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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 525 del 23/03/2011


RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza della vice presidente BONINO

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 17,08).

Si dia lettura del processo verbale.

THALER AUSSERHOFER, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.

Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 17,10)

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 17,13).

Comunicazioni del Governo sulla crisi libica e conseguente discussione (ore 17,14)

Approvazione delle proposte di risoluzione nn. 1 (testo 2) e 2. Reiezione delle proposte di risoluzione nn. 3, 4 (testo 2) e 5 (testo 2)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Comunicazioni del Governo sulla crisi libica».

Ha la parola il ministro degli affari esteri, onorevole Frattini.

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli senatori, l'Italia e la Libia sono accomunate da vicinanza geografica, da legami storici e culturali, da forte complementarità tra le rispettive economie e sentimenti soprattutto di profonda amicizia tra i due popoli. Questi legami affondano le loro radici nella particolare qualità del dialogo instauratosi nel tempo tra le società e tra i popoli dei nostri due Paesi e sono stati alimentati dal gesto di riconciliazione che l'Italia ha voluto compiere, cancellando le recriminazioni lasciate dal passato coloniale.

Questi sentimenti di amicizia con il popolo libico ci avevano spinti a favorire con tutte le nostre forze una soluzione pacifica alla crisi. I nostri atti, sin dal primo momento, prima ancora della risoluzione n. 1973, sono stati tesi all'unico obiettivo di impedire che quella che è stata chiamata la «primavera del Mediterraneo» fosse soffocata nel sangue. Per un momento abbiamo anche sperato che il colonnello Gheddafi potesse scegliere la via dell'esilio, ipotesi evocata da più parti per evitare il massacro dei civili. Abbiamo perciò condiviso prima le sanzioni della risoluzione n. 1970 e poi le più drastiche misure previste dal capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite.

Non si tratta affatto, onorevoli senatori, di fare la guerra, ma di impedire la guerra e le sue nefaste conseguenze. Si tratta di portare aiuto a chi è in balia di un'offensiva bellica indiscriminata. E, per portare questo aiuto, è necessaria la forza, il diritto e il dovere di proteggere che le Nazioni Unite hanno solennemente sancito.

La risoluzione n. 1973 rappresenta perciò lo sbocco di una graduale azione diplomatica della comunità internazionale. Con la sua adozione e con il suo mancato rispetto da parte del regime libico la pagina è stata voltata. Il regime si è posto definitivamente fuori dalla cornice di legalità internazionale. La risoluzione ha confermato l'obiettivo primario della protezione della popolazione civile adottando più stringenti misure, come l'istituzione di una zona di divieto di sorvolo. La decisione, come voi sapete, è anche espressione di richieste precise della Lega araba e risponde in termini politici all'appello del Consiglio nazionale libico di transizione di Bengasi.

Il Governo ha costantemente tenuto informato il Parlamento sugli sviluppi della crisi. Abbiamo condiviso con il Parlamento l'intenzione di partecipare all'intervento in attuazione della risoluzione dell'ONU n. 1973. Abbiamo ottenuto il via libera delle Commissioni affari esteri e difesa di entrambe le Camere. Ecco perché, su tali basi, abbiamo assicurato la nostra partecipazione a pieno titolo alle operazioni che sono state avviate. In tale quadro di condivisione delle responsabilità, l'Italia sta dando e darà il proprio contributo all'applicazione della risoluzione n. 1973, nel puntuale rispetto dei limiti da essa definiti. Abbiamo garantito l'utilizzo delle basi militari sul territorio italiano e l'impiego di uomini e mezzi (aerei e navali) delle nostre Forze armate; la nostra azione è condotta in stretto coordinamento con i partner internazionali e in contatto con i diversi attori regionali.

Onorevoli senatori, l'azione militare serve ad evitare danni gravissimi. Per questo ci siamo e ci saremo con piena dignità e faremo valere i principi assoluti di solidarietà e di civiltà, quando li sentissimo messi tra parentesi o addirittura calpestati. Ma restiamo anche convinti del fatto che la soluzione della crisi passi attraverso l'avvio del dialogo nazionale, di un autentico processo costituente che coinvolga le componenti politiche, sociali e tribali della Libia. Un dialogo, questo, ed una soluzione politica con una sola precondizione, che l'intera comunità internazionale, e con essa l'Italia, ha posto: l'abbandono del potere da parte del colonnello Gheddafi.

A pochi giorni di distanza dall'avvio delle operazioni, il Governo torna quindi in Parlamento per informarlo degli ultimi sviluppi. Vogliamo condividere l'impegno volto ad assicurare la piena conformità alle azioni e agli obiettivi della risoluzione n. 1973, nonché per ribadire la volontà di ripristinare con la Libia del dopo Gheddafi quel rapporto preferenziale che è a nostro avviso idoneo a tutelare i nostri interessi nazionali, compresi quelli economici. È un impegno - spero, onorevoli senatori - che potrà mostrare unite le istituzioni e la politica dell'Italia, in nome dell'interesse superiore generale del Paese.

Approvata quindi la risoluzione, era necessario partire con un'azione urgente che scongiurasse in via temporanea - ovviamente un'azione temporanea, ancorché urgente - un massacro di civili.

Superata questa primissima fase, dobbiamo ora tornare alla fisiologia, dobbiamo tornare alle regole: un'unica catena di controllo e comando assicurata dalla NATO. Nel contempo, siamo convinti della necessità di coinvolgere attivamente l'Unione europea, specialmente per gli aspetti umanitari della crisi. Una forte consultazione politica, uno stretto coordinamento operativo faranno la differenza nella realizzazione delle operazioni prescritte dalla risoluzione, garantendo efficienza, coerenza, condivisione delle scelte politico-strategiche.

Le conseguenze delle operazioni, onorevoli senatori, ricadono su tutti i partner e dobbiamo dunque evitare il rischio di essere corresponsabili di azioni non volute. Ecco perché dobbiamo trovare formule adeguate per coinvolgere politicamente un numero più ampio di Paesi, a cominciare dai partner del mondo arabo. Un comando e controllo garantito da un'organizzazione dalla consolidata esperienza, qual è la NATO, assicura coesione ed efficacia della coalizione.

Questa nostra posizione, autorevolmente sostenuta anche dal presidente Napolitano, è stata condivisa da gran parte degli alleati. Su di essa, come sapete, gravava una riserva francese. Nella notte, a seguito di una conversazione telefonica tra il presidente Obama e il presidente Sarkozy, quest'ultimo ha accettato il passaggio ad una fase che riconosca il ruolo chiave della NATO per l'attuazione della risoluzione n. 1973. A questa soluzione abbiamo contribuito con un atteggiamento fermo. Io stesso avevo potuto esprimere, lunedì scorso a Bruxelles, la posizione secondo cui, qualora non fosse stato raggiunto un accordo tra i Paesi alleati sul coordinamento NATO, l'Italia avrebbe dovuto anche considerare l'ipotesi di riassumere una responsabilità nazionale per le proprie attività. Ed ecco allora che una netta preferenza per il quadro NATO si è delineata. Essa era stata espressa anche dai Paesi arabi pronti a partecipare alle operazioni, come ad esempio gli Emirati arabi uniti ed il Qatar. Ho avuto occasione proprio ieri di ascoltare in una conversazione l'opinione del Ministro degli esteri emiratino, il quale mi ha detto che l'assenza di un coordinamento NATO è stata uno dei fattori che hanno rallentato il processo di adesione degli Emirati alle operazioni. Egli ha anche smentito l'asserita contrarietà dei Paesi del Golfo all'attribuzione alla NATO del ruolo chiave che noi auspicavamo. La stessa Turchia, come sapete, ha poi accettato con equilibrio questa soluzione in quanto membro della NATO, e Kuwait e Giordania, come voi certamente saprete, hanno deciso di fornire appoggio logistico all'operazione.

Sempre in ambito NATO, l'Italia ha chiesto e ottenuto che l'embargo sulle armi sia attuato anche tramite un'operazione navale di pattugliamento delle acque internazionali, e l'Italia svolgerà un ruolo cruciale con il comando dell'operazione da Napoli con un ammiraglio italiano.

Quanto al ruolo attribuito all'Unione europea, il Consiglio dei ministri degli esteri, lunedì scorso, ha confermato l'obiettivo primario della protezione delle popolazioni civili e del sostegno alle loro aspirazioni democratiche. Abbiamo espresso la nostra determinazione ad agire d'intesa con i partner internazionali e in particolare con i membri della Lega araba. L'Unione europea continuerà a fornire assistenza umanitaria ai civili vittime delle violenze. L'Unione europea può fornire sostegno materiale, incluso l'utilizzo di assetti della protezione civile europea, per le iniziative internazionali di soccorso e di evacuazione coordinate sotto l'egida delle agenzie dell'ONU e nel rispetto delle linee guida delle Nazioni Unite sull'uso dei mezzi di difesa civile e militare.

Abbiamo inoltre invitato l'Alto rappresentante - ed è questa anzitutto una richiesta italiana - a sviluppare la pianificazione di un'operazione di assistenza umanitaria e di protezione civile anche attraverso l'impiego di mezzi navali: un'azione europea da condurre in stretto coordinamento con l'ONU, con la NATO, con le altre organizzazioni regionali ed i Paesi vicini coinvolti. Un'operazione, com'è ovvio, anche di forte deterrenza, questa europea, nei confronti delle organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani.

La pianificazione dell'azione sarà condotta in tempi rapidi; la valuteranno gli Stati membri dell'Unione europea entro la fine di questa settimana. E l'Italia ha messo a disposizione il quartier generale operativo per l'attuazione di questa missione europeo-mediterranea. Un'offerta apprezzata dall'Unione europea che, su nostra richiesta, ha inserito proprio lunedì, nel punto 7 della risoluzione, il principio di solidarietà e l'impegno verso i Paesi, come l'Italia, più esposti all'impatto dell'immigrazione illegale.

Nel quadro delle misure adottate dall'ONU, siamo stati e rimaniamo impegnati a dare attuazione alle sanzioni finanziarie, comprese quelle decise dall'Unione europea. Le sanzioni mirano ad impedire che risorse finanziarie siano messe a disposizione del regime di Gheddafi. A tale riguardo, l'Italia ha congelato beni riconducibili al regime per un valore compreso tra i 6 ed i 7 miliardi di euro, il Regno Unito per 2 miliardi, fino al limite massimo raggiunto negli Stati Uniti di beni congelati per 30 miliardi.

Abbiamo anche sottolineato l'esigenza che i bisogni primari del popolo libico siano tenuti in considerazione con specifiche clausole di salvaguardia umanitaria.

Il Consiglio europeo di domani, 24 marzo, adotterà poi le sanzioni sui prodotti petroliferi, in particolare nei riguardi della compagnia petrolifera libica (la sua compagnia di Stato) e delle sue sussidiarie. Anche tali sanzioni sono previste dalla risoluzione n. 1973. Prima che esse fossero adottate dal Consiglio di sicurezza - lo ricorderete - il colonnello Gheddafi aveva minacciato di sostituire gli acquirenti europei con quelli di altri Paesi. Ora non può più farlo poiché, precludendo ad ogni potenziale acquirente, al mondo, di comprare petrolio libico, siamo ormai tutti tutelati nella medesima maniera. Non c'è più il rischio che le compagnie europee siano scavalcate da parte di società concorrenti, perché tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite sono tenuti a rispettare l'embargo, e ciò anche in ossequio al principio di non alterare, con misure, ovviamente, illegali, la concorrenza internazionale.

Non è allora fondata la tesi secondo cui i contratti delle nostre imprese sarebbero stati meglio tutelati in caso di nostro mancato intervento. Le sanzioni internazionali contro il regime li avrebbero comunque svuotati di ogni efficacia, ed analogo ragionamento sarebbe valso nel poco realistico caso in cui Gheddafi dovesse, alla fine, prevalere. In ogni caso le sanzioni continuerebbero a dispiegare i loro effetti e renderebbero inefficaci e inapplicabili i contratti firmati.

Ciò non toglie, ovviamente, che occorre continuare ad operare per tutelare, per il futuro della Libia, le posizioni contrattualmente acquisite dalle imprese italiane sul mercato libico. Faremo valere la piena efficacia dei contratti quando la loro vigenza non sarà più bloccata dal regime sanzionatorio. Lo stesso Consiglio transitorio di Bengasi ha assicurato di voler adempiere a quei contratti, dicendosi convinto del fatto che il rispetto delle libertà economiche dello Stato di diritto costituisce un aspetto cruciale delle rivendicazioni libiche, di quella che oggi è l'opposizione libica e di quella che noi speriamo sarà domani la nuova Libia.

Nel frattempo, le imprese europee, impossibilitate ad onorare i contratti in ragione delle sanzioni ONU, trovano oggi, proprio in un regolamento dell'Unione europea che abbiamo recentemente adottato, una misura importante di tutela. È il regolamento n. 204 del marzo 2011, il quale preclude eventuali azioni legali per inadempimento contrattuale. Il regolamento europeo prevede modalità per assicurare i pagamenti dovuti alle imprese europee in base a contratti precedenti ed eseguiti prima dell'entrata in vigore delle sanzioni.

Vi è una questione delicata che il Parlamento ha posto, quella del Trattato bilaterale. Il Trattato bilaterale è stato evocato per chiedere al Governo una valutazione sulla condizione giuridica in cui esso si trova. Da un punto di vista giuridico, onorevoli senatori, l'Italia opera nel rispetto degli obblighi di diritto internazionale. Fino all'adozione delle risoluzioni dell'ONU, l'Accordo di amicizia poteva considerarsi di fatto sospeso alla luce dei principi generali in materia di estinzione e sospensione dei trattati internazionali. Questa era stata la posizione del Governo fino all'adozione delle risoluzioni dell'ONU. Ma il quadro legale è oggi cambiato. Ora l'Italia è chiamata a rispettare la risoluzione n. 1973, e l'articolo 103 della Carta dell'ONU afferma la prevalenza assoluta ed automatica degli obblighi della Carta su quelli assunti dagli Stati membri con qualsiasi altro accordo, internazionale o bilaterale. Siamo quindi tenuti ad adempiere decisioni vincolanti del Consiglio di sicurezza. Ne discende, onorevoli senatori, la sospensione, di diritto e non più di fatto, automatica degli obblighi del Trattato bilaterale, la cui applicazione sarebbe in contrasto con la risoluzione n. 1973. Tale interpretazione, del resto, è desumibile dallo stesso Accordo italo-libico che riconosce la centralità delle Nazioni Unite e impegna le parti al rispetto della legalità internazionale.

Dobbiamo considerare, inoltre, che i soggetti di diritto internazionale non sono i Governi ma sono gli Stati, considerazione che ci spinge a guardare al futuro delle nostre relazioni bilaterali e all'interesse a mantenere in vita il Trattato, ancorché sospeso di diritto in via automatica, per conservare in prospettiva un rapporto preferenziale con la Libia del dopo Gheddafi.

Nell'ambito dell'intervento internazionale va privilegiata l'assistenza umanitaria. L'Italia è pronta all'azione intrapresa verso la Libia, verso la Tunisia, verso l'Egitto, con un forte coinvolgimento delle organizzazioni internazionali.

Signor Presidente, l'Italia è stato il primo Paese che ha portato aiuti umanitari a Bengasi. (Applausi). Con due navi italiane sono arrivate 90 tonnellate di materiale: cibo, kit medicinali e beni di prima necessità per gli ospedali. È una testimonianza concreta, al di là dei facili proclami spesso non seguiti dai fatti, di una vicinanza reale ai bisogni e alle richieste del popolo libico. Vogliamo continuare ad essere protagonisti nell'aiuto umanitario a quel popolo che soffre.

Ma vi è anche un altro aspetto estremamente delicato: quello dell'immigrazione. Molti avevano tacciato come allarmistica la previsione di massicci afflussi di migranti. Ebbene, dalla Tunisia abbiamo visto un forte afflusso di migranti, che ci ha indotto a chiedere con forza che la solidarietà europea per fronteggiare l'emergenza migratoria sia riaffermata in modo chiaro. Da gennaio, 15.000 ed oltre immigrati clandestini sono arrivati in Italia. Non parlo delle condizioni di disagio di Lampedusa, ma della condizione di tutti i centri che si trovano in regioni italiane.

La concreta possibilità che nuovi, ed anche superiori, flussi provengano presto dalla Libia impone in ogni caso una strategia in chiave europea. Abbiamo avanzato alcune richieste: maggiore cooperazione dell'Unione con i Paesi della sponda Sud, anche per garantire la sicurezza delle frontiere; gestione europea dei flussi sulla base di una condivisione effettiva degli oneri tra tutti gli Stati membri; definizione, infine, di un sistema unico di asilo europeo e maggiore collaborazione nella identificazione dei cittadini non comunitari. Questi principi sono stati raccolti nelle conclusioni del Consiglio europeo dell'11 marzo scorso (un Consiglio europeo straordinario chiesto anzitutto dall'Italia) e confermati dai Ministri degli affari esteri il 21 marzo scorso.

In conclusione, onorevoli senatori, credo si debba dire come l'Italia ed il Governo italiano vedono la prospettiva politica per il futuro della nuova Libia. La dimensione politica e quella del partenariato rappresentano la prospettiva su cui dobbiamo impegnarci maggiormente. Uno dei punti più importanti della risoluzione è l'invito a promuovere un dialogo nazionale di riconciliazione. Spetta all'Unione europea, all'ONU, alla Lega araba e all'Unione africana facilitare quel dialogo, favorendo il coinvolgimento dei gruppi tribali di cui la Libia è composta. Si tratta di far funzionare ed attuare da subito il cessate il fuoco e la no-fly zone; ciò vuol dire fermare le violenze e creare le condizioni affinché il dialogo di riconciliazione nazionale possa davvero svilupparsi. Credo che sia l'ONU a dover verificare sul terreno il cessate il fuoco, e su questa base una fase politica si potrebbe aprire.

L'Italia ha aperto da subito un canale diretto con Bengasi: abbiamo contatti costanti. Io personalmente ne ho avuti con il Presidente del Governo provvisorio libico, l'ex ministro della giustizia Jalil. Abbiamo riaperto a Bengasi il consolato italiano; siamo regolarmente informati dei rapporti con le autorità locali; esponenti del Consiglio di Bengasi sono venuti a Roma a rappresentare richieste e prospettive: l'obiettivo della riconciliazione e anche quello dell'integrità territoriale del Paese. Non vogliamo una Libia divisa in due; essa non sarebbe nell'interesse del popolo libico, e lo stesso comitato di Bengasi ha sempre mostrato forte contrarietà a questa prospettiva.

Lavoreremo senza paternalismi per favorire una transizione democratica di un Paese che è al centro del Mediterraneo e di vitali interessi nazionali dell'Italia. Concorreremo portando un contributo originale dell'Italia all'incontro che l'Unione africana ha promosso venerdì prossimo ad Addis Abeba con l'Unione europea, l'ONU e la Lega araba per riflettere sulle prospettive politiche del futuro della Libia. Vogliamo lavorare su una vera integrazione euromediterranea di tutti i Paesi della sponda Sud: una stagione politica che, nell'avvicinarsi della vera democrazia e di una stagione di diritti, preservi i popoli dalle pericolose tentazioni di influenze radicali o fondamentaliste.

In conclusione, signor Presidente, siamo impegnati con piena responsabilità, leali alla coalizione e al rispetto della legalità internazionale. Oggi non portiamo la guerra in Libia; siamo e saremo ancora di più attenti alla popolazione civile, all'uso della forza strettamente conforme alle regole dell'ONU e alla ricerca di una riconciliazione nazionale che, dopo il regime, offra al popolo libico prospettive di prosperità e di autentica libertà. (Applausi dai Gruppi PdL, CN, PD, dei senatori Fosson e Castiglione e dai banchi del Governo).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Rivolgo un saluto ai giovani studenti dell'Istituto di istruzione superiore «Sandro Pertini» di Camposampiero, in provincia di Padova, ai quali do il benvenuto. (Applausi).

Ripresa della discussione sulle comunicazioni del Governo (ore 17,39)

PRESIDENTE. Ha la parola il ministro della difesa, onorevole La Russa.

LA RUSSA, ministro della difesa. Signor Presidente, credo che la comunicazione del ministro Frattini sia largamente esaustiva anche di molti argomenti che avrei potuto trattare, che condivido pienamente e che spero mi esimano dal fare troppe ripetizioni. Pertanto, al quadro delineato dal ministro Frattini cercherò di fornire opportune integrazioni in larga parte di più specifica pertinenza del Ministero della difesa.

Un dato che non è stato forse sottolineato con sufficiente rilievo è quello della straordinaria accelerazione dei tempi operativi che è avvenuta in questa vicenda come mai era successo nelle pur molteplici crisi internazionali degli ultimi anni. Dal momento in cui si è posta l'eventualità di un intervento internazionale al momento in cui è poi arrivata una risoluzione, fino al momento in cui la risoluzione è diventata poi operativa, è passato un tempo così breve come mai era capitato in precedenti occasioni. Non ci interessa tanto individuare esattamente i fattori che hanno determinato questa accelerazione, quanto capire cosa questo ha comportato.

Va comunque detto quali sono state le ragioni di questa accelerazione: essa da un lato ha risposto all'esigenza di fermare i combattimenti in atto in quella che era divenuta una vera e propria guerra tra le fazioni contendenti di una Libia spaccata in due, con gravissime ripercussioni sulla popolazione civile; d'altro lato ad influenzare l'accelerazione è stata la predisposizione delle misure organizzative necessarie a garantire la migliore esecuzione dell'intervento internazionale. Fra questi due opposti fattori, non vi è alcun dubbio che fosse prioritario il primo, la necessità di intervenire prontamente, in termini di tempo e di importanza; d'altra parte, la stessa risoluzione n. 1973 richiamava innanzitutto alla protezione della gente libica. Ci si è chiesto se questa risoluzione, che è quella che ha dato poi legittimazione all'intervento, sia stata utile, se sia servita. Noi pensiamo di sì: quella che poteva diventare la strage di un popolo si è arrestata, e i combattimenti si sono successivamente caratterizzati come scontri tra le forze in armi dei due schieramenti, forze governative e forze di opposizione. Se volessimo fare un macabro, lugubre calcolo delle vittime, sicuramente diremmo che dal 18 marzo in poi le vittime, se ci sono state - e ahimè ci sono state - sicuramente sono state in numero inferiore rispetto a quanto era successo prima, e soprattutto rispetto a quanto sarebbe successo se fosse mancato l'intervento della comunità internazionale.

Come è arrivata l'Italia all'intervento? Qualcuno ha detto che vi è arrivata troppo presto, qualcuno ha lamentato che l'intervento della comunità internazionale e dell'Italia stessa sia arrivato troppo tardi. In realtà, noi riteniamo che mai come in questa occasione il Governo, confortato però, devo dirlo, dalla opinione della stragrande maggioranza della Camera e del Senato, ha scelto i tempi assolutamente adeguati alla necessità ed è intervenuto immediatamente sul piano umanitario, come ha ricordato il ministro Frattini. Aggiungo che il nostro è stato il Paese più impegnato nell'evacuazione di cittadini stranieri e di cittadini italiani: non ho bisogno di dirvi il numero, ma si pensi che il numero di cittadini stranieri che abbiamo evacuato è superiore di quattro volte al numero dei cittadini italiani che abbiamo evacuato. Il nostro Paese è stato il primo, come ha ricordato il Ministro, a mandare aiuti a Bengasi, ma anche a mandare aiuti alla frontiera con la Tunisia, fornendo assistenza sanitaria, trasportando e riportando a casa egiziani e addirittura gente di altri quattro Paesi; inoltre è stato il più pronto ad offrire le proprie basi. Io stesso parlavo quotidianamente con i Ministri dei Paesi europei ed extraeuropei alleati che ci chiedevano l'utilizzo delle basi per scopi umanitari, raccomandando, esigendo, pretendendo che ad utilizzarli fossero assetti destinati solo a scopi umanitari; perché, come ci impone la nostra Costituzione, non potevamo immaginare nessun altro tipo d'intervento senza un previo via libera, per così dire, degli organismi internazionali.

Quando l'organismo internazionale, superando difficoltà insite nelle sue modalità di decisione, che prevedono come sapete la possibilità del diritto di veto, ha ottenuto l'assenso della larga maggioranza dell'organo preposto alla decisione e l'astensione anche di Russia e Cina, che potevano in ipotesi porre il veto, solo in quel momento e senza indugio l'Italia si è trovata davanti alla scelta di partecipare o meno allo sforzo della comunità internazionale teso a salvaguardare, come imponeva la risoluzione, l'integrità fisica del popolo libico.

L'Italia non aveva certo sperato in una situazione del genere e non aveva alcun vantaggio, né potrà avere - immagino - particolari vantaggi dalla situazione che si è venuta improvvisamente ed imprevedibilmente a creare (si è infiammato tutto il Nord Africa, dall'Egitto alla Tunisia, contagiando anche una diversa situazione come quella libica) l'Italia si è trovata a dover decidere cosa fare, e senza indugio. Il Governo ha convocato una riunione la mattina del 18 marzo e ha deciso che l'unica soluzione da adottare, che poi è stata approvata praticamente all'unanimità, fatta eccezione - devo ricordarlo per onestà - per l'astensione del ministro Calderoli, che voleva capire bene quale fosse la portata dell'intervento, fosse quella di dare mandato ai Ministri degli esteri e della difesa di recarsi dinanzi alle Commissioni riunite esteri e difesa di Camera e Senato (non in Aula, perché non era facilmente convocabile in quel momento, altrimenti saremmo venuti in Aula) per prospettare l'opportunità di un'adesione alla coalizione che si era intanto formata in esecuzione del deliberato delle Nazioni Unite al fine di proteggere la popolazione libica.

Non vi era dubbio - come ci ha indicato il Parlamento attraverso il voto unanime dei presenti, con la non partecipazione al voto della Lega Nord e dell'IdV - che non potesse esservi scelta. Non c'è stato né entusiasmo, né ripensamento: era una scelta logica quella di offrire le nostre basi, indispensabili all'applicazione di ciò che la comunità internazionale ci chiedeva; e a quel punto la scelta è stata anche quella di non essere solo i soggetti che fornivano le basi, ma di dare un contributo concreto e attivo alla coalizione, sia pure moderato, limitato e modesto in confronto all'impegno di altri assetti di altri Paesi. Quindi, abbiamo fornito le basi e aderito alla coalizione, esattamente come ci ha indicato, nel pomeriggio del 18 marzo scorso, il Parlamento con il voto unanime dei membri presenti delle Commissioni esteri e difesa di Camera e Senato, salva le eccezioni di cui vi ho detto.

L'indomani mattina, a Parigi, il nostro Presidente del Consiglio ha partecipato ad una riunione, nel corso della quale è stata presa la decisione di formare la coalizione; è stato votato un documento, con il quale si decideva di agire attivamente per rendere concrete le prescrizioni della risoluzione 1973. Subito dopo il Ministero della difesa ha provveduto a notificare al Segretario generale dell'ONU, nonché alla Lega Araba, la nostra adesione alla coalizione, della quale fanno parte numerosi Paesi. Se volete, ve li ricordo: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna, Canada, Danimarca, Belgio, Grecia (tutti Paesi appartenenti alla Nato), ai quali si aggiunge il Qatar.

Successivamente alla notifica, abbiamo deciso - ecco gli elementi di specifica pertinenza della Difesa - quali assetti trasferire all'autorità della coalizione, che aveva come comandante, su una nave nel porto di Napoli, l'ammiraglio Locklear, il quale ha un «doppio cappello»: nell'ipotesi in cui dovesse avvenire il passaggio del comando delle operazioni alla NATO, egli è anche il comandante della base navale NATO, ma in quel momento era il comandante americano capo della coalizione. Abbiamo messo a disposizione quattro aerei Tornado e quattro caccia F-16. Si è molto discusso di quali siano le caratteristiche dei nostri aerei, di cosa facciano se sparano, se non sparano. Pochi hanno notato che, senza contrasto, tra gli assetti messi a disposizione dall'Italia, non figurano i Tornado. Ripeto, senza contrasto: quindi non è che abbiamo negato tali assetti, ma abbiamo determinato in una cordiale intesa che gli assetti italiani fossero questi. Quindi non ci sono i Tornado di altro tipo, che dispongono di un armamento fatto di bombe dirompenti (lo dico in gergo semplice affinché sia compreso da tutti), mentre invece i quattro Tornado che abbiamo messo a disposizione sono di armamento di tipo ECR, cioè sono in grado di oscurare, colpire e rendere inservibili i radar nemici. A cosa serve questo oscuramento? Si dice che questi aerei sono i primi ad arrivare in teatro e gli ultimi ad andare via, perché sono quelli che rendono possibile l'impiego di altri mezzi aerei senza che questi corrano il pericolo di essere abbattuti dalla contraerea; infatti, non appena si accendono i radar atti ad individuare gli aerei della coalizione, i nostri Tornado possono oscurarli, o semplicemente con un intervento di tipo elettromagnetico (cioè che provoca un "rumore magnetico" che impedisce ai quei radar di vedere gli aerei), o con un missile di precisione, che non ha normalmente effetti collaterali ma che insegue e distrugge l'emissione radar anche ove questa venisse accesa e immediatamente spenta, perché la memorizza, la insegue, la colpisce e l'annienta.

