SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVI LEGISLATURA ------
525a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO
MERCOLEDÌ 23 MARZO 2011
(Pomeridiana)
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Presidenza della vice presidente BONINO,
indi del presidente SCHIFANI
e del vice presidente NANIA
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(*) Include l'ERRATA CORRIGE pubblicato nel Resoconto della seduta n. 526 del 24 marzo 2011
(N.B. Il testo in formato PDF non è stato modificato in quanto copia conforme all'originale)
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N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Coesione Nazionale: CN; Italia dei Valori: IdV; Il Popolo della Libertà: PdL; Lega Nord Padania: LNP; Partito Democratico: PD; Unione di Centro, SVP e Autonomie (Union Valdôtaine, MAIE, Verso Nord, Movimento Repubblicani Europei): UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE; Misto: Misto; Misto-Alleanza per l'Italia: Misto-ApI; Misto-Futuro e Libertà per l'Italia: Misto-FLI; Misto-MPA-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MPA-AS; Misto-Partecipazione Democratica: Misto-ParDem.
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RESOCONTO SOMMARIO
Presidenza della vice presidente BONINO
La seduta inizia alle ore 17,08.
Il Senato approva il processo verbale della seduta del giorno precedente.
Presidenza del presidente SCHIFANI
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B ai Resoconti della seduta.
Avverte che dalle ore 17,13 decorre il termine regolamentare di preavviso per eventuali votazioni mediante procedimento elettronico.
Comunicazioni del Governo sulla crisi libica e conseguente discussione
Approvazione delle proposte di risoluzione nn. 1 (testo 2) e 2. Reiezione delle proposte di risoluzione nn. 3, 4 (testo 2) e 5 (testo 2)
FRATTINI, ministro degli affari esteri. In virtù degli storici legami di amicizia con il popolo libico, l'Italia ha sperato inizialmente in una soluzione diplomatica della crisi basata sull'ipotesi dell'esilio di Gheddafi. Con l'obiettivo prioritario di difendere la popolazione civile da un'offensiva indiscriminata, ha quindi condiviso le sanzioni previste dalla risoluzione n. 1970 e, dopo che il regime si è posto al di fuori della legalità internazionale, i contenuti della risoluzione n. 1973 dell'ONU, che rispondono ad una richiesta della Lega araba e ad un appello del Consiglio transitorio di Bengasi. Il Governo ha ottenuto il via libera del Parlamento per partecipare alle operazioni internazionali cui il Paese contribuisce con la messa a disposizione di basi militari e con l'impiego di uomini e mezzi aerei e navali. Nella convinzione che l'abbandono del potere da parte di Gheddafi sia la precondizione per avviare in Libia un processo costituente di riconciliazione nazionale che coinvolga le diverse componenti sociali, politiche, tribali, l'Italia intende agire in stretta conformità agli obiettivi della risoluzione e con la volontà di ripristinare un rapporto preferenziale con la Libia post-Gheddafi al fine di tutelare gli interessi nazionali. Superata la prima fase delle operazioni, il Governo ha chiesto la definizione di un'unica catena di comando in capo alla NATO, il ritorno ad una gestione coordinata e condivisa delle scelte strategiche, il coinvolgimento nell'operazione di un più ampio numero di Paesi, a partire dal mondo arabo. La Francia ha accettato il riconoscimento del ruolo della NATO e all'Italia è stato riconosciuto un ruolo particolare nel pattugliamento delle acque internazionali. L'obiettivo prioritario dell'Unione europea è l'assistenza umanitaria e la protezione civile nel rispetto delle linee guida dell'ONU: è previsto anche l'impiego di mezzi navali per contrastare le organizzazioni criminali per il traffico di esseri umani. L'Italia ha ottenuto, inoltre, il riconoscimento del principio di solidarietà nei confronti dei Paesi più esposti all'immigrazione illegale, che comporta una gestione europea dei flussi e la definizione di un sistema unico di asilo europeo. L'Unione europea si è impegnata inoltre ad una maggiore cooperazione con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. E' infondata la tesi secondo cui la tutela delle posizioni contrattualmente acquisite dalle imprese italiane avrebbe richiesto la non partecipazione alle operazioni. Non esiste il rischio che le compagnie europee siano scavalcate da concorrenti perché tutti i Paesi sono tenuti a osservare l'embargo. Il Consiglio transitorio di Bengasi ha dichiarato, inoltre, di voler onorare i contratti. Quanto al trattato bilaterale di amicizia fra l'Italia e la Libia, attualmente sospeso, gli obblighi derivanti dall'appartenenza all'ONU prevalgono su qualsiasi altro accordo internazionale. In conclusione, il Governo italiano, che ha aperto un canale umanitario e diplomatico con Bengasi e parteciperà ad un incontro con l'Unione africana, intende tutelare l'integrità territoriale della Libia, favorire la transizione democratica, promuovere l'integrazione euromediterranea. (Applausi dai Gruppi PdL, CN e PD, dai banchi del Governo e dei senatori Fosson e Castiglione).
PRESIDENTE. A nome dell'Assemblea, rivolge un saluto agli studenti dell'istituto di istruzione superiore «Sandro Pertini» di Camposampiero, in provincia di Padova, presenti in tribuna. (Applausi).
LA RUSSA, ministro della difesa. La straordinaria accelerazione dei tempi operativi dell'intervento internazionale nell'ambito della crisi libica è stata dovuta, non solo alla predisposizione delle misure organizzative necessarie a garantire la migliore esecuzione dell'intervento stesso, ma anche - e soprattutto - per fermare i combattimenti in atto all'interno del territorio libico, i quali dal 18 marzo registrano una riduzione del numero delle vittime. Di fronte alla crisi il Governo italiano si è mosso con celerità e decisione: l'Italia è stato il Paese più impegnato nell'evacuazione di cittadini stranieri e italiani e il primo a mandare aiuti a Bengasi e alla frontiera con la Tunisia, fornendo assistenza umanitaria e sanitaria. A seguito della risoluzione approvata dall'ONU, il Governo, forte dell'appoggio parlamentare che ha registrato la non partecipazione al voto di Lega Nord e Italia dei Valori, ha quindi fornito le proprie basi militari e aderito alla coalizione, dando un contributo concreto e attivo, ancorché limitato rispetto a quello di altri Paesi, con l'impiego di otto velivoli e alcuni mezzi navali. La coalizione riconosce il ruolo economico, sociale e diplomatico che l'Italia svolge e vorrà in futuro svolgere in Libia. Certamente l'Italia sta pagando le conseguenze della crisi in particolare per il rischio di immigrazioni sempre più vaste, nell'ambito delle quali bisogna però distinguere tra quelle di profughi e quelle di clandestini: a tal proposito, l'autorevolezza di cui gode l'Italia all'interno della coalizione le permetterà senz'altro di invocare una gestione condivisa e partecipata del problema dei flussi migratori provenienti dal Nord Africa. (Applausi dai Gruppi PdL e CN e della senatrice Aderenti).
PRESIDENTE. Dichiara aperta la discussione sulle comunicazioni del Governo.
BONINO (PD). La componente politica dei radicali, pienamente convinta della bontà dell'impegno dell'Italia nel contribuire all'applicazione della risoluzione dell'ONU, ha presentato una proposta di risoluzione con la quale invita il Governo a sospendere formalmente quanto prima il Trattato con la Libia, atteso che solo un forte segno di discontinuità rispetto al regime di Gheddafi può consentire all'Italia di riacquisire credibilità agli occhi del popolo libico. Il Governo dovrebbe inoltre sbloccare quanto prima l'esame del provvedimento volto ad adeguare l'ordinamento interno alla carta fondativa della Corte penale internazionale, di cui pure l'Italia è stata attiva sostenitrice. E' infine da disapprovare l'allarmismo del Ministro dell'interno riguardo ai rischi di esodi biblici di sfollati: al momento essi ammontano a sole 15.000 unità e un grande Paese non può essere messo in crisi da cifre di questa entità. L'importante è che il coordinamento del blocco militare sia utilizzato dall'Italia ai fini dell'embargo di forniture al regime di Gheddafi e non per impedire ad esseri umani di fuggire dalla guerra. Preannuncia, infine, che i radicali non voteranno la risoluzione presentata dalla maggioranza, a causa delle ambiguità in essa contenute. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
TONINI (PD). Mentre la Lega Nord ha disertato il voto sulla partecipazione alla missione ONU e il Presidente del Consiglio si è rifiutato di intervenire in Aula per riferire sulla crisi libica, il Partito Democratico ha responsabilmente sostenuto l'adesione dell'Italia alla coalizione internazionale, convinto della necessità di intervenire a difesa di popolazioni martoriate e nel pieno rispetto dell'articolo 11 della Costituzione che richiede una partecipazione attiva del Paese agli sforzi internazionali volti alla costruzione di un nuovo ordine mondiale di pace e giustizia. Questo obiettivo passa oggi più che mai per il Mediterraneo, il quale è chiamato ad assumere una nuova centralità geopolitica, nella speranza che quanto sta accadendo nel mondo arabo porti a soppiantare i vecchi poteri autocratici e dittatoriali con sistemi liberi e democratici. L'intervento della comunità internazionale in Libia è quindi del tutto condivisibile, specie a seguito delle violenze e delle atrocità commesse da Gheddafi nei confronti del suo popolo. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Serra e Pardi).
Presidenza della vice presidente BONINO
PRESIDENTE. Saluta, a nome dell'Assemblea, gli insegnanti e gli studenti della scuola media "Moscati Mameli" di Milano presenti nelle tribune. (Applausi).
MUSSO (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). In Libia è in atto una guerra civile che si iscrive in una lunga serie di eventi che, in nome di una richiesta di democrazia proveniente dai popoli, stanno segnando un profondo mutamento nella geografia politica del Mediterraneo. Pesa in questo contesto l'assenza di una strategia dell'Unione europea: accantonati gli obiettivi del processo di Barcellona, l'Europa pare disinteressarsi anche delle connesse questioni migratorie, la cui gestione è lasciata in mano ai Paesi di confine come l'Italia. La posizione italiana rispetto alla vicenda libica è scomoda; al di là degli aspetti folkloristici, il trattato di amicizia Italia-Libia non era una iniziativa sbagliata perché stabilizzava i rapporti con un Paese di importanza fondamentale per gli interessi nazionali, ma va revocato perché esso ha coinvolto eccessivamente il regime di Gheddafi. Il Governo italiano è intervenuto per quanto concerne l'emergenza sanitaria e umanitaria, tuttavia occorre una gestione condivisa a livello europeo di tutti i fenomeni migratori. Rispetto alla protezione dei civili, l'atteggiamento dell'Esecutivo italiano è stato ondivago; in questo momento serve invece maggiore decisione per rimuovere la dittatura di Gheddafi. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut: UV-MAIE-VN-MRE, PD e Misto-FLI. Commenti del senatore Asciutti).
