazione all'uso della forza per imporre il cessate il fuoco e proteggere le popolazioni civili, con la risoluzione n. 1973. Ora il multilateralismo deve dimostrarsi efficace sul difficile, insidioso terreno libico, costringendo Gheddafi a mollare la presa e consentendo al popolo libico di trovare la sua via verso la libertà.
Noi dobbiamo essere dalla parte di questo popolo, offrire a questo popolo la sponda della legalità internazionale e dell'uso misurato e responsabile della forza. Abbiamo davanti a noi una sfida grande, signor Presidente. Cerchiamo tutti di esserne all'altezza. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Serra e Pardi).