Questi sono i mezzi che abbiamo messo a disposizione, oltre ai quattro caccia che - come è noto - hanno un compito di scorta, di accompagnamento e di messa in sicurezza. Abbiamo al di fuori della coalizione i mezzi navali, che sono stati allertati, e rimane naturalmente in atto la copertura dello spazio aereo italiano, come avviene normalmente, e più specificatamente in questa fase, in cui l'allerta è stata portata ad un livello più alto, in modo che quattro caccia italiani possono sempre essere in volo in soli 15 minuti per la protezione, questa volta, del nostro spazio aereo, al di fuori della coalizione.

Questo è l'apporto concreto che abbiamo dato partecipando ad una coalizione che sicuramente vede l'Italia in un ruolo - ve lo posso assicurare personalmente - di grande rilievo anche politico nei confronti degli altri Paesi. Nelle riunioni che abbiamo fatto a Bruxelles, il peso e l'ascolto della nostra conoscenza delle vicende libiche è stato assolutamente notevole. I Paesi alleati sanno benissimo che non è possibile immaginare un futuro della Libia senza un ruolo politico, attivo, sociale, economico e diplomatico dell'Italia. E lo sappiamo anche noi che siamo comunque i primi a pagare le conseguenze di ciò che sta avvenendo. Lo sanno i cittadini di Trapani, che hanno visto chiuso il loro aeroporto - lo dico al senatore D'Alia e agli altri parlamentari che me ne hanno fatto domanda - sia pure solo per pochi giorni e per il tempo necessario a riaprirlo gradualmente, per ovvie necessità di sicurezza. Ne stiamo pagando le conseguenze in termini di possibile pericolo di immigrazioni sempre più vaste, tra le quali bisogna distinguere quelle dei profughi da quelle di semplice - se così possiamo definirla - immigrazione clandestina, quale quella attualmente in atto dalla Tunisia, dove non vi è guerra ma dove è venuto meno il controllo della polizia tunisina, che era presente prima dello scoppio delle vicende di cui tutti oggi siamo in grado di conoscere la portata. Al riguardo, voglio riferire che è arrivata questa mattina al porto di Lampedusa, su richiesta del ministro degli interni onorevole Maroni, la nave italiana che ha già imbarcato 600 immigrati per trasferirli in altro luogo italiano.

Certo, noi siamo consapevoli che il nostro intervento, doveroso per i motivi umanitari che abbiamo detto e per dare esecuzione alle ragioni che hanno portato la comunità internazionale a decidere la risoluzione n. 1973, ci consente anche una maggiore autorevolezza nel chiedere alla comunità internazionale di sobbarcarsi insieme a noi i pesi di una eventuale gestione di una biblica immigrazione di profughi, che avremmo il dovere di assistere (diverso è il problema normativo riguardo l'immigrazione clandestina: parlo di profughi). Né possiamo immaginare che l'assenza di intervento avrebbe migliorato la situazione: anzi l'avrebbe resa probabilmente ancora più drammatica, e avrebbe lasciato l'Italia più sola nella gestione ipotetica della fuga dalla Libia di migliaia e migliaia di profughi.

Per questo motivo penso di poter affermare che ci siamo mossi come Governo, come Parlamento - ho l'orgoglio di dirlo almeno a nome di tutti coloro che erano presenti nella seduta di venerdì delle Commissioni riunite, e ricordo che il Parlamento deciderà oggi come atteggiarsi - fino a questo momento nella maniera più adeguata. Non siamo intervenuti né troppo presto, né troppo tardi. Non siamo intervenuti né con poco, né tantomeno con tanto entusiasmo: non c'è mai entusiasmo nel dover fare ricorso alla forza. Le parole che personalmente mi hanno più toccato sono state quelle pronunciate dal Santo Padre, che, rivolgendosi a tutti quelli che come noi hanno una responsabilità politica o militare, ha raccomandato di tenere presenti i doveri umanitari e morali: non li ho dimenticati, e penso che nessuno di noi possa dimenticarli neanche per un solo istante. Abbiamo però l'orgoglio di aver fatto il nostro dovere, al di là delle facili semplificazioni della stampa e delle facili diversità che qualcuno a tutti i costi deve ricercare. Per quanto mi riguarda, ho l'orgoglio di aver fatto, con la massima modestia e moderazione, quanto toccava fare a chi ha il compito di dirigere le Forze armate, delle quali - ve lo posso assicurare - potete tutti essere molto orgogliosi per la prontezza, l'efficienza e l'efficacia che anche questa volta hanno saputo dimostrare. (Applausi dai Gruppi PdL, CN e della senatrice Aderenti).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle comunicazioni del Governo.

È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà.

BONINO (PD). Signor Presidente, colleghi, noi radicali abbiamo già espresso venerdì, nel corso del dibattito delle Commissioni riunite, la posizione per la quale vogliamo che il nostro Paese sia pienamente impegnato nell'applicazione della risoluzione n. 1973, nei suoi limiti ma anche nella sua interezza. Sicché oggi nel dibattito in corso, nei minuti che ho a disposizione, desidero soffermarmi su due aspetti che mi pare ci vedano ancora distanti, signor Ministro e signori del Governo.

Il primo è la sospensione formale del Trattato. Non condivido, signor Ministro, neanche la tesi per la quale la non sospensione formale consentirebbe all'Italia, una volta passata la bufera, di avere una posizione di maggiore preminenza nei rapporti con il nuovo Governo libico; penso esattamente il contrario. Penso che solamente un segno di discontinuità formale con il passato regime possa forse farci sperare, con il passare del tempo e con una politica diversa, di riacquisire, agli occhi del popolo libico e del nuovo Governo, quella credibilità che invece siamo andati perdendo, di errore in errore, negli ultimi anni, ma anche - a mio avviso - da prima. Per questo la risoluzione che presentiamo insiste perché il Governo assuma tutte le iniziative necessarie in base alle convenzioni internazionali per la sospensione formale del Trattato, dovuta alla violazione dell'articolo 6 del Trattato stesso da parte del Governo libico, da parte del regime di Gheddafi.

La seconda questione riguarda la Corte penale internazionale. Piaccia o no, Gheddafi, come altri Capi di Stato - penso per esempio ad Al Bashir - sono oggi sotto la lente della Corte penale internazionale. Il nostro Paese, che pure è stato dieci anni fa il più grande sostenitore e promotore della Corte penale internazionale, in dieci anni non ha recepito nel nostro ordinamento nazionale gli atti previsti dallo statuto della Corte. Per farla breve: se passassero da queste parti Al Bashir o Gheddafi, il nostro Paese non li potrebbe neppure arrestare. Può far piacere, ma è illegale. Dopo nove anni, chiediamo al Governo un impegno, perché sappiamo bene che il disegno di legge è già uscito dai vari Ministeri ed è fermo da quel dì, forse non a caso, alla Presidenza del Consiglio.

Vengo ora alla questione degli sfollati, che dovremmo smettere di chiamare clandestini, così ci capiamo, e facciamo capire anche alla gente. (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Non stiamo parlando dell'invasione biblica evocata da Maroni di un milione di persone, ma di 15.000 sfollati; se un grande Paese come l'Italia non riesce a gestire un'emergenza di 15.000 persone, c'è da chiedersi di quale Paese stiamo parlando.

ASCIUTTI (PdL). Li mandiamo a casa tua!

BONINO (PD). Dico semplicemente che chi fugge dalle bombe... (Commenti del senatore Asciutti). Questo Paese è un grande Paese legalitario e vicino alla legalità internazionale! Di questo dobbiamo andare orgogliosi, e non di allarmismi che non si verificano neppure!

Infine, signori Ministri, voglio che sia chiaro che il blocco militare serve a impedire le forniture a Gheddafi e non a bloccare gli sfollati che scappano dalla guerra e dalle bombe. (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Vorrei che questo fosse chiaro, e per le ambiguità che esistono nella risoluzione della maggioranza non credo che la voteremo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tonini. Ne ha facoltà.

TONINI (PD). Signor Presidente, signori Ministri, colleghi senatori, di fronte ad una prova così impegnativa e rischiosa come quella che stiamo vivendo è richiesto a tutti chiarezza di linea politica, determinazione nel perseguirla, moderazione nell'uso della forza, legittima e necessaria, e responsabilità tra le forze politiche.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,04)

(Segue TONINI). Signor Presidente, abbiamo colto nelle parole dei Ministri un'attenzione impegnata e unitaria in questa direzione; l'avevamo sentita anche nella Commissione, ed è stata una delle ragioni che ci hanno portato a condividere un testo assieme. Signori Ministri, dobbiamo però dirvi - ci duole farlo - che questa chiarezza, questa determinazione e questa responsabilità non l'abbiamo potuta cogliere nell'incredibile diserzione dal voto da parte di una forza di Governo determinante per la maggioranza; non l'abbiamo colta nel rifiuto incomprensibile del Presidente del Consiglio a venire qui oggi, analogamente a quanto fatto da tutti i leader di tutti i Paesi del mondo e in tutti i Parlamenti impegnati in questa vicenda, a spiegare al Parlamento e al Paese le ragioni dell'impegno del Governo. (Applausi dal Gruppo PD). Devo dire che non l'abbiamo trovata nel metodo, nel deludente testo e nel contenuto della risoluzione proposta dalla maggioranza.

Signor Presidente, noi abbiamo cercato di fare la nostra parte. Venerdì scorso, con il nostro voto determinante, il Parlamento ha impegnato il Governo ad adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare che l'Italia partecipi attivamente alla piena attuazione della risoluzione n. 1973 del 17 marzo 2011, ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto attacco in Libia, ivi compresa la concessione in uso di basi sul territorio nazionale. Abbiamo votato questo dispositivo in Commissione non senza preoccupazione, perché decidere l'uso, sia pur limitato e legittimo, della forza, è sempre difficile, ma lo abbiamo fatto con piena e serena convinzione. Sappiamo infatti di aver preso una decisione coerente con l'articolo 11 della nostra Costituzione, che ripudia la guerra se non per legittima difesa, ma rifiuta anche qualunque concezione neutralista o isolazionista, in favore di un impegno attivo per la creazione di un ordine mondiale giusto e pacifico.

Sulla base dell'articolo 11 della Costituzione, come il Presidente della Repubblica ha ripetutamente ricordato, l'Italia non può restare indifferente rispetto alla qualità dell'ordine mondiale in termini di pace e di giustizia. Al contrario, l'Italia deve intervenire, e deve farlo attivamente, nel contesto internazionale, con il duplice vincolo stabilito dal fine, che deve essere la promozione della giustizia e della pace, e dal mezzo, che deve essere quello della legalità e del diritto internazionale come affermati attraverso la limitazione della sovranità dei singoli Stati e la promozione degli organismi multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite.

La costruzione di un nuovo ordine mondiale di giustizia e di pace passa oggi più che mai per il Mediterraneo, e quindi coinvolge appieno ed in prima linea il nostro Paese. Dobbiamo guardare con speranza, e non con paura, a ciò che sta accadendo nel mondo arabo-islamico, che è attraversato - è del tutto evidente - da tensioni non prive di rischi, ma cariche di straordinaria opportunità di sviluppo e di progresso. È nel nostro interesse nazionale aprire la possibilità di una nuova centralità del Mediterraneo attraverso una nuova stabilità, affidata non più a regimi autocratici, ma a risposte affidabili alla domanda di libertà e di democrazia dei popoli arabo-islamici. Anzi, l'unico modo per difendere e promuovere l'interesse nazionale è quello di ancorarlo ad una visione lungimirante di politica estera, che investa sulle energie di cambiamento anziché sulla conservazione di un ormai indifendibile status quo. (Applausi dal Gruppo PD). Il nostro Governo, lo abbiamo detto più volte, a lungo si è attardato nell'illusione di poter difendere questo status quo, e noi abbiamo fatto il nostro dovere di opposizione, incalzando il Governo ad assumere una posizione più coraggiosa.

Chi ha compreso meglio e per primo cosa si poteva muovere nel mondo arabo-islamico è stato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con il famoso discorso all'Università del Cairo del 4 giugno 2009. Mentre noi ricevevamo con tutti i salamelecchi del caso Gheddafi, il Presidente nero dal nome arabo, immagine vivente di una globalizzazione inclusiva e plurale, affermava la compatibilità tra Islam e democrazia, si schierava dalla parte dei popoli che si battono per il valore universale della libertà e dei diritti umani e, al tempo stesso, ripristinava il rispetto della sovranità altrui e l'opzione preferenziale per il multilateralismo, entrambi violati da Bush con l'intervento in Iraq. La dottrina del Cairo non ha evitato alla Casa Bianca esitazioni ed incertezze dinanzi al precipitare degli eventi, imprevedibile per tutti, almeno nei modi e nei tempi; tuttavia, ha consentito ed offerto un nuovo paradigma per affrontare un passaggio storico così difficile e così impegnativo come quello che riguarda il Mediterraneo.

La crisi libica e l'arroccamento di Gheddafi hanno malamente complicato la situazione. Le violenze e le atrocità che Gheddafi ha commesso contro il suo popolo gli sono valse la condanna unanime della comunità internazionale, con la risoluzione n. 1970, e l'autorizzazione all'uso della forza per imporre il cessate il fuoco e proteggere le popolazioni civili, con la risoluzione n. 1973. Ora il multilateralismo deve dimostrarsi efficace sul difficile, insidioso terreno libico, costringendo Gheddafi a mollare la presa e consentendo al popolo libico di trovare la sua via verso la libertà.

Noi dobbiamo essere dalla parte di questo popolo, offrire a questo popolo la sponda della legalità internazionale e dell'uso misurato e responsabile della forza. Abbiamo davanti a noi una sfida grande, signor Presidente. Cerchiamo tutti di esserne all'altezza. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Serra e Pardi).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. A nome dell'Assemblea voglio salutare gli insegnanti e gli allievi della Scuola secondaria di primo grado «Via Moscati-Mameli» di Milano. Grazie e benvenuti. (Applausi).

Ripresa della discussione sulle comunicazioni del Governo (ore 18,12)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Musso. Ne ha facoltà.

MUSSO (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signora Presidente, signori Ministri, colleghi e senatori, la guerra civile di fatto in corso in Libia non è un fatto isolato, come sappiamo. Si inscrive in una ormai abbastanza lunga teoria di eventi importanti che segnano un distacco tra i popoli ed i regimi di molti Paesi dell'Africa settentrionale. Questo corrisponde ad una richiesta di modernizzazione, di libertà, di democrazia che si radica soprattutto nelle generazioni giovani di quei Paesi, ad alto tasso di scolarizzazione, prevalenti nella demografia di quei Paesi e che fanno sentire ancora più netto lo squilibrio che quelle dittature portano in quelle società.

Questo vento di protesta si è alimentato con la circolazione delle informazioni rese possibile da Internet e dai moderni sistemi di comunicazione, e di fatto è a tutto questo che dobbiamo non soltanto la vicenda libica, ma prima di questo le vicende a cui abbiamo assistito negli ultimi tre mesi, a cominciare dall'Algeria, poi le rivoluzioni quasi pacifiche della Tunisia prima e dell'Egitto poi, e i disordini tuttora in corso e preoccupanti in verità, nel Bahrein e nello Yemen. Insomma, sta mutando profondamente la geografia politica del Mediterraneo, con un fenomeno epocale che trova equivalenti forse nella fine della colonizzazione, negli anni '50, o nella caduta dei regimi del socialismo reale negli anni '80 e '90.

In tutto questo, pesa l'assenza di una strategia dell'Unione europea per il Mediterraneo: non ci sono più lo spirito e gli obiettivi del processo di Barcellona, paiono importanti solo le questioni migratorie di accoglienza, di cui peraltro l'Unione sembra disinteressarsi lasciando la patata bollente in mano ai Paesi di confine come l'Italia. Ma diciamo che sia in Italia che in Europa prevale ed è prevalsa in tutti questi anni la tendenza a preferire la stabilità dei regimi e la conservazione degli interessi economici al rispetto dei diritti umani e civili ed al sostegno dei processi di transizione democratica.

La guerra in Libia si è sviluppata sotto i nostri occhi nel giro di poche settimane con la repressione sanguinosa di migliaia di civili, inaccettabile per la comunità internazionale: una situazione che ha creato gravissimi rischi per l'Italia e l'Europa dal punto di vista degli approvvigionamenti energetici, delle tensioni sull'economia, dei flussi migratori e della sicurezza dell'intera area. L'assetto futuro del Paese è estremamente incerto, ed in questo contesto dalla comunità internazionale è arrivata una dura condanna, prima con la risoluzione n. 1970 che ha deferito unanimemente Gheddafi alla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità, poi con la risoluzione n. 1973 che ha autorizzato l'istituzione di una zona di non sorvolo con tutte le attività accessorie, sulla cui estensione evidentemente la discussione è molto aspra.

La posizione dell'Italia è oggettivamente scomoda. Il trattato in sé -permettetemi di dirlo - non era una cattiva idea, al netto degli episodi folcloristici della nostra politica estera, se visto nella logica della affermazione e del riconoscimento di una responsabilità storica e del porre le basi per un nuovo rapporto di amicizia con un Paese, non con un dittatore. Questo rischia di essere l'errore.

Ed è per questo motivo che vorremmo oggi che quel Trattato fosse formalmente revocato. Certo, il Trattato è servito anche ad aspetti che non sono pienamente accettabili. La diminuzione - diciamo pure il crollo - degli sbarchi e dell'immigrazione è un risultato positivo, ma forse non se conseguito in questo modo, con questa sistematica violazione del diritto di asilo, di cui, secondo i giuristi, potremmo presto essere imputati noi stessi, non soltanto la Libia. Il Trattato, così com'è, è una delle cose che vorremmo vedere formalmente cadere. In questa logica, questo è uno dei punti di una risoluzione che il nuovo Polo per l'Italia ha presentato e della quale io ed alcuni colleghi illustreremo alcuni punti.

C'è poi l'emergenza sanitaria ed umanitaria. Su questo fronte ci sono state delle azioni positive da parte del Governo, come l'invio dei primi aiuti a Bengasi, che è stato ricordato e che sicuramente richiede una gestione ancora assai complessa, che deve andare nella logica di una condivisione degli aspetti relativi ai fenomeni migratori da parte di tutta l'Unione europea, com'è peraltro previsto dal Trattato dell'Unione europea e come era previsto dalla direttiva Kosovo del 2001. Questo è un altro dei punti che chiediamo in questa risoluzione.

Le trasformazioni nel mondo arabo sono state sottovalutate o guardate con sospetto in nome della Realpolitik. Adesso ci sono le risoluzioni ONU: bisogna applicarle con chiarezza e senza tentennamenti, per impedire le violenze contro la popolazione. Quando un dittatore spara sul suo popolo nelle strade, bisogna fermarlo, punto e basta. Si istituisce la no fly zone; lo si deve fare eliminando le minacce per gli aerei della coalizione, quindi le basi aeree e i radar.

Bisogna poi proteggere le popolazioni civili. Sotto questo aspetto, l'atteggiamento del Governo è apparso un poco ondivago (e credo non solo a me). Dall'iniziale "non vogliamo disturbare Gheddafi" abbiamo preso timidamente le parti degli insorti, poi timidamente le parti di Gheddafi, poi l'abbiamo timidamente bombardato, però ce ne siamo detti addolorati. Io credo che forse, da adesso in poi, è bene che ci sia ben altra decisione.

Siamo invece stati molto decisi con la Francia, che ha espresso una diversità politica prima ancora che militare, riconoscendo gli insorti e poi inviando i caccia in tempo utile per salvare Bengasi dalla conquista da parte di Gheddafi. Soprattutto, la Francia si è resa conto che, se Gheddafi la spunta, le speranze delle giovani istanze e della giovane democrazia araba sono veramente a rischio. Siamo a rischio anche noi, perché, se Gheddafi la spunta, le minacce che questo dittatore (che in passato ha fatto ricorso al terrorismo internazionale in modo sistematico) ha già formulato nei confronti dell'Italia e degli altri Paesi della coalizione sono chiare e non equivoche. Quindi la strada è ormai assolutamente obbligata (non è più il tempo di chiedersi se sia la migliore o la peggiore) e dobbiamo seguirla con decisione fino in fondo. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, Misto-FLI e PD. Commenti del senatore Asciutti).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Palmizio. Ne ha facoltà.

PALMIZIO (CN). Signora Presidente, colleghi, signori Ministri, ringrazio il Governo per queste comunicazioni esaustive fornite all'Aula del Senato, che hanno messo in evidenza come l'Italia abbia fin dall'inizio, ancora prima della risoluzione dell'ONU, operato per il meglio a favore del popolo libico. L'Italia è il primo Paese che è intervenuto in Libia, fornendo aiuti umanitari alla città di Bengasi, liberando i cittadini italiani bloccati lì e addirittura creando immediatamente un campo profughi in Tunisia, ai confini con la Libia. Appena l'ONU ha dato il via libera alla risoluzione n. 1973, l'Italia ha immediatamente aderito, mettendo a disposizione le basi militari e aeronautiche del nostro Paese. Ha inoltre messo a disposizione forze militari, aerei (con il compito preciso - come ha chiaramente detto il Ministro - di neutralizzare le batterie radar), navi e quant'altro. Si è resa conto subito che c'era qualche piccolo problema in questo intervento rapidissimo, anche se forse tardivo rispetto ai rischi che correva Bengasi. C'era un problema di catena di comando, con un protagonismo eccessivo da parte di alcuni Paesi e con un'interpretazione della risoluzione dell'ONU che poteva avvenire in vari modi (più restrittiva o più ampia).

L'Italia è intervenuta chiedendo a gran voce, in accordo con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che il comando dell'operazione fosse consegnato alla NATO, più organizzata e meglio operativa, e chiedendo contemporaneamente un'azione navale che bloccasse il rifornimento di armi alla Libia. Nel primo caso, abbiamo ottenuto che il comando venisse affidato alla NATO (non del tutto, perché la Francia non è ancora pienamente convinta). Abbiamo ottenuto inoltre la forza navale per effettuare l'embargo del rifornimento di armi. In questo secondo caso, vanno segnalati due aspetti importanti: il comando è stato affidato all'Italia, con base a Napoli, e il Paese che partecipa di più a questo blocco navale è la Turchia, che fino all'altro ieri era invece incerta su qualsiasi tipo di intervento in questo conflitto.

Quindi, alcuni problemi sono stati risolti, ed altri lo sono stati in misura minore. Abbiamo raggiunto l'obiettivo di impedire una strage a Bengasi; è stata bloccata l'avanzata delle truppe leali al colonnello Gheddafi; ci sono ancora combattimenti complessi da evitare, in quanto si svolgono in centri abitati, dove le azioni militari dal cielo possono creare effetti collaterali.

Ma abbiamo davanti il vero obiettivo: una volta raggiunto il cessate il fuoco, sarà opportuno agire in termini diplomatici e politici per fare in modo che non si assista a uno stallo dei combattimenti, che comporterebbe una suddivisione del Paese in due parti (la Tripolitania e la Cirenaica), creando quindi tutte le premesse peggiori perché si annidi all'interno di questo conflitto il terrorismo internazionale, che vi troverebbe terreno fertile. Dobbiamo portare immediatamente avanti - e l'Italia è il Paese più importante che può farlo, insieme all'Unione europea, all'Unione africana e alla Lega araba - una conferenza di pace, una volta ottenuto il cessate il fuoco, monitorato preferibilmente dall'ONU con l'impiego di truppe dei Paesi arabi. Ma è l'Italia ad avere il diritto e il dovere di essere il primo Paese a portare avanti un processo di pace vero, reale ed efficace, essendo il nostro Stato quello che ha rapporti con la Libia da più tempo di tutti.

Ringrazio nuovamente il Governo. La nostra risoluzione di maggioranza prevede alcuni dei punti che ho esposto, ma verrà illustrata più avanti da altri colleghi. (Applausi dai Gruppi PdL, CN e dai banchi del Governo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Livi Bacci. Ne ha facoltà.

LIVI BACCI (PD). Signora Presidente, signori Ministri, colleghe e colleghi del Senato, la risoluzione n. 1973 ha una finalità portante e preminente, che è quella di offrire protezione alla popolazione civile della Libia, minacciata e colpita dal regime di Gheddafi. Sono preoccupanti le voci dissonanti che si levano dalla coalizione circa la linea di comando delle azioni militari, anche se i dissensi sembrano in via di composizione. Sono ancora più preoccupanti le voci dissonanti pervenute nei giorni scorsi dalla coalizione di Governo. Tra di esse, vi è quella davvero inaccettabile che vorrebbe un blocco navale a due facce: la faccia rivolta verso la Libia, per bloccare l'approvvigionamento di materiale bellico e strategico, e quella rivolta verso l'Europa e verso l'Italia, per bloccare profughi e migranti.

Se quello della protezione umanitaria delle popolazioni civili è il fine principale della coalizione, allora non è possibile ignorare alcuni elementi di fatto. Sei milioni e mezzo sono le persone che vivono in Libia, ma una parte di esse sono più vulnerabili delle altre. Più di tutti lo sono coloro che si sono sollevati contro Gheddafi. Ma vulnerabile è anche quella quarta parte della popolazione libica di altra nazionalità, costituita in parte da immigrati regolari e per due terzi da persone irregolari. Si tratta dei cittadini di altri Paesi della regione sahariana e subsahariana, la cui vulnerabilità giuridica e sociale, già evidente in tempo di pace, è destinata ad accrescersi in tempo di guerra civile: si tratta di immigrati arrivati da Nigeria, Ghana, Ciad, Mali, Somalia, Congo, Sudan, impiegati nel settore informale, oggetti di arbitrarie espulsioni, di arbitri, di violenze a sfondo razziale. Di questo universo a rischio, i più cercheranno di restare, sperando in tempi migliori; altri tenteranno di rientrare in Patria; altri ancora potrebbero avventurarsi in una traversata via mare, in cerca di un approdo europeo.

L'Italia ha un interesse strategico nell'assicurarsi una posizione di rilievo tra i Paesi della coalizione, e potrebbe farlo proprio in ambito umanitario. Si pensi alla situazione paradossale degli eventuali profughi in cerca di asilo e protezione. Questi possono avanzare domanda di asilo solo se arrivano fisicamente nel Paese di destinazione (supponiamo l'Italia); ma per farlo debbono avere passaporto e visto. Altrimenti possono arrivarci solo irregolarmente, via mare, sempre che non vengano intercettati e rimandati al punto di partenza, ossia sulle spiagge libiche, cioè nel Paese dal quale fuggono. Questo è il primo paradosso.

Ma esiste un secondo paradosso: i Paesi europei sono vincolati dalle regole di Dublino II, secondo le quali l'esame di una richiesta di asilo compete al primo Paese comunitario nel quale la persona fa ingresso. Vengono così penalizzati i Paesi geograficamente più esposti (l'Italia per gli arrivi da Libia e Tunisia, la Grecia per gli arrivi dal Mediterraneo orientale, la Spagna per quelli dal Mediterraneo occidentale); ma viene penalizzato anche il richiedente asilo. Il cittadino tunisino che approda in Italia, ma vorrebbe andare in Francia perché lì ha parenti ed amici e potenziale lavoro, avrà la sua domanda d'asilo esaminata in Italia e qui dovrà restare se la domanda verrà accolta.

Ed ecco una proposta. Invece di invocare una barriera protettiva navale che impedisca il passaggio alle persone in fuga, l'Italia ponga a disposizione della coalizione mezzi, risorse e competenze e richieda preminenza nella gestione delle operazioni di protezione per le popolazioni migranti. Proponga, con l'accordo della UNHCR, dell'Unione europea, dei Paesi della coalizione, delle eventuali autorità provvisorie libiche, di Tunisia ed Egitto la costituzione di presìdi attrezzati e con buone risorse, da situarsi in zone protette nel territorio libico e nei Paesi confinanti, nelle quali i profughi vengano posti sotto protezione internazionale e le loro domande di asilo ricevute ed esaminate in attesa della eventuale destinazione verso i Paesi di accoglienza. Si propongano regole di condivisione dell'onere, assumendone tuttavia una quota rilevante (gran parte dei richiedenti avrebbero potuto intraprendere una traversata verso l'Italia).

Una proposta consimile, consigliata e giustificata dall'emergenza, potrebbe poi tradursi nel pilastro di un nuovo assetto delle politiche migratorie nel Mediterraneo. Non è forse questo quel che chiede l'Italia? E come potrebbero essere contrari i leghisti? Ma ci sono altri vantaggi.

Il primo è umanitario ed è inerente il fatto che, dal 2002 a oggi, 4.000 migranti sono morti nelle traversate del canale di Sicilia: la necessità di intraprendere rischiose traversate si ridurrebbe ed altre stragi sarebbero evitate. Il secondo è politico internazionale: ci distingueremmo ad occhi africani per un'azione umanitaria di alto profilo e non solo per la partecipazione ad operazioni belliche. Il terzo vantaggio è invece politico-europeo, poiché porremmo basi concrete per la revisione del regolamento Dublino II, invocata da anni presso partner europei duri d'orecchio, ma anche resi scettici da un atteggiamento italiano che nelle questioni migratorie chiede più Europa quando fa comodo e meno Europa quando le regole che essa esprime ci mettono in imbarazzo. Signori Ministri; lasciamo ai blocchi navali altre funzioni: se tra queste, in posizione preminente, ci fosse il blocco dei migranti, dovremmo estenderlo alla Tunisia - da dove provengono i 15.000 irregolari arrivati a Lampedusa negli ultimi mesi (un fenomeno serio, ma non una emergenza umanitaria, se non per l'isola di Lampedusa dove un terzo di questi irregolari ancor oggi bivacca per colpevoli ritardi nell'evacuazione). E tale blocco dovremmo estenderlo anche agli altri Paesi del Maghreb ed all'Egitto, ma temo che i partner della coalizione solleverebbero qualche obiezione. E daremmo lavoro alle corti di giustizia internazionali per la palese violazione degli obblighi derivanti dalla Convenzione di Ginevra. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.