PALMIZIO (CN). L'Italia si è impegnata in favore del popolo libico anche prima dell'approvazione della risoluzione n. 1973 dell'ONU, fornendo aiuti umanitari alla città di Bengasi e creando un campo profughi in Tunisia. In un secondo momento, dopo l'approvazione della risoluzione, l'Italia ha subito aderito alla coalizione internazionale, mettendo a disposizione basi, risorse e forze militari. L'Italia ha altresì ottenuto il passaggio del controllo delle operazioni belliche alla NATO e un'azione navale, posta sotto il comando italiano, che bloccasse il rifornimento via mare alla Libia. L'azione internazionale ha impedito la strage a Bengasi ed ha bloccato l'avanzata delle truppe lealiste. Una volta raggiunto il cessate il fuoco, il vero obiettivo da conseguire, per evitare una divisione del Paese in due parti che aprirebbe la strada all'intrusione del terrorismo internazionale, è la convocazione di una conferenza di pace in cui l'Italia dovrà svolgere un ruolo di primo piano, essendo lo Stato che ha rapporti più duraturi con la Libia. (Applausi dai Gruppi CN e PdL e dai banchi del Governo).
LIVI BACCI (PD). La principale finalità della risoluzione n. 1973 del Consiglio di sicurezza dell'ONU è quella di offrire protezione alla popolazione civile della Libia; si sono tuttavia diffusi contrasti all'interno della coalizione internazionale per quanto riguarda la linea di comando delle operazioni militari, ma anche voci dissonanti all'interno della compagine governativa nella quale alcuni vorrebbero che il blocco navale fosse impiegato ma anche per bloccare l'arrivo di immigrati e profughi. L'Italia ha un interesse strategico a porsi in una posizione di rilievo all'interno della coalizione internazionale e potrebbe farlo proprio in ambito umanitario, mettendo a disposizione mezzi, risorse e competenze, nonché richiedendo preminenza nella gestione delle operazioni di protezione per le popolazioni migranti. Sarebbe opportuno proporre la costituzione di presidi protetti situati in zone protette della Libia e di altri Paesi confinanti, in cui i profughi andrebbero posti sotto protezione internazionale e dove le loro domande di asilo in Europa potrebbero venire attentamente vagliate. Se ne ricaverebbero vantaggi di ordine umanitario e politico, un maggiore prestigio dell'Italia e la possibilità di procedere alla revisione della disciplina comunitaria in materia di asilo. (Applausi dai Gruppi PD e del senatore Pardi).
DIVINA (LNP). Va preliminarmente ringraziato il Presidente della Repubblica per aver favorito un clima di conciliazione e per aver espresso valutazioni che tolgono ogni argomento ai movimenti pacifisti. La Lega Nord è stata molto scettica sull'azione che si stava intraprendendo, interrogandosi sulle finalità del divieto di sorvolo e delle operazioni militari; ha inoltre richiesto una linea di comando effettiva e di ripartire a livello europeo l'accoglienza dei rifugiati provenienti dalla Libia. Entrambe queste richieste sono state accolte, perché a livello europeo si è affermato il principio della solidarietà nei confronti degli Stati maggiormente coinvolti dalle ondate migratorie e all'interno della coalizione internazionale il comando delle operazioni passerà alla NATO. L'obiettivo da perseguire deve essere la tregua, vigilata dall'ONU, per dar vita ad un dialogo tra le due fazioni contrapposte. La Lega Nord vorrebbe altresì che fossero tutelate le imprese italiane, che non venisse pregiudicato l'approvvigionamento energetico per l'Italia e che un'azione navale di pattugliamento impedisse il traffico di esseri umani, anche in funzione di prevenzione dei flussi migratori. (Applausi dal Gruppo LNP).
DI GIOVAN PAOLO (PD). Stringendo rapporti di amicizia con un dittatore deferito alla Corte penale internazionale, stipulando con quel regime un patto militare ed avendogli venduto le armi che ora usa contro il popolo libico, non rispettando il principio del non respingimento di persone che nei rispettivi Paesi incorrerebbero in rischi per la loro incolumità e non ratificando le direttive dell'Unione europea sul rimpatrio volontario ma esigendo poi il sostegno europeo di fronte ai flussi migratori, l'Italia ha dimostrato di avere una politica estera fallimentare. Le rivoluzioni popolari in atto nel mondo arabo vanno sostenute perché invocano la democrazia e allontanano lo spettro dello scontro di civiltà. L'Italia dovrebbe adottare politiche di accoglienza dei profughi, come impone la Costituzione e la partecipazione all'ONU, ma come consiglia anche l'interesse nazionale. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Peterlini. Congratulazioni).
D'ALI' (PdL). Le operazioni belliche in Libia hanno comportato la temporanea chiusura dello scalo aeroportuale civile di Trapani, che nel 2010 ha veicolato circa 1,7 milioni di passeggeri; l'eventuale protrarsi di tale chiusura creerà gravi problemi economici per quel territorio, che ha nel turismo una delle sue principali risorse. Il Governo italiano ha interesse a ridurre al minimo le conseguenze negative sul territorio italiano causate dalla partecipazione alle operazioni militari, per questo è opportuno differenziare le attività nelle varie basi disseminate sul territorio nazionale e non concentrarle su Trapani. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Mariapia Garavaglia).
CARRARA (CN). L'intervento aereo della coalizione internazionale ha impedito la conquista di Bengasi da parte delle forze lealiste e la sconfitta dei ribelli; la no fly zone è stata implementata, le difese antiaeree libiche disabilitate, ma la situazione è ancora di stallo. Sul piano politico e diplomatico la comunità internazionale sta discutendo del passaggio del comando dell'operazione alla NATO, mentre la Russia sta premendo per una propria mediazione che porti alla stipula di un cessate il fuoco tra le due parti in conflitto. Al fine di evitare una divisione della Libia in due entità territoriali, scenario favorito dall'appoggio internazionale di cui Gheddafi gode ancora in particolare nel mondo arabo e islamico, è dunque importante accelerare una soluzione politica della crisi. (Applausi dai Gruppi CN e PdL).
PINOTTI (PD). Il Gruppo Partito Democratico conferma, con serietà e senza ambiguità, la posizione espressa in occasione dell'approvazione nelle Commissioni riunite esteri e difesa del Parlamento del documento che, recependo le indicazioni della risoluzione n. 1973 dell'ONU, autorizza la partecipazione italiana alla missione internazionale avente lo scopo di proteggere le popolazioni civili libiche. Tale posizione è tuttavia sofferta, come avviene in tutti i casi in cui si autorizza il ricorso alle armi. Proprio per questo spiace particolarmente che, nel momento in cui sarebbe utile la massima compattezza nazionale, la maggioranza abbia deciso non di riproporre il testo asciutto approvato nelle Commissioni, ma di redigere una proposta di risoluzione piuttosto confusa, che appare frutto di una mediazione tesa solo ad evitare la deviazione della componente leghista. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi).
COMPAGNA (PdL). La proposta italiana di una guida NATO delle operazioni assicura non solo un coordinamento tecnico, ma anche un diverso profilo politico all'intervento occidentale e dimostra l'attenzione del Governo alle connessioni europee ed euro-atlantiche del ruolo dell'Italia. Condivide le dichiarazioni rese dal ministro Frattini sulla inopportunità di scontare una divisione geopolitica sul problema libico e le dichiarazioni di solidarietà del ministro La Russa nei confronti dei cittadini di Lampedusa. In relazione all'emergenza immigrati, occorre una riscrittura in termini europei del diritto di asilo e della gestione dei flussi migratori, mentre è disonesto aprire polemiche strumentali circa un'impropria estensione dei compiti del blocco navale, che non è nelle intenzioni del Governo. (Applausi dal Gruppo PdL).
PEDICA (IdV). Il Presidente del Consiglio si sottrae irresponsabilmente al dovere istituzionale di chiarire la linea seguita dal Governo italiano nella crisi libica, una linea evidentemente condizionata dai contrasti interni alla maggioranza. L'Italia dei Valori chiede che il Governo si impegni a dare attuazione alla risoluzione ONU n. 1973, garantendo il rigoroso rispetto del mandato in essa contenuto: dopo essersi limitata ad offrire basi e supporto tecnico, infatti, l'Italia ora sta inviando anche velivoli per missioni di attacco. Ancora una volta il dettato dell'articolo 11 della Costituzione rischia di non essere rispettato, ma bisogna anche vigilare affinché gli interessi economici di alcuni Stati membri della coalizione non prevalgano sui fini umanitari della missione. Anche l'Italia dei Valori è convinta che l'Europa debba concorrere agli sforzi per il soccorso e l'accoglienza dei migranti in fuga dal Nord Africa, ma il Governo ha la responsabilità di non aver fatto valere questa esigenza al momento in cui si discuteva della missione, prima di affrettarsi ad offrire basi e mezzi. Occorre altresì procedere formalmente alla sospensione del trattato bilaterale ratificato dall'Italia nel febbraio 2009 e promuovere, di concerto con i partner europei e la Lega degli Stati arabi, iniziative volte alla ricerca di una soluzione pacifica e diplomatica della crisi libica. Infine, l'Italia appoggi l'adozione di ogni iniziativa di giustizia internazionale nei confronti del dittatore libico. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).
SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Il Mediterraneo è tornato alla ribalta per il processo di disgregazione di regimi autoritari che per anni hanno oppresso le popolazioni arabe, che oggi chiedono libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani. Occorre assecondare e sostenere questo rinnovamento, anche laddove, come nel caso della Libia, la rivolta, che trae origine anche da antiche fratture tribali, sembra essere stata sobillata da interessi economici e politici stranieri. Ora non si può fare altro che dare fedele esecuzione a quanto previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e nel contempo lavorare per il futuro di una Libia liberata dalla dittatura, che riguarda l'Italia più di ogni altro Paese per la vicinanza geografica, la storia passata e recente e gli interessi esistenti in campo economico ed energetico. Appare opportuno che il comando della missione passi alla NATO e che si arrivi ad una più chiara definizione degli obiettivi della missione. Chiede pertanto che il Governo promuova un'iniziativa diplomatica con la Lega araba, l'Unione africana e il Consiglio di cooperazione del Golfo; lavori per un piano di rilancio della cooperazione mediterranea; coinvolga l'Unione europea nella gestione della crisi migratoria. Sono altresì necessari l'adeguamento della normativa interna allo statuto della Corte penale internazionale, la sospensione del Trattato di amicizia e collaborazione con la Libia e il ripristino immediato dei voli civili nell'aeroporto di Trapani. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE).