DIVINA (LNP). Signora Presidente, onorevoli Ministri degli esteri e della difesa, noi crediamo innanzitutto di dover ringraziare il presidente Napolitano, perché la sua posizione ha avuto un grandissimo merito: dapprima ha portato un clima di conciliazione (poche volte su questioni di questa natura si è trovata una convergenza bipartisan) ed ha poi letteralmente disarmato i movimenti pacifisti. Sia consentita una punta di vis polemica, ma non capivamo quale differenza vi fosse tra i bombardamenti di Baghdad e quelli di Tripoli, tra un dittatore iracheno ed uno libico, né la differenza tra l'eccidio effettivo di curdi inermi e di cirenaici libici.

Anche se probabilmente ora non è il caso di rivendicare posizioni, vittorie o sconfitte, faccio tuttavia rilevare che la Lega fin dall'inizio è stata molto scettica sull'azione che si stava intraprendendo, ed infatti il segretario del partito, nonché ministro, Bossi ha puntualizzato sulla questione chiedendo cosa significasse il divieto di sorvolo, la no fly zone, e fino a che punto si potessero spingere le azioni militari. E sul punto ognuno ha dato una propria interpretazione (la Francia, forse, è stata la più intraprendente). Ma se un incidente provocato dall'intraprendenza francese avesse creato una situazione oggettivamente difficile, chi avrebbe dovuto rispondere? Probabilmente tutti, e l'Italia per prima.

Riusciamo anche a capire quali possano essere gli interessi reconditi della Francia che, avendo sostanzialmente perso l'influenza sull'Algeria e sulla Costa d'Avorio sta, probabilmente, cercando un altro magazzino africano da cui rifornirsi. Ma anche questo sarebbe scadere in discussioni ampie ed estranee alla materia oggi in questione.

Abbiamo chiesto che vi fosse un controllo effettivo, una catena di comando effettiva. Sembrava avessimo detto una bestialità, mentre oggi pare che tutti convergano sul punto. Abbiamo chiesto poi di ripartire le conseguenze, perché i rifugiati non sarebbero stati sopportabili esclusivamente dall'Italia.

Anche a questa domanda è venuta una risposta: il Consiglio affari esteri dell'Unione europea, infatti, proprio lunedì ha stabilito ed affermato il principio di solidarietà nei confronti degli Stati membri che sarebbero stati più direttamente interessati dai movimenti migratori. Pertanto, quella che all'inizio era una posizione di strappo della Lega nei confronti del Governo è divenuta poi la posizione del Governo e del Paese, ed oggi è divenuta anche la posizione di tutta la coalizione, al punto che anche la Francia aderisce a questa linea. Addirittura la Norvegia, che nella fase iniziale non ha volutamente partecipato alle azioni, oggi, sotto l'egida NATO, sarebbe disponibile a rientrare a farne parte. Anche gli Stati Uniti d'America, peraltro, preferiscono un punto d'ordine e di controllo, forse perché sono loro quelli che internamente stanno pagando di più. È vero che ne abbiamo abbastanza delle confusioni e degli attriti interni al nostro Paese, ma il presidente Obama sta passando un bruttissimo momento: sono gli stessi democratici, quelli del suo partito, ad essere in fermento, avendo dichiarato incostituzionale la decisione del proprio Presidente in quanto priva dell'avallo del Parlamento; qualcuno ha richiamato addirittura l'eventualità di un impeachment per violazione della Costituzione. Per assurdo, i repubblicani sono stati meno aspri nel criticare il Presidente, e perfino il Tea Party ha liquidato la vicenda, sostenendo che la Libia non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti d'America.

Stranamente abbiamo trovato una posizione estremamente ragionevole da parte della Turchia, altro Stato che inizialmente era assai contrario all'intervento, mentre ora si dichiara disponibile ad aggiungere il proprio contributo nel caso la catena di comando fosse allargata anche ai Paesi arabi. Non so cosa ne pensino il Ministro degli affari esteri ed il Ministro della difesa, ma a noi sembra molto ragionevole far sì che i Paesi arabi non facciano quadrato: questo sarebbe, infatti, esattamente ciò che Gheddafi chiede. L'interesse nostro è che la situazione non segua questa direzione in quanto, ahimè, disagi e disastri successivi non vorremmo nemmeno immaginarli.

L'obiettivo di tutti, in sostanza, è quello di un cessate il fuoco della comunità internazionale, seguito quindi da una tregua, vigilata innanzitutto dalle Nazioni Unite, perché si dia vita, infine, ad un'azione che spinga verso il dialogo, che tutti noi capiamo essere estremamente difficile: bisognerebbe indurre all'accordo coloro che si sono sentiti definire «terroristi drogati» dalla parte contrapposta, ma altrettanto difficile è pensare di mantenere al potere chi ha attaccato militarmente i propri oppositori ed ucciso senza pietà la propria gente che protestava.

Tutto questo, signora Presidente, si è già realizzato. Cosa chiediamo noi, anche se manifestiamo sufficiente soddisfazione per il fatto che queste posizioni si sono radicate e non sono più viste come uno strappo? Vorremmo che venissero affrontate alcune questioni che non sono ancora entrate in gioco. Vorremmo che fossero tutelate le nostre imprese, ad esempio quelle che saranno impossibilitate ad onorare i contratti in essere, che fossero assicurate nei pagamenti e precluse da eventuali azioni legali per inadempimenti contrattuali. Inoltre, non vorremmo vedere pregiudicato il nostro approvvigionamento energetico al punto da dover riattivare gli accordi bilaterali, sempre in materia energetica. Infine, vorremmo sostenere la comunità europea - desiderio credo comune - affinché impedisca, con un'azione navale e di pattugliamento, il traffico di esseri umani da parte di organizzazioni criminali, intervento questo che potrebbe essere attuato - non nascondiamolo - anche in funzione di prevenzione migratoria.

Signora Presidente, prima di concludere il mio intervento, vorrei porre alla sua attenzione, in qualità di collega, un piccolo passaggio, anche se capisco che, svolgendo al momento la funzione di Presidente, sarebbe istituzionalmente impedita nel rispondere. Noi intendiamo la solidarietà in un altro modo, signora Presidente. L'Italia ha inviato due convogli, 90 tonnellate di aiuti in viveri e in medicinali. Per noi questa è la solidarietà, e non quella che lei ha poc'anzi illustrato, che a noi sembra più una solidarietà "pelosa". Signora Presidente, il fatto di dire "accogliamoli tutti, lo Stato è grande", salvo poi affermare "ovviamente non davanti a casa nostra", a noi non piace. (Applausi dal Gruppo LNP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.

DI GIOVAN PAOLO (PD). Signora Presidente, signori Ministri, onorevoli colleghi, il Governo di un Paese che scopre con sei mesi di ritardo che ha ospitato con tutti gli onori, rischiando perfino di riceverlo in quest'Aula, un dittatore deferito alla Corte penale internazionale o ha cattivi Servizi di informazione oppure ha una politica estera fallimentare. (Applausi dei senatori Poretti e Perduca). Il Governo di uno Stato che ispeziona, ma non spara, in un Paese con cui ha stretto un patto anche militare scoprendo (se lo avete scoperto) di avere venduto armi da guerra per milioni di euro a chi le usa contro i propri cittadini, ha una politica di difesa ed una politica estera fallimentari. (Applausi del senatore Peterlini). Il Governo di un Paese che non rispetta le convenzioni sul non-refoulement e non ratifica le direttive dell'Unione europea sul rimpatrio volontario, e poi chiede aiuto alla stessa UE in maniera un po' furbesca, e manca del suo Ministro degli affari europei ha una politica europea fallimentare.

Le rivoluzioni popolari nate in Tunisia, in Egitto e in Libia, ma che non si fermano lì, perché sono anche in Bahrein, nello Yemen, e perfino in Arabia Saudita, chiedono un Paese che colga il nesso tra popolo e democrazia che si sta sviluppando in Paesi dove tradizionalmente si era ritenuto impossibile coniugare aspirazioni nazionali e sociali e democrazia. Non solo: la democrazia invocata dalle piazze africane ed arabe ha allontanato lo spettro dello scontro di civiltà e della "fine della storia". Per questo, noi dobbiamo sostenerla. Dovremmo sentire il grido di libertà che ci giunge da quelle piazze e predisporci a politiche organizzate di accoglienza ed asilo politico, di flussi immigratori in un quadro europeo, di cooperazione allo sviluppo e di fraternità (altro che solidarietà!). Gli articoli 10 ed 11 della nostra Costituzione ce lo impongono; la nostra appartenenza alle Nazioni Unite ce lo impone; il nostro interesse nazionale ce lo consiglierebbe.

Tuttavia, il vostro Governo festeggia il centocinquantenario d'Italia come il "re tentenna": voi tentennate, trattate, balbettate, lisciate il pelo all'autocrate trionfante e bastonate lo stesso solo quando è nella polvere. La demagogia non basta più: senza l'ONU e l'Unione europea saremmo ormai declassati come Paese nel mondo.

Se non fosse tragico, sarebbe comico constatare come accanto all'operazione "Alba dell'Odissea" sia in atto nel nostro Paese con il Governo Berlusconi la missione "A luci spente sul viale del tramonto". (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Peterlini. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alì. Ne ha facoltà.

D'ALI' (PdL). Signora Presidente, onorevole ministro La Russa, sono Antonio D'Alì: credo di essere quel senatore cui lei si è rivolto e che invece ha chiamato senatore D'Alia, al quale certamente mi legano profondi rapporti di amicizia e di stima, ma ritengo che nella fattispecie vi sia stata una certa confusione. (Applausi dai Gruppi PD e UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE e del senatore Casoli).

Intervengo per una questione certamente di dettaglio, non di alto e nobile profilo di politica internazionale, ma di concreto dramma del territorio.

Il Governo italiano ha messo a disposizione dell'operazione ONU l'utilizzo di una delle sette basi; peraltro, non si capisce perché solo una su sette, e non anche le altre sei. Pertanto, si è concentrato l'utilizzo sulla base di Trapani Birgi e si è disposta l'immediata chiusura del terzo scalo della Sicilia, che veicola circa 2 milioni di passeggeri all'anno: ho il dettaglio con i dati ENAC, e quindi non sono in errore nell'affermare che nel 2010 sono stati 1,689 milioni, e nel budget 2011, del quale peraltro i primi mesi hanno già segnato un incremento di oltre il 20 per cento, si prevedeva (adesso non più) di arrivare a 1,85 milioni. Rinvio per i dettagli a tutto ciò che potevo dire oggi nel corso del dibattito su una delle mozioni da me presentate e che immagino la Presidenza, e penso anche il Governo, abbiano ritenuto che, essendo questione de minimis, non dovesse essere trattata in questo contesto; sarà quindi trattata in un contesto successivo momento, ahimè, con un drammatico ritardo rispetto all'esigenza alla quale quella mozione fa riferimento.

Nel rinviare quindi al dettaglio di quella mozione per i particolari della vicenda, volevo semplicemente evidenziare che credo che il Governo italiano abbia interesse a ridurre al minimo le conseguenze negative in danno di singole porzioni del territorio nazionale causate da attività collegate a operazioni militari. Volevo segnalarle che questo così non è per la provincia di Trapani, che con i suoi due milioni di passeggeri veicolati dall'aeroporto di Trapani Birgi ha segnato un 53 per cento in più di presenze straniere, unica Provincia in controtendenza in Italia nell'afflusso turistico, e ha avuto la possibilità di mettere in piedi occupazione per 250 persone che lavoravano fino all'altro ieri in quella struttura.

Non si comprende perché, su sette basi messe a disposizione dal Governo italiano, oggi Trapani sia descritta come uno scenario di guerra su tutte le televisioni italiane. Credo che questa sia una questione importante non solamente dal punto di vista del dettaglio, cui certamente lei potrà riferirsi: perché l'Italia ha la necessità di concentrare su una sola base la stragrande maggioranza delle sue attività? Forse perché le altre basi non sono in grado di attivarsi, e quindi c'è bisogno di sopperire? Questo è molto preoccupante sul panorama strategico nazionale. Noi siamo in questo momento vittime, anche dal punto di vista mediatico, di una rappresentazione che ci fa apparire quasi in zona di guerra, e questo non può essere per il territorio trapanese, e non può essere per il territorio siciliano. Bisogna differenziare le presenze, perché si dia la sensazione di un equilibrato riparto dello sforzo e quindi anche del supporto.

E come mai mi giunge notizia che, in queste ore, truppe di terra inglesi stiano occupando il sedime aeroportuale con tende e con apprestamenti che sono il segno evidente di una possibile operazione anche terrestre? Non so se di questo lei è al corrente; certamente non sono stati messi al corrente della chiusura dell'aeroporto civile di Birgi, per loro stessa ammissione, il Presidente del Consiglio, il Ministro dei trasporti, i ministri siciliani Alfano e Prestigiacomo, che sono prontamente intervenuti ma, ahimè, in questo momento senza esito.

Il protrarsi di soli pochi giorni di quella chiusura creerà alla Sicilia un danno superiore alla chiusura di Termini Imerese, perché non è un problema di concentrazione dell'occupazione, ma di diffusione dell'occupazione, che noi abbiamo costruito con anni di durissimo lavoro, con risorse, cari colleghi della Lega, tutte del territorio, che hanno portato ad una esplosione dell'aspetto turistico. Il nostro petrolio lo avevamo e lo abbiamo a casa e non è quello che bisogna andare a conquistarsi con i carri armati. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Garavaglia Mariapia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carrara. Ne ha facoltà.

CARRARA (CN). Signora Presidente, onorevoli senatori, signori Ministri, l'intervento aereo della coalizione dei volenterosi, attuato sulla base della risoluzione dell'ONU n. 1973, ha impedito alle forze lealiste la conquista di Bengasi e di fatto la sconfitta per il movimento degli insorti.

Attualmente la no fly zone è stata implementata e le difese antiaeree libiche disabilitate, ma la situazione appare ancora di stallo. I ribelli controllano una parte della Cirenaica ed alcune province assediate della Tripolitania, come Misurata o Zenten; le forze di Gheddafi controllano il resto del Paese. Dopo l'avvio dei raid gli insorti hanno cercato di riprendere il controllo di Al Adabiya, in Cirenaica, ma sono stati respinti dalle forze lealiste asserragliate nella città stessa.

In tale contesto, l'utilizzo degli attacchi aerei per la protezione dei civili, come previsto dalla risoluzione dell'ONU, è appunto inibito dal fatto che le forze di Gheddafi operano all'interno delle città, e dunque ci sono alte probabilità di provocare gravi danni collaterali che tutti noi ben possiamo immaginare.

Sul piano politico-diplomatico la comunità internazionale sta nel frattempo discutendo di un passaggio del comando dell'operazione, cioè dalla coalizione dei volenterosi alla NATO. A tal proposito, un primo accordo è stato trovato tra il presidente Obama, il primo ministro britannico Cameron e il presidente francese Sarkozy, anche se la Francia vorrebbe limitare il comando NATO alle questioni operativo-militari, continuando a chiedere una cabina di regia politica, cioè esterna al Consiglio Nord Atlantico, cosiddetto NAC.

Allo stesso tempo, in sede ONU, la Russia sta premendo per una propria mediazione che porti alla stipula di un cessate il fuoco tra le due parti in conflitto. L'andamento degli scontri sul campo sembra del resto andare in questa direzione, con le due parti impegnate a garantirsi il controllo della più ampia fetta di territorio possibile in vista di uno stop delle operazioni militari. In tal caso, la Libia si dividerebbe in due unità: Tripolitania, Fezzan e Golfo della Sirte fino a Brega da una parte, e Cirenaica dall'altra. Questo scenario potrebbe essere favorito anche dal fatto che il regime di Gheddafi è tutt'altro che isolato sul piano internazionale. Il colonnello, infatti, confida nelle divisioni tra i Paesi occidentali e gode ancora di importanti entrature nel mondo arabo e islamico, in importanti Paesi come l'Algeria o la Siria o lo stesso Pakistan o nei Paesi dell'Europa dell'Est, dalla Bielorussia fino all'Ucraina. A tutto ciò bisogna aggiungere la sfera di influenza, costituita in oltre venti anni di attività, di cui può disporre in tutto il Sahel, e che costituisce fonte di supporto politico, soprattutto presso alcuni Governi come quelli del Mali, del Ciad e del Niger, Paesi che potenzialmente costituiscono un bacino di reclutamento di miliziani e mercenari praticamente inesauribile.

È necessario dunque accelerare una risoluzione politica della crisi, tenendo ben presente che la protezione e la sicurezza della popolazione civile è lo scopo per il quale l'ONU ha autorizzato gli Stati membri e, nella fattispecie, quelli che abbiamo definito coalizione dei volenterosi, a intraprendere tutte le misure necessarie affinché questo avvenga.

Vada avanti, signor Ministro. (Applausi dai Gruppi CN e PdL).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pinotti. Ne ha facoltà.

PINOTTI (PD). Signora Presidente, la missione in Libia è stata decisa tardi ed è cominciata male, ma è interesse di tutto il Paese che riesca. Venerdì scorso le Commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato hanno visto il Gruppo del Partito Democratico votare il via libera perché venisse data attuazione alla risoluzione n. 1973 dell'ONU. La risoluzione dice che è necessario fare tutto il possibile per fermare i massacri dei civili: ricordiamolo, perché dall'intervento odierno di qualcuno sembra trapelare che il conflitto e la violenza siano cominciati dopo l'intervento. Ricordiamo le immagini delle fosse comuni sulle spiagge, le fucilazioni sommarie dei soldati che si erano rifiutati di sparare sulla folla, il discorso di Gheddafi che diceva che si sarebbero dovuti inseguire quei "ratti" casa per casa: dobbiamo ricordare tutto ciò perché, altrimenti, sembra che la violenza nasca dal nulla.

Oggi il Partito Democratico conferma con serietà, senso di responsabilità e senza furbizia e ambiguità la posizione di voto che ha espresso in Commissione, che riconosceva nella risoluzione ONU quello che oggi deve fare la comunità internazionale, nello stesso spirito di quella mirabile sintesi che il presidente Napolitano ha fatto dicendo che cosa è necessario fare. Egli ha ricordato che un Paese come il nostro e un continente come l'Europa non possano essere sordi alle richieste di democrazia e libertà che salgono dai popoli del risorgimento arabo.

Il capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, così come la nostra Costituzione, autorizza l'uso della forza per evitare tragedie umanitarie; non un uso della forza, quindi, a fini di sopraffazione, ma per mettere fine ad una sopraffazione. È per questo che si è mossa l'azione militare. E siamo anche soddisfatti che oggi ci sia un coordinamento del comando all'interno della Nato, perché la confusione rispetto alla catena di comando proprio quando c'è un'azione militare è il peggio che si possa fare: è assolutamente deleterio.

Fa male a tutti noi sentire rombare i motori dei caccia, vedere il fumo delle bombe sganciate. Quindi, c'è della sofferenza nell'assumere queste decisioni, e sarebbe sbagliato non sottolinearlo. Ma è un assenso che comunque diamo con determinazione, senza tentennamenti; quindi con sofferenza, ma senza incertezze, perché la mancanza di chiarezza in decisioni di questo tipo può essere causa di sofferenze maggiori. Dispiace, quindi, che nella risoluzione della maggioranza non si sia riproposto il dispositivo asciutto e netto che abbiamo votato in Commissione. Ci appare un testo confuso, che sembra più il frutto di una mediazione utile per tenere unita una maggioranza che sembrava deragliare rispetto al mandato richiesto dalla risoluzione dell'ONU; una maggioranza che - non possiamo non dirlo - negli ultimi giorni ha dato segni di deviazione, quando invece serviva la massima compattezza. Una linea composta che peraltro, invece, abbiamo ritrovato oggi nelle relazioni dei due Ministri.

Ebbene, come ha detto il senatore Tonini, è una sfida alta e bisogna esserne all'altezza. Ci dispiace che oggi, almeno nei testi che ha presentato oggi la maggioranza, quella compattezza che abbiamo ritrovato in Commissione non potrà essere ricomposta. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (PdL). Signora Presidente, onorevoli Ministri, colleghi, una zona di non possibilità di sorvolo, la mitica no fly zone, che è entrata da qualche settimana nel nostro lessico abituale, non può mai essere la gentile concessione di un altro Paese. Per instaurarla e per farla rispettare c'è da abbattere dei caccia, da distruggere batterie antiaeree, da rendere inutilizzabili dei radar, e via dicendo. Sicché, rispetto a venerdì pomeriggio, quando, con molta puntualità e con molta onestà intellettuale, sulla base delle informazioni di cui disponevano, i ministri Frattini e La Russa ci hanno informato sulle misure, sugli ambiti, sui limiti, sulle implicazioni della risoluzione n. 1973 (evidentemente allora un problema di coordinamento, di una meno disordinata catena di controllo e di comando non si poneva ancora) tutto è stato immediato. Dopo le giornate di sabato e di domenica, abbiamo avuto una sguaiata e sgradevole impressione. Ci è sembrato che a loro modo i francesi volessero una guerra affidata soltanto ai generali, il che non è un'ipotesi di scuola, ma piuttosto un incubo, quando si verifica. Invece devo dire che dalla giornata di lunedì l'aver identificato l'idea di un coordinamento della NATO serve ad assicurare un profilo politico (non tecnico, amici francesi) all'intervento occidentale.

Appartengo ad una generazione di democratici italiani per i quali la NATO non è mai stata un riferimento tecnico, ma sempre un riferimento politico, anzi etico- politico, potrebbe dirsi. Fino a ieri sembrava allora francamente inspiegabile come la Francia di Sarkozy sulla Libia potesse nutrire la stessa avversione all'atlantismo e agli Stati Uniti con cui la Francia di Chirac e de Villepin ai tempi dell'Iraq aveva gratificato, in sede di Nazioni Unite e non solo, l'azione della diplomazia e della politica internazionale.

Quindi, credo toccasse all'Italia (e bene ha fatto nelle ultime 36 ore il Governo italiano a farsene interprete), proprio in quanto Paese amico degli Stati Uniti, della Francia e anche della Germania, nonché Paese attento alle connessioni europee del proprio ruolo politico far valere, senza ipocrisie, l'opportunità di un comando NATO. Questo vale guardando la Libia, sia da Bengasi che da Tripoli. Ha detto bene il ministro Frattini: non possiamo scontare una divisione geopolitica.

Ecco perché ho apprezzato la sobrietà del Governo nel renderci informati, ma non informatissimi, di quello che si sa di Bengasi. Francamente, la contrapposizione fra gli amici di Bengasi - tutti e soltanto idealisti dei droits de l'homme francesi - e quelli attenti a Tripoli - tutti e soltanto vedovi dell'affarismo gheddafiano - è sbagliata, superficiale e cinica, ed è triste che si sia riprodotta in quest'Aula un'eco di tal genere. Lo dice uno che, fruendo delle condizioni di libertà dei provvedimenti bipartisan, votò contro il fatidico accordo bilaterale.

Faccio un'ultimissima considerazione, signor Ministro. È giusto aprire il discorso anche in questi giorni, fin da adesso, ad una solidarietà europea con i Paesi più esposti a ricadute in termini di sfollati (15.000 sfollati). Ha fatto bene il ministro La Russa, l'altra sera, ad aver un moto di solidarietà con la cittadinanza e con l'amministrazione di Lampedusa. Guardate che Lampedusa trasformata in una latrina a cielo aperto è una tragedia dell'Italia e dell'Europa, ed è cinico che in sede di Conferenza Stato-Regioni si siano sentiti gli egoismi delle Regioni più forti.

Quanto alla riscrittura in termini europei del diritto d'asilo, della gestione dei flussi e della strategia dell'emergenza, ne ha parlato molto bene, dall'opposizione, il collega Livi Bacci; esso non è affatto negata da una strategia del Governo di barriera protettiva navale degli sfollati. Di questo non ha parlato nessuno, ed è disonesto attribuire al Governo un'intenzione che non ha per polemizzare contro qualcosa di astratto. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signora Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, innanzitutto intendo esprimere la preoccupazione, la forte preoccupazione - mia personale e dei colleghi del Gruppo dell'Italia dei Valori - per i gravi eventi che si stanno verificando in Libia. Vorrei anche rappresentare la vicinanza alla popolazione italiana e in particolare a quella di Lampedusa, fortemente preoccupata per il crescente numero di immigrati in arrivo sulle nostre coste dai Paesi del Nord Africa.

Colleghi, non posso però non sottolineare l'assenza del presidente Berlusconi. Nemmeno fossimo in tribunale! È una vergogna. (Applausi dal Gruppo IdV). Non solo non si presenta a rispondere ai giudici riguardo ai processi in cui è coinvolto, ma ora addirittura scappa vergognosamente e irresponsabilmente anche di fronte ai suoi doveri istituzionali. Speriamo che non si faccia una legge per evitare anche questi. (Commenti della senatrice Rizzotti).

Signora Presidente e signori Ministri, è vergognoso che non si presenti in Parlamento per spiegare la linea politica del Governo italiano sulla guerra in Libia (chiamiamola così).

CARRARA (PdL). Ma cosa dici?

PEDICA (IdV). Tutti i Capi di Governo sono andati a riferire nelle aule parlamentari e noi abbiamo il latitante che dovrebbe spiegare cosa sta facendo del nostro Paese. È vergognoso, ma è ovvio: maggioranza e Governo non sono ancora riusciti a scegliere una linea comune. È una miseria. Non dovrebbe essere, invece, per il Presidente del Consiglio un bisogno impellente quello di riferire davanti al Parlamento? Non ve lo chiedete anche voi, colleghi del centrodestra? La situazione in Libia, purtroppo, è sempre più grave. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 1973 ha autorizzato l'applicazione di una no fly zone sulla Libia e ha acconsentito che siano messi in campo tutti i mezzi necessari per proteggere i civili dalle forze del leader libico Muammar Gheddafi.

Il 18 marzo scorso le Commissioni esteri e difesa di Camera e Senato hanno approvato una risoluzione che dà mandato al Governo ad agire in base ad una risoluzione dell'ONU sulla Libia; così è scattata l'operazione Odissea all'alba, cui partecipano al momento Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e, frettolosamente Italia. Sono ormai diverse centinaia i missili lanciati sugli obiettivi cosiddetti sensibili del colonnello Gheddafi. L'Italia, se è vero che all'inizio non ha preso parte attivamente ai raid limitandosi a fornire un importante supporto logistico attraverso la messa a disposizione di ben sette basi militari, negli ultimi giorni ha fatto alzare in volo anche i propri aerei per realizzare missioni di attacco sul suolo libico. Si tratta di un supporto che mette il nostro Paese di fronte a gravi e possibili ritorsioni del regime di Gheddafi.

Signor Ministro, ancora una volta mi trovo a ricordarle che, in base alla nostra Carta costituzionale, in questo Governo lei è Ministro della difesa, non altro. Spero abbia capito a cosa mi riferisco. Eppure ormai in Italia non si contano più i bombardieri e gli intercettori che decollano dalle nostre basi. È importante rispettare la risoluzione dell'ONU - questo lo abbiamo sottoscritto - ma Gheddafi si sente fortemente tradito dal vostro Presidente del Consiglio. «Berlusconi - ha detto Gheddafi - era un amico» «Era il mio "bacia-mano"» ha tenuto a specificare. Il dittatore, solo poche ore fa, ha parlato dalla sua residenza dichiarando che il complotto fascista, così ha definito l'intervento ONU, finirà nel cestino della polvere della storia. Non dimentichiamo che il collasso del regime del colonnello Gheddafi potrebbe avere per il nostro Paese importanti riflessi. La Libia è il nostro primo fornitore di petrolio e il quarto di gas; gli investitori libici sono attivi in diversi settori strategici della nostra economia.

Ricordiamo tutti benissimo che l'Italia, oltre ad aver firmato il Trattato d'amicizia, che l'Italia dei Valori e qualche altro piccolo partito non hanno votato, convintamente (e questi sono i risultati) si è impegnata a versare alla Libia una tangente di cinque miliardi di dollari, formalmente a titolo di risarcimento per le efferatezze del nostro colonialismo, ma di fatto quale pagamento per il controllo dei flussi migratori: un ricatto al quale il vostro Presidente del Consiglio ha deciso di sottostare.

L'Italia dei Valori, tra le richieste avanzate con la sua risoluzione, ha anche chiesto che il Governo si impegni a prevedere velocemente la sospensione immediata del Trattato d'amicizia del febbraio 2010. Per l'Italia e non solo è una situazione di grande allerta. Occorre muoversi con fermezza. Occorre che tutti i Paesi rispettino la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU e che il Governo e la maggioranza si impegnino con serietà a fronteggiare questa grave emergenza invece di pensare ai propri interessi: è disonorevole che non riescano a trovare una linea comune fuori dalle logiche di partito.