GERMONTANI (Misto-FLI). La risoluzione n. 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha ottenuto un ampio consenso poiché mira alla fine immediata degli attacchi contro la popolazione civile. Gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno tuttavia evidenziato come, accanto alle finalità umanitarie e di sostegno politico al risorgimento arabo, come lo ha definito il Presidente Napolitano, si pongano anche rilevanti questioni di carattere economico, relative in primo luogo al prezzo del petrolio. L'esito del conflitto potrebbe avere forti ricadute sullo sviluppo di molti Paesi, a cominciare dall'Italia, che proprio per questo non sembra ancora essersi orientata con nettezza sulla soluzione preferibile. E' necessario, invece, concorrere alla piena realizzazione degli obiettivi delle risoluzioni ONU, che prevedono tra l'altro la sottoposizione di Gheddafi al giudizio del tribunale internazionale per la violazione dei diritti umani. Nel frattempo, il recente trattato di amicizia tra la Libia e l'Italia va revocato ed occorre vigilare contro ogni possibile forma di ritorsione da parte del dittatore libico. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
Presidenza del vice presidente NANIA
FILIPPI Alberto (LNP). Con le sue comunicazioni puntuali il ministro Frattini ha già risposto ad alcune esigenze evidenziate dalla proposta di risoluzione n. 1. Il documento di maggioranza, oltre a sollecitare l'assegnazione del comando della missione alla NATO, richiama la necessità di un'azione di pattugliamento del Mediterraneo in funzione di contrasto delle organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani e in funzione di prevenzione migratoria. Il Trattato dell'Unione afferma che la materia dell'immigrazione è regolata dal principio di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità finanziarie. Alla luce della riaffermazione di tale principio da parte del Consiglio affari esteri del 21 marzo, la proposta di risoluzione impegna il Governo ad ottenere un apporto di mezzi, anche finanziari, per condividere l'onere della gestione degli sbarchi di immigrati e ad attivarsi affinché l'Europa si doti di un sistema unico di asilo. Si augura, infine, che possa essere approvata una legge ad hoc per risarcire l'isola di Lampedusa, che sta vivendo un'emergenza insostenibile con grave disagio per i cittadini e prevedibili danni al turismo. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Pinzger).
Presidenza del presidente SCHIFANI
MARINI (PD). La risoluzione n. 1973 del Consiglio di sicurezza ha definito obiettivi di difesa della popolazione civile e di aiuto umanitario, ma non ha escluso che l'intervento possa essere assunto da uno Stato anziché ad un'organizzazione internazionale. Occorre dunque vigilare affinché venga rispettato il principio, meritoriamente proposto dall'Italia, di un comando unificato in capo alla NATO ed ostacolare eventuali fughe in avanti da parte di qualche Stato. A tale riguardo occorrerebbe interrogarsi sul ruolo dell'Europa e del suo alto rappresentante per la politica internazionale istituito con il Trattato di Lisbona. La relazione del ministro Frattini è stata equilibrata e chiara; tuttavia, recenti dichiarazioni del Governo hanno evidenziato tentennamenti dannosi e furberie inaccettabili. Il movimento di democratizzazione che sta investendo il mondo arabo è inarrestabile: la difesa degli interessi nazionali non può essere affidata a fragili legami personali o a manovre opportuniste, ma sarà garantita dall'assunzione di una posizione seria e inequivocabile di attenzione al cambiamento in corso nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo. In tema di emigrazione, infine, è giusto invocare un'Europa concreta e solidale, ma poi la solidarietà europea va difesa in maniera coerente e continuativa. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e dei senatori Russo e Astore. Congratulazioni).
QUAGLIARIELLO (PdL). A dispetto dei profeti di sventura la maggioranza si appresta a dare una prova di compattezza. La proposta di risoluzione presentata impegna il Governo a ottemperare agli impegni internazionali e a tutelare gli interessi nazionali. Nell'epoca della divisione del mondo in due blocchi l'Italia tentò una politica autonoma nel Mediterraneo che fu definita neoatlantica. Oggi in uno scenario completamente mutato, in cui l'Europa mostra difficoltà ad esprimere una posizione unitaria, il centrodestra persegue una politica che coniuga un atlantismo privo di oscillazioni con una strategia di attenzione al Mediterraneo e alla questione energetica e si avvale dei buoni rapporti con la Russia. Quanto ai rapporti con Gheddafi, chiudere la brutta pagina del colonialismo italiano è stato un obbligo morale; il leader libico, inoltre, dopo l'11 settembre si era allineato al fronte antiterroristico. In un mondo contraddittorio, in cui coesistono pulsioni integraliste e spinte verso la democrazia, la risoluzione di maggioranza esprime una posizione responsabile che rifugge posizioni manichee. Sarebbe suicida non partecipare ad un'operazione che è frutto di un intenso lavoro diplomatico, avendo ottenuto l'astensione di Cina, Russia e Germania; occorre tuttavia essere prudenti ed evitare fughe in avanti. Si augura che l'opposizione converga sul documento e non dia l'impressione di piegare la politica estera ad esigenze di parte. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiara chiusa la discussione. Avverte che sono state presentate le proposte di risoluzione n. 1, dai senatori Gasparri, Bricolo, Viespoli e Quagliarello; n. 2, dalla senatrice Finocchiaro e altri; n. 3, dal senatore Belisario e altri; n. 4, dai senatori Rutelli, Contini, D'Alia e Pistorio; n. 5 dalla senatrice Bonino e altri.
FRATTINI, ministro degli affari esteri. Nell'esprimere parere favorevole sulle proposte di risoluzione nn. 1 e 2, rivolge un invito affinché la prima proposta possa essere integrata con il dispositivo della seconda e sia espressa per questa via una sintesi più complessa della posizione nazionale. Esprime parere favorevole, condizionato all'accettazione di modifiche, sulle proposte di risoluzione nn. 3, 4 e 5 (v. Resoconto stenografico). Precisa, in particolare, che il Governo non può prevedere la sospensione del Trattato di amicizia con la Libia, essendo la sospensione automaticamente intervenuta dopo l'adozione della risoluzione ONU n. 1973. Il Governo, inoltre, può sostenere il Consiglio di transizione di Bengasi, ma non può riconoscerlo come se si trattasse di uno Stato. Con riferimento alla proposta n. 5, precisa, infine, che anche alla luce delle vigenti normative l'Italia ha l'obbligo di arrestare chi sia stato deferito alla Corte penale internazionale e che la richiesta espulsione della Libia dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite danneggerebbe il futuro Governo.
GASPARRI (PdL). Si dichiara favorevole ad integrare il testo della risoluzione n. 1 con la parte impegnativa della proposta di risoluzione n. 2.
PRESIDENTE. In caso di accoglimento della proposta di risoluzione n. 1, così come riformulata, quindi, la proposta di risoluzione n. 2 dovrebbe ritenersi assorbita.
LEGNINI (PD). La riformulazione della proposta di risoluzione n. 1 non può precludere il voto sull'interezza della proposta di risoluzione n. 2, sulla quale peraltro è stato espresso un parere favorevole. Chiede quindi che la proposta di risoluzione n. 1 sia votata per parti separate. (Applausi dal Gruppo PD).
BELISARIO (IdV). Non accetta le proposte di riformulazione avanzate dal Governo alla risoluzione n. 3.
RUTELLI (Misto-ApI). Dà conto delle proposte di riformulazione alla risoluzione n. 4 che è disposto ad accogliere e quelle che invece rigetta (v. Resoconto stenografico).
BONINO (PD). Si dichiara disponibile ad accogliere solo una delle proposte di riformulazione avanzate dal Governo (v. Resoconto stenografico).
FINOCCHIARO (PD). Ritenendo sia supremo interesse del Senato esprimere un voto unanime su una questione così delicata come la posizione italiana nel contesto della crisi libica ed evitare di procedere in votazioni incrociate, per parti separate e comunque poco chiare, propone che tutti i Gruppi si accordino sulla presentazione di una risoluzione con cui il Senato si limita ad approvare le dichiarazioni rese dal ministro Frattini. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e dei senatori Gustavino, Pisanu e Spadoni Urbani).
BRICOLO (LNP). Il Gruppo della Lega Nord intende esprimere il voto sulla risoluzione della maggioranza, che peraltro ora include anche la parte sostanziale della risoluzione del Partito Democratico. (Applausi dal Gruppo LNP).
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Condividendo la proposta avanzata dalla senatrice Finocchiaro, nonostante non condivida alcuni aspetti delle comunicazioni del ministro Frattini, dichiara la disponibilità a ritirare la proposta di risoluzione n. 4 e chiede alla maggioranza di avere un atteggiamento altrettanto costruttivo. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut: UV-MAIE-VN-MRE, Misto-FLI, Misto-ApI e PD).
GASPARRI (PdL). La proposta di risoluzione avanzata dalla maggioranza ha assorbito il dispositivo della proposta del PD. Chiede che sia messa ai voti, per dimostrare all'opinione pubblica che la maggioranza è coesa, si assume le sue responsabilità e tenta di dialogare con l'opposizione sulle questioni di interesse nazionale. (Applausi dai Gruppi PdL e CN).
BONINO (PD). Si dichiara favorevole alla messa in votazione delle proposte di risoluzione avanzate, atteso che il Governo è tenuto ad assumere una posizione circa l'efficacia del Trattato con la Libia. (Applausi dei senatori Perduca e Poretti).
PRESIDENTE. Prende atto dell'assenza di unanimità sulla proposta avanzata dalla senatrice Finocchiaro.
LA RUSSA, ministro della difesa. Invita la senatrice Finocchiaro a presentare comunque la proposta di risoluzione, la quale, anziché sostituirsi alle altre, andrà ad aggiungersi ad esse, esprimendo comunque una posizione comune del Parlamento. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
PRESIDENTE. Stante l'integrazione della proposta di risoluzione n. 1 con la parte impegnativa della proposta di risoluzione n. 2, si voterà per parti separate, per salvaguardare il diritto del Gruppo PD di votare la sua proposta di risoluzione.