Occorre scongiurare il rischio che alcune Nazioni vadano oltre il mandato delle Nazioni Unite per fini nazionalistici differenti da quelli umanitari. Non sono così certo, infatti che tutte le Nazioni si siano buttate a capofitto contro Gheddafi solo perché lo giudicano un uomo abbietto, solo perché mosse dal desiderio di scongiurare gli attacchi e le violenze contro il popolo libico. Diciamolo, in queste gravi situazioni, è facile avere paura di dire le cose come stanno.

A nome del Gruppo dell'Italia dei Valori, sono a chiedervi, signori Ministri, in rappresentanza di una persona che doveva essere qui come Presidente del Consiglio, oggi latitante nella sua Aula, che il Governo si impegni a dare seguito a quanto disposto in sede ONU con la risoluzione n. 1973, anche vigilando affinché siano rispettati i limiti di mandato.

Sarebbe doveroso che il Governo provvedesse continuamente e tempestivamente a tenere informato il Parlamento sulla situazione libica. Sarebbe opportuno che il Presidente del Consiglio - lo ripeto, quello che non c'è mai - non si tirasse indietro anche di fronte a questo impegno, che è istituzionale ed importante, e sappiamo bene che per gli impegni seri e istituzionali il Presidente è sempre pronto a latitare e a non essere presente. Sarebbe altrettanto doveroso che l'attuazione stretta e rigorosa della risoluzione ONU n. 1973 avvenisse nel pieno rispetto dell'articolo 11 della Costituzione. Ricordo, come ho già fatto in altre occasioni, al ministro La Russa, sempre senza polemica, che la nostra Carta fondamentale recita: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Comincerò da oggi a regalare al ministro La Russa un libricino della Costituzione, ogni giorno, evidenziando l'articolo 11, che a volte dimentica. Signor Ministro, speriamo che almeno questa volta gli enunciati della nostra Costituzione non rimangano solo parole.

Come tutti sappiamo, inoltre, la crisi in questa parte del Mediterraneo sta provocando, e continuerà a provocare, una crescita degli sbarchi verso le nostre coste, corridoio storico per l'accesso e il transito verso l'Europa. Proprio per questo, nella nostra risoluzione abbiamo scritto che vogliamo chiedere all'Unione europea e ai singoli Stati membri, oltre al supporto economico, di farsi anche carico dell'accoglienza degli immigrati, del loro soccorso in mare, nonché del successivo smistamento. Cari Ministri, vi siete affrettati a dare le basi, ma non avete tutelato il nostro Paese, non avete curato il problema principale, quello di Lampedusa. Più volte la Lega, e anche il ministro Calderoli, che ha definito il ministro La Russa "Ministro della guerra", vi hanno ricordato di interessarsi del problema Lampedusa e del problema immigrati, e non solo del problema delle basi, per fini esterni, poi. Dobbiamo risolvere i problemi interni. Questa è la parola che non riuscite ancora a capire a oltre tre anni dall'insediamento del vostro Governo.

Come tutti sappiamo, inoltre, la crisi, ormai davanti ai nostri occhi, sta provocando e continuerà a provocare un aumento degli sbarchi verso le nostre coste. Gli interventi già messi in atto dal Governo non sono sufficienti in relazione alla problematica degli ingenti flussi migratori. L'Europa è parsa da subito refrattaria e reticente, se non a tratti addirittura indifferente al problema. In verità il Governo italiano non ha esercitato alcuna pressione sul problema degli immigrati, ma si è solo preoccupato di dire sì alla destinazione d'uso delle basi aeree in Italia, tralasciando la problematica dei flussi migratori, facendo così esplodere il caso Lampedusa e destinando alle televisioni di tutto il mondo l'immagine del Governo italiano come incapace a risolvere ancora una volta i problemi interni. Tutto, con l'unico risultato che la Francia e l'Inghilterra possono così avere la possibilità di entrare nei traffici economici in Libia, mentre a noi rimangono da risolvere i problemi degli immigrati in arrivo.

Proprio per questo il Gruppo dell'Italia dei Valori ha chiesto che il Governo si impegni a predisporre piani di intervento più efficaci, più forti, più seri, richiedendo all'Unione europea ed ai singoli Stati membri, oltre al supporto economico (che, è vero, è molto importante, ma non basta), anche e soprattutto di farsi carico dell'accoglienza degli immigrati, del loro soccorso in mare e del successivo smistamento, nonché a valutare l'opportunità di promuovere e sostenere fattivamente proposte di modifica della normativa vigente in materia di immigrazione.

Noi dell'Italia dei Valori ripetiamo che così non basta, che occorre fare di più in relazione alla problematica degli ingenti flussi migratori in corso.

Signor Ministro della difesa, signor Ministro degli affari esteri, come definito dagli appunti che leggerete e che dovrete appunto valutare, quella da noi presentata è una risoluzione di rispetto dei diritti umani e del nostro Paese. Abbiamo elencato alcuni punti, e tra questi vogliamo evidenziarne uno che credo sia importante per farvi riflettere: l'Italia deve appoggiare con forza anche l'adozione dei provvedimenti di giustizia internazionale, per fornire prove decisive e inoppugnabili dei crimini commessi dal dittatore Gheddafi.

Vorrei concludere perciò con una frase di Padre Wresinski, sacerdote ormai scomparso, da sempre dedito alla tutela dei diritti umani:«Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella miseria, i diritti dell'uomo sono violati. Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro». Mi auguro che questo possa essere di stimolo e d'insegnamento a voi. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbarbati. Ne ha facoltà.

SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signora Presidente, intervengo per illustrare la risoluzione unitaria presentata dai senatori dell'UDC, dell'ApI, di FLI, dello MPA e dei Repubblicani.

Il Mediterraneo, signor Ministro, a dispetto anche di una indifferenza più o meno lampante dell'Europa, torna a recitare oggi un ruolo di primo piano, seppure in uno scenario di guerra e di rivoluzione. Fernand Braudel, storico che tutti ricordiamo, ha sempre sostenuto la centralità politica, economica e culturale del Mediterraneo che oggi torna alla ribalta per la fine dei regimi che per troppi anni hanno oppresso le popolazioni arabe.

Ciò che è apparso chiaro a tutti è che le migliaia di giovani non organizzati dall'esterno che si sono ritrovati nella volontà di lottare per la libertà, la dignità umana, la democrazia e la Costituzione hanno espresso un'aspirazione incomprimibile per la quale sono disposti a tutto.

L'Occidente, dal canto suo, ha salutato certo positivamente queste insurrezioni dell'Egitto, della Tunisia e di altri Stati. È iniziato così - si è detto - il riscatto del mondo arabo dall'oppressione dei regimi autoritari e corrotti che avrà i suoi tempi e le sue difficoltà, ma che va rispettato, aiutato diplomaticamente, così come lei ha sostenuto nella relazione che ci ha fatto, anche perché non si fermerà.

Ciò che sta accadendo in Libia è però diverso da ciò che è accaduto negli altri Paesi nordafricani. L'insurrezione della Cirenaica fa riferimento ad antiche fratture all'interno della stessa società libica ed è rivolta prevalentemente contro Gheddafi e contro la sua tribù.

Conosciamo poco del Consiglio rivoluzionario di Bengasi, che la Francia, con una mossa repentina, aveva già quasi riconosciuto quando invece dovrebbe essere riconosciuto da tutti i Paesi che partecipano all'operazione, facendo peraltro capire di essere pronta ad agire anche da sola. Il protagonismo di Sarkozy ci ha lasciato interdetti; ha motivazioni che possono essere giustificate e giustificabili, ma che certamente non riguardano il problema centrale di tale questione.

Lui ha spinto fortemente, come Capo di Stato francese, perché si addivenisse alle risoluzioni che l'ONU ha poi pronunciato, coinvolgendo lo stesso Presidente degli Stati Uniti, che non poteva tirarsi indietro per gli interessi politici ed economici ingenti che ha in Oriente e nei Paesi del Nordafrica.

Molti Stati si sono allineati, mentre altri, come la Germania, la Cina e la Russia, si sono defilati. Poi tutto è precipitato di fronte alla determinazione di Gheddafi di soffocare nel sangue la rivolta e di procedere ad una repressione violenta contro il suo stesso popolo, ingaggiando financo mercenari, tanto che la stessa comunità internazionale ha pronunciato una decisiva condanna nei confronti dello stesso Gheddafi. Di fronte a tutto questo, l'ONU ha votato due risoluzioni, la n. 1970 e la n. 1973, che hanno messo a fuoco la determinazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sottolineando l'esigenza di addivenire ad una soluzione della crisi e di dare risposta soprattutto alle legittime esigenze del popolo libico. A tal fine, si sono sottolineate anche le normative sui diritti umani e sui profughi, normative internazionali che vanno rispettate. Gli Stati membri sono stati autorizzati a prendere tutte le misure per proteggere la popolazione civile.

La stessa rivolta di cui abbiamo parlato, che si è scatenata soprattutto nella Cirenaica e che sembra in qualche modo essere stata sobillata dai servizi segreti occidentali o da Paesi che hanno tanto da guadagnare da questa guerra e dal rovesciamento del regime di Gheddafi, si è però configurata in una maniera tale che non possiamo permetterci di ignorarla in nessun modo: dobbiamo dare esecuzione a quanto stabilito dalla risoluzione delle Nazioni Unite.

Si dice che nessuno se l'aspettava, signor ministro Frattini, ma ancora una volta il gioco dell'ipocrisia a mio avviso tiene banco. È come se la disinvoltura con cui il nostro Presidente del Consiglio ha trattato la politica estera non abbia sollecitato riflessioni serie sia in chi gestisce la politica estera americana sia in chi la gestisce a livello europeo, soprattutto a livello francese. Personalmente giudico legittimo e positivo il trattato italo-libico per gli interessi dell'Italia, non solo in campo energetico, ma anche per ciò che riguarda il controllo dei flussi migratori, gli impegni con le nostre banche, con l'ENI e con le nostre grandi imprese. Esso ha coronato peraltro gli sforzi già compiuti dai precedenti Governi di centrosinistra, seppur colorito da qualche sceneggiata imbarazzante, che si poteva evitare. Esso però, invece di aiutarci ad assumere un ruolo chiave a livello diplomatico, in una incresciosa vicenda tutta interna alla Libia, ci ha in qualche modo frenato; questo non può essere disconosciuto. Anzi, signor Ministro, è sembrato paralizzare lo stesso Governo e il Presidente del Consiglio in uno stato confusionale e contraddittorio, contrabbandato poi con il principio della prudenza e con quello della precauzione. Al contrario, noi pensiamo invece che la vicenda della Libia ci chiamasse e ci chiami ad un ruolo primario, per la storia passata e per la storia presente che ci accomunano, oltre che per la vicinanza geografica. Il futuro di una Libia liberata dalla dittatura ci riguarda più di altri e richiede il concorso attivo di tutto il nostro Paese.

Oggi, l'operazione è partita in modo frettoloso, così come lei e il ministro La Russa avete evidenziato. Ci troviamo di fronte ad uno scontro sulla catena di comando e su interpretazioni diverse, più o meno estensive, della risoluzione n. 1973 dell'ONU. La voce dell'Italia si è finalmente fatta sentire a livello della Comunità europea tramite la sua persona, signor ministro Frattini. Lei ha chiesto che il comando della missione passi alla NATO, e noi siamo d'accordo, perché la NATO offre maggiori garanzie e dispone di mezzi tecnici e organizzativi all'altezza di una situazione così delicata e difficile. Il Presidente del Consiglio ha chiesto anche una più chiara definizione degli obiettivi della missione, che non sembra contemplare, quanto meno non in maniera precisa e chiara, la destituzione di Gheddafi, ma semplicemente la no fly zone, l'embargo e la protezione dei civili, alla quale siamo tutti tenuti, Italia in testa. Naturalmente la no fly zone a nostro avviso richiederà un grande numero di mezzi e di intelligence, per cui è chiaro che non si può pensare ad un comando tripartito, ma va pensato, e con urgenza, un comando unificato sotto la NATO e sotto il suo ombrello protettivo, dentro il quale noi crediamo ed auspichiamo che possa essere recuperata anche la Turchia. La NATO ha strutture di uomini e mezzi pari e all'altezza della situazione che dobbiamo affrontare.

Tuttavia, se non ci sarà un'iniziativa politica coerente e unitaria, difficilmente potremo raggiungere questi obiettivi, che desideriamo e che abbiamo saputo evidenziare con queste risoluzioni. Bisogna uscire dall'atmosfera dei veti incrociati. Non si possono sottolineare sempre righe e righine: occorre secondo noi una massima convergenza e un'unità nazionale a sostegno anche delle Forze armate e dell'iniziativa che il nostro Paese, seppur lentamente e con gravi difficoltà, ha cominciato ad intraprendere a testa alta.

Le chiedo ancora un minuto di tempo, signora Presidente. Noi chiediamo un impegno del Governo per dare una piena e rigorosa attuazione alle disposizioni previste dalle risoluzioni nn. 1970 e 1973 del Consiglio di sicurezza. Chiediamo che l'Italia partecipi attivamente...

PRESIDENTE. Senatrice Sbarbati, la Presidenza non vuole essere fiscale ed è stata ampiamente generosa.

SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signora Presidente, sono tanti i Gruppi, e ho bisogno soltanto di un altro minuto.

Chiediamo che l'Italia partecipi con gli altri Paesi disponibili, nell'ambito delle organizzazioni internazionali di cui il Paese è parte, alla piena esecuzione della risoluzione n. 1973 intendiamo altresì impegnare il Governo a promuovere al più presto una cabina di regia politica; a porsi come capofila di un'iniziativa diplomatica con la Lega araba, l'Unione africana e il Consiglio di cooperazione del Golfo; a proporsi come capofila di un grande piano euro-atlantico di rilancio della cooperazione mediterranea e ad intervenire nei confronti dell'Unione europea perché si possa soddisfare una politica all'altezza di una forte ondata migratoria che invaderà il Mediterraneo.

Chiediamo altresì che l'Italia partecipi nel sollecitare l'Unione europea alla piena attuazione del cosiddetto programma di Stoccolma per una gestione integrata delle frontiere esterne, rafforzando anche l'Agenzia Frontex, in vista della trasformazione della stessa da organo di puro coordinamento degli interventi, qual è oggi, a organo di gestione delle crisi legate anche ai fenomeni migratori e, in particolare, alla costituzione di una reale politica nazionale dell'immigrazione, mai avviata in Italia al contrario di tutti gli altri Paesi europei.

Chiediamo soprattutto che il Governo si impegni a favorire la tempestiva approvazione dei disegni di legge pendenti in Parlamento di adeguamento della normativa interna allo Statuto della Corte penale internazionale, al fine di colmare una grave lacuna del nostro ordinamento.

Chiediamo inoltre che si sospenda il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, di cui poco e nulla sappiamo nei particolari, fra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria libica e che si ripristinino immediatamente i voli civili nell'aeroporto di Trapani. Chiediamo infine che si intervenga per distribuire in maniera proporzionale ed equa i migranti e i richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale e che si coinvolga nelle decisioni che saranno adottate la Regione Siciliana, che è in prima linea, su tutte le operazioni che verranno intraprese. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Germontani. Ne ha facoltà.

GERMONTANI (Misto-FLI). Signora Presidente, signor Ministro degli affari esteri, la risoluzione n. 1973, approvata dal Consiglio di sicurezza dell'ONU lo scorso 17 marzo per la no fly zone sulla Libia, autorizza tutte le misure necessarie per proteggere i civili. È da qui che bisogna partire per capire i limiti, ma anche il valore umanitario e politico di una risoluzione che ha ottenuto un larghissimo consenso: ricordo che sono stati dieci i voti a favore e cinque gli astenuti (Brasile, Cina, Germania, India, Federazione russa); non c'è stato un solo voto contrario. Escludendo in modo esplicito l'impiego eventuale di una forza di occupazione straniera sul territorio libico, la risoluzione ha inteso raggiungere l'immediata cessazione del fuoco e l'immediata fine degli attacchi contro la popolazione inerme. In sintesi, l'ONU ha detto che deve cessare lo spargimento di sangue.

Come ha evidenziato il presidente Napolitano, è rimasto pochissimo tempo, poche, pochissime ore per scongiurare il rischio di un'irreparabile tragedia ed evitare che il "risorgimento arabo" - così l'ha definito il Presidente - si concluda con una sconfitta, schiacciato sotto i piedi di una repressione feroce. Tutto quello che poi è seguito dal 17 marzo ad oggi ha dimostrato, purtroppo, una grande divaricazione tra le ragioni della cosiddetta Realpolitik e le ragioni morali e politiche di un completo e disinteressato sostegno verso il popolo arabo.

Sul quotidiano dei vescovi, «Avvenire», leggiamo che «Non c'è dubbio che i raid aerei sulla Libia, iniziati dopo il via libera deciso dal vertice di Parigi, costituiscano un vero e proprio atto di guerra. Ma è la risposta alla guerra che il regime (...) di Gheddafi ha scatenato contro il suo popolo. Se anche Bengasi, città simbolo della rivolta e ultima roccaforte degli insorti, cadesse nelle mani del rais, saremmo posti di fronte non solo alla sconfitta di coloro che in Libia chiedono libertà e democrazia, ma a una tragica battuta d'arresto per tutti quei movimenti che hanno dato vita alla primavera del mondo arabo».

Molti Paesi occidentali - e non soltanto l'Italia - si trovano oggi a fronteggiare un'imbarazzante situazione di palese incoerenza: da un lato, la Realpolitik che induce a trattare con chiunque, pur di garantirsi le materie prime (in questo caso il petrolio); dall'altro lato, il diritto-dovere di intervenire in Libia a difesa della democrazia e della libertà.

Accantonando temporaneamente i risvolti politici, sono evidentemente i problemi economici quelli che poi prendono il sopravvento. Il prezzo del petrolio ha superato ieri l'altro i 114 dollari al barile gettando una seria ipoteca sullo sviluppo di molti Paesi, a cominciare dall'Italia. Tuttavia, quando termineranno le operazioni militari si apriranno nuovi scenari.

Per l'amministratore delegato dell'ENI è prevedibile che chiunque è al potere in Libia avrà bisogno di estrarre petrolio per superare l'attuale fase bellica e per iniziare la ricostruzione. Detto questo gli esperti petroliferi non possono stabilire però quando il conflitto sarà superato. Le valutazioni economiche e le previsioni tornano allora di competenza della politica perché, evidentemente, dovremo sapere quanto tempo andrà avanti il conflitto e fino a quando durerà l'interruzione dell'estrazione di petrolio.

Nessuno se lo augura, evidentemente, ma se dovesse prevalere Gheddafi, tutti sappiamo già come andranno a finire le cose perché il colonnello lo ha già detto: saranno privilegiate le compagnie petrolifere pubbliche o private di Cina, Russia e Iran. Se, invece, vinceranno gli insorti e la rivoluzione della Libia avrà successo - come tutti ci auguriamo - è chiaro che verranno stipulati nuovi contratti di estrazione e distribuzione del greggio da parte delle compagnie petrolifere delle Nazioni della coalizione.

L'Italia, pur essendo la Nazione più vicina al conflitto e pur essendo direttamente coinvolta dall'inarrestabile flusso migratorio, non sembra essere ancora orientata in modo netto e coerente. Va detto, però a chiare lettere che la nostra preoccupazione è rivolta al popolo libico e ai tanti giovani che vedono nell'Italia e nell'Europa un'oasi di democrazia e di libertà, oltre che una risorsa per assistenza e solidarietà.

Per quanto riguarda le esitazioni del nostro Paese e il rischio che la nostra politica estera debba essere condizionata dalla netta chiusura della Lega Nord verso gli immigrati, è chiaro che il nostro punto di riferimento deve essere la risoluzione dell'ONU e, di conseguenza, la risoluzione che abbiamo sottoscritto e che è già stata approvata dalle Commissioni parlamentari congiunte esteri e difesa di Camera e Senato.

Per concludere, deve essere chiara una cosa: la nostra collocazione è atlantica ed europea e la nostra vocazione è democratica e liberale.

Presidenza del vice presidente NANIA (ore 19,28)

(Segue GERMONTANI). È inutile che gli schieramenti politici oggi si mettano a giocare una sorta di ping-pong tipo "Gheddafi sì Gheddafi no". La risoluzione n. 1973 è chiara: il dittatore libico dovrà rispondere di fronte al tribunale internazionale per la violazione dei diritti umani. Questo lo afferma chiaramente anche la nostra proposta di risoluzione, che chiede inoltre di monitorare con attenzione e costanza l'evolversi delle previsioni della risoluzione n. 1970 del Consiglio di sicurezza dell'ONU che, ai punti 4, 5, 6, 7, 8, demanda alla Corte penale internazionale di aprire un fascicolo di indagine su Gheddafi ed altri appartenenti al Governo libico per verificare la sussistenza di eventuali crimini contro l'umanità perpetrati nel corso delle operazioni militari.

Ritengo, inoltre, indispensabile, oltre alla revoca del Trattato di amicizia tra la Repubblica italiana e la Libia (così come si chiede al Governo nella nostra risoluzione), garantire l'incolumità della nostra popolazione, a cominciare dalle Regioni meridionali, e prevenire, con appositi interventi di intelligence le eventuali ritorsioni del dittatore libico.

In conclusione, ringrazio i ministri La Russa e Frattini per i loro interventi anche se ritengo sarebbe stata opportuna la presenza in Aula del Presidente del Consiglio poiché è dal premier che l'azione del Governo viene riassunta e coordinata. Sarebbe stato opportuno e lineare che il presidente Berlusconi fosse stato presente in Aula, ma non credo valga la pena farne una polemica più di tanto. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Alberto Filippi. Ne ha facoltà.

FILIPPI Alberto (LNP). Signor Presidente, anch'io rivolgo un sincero apprezzamento al ministro Frattini per la relazione svolta, che mi è sembrata puntuale e che ha centrato i punti chiave della vicenda. Si tratta inoltre di una relazione che per molti aspetti ha anche già sostanzialmente risposto ad alcuni impegni presenti nella proposta di risoluzione della maggioranza.

La proposta di risoluzione della maggioranza è incentrata su due punti chiave: il primo è la gestione del comando, che deve essere affidata, ovviamente, alla NATO; il secondo è la gestione del tema immigrazione, considerato in senso lato.

Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 19,31)

(Segue FILIPPI Alberto). Sarà questo l'aspetto sul quale focalizzerò il mio intervento.

Analizziamo, quindi, il punto chiave dato dal filone migratorio. Va ricordato innanzitutto che la materia immigrazione, nel contesto normativo europeo, circa l'aspetto dell'accoglienza è sì lasciata ad ogni singolo Stato ma, come è stato evidenziato, tra l'altro proprio ieri, in Commissione affari esteri del Senato, e ricordato dal presidente Dini, l'articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea indica proprio il principio di solidarietà, e non solo: indica anche il principio di equa ripartizione della responsabilità anche sul piano finanziario fra gli Stati membri proprio in materia di immigrazione. Quindi, emerge la necessità di un coinvolgimento dell'Unione europea anche in questo ambito. Da sempre - ricordiamolo, non fa male, è corretto - il ministro Maroni ha sostenuto questo, ricordando proprio il principio di solidarietà.

Oggi ci troviamo evidentemente in un momento di piena emergenza. Prima qualche mio collega ha ricordato alcuni numeri: 15.000 clandestini in tre mesi. La presidente Bonino ha sdrammatizzato ricordando che, tutto sommato, questi numeri non sono grossi. Tutti coloro che evidentemente hanno libero il proprio giardino di casa la pensano allo stesso modo; vorrei invece che qualcuno andasse a chiedere cosa pensano gli abitanti di Lampedusa di questi numeri. (Commenti dal Gruppo PD).

ARMATO (PD). Appunto!

FILIPPI Alberto (LNP). Quindi, stiamo lavorando in emergenza, e nell'emergenza non si frigna.

SERRA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Ma stai al Governo!

FILIPPI Alberto (LNP). Nell'emergenza si lavora, ed è quello che il Viminale sta facendo. Contemporaneamente, però, vanno chiariti oneri ed onori che l'Unione europea deve comunque assumersi. Perché siamo uniti, siamo Europa, ma solo per dividerci gli onori, o siamo uniti e siamo Europa anche per dividerci gli oneri? (Applausi dal Gruppo LNP). È questa una domanda alla quale evidentemente chiediamo una risposta ed un impegno da parte del Governo.

Il lavoro del Viminale, in un contesto di forte emergenza ed eccezionalità, prosegue. Va però comunque chiarita la distinzione fra profughi e clandestini ricordando che, per quanto riguarda i clandestini, essi troveranno un percorso -ovviamente è previsto - che passerà per i centri di identificazione e di espulsione. Quindi, abbiamo il territorio che, seguendo anche il principio di solidarietà, sta facendo la propria parte, e così dovrà essere anche per l'Unione europea.

Il 21 marzo, l'altroieri, vi è stato il primo atto ufficiale da parte dell'Unione. È come è stato ricordato prima dal collega della Lega Nord Divina: il Consiglio affari esteri dell'Unione europea, come riportato al punto 6 e, soprattutto, al punto 7 del comunicato stampa, ha riaffermato proprio il principio di solidarietà comunitaria nei confronti di quegli Stati membri più direttamente interessati dai movimenti migratori, oltre all'impegno a fornire il sostegno necessario. Da qui si ricavano i coerenti impegni presenti, appunto, nella proposta di risoluzione della maggioranza affinché sia insistentemente ricordata all'Unione europea l'importante azione di pattugliamento nelle acque del Mediterraneo in funzione di deterrenza e contrasto alle organizzazioni criminali e terroristiche, ovviamente (e a quelle legate al traffico di esseri umani, altrettanto ovviamente), ma anche in funzione di prevenzione migratoria.

Altro impegno proposto all'interno della proposta di risoluzione di maggioranza è quello di ottenere da parte dell'Unione europea un apporto di mezzi, anche finanziari, per condividere l'onere di gestione degli sbarchi di immigrati, essendosi l'Unione europea, come prima ricordato, impegnata a fornire con prontezza il supporto necessario in base all'evolversi della situazione di crisi.

Vi è poi, sempre sulla materia dell'immigrazione, un terzo impegno affinché l'Europa si doti di un sistema unico di asilo, teso a ridistribuire la presenza degli immigrati tra tutti i Paesi membri, fornendo assistenza adeguata anche alle operazioni di riconoscimento e identificazione di coloro che si dirigono verso le coste italiane.

PRESIDENTE. Senatore Alberto Filippi, è scaduto il tempo a sua disposizione.

FILIPPI Alberto (LNP). Signor Presidente, le chiedo ancora un minuto di tempo per terminare, visto che è stato concesso anche ad altri colleghi.

Ovviamente quanto contenuto al punto 7 del documento, che riporta le conclusioni del Consiglio dei ministri degli affari esteri europei, non è sufficiente: per noi non è nemmeno da considerare come un bicchiere mezzo pieno. Possiamo affermare piuttosto che abbiamo iniziato a riempire il bicchiere.

Infine, consentitemi un riconoscimento ed un impegno per l'isola di Lampedusa, che in questo momento sta vivendo un inferno, sta svolgendo un compito che vale l'impegno e fa primeggiare tutto il nostro Paese rispetto a tale questione. Se l'Italia merita la solidarietà da parte dell'Unione europea, ovviamente Lampedusa la deve avere dal nostro Paese; l'avrà ora nell'emergenza grazie all'impegno del Governo, e del Viminale in modo particolare, e alla compartecipazione delle Regioni in proporzione. Ripeto, però, che questo è il lavoro nell'emergenza. Lampedusa dovrà avere un equo risarcimento per i danni che il turismo e ogni attività locale hanno dovuto subire in questo periodo, oltre che per i disagi che ogni cittadino ha patito. Non sarebbe male quindi spingere tutti insieme una legge ad hoc, come più volte evidenziato dalla senatrice Maraventano, facendo in modo che possa essere concretizzata. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Pinzger).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marini. Ne ha facoltà.

*MARINI (PD). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, nel poco tempo a mia disposizione vorrei svolgere due considerazioni ed una constatazione. Tengo a fare le due considerazioni che saranno assai brevi a questo punto del dibattito. Una è un riconoscimento al Governo per il lavoro svolto nelle ultime ore e l'altra invece è una critica. Se finissero così, le avremmo potute fare un'altra volta; invece riguardano due aspetti della vicenda, nella quale siamo immersi in mezzo a tante difficoltà e complessità oggettive, che devono essere seguiti nel prossimo futuro perché da tali questioni dipende l'evolversi della situazione.

Il riconoscimento è legato al discorso della NATO che è stato fatto, accettato e valorizzato da tutti; esso è riferito al fatto che questa volta il Consiglio di sicurezza ha adottato un documento nel quale gli obiettivi sono chiari: difesa dei civili, senza fare eccezione anche dei mezzi, e aiuto umanitario. Ha lasciato nel barocchismo più pieno gli strumenti perché tra l'altro - e ricordo certamente bene - mette insieme la possibilità dell'intervento dei singoli Stati nazionali con quella di utilizzare le strutture esistenti a livello mondiale o europeo. Questa situazione resta però aperta.

Credo che gli Stati Uniti non avevano valutato il discorso del ruolo di certezze in una situazione in cui si usa anche la forza, finalizzata in quel modo, come è a tutti noto; nella situazione in cui ci troviamo in Afghanistan, in Iraq ed altrove, non volevano aprire un altro conflitto. Il mondo arabo è in movimento e probabilmente non si fermerà attorno alla questione di Gheddafi; in questa grande realtà che va dall'oceano Atlantico a quello Indiano il problema è per noi importantissimo.