FINOCCHIARO (PD). La proposta del ministro La Russa non può essere accolta. E' stato proposto di votare la semplice approvazione delle comunicazioni del Ministro degli esteri per evitare votazioni complesse e distinguo difficilmente comprensibili dall'opinione pubblica. Poiché lo spirito della proposta non viene accolto, il PD voterà con convinzione la proposta di risoluzione n. 2, la quale riproduce il testo già approvato in sede di Commissioni riunite. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Purtroppo non è stato possibile giungere ad un documento unico. La Presidenza, tuttavia, è impegnata a favorire il massimo di collaborazione tra maggioranza e opposizione affinché sul delicato tema in discussione il Senato possa inviare al Paese un'indicazione unitaria. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Piscitelli).
LEGNINI (PD). Invita la Presidenza a garantire che il Senato possa esprimersi sulla proposta di risoluzione n. 2 nella sua interezza, atteso che la riformulazione della proposta di risoluzione n. 1 non può determinare preclusioni in tal senso. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e Misto-ApI e del senatore D'Alia).
PRESIDENTE. Sospende la seduta.
La seduta, sospesa alle ore 20,39, è ripresa alle ore 20,45.
PRESIDENTE. Comunica che si procederà alla votazione per parti separate della proposta di risoluzione n. 1, con l'integrazione del dispositivo della proposta di risoluzione n. 2. Per garantire il massimo diritto di espressione del voto, verrà posta in votazione anche la proposta di risoluzione n. 2 nella sua interezza.
FINOCCHIARO (PD). Per rigore logico, la proposta di risoluzione n. 2 dovrebbe essere posta in votazione prima della proposta di risoluzione n. 1. (Applausi dai Gruppi PD e UDC-SVP-Aut: UV-MAIE-VN-MRE).
PRESIDENTE. La Presidenza non può aderire a tale richiesta perché le risoluzioni vengono poste in votazione in base all'ordine di presentazione; peraltro, a tutela dell'autonomia e dell'identità del Gruppo PD, la Presidenza ha già forzato il Regolamento consentendo di votare autonomamente la proposta di risoluzione n. 2, nonostante una sua parte, integrata nella proposta di risoluzione n. 1, sarà, a quel punto, già stata votata.
MORANDO (PD). Se si guarda all'esigenza di ordinare le votazioni sotto un profilo politico, bisogna rilevare che l'unica proposta di risoluzione su cui il Governo ha espresso parere favorevole è stata la n. 2, mentre sulle altre ha avanzato delle ipotesi di modifica. Si potrebbe quindi seguire l'ordine implicito seguito dal Governo nell'esprimere il proprio parere; in questo modo la proposta di risoluzione n. 2 sarebbe messa in votazione per prima senza violare il Regolamento.
PRESIDENTE. Non è possibile violare l'ordine di votazione previsto dal regolamento sulla base di valutazioni di ordine politico.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). La risoluzione n. 2 potrebbe essere votata per prima perché su di essa c'è stato un pronunciamento unitario delle Commissioni riunite 3a e 4a dei due rami del Parlamento.
PRESIDENTE. Ribadisce che nella votazione delle proposte di risoluzione si seguirà l'ordine cronologico di presentazione.
GASPARRI (PdL). Integra la proposta di risoluzione n. 1 con l'intero testo della proposta di risoluzione n. 2, nel rispetto comunque delle procedure di voto stabilite dalla Presidenza.
VIESPOLI (CN). Per recuperare lo spirito unitario che ha caratterizzato il voto delle Commissioni riunite è auspicabile individuare una formula che approvi le comunicazioni del Governo, in cui sono state recepite sia la risoluzione approvata dalle Commissioni parlamentari sia quella della maggioranza.
PRESIDENTE. Passa alla votazione delle proposte di risoluzione.
CONTINI (Misto-FLI). Nella gestione della crisi libica l'Italia ha dimostrato di aver perso credibilità nello scenario internazionale, dove è stata sorpassata da altri Paesi europei, con l'appoggio degli Stati Uniti d'America. Con il suo atteggiamento incerto ed eccessivamente prudente, l'Italia ha perso il ruolo di guida nel Mediterraneo e la possibilità di svolgere una funzione di mediazione con la Libia che le sarebbe spettata per ragioni politiche, economiche e storiche, e ha mostrato confusione sul piano interno e internazionale con le dichiarazioni contraddittorie dei principali esponenti del Governo. Tutto ciò ha condannato l'Italia ad una irrilevanza che non ha precedenti nella sua politica estera. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut: UV-MAIE-VN-MRE e Misto-API e del senatore Pistorio. Congratulazioni).
VIESPOLI (CN). Per la prima volta si è verificata una situazione caratterizzata da un'assenza di leadership nella gestione da parte dell'Occidente di una importante vicenda internazionale: poiché anche l'Europa si è dimostrata incapace di assumere quel ruolo, ha prevalso l'interesse nazionale e la Francia si è mossa autonomamente. In tale contesto, non è tanto importante verificare se la missione della coalizione è partita in ritardo o è iniziata male, quanto analizzare cosa è utile per l'Italia. Il Governo italiano ha cercato di riportare ordine rispetto alla frantumazione della comunità internazionale proponendo il passaggio del comando delle operazioni alla NATO, unico possibile garante per tutti i partecipanti alla missione. A questo punto, l'interesse nazionale si estrinseca creando le condizioni affinché l'Italia rivesta un ruolo di primo piano nel processo di pacificazione della Libia. Annuncia infine il voto favorevole del Gruppo sulla proposta di risoluzione n. 1. (Applausi dai Gruppi CN e PdL. Congratulazioni).
RUTELLI (Misto-ApI). Il Gruppo Misto-ApI voterà a favore di tutte le proposte di risoluzione avanzate dalle opposizioni e non parteciperà alla votazione della risoluzione n. 1. Il Governo ha gestito in maniera ondivaga la crisi libica, passando dalla non ingerenza all'impegno senza tregua per la rimozione di Gheddafi, dall'invito alla prudenza fino al rammarico per l'uso della forza militare. Si registra una sproporzione tra l'entità degli interessi italiani in campo e il ruolo marginale svolto dal Governo, mentre suscita rammarico la debolezza dell'Unione europea. In questo contesto, la proposta di risoluzione n. 4 contiene posizioni chiare e forti, come la promozione di una cabina di regia politica di accompagnamento alle operazioni militari, di un ruolo di capofila per l'Italia in un'iniziativa diplomatica con la Lega Araba e l'Unione Africana ed il riconoscimento del Consiglio nazionale di transizione insediato a Bengasi; si impegna inoltre il Governo ad intervenire nei confronti dell'Unione europea, in nome del principio di solidarietà e del burden sharing, ai fini di una condivisione economica, umana e strumentale dell'eventuale fenomeno migratorio; a favorire ogni utile sostegno all'attività della Corte penale internazionale; a sospendere il Trattato di amicizia, partenariato e collaborazione con la Libia e a distribuire equamente i migranti e i richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale. La proposta della senatrice Finocchiaro non è stata accettata dal Governo perché quel compromesso avrebbe comportato spostare la posizione della maggioranza dalla linea non rispondente al vero contenuta nella propria risoluzione, secondo la quale i commi 6 e 7 della decisione del Consiglio europeo imporrebbero un'azione navale militare nel Mediterraneo. Purtroppo, si è voluto far prevalere ancora una volta la posizione della Lega, interessata alla propria propaganda politica più che all'interesse nazionale. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut: UV-MAIE-VN-MRE, IdV e PD e dei senatori Pistorio e Contini. Congratulazioni).
BELISARIO (IdV). Sconcerta l'assoluta mancanza di sensibilità del Presidente del Consiglio, che ha ritenuto ancora una volta di non presentarsi in Parlamento per spiegare la rotta intrapresa dal Governo nella gestione della crisi libica. Per recuperare credibilità internazionale, alla cui perdita ha fortemente contribuito la sottoscrizione del Trattato di amicizia tra Italia e Libia, che doveva essere sospeso seguendo i precisi passaggi procedurali previsti dal diritto internazionale. E' inoltre necessario che il Governo abbandonasse le reticenze che hanno caratterizzato finora il suo atteggiamento. La proposta di risoluzione della maggioranza affronta la questione migratoria solo in termini di pattugliamento, di prevenzione e di assistenza umanitaria, dimenticando che in questo caso si è di fronte a persone che fuggono dalla fame e perfino dalla guerra. Per questo il Gruppo Italia dei Valori mantiene ogni punto della propria proposta di risoluzione, anche laddove si affrontano i temi del diritto d'asilo e del miglior funzionamento dell'agenzia Frontex, atteso che l'IdV desidera il pieno coinvolgimento dell'Unione europea per dare accoglienza ai migranti, offrire loro soccorso in mare ed effettuarne lo smistamento negli altri Paesi membri. Annuncia infine il voto favorevole anche sulla proposta di risoluzione n. 2. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). La risoluzione della maggioranza non può essere accettata perché non contiene alcuna condanna della leadership di Gheddafi, né un riferimento alla risoluzione n. 1970 che affida alla corte penale internazionale l'inchiesta sull'operato del dittatore libico: questo probabilmente perché nella maggioranza vi è ancora chi pensa o spera che Gheddafi rimanga in carica e si possa continuare a fare affari con lui. Il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto rispondere in Aula degli impegni assunti dall'Italia con la Libia nel Trattato di amicizia e collaborazione, dei suoi rapporti personali con Gheddafi e delle conseguenze che tutto ciò ha nella definizione del ruolo dell'Italia nella crisi libica. Per quanto riguarda invece i fenomeni migratori, essi non possono essere interpretati come conseguenza dell'intervento umanitario in Libia, ma della rivoluzione in corso nei Paesi del Nord Africa e quindi non sono credibili soluzioni incentrate sulla leadership libica: più in generale, anche in questo campo, l'Italia sconta la miopia di una politica estera che non ha saputo valutare per tempo i mutamenti in atto e che ha semplicemente preferito appoggiarsi su regimi autoritari in carica da un cinquantennio. Lampedusa, poi, viene tenuta nelle attuali insostenibili condizioni e non si è finora proceduto al trasferimento altrove dei migranti per volontà della Lega Nord. Nonostante il tentativo di raggiungere un accordo su questi temi, il rifiuto della proposta avanzata dalla senatrice Finocchiaro per un pronunciamento unitario del Senato, induce il Gruppo ad astenersi dal votare la mozione della maggioranza e a votare a favore delle altre. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, Misto-ApI, PD e IdV. Congratulazioni).
PISTORIO (Misto-MPA-AS). L'intera vicenda, dalle posizioni espresse dagli esponenti della maggioranza sulla crisi libica e sull'azione decisa dall'ONU fino al rifiuto nel dibattito in corso di accettare un documento unitario, ha evidenziato la confusione e l'imbarazzo che regnano nel Governo e nella coalizione che lo appoggia, condizionati dal volere della Lega Nord. Il Presidente del Consiglio ha evitato di presentarsi in Senato per farsi responsabilmente carico di una vicenda che lo riguarda personalmente, visto che se non ci fosse stata la sua particolare esposizione nei confronti di Gheddafi, oggi l'Italia avrebbe meno difficoltà a rivendicare il ruolo che le spetta nella crisi libica e nella difesa oltre che di principi umanitari anche dei suoi interessi nazionali geopolitici, economici, ma anche in materia di gestione dei flussi migratori. Quest'ultimo problema non può essere scaricato su Lampedusa, così come il carico degli impegni militari non può gravare quasi esclusivamente sull'aeroporto e quindi sull'economia di Trapani.
BRICOLO (LNP). Le perplessità della Lega sulla missione in Libia non nascono dalla volontà di contrastare il Governo, ma dal desiderio di approfondire la questione in Parlamento per votare un documento in grado di tutelare gli interessi primari dell'Italia. In un momento in cui la crisi economica penalizza il mondo produttivo, in politica estera occorre essere pragmatici e decidere secondo l'interesse nazionale, come del resto hanno fatto gli altri Paesi, in primis la Germania. Le proposte inserite nella risoluzione della maggioranza, mirano a tutelare i contratti energetici sulle materie prime, in vigore prima della guerra civile libica, a rispettare pienamente i contenuti della risoluzione ONU, onde evitare fughe in avanti di singoli Paesi della coalizione, e a coinvolgere tutti i partner europei nella gestione dei fenomeni migratori in atto, prevedendo anche un blocco navale congiunto per contrastare il flusso di immigrati. Poiché risulta che quasi tutti coloro che sono finora giunti in Italia non abbiano i requisiti per esercitare il diritto d'asilo, come clandestini dovranno essere espulsi. Grazie alla decisa azione del ministro Maroni, l'Italia sta affrontando efficacemente l'emergenza emigrazione da sola: l'Europa interviene rapidamente quando si tratta di difendere gli interessi delle grandi banche e della finanza, ma è titubante quando i singoli Stati chiedono aiuto per questioni rilevanti. La Lega Nord voterà a favore della proposta di risoluzione n. 1. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).
FINOCCHIARO (PD). La decisione del Presidente di mettere in votazione le proposte di risoluzione per ordine di presentazione antepone una consuetudine al diritto dell'opposizione di disporre del proprio documento di indirizzo per evitare di vanificarne l'effetto politico. L'intervento in Libia è necessario e legale: necessario, per far cessare le violenze contro gli oppositori politici e per ottenere un cessate il fuoco senza il quale non può avviarsi la transizione democratica; legale, perché è assistito da due risoluzioni dell'ONU. La posizione del PD è sempre stata chiara e lineare: condanna delle violenze contro il popolo libico, sostegno ad una transizione democratica, coinvolgimento dell'Unione europea e dell'ONU per fronteggiare l'emergenza umanitaria, richiesta di una costante informazione del Parlamento. A differenza della Lega, l'opposizione, nella seduta delle Commissioni riunite, ha partecipato alla votazione di un documento volto a dare forza all'azione del Governo. Dopo aver chiesto l'intervento in Aula del Presidente del Consiglio, il PD ha presentato una proposta di risoluzione volta a difendere la credibilità e il ruolo dell'Italia e non voterà a favore della proposta della maggioranza perché indebolisce la posizione del paese. La risoluzione n. 1, infatti, motiva in modo ambiguo l'intervento in Libia, chiamando in causa le appartenenze internazionali piuttosto che il genocidio in atto, e mistifica l'accordo raggiunto al Consiglio europeo, spacciando l'utilizzo di mezzi navali atti a fronteggiare l'emergenza umanitaria per un blocco navale volto a prevenire l'immigrazione clandestina. Rifiutando la convergenza proposta dall'opposizione la maggioranza si è ricompattata, ma ha indebolito l'Italia. Il PD, in ogni caso, non può consentire che diritti di profughi e di richiedenti asilo siano trattati con il metro della repressione adoperata nei confronti dell'immigrazione clandestina. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e dei senatori Serra e D'Alia. Congratulazioni).
GASPARRI (PdL). A differenza di quanto fece il Governo di centrosinistra presieduto da D'Alema, il Governo di centrodestra ha informato il Parlamento sulla crisi libica prima del vertice di Parigi. Nelle Commissioni riunite la maggioranza ha approvato senza difficoltà il testo che oggi il PD ripropone in modo strumentale per tentare di dimostrare che la maggioranza è divisa in politica estera. Ciò accadeva piuttosto nella scorsa legislatura, quando il centrodestra all'opposizione, nell'interesse nazionale, non fece mancare il proprio sostegno al rifinanziamento delle missioni internazionali. Il PD ha perso dunque la sua sfida: la maggioranza è unita e, per ragioni di chiarezza, vuole votare il testo della sua risoluzione. L'attribuzione del comando alla NATO è un risultato che va rivendicato all'azione italiana; così come va rivendicato al Governo italiano il merito di avere chiuso la vertenza coloniale con la Libia e di avere stipulato accordi che hanno consentito l'approvvigionamento di fonti energetiche e l'azzeramento degli sbarchi di clandestini. E' auspicabile che il Nord Africa abbia un futuro di libertà ma non si può escludere, in base a considerazioni realistiche, la possibilità che prendano il sopravvento fazioni fondamentaliste; né si può ignorare che gli scontri in atto in Bahrein, nello Yemen o in Ruanda non incontrano analoga attenzione da parte della comunità internazionale. (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PdL, LNP e CN. Molte congratulazioni).
LEGNINI (PD). Per non avallare un pasticcio, il PD non parteciperà alla votazione della proposta di risoluzione n. 1 (testo 2).
Con votazione elettronica senza registrazione dei nomi, disposta dal Presidente, il Senato approva la proposta di risoluzione n. 1 (testo 2).
GASPARRI (PdL). Il PdL non parteciperà alla votazione della proposta di risoluzione n. 2. (Applausi dal Gruppo PdL).
Con votazione elettronica senza registrazione dei nomi, disposta dal Presidente, il Senato approva la proposta di risoluzione n. 2.
FRATTINI, ministro degli affari esteri. Non essendo state accolte le modifiche proposte, il parere sulla proposta di risoluzione n. 3 è contrario.
Il Senato respinge la proposta di risoluzione n. 3.
FRATTINI, ministro degli affari esteri. Non essendo state accolte tutte le proposte di modifica avanzate dal Governo, esprime parere contrario sulla proposta di risoluzione n. 4 (testo 2).
RUTELLI (Misto-ApI). Chiede la votazione per parti separate.
LA RUSSA, ministro della difesa. Il giudizio complessivo del Governo è negativo.
GASPARRI (PdL). E' contrario alla proposta di risoluzione e alla votazione per parti separate.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Prende atto che il Governo ha mutato opinione sulla proposta n. 4 (testo 2). (Applausi del senatore Rusconi).
Il Senato respinge la richiesta di votazione per parti separate e la proposta di risoluzione n. 4 (testo 2).
FRATTINI, ministro degli affari esteri. E' contrario alla proposta di risoluzione n. 5 (testo 2) essendo stata accolta solo una delle proposte di modifica avanzate dal Governo.
BONINO (PD). Ritiene che la politica mediterranea del Governo italiano non sia stata positiva. Si sorprende della contrarietà del Ministro a una proposta che chiede di recepire le norme sulla Corte penale internazionale e chiede la votazione per parti separate.
GASPARRI (PdL). Annuncia un voto contrario sulla proposta di risoluzione n. 5 (testo 2).
Il Senato respinge la richiesta di votazione per parti separate e la proposta di risoluzione n. 5 (testo 2).
PRESIDENTE.Dà annunzio degli atti di indirizzo e di sindacato ispettivo pervenuti alla Presidenza (v. Allegato B) e comunica l'ordine del giorno delle seduta del 24 marzo.
La seduta termina alle ore 22,25.
RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza della vice presidente BONINO
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 17,08).
Si dia lettura del processo verbale.
THALER AUSSERHOFER, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 17,10)
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 17,13).
Comunicazioni del Governo sulla crisi libica e conseguente discussione (ore 17,14)
Approvazione delle proposte di risoluzione nn. 1 (testo 2) e 2. Reiezione delle proposte di risoluzione nn. 3, 4 (testo 2) e 5 (testo 2)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Comunicazioni del Governo sulla crisi libica».
Ha la parola il ministro degli affari esteri, onorevole Frattini.
FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli senatori, l'Italia e la Libia sono accomunate da vicinanza geografica, da legami storici e culturali, da forte complementarità tra le rispettive economie e sentimenti soprattutto di profonda amicizia tra i due popoli. Questi legami affondano le loro radici nella particolare qualità del dialogo instauratosi nel tempo tra le società e tra i popoli dei nostri due Paesi e sono stati alimentati dal gesto di riconciliazione che l'Italia ha voluto compiere, cancellando le recriminazioni lasciate dal passato coloniale.
Questi sentimenti di amicizia con il popolo libico ci avevano spinti a favorire con tutte le nostre forze una soluzione pacifica alla crisi. I nostri atti, sin dal primo momento, prima ancora della risoluzione n. 1973, sono stati tesi all'unico obiettivo di impedire che quella che è stata chiamata la «primavera del Mediterraneo» fosse soffocata nel sangue. Per un momento abbiamo anche sperato che il colonnello Gheddafi potesse scegliere la via dell'esilio, ipotesi evocata da più parti per evitare il massacro dei civili. Abbiamo perciò condiviso prima le sanzioni della risoluzione n. 1970 e poi le più drastiche misure previste dal capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite.
Non si tratta affatto, onorevoli senatori, di fare la guerra, ma di impedire la guerra e le sue nefaste conseguenze. Si tratta di portare aiuto a chi è in balia di un'offensiva bellica indiscriminata. E, per portare questo aiuto, è necessaria la forza, il diritto e il dovere di proteggere che le Nazioni Unite hanno solennemente sancito.
La risoluzione n. 1973 rappresenta perciò lo sbocco di una graduale azione diplomatica della comunità internazionale. Con la sua adozione e con il suo mancato rispetto da parte del regime libico la pagina è stata voltata. Il regime si è posto definitivamente fuori dalla cornice di legalità internazionale. La risoluzione ha confermato l'obiettivo primario della protezione della popolazione civile adottando più stringenti misure, come l'istituzione di una zona di divieto di sorvolo. La decisione, come voi sapete, è anche espressione di richieste precise della Lega araba e risponde in termini politici all'appello del Consiglio nazionale libico di transizione di Bengasi.