C'è un mondo che dà segni di smuoversi da una chiusura che lo teneva in condizioni di centinaia di anni fa. La fragilità di Stati come l'Egitto, con l'esercito più forte del mondo arabo, che ha mollato i suoi capi e il suo Governo in un batter d'occhio, porta a considerare, come avrei voluto osservare alla fine del mio intervento, ma lo farò ora, questo movimento come inarrestabile, perché chiede più giustizia, il miglioramento delle condizioni di vita, una condizione giovanile più accettabile e il paragone con il mondo oggi è veloce e non lo cancella più nessuno.

In questa situazione, gli Stati Uniti avevano detto che non avrebbero aperto un ulteriore conflitto, ma oggi hanno capito e sono stati loro a volerlo, e hanno smosso la Turchia. La settimana scorsa (ero lì fra i parlamentari della NATO) mi sono fatto tradurre due articoli di giornali turchi nei quali Erdogan esprimeva un durissimo no all'intervento in Libia, ma ora anche la Turchia, che era fondamentale in questo gioco, accetta nei fatti la NATO.

La partita non è chiusa perché la risoluzione dà la possibilità ad uno Stato che voglia comunque intervenire richiamandosi all'utilizzo dei mezzi possibili, anche di spingere la situazione. Bisogna tenere gli occhi aperti, andare avanti, tenere ferma l'attività di coordinamento della NATO.

C'è un discorso da aprire sull'Europa: la figura dell'Alto rappresentante è stata istituita dal Trattato di Lisbona, malgrado ciò oggi l'Europa si trova al punto più basso della sua iniziativa unitaria.

La seconda considerazione riguarda alcune osservazioni critiche all'azione del Governo. La relazione del Ministro degli affari esteri oggi è stata equilibrata e chiara, credo che si possa guardarla con attenzione, ma stando a dichiarazioni recenti che hanno riguardato il Governo e chi lo guida, dinanzi a questa situazione così come si è creata e come si è evoluta, innanzitutto non si è utilizzata la riunione di Parigi per dire che l'Italia voleva svolgere un suo ruolo di mediazione. Un osservatore attento ha detto che Berlusconi poteva anche chiedere il mandato a fare l'ultimo tentativo con Gheddafi, a mio parere poteva farlo per i rapporti fra loro e per la condizione in cui si trova il nostro Paese, una parola finale dell'Italia si poteva provare a dirla. Una volta, però, che si è deciso, in una situazione come questa, al centro di questa immensa area che riguarda il mondo arabo, di usare la forza, sia pure con l'accortezza e i limiti che l'ONU si è data, non è possibile dire: adesso partiamo, partono anche i nostri Tornado quando abbiamo messo a disposizione sette basi e probabilmente l'assistenza logistica, e poi alla fine dire che noi teniamo da parte i nostri mezzi è una furberia che non può essere accettata da chi combatte in ogni modo. Questo non c'è stato, ma non si può affermare i nostri aerei partono ma non usano le loro potenzialità.

Questo lo ha spiegato il ministro La Russa: quando si parte si parte. Lo dico perché ho la preoccupazione che si abbia l'idea di una politica estera fragile, legata ai rapporti personali. (Applausi del senatore Sircana). Lasciamo stare le sciocchezze, nessuno può intervenire e pensare di sistemare le cose, nemmeno Obama, che del resto nemmeno ci prova. Bisogna stare attenti quindi alla nostra posizione con la NATO, perché quella è una garanzia e qui dobbiamo sapere che una volta partiti, una volta accettata una linea, dobbiamo mantenerla.

Se vogliamo sperare, come il senatore Divina diceva, di salvaguardare le aziende e gli interessi italiani, dobbiamo sapere che se non si chiarisce questo punto non si è in grado di difendere nessun interesse. L'interesse passa attraverso la consapevolezza che il mondo arabo cambierà, probabilmente nemmeno fra troppo tempo e quando questo avverrà, il giudizio dovrà essere che l'Italia, al di là dell'incertezza iniziale, ha preso una posizione seria nella soluzione della vicenda della Libia. L'abbiamo votata, tra l'altro, tutti assieme. Non mi pare, stando alla relazione, che ci siano troppe distanze. La manteniamo assieme, ma con grande serietà e senza incertezze, perché, tra l'altro, quello - per chi lo conosce - è un mondo dove queste cose contano più di quanto contano tra di noi. Questa è la raccomandazione che voglio fare che si basa su queste due considerazioni. I nostri interessi passeranno attraverso un'attenzione seria e uno sforzo di comprensione e di aiuto a tutto questo mondo che certamente non resterà come l'abbiamo conosciuto in questi anni.

Sul tema dell'emigrazione ho sentito il nostro amico della Lega Nord, il collega Alberto Filippi, insistere sull'Europa. Prima o poi dovremo vedere chi sono in Europa quelli che non si fanno carico della solidarietà e di una linea accettabile sull'emigrazione, perché non esiste l'Europa in astratto. (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Esiste l'Europa delle forze politiche, dei partiti, delle culture: di questo alla prima occasione dovremmo parlare. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e dei senatori Astore e Russo. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà.

*QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente, colleghi senatori, signori del Governo, a dispetto di tanti profeti di sventura, la maggioranza si appresta a dare oggi in quest'Aula una prova di compattezza.

Ringraziamo l'Esecutivo per la sensibilità nei confronti del ruolo del Parlamento, che in altre analoghe occasioni non fu mostrata da quella parte politica che oggi ha ritenuto di polemizzare anche su questo aspetto.

Giungiamo a questo appuntamento con una risoluzione unitaria della maggioranza, che impegna il Governo a condurre la sua azione, tenendo ben saldi allo stesso tempo il rispetto degli impegni verso la comunità internazionale e la tutela degli interessi dell'Italia.

Nell'auspicare fin da ora che le opposizioni sappiano far prevalere il bene della Nazione sulla facile rendita di una polemica di parte, diciamo con chiarezza, presidente Marini, che ci rifiutiamo di guardare alla crisi libica dal buco della serratura delle dinamiche interne alla politica italiana, come se il frangente che stiamo attraversando consentisse di essere piegato all'esigenza di colpire questo o quell'avversario. Il momento richiede ben altra consapevolezza. (Applausi dal Gruppo PdL).

Signor Presidente, colleghi, signori del Governo, quando il mondo era diviso in due blocchi, le politiche europee - quelle dei Sei, per intenderci - erano una variabile del quadro internazionale. I margini di autonomia dei singoli Paesi erano ristretti; si agiva soprattutto cercando di influenzare l'Europa in senso più o meno atlantico. In quegli anni, per opera di uomini come Fanfani, Gronchi, Mattei, l'Italia tentò più volte di svolgere una politica autonoma nel Mediterraneo, soprattutto sul versante energetico. Il nome di quella politica fu "neo-atlantica" per il suo collocarsi al confine, e a volte addirittura oltre il confine, tra la legittimità e l'eresia.

Da allora il mondo è cambiato. L'Europa si è sempre più allargata, l'asse franco-tedesco è saltato e gli Stati nazionali hanno recuperato una concezione originaria della politica estera, piuttosto che devolverla interamente a un continente che ancora in questi giorni - dico purtroppo - ha mostrato tutte le sue difficoltà a interpretare un indirizzo unitario.

In questo nuovo contesto la politica estera del centrodestra ha saputo coniugare il rispetto di un atlantismo non a corrente alternata, incurante del fatto che alla Casa Bianca vi fosse George Bush o Barack Obama, con una strategia di attenzione verso il Mediterraneo. Una strategia che, grazie anche ai buoni rapporti con la Russia, potesse consentire di arrivare laddove in altre epoche altri uomini si erano dovuti fermare, facendo passi in avanti lungo la strada dell'indipendenza energetica e chiudendo pagine tristi della nostra storia nazionale. Perché vedete, cari colleghi, non si può essere politicamente corretti a giorni alterni. Bisognerebbe evitare di essere politicamente corretti, ma quanto meno, se lo si è, bisogna avere coerenza. Non si può un giorno festeggiare i centocinquant'anni dell'Unità d'Italia e il giorno appresso dimenticare che il nostro Paese fu protagonista di una brutta pagina di colonialismo già a partire dal 1911, ragion per cui chiudere quel capitolo con atti di riconciliazione per noi era comunque un obbligo, anche di carattere morale.

Non si può dimenticare neppure quello spartiacque epocale che è stato l'11 settembre 2001, e il recupero di Gheddafi al fronte anti-terroristico che indusse tutti gli Stati europei, a cominciare proprio dalla Francia e dalla Gran Bretagna, a compiere gesti distensivi nei suoi confronti, e che spinse Romano Prodi, presidente allora della Commissione europea, a dichiarare: «Lo dico con chiarezza: sono stato io a sdoganare Gheddafi, a iniziare l'attenuazione del suo isolamento internazionale. Lo feci quando mi fu chiaro (e le informazioni in mio possesso si rivelarono esatte) che il colonnello stava mettendo da parte la politica di tensioni, guerre e inquietudini che fomentava nell'Africa subsahariana». Chiusura della citazione e chiusura anche - spero - delle lezioni che ci vengono impartite. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).

È questo il contesto nel quale ci muoviamo. Ed è in questo stesso contesto che un grande interprete del XXI secolo dal nome di Samuel Huntington, da una parte profetizzò, pur senza augurarselo, che al mondo diviso in blocchi sarebbe seguito uno scontro di civiltà, e dall'altra evidenziò senza alcun riflesso ideologico, ma come constatazione di fatto, l'incontenibile tendenza all'espansione della democrazia nel mondo.

Queste interpretazioni mettono in evidenza la cifra drammatica di questo secolo - di questo primo decennio del secolo - ovvero la coesistenza di due tendenze storiche in conflitto fra loro: da una parte il rischio di sbocchi integralisti, dall'altra la spinta verso processi di democratizzazione e di libertà.

Purtroppo non è possibile dividere con una linea netta queste due tendenze, come pure qualcuno vorrebbe. Né si può dividere con una linea netta il bene e il male, valutando delle dinamiche del mondo solo i rischi, o privilegiando solo le opportunità. Gli scenari con i quali ci confrontiamo non sono esenti da chiaroscuri, e per questo chi ritiene che si possa agire oggi al riparo da ogni contraddizione e in nome di un principio di coerenza tanto astratto quanto assoluto si pone fuori dalla storia e insegue certezze fittizie invece di perseguire l'intelligenza - nel senso letterale - e la comprensione di quanto sta accadendo. Ed è esattamente su questa dicotomia che si colloca il dibattito che ha segnato la situazione nordafricana e in particolare la crisi libica.

Signor Presidente, colleghi senatori, signori del Governo, la nostra risoluzione si fa carico responsabilmente della drammatica contraddizione dei tempi e degli avvenimenti. Non propone una semplificazione manichea. Corona un percorso di serietà che si addice alla serietà dei tempi che stiamo vivendo. Il testo che la maggioranza offre alla discussione del Senato è il frutto di un approfondimento ulteriore della situazione rispetto alla deliberazione delle Commissioni congiunte. Questo approfondimento ha consentito alla maggioranza di presentarsi oggi convintamente e consapevolmente unita, chiarendo anche quei punti di sospensione che l'urgenza della situazione aveva determinato.

Nel merito, non possiamo non rilevare come alcune delle nostre istanze stiano già divenendo tema di attuale realizzazione. Cito ad esempio - l'ha fatto il ministro Frattini - la richiesta di attribuzione di un ruolo centrale alla NATO, che l'America sostiene e per la quale la posizione della stessa Francia sta creando condizioni favorevoli.

Noi riteniamo che non ci si possa tirare indietro rispetto a un impegno internazionale frutto di un lavoro diplomatico intenso, che ha prodotto la non scontata rinuncia di Russia e Cina all'esercizio del potere di veto e la non contrarietà della Germania, anch'essa non scontata. E, per rispetto della comunità di cui l'Italia fa parte, non possiamo non sottolineare di quale strumento innovativo e moderno l'ONU abbia inteso dotarla, dando corpo, forza e un nuovo orizzonte al principio del mantenimento della pace e della sicurezza nel mondo, lontano dagli stilemi pacifisti che pure per tanto tempo avevano albergato a sinistra. (Applausi dal Gruppo PdL).

Sarebbe suicida per il nostro Paese mostrarsi defilato o addirittura assente nel momento in cui gli equilibri del Mediterraneo vengono messi in discussione Ma se affermiamo che sarebbe suicida, lo facciamo proprio in nome di quegli stessi interessi nazionali che al nostro Paese impongono di adottare un surplus di prudenza, di evitare fughe in avanti, di pretendere dai partner europei una assunzione di responsabilità. Ce lo chiede la nostra storia. Ce lo chiedono i nostri interessi. Ce lo chiede la nostra posizione geopolitica.

Su questa strada ci auguriamo che anche l'opposizione possa convergere. Se non lo farà - lo dico senza alcuna strumentalità - ci auguriamo almeno che spieghi il perché. Che dimostri insomma un interesse effettivo a questo dibattito e non dia neanche l'impressione di voler piegare un tema così importante a esigenze domestiche, a evidenziare divisioni nella maggioranza che non ci sono, perché questo non le farebbe onore. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sulle comunicazioni del Governo.

Comunico che sono state presentate le seguenti proposte di risoluzione: n. 1, del senatore Gasparri e di altri senatori; n. 2, della senatrice Finocchiaro e di altri senatori; n. 3, del senatore Belisario e di altri senatori; n. 4, del senatore Rutelli e di altri senatori; n. 5, della senatrice Bonino e di altri senatori.

Chiedo al ministro Frattini di esprimere il parere sulle proposte di risoluzione presentate.

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, ringrazio tutti gli onorevoli senatori che hanno preso la parola e che hanno anche permesso di registrare una importante convergenza di tutte le forze politiche su alcuni punti chiave che hanno giustificato e giustificano l'azione dell'Italia.

Passando proprio alle proposte di risoluzione, in particolare le nn. 1 e 2, presentate a prima firma del senatore Gasparri la prima, e della senatrice Finocchiaro la seconda, credo che esse contengano i punti chiave che possono permettere davvero di rinnovare un appello ad una ancora più forte coesione nazionale in nome dell'interesse dell'Italia.

Intendo dire che quei punti, quelli che trovo nelle proposte di risoluzione nn. 1 e 2, d'altronde già votate dalle Commissioni affari esteri e difesa di Camera e Senato, potrebbero essere davvero la sintesi più completa di una posizione nazionale su questa complessa vicenda.

Esprimo, con riferimento alla proposta di risoluzione n. 1, parere favorevole del Governo e mi permetto di formulare al senatore Gasparri e agli altri firmatari l'invito a voler considerare l'integrazione di questa proposta di risoluzione con alcuni punti che, nella proposta di risoluzione n. 2, sono effettivamente egualmente significativi e su cui comunque, a proposito della proposta di risoluzione n. 2, il Governo darà parere favorevole. Mi riferisco ai tre punti della parte impegnativa del Governo che potrebbero integrare e completare la proposta di risoluzione n. 1, chiarendo meglio la possibilità di «adottare ogni iniziativa per assicurare la protezione delle popolazioni», il riferimento all'informazione costante al Parlamento, che nella proposta di risoluzione n. 1 in verità non c'è, e l'impegno ad assumere le iniziative necessarie per garantire che l'Italia partecipi attivamente alla piena attuazione della risoluzione n. 1973. La mia richiesta ai firmatari della proposta di risoluzione n. 1 è di considerare l'integrazione nel dispositivo con i tre capoversi della parte impegnativa della proposta di risoluzione n. 2.

Sulla proposta di risoluzione n. 2 esprimo parere favorevole.

Sulla proposta di risoluzione n. 3 esprimo un parere favorevole condizionato. Al senatore Belisario e agli altri firmatari dico subito che nel capoverso delle premesse che inizia con «a seguito di quanto sopra esposto è scattata l'operazione», ci sono dei passaggi inaccettabili. Il Governo non può accettare in primo luogo una frase che dica: «Il nostro Paese che, in un primo momento stava fornendo un importante supporto logistico attraverso la messa a disposizione di ben sette basi militari». Questo «ben sette basi militari» introduce un sindacato di merito su una scelta del Governo che è stata tecnica e fondata su ragioni militari. Ma soprattutto, non può accettare la parte in cui si dice: «in questi ultimi giorni ha preso parte attivamente ai bombardamenti sul suolo libico». Il ministro La Russa ha già chiarito che ciò non corrisponde alla realtà. Chiedo, quindi, che questo capoverso sia espunto dalle premesse.

Chiedo ancora ai presentatori di considerare il primo punto della parte impegnativa - questa è un'osservazione che farò anche con le altre proposte di risoluzione - dove si impegna il Governo «a prevedere la sospensione immediata del trattato bilaterale». Onorevoli senatori, il Governo non può prevedere la sospensione immediata, perché la sospensione è scattata di diritto ed è diventata operativa nel momento in cui la risoluzione n. 1973 è stata adottata; non possiamo «prevedere»: dobbiamo solo prendere atto che il Trattato di diritto è sospeso. O si riformula così, oppure chiedo di comprendere che le mie dichiarazioni hanno chiarito quale sia lo stato giuridico di questo Trattato che, ripeto, è sospeso di diritto in via automatica.

Sull'ultimo punto del dispositivo della proposta di risoluzione n. 3, esprimo parere contrario. Si dice: «a valutare l'opportunità di promuovere e sostenere fattivamente proposte di modifica della normativa vigente in materia di immigrazione». Ma è materia del tutto estranea al dibattito di oggi sulla Libia. Sono proposte di modifica che in sostanza non vedrei come negative, ma non possono essere affrontate nel contesto di una risoluzione che riguarda materia del tutto diversa. Esprimo per questo parere contrario sull'ultimo capoverso del dispositivo della risoluzione del senatore Belisario.

Sulla proposta di risoluzione n. 4 ci sono delle osservazioni: è un parere favorevole anch'esso condizionato. Nelle premesse, nel capoverso che inizia con «se, viceversa, le truppe di Gheddafi persevereranno nell'attaccare sistematicamente le città» si dice: «la comunità internazionale dovrà assumere nuovi e più stringenti impegni per evitare il perpetuarsi di crimini». Chiedo al senatore Rutelli e agli altri presentatori: quali sono i nuovi e più stringenti impegni, oltre la risoluzione n. 1973? Francamente, oltre la risoluzione n. 1973 c'è solo la guerra alla Libia, e onestamente il Governo oggi non è minimamente in condizione di accettare un'ipotesi del genere. Vorremmo chiarire cosa avevano in mente i presentatori parlando di nuovi e più stringenti impegni.

Sempre nella proposta di risoluzione n. 4, Rutelli e altri, al secondo punto dei "considerato" si tocca il tema dell'aeroporto di Trapani, già posto dal senatore D'Alì e da altri onorevoli senatori. Non possiamo accettare una formulazione del tipo: «in particolare, tra le scelte discutibili del Governo si segnala quella di aver voluto chiudere, inutilmente, ai voli civili l'aeroporto internazionale di Trapani Birgi». Non è stata una chiusura inutile: è stato un atto che le autorità militari e il Ministro della difesa hanno assunto dopo una approfonditissima valutazione. In generale, c'è l'impegno del Governo ad adoperarsi affinché la chiusura sia della più breve durata possibile, ma il parere su questa formulazione è negativo.

Gli impegni al Governo sono tutti positivi, fino al punto 7, nel quale si dice: «a sostenere, a partire dal pieno riconoscimento, il Consiglio nazionale di transizione insediato a Bengasi». Gli onorevoli senatori sanno che un Paese può riconoscere gli Stati, non gruppi che non sono nemmeno Governi o comitati definibili giuridicamente. Quindi questa formulazione del pieno riconoscimento non si può accettare. Si può accettare una espressione del tipo: «a sostenere il Consiglio nazionale di transizione», perché l'abbiamo fatto e continueremo a farlo.

Ancora nel dispositivo, c'è un punto in cui si dice: «in particolare, alla costituzione di una reale politica nazionale dell'immigrazione mai avviata in Italia al contrario di tutti gli altri Paesi europei». Senatore Rutelli, è chiaro che il Governo non accetta questa parte, sulla quale esprime parere contrario, ritenendo di avere una chiara politica dell'immigrazione.

Andando avanti, sempre nel dispositivo c'è il punto relativo alla sospensione, «secondo le procedure previste dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati», del Trattato di amicizia tra Italia e Libia. Vale lo stesso discorso fatto per la risoluzione a prima firma del senatore Belisario. Il Governo può accettare una frase che dica: «a prendere atto che, di diritto, il Trattato è sospeso a seguito dell'adozione della risoluzione delle Nazioni Unite n. 1973». Il Governo non può sospendere ciò che, di diritto, è già sospeso.

Sono favorevole invece all'ultima parte di questo punto, cioè «ad assumere ogni utile iniziativa che salvaguardi gli interessi economici contrattuali delle imprese italiane che potrebbero essere compromessi dalla gravità e instabilità della situazione socio-politico-economica libica», perché ho spiegato che questi interessi sono preservati dal Regolamento europeo, che rende inesigibili, da parte degli imprenditori italiani, le prestazioni contrattuali fino a che l'embargo non sarà revocato.

Il punto successivo chiede di «ripristinare immediatamente l'apertura ai voli civili dell'aeroporto di Trapani». Come già detto, su questo tema, sollevato anche dal senatore D'Alì, possiamo parlare di ripristinare al più presto possibile, perché non possiamo dare tempi stretti o definiti.

Sulla restante parte del dispositivo della proposta di risoluzione del senatore Rutelli e di altri senatori sono favorevole.

Vengo alla proposta di risoluzione n. 5, a prima firma della senatrice Bonino. Il parere è favorevole anche se condizionato. Quanto alle premesse, siamo d'accordo. Nella parte impegnativa si chiede di «intraprendere le iniziative necessarie per sospendere formalmente il Trattato di amicizia» tra Repubblica italiana e Libia, ma dobbiamo prendere atto che il Trattato è, di diritto, sospeso. Quindi non posso accettare questa formulazione.

Vengo al terzo punto, quando si chiede di «portare a termine entro il nono anniversario dell'entrata in vigore dello statuto di Roma del 2 luglio 2011 l'adeguamento alle norme contenute nella carta fondativa della Corte penale internazionale». Noi prendiamo ovviamente l'impegno di procedere nel più breve tempo possibile all'adeguamento delle norme interne. Mi permetto di dire, senatrice Bonino, che lei nel suo intervento ha detto qualcosa che il Governo non condivide affatto, cioè che se il presidente Bashir o il colonnello Gheddafi venissero in Italia non potrebbero essere arrestati. Senatrice Bonino, lei conosce troppo bene le istituzioni internazionali per pensare di far credere che lo Statuto di Roma non sia già ora immediatamente vincolante per l'Italia, anche senza le norme interne. Questa è giurisprudenza assolutamente pacifica. Noi avremmo l'obbligo assoluto già ora di arrestare persone con un ordine di cattura della Corte penale internazionale. Quindi, non è per questa ragione che reagisco alle sue affermazioni, ma perché è già ora in vigore per l'Italia quest'obbligo. Ciò detto, il Governo si impegna ovviamente ad accelerare, perché è giusto, l'adeguamento delle norme integrative interne.

L'ultimo punto della parte impegnativa riguarda un'iniziativa l'espulsione della Libia dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. La Libia oggi è sospesa. Se noi ci adoperassimo per la sua espulsione e questa si concretizzasse, la nuova Libia, che spero arrivi già domani, si troverebbe fuori per sempre, mentre se noi mantenessimo la sospensione, un nuovo Governo democratico libico potrebbe sedersi di nuovo nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Ecco perché, essendovi già questa sospensione, l'espulsione danneggerebbe il futuro Governo libico, che noi vogliamo arrivi rapidamente nella democrazia. Dunque anche su questo punto, per queste ragioni, esprimo parere contrario.

Per il resto, esprimo parere favorevole.

PRESIDENTE. Grazie, signor Ministro.

Andiamo per gradi. (Brusìo). Colleghi, se prestate un attimo di attenzione, vediamo di fare il punto.

Presidente Gasparri, accoglie il suggerimento del Governo di integrare la proposta di risoluzione a sua prima firma con il dispositivo della proposta di risoluzione n. 2? (Brusìo). Colleghi, vi chiedo un po' di collaborazione.

GASPARRI (PdL). Signor Presidente, riproducendo la proposta di risoluzione n. 2, presentata dalla presidente Finocchiaro e da altri senatori, il testo della risoluzione che abbiamo votato venerdì presso le Commissioni congiunte, sono favorevole ad integrare la nostra proposta di risoluzione n. 1 con la parte dispositiva della proposta di risoluzione n. 2, così come proposto dal ministro Frattini.

PRESIDENTE. A questo punto, nel caso in cui dovesse essere approvata la proposta di risoluzione n. 1 con l'integrazione della proposta di risoluzione n. 2, la proposta di risoluzione n. 2 verrebbe assorbita.

LEGNINI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LEGNINI (PD). Signor Presidente, in punto di procedura, sarà francamente un mio limite, ma io non ho mai ascoltato il Governo che dice di voler accogliere una proposta di risoluzione purché questa venga integrata con il testo di un'altra proposta di risoluzione. Comunque, il Governo è libero di dire quello che ritiene. Questo però non può precludere in alcun modo, a nostro modo di vedere, la possibilità di esprimere il voto sulla proposta di risoluzione n. 2 nella sua interezza, perché è evidente che il testo complessivamente valutato di quella proposta di risoluzione non è la stessa cosa che trasfondere quel testo in un contesto diverso, come quello costituito dalla proposta di risoluzione n. 1.

Noi non ci opponiamo naturalmente ad integrare la proposta di risoluzione n. 1 con i punti del dispositivo della proposta di risoluzione n. 2 menzionati dal ministro Frattini. Chiediamo però che sulla proposta di risoluzione n. 1 si proceda con la votazione per parti separate, riservandoci di indicare le parti separate, e chiediamo altresì che venga posta ai voti la proposta di risoluzione n. 2, sulla quale peraltro vi è un parere favorevole. Anzi, sottolineo che l'unica proposta di risoluzione sulla quale vi è un parere favorevole senza condizioni è la proposta di risoluzione n. 2: sarebbe curioso che proprio questa non venisse sottoposta al voto. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Chiedo al senatore Belisario se accetta le modifiche proposte dal Governo.

BELISARIO (IdV). Presidente, non accetto le proposte del Governo, ma mi riservo di intervenire successivamente in dichiarazioni di voto.

PRESIDENTE. Chiedo al senatore Rutelli se accetta le modifiche avanzate dal ministro Frattini in merito alla proposta di risoluzione n. 4.

RUTELLI (Misto-ApI). Ringrazio, anche a nome dei colleghi D'Alia, Contini e Pistorio, il Ministro per la puntuale disamina, e dico quali parti accolgo delle modifiche che lui ci propone, restando inteso - se è d'accordo anche la maggioranza - che le parti che intendiamo mantenere verrebbero votate per parti separate. Una parte delle modificazioni vengono quindi accolte, e la residua parte verrà votata con distinte votazioni da parte dell'Assemblea.

Tra le premesse manteniamo nella sua interezza il capoverso che inizia con "se, viceversa"; manteniamo anche la considerazione che si riferisce all'aeroporto di Trapani, ma sopprimiamo l'avverbio «inutilmente».

Tra i punti del dispositivo, al settimo capoverso accettiamo di togliere le parole «a partire dal pieno riconoscimento» e quindi, come ha proposto il Ministro degli affari esteri, resta l'impegno a sostenere il Consiglio nazionale di transizione. Manteniamo la parte che riguarda il giudizio critico sulla politica dell'immigrazione. Prendiamo atto della decisione del Ministro circa il paragrafo che concerne la sospensione del Trattato, ma manteniamo la prima parte del capoverso chiedendone la votazione per parti separate. Infine accettiamo la proposta di riformulazione sul ripristino «al più presto possibile» anziché «immediatamente» dell'apertura dei voli civili dell'aeroporto di Trapani.

PRESIDENTE. Non accettate dunque la proposta del Ministro di prendere atto della sospensione del Trattato?

RUTELLI (Misto-ApI). No, signor Presidente. Accettiamo invece, ripeto, la proposta relativa al paragrafo successivo: per ripristinare al più presto possibile i voli civili dell'aeroporto di Trapani.

PRESIDENTE. Senatrice Bonino, accoglie le proposte del ministro Frattini?

BONINO (PD). Signor Presidente, ringrazio il signor Ministro per le risposte puntuali. Rispetto alle osservazioni e alla richieste rivolteci, manteniamo la nostra formulazione sulla sospensione formale del Trattato e la formulazione sull'adeguamento delle norme contenute nella Carta fondativa della Corte penale internazionale, in particolare con l'indicazione della data del 2 luglio 2011.

Accettiamo invece l'obiezione del Ministro sull'ultimo paragrafo, e lo ritiriamo.

FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, mi rivolgo a tutti i Gruppi parlamentari e al ministro Frattini, che è stato con noi oggi durante il dibattito. Credo che dovremmo prendere molto sul serio l'occasione odierna; noi l'abbiamo fatto sin dal primo momento, chiedendo che fossero le Assemblee del Senato e della Camera a valutare la questione e ad esprimersi con un voto, e chiedendo anche che intervenisse il presidente Berlusconi.