Il Governo ha costantemente tenuto informato il Parlamento sugli sviluppi della crisi. Abbiamo condiviso con il Parlamento l'intenzione di partecipare all'intervento in attuazione della risoluzione dell'ONU n. 1973. Abbiamo ottenuto il via libera delle Commissioni affari esteri e difesa di entrambe le Camere. Ecco perché, su tali basi, abbiamo assicurato la nostra partecipazione a pieno titolo alle operazioni che sono state avviate. In tale quadro di condivisione delle responsabilità, l'Italia sta dando e darà il proprio contributo all'applicazione della risoluzione n. 1973, nel puntuale rispetto dei limiti da essa definiti. Abbiamo garantito l'utilizzo delle basi militari sul territorio italiano e l'impiego di uomini e mezzi (aerei e navali) delle nostre Forze armate; la nostra azione è condotta in stretto coordinamento con i partner internazionali e in contatto con i diversi attori regionali.
Onorevoli senatori, l'azione militare serve ad evitare danni gravissimi. Per questo ci siamo e ci saremo con piena dignità e faremo valere i principi assoluti di solidarietà e di civiltà, quando li sentissimo messi tra parentesi o addirittura calpestati. Ma restiamo anche convinti del fatto che la soluzione della crisi passi attraverso l'avvio del dialogo nazionale, di un autentico processo costituente che coinvolga le componenti politiche, sociali e tribali della Libia. Un dialogo, questo, ed una soluzione politica con una sola precondizione, che l'intera comunità internazionale, e con essa l'Italia, ha posto: l'abbandono del potere da parte del colonnello Gheddafi.
A pochi giorni di distanza dall'avvio delle operazioni, il Governo torna quindi in Parlamento per informarlo degli ultimi sviluppi. Vogliamo condividere l'impegno volto ad assicurare la piena conformità alle azioni e agli obiettivi della risoluzione n. 1973, nonché per ribadire la volontà di ripristinare con la Libia del dopo Gheddafi quel rapporto preferenziale che è a nostro avviso idoneo a tutelare i nostri interessi nazionali, compresi quelli economici. È un impegno - spero, onorevoli senatori - che potrà mostrare unite le istituzioni e la politica dell'Italia, in nome dell'interesse superiore generale del Paese.
Approvata quindi la risoluzione, era necessario partire con un'azione urgente che scongiurasse in via temporanea - ovviamente un'azione temporanea, ancorché urgente - un massacro di civili.
Superata questa primissima fase, dobbiamo ora tornare alla fisiologia, dobbiamo tornare alle regole: un'unica catena di controllo e comando assicurata dalla NATO. Nel contempo, siamo convinti della necessità di coinvolgere attivamente l'Unione europea, specialmente per gli aspetti umanitari della crisi. Una forte consultazione politica, uno stretto coordinamento operativo faranno la differenza nella realizzazione delle operazioni prescritte dalla risoluzione, garantendo efficienza, coerenza, condivisione delle scelte politico-strategiche.
Le conseguenze delle operazioni, onorevoli senatori, ricadono su tutti i partner e dobbiamo dunque evitare il rischio di essere corresponsabili di azioni non volute. Ecco perché dobbiamo trovare formule adeguate per coinvolgere politicamente un numero più ampio di Paesi, a cominciare dai partner del mondo arabo. Un comando e controllo garantito da un'organizzazione dalla consolidata esperienza, qual è la NATO, assicura coesione ed efficacia della coalizione.
Questa nostra posizione, autorevolmente sostenuta anche dal presidente Napolitano, è stata condivisa da gran parte degli alleati. Su di essa, come sapete, gravava una riserva francese. Nella notte, a seguito di una conversazione telefonica tra il presidente Obama e il presidente Sarkozy, quest'ultimo ha accettato il passaggio ad una fase che riconosca il ruolo chiave della NATO per l'attuazione della risoluzione n. 1973. A questa soluzione abbiamo contribuito con un atteggiamento fermo. Io stesso avevo potuto esprimere, lunedì scorso a Bruxelles, la posizione secondo cui, qualora non fosse stato raggiunto un accordo tra i Paesi alleati sul coordinamento NATO, l'Italia avrebbe dovuto anche considerare l'ipotesi di riassumere una responsabilità nazionale per le proprie attività. Ed ecco allora che una netta preferenza per il quadro NATO si è delineata. Essa era stata espressa anche dai Paesi arabi pronti a partecipare alle operazioni, come ad esempio gli Emirati arabi uniti ed il Qatar. Ho avuto occasione proprio ieri di ascoltare in una conversazione l'opinione del Ministro degli esteri emiratino, il quale mi ha detto che l'assenza di un coordinamento NATO è stata uno dei fattori che hanno rallentato il processo di adesione degli Emirati alle operazioni. Egli ha anche smentito l'asserita contrarietà dei Paesi del Golfo all'attribuzione alla NATO del ruolo chiave che noi auspicavamo. La stessa Turchia, come sapete, ha poi accettato con equilibrio questa soluzione in quanto membro della NATO, e Kuwait e Giordania, come voi certamente saprete, hanno deciso di fornire appoggio logistico all'operazione.
Sempre in ambito NATO, l'Italia ha chiesto e ottenuto che l'embargo sulle armi sia attuato anche tramite un'operazione navale di pattugliamento delle acque internazionali, e l'Italia svolgerà un ruolo cruciale con il comando dell'operazione da Napoli con un ammiraglio italiano.
Quanto al ruolo attribuito all'Unione europea, il Consiglio dei ministri degli esteri, lunedì scorso, ha confermato l'obiettivo primario della protezione delle popolazioni civili e del sostegno alle loro aspirazioni democratiche. Abbiamo espresso la nostra determinazione ad agire d'intesa con i partner internazionali e in particolare con i membri della Lega araba. L'Unione europea continuerà a fornire assistenza umanitaria ai civili vittime delle violenze. L'Unione europea può fornire sostegno materiale, incluso l'utilizzo di assetti della protezione civile europea, per le iniziative internazionali di soccorso e di evacuazione coordinate sotto l'egida delle agenzie dell'ONU e nel rispetto delle linee guida delle Nazioni Unite sull'uso dei mezzi di difesa civile e militare.
Abbiamo inoltre invitato l'Alto rappresentante - ed è questa anzitutto una richiesta italiana - a sviluppare la pianificazione di un'operazione di assistenza umanitaria e di protezione civile anche attraverso l'impiego di mezzi navali: un'azione europea da condurre in stretto coordinamento con l'ONU, con la NATO, con le altre organizzazioni regionali ed i Paesi vicini coinvolti. Un'operazione, com'è ovvio, anche di forte deterrenza, questa europea, nei confronti delle organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani.
La pianificazione dell'azione sarà condotta in tempi rapidi; la valuteranno gli Stati membri dell'Unione europea entro la fine di questa settimana. E l'Italia ha messo a disposizione il quartier generale operativo per l'attuazione di questa missione europeo-mediterranea. Un'offerta apprezzata dall'Unione europea che, su nostra richiesta, ha inserito proprio lunedì, nel punto 7 della risoluzione, il principio di solidarietà e l'impegno verso i Paesi, come l'Italia, più esposti all'impatto dell'immigrazione illegale.
Nel quadro delle misure adottate dall'ONU, siamo stati e rimaniamo impegnati a dare attuazione alle sanzioni finanziarie, comprese quelle decise dall'Unione europea. Le sanzioni mirano ad impedire che risorse finanziarie siano messe a disposizione del regime di Gheddafi. A tale riguardo, l'Italia ha congelato beni riconducibili al regime per un valore compreso tra i 6 ed i 7 miliardi di euro, il Regno Unito per 2 miliardi, fino al limite massimo raggiunto negli Stati Uniti di beni congelati per 30 miliardi.
Abbiamo anche sottolineato l'esigenza che i bisogni primari del popolo libico siano tenuti in considerazione con specifiche clausole di salvaguardia umanitaria.
Il Consiglio europeo di domani, 24 marzo, adotterà poi le sanzioni sui prodotti petroliferi, in particolare nei riguardi della compagnia petrolifera libica (la sua compagnia di Stato) e delle sue sussidiarie. Anche tali sanzioni sono previste dalla risoluzione n. 1973. Prima che esse fossero adottate dal Consiglio di sicurezza - lo ricorderete - il colonnello Gheddafi aveva minacciato di sostituire gli acquirenti europei con quelli di altri Paesi. Ora non può più farlo poiché, precludendo ad ogni potenziale acquirente, al mondo, di comprare petrolio libico, siamo ormai tutti tutelati nella medesima maniera. Non c'è più il rischio che le compagnie europee siano scavalcate da parte di società concorrenti, perché tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite sono tenuti a rispettare l'embargo, e ciò anche in ossequio al principio di non alterare, con misure, ovviamente, illegali, la concorrenza internazionale.
Non è allora fondata la tesi secondo cui i contratti delle nostre imprese sarebbero stati meglio tutelati in caso di nostro mancato intervento. Le sanzioni internazionali contro il regime li avrebbero comunque svuotati di ogni efficacia, ed analogo ragionamento sarebbe valso nel poco realistico caso in cui Gheddafi dovesse, alla fine, prevalere. In ogni caso le sanzioni continuerebbero a dispiegare i loro effetti e renderebbero inefficaci e inapplicabili i contratti firmati.
Ciò non toglie, ovviamente, che occorre continuare ad operare per tutelare, per il futuro della Libia, le posizioni contrattualmente acquisite dalle imprese italiane sul mercato libico. Faremo valere la piena efficacia dei contratti quando la loro vigenza non sarà più bloccata dal regime sanzionatorio. Lo stesso Consiglio transitorio di Bengasi ha assicurato di voler adempiere a quei contratti, dicendosi convinto del fatto che il rispetto delle libertà economiche dello Stato di diritto costituisce un aspetto cruciale delle rivendicazioni libiche, di quella che oggi è l'opposizione libica e di quella che noi speriamo sarà domani la nuova Libia.
Nel frattempo, le imprese europee, impossibilitate ad onorare i contratti in ragione delle sanzioni ONU, trovano oggi, proprio in un regolamento dell'Unione europea che abbiamo recentemente adottato, una misura importante di tutela. È il regolamento n. 204 del marzo 2011, il quale preclude eventuali azioni legali per inadempimento contrattuale. Il regolamento europeo prevede modalità per assicurare i pagamenti dovuti alle imprese europee in base a contratti precedenti ed eseguiti prima dell'entrata in vigore delle sanzioni.
Vi è una questione delicata che il Parlamento ha posto, quella del Trattato bilaterale. Il Trattato bilaterale è stato evocato per chiedere al Governo una valutazione sulla condizione giuridica in cui esso si trova. Da un punto di vista giuridico, onorevoli senatori, l'Italia opera nel rispetto degli obblighi di diritto internazionale. Fino all'adozione delle risoluzioni dell'ONU, l'Accordo di amicizia poteva considerarsi di fatto sospeso alla luce dei principi generali in materia di estinzione e sospensione dei trattati internazionali. Questa era stata la posizione del Governo fino all'adozione delle risoluzioni dell'ONU. Ma il quadro legale è oggi cambiato. Ora l'Italia è chiamata a rispettare la risoluzione n. 1973, e l'articolo 103 della Carta dell'ONU afferma la prevalenza assoluta ed automatica degli obblighi della Carta su quelli assunti dagli Stati membri con qualsiasi altro accordo, internazionale o bilaterale. Siamo quindi tenuti ad adempiere decisioni vincolanti del Consiglio di sicurezza. Ne discende, onorevoli senatori, la sospensione, di diritto e non più di fatto, automatica degli obblighi del Trattato bilaterale, la cui applicazione sarebbe in contrasto con la risoluzione n. 1973. Tale interpretazione, del resto, è desumibile dallo stesso Accordo italo-libico che riconosce la centralità delle Nazioni Unite e impegna le parti al rispetto della legalità internazionale.
Dobbiamo considerare, inoltre, che i soggetti di diritto internazionale non sono i Governi ma sono gli Stati, considerazione che ci spinge a guardare al futuro delle nostre relazioni bilaterali e all'interesse a mantenere in vita il Trattato, ancorché sospeso di diritto in via automatica, per conservare in prospettiva un rapporto preferenziale con la Libia del dopo Gheddafi.
Nell'ambito dell'intervento internazionale va privilegiata l'assistenza umanitaria. L'Italia è pronta all'azione intrapresa verso la Libia, verso la Tunisia, verso l'Egitto, con un forte coinvolgimento delle organizzazioni internazionali.
Signor Presidente, l'Italia è stato il primo Paese che ha portato aiuti umanitari a Bengasi. (Applausi). Con due navi italiane sono arrivate 90 tonnellate di materiale: cibo, kit medicinali e beni di prima necessità per gli ospedali. È una testimonianza concreta, al di là dei facili proclami spesso non seguiti dai fatti, di una vicinanza reale ai bisogni e alle richieste del popolo libico. Vogliamo continuare ad essere protagonisti nell'aiuto umanitario a quel popolo che soffre.
Ma vi è anche un altro aspetto estremamente delicato: quello dell'immigrazione. Molti avevano tacciato come allarmistica la previsione di massicci afflussi di migranti. Ebbene, dalla Tunisia abbiamo visto un forte afflusso di migranti, che ci ha indotto a chiedere con forza che la solidarietà europea per fronteggiare l'emergenza migratoria sia riaffermata in modo chiaro. Da gennaio, 15.000 ed oltre immigrati clandestini sono arrivati in Italia. Non parlo delle condizioni di disagio di Lampedusa, ma della condizione di tutti i centri che si trovano in regioni italiane.
La concreta possibilità che nuovi, ed anche superiori, flussi provengano presto dalla Libia impone in ogni caso una strategia in chiave europea. Abbiamo avanzato alcune richieste: maggiore cooperazione dell'Unione con i Paesi della sponda Sud, anche per garantire la sicurezza delle frontiere; gestione europea dei flussi sulla base di una condivisione effettiva degli oneri tra tutti gli Stati membri; definizione, infine, di un sistema unico di asilo europeo e maggiore collaborazione nella identificazione dei cittadini non comunitari. Questi principi sono stati raccolti nelle conclusioni del Consiglio europeo dell'11 marzo scorso (un Consiglio europeo straordinario chiesto anzitutto dall'Italia) e confermati dai Ministri degli affari esteri il 21 marzo scorso.
In conclusione, onorevoli senatori, credo si debba dire come l'Italia ed il Governo italiano vedono la prospettiva politica per il futuro della nuova Libia. La dimensione politica e quella del partenariato rappresentano la prospettiva su cui dobbiamo impegnarci maggiormente. Uno dei punti più importanti della risoluzione è l'invito a promuovere un dialogo nazionale di riconciliazione. Spetta all'Unione europea, all'ONU, alla Lega araba e all'Unione africana facilitare quel dialogo, favorendo il coinvolgimento dei gruppi tribali di cui la Libia è composta. Si tratta di far funzionare ed attuare da subito il cessate il fuoco e la no-fly zone; ciò vuol dire fermare le violenze e creare le condizioni affinché il dialogo di riconciliazione nazionale possa davvero svilupparsi. Credo che sia l'ONU a dover verificare sul terreno il cessate il fuoco, e su questa base una fase politica si potrebbe aprire.
L'Italia ha aperto da subito un canale diretto con Bengasi: abbiamo contatti costanti. Io personalmente ne ho avuti con il Presidente del Governo provvisorio libico, l'ex ministro della giustizia Jalil. Abbiamo riaperto a Bengasi il consolato italiano; siamo regolarmente informati dei rapporti con le autorità locali; esponenti del Consiglio di Bengasi sono venuti a Roma a rappresentare richieste e prospettive: l'obiettivo della riconciliazione e anche quello dell'integrità territoriale del Paese. Non vogliamo una Libia divisa in due; essa non sarebbe nell'interesse del popolo libico, e lo stesso comitato di Bengasi ha sempre mostrato forte contrarietà a questa prospettiva.
Lavoreremo senza paternalismi per favorire una transizione democratica di un Paese che è al centro del Mediterraneo e di vitali interessi nazionali dell'Italia. Concorreremo portando un contributo originale dell'Italia all'incontro che l'Unione africana ha promosso venerdì prossimo ad Addis Abeba con l'Unione europea, l'ONU e la Lega araba per riflettere sulle prospettive politiche del futuro della Libia. Vogliamo lavorare su una vera integrazione euromediterranea di tutti i Paesi della sponda Sud: una stagione politica che, nell'avvicinarsi della vera democrazia e di una stagione di diritti, preservi i popoli dalle pericolose tentazioni di influenze radicali o fondamentaliste.
In conclusione, signor Presidente, siamo impegnati con piena responsabilità, leali alla coalizione e al rispetto della legalità internazionale. Oggi non portiamo la guerra in Libia; siamo e saremo ancora di più attenti alla popolazione civile, all'uso della forza strettamente conforme alle regole dell'ONU e alla ricerca di una riconciliazione nazionale che, dopo il regime, offra al popolo libico prospettive di prosperità e di autentica libertà. (Applausi dai Gruppi PdL, CN, PD, dei senatori Fosson e Castiglione e dai banchi del Governo).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Rivolgo un saluto ai giovani studenti dell'Istituto di istruzione superiore «Sandro Pertini» di Camposampiero, in provincia di Padova, ai quali do il benvenuto. (Applausi).
Ripresa della discussione sulle comunicazioni del Governo (ore 17,39)
PRESIDENTE. Ha la parola il ministro della difesa, onorevole La Russa.
LA RUSSA, ministro della difesa. Signor Presidente, credo che la comunicazione del ministro Frattini sia largamente esaustiva anche di molti argomenti che avrei potuto trattare, che condivido pienamente e che spero mi esimano dal fare troppe ripetizioni. Pertanto, al quadro delineato dal ministro Frattini cercherò di fornire opportune integrazioni in larga parte di più specifica pertinenza del Ministero della difesa.
Un dato che non è stato forse sottolineato con sufficiente rilievo è quello della straordinaria accelerazione dei tempi operativi che è avvenuta in questa vicenda come mai era successo nelle pur molteplici crisi internazionali degli ultimi anni. Dal momento in cui si è posta l'eventualità di un intervento internazionale al momento in cui è poi arrivata una risoluzione, fino al momento in cui la risoluzione è diventata poi operativa, è passato un tempo così breve come mai era capitato in precedenti occasioni. Non ci interessa tanto individuare esattamente i fattori che hanno determinato questa accelerazione, quanto capire cosa questo ha comportato.
Va comunque detto quali sono state le ragioni di questa accelerazione: essa da un lato ha risposto all'esigenza di fermare i combattimenti in atto in quella che era divenuta una vera e propria guerra tra le fazioni contendenti di una Libia spaccata in due, con gravissime ripercussioni sulla popolazione civile; d'altro lato ad influenzare l'accelerazione è stata la predisposizione delle misure organizzative necessarie a garantire la migliore esecuzione dell'intervento internazionale. Fra questi due opposti fattori, non vi è alcun dubbio che fosse prioritario il primo, la necessità di intervenire prontamente, in termini di tempo e di importanza; d'altra parte, la stessa risoluzione n. 1973 richiamava innanzitutto alla protezione della gente libica. Ci si è chiesto se questa risoluzione, che è quella che ha dato poi legittimazione all'intervento, sia stata utile, se sia servita. Noi pensiamo di sì: quella che poteva diventare la strage di un popolo si è arrestata, e i combattimenti si sono successivamente caratterizzati come scontri tra le forze in armi dei due schieramenti, forze governative e forze di opposizione. Se volessimo fare un macabro, lugubre calcolo delle vittime, sicuramente diremmo che dal 18 marzo in poi le vittime, se ci sono state - e ahimè ci sono state - sicuramente sono state in numero inferiore rispetto a quanto era successo prima, e soprattutto rispetto a quanto sarebbe successo se fosse mancato l'intervento della comunità internazionale.
Come è arrivata l'Italia all'intervento? Qualcuno ha detto che vi è arrivata troppo presto, qualcuno ha lamentato che l'intervento della comunità internazionale e dell'Italia stessa sia arrivato troppo tardi. In realtà, noi riteniamo che mai come in questa occasione il Governo, confortato però, devo dirlo, dalla opinione della stragrande maggioranza della Camera e del Senato, ha scelto i tempi assolutamente adeguati alla necessità ed è intervenuto immediatamente sul piano umanitario, come ha ricordato il ministro Frattini. Aggiungo che il nostro è stato il Paese più impegnato nell'evacuazione di cittadini stranieri e di cittadini italiani: non ho bisogno di dirvi il numero, ma si pensi che il numero di cittadini stranieri che abbiamo evacuato è superiore di quattro volte al numero dei cittadini italiani che abbiamo evacuato. Il nostro Paese è stato il primo, come ha ricordato il Ministro, a mandare aiuti a Bengasi, ma anche a mandare aiuti alla frontiera con la Tunisia, fornendo assistenza sanitaria, trasportando e riportando a casa egiziani e addirittura gente di altri quattro Paesi; inoltre è stato il più pronto ad offrire le proprie basi. Io stesso parlavo quotidianamente con i Ministri dei Paesi europei ed extraeuropei alleati che ci chiedevano l'utilizzo delle basi per scopi umanitari, raccomandando, esigendo, pretendendo che ad utilizzarli fossero assetti destinati solo a scopi umanitari; perché, come ci impone la nostra Costituzione, non potevamo immaginare nessun altro tipo d'intervento senza un previo via libera, per così dire, degli organismi internazionali.