Oggi il ministro Frattini è qui e il dibattito, che è stato davvero importante e serio, ha riguardato una decisione che nessuno di noi ha assunto con superficialità, ma, al contrario, valutando la pesantezza e la complessità della questione che andava a dirimere e della situazione nella quale andava a inserirsi, quella di oggi ed anche quella di domani. Ma noi rischiamo di concludere questo dibattito con una serie di voti incrociati, per parti separate (Applausi dal Gruppo PD e del senatore De Angelis), con la necessità di arricchire una proposta di risoluzione, quella dei colleghi della maggioranza, che mi permetto di definire ambigua e in parte smentita su punti anche cruciali dalle stesse dichiarazioni del ministro Frattini. Rischiamo di chiudere questa discussione con una serie di voti alla fine dei quali anche gli addetti ai lavori avranno difficoltà a rintracciare il filo, la decisione, il senso con il quale il Parlamento si è espresso su una questione così importante per l'Italia, per il suo ruolo, per il suo onore e per la sua credibilità internazionale.

Mi permetto, pertanto, sapendo che chiederò a ciascuno di noi, a cominciare da me e dai senatori e dalle senatrici del mio Gruppo, di rinunciare a qualcosa, di concludere questo dibattito votando tutti insieme una risoluzione semplicissima che dica: udita la relazione e le conclusioni del ministro Frattini, le approva. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e dei senatori Gustavino, Pisanu e Spadoni Urbani).

BRICOLO (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BRICOLO (LNP). Signor Presidente, sono d'accordo sul fatto che probabilmente tanti voti per parti separate, come richiesto da alcuni promotori di proposte di risoluzione dei Gruppi dell'opposizione, possano rendere non molto chiara l'azione che stiamo svolgendo in Parlamento; ma sono convinto che sia giusto arrivare comunque alla votazione delle nostre mozioni. Noi della maggioranza abbiamo presentato una proposta di risoluzione, senatrice Finocchiaro, e siamo convinti che non sia né ambigua, né sbagliata (lei, invece, ha detto questo), dunque non possiamo in alcun modo ritirarla.

Allo stesso tempo però il presidente Gasparri si è dichiarato disponibile ad accogliere la proposta di risoluzione presentata dal Partito Democratico. Credo quindi non si possa trovare all'interno di questo ramo del Parlamento disponibilità maggiore di quella dimostrata dalla maggioranza, che ha dichiarato di voler votare anche la proposta di risoluzione presentata dal più importante Gruppo d'opposizione. Ritengo che questo gesto, che tutti insieme abbiamo voluto esprimere in questo ramo del Parlamento, sia davvero molto importante.

Per quanto ci riguarda, quindi, è giusto procedere con le votazioni: se il Partito Democratico vorrà votare la nostra proposta di risoluzione sarà per noi un piacere; altrimenti si regolerà di conseguenza. (Applausi dal Gruppo LNP).

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, il dibattito parlamentare (di ciò ringrazio il Governo) è stato utile anche per confrontarci su una serie di questioni e su un problema che per ammissione di tutti è complesso, soprattutto perché siamo in una fase evolutiva della situazione: domani si terrà un importante Consiglio europeo che tratterà questo tema insieme ad altri, altrettanto importanti.

Nell'ambito delle Commissioni difesa ed esteri di Camera e Senato abbiamo votato concordemente e serenamente quattro giorni fa il sostegno ad una missione internazionale ricca di insidie anche rispetto all'interesse di questo Paese. Ci sono punti della relazione del ministro Frattini che noi condividiamo ed altri che non condividiamo. Ma tutto questo poco importa se noi riusciamo a sostenere tutti insieme, con un voto unanime del Parlamento, l'azione dei nostri militari e del nostro Governo in Libia e all'ONU e nelle sedi internazionali.

Dunque, ringrazio la collega Finocchiaro; siamo disposti ad accogliere la proposta formulata dai colleghi del PD e perciò siamo pronti a ritirare la nostra proposta di risoluzione, se questo può servire all'espressione di un voto unitario del Senato che dà forza ed autorevolezza al nostro Paese, perché credo che in questo momento ve ne sia davvero bisogno. (Vivi applausi dal Gruppo PD). Chiediamo che i colleghi della maggioranza facciano lo stesso sforzo, perché credo che l'interesse di tutti sia che l'Italia sia forte nello scenario europeo ed internazionale, essendo il primo Paese coinvolto dalla vicenda libica. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, PD, Misto-ApI e Misto-FLI).

GASPARRI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (PdL). Signor Presidente, questo dibattito era iniziato con l'affermazione politica, che accetto come sfida e come constatazione, che la maggioranza non avesse numeri e posizioni. Noi abbiamo redatto un documento come maggioranza (non avevamo alcun dubbio sulla coesione della maggioranza) e riteniamo corretto porlo in votazione. Peraltro, ribadisco che recepiamo integralmente la proposta di risoluzione n. 2 nella nostra anche perché - lo ricorderà il senatore Zanda - si tratta del testo che abbiamo proposto e concordato, d'intesa con il Governo, noi del PdL alle Commissioni esteri e difesa di Camera e Senato. Quindi è un testo nostro anche quello. (Commenti dei senatori Finocchiaro e Zanda). Pertanto, recepirlo nella proposta di risoluzione n. 1 è assolutamente logico e naturale.

Riteniamo quindi che l'accettazione della proposta di risoluzione n. 2 esprima un momento di condivisione ampia ed importante, ma che la scansione dei contenuti e degli obiettivi della proposta di risoluzione n. 1 sia una conferma politica molto importante per il Senato, per l'opinione pubblica nazionale ed anche internazionale (visto il tema di cui parliamo) per confermare che la maggioranza c'è, si assume le sue responsabilità, ma dialoga e si confronta con le vostre proposte, che abbiamo deciso di recepire integralmente. (Applausi dai Gruppi PdL e CN).

PRESIDENTE. Il tema è estremamente delicato, per cui vorrei cercare di gestirlo compiendo il massimo sforzo per addivenire, quanto più possibile, ad una coincidenza di vedute, se ci riusciamo.

BONINO (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BONINO (PD). Signor Presidente, ho molto rispetto per la proposta avanzata dalla presidente Finocchiaro, che non conoscevo (niente di male, ho detto solo una cosa fattuale).

Pensandoci, però, credo di non potervi aderire, perché ritengo che un voto su che fine deve fare questo Trattato, politicamente e giuridicamente parlando, dopo tanti errori, tanti scivoloni ed ambiguità debba essere espresso: è necessario che qualcuno si assuma la responsabilità di ciò. Peraltro, non cambia nulla, dato che mi pare che la maggioranza abbia dichiarato di non essere d'accordo. Insisto quindi sul punto, ribadendo che un dato di chiarezza su quel Trattato mi parrebbe molto utile. (Applausi dei senatori Poretti e Perduca).

PRESIDENTE. Colleghi, mi sembra che la richiesta della presidente Finocchiaro non trovi il consenso della maggioranza e neanche quello della senatrice Bonino, che è presentatrice di una proposta di risoluzione.

LA RUSSA, ministro della difesa. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LA RUSSA, ministro della difesa. Presidente, forse quello che si può fare per andare incontro allo spirito di una votazione largamente condivisa - poi qualcuno non voterà comunque in senso favorevole - nello spirito auspicato dalla presidente Finocchiaro è di proporla quella risoluzione. Il testo potrebbe essere: «Udita la relazione del Governo... (Commenti dal Gruppo PD)» «...o del ministro Frattini - comunque non cambia il senso - la approva». Non è necessario che sia sostitutiva delle altre proposte. (Commenti dal Gruppo PD).

È una proposta di risoluzione che dimostra che vi è una posizione comune dell'intero Parlamento (Applausi dal Gruppo PdL)e che poi si articola nelle varie specificazioni dei singoli Gruppi. Se la vostra non è una posizione strumentale, non c'è motivo di dire no a questa proposta. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

PRESIDENTE. Colleghi, vorrei fare il punto della situazione.

I presentatori della proposta di risoluzione n. 1 hanno accettato di integrare il dispositivo con i tre punti già votati venerdì scorso nelle Commissioni congiunte, che coincidono con i tre punti del dispositivo della proposta di risoluzione n. 2, presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori. La votazione per parti separate, pertanto, consente di salvaguardare il diritto del Gruppo del Partito Democratico di votare la propria risoluzione, perché per parti separate voterà quest'ultima, eventualmente assieme alla maggioranza, se ritiene di votarla, avendo già deciso di accettare l'integrazione.

Io intendo salvaguardare il diritto di tutti e l'identità politica di tutti, quando votano. Il mio dovere è questo. Lungi da me l'idea di privare l'opposizione del diritto di poter votare un documento proprio. Se poi tale documento viene fatto proprio dalla maggioranza, l'opposizione ha il diritto, in sede di votazione, di far chiarezza sul fatto che quella è una sua risoluzione, pur se inserita in un'altra risoluzione. Quindi, sono pronto a garantire che dal dibattito e dalle dichiarazioni di voto traspaia questo dato.

FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Senatrice Finocchiaro, è un problema tecnico. (Commenti dal Gruppo PD).

FINOCCHIARO (PD). No, no.

PRESIDENTE. Non possiamo votare due volte la stessa cosa.

FINOCCHIARO (PD). Presidente, le chiedo scusa: questo è un problema squisitamente politico.

Io ringrazio il ministro La Russa, che si è attivato positivamente, per l'entusiasmo con il quale è intervenuto, ma la mia proposta aveva il senso di fare tabula rasa. La mia proposta voleva far emergere questo principio: il Parlamento italiano, senza un distinguo su niente e senza una votazione assai complessa, il cui esito non si capisce, conviene sulle dichiarazioni che sono state rese in quest'Aula dal rappresentante del Governo ministro Frattini. Se non è così, la proposta di risoluzione che abbiamo già presentato, e che riproduce il testo che è stato votato all'unanimità, con esclusione della Lega, dalle Commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato benissimo riproduce esattamente lo stesso effetto.

Dopo di che, è ovvio che se lo spirito che ci anima non è identico, non possiamo arrivare ad identica conclusione. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Senatrice Finocchiaro, lo auspico più di lei. Avrei sostenuto anch'io l'ipotesi di un voto corale ed unanime del Parlamento sulle dichiarazioni del Governo, ma ogni parte politica è legittimata ad assumere le proprie posizioni, e non sta al Presidente del Senato imporre scelte.

Onorevoli colleghi, con la vostra collaborazione, vorrei fare il punto della situazione. Se la proposta di risoluzione n. 2 viene inserita... (Vivaci commenti dal Gruppo PD). Mi dovete spiegare sotto quale profilo, tecnicamente e proceduralmente, posso negare l'integrazione della proposta di risoluzione n. 1. Chiedo solo questo, perché intendo fare le cose correttamente e non voglio mancare di rispetto a nessuno, soprattutto su un tema che deve essere bipartisan.

Vorrei trovare il massimo della collaborazione da parte di tutti, maggioranza ed opposizione, perché desidero che stasera si esca da quest'Aula senza né vincitori né vinti, ma con un messaggio unitario al Paese. Questo è il mio interesse di Presidente del Senato, e credo sia l'interesse ed il desiderio di tutti voi. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Piscitelli).

LEGNINI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LEGNINI (PD). Signor Presidente, lei ha richiamato una sollecitazione regolamentare - per così dire - ed io allora sottolineo che evidentemente nessuno di noi può precludere alla maggioranza o a qualunque Gruppo di riformulare una propria risoluzione. I Gruppi di maggioranza provvedano come ritengono, dopo aver ascoltato il Governo, a riformulare la propria risoluzione; noi non abbiamo strumenti per impedirlo. Altra cosa è subordinare il parere favorevole all'inserimento nella risoluzione di altri testi; perché questa cosa non si è mai vista: non vi è alcun precedente, e non vi è alcuna norma che autorizzi ad esprimere un parere subordinato all'integrazione di una risoluzione con un'altra risoluzione. È un pasticcio!

Quindi, la maggioranza si assuma le sue responsabilità. Non si è mai visto - mi permetto di sottolinearlo - che l'opposizione proponga di approvare puramente e semplicemente le dichiarazioni del Governo e la maggioranza dica di no: ripeto che non si è mai visto, neanche da questi banchi. Pertanto la maggioranza faccia quello che vuole e noi votiamo la nostra proposta di risoluzione. (Applausi dai Gruppi PD, IdV, Misto-ApI e del senatore D'Alia).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, sospendo brevemente la seduta.

(La seduta, sospesa alle ore 20,39, è ripresa alle ore 20,45).

Colleghi, la Presidenza si rende perfettamente conto che esistono delle regole procedurali che disciplinano la nostra attività, poste a garanzia di tutti; e queste sono il faro principale della corretta legislazione e del corretto comportamento di tutti i componenti del Senato. Purtuttavia, si rende conto che ci sono dei momenti in cui la stessa Presidenza è chiamata ad assumersi delle responsabilità in via del tutto eccezionale e straordinaria, per fare in modo che ad ogni Gruppo parlamentare venga riconosciuto il diritto di paternità della propria iniziativa, ma con la manifestazione del consenso o meno su quella stessa iniziativa.

In relazione a ciò, sono venuto alla determinazione di consentire, innanzitutto, che si proceda alla votazione della proposta di risoluzione n. 1 per parti separate, con l'integrazione del dispositivo della proposta di risoluzione n. 2; inoltre la Presidenza, proprio al fine di garantire il massimo della possibilità di espressione dei Gruppi di opposizione, in questo caso metterà in votazione anche l'intera proposta di risoluzione n. 2, nella premessa e nel dispositivo. Così si procederà.

FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, la ringrazio del suo sforzo nel riconoscimento di un diritto ineliminabile, che è quello di poter vedere poste in votazione le posizioni di ciascun senatore, in questo caso di un intero Gruppo parlamentare. Mi permetto di osservare che questo diritto verrebbe tutelato qualora venisse posta in votazione prima la proposta di risoluzione n. 2 e in secondo luogo la proposta di risoluzione n. 1 così come integrata: questa sarebbe la linearità. (Commenti dal Gruppo PD).

È esattamente così, e ne spiego le ragioni. L'inserimento del dispositivo della proposta di risoluzione n. 2 all'interno della proposta di risoluzione n. 1 non si può dire che completa la proposta di risoluzione n. 1. Se mi consentite, visto che la proposta di risoluzione n. 1 non prevedeva nessuna esplicita adesione alla risoluzione ONU n. 1973 e non prevede peraltro neanche l'interlocuzione continua e necessaria tra Governo e Parlamento nella definizione della vicenda - speriamo il più breve possibile, ma comunque attualmente in corso - della missione libica che ci vede impegnati, non consente di vedere insieme impostazioni che francamente danno, nella lezione che deriva dalla proposta di risoluzione n. 1, un'altra lettura della qualità della partecipazione dell'Italia alla missione internazionale.

È abbastanza semplice: se la maggioranza avesse voluto ribadire l'adesione alla risoluzione n. 1973 e agli impegni che in tal senso il Governo ha onorato (e avesse voluto onorare questo impegno con il voto di tutta la maggioranza), avrebbe o presentato una proposta di risoluzione identica alla nostra, o inserito queste parti nella proposta di risoluzione n. 1, oppure consentito l'approvazione delle dichiarazioni e delle conclusioni del ministro Frattini.

Abbiamo il diritto di vedere votato innanzitutto un deliberato che è già stato votato dalle Commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato: abbiamo il diritto di portare in quest'Aula un voto che è già stato espresso dal Parlamento, sia pure nelle Commissioni. (Applausi dai Gruppi PD e UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Dopo di che, tutte le aggiunte che vorranno essere fatte da ciascun Gruppo su questioni specifiche, con sfaccettature diverse a seconda delle posizioni politiche dei diversi Gruppi, ben vengano; ma il primo impegno che quest'Aula deve onorare è quello già assunto dal Governo italiano nelle sedi internazionali ed europee, ed è quello assunto dall'unanimità del Parlamento, con esclusione della Lega, nelle Commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato. (Applausi dai Gruppi PD e UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE).

PRESIDENTE. Senatrice Finocchiaro, questa è una nuova richiesta, alla quale non posso aderire. La Presidenza si è sforzata di consentire all'opposizione il diritto di votare la propria risoluzione n. 2 forzando il Regolamento. Lei sa che le risoluzioni si mettono in votazione secondo un ordine cronologico di deposito, per cui non possiamo addirittura invertire il voto. Quello che la Presidenza sta facendo in adesione alle vostre richieste è di mettervi nelle condizioni di votare la risoluzione n. 2 come risoluzione Finocchiaro, garantendovi il voto della risoluzione n. 2 nonostante il testo di questa, magari, poco prima sia stato oggetto di votazione per parti separate. Ciò a tutela della vostra identità e della vostra autonomia. Su questo la Presidenza è riuscita a forzare il Regolamento, assumendosene la responsabilità, a tutela vostra; non può andare oltre, perché invertire l'ordine cronologico delle votazioni delle risoluzioni sarebbe un fatto senza precedenti.

MORANDO (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MORANDO (PD). Signor Presidente, sulla base del nostro Regolamento, e una volta affermato che certamente la presentazione delle risoluzioni determina un ordine cronologico delle votazioni, salva una valutazione della Presidenza che deve ordinare le votazione e può sempre farlo in qualsiasi circostanza, suggerirei di fare ancora per un attimo - poi naturalmente prenderò atto delle sue decisioni, signor Presidente - una valutazione. In realtà, se si guarda l'esigenza di ordinare le votazioni, sotto il profilo politico, c'è un fatto che non può non essere stato rilevato da tutti noi. Mi riferisco al fatto che l'unica risoluzione sulla quale il Governo si è intrattenuto pochi secondi esprimendo subito un parere favorevole è la proposta di risoluzione n. 2. Dopo di che è passato ad esaminare le altre proposte di risoluzione in ordine alle quali ha avanzato proposte di integrazione e di modifica che sono state variamente... (Commenti dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. Colleghi, è una valutazione più politica che procedurale.

MORANDO (PD). È anche procedurale, signor Presidente, mi consenta, perché non c'è dubbio che nell'esercitare la sua potestà di ordinare le votazioni, si potrebbe seguire l'ordine implicito nel parere del Governo. In questo caso è evidente che, essendo la proposta di risoluzione n. 2 l'unica su cui il Governo ha espresso parere favorevole senza condizioni, dovrebbe - anzi potrebbe - essere votata per prima senza ledere alcun aspetto del nostro Regolamento, fermo il suo potere, signor Presidente, di ordinare le votazioni secondo un ordine logico invece che cronologico.

PRESIDENTE. Senatore Morando, ho già forzato il Regolamento prevedendo la votazione autonoma della proposta di risoluzione n. 2 anche se assorbita dalla proposta di risoluzione n. 1. Non posso però ordinare le votazioni se non per ordine cronologico, e non lo posso fare per ordine politico. Non posso stabilire un'altra priorità nel senso che, solo perché il Governo ha espresso parere favorevole su una proposta di risoluzione, essa diventi la prima che si mette in votazione. Non è questa la procedura che posso seguire.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, senza voler appesantire ulteriormente il dibattito, desidero recuperare il senso del ragionamento che poco fa su un'altra questione ha fatto il ministro La Russa. Poiché sulla proposta di risoluzione n. 2 in Commissione c'è stato il voto unanime dei Gruppi parlamentari, potrebbe essere votata prima in quanto attesta un orientamento unitario.

PRESIDENTE. Senatore D'Alia, mi sono già espresso al riguardo.

La proposta di risoluzione n. 2 si vota per seconda. Questa è la decisione della Presidenza, la quale segue un ordine cronologico. Faccio una forzatura facendola votare, anche se sarà stata votata prima come parte integrativa della proposta di risoluzione n. 1. Faccio ripetere un voto perché desidero garantire all'opposizione il diritto di potersi esprimere su una sua proposta, che reca la sua firma e non quella della maggioranza. Più di questo non credo di poter fare, in quanto sto già compiendo una forzatura, ma lo faccio a tutela della vostra identità.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Presidente, mi arrendo.

GASPARRI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (PdL). Intervengo solo per precisare che integriamo la proposta di risoluzione n. 1 con l'intero testo, dalla prima all'ultima parola, della proposta di risoluzione n. 2, e che prendiamo atto delle procedure di votazione che lei, Presidente, ha proposto.

PRESIDENTE. Senatore Gasparri, ho deciso di far votare in ogni caso la proposta di risoluzione n. 2, anche se sarà stata già votata. Su questo non cambio idea.

GASPARRI (PdL). Siamo d'accordo, Presidente. La mia era solo una precisazione in merito al nostro testo, accettando le procedure da lei proposte.

VIESPOLI (CN). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VIESPOLI (CN). Signor Presidente, do atto, anzi do per scontato che ci sia la massima buona fede da parte di tutti nel cercare una soluzione condivisa.

A me pare che ci sia un dato indiscutibile: da una parte, ci sono le comunicazioni del Governo; dall'altra, c'è il contributo che maggioranza e opposizione hanno dato al dibattito. Credo possa esserci una formula, se vi è da parte di tutti buona fede, per recuperare complessivamente questo dato - mi rivolgo in particolare all'opposizione, se mi è consentito - con una formulazione di dettaglio.

Da una parte, l'opposizione afferma di essere pronta ad approvare le comunicazioni del Governo. Queste ultime di fatto hanno recuperato la proposta di risoluzione presentata dalla maggioranza, così come la proposta di risoluzione presentata dall'opposizione. Allora si può anche trovare una formula che approva le comunicazioni del Governo, considerato che nelle stesse comunicazioni sono state recepite le risoluzioni approvate dalle Commissioni parlamentari e quelle della maggioranza. È una fotografia della realtà che risponde alla volontà di trovare una soluzione comune e condivisa.

PRESIDENTE. Mi sono espresso al riguardo abbastanza chiaramente.

Passiamo quindi alla votazione delle proposte di risoluzione.

CONTINI (Misto-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CONTINI (Misto-FLI). Signor Presidente, oggi ho ascoltato con grande attenzione tutti i nostri colleghi, ma soprattutto i nostri Ministri. Non desidero essere assolutamente polemica. Desidero essere vicino ai nostri uomini - come lo sono sempre stata - e quindi vicino al nostro Ministro della difesa. Devo però dire, dal punto di vista del Ministero degli affari esteri e della nostra politica estera, che quest'ultima ha ormai perso in un certo senso - e ora ne spiego il motivo - ogni credibilità. (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, siamo in fase di dichiarazione di voto. Sta parlando la senatrice Contini. Il dibattito verte su un tema delicato. La senatrice ha il diritto di potersi esprimere in un'Aula che l'ascolti e stia in silenzio. Chi non è interessato, è invitato ad uscire.

CONTINI (Misto-FLI). La ringrazio, Presidente.

Perché parlo di rilevanza della nostra politica estera? L'altroieri - pochi lo sanno - il nostro Presidente del Consiglio, a Parigi, è arrivato al Vertice quando Sarkozy aveva già iniziato il suo intervento. Questo è un fatto estremamente negativo. È negativo perché tutta la coalizione internazionale e l'Unione europea dovevano attendere il nostro Presidente italiano, ma ciò non è avvenuto. Si tratta di una delle tante volte in cui vediamo l'imbarazzo della posizione italiana e la derisione di colleghi inglesi, francesi o tedeschi, e ciò mi dà particolarmente fastidio, essendo stata per trenta anni nelle organizzazioni internazionali e nei tavoli internazionali.

Mi dispiace che l'Italia abbia perso un ruolo chiave nel Mediterraneo, e non solo direttamente con la Libia. In questo caso avremmo dovuto essere noi i primi, per tutte le ragioni immaginabili, politiche, economiche, culturali, storiche e di tradizione; dovevamo essere le persone che dovevano decidere o che dovevano mediare. Avremmo dovuto dire alla comunità internazionale che la Libia è una cosa nostra e che avremmo dovuto decidere cosa fare. Siamo stati, invece, sorpassati in modo vergognoso da francesi, inglesi e tedeschi, addirittura con il consenso, purtroppo, del presidente Obama. A me dispiace dirlo da questa parte, e non voglio dire altre cose ancora più negative. Questa è la verità. l'Italia ha perso una grande possibilità; l'Italia ha perso un ruolo di guida nel Mediterraneo, la sua credibilità e soprattutto, purtroppo, la posizione privilegiata che poteva ricoprire gestendo una crisi nazionale, essendo per una volta utile alla comunità internazionale e assumendo una linea di mediazione. Ha dimostrato confusione all'interno e all'esterno: all'interno, prima si è detta una cosa e poi il presidente Berlusconi ha dichiarato che quanto detto dal ministro La Russa non era vero.

Credo, invece, che ciò che ha affermato il ministro La Russa sia vero. Non bisogna sempre sconfessare quello che dicono il nostro Governo e i nostri Ministri. La confusione è stata all'interno e all'esterno, e se lo dico vuol dire che lo so. All'esterno c'è stato uno scarso coordinamento con l'Unione europea. Signori Ministri, tutto questo doveva essere fatto un mese fa; tutto quello che doveva essere fatto è stato fatto un mese dopo e solo ed unicamente perché il Ministero dell'interno ha iniziato una lotta per fare qualcosa in extremis. Dovevamo farlo molto tempo prima, e questo non ha nulla a che vedere con i nostri bravissimi diplomatici, ma con la politica estera che, purtroppo, manca e non c'è più. Siamo stati - mi perdonino il signor Presidente e i signori Ministri - irrilevanti, vergognosamente irrilevanti, con una prudenza eccessiva che non avevamo mai visto nella nostra politica estera. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, Misto-ApI e del senatore Pistorio. Congratulazioni).

VIESPOLI (CN). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VIESPOLI (CN). Signor Presidente, vorrei partire da una considerazione e da una valutazione di ordine non nazionale, ma di contesto complessivo e generale, anche perché il contributo che i colleghi Palmizio e Carrara hanno dato attraverso i loro interventi in discussione generale mi esime dall'affrontare alcune questioni e temi di carattere specifico che già sono stati affrontati in maniera esaustiva.

Di fatto, ci troviamo di fronte ad una condizione che per la prima volta determina una sorta di assenza di guida, di leadership, di direzione. Un importante giornale italiano ha titolato un articolo significativo «Un mondo senza leadership». Ciò significa che affrontiamo la vicenda libica così delicata, difficile, critica e problematica, soprattutto per noi, in un contesto di carattere mondiale di fragilità e debolezza perché, al di là del merito e della valutazione dello stesso, è venuto meno quello che qualcuno ha definito il progetto ideologico occidentale, che, comunque, si riconosceva in una guida e in una leadership, al di là, ripeto, della valutazione di merito. Quel progetto è venuto meno ed è fallito. È fallito anche per lo stesso Presidente americano che l'aveva individuato, prospettato e proposto: oggi quella guida non c'è più. L'Occidente è privo di guida e, contestualmente, c'è un'Europa incapace d'intervenire e di coprire questo vuoto, perché essa stessa è incapace di prospettarsi come guida rispetto al venir meno di quel progetto.

Ci troviamo, quindi, in un contesto dove ritorna prepotente in campo quel che si pensava di poter mantenere marginale rispetto al confronto e al dibattito politico internazionale: irrompe nello scenario globale l'interesse nazionale, e la Francia si muove innanzitutto e soprattutto su questo terreno determinando, dentro il vuoto di leadership che si è creato, un'accelerazione che pone tutti nella condizione di dover fare i conti con questo nuovo scenario e questa nuova realtà.

In questo scenario e in questa realtà, che certamente ho semplificato con le mie considerazioni e le mie valutazioni, ma che indico come punto di partenza di una riflessione, è evidente che il punto non è più, e lo sottolinea l'articolo cui facevo riferimento prima, verificare se la missione sia partita tardi o sia cominciata male - questo concetto è riecheggiato nell'intervento della senatrice che mi ha preceduto, la collega Pinotti - ma verificare cosa sia utile per il nostro Paese. Da questo punto di vista, al di là dell'individuazione della tempistica rispetto alla decisione internazionale di intervenire in Libia, c'è un dato certo: il nostro Governo cerca di riportare a coordinamento quel che è separato e frantumato. La proposta di recuperare la catena di comando alla NATO riporta appunto a coordinamento quella diversità, individua un luogo politico e operativo di coordinamento reale, determina la possibilità di trovare un soggetto fortemente rappresentativo che copra quel vuoto di leadership, indicando un percorso di garanzia per tutti coloro che debbono partecipare a questa missione.

Ricordo peraltro che si deve partecipare a questa missione, come è stato ribadito e sottolineato, in coerenza con la risoluzione n. 1973, con un'interpretazione che non può essere garantita dall'asse franco-britannico e che invece può trovare luogo di garanzia solo nella NATO. Altrimenti (non lo dice solo il Governo, ma lo dicono anche gli osservatori più attenti), di fronte all'assenza di questo coordinamento, di questa catena di comando, non resta che la posizione individuata dal ministro Frattini, cioè quella di riprendere sotto il comando italiano le sette nostre basi a disposizione della coalizione, autorizzando gli obiettivi delle sortite degli aerei che vi siano schierati. E questo, non per cambiare posizione o bandiera, ma per una questione - continuo a riferirmi a quell'articolo - di dignità e di diritto, e anche di cautela rispetto allo scenario che si sta aprendo.

Cosa è nell'interesse nazionale oggi? Recuperare questo coordinamento e determinare contestualmente le condizioni per il protagonismo nazionale, attraverso la capacità di guida italiana sul fronte del dopo cessate il fuoco, per individuare un luogo per una conferenza di pace, per fare in modo che l'Italia si intesti in particolare la via diplomatica e politica per affrontare questo nodo e questo conflitto e per concretizzare in questo scenario gli interessi che appartengono alla nostra comunità nazionale.

Nell'esprimere il voto favorevole alla risoluzione presentata dalla maggioranza, ritenendo che nella banalità o nell'ovvietà di una proposta che ho cercato di enucleare, forse c'era il tentativo di chiudere questo dibattito in maniera coordinata, per non dire in maniera unitaria, credo che una qualche riflessione finale si debba fare. Quando si fa riferimento al Presidente della Repubblica, è giusto sottolineare e ribadire che quel riferimento non è alla persona, ma all'istituzione, che è garante dell'unità nazionale. E l'unità nazionale è presupposto fondamentale per tutelare l'interesse nazionale.

Questa vicenda ci richiama anche al dibattito che poi affronteremo sul terreno più interno. Forse bisogna ripensare a recuperare l'autorità, l'autorevolezza, la forza del significato profondo dello Stato nazionale, che è il portato culturale che ci consegna questa crisi, oltre alle riflessioni di politica estera. (Applausi dai Gruppi CN e PdL. Congratulazioni).

RUTELLI (Misto-ApI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUTELLI (Misto-ApI). Signor Presidente, in questa circostanza è giusto che il Senato esprima la massima responsabilità rispetto ad una condizione critica che coinvolge il nostro Paese e l'intero Mediterraneo. È per questo che annuncio il voto favorevole nei confronti di tutte le proposte di risoluzione presentate dalle forze di opposizione e che noi non parteciperemo al voto proprio per non esprimere una valutazione negativa, ma con l'astensione possibile sulla base del Regolamento del Senato, sulla proposta di risoluzione della maggioranza.

Questa assunzione di responsabilità non può contenere però, signori Ministri degli affari esteri e della difesa, la nostra assoluzione per quella che consideriamo una inadeguata gestione di questa crisi.

Il nostro Governo, attraverso l'espressione dei suoi più autorevoli rappresentanti, è passato: da una linea di non ingerenza e non disturbo nei confronti del dittatore libico ad un impegno senza tregua per la rimozione di Gheddafi (seconda posizione); di fronte ad una constatazione della ripresa del controllo da parte del medesimo dittatore libico, ad una valutazione per la quale ciò avrebbe premiato - cito - una prudenza italiana; quindi ad una quarta posizione, quella di aderire con pieno impegno operativo all'azione militare contro Gheddafi; infine - quinta posizione - alla espressione di rammarico per tale azione, appena decisa.

Non vi è dubbio che vi sia una sproporzione, colleghi, tra gli interessi italiani in campo (prossimità geopolitica, approvvigionamento energetico, controllo delle emigrazioni illegali, accordi economici in essere) ed il reale ruolo svolto dal Governo italiano. Purtroppo, l'autorevolezza personale del Premier esce assai ulteriormente menomata da questa crisi. Purtroppo, vi è motivo per esprimere anche il nostro rammarico sulla debolezza europea.

Il fronte mediterraneo diviene decisivo, e vediamo una nuova stagione necessaria dopo la crisi dell'Unione euromediterranea esemplificata dalla leadership congiunta del presidente francese Sarkozy e del presidente egiziano Mubarak. È una stagione nuova che deve iniziare.

Vorrei sottolineare, Presidente, che ci accomuna nel voto, assieme ai colleghi firmatari di questa proposta di risoluzione (la collega Contini, il collega Pistorio, il collega D'Alia) e come illustrato nel dibattito dalle colleghe Sbarbati e Germontani, anche il giudizio che i nostri partiti politici hanno espresso in precedenza. Voglio ricordare che il leader di Futuro e Libertà è quello stesso Presidente della Camera che, dopo alcune ore di attesa per la capricciosa visita del leader Gheddafi, si è alzato e ha rinunciato a quell'incontro per difendere la dignità del Parlamento. Voglio ricordare che tra di noi ci sono parlamentari, come quelli dell'UDC, che hanno votato contro il Trattato; ed altri, come me ed altri colleghi di Alleanza per l'Italia, che non l'hanno votato o anch'essi hanno votato contro. E così si deve rilevare il grande impegno dei colleghi dello MPA per difendere la delicatissima frontiera siciliana, come è contenuto con chiarezza nel documento che abbiamo presentato.

La nostra proposta di risoluzione, Presidente, contiene posizioni chiare e forti. Le elenco avviandomi alla conclusione. Primo: la promozione di una cabina di regia politica. Secondo: che l'Italia diventi capofila di una iniziativa diplomatica con la Lega araba, l'Unione africana e il Consiglio di cooperazione del Golfo. Terzo: sostegno al Consiglio nazionale di transizione di Bengasi. Quarto: proporsi (l'Italia) come capofila di un grande piano euroatlantico di rilancio della cooperazione mediterranea (quante volte abbiamo sentito Berlusconi parlare di un Piano Marshall!), con precisi strumenti che qui sono indicati. Quinto: il burden sharing, cioè la ripartizione delle responsabilità, con riferimento alle critiche situazioni migratorie di massa. Sesto: l'implementazione delle decisioni dell'ONU (risoluzione n. 1970), con responsabilizzazione piena della Corte penale internazionale. Settimo: favorire l'approvazione dei disegni di legge sull'adeguamento della nostra normativa interna allo statuto della Corte penale internazionale (questo ci accomuna alla collega Bonino). Ottavo: salvaguardare gli interessi economici e contrattuali delle imprese italiane. Nono: ripristinare l'apertura ai voli civili dell'aeroporto di Trapani. Decimo ed ultimo: distribuire in modo equilibrato la responsabilità e gli oneri legati ai flussi migratori.

La mia conclusione è semplice, signor Presidente. Perché non è stata accettata dal Governo la proposta della collega Finocchiaro, alla quale a nostro nome si è associato immediatamente il collega D'Alia? Per un semplice motivo: perché quel giusto compromesso avrebbe comportato...

PRESIDENTE. Senatore Rutelli, concluda, per favore.

RUTELLI (Misto-ApI). Ho terminato.

Dicevo che quel giusto compromesso avrebbe comportato lo spostamento della posizione del Governo e della maggioranza dalla linea non rispondente al vero contenuta nella risoluzione di maggioranza, secondo la quale gli impegni richiamati ai punti 6 e 7 del comunicato conclusivo del Consiglio affari esteri imporrebbero addirittura un'azione navale nel Mediterraneo. Non leggerò tali punti; ma i colleghi, che sono in grado di farlo, sanno che essi non prevedono assolutamente un'azione navale di tipo militare, come la Lega pretende di imporre a quest'Aula.

Purtroppo rispetto alla posizione equilibrata che ha esposto il ministro Frattini, e che noi avremmo sottoscritto, si è voluto far prevalere ancora una volta la posizione e la pretesa totalmente astratta, velleitaria e propagandistica di un partito, la Lega, che, anziché all'interesse della Repubblica italiana, si mostra interessato alla propria propaganda politica. (Applausi dai Gruppi PD, UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, IdV e dei senatori Contini e Pistorio. Congratulazioni).

BELISARIO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BELISARIO (IdV). Signor Presidente, ministri Frattini e La Russa, colleghi, il mio Gruppo ha cercato e cercherà di dare un suo contributo propositivo alla discussione, ma è evidente, e deve essere evidente, che non dobbiamo peccare reciprocamente di ipocrisia. Io ovviamente proverò a non cadere in questo peccato.

Il mio Gruppo è sconcertato. Pur ringraziando i ministri Frattini e La Russa per la correttezza con cui hanno affrontato le loro relazioni, rimango sconcertato per l'assoluta mancanza di sensibilità istituzionale da parte del Presidente del Consiglio, il quale, pur in presenza di una crisi così delicata che è scoppiata appena fuori l'uscio di casa nostra, ha ritenuto ancora una volta di non venire a parlare in Parlamento. (Applausi dal Gruppo IdV). Dico questo nella certezza che avremmo avuto diversità di valutazioni ed anche di conclusioni: ma vi sono delle norme comportamentali di cui il Presidente del Consiglio dovrebbe tener conto. Certo, tra un rimpasto di Governo, un'udienza, un provvedimento ad personam e un videomessaggio, io ritenevo che il Presidente del Consiglio avesse l'obbligo morale di venire in Parlamento a spiegare compiutamente la rotta che collegialmente il suo Governo si è dato.

Credevo che avesse l'obbligo di esporla senza reticenze, non passando da espressioni del tipo «non telefono per non disturbare», piuttosto che ad altre come «Gheddafi è finito», o ancora, per ultimo, «sono vivamente rammaricato per il rais». Noi dobbiamo provare ad essere conseguenti, se vogliamo recuperare - mi rivolgo a lei, signor ministro Frattini - una credibilità internazionale che, mi scuserà e mi scuserete voi, colleghi, al momento non abbiamo: lo dimostrano le concertazioni che fanno alla luce del sole gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna. Indubbiamente qualcuno di questi Paesi avrà commesso degli errori di valutazione, ma non è questo il punto: noi dobbiamo guardare in casa nostra. Io avrei gradito che il Governo fosse partito dal Trattato italo-libico.

Signor Ministro, lei ci ha ricordato l'articolo 103 della Carta delle Nazioni Unite, che è come una Carta fondativa, una Carta costituzionale. Poi ci sono - come lei mi insegna - le leggi ordinarie, come la Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati del 1969, che spiega come e quando i Trattati vengono sospesi, quando si ritengono nulli e come si fa a dichiararli estinti. Ci sono dei passaggi procedurali precisi in base ai quali noi dovevamo notificare la sospensione del Trattato. Ma il Trattato italo-libico non è stato impugnato: si dice sempre che esso è, di fatto, posto nel nulla.

Ecco perché noi non abbiamo accolto la richiesta di togliere dalla nostra proposta di risoluzione questo punto. Abbiamo invece voluto lasciarlo, perché riteniamo che da lì partano tutti i problemi, che troviamo messi bene in evidenza nella proposta di risoluzione della maggioranza. Si sottolineano infatti due punti. Una parte è quasi esclusivamente mercantile, per cui andiamo a salvaguardare gli interessi delle nostre imprese. È evidente che siamo ben attaccati agli interessi, anche economici, del nostro Paese, poiché sappiamo bene che prendiamo petrolio dalla Libia per il 25 per cento delle nostre importazioni, e tanto gas naturale.

Da quel Trattato voi fate però derivare tante altre cose che troviamo anche nella proposta di risoluzione. Nella vostra risoluzione, colleghi della maggioranza, trattate il problema dell'immigrazione in modo davvero improprio, in barba a qualsiasi dichiarazione che ogni tanto sento anche da alcuni di voi. Voi parlate sempre di operazioni di pattugliamento e, quando guardate all'immigrazione, nella vostra risoluzione, parlate sempre di funzione di prevenzione migratoria e di assistenza umanitaria. Non è solo questo: per noi non si tratta di profughi. Qualcuno parlava di sfollati, ma noi parliamo di migranti, che vanno via da fame e persecuzione, e in questo caso anche da guerre. (Applausi dal Gruppo IdV).

Per questo noi riteniamo di conservare i punti della nostra proposta di risoluzione, anche quanto lei, signor Presidente, ha consigliato di eliminare, cioè l'ultima parte della nostra proposta di risoluzione, perché in quella parte, che sembra non essere pertinente, si trovano invece tutti gli argomenti che riguardano il nostro caso: per esempio, l'immigrazione ed il diritto d'asilo (e lo stiamo verificando), il miglior funzionamento dell'Agenzia Frontex (che pure noi abbiamo finanziato e su cui, probabilmente, abbiamo qualcosa da ridire).

Ecco, vogliamo il coinvolgimento pieno dell'Unione europea non per creare un cordone sanitario, ma per dare accoglienza ai migranti, per offrire soccorso in mare ed effettuare lo smistamento negli altri Stati membri dell'Unione europea. Riteniamo infatti che non debbano entrare tutti in Italia; vogliamo solidarietà e partecipazione da parte dell'Unione europea. Abbiamo provato a dare dei suggerimenti al riguardo.

Prendo atto poi delle dichiarazioni e delle puntualizzazioni del ministro La Russa a proposito dei bombardamenti. La nostra proposta di risoluzione ha riportato, con nomi e cognomi, dati e dichiarazioni; il signor Ministro dice che non è così. Ne prendiamo atto. Non abbiamo riportato una diceria ma ciò che ritenevamo un fatto, ma prendiamo atto della comunicazione che egli ci ha dato.

Noi riteniamo che la risoluzione n. 1973 vada rigorosamente e puntualmente applicata. Mi rendo conto...

PRESIDENTE. Il tempo a sua disposizione sta per scadere, senatore Belisario.

BELISARIO (IdV). Presidente, non voglio dire che c'è chi ha raddoppiato il tempo a disposizione...

PRESIDENTE. La volevo informare.

BELISARIO (IdV). Stiamo ragionando di un argomento talmente importante...

PRESIDENTE. Ma non le ho mai tolto la parola, senatore Belisario.

BELISARIO (IdV). ...ma anche se non ho imparato a memoria l'intervento cercherò comunque di riprendere il filo del discorso per avviarmi alle conclusioni.

Abbiamo dato il nostro contributo perché, come è evidente, abbiamo tutto l'interesse a che il nostro Paese riacquisti una dignità internazionale che, a parere del Gruppo dell'Italia dei Valori, è stata smarrita da tre anni a questa parte anche con il baciamano e con la firma del Trattato internazionale. (Applausi dal Gruppo IdV).

È per questi motivi che noi voteremo convinti la proposta di risoluzione presentata dal Partito Democratico. Quando poi capiremo quali e quante parti separate si voteranno della proposta di risoluzione della maggioranza, in quel momento faremo la nostra dichiarazione di voto. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). «Nessun popolo può avere il diritto di sottomettere e governare un altro popolo sottraendogli la propria cultura e le proprie tradizioni». Questa è la dichiarazione che il presidente Berlusconi ha fatto qualche mese fa intervenendo al Congresso generale del popolo libico a Sirte.

Avremmo voluto che qui stasera il presidente del Consiglio pronunciasse le stesse parole dopo i massacri compiuti dal criminale internazionale che va sotto il nome di Gheddafi nei confronti del suo popolo, anziché dichiarare che si trova ad essere personalmente rammaricato. E nel momento in cui, signor Ministro, il nostro Paese poteva e doveva intervenire per fermare il massacro mediando con il leader libico il Presidente del Consiglio ha dichiarato che non telefonava a Gheddafi per non disturbarlo. Non disturbarlo da cosa? Dal massacro e dai bombardamenti sulla propria popolazione e sui civili?

Questa è la ragione per la quale, signor Ministro, abbiamo chiesto che il Presidente del Consiglio venisse qui, in questa Aula, considerato che domani egli, e non lei o il Ministro della difesa, è chiamato al Consiglio europeo a stabilire cose molto importanti di cui tutti intendiamo, nei limiti di ciò che ci è stato consentito dalla miopia di questa maggioranza, farci carico.

Detto questo, con molta e profonda amarezza, non ripeterò le cose che molto meglio di me il collega Rutelli, la collega Contini e gli altri colleghi che sono intervenuti in discussione hanno già detto.

Mi permetto però di sottolineare due questioni che dal nostro punto di vista sono importanti. Perché noi non condividiamo la risoluzione proposta dai colleghi della maggioranza? Perché in quella risoluzione non c'è alcuna parola, né espressa, né inespressa o implicita, di condanna della leadership di Gheddafi e del suo operato, né un riferimento alla risoluzione n. 1970 che affida alla Corte penale internazionale l'inchiesta sull'operato di Gheddafi. Quindi, non vi è chiarezza da parte della maggioranza su che cosa si voglia fare. E la timidezza e l'incertezza che il Governo ha mostrato in queste settimane dipende, dalla nostra prospettiva, dal fatto che c'è chi pensa e spera che Gheddafi resti lì e possa vincere la sua guerra civile.

Questo a noi non sta bene. La nostra proposta di risoluzione lo dice con estrema chiarezza e fermezza, precisando altresì che il nostro Governo non può accettare alcun tipo di iniziativa di Gheddafi che possa continuare a perpetuare questo regime che, peraltro, trova nel Trattato che la maggioranza ha approvato in questo Parlamento una copertura politica, la sospensione del quale da parte delle Nazioni Unite non esime la maggioranza e il Governo dal dire che cosa pensa del rapporto con Gheddafi, e non con la Libia. È un Trattato certamente sospeso nella sua efficacia, in quanto, ovviamente, non sapremmo con chi interloquire, ma che comunque contiene una serie di questioni e di punti critici che noi non condividiamo e che non possono essere oggetto di una prosecuzione sotto il profilo delle relazioni internazionali con chiunque verrà - noi ci auguriamo - dopo Gheddafi.

Questa è la questione centrale che abbiamo posto nella nostra proposta di risoluzione e che ci vede totalmente in disaccordo con chi pensa sotto sotto che questo signore (si fa per dire) ancora se la può cavare e che si può andare avanti così.

L'altra questione che noi riteniamo molto seria e che ci distingue dai colleghi della maggioranza in ordine alla proposta di risoluzione che hanno presentato è la seguente. La causa di questa migrazione epocale non è da rinvenire nell'intervento umanitario fatto in Libia. La causa di questa migrazione epocale è la rivoluzione che è avvenuta nel Nord Africa, in Tunisia, in Algeria, in Egitto, in Marocco e, quindi, anche in Libia. È quella che ha determinato l'incremento dei flussi migratori e, quindi, anche dei clandestini.

Pertanto, si vuole immaginare, come sostengono i colleghi della Lega, che trovare un'intesa con la leadeship libica per continuare a mettere la polvere sotto il tappeto possa essere una soluzione al problema, quasi che quello che avviene in Nord Africa non ci interessa, come se non avessimo alcuna voglia di occuparcene, e non sia invece strettamente connesso agli interessi generali di questo Paese.

Non è che gli interessi economici del nostro Paese, cari amici, si tutelano pensando di tenere buona questa gente. Gli interessi economici del nostro Paese si affrontano individuando quali sono le nuove interlocuzioni nel Nord Africa, e noi su questo siamo stati totalmente in ritardo e disattenti, perché abbiamo pensato che quei signori potessero continuare a governare per altri 50 anni: non ci siamo posti il problema di che cosa stava succedendo in Tunisia, in Algeria, in Egitto e, quindi, anche in Libia. E fino a quando questo lo hanno fatto gli americani o i francesi, che stanno molto lontani da questi territori, è un conto, ma noi, che viviamo dei problemi del Nord Africa, che viviamo dei problemi dell'immigrazione che proviene da quell'area, abbiamo il dovere di prevenire e di porci queste domande. E non averlo fatto è una responsabilità politica a tutti gli effetti che noi vi contestiamo in maniera chiara.

Consentitemi poi, signor Presidente, di dire che in questi giorni abbiamo assistito ad un dibattito stucchevole su Lampedusa, su Trapani e su Mineo. Noi chiediamo, signor Presidente, che il Ministro dell'interno venga a riferirci lo stato di organizzazione del sistema relativo ai clandestini, agli immigrati irregolari. Vogliamo sapere quanti sono oggi quei centri che un tempo si chiamavano di permanenza temporanea presenti in Italia, che capienza hanno, quante persone contengono e perché ci si ostina a tenere sotto ricatto una comunità come quella di Lampedusa per porre un problema diverso. Infatti, Lampedusa poteva essere svuotata almeno da venti giorni, ma ciò non è stato fatto per volontà della Lega Nord. Questo è il punto! (Applausi dal Gruppo IdV. Commenti dal Gruppo LNP). Signor Presidente, le chiedo cortesemente di far smettere quei signori di lagnarsi. (Applausi del senatore Serra. Commenti dal Gruppo Lega Nord).

Lo stesso discorso riguarda Mineo. Ci si deve spiegare perché si sceglie Mineo, che ha un costo esorbitante per le casse dello Stato e non si sceglie una base militare come quella di Comiso che è di proprietà dello Stato, non costa nulla e ha il doppio della capienza; ci si deve spiegare perché si usa l'aeroporto di Trapani e non quello di Sigonella! Non ci si può trincerare dietro motivazioni di carattere tecnico! (Applausi dal Gruppo IdV). Il problema è che questa politica del Governo centrale piega agli interessi della Lega Nord anche l'abbandono del territorio siciliano! Questa è la verità.

A tale riguardo, signor Presidente, voglio sottolineare con molta franchezza che la proposta di risoluzione n. 1 non è d'aiuto per il difficile lavoro che i nostri militari stanno svolgendo in Libia. Quattro giorni fa abbiamo votato una risoluzione unitaria nelle Commissioni congiunte per dare copertura da parte del Parlamento alla missione del Governo. Oggi, per responsabilità vostra, in quest'Aula si cambia posizione, esponendo il Paese ad un atteggiamento ridicolo dal punto di vista del metodo e del merito delle questioni che si affrontano.

Concludo, signor Presidente, evidenziando che noi volevamo trovare un punto di accordo; abbiamo cercato di raggiungerlo perché su questi temi abbiamo a cuore, come sempre abbiamo sostenuto, l'interesse nazionale. Abbiamo proposto di ritirare ciascuno la propria risoluzione, perché la situazione è articolata e complessa, vi sono questioni di merito e diverse sensibilità nel Paese che noi rispettiamo. La proposta avanzata dalla senatrice Finocchiaro era di buon senso e serviva a dare maggiore forza al Governo, attraverso un pronunciamento unitario del Senato, in un momento difficile per l'Italia. Il rifiuto di quella proposta non ci meraviglia, se dobbiamo essere sinceri, perché purtroppo, onorevoli colleghi della maggioranza, voi avete una visione molto piccola del mondo, veramente modesta, che si chiama Padania. (Commenti dal Gruppo LNP). La Padania non è uno Stato, non è una Regione e non sta nel mondo: rendetevene conto!

Per tale ragione, l'unico atto di responsabilità che noi possiamo compiere è quello di astenerci nella votazione della vostra mozione, votando a favore di tutte le altre. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, IdV, PD, Misto-ApI. Congratulazioni).

PISTORIO (Misto-MPA-AS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, se dovessi trarre un elemento unificante rispetto a tale vicenda, per quanto mi riguarda lo coglierei nell'imbarazzo e nella incertezza che ha segnato tutta la crisi: all'inizio, la confusione che ha determinato posizioni contraddittorie, con dichiarazioni in contrasto di autorevoli esponenti del Governo e dello stesso Presidente del Consiglio, e poi questa sera - lo ha evidenziato molto chiaramente il collega D'Alia - l'imbarazzo che ho colto sui banchi del Governo e da parte del Presidente del Senato perché non è stato possibile un voto unitario del Parlamento rispetto alla proposta della senatrice Finocchiaro. Non potete negarlo: siete in grave difficoltà in una vicenda drammatica, impegnativa, che ci vincola sullo scenario internazionale, in cui l'ipoteca legittima ma molto gravosa della Lega Nord obbliga il Governo ad una posizione debole.

In questo imbarazzo, mi rivolgo al signor Ministro degli affari esteri, di cui ho apprezzato l'equilibrio e la misura nell'intervento, si inserisce anche l'assenza del Capo del Governo in questo ramo del Parlamento. Oggi il Presidente del Consiglio ha avuto il tempo di impegnare il Capo dello Stato nella nomina di un nuovo Ministro, un Ministro "Responsabile", ma non ha avvertito la responsabilità - lui sì - di venire in Parlamento e farsi carico di questa vicenda nella quale è coinvolto anche personalmente. Perché io ho la sensazione, lo dico senza infingimenti, che senza l'esposizione diretta del presidente Berlusconi in un rapporto di personale amicizia con il leader libico Gheddafi (dittatore conclamato, oggi unanimemente riconosciuto come tale, ma suo amico personale) forse il nostro Paese avrebbe avuto meno incertezze nell'assumere le posizioni che erano dovute sia alla comunità internazionale, sia ai principi del diritto umanitario, ma anche agli interessi nazionali. Il tema che si pone, signor Ministro degli affari esteri, è se la tutela dei nostri interessi nazionali nel Nord Africa più complessivamente, ma in Libia in questo particolare scenario... (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia, così non si può andare avanti.

PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signor Presidente, quel che dico rimane agli atti, non mi preoccupo.

PRESIDENTE. Lei ha diritto a poter parlare e ad essere ascoltato.

PISTORIO (Misto-MPA-AS). Alzerò il tono della voce: quello che conta è che le posizioni politiche siano sedimentate e formalizzate nel resoconto.

È chiaro che in Libia abbiamo una storia, un'esperienza e degli interessi molto radicati. Ebbene, ho la sensazione che nell'Esecutivo, nella coalizione di maggioranza, negli interessi che vi partecipano in modo più diffuso, vi sia ancora la tentazione di scommettere, o di sperare che questi interessi siano meglio tutelati da una permanenza del colonnello Gheddafi al potere, quantomeno in una quota di territorio. Ritengo che invece sia più intelligente, più lungimirante e più giusto scommettere, dando collaborazione e diventando partner essenziali per la nostra esperienza, sull'avvio di un processo democratico in quel territorio, che ci veda protagonisti nel futuro della Libia a garanzia di quegli interessi nazionali, che sono sì quelli economici dei contratti, che vorremmo tutti fossero confermati, ma anche della gestione condivisa dei flussi migratori, che sono certo un problema che non può essere caricato esclusivamente sull'isola di Lampedusa.

Voglio arrivare a questo, signori Ministri degli esteri e della difesa: c'è un dato, che non posso esimermi dal sottolineare, per la mia legittimazione politica di essere espressione di un movimento territoriale come quello che abbiamo costruito nella nostra Regione. Non possiamo non notare che nella trascuratezza conclamata che questo Governo ha per la Regione Sicilia c'è anche quest'esperienza. Lampedusa poteva essere svuotata molto tempo fa, perché non è la crisi libica ad aver aggravato la situazione, ma è tutta la vicenda della crisi nordafricana ad aver caricato su quest'isola una condizione insopportabile per la sua convivenza civile e per la sua prospettiva economica.

Ho ascoltato gli amici della Lega dire che si faranno carico di Lampedusa, perché glielo ricorda la collega Maraventano, ma la comunità nazionale deve farsi carico di Lampedusa come avamposto di questo Paese che sta sopportando sforzi davvero gravosissimi. Allo stesso modo, signor Ministro della difesa, noi riteniamo che non sia impossibile, senza compromettere le operazioni militari, quali che esse siano, trasferire l'attività militare a Sigonella, base unicamente vocata a questo, liberando Trapani da questa condizione che obiettivamente sta gravando su quel territorio. Vorremmo infine che i flussi fossero gestiti in modo equo e solidale.

BRICOLO (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BRICOLO (LNP). Signor Presidente, Ministri, onorevoli colleghi, la Lega Nord non ha mai gradito in generale l'intervento armato in missioni di pace, e anche in occasione dell'attacco in Libia abbiamo più volte, in modo molto chiaro, espresso le nostre perplessità. Oggi però questa missione è partita, è operativa e diventa dunque fondamentale gestirla nel migliore dei modi. Ringraziamo dunque il Governo per aver aderito alla nostra richiesta di venire immediatamente a riferire in Aula dopo la convocazione delle Commissioni congiunte esteri e difesa della scorsa settimana.

La Lega in quell'occasione non ha partecipato al voto che autorizzava il nostro Paese ad aderire alla coalizione che in questo momento sta facendo rispettare la risoluzione n. 1973 dell'ONU. Lo abbiamo fatto non per ostacolare il Governo, come in molti, erroneamente, hanno riportato, ma semplicemente perché volevamo approfondire la questione in Parlamento allo scopo di votare un documento in grado di tutelare anche gli interessi primari del nostro Paese.

La proposta di risoluzione che abbiamo presentato con i colleghi della maggioranza ha recepito anche tutte le nostre osservazioni impostando l'azione di questa difficile missione.

È giusto aiutare gli altri, ma per quanto ci riguarda la priorità deve essere quella di evitare problemi a casa nostra. Lo scopo è che non vi siano ripercussioni negative nel nostro Paese causate da queste operazioni militari.

In questo momento di grave crisi economica che penalizza le nostre imprese e la vita delle nostre famiglie, in politica estera - a nostro modo di vedere - bisogna essere più pragmatici e meno altruisti. Abbiamo visto che alcuni Paesi hanno immediatamente appoggiato l'azione militare in Libia, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, mentre molti altri non lo hanno fatto, in primis la Germania, pur essendo di fronte ad una risoluzione dell'ONU. Ognuno ha deciso secondo i propri interessi, cosa che dobbiamo imparare a fare anche noi.

Le nostre proposte, inserite nella risoluzione di maggioranza ed accolte dal Governo seguono questo ragionamento, che comprende quattro punti chiari ed efficaci.

Innanzitutto occorre tutelare i contratti energetici sulle materie prime stipulati con la Libia e in vigore prima della guerra civile. Questo per evitare l'aumento dei costi dell'energia ai cittadini e alle imprese.

In secondo luogo, è necessario un pieno rispetto della risoluzione ONU, per evitare fughe in avanti di singoli Paesi della coalizione. Non saranno la Francia e Sarkozy a dettare le regole.

In terzo luogo, occorre un coinvolgimento di tutti i partner europei per l'accoglienza dei profughi. Non potranno rimanere tutti nel nostro Paese. Ognuno dovrà farsi carico di una propria quota.

Infine, è necessario allestire di un blocco navale congiunto anche per contrastare il flusso di immigrati verso il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo LNP). I nostri confini, per quanto ci riguarda, devono essere difesi.

Abbiamo anche concordato con il Governo - cosa a cui tenevamo molto -l'attivazione di tutte le reti diplomatiche per arrivare prima possibile al cessate il fuoco e alla fine, dunque, degli interventi armati sul territorio libico. cosa che credo sia negli auspici non solo di questo Parlamento, ma anche dell'intero Paese.

Nel frattempo, dobbiamo gestire anche le conseguenze delle rivolte che si sono susseguite in tutto il Maghreb arabo. Negli ultimi tre mesi sono sbarcati a Lampedusa 15.000 immigrati, provenienti quasi tutti dalla Tunisia, a fronte delle poche decine arrivate in tutto 2010. Per quanto ci riguarda, questi immigrati sono clandestini (Applausi dal Gruppo LNP) e a loro sarà applicata la legge vigente. (Applausi dal Gruppo LNP. Commenti dal Gruppo PD). Saranno quindi identificati nei centri preposti e poi saranno tutti espulsi. (Commenti del senatore Marcenaro). In questi frangenti non si può indulgere a nessun buonismo. A tutti deve arrivare, fuori e dentro i nostri confini, un messaggio molto chiaro: abbiamo delle leggi rigorose e le vogliamo far rispettare senza eccezioni. (Applausi dal Gruppo LNP). Nei prossimi giorni il ministro Maroni sarà in Tunisia per trovare accordi con i rappresentanti del Governo di quel Paese per bloccare quello che possiamo definire un vero e proprio esodo in atto. Anche per questo vogliamo ringraziare il Ministro dell'interno, che ha agito fin dall'inizio di questa emergenza in maniera decisa, responsabile e senza tentennamenti.

Ricordo che stiamo affrontando questa emergenza nel migliore dei modi. Però lo stiamo facendo da soli, senza avere mai avuto un aiuto concreto dagli altri Paesi europei. Su questo è giusto aprire una riflessione. Ancora una volta l'Europa, quando serve, non c'è. Noi in più occasioni, in passato, abbiamo criticato questa Europa, e per questo siamo stati attaccati praticamente da tutte le forze politiche e dai giornali di questo Paese. Ce lo ricordiamo bene noi della Lega. Venivamo attaccati perché avevamo il coraggio di dire da soli la verità, e cioè che questa è un'Europa che è sempre in prima fila solo per difendere gli interessi delle grandi banche e della finanza (applausi dal Gruppo LNP) e non interviene mai quando i singoli Stati chiedono aiuto su questioni rilevanti.

I fatti purtroppo, oggi come non mai, ci danno ragione. Ma così non può continuare, e ringraziamo il Governo, che si è impegnato ad ottenere quello che da tempo noi chiediamo: aiuti finanziari, mezzi, uomini e una gestione congiunta dei flussi degli immigrati in arrivo sulle nostre coste.

La Lega Nord, dunque, con questa proposta di risoluzione, vuole stimolare l'azione dell'Esecutivo volta ad affermare, in sede europea, in sede NATO e presso tutti i Paesi che partecipano alle operazioni in Libia, il ruolo e gli interessi del nostro Paese.

Invitiamo anche il Governo a riferire in modo costante e continuo in Parlamento sugli sviluppi della missione in Libia e, allo stesso tempo, noi continueremo a monitorare i rischi di questa azione militare, per impedire che sui nostri cittadini alla fine gravi un prezzo ingiusto e immeritato. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).

FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FINOCCHIARO (PD). Presidente, verrei meno al dovere di lealtà nei suoi confronti se non premettessi due parole sulla sua decisione e sul voto delle proposte di risoluzione. Non voglio accanirmi su tale questione, perché la nostra posizione si è dimostrata responsabile e pacata nel corso di tutta la discussione e di tutta questa vicenda. Vorrei però fare solo due considerazioni.

Ha fatto aggio una scelta fondata esclusivamente sulla prassi, e cioè che le risoluzioni vengano votate in ordine cronologico. Non esiste alcuna norma del Regolamento che prevede questa regola: è nella disponibilità del Presidente disporre l'ordine di votazione a norma dell'articolo 8 del Regolamento. Se c'è qualche elemento al riguardo, è quello ricordato dal collega Morando, e cioè che si vota per prima la risoluzione approvata dal Governo, in questo caso, una risoluzione che riproduceva il deliberato delle Commissioni esteri e difesa congiunte di Camera e Senato.

Ha fatto aggio un fatto di prassi su un diritto, non una concessione alle opposizioni (applausi dal Gruppo PD): quello di vedere votato autonomamente il proprio testo e di poterne disporre, Presidente. Come posso rifiutare la firma di un collega su un mio emendamento, su una mia interpellanza o risoluzione, posso oppormi ad un uso della mia risoluzione che ne vanifichi l'effetto e il risultato politico. (Applausi dal Gruppo PD). Le chiedo formalmente, signor Presidente, che ci sia una riunione per decidere le procedure per la presentazione delle risoluzioni e la certificazione dell'ordine di presentazione, visto che questa prassi viene ritenuta definitiva e trionfante su diritti conclamati di ciascun parlamentare. (Applausi dal Gruppo PD).

Detto questo, Presidente, noi riteniamo che l'intervento dell'Italia in Libia sia necessario e legale: necessario per ottenere la cessazione delle violenze, degli attacchi e degli abusi ai danni di civili e di oppositori politici (oppositori politici e non fazioni ribelli, come vengono definite nella proposta di risoluzione del PdL e della Lega). Ancora oggi, se gli aerei della missione internazionale non fossero intervenuti a Misurata, i cannoni di Gheddafi avrebbero continuato a sparare, e si sarebbe allungata la lista degli oltre 70 morti, tra cui nove bambini, delle vittime registrate da lunedì.

L'intervento è necessario perché senza un cessate il fuoco delle truppe fedeli al rais nessuna transizione democratica può avviarsi e peraltro neanche alcuna operazione di interposizione potrebbe avere luogo. L'intervento è legale perché è assistito da due risoluzioni dell'ONU.

La nostra posizione è stata fin dall'inizio chiara, coerente e lineare. Abbiamo cominciato con tre risoluzioni presentate, tra il 22 febbraio e il 3 marzo, dai nostri colleghi che recavano alcuni impegni chiave per il Governo, che sono rimasti identici: la condanna delle violenze del regime nei confronti del popolo libico in sede bilaterale e multilaterale; la necessità di iniziative che agevolassero la transizione democratica in Libia, in raccordo ovviamente con le istituzioni multilaterali e con l'alleanza; il coinvolgimento dell'Unione europea e dell'ONU per fronteggiare l'emergenza umanitaria; la necessità di una costante interlocuzione con il Parlamento.

Poi è intervenuto il voto nelle Commissioni congiunte, alle quali abbiamo partecipato dando forza alla posizione del Governo, mentre i colleghi della Lega, né nelle Commissioni congiunte, né in Consiglio dei Ministri ritenevano di esprimersi favorevolmente, pur essendo componenti della maggioranza e del Governo Berlusconi.

C'è stata poi una lettera mia e del presidente Franceschini perché fosse l'Aula a ratificare una decisione così importante per il nostro Paese e c'è stata la nostra insistenza perché il presidente Berlusconi venisse in Aula: ma il presidente Berlusconi la rifugge. Ormai mi sembra rifugga ogni contatto, al punto che commette delle gaffe anche grottesche, come quella di oggi pomeriggio: nel mentre chiedevo, offrendo di ritirare la nostra proposta di risoluzione, di votare le conclusioni del ministro Frattini, lui tuonava contro l'opposizione dicendo che si mette di traverso e toglie forza al Governo. Soltanto non frequentando le Aule parlamentari e non stando sul pezzo si possono commettere queste gaffe. (Applausi dal Gruppo PD).

Oggi presentiamo la nostra proposta di risoluzione che riproduce il testo approvato dalle Commissioni il cui contenuto è noto a tutti. Forse bisogna ribadire le motivazioni: siamo obbligati a ripresentare tale proposta di risoluzione, in primo luogo perché - basterebbe dirlo con le parole del ministro Frattini - non è contenuta nella proposta di risoluzione del PdL. Siamo obbligati a farlo perché dal Parlamento esca rafforzato il ruolo dell'Italia, la sua credibilità internazionale; oggi nelle relazioni con i nostri partner internazionali e domani nelle relazioni con il Governo libico che speriamo si insedi democraticamente il più presto possibile e nella maniera meno sanguinosa possibile. Dobbiamo farlo perché l'Italia sia forte nella sua legittima richiesta all'Europa affinché si attivi una comune e solidale responsabilità di fronte ai flussi di profughi che vengono dalla zona sud del Mediterraneo. Dobbiamo chiederlo perché il presidente Berlusconi rilascia curiose e sconcertanti dichiarazioni su Gheddafi, non ha saputo difendere in maniera appropriata la dignità dell'Italia nei confronti del rais e non viene in Parlamento a spiegare la sua propria posizione e ad asseverare la scelta che pure si è fatta. Dobbiamo farlo perché la maggioranza litiga su questo impegno ed è costretta a nominare un Ministro per assicurarsi domani alla Camera la maggioranza, perché i rappresentanti del Governo e del Parlamento non frequentano le sedi istituzionali dove si assumono le decisioni, perché i rappresentanti del Governo litigano pubblicamente e si mostrano su posizioni discordanti e perché la proposta di risoluzione che la maggioranza oggi ha presentato indebolisce ancora la posizione dell'Italia. È questa la ragione per la quale noi non la voteremo: perché indebolisce la posizione dell'Italia, e spiego perché. (Applausi dal Gruppo PD). Lo ha già detto il ministro Frattini quando ha chiesto che venisse inserito il testo della nostra proposta di risoluzione. La proposta di risoluzione n. 1 è ambigua sulle motivazioni dell'intervento, che viene spiegato solo in ragione delle nostre alleanze internazionali e dei buoni rapporti che abbiamo con gli alleati e non in ragione del genocidio che una dittatura sta compiendo nei confronti di un popolo, bambini compresi. (Applausi dal Gruppo PD). La proposta di risoluzione della maggioranza è mistificatoria dell'accordo raggiunto al Consiglio dei Ministri degli esteri dove lei, Ministro, è andato e ha sostenuto le ragioni dell'Italia, per esempio, ottenendo quel punto 7 che è importante.

Voglio solo leggere un punto. Mentre lei, ministro Frattini, giustamente riproduce l'accordo raggiunto nel Consiglio dei Ministri sull'utilizzo di mezzi navali predisposto al fine di fronteggiare l'emergenza umanitaria e di protezione civile, nel testo della proposta di risoluzione pare che si sia autorizzato quello che i colleghi della Lega hanno definito il blocco navale per fermare i clandestini (peraltro, c'è stata una smentita dello stesso ministro Frattini). Per questo non possiamo votare questa proposta di risoluzione, che indebolisce la posizione dell'Italia rispetto alle conseguenze dell'adozione delle risoluzioni ONU nn. 1970 e 1973, al Trattato tra Italia e Libia e alle transazioni commerciali in itinere. Il ministro Frattini ha dovuto pertanto chiedere che almeno si integrasse con la proposta di risoluzione presentata dal mio Gruppo.

Voi forse con questa vostra proposta di risoluzione avete rimpannucciato, per oggi, la maggioranza, ma rischiate di indebolire l'Italia. Guardate che la linearità della nostra posizione significa non solo tenere conto, ma anche assumersi la responsabilità della complessità delle questioni, dell'oggi e del futuro.

Su un punto vorrei essere molto chiara, e lo dico dopo l'intervento del collega Bricolo. Noi non potremo consentire che una grande questione, quella dei diritti di asilanti e profughi, questione centrale e dirimente delle regole che assicurano la legalità internazionale, venga trattata con i metodi e con i punti di vista che la Lega ha sulle questioni dell'immigrazione, cioè col metro della repressione dell'immigrazione clandestina, che se c'è, ovviamente, va contrastata. Non consentiremo, lo dico pacatamente, che le difficoltà e i problemi che ci sono e che, ho detto, siamo disposti ad affrontare, vengano usati come armi umane nei confronti dell'Europa. Mi riferisco a quello che sta avvenendo a Lampedusa. Che sia scacciata la tentazione di usare quei corpi, compresi quelli di 200 ragazzi tra gli 11 e i 17 anni, che da venti giorni sono alloggiati senza brande, senza materassi, senza suppellettili, assistiti solo dall'organizzazione Save the Children (applausi dal Gruppo PD e del senatore D'Alia), per costringere ad una solidarietà che soltanto un'Italia forte, credibile e autorevole sulla scena internazionale può invece ottenere.

Sono queste le ragioni per le quali, lo ripeto, non voteremo la proposta di risoluzione dei colleghi della maggioranza. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e dei senatori Serra e D'Alia. Congratulazioni).

GASPARRI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (PdL). Signor Presidente del Senato, rappresentanti del Governo, onorevoli senatori, il tema è vasto e l'ora è tarda, quindi la trattazione non potrà essere esaustiva di tutti gli aspetti, complessi ed importanti, di questa vicenda. Voglio in primo luogo ringraziare il Governo che, a differenza di quanto fecero altri Governi della sinistra, è venuto già venerdì in Parlamento... (Applausi dal Gruppo PdL) ...nelle Commissioni. Prima ancora che si svolgesse il vertice di sabato mattina a Parigi, i ministri La Russa e Frattini sono venuti in Commissione, dove, sapete cosa abbiamo approvato? La proposta di risoluzione n. 2, che avete presentato voi, che io ho concordato con il presidente Zanda e che quindi voteremo in maniera convinta, perché dice delle cose giuste... (Proteste dei senatori Garraffa e Livi Bacci).

PRESIDENTE. Senatore Garraffa, per cortesia.

GASPARRI (PdL). Proposta di risoluzione che abbiamo portato d'intesa con il Governo, che su quello ci ha stimolato e che ha materialmente con noi redatto quel testo, che integralmente colleghiamo (senza alcuna fatica, essendo frutto, anche quel testo, delle nostre proposte) alla proposta di risoluzione n. 1. (Proteste delle senatrici Pinotti e Mariapia Garavaglia).

Ma qui si è tentato un altro espediente, cioè di dar corpo, con una votazione indistinta, a ciò che avevate detto anche in quest'Aula: sulla politica estera la maggioranza non c'è. Forse eravate davanti allo specchio e vi ricordate della sinistra che, senza i nostri voti, non avrebbe avuto maggioranze in politica estera! (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Questo è accaduto in Italia! E noi, quando mancavano i numeri a sinistra, mai facemmo venir meno i voti a sostegno delle nostre missioni di pace e dei nostri militari...

FINOCCHIARO (PD). Neanche noi!

GASPARRI (PdL). ...dicendo: prima l'Italia che i Governi. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Questa è stata la nostra politica! Questo abbiamo fatto!

Abbiamo presentato una risoluzione, perché dopo venerdì abbiamo approfondito i temi, anche dell'ONU e della NATO, che hanno avuto un'evoluzione anche in queste ore. Abbiamo quindi voluto dimostrare in termini propositivi e di contenuti, non solo la piena condivisione del Governo - che peraltro negli interventi dei ministri La Russa e Frattini abbiamo trovato pienamente coincidente con i contenuti della risoluzione che abbiamo presentato - ma dimostrare politicamente che la maggioranza c'è, perché era su questo che ci avete sfidato e su questo vi rispondiamo dal Senato della Repubblica italiana. Vi è una maggioranza con una posizione, vi è una condivisione più ampia su alcuni aspetti e di questo siamo assolutamente lieti. Ma evitare di votare la nostra mozione avrebbe consentito di dire che tutti erano d'accordo, senza chiarire chi era d'accordo e chi non lo era, quali erano i numeri e quali le condizioni. Invece abbiamo voluto mantenere il nostro documento ricco di contenuti e di posizioni, dedicato alla risoluzione ONU, che condividiamo, all'intervento della NATO che auspichiamo. Eleviamo il tono della discussione, colleghi! (Commenti dai Gruppi PD e IdV).

PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia. Anche il collega Gasparri, come chi lo ha preceduto, ha diritto di parlare. (Proteste dai Gruppi PD e IdV).

GASPARRI (PdL). Io proseguo, Presidente. Il presidente Marini avrà la cortesia di consentirmi di proseguire, perché lo conosciamo come persona certamente autorevole. Le questioni della NATO sono alquanto complesse: ieri Rasmussen, dico Rasmussen, ha dichiarato: «A questo punto non si capisce per quale motivo»... (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, non costringetemi a sospendere i lavori.

GASPARRI (PdL). Avranno la cortesia, Presidente, di farmi proseguire l'intervento. C'è un senatrice Segretaria di Presidenza che, invece di mettere ordine, alimenta il disordine.

PRESIDENTE. Colleghi, possiamo sentire il senatore Gasparri che ha ancora sei minuti e 36 secondi?

GASPARRI (PdL). Cercherò di usarne meno se non interrompono.

Rasmussen ha dichiarato: «A questo punto non si capisce per quale motivo la NATO dovrebbe continuare ad esistere così com'è, con questo assetto con una struttura così estesa ed articolata nel comando se poi i Paesi membri non sono intenzionati ad usarli. È inconcepibile», parla ancora il Segretario generale della NATO «che una Nazione - si riferiva alla Francia - precedentemente rientrata nelle strutture di comando integrate della NATO oggi non voglia utilizzarle per un'operazione nella quale è già impegnata». Abbiamo chiesto il coinvolgimento della NATO. Su questo c'è condivisione e questo si realizzerà. È un risultato italiano. Come noi rivendichiamo qui la politica mediterranea fatta dal Governo Berlusconi. Gli interlocutori non ce li scegliamo noi. Ci sono interlocutori scomodi talvolta, (Applausi dal Gruppo PdL), compreso Gheddafi: scomodo, scomodissimo.

Noi nella continuità di una politica italiana abbiamo garantito gli approvvigionamenti energetici, e il presidente Berlusconi ha fatto una cosa che la sinistra, forse più di me, dovrebbe applaudire: ha chiuso la vertenza coloniale, con prese di posizione molto chiare e coraggiose che hanno ricucito ferite storiche tra le sponde del Mediterraneo, e con la Libia e con la Tunisia abbiamo realizzato accordi che hanno azzerato gli sbarchi di clandestini sulle nostre coste! (Applausi dal Gruppo PdL). Questo lo rivendichiamo! Abbiamo fatto bene! Abbiamo fatto l'interesse del nostro Paese e vogliamo continuare a farlo come maggioranza di questo Parlamento e di questa Nazione. Non ci vergogniamo, colleghi, di difendere l'interesse nazionale. Ha scritto ieri sul «Corriere della Sera» Piero Ostellino: «Siamo rimasti i soli a ritenere l'interesse nazionale un "mostro morale", e a non perseguirlo con sano realismo, incoraggiati da una cultura progressista e ondivaga, che un giorno è internazionalista e l'altro è nazionalista, un giorno è interventista e l'altro no».

Vogliamo difendere l'interesse nazionale, che vuol dire rispettare anche le delibere dell'ONU, vuol dire dare forza alla NATO, vuol dire avere una strategia nel Mediterraneo, avere approvvigionamenti energetici per il nostro Paese, bloccare gli sbarchi di clandestini, volere la condivisione dell'accoglienza dei profughi con gli altri Paesi europei e del mondo, ma respingere i clandestini. Se in Tunisia non c'è più il dittatore Ben Ali, dovrebbero tornare, festosi, tutti i tunisini in Tunisia e non venire in Italia, visto che lì non c'è né guerra né dittatura! (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Questa è la realtà dei fatti: non c'è più l'autocrate, non c'è il dittatore.

E allora si torni in quel Paese. Mi auguro, colleghi, che la Tunisia che l'Egitto, che la Libia conoscano stagioni di libertà e di democrazia. I giovani di Internet, i giovani che non bruciano bandiere americane, i giovani che vogliono libertà, sono una risorsa per il futuro del pianeta. Ma, quando cadde lo Scià in Iran, Khomeini, che era in esilio a Parigi (città ospitale: anche Khomeini stava lì!), andò in Iran. Lo Scià cadde e tutti tripudiarono. È nato il regime più oscurantista della storia del mondo, che oggi vorrebbe distruggere Israele con le armi nucleari! Israele: l'unica democrazia vera che c'è in quella parte del mondo, e che noi dobbiamo tutelare e garantire nel suo diritto di esistenza! (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

E allora io mi auguro che il futuro della Tunisia, della Libia, dell'Egitto sia di libertà e di democrazia e che non ci siano i Fratelli Musulmani. Mubarak se n'è andato; ma Mubarak subentrò... (Commenti dal Gruppo PD) a Sadat, che non si era dimesso. Sadat fu ucciso dai fondamentalisti islamici perché aveva raggiunto la pace con Israele. E allora riconosciamo la storia del mondo, che è un po' più complicata!

L'ONU fa bene a fare le delibere: sulla Libia le sosteniamo. Ci auguriamo che gli organismi internazionali si ricordino di tutte le dittature. Ci sono stati morti nello Yemen, ci sono proteste in Bahrein, ci sono stati massacri in Ruanda, ci sono stati eccidi nel Sudan, c'è la mancanza di democrazia in Cina, il più popoloso Stato del pianeta! (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). C'è Fidel Castro, mi ricorda il collega Quagliariello, ma gli facciamo la grazia, perché è anziano e malato e quindi ha ceduto lo scettro al fratello. (Commenti dal Gruppo PD).

Concludo, signor Presidente, perché il tema è vasto. Noi andiamo avanti in questa politica, contenti di alcune condivisioni che si possono realizzare, ma avendo una maggioranza. La sinistra, che aveva assistito scettica alle interviste di Berlinguer sull'ombrello protettivo della NATO che era meglio del Patto di Varsavia, adesso è talmente evoluta che nell'esaltazione della NATO quasi quasi ci supera. Avete scelto il tricolore, avete scelto la NATO: benvenuti, in ritardo, sulla strada giusta! E allora votate insieme a noi! (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PdL, LNP e CN. Molte congratulazioni).

LEGNINI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LEGNINI (PD). Signor Presidente, il contenuto della proposta di risoluzione n. 1 (testo 2), così com'è venuto definendosi nel corso del dibattito (con l'aggiunta di parti della nostra proposta di risoluzione) e il nostro dissenso su altre parti della stessa proposta di risoluzione n. 1 ci costringerebbero a chiederne la votazione per parti separate. Poiché noi, per le ragioni politiche che ha espresso in modo assolutamente chiaro ed efficace la presidente Finocchiaro, non vogliamo partecipare al pasticcio che la maggioranza ha posto in essere con questa proposta di risoluzione, appunto, confusa e pasticciata, esprimeremo il nostro dissenso rimanendo in Aula e non partecipando al voto.(Commenti dal Gruppo PdL).

GRAMAZIO (PdL). Bravo!

PRESIDENTE. Colleghi, la proposta di risoluzione n. 1 (testo 2) è stata integrata sia dalle premesse che dal dispositivo della proposta di risoluzione n. 2. Disporrò d'ufficio la votazione elettronica, senza registrazione dei nomi, su tutte le proposte di risoluzione: mi sembra una questione di trasparenza, data la delicatezza del tema.

Metto pertanto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la proposta di risoluzione n. 1 (testo 2), presentata dal senatore Gasparri e da altri senatori.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

173

Senatori votanti

172

Maggioranza

87

Favorevoli

156

Contrari

15

Astenuti

1

Il Senato approva. (Applausi del senatore Ramponi).

Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 2.

GASPARRI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (PdL). Signor Presidente, il nostro Gruppo non parteciperà a questa votazione, avendo già votato il testo in questione nella proposta di risoluzione n. 1. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. Metto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la proposta di risoluzione n. 2, presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

133

Senatori votanti

132

Maggioranza

67

Favorevoli

127

Contrari

0

Astenuti

5

Il Senato approva.

Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 3.

Essendo stati tutti respinti i suggerimenti del Governo, qual è il suo parere, ministro Frattini?

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, il parere del Governo è contrario.

PRESIDENTE. Metto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la proposta di risoluzione n. 3, presentata dal senatore Belisario e da altri senatori.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

278

Senatori votanti

277

Maggioranza

139

Favorevoli

114

Contrari

153

Astenuti

10

Il Senato non approva.

Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 4 (testo 2).

Alcune proposte di modifica sono state accolte ed altre no. Qual è il suo parere, ministro Frattini?

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, purtroppo non posso esprimere parere favorevole, perché le proposte di modifica che non sono state accolte riguardano dei punti importanti. Pertanto, esprimo parere contrario.

RUTELLI (Misto-ApI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUTELLI (Misto-ApI). Signor Presidente, avevamo chiesto una votazione per parti separate, e precisamente due votazioni: una sulle parti accolte e una su quelle non accolte.

PRESIDENTE. Lei chiede sostanzialmente due votazioni: una sulle parti accolte e l'altra su quelle non accolte. Mi sembra che in questo modo ci complichiamo la vita. Ad ogni modo, colleghi, sapete che sul voto per parti separate è necessaria l'unanimità. Se non c'è consenso, devo mettere in votazione la richiesta di votazione per parti separate.

GASPARRI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (PdL). Signor Presidente, nel suo intervento il Governo aveva accolto alcune parti. Se si fa una separazione tenendo conto di ciò che aveva detto il Governo, non ho nessuna obiezione, però è molto complesso, perché è un intarsio che non so quante votazioni comporterebbe.

RUTELLI (Misto-ApI). Solo due votazioni.

GASPARRI (PdL). Due votazioni, ma bisogna specificarle con precisione.

LA RUSSA, ministro della difesa. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LA RUSSA, ministro della difesa. Signor Presidente, forse il Capogruppo del PdL era distratto, poiché il Governo ha appena chiarito che, non essendo state accolte tutte le sue richieste, ma solo una parte, il giudizio complessivo è negativo. (Applausi del senatore Serafini Giancarlo).

PRESIDENTE. A questo punto vorrei capire se c'è consenso sul voto per parti separate oppure no.

GASPARRI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (PdL). Signor Presidente, trattandosi di temi molto delicati, condividiamo il parere del Governo, per non alimentare confusione. Il nostro parere sul voto per parti separate è pertanto contrario.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, è naturale, è normale: non ci scandalizziamo, è possibile cambiare opinione. Ma il ministro Frattini quando ha espresso il parere sulla nostra proposta di risoluzione (Commenti dal Gruppo PdL. Richiami del Presidente) ha detto che su alcune cose poteva essere dato un parere favorevole, su altre no e che si sarebbe votato, per conto del Governo, per parti separate.

Prendiamo atto che il Governo ha cambiato opinione: non succede niente. Vuol dire che la maggioranza si assumerà la responsabilità di votare contro alcune cose su cui invece è d'accordo. Per carità, non succede nulla. (Applausi del senatore Rusconi).

PRESIDENTE. Metto pertanto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la richiesta di votazione per parti separate, avanzata dal senatore Rutelli.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

280

Senatori votanti

279

Maggioranza

140

Favorevoli

129

Contrari

145

Astenuti

5

Il Senato non approva.

Metto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la proposta di risoluzione n. 4 (testo 2), presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori.

Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

279

Senatori votanti

278

Maggioranza

140

Favorevoli

113

Contrari

148

Astenuti

17

Il Senato non approva.

Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 5 (testo 2).

La senatrice Bonino, presentatrice della proposta di risoluzione, non ha accolto le richieste del Governo, dunque chiedo al rappresentante del Governo di esprimersi al riguardo.

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Il parere del Governo è contrario nel suo complesso, come nel caso precedente.

BONINO (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BONINO (PD). Signor Presidente, ministro Frattini, quando lei ha espresso il suo parere ha detto che era favorevole ad eccezione del primo, del terzo e dell'ultimo capoverso del dispositivo. L'ultimo l'ho ritirato.

Lei si è dichiarato contrario al primo capoverso dell'impegno, che - per capirci - è quello con cui si chiede la sospensione del Trattato perché, diversamente dal presidente Gasparri, io non ritengo che la politica del Governo sul Mediterraneo, tanto per essere chiari e perché resti agli atti, sia stata una meraviglia (Applausi dal Gruppo PD e del senatore D'Alia), senza usare toni da stadio, perché credo che momenti di questo tipo richiedano toni più sobri e consoni alla situazione. (Applausi dal Gruppo PD).

Ho chiesto poi che il Governo, dopo nove anni, si impegni a recepire le norme della Corte penale internazionale e su questi due punti il Ministro ha espresso la propria contrarietà. Quindi, è a favore di tutto il resto. (Commenti). Lo ha detto lui, scusate. Poi ha cambiato idea, ma lo ha detto lui: l'ho sentito con le mie orecchie.

A fronte di tutto ciò, chiedo la votazione per parti separate.

PRESIDENTE. Chiedo se vi è unanimità sulla richiesta.

GASPARRI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (PdL). Signor Presidente, siamo contrari.

PRESIDENTE. Metto dunque ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la richiesta di votazione per parti separate, avanzata dalla senatrice Bonino.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva.

Metto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la proposta di risoluzione n. 5 (testo 2), presentata dalla senatrice Bonino e da altri senatori.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva.

Si è così conclusa la discussione sulle comunicazioni del Governo.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per le sedute di giovedì 24 marzo 2011

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, giovedì 24 marzo, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 22,25).