Quando l'organismo internazionale, superando difficoltà insite nelle sue modalità di decisione, che prevedono come sapete la possibilità del diritto di veto, ha ottenuto l'assenso della larga maggioranza dell'organo preposto alla decisione e l'astensione anche di Russia e Cina, che potevano in ipotesi porre il veto, solo in quel momento e senza indugio l'Italia si è trovata davanti alla scelta di partecipare o meno allo sforzo della comunità internazionale teso a salvaguardare, come imponeva la risoluzione, l'integrità fisica del popolo libico.
L'Italia non aveva certo sperato in una situazione del genere e non aveva alcun vantaggio, né potrà avere - immagino - particolari vantaggi dalla situazione che si è venuta improvvisamente ed imprevedibilmente a creare (si è infiammato tutto il Nord Africa, dall'Egitto alla Tunisia, contagiando anche una diversa situazione come quella libica) l'Italia si è trovata a dover decidere cosa fare, e senza indugio. Il Governo ha convocato una riunione la mattina del 18 marzo e ha deciso che l'unica soluzione da adottare, che poi è stata approvata praticamente all'unanimità, fatta eccezione - devo ricordarlo per onestà - per l'astensione del ministro Calderoli, che voleva capire bene quale fosse la portata dell'intervento, fosse quella di dare mandato ai Ministri degli esteri e della difesa di recarsi dinanzi alle Commissioni riunite esteri e difesa di Camera e Senato (non in Aula, perché non era facilmente convocabile in quel momento, altrimenti saremmo venuti in Aula) per prospettare l'opportunità di un'adesione alla coalizione che si era intanto formata in esecuzione del deliberato delle Nazioni Unite al fine di proteggere la popolazione libica.
Non vi era dubbio - come ci ha indicato il Parlamento attraverso il voto unanime dei presenti, con la non partecipazione al voto della Lega Nord e dell'IdV - che non potesse esservi scelta. Non c'è stato né entusiasmo, né ripensamento: era una scelta logica quella di offrire le nostre basi, indispensabili all'applicazione di ciò che la comunità internazionale ci chiedeva; e a quel punto la scelta è stata anche quella di non essere solo i soggetti che fornivano le basi, ma di dare un contributo concreto e attivo alla coalizione, sia pure moderato, limitato e modesto in confronto all'impegno di altri assetti di altri Paesi. Quindi, abbiamo fornito le basi e aderito alla coalizione, esattamente come ci ha indicato, nel pomeriggio del 18 marzo scorso, il Parlamento con il voto unanime dei membri presenti delle Commissioni esteri e difesa di Camera e Senato, salva le eccezioni di cui vi ho detto.
L'indomani mattina, a Parigi, il nostro Presidente del Consiglio ha partecipato ad una riunione, nel corso della quale è stata presa la decisione di formare la coalizione; è stato votato un documento, con il quale si decideva di agire attivamente per rendere concrete le prescrizioni della risoluzione 1973. Subito dopo il Ministero della difesa ha provveduto a notificare al Segretario generale dell'ONU, nonché alla Lega Araba, la nostra adesione alla coalizione, della quale fanno parte numerosi Paesi. Se volete, ve li ricordo: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna, Canada, Danimarca, Belgio, Grecia (tutti Paesi appartenenti alla Nato), ai quali si aggiunge il Qatar.
Successivamente alla notifica, abbiamo deciso - ecco gli elementi di specifica pertinenza della Difesa - quali assetti trasferire all'autorità della coalizione, che aveva come comandante, su una nave nel porto di Napoli, l'ammiraglio Locklear, il quale ha un «doppio cappello»: nell'ipotesi in cui dovesse avvenire il passaggio del comando delle operazioni alla NATO, egli è anche il comandante della base navale NATO, ma in quel momento era il comandante americano capo della coalizione. Abbiamo messo a disposizione quattro aerei Tornado e quattro caccia F-16. Si è molto discusso di quali siano le caratteristiche dei nostri aerei, di cosa facciano se sparano, se non sparano. Pochi hanno notato che, senza contrasto, tra gli assetti messi a disposizione dall'Italia, non figurano i Tornado. Ripeto, senza contrasto: quindi non è che abbiamo negato tali assetti, ma abbiamo determinato in una cordiale intesa che gli assetti italiani fossero questi. Quindi non ci sono i Tornado di altro tipo, che dispongono di un armamento fatto di bombe dirompenti (lo dico in gergo semplice affinché sia compreso da tutti), mentre invece i quattro Tornado che abbiamo messo a disposizione sono di armamento di tipo ECR, cioè sono in grado di oscurare, colpire e rendere inservibili i radar nemici. A cosa serve questo oscuramento? Si dice che questi aerei sono i primi ad arrivare in teatro e gli ultimi ad andare via, perché sono quelli che rendono possibile l'impiego di altri mezzi aerei senza che questi corrano il pericolo di essere abbattuti dalla contraerea; infatti, non appena si accendono i radar atti ad individuare gli aerei della coalizione, i nostri Tornado possono oscurarli, o semplicemente con un intervento di tipo elettromagnetico (cioè che provoca un "rumore magnetico" che impedisce ai quei radar di vedere gli aerei), o con un missile di precisione, che non ha normalmente effetti collaterali ma che insegue e distrugge l'emissione radar anche ove questa venisse accesa e immediatamente spenta, perché la memorizza, la insegue, la colpisce e l'annienta.
Questi sono i mezzi che abbiamo messo a disposizione, oltre ai quattro caccia che - come è noto - hanno un compito di scorta, di accompagnamento e di messa in sicurezza. Abbiamo al di fuori della coalizione i mezzi navali, che sono stati allertati, e rimane naturalmente in atto la copertura dello spazio aereo italiano, come avviene normalmente, e più specificatamente in questa fase, in cui l'allerta è stata portata ad un livello più alto, in modo che quattro caccia italiani possono sempre essere in volo in soli 15 minuti per la protezione, questa volta, del nostro spazio aereo, al di fuori della coalizione.
Questo è l'apporto concreto che abbiamo dato partecipando ad una coalizione che sicuramente vede l'Italia in un ruolo - ve lo posso assicurare personalmente - di grande rilievo anche politico nei confronti degli altri Paesi. Nelle riunioni che abbiamo fatto a Bruxelles, il peso e l'ascolto della nostra conoscenza delle vicende libiche è stato assolutamente notevole. I Paesi alleati sanno benissimo che non è possibile immaginare un futuro della Libia senza un ruolo politico, attivo, sociale, economico e diplomatico dell'Italia. E lo sappiamo anche noi che siamo comunque i primi a pagare le conseguenze di ciò che sta avvenendo. Lo sanno i cittadini di Trapani, che hanno visto chiuso il loro aeroporto - lo dico al senatore D'Alia e agli altri parlamentari che me ne hanno fatto domanda - sia pure solo per pochi giorni e per il tempo necessario a riaprirlo gradualmente, per ovvie necessità di sicurezza. Ne stiamo pagando le conseguenze in termini di possibile pericolo di immigrazioni sempre più vaste, tra le quali bisogna distinguere quelle dei profughi da quelle di semplice - se così possiamo definirla - immigrazione clandestina, quale quella attualmente in atto dalla Tunisia, dove non vi è guerra ma dove è venuto meno il controllo della polizia tunisina, che era presente prima dello scoppio delle vicende di cui tutti oggi siamo in grado di conoscere la portata. Al riguardo, voglio riferire che è arrivata questa mattina al porto di Lampedusa, su richiesta del ministro degli interni onorevole Maroni, la nave italiana che ha già imbarcato 600 immigrati per trasferirli in altro luogo italiano.
Certo, noi siamo consapevoli che il nostro intervento, doveroso per i motivi umanitari che abbiamo detto e per dare esecuzione alle ragioni che hanno portato la comunità internazionale a decidere la risoluzione n. 1973, ci consente anche una maggiore autorevolezza nel chiedere alla comunità internazionale di sobbarcarsi insieme a noi i pesi di una eventuale gestione di una biblica immigrazione di profughi, che avremmo il dovere di assistere (diverso è il problema normativo riguardo l'immigrazione clandestina: parlo di profughi). Né possiamo immaginare che l'assenza di intervento avrebbe migliorato la situazione: anzi l'avrebbe resa probabilmente ancora più drammatica, e avrebbe lasciato l'Italia più sola nella gestione ipotetica della fuga dalla Libia di migliaia e migliaia di profughi.
Per questo motivo penso di poter affermare che ci siamo mossi come Governo, come Parlamento - ho l'orgoglio di dirlo almeno a nome di tutti coloro che erano presenti nella seduta di venerdì delle Commissioni riunite, e ricordo che il Parlamento deciderà oggi come atteggiarsi - fino a questo momento nella maniera più adeguata. Non siamo intervenuti né troppo presto, né troppo tardi. Non siamo intervenuti né con poco, né tantomeno con tanto entusiasmo: non c'è mai entusiasmo nel dover fare ricorso alla forza. Le parole che personalmente mi hanno più toccato sono state quelle pronunciate dal Santo Padre, che, rivolgendosi a tutti quelli che come noi hanno una responsabilità politica o militare, ha raccomandato di tenere presenti i doveri umanitari e morali: non li ho dimenticati, e penso che nessuno di noi possa dimenticarli neanche per un solo istante. Abbiamo però l'orgoglio di aver fatto il nostro dovere, al di là delle facili semplificazioni della stampa e delle facili diversità che qualcuno a tutti i costi deve ricercare. Per quanto mi riguarda, ho l'orgoglio di aver fatto, con la massima modestia e moderazione, quanto toccava fare a chi ha il compito di dirigere le Forze armate, delle quali - ve lo posso assicurare - potete tutti essere molto orgogliosi per la prontezza, l'efficienza e l'efficacia che anche questa volta hanno saputo dimostrare. (Applausi dai Gruppi PdL, CN e della senatrice Aderenti).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle comunicazioni del Governo.
È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà.
BONINO (PD). Signor Presidente, colleghi, noi radicali abbiamo già espresso venerdì, nel corso del dibattito delle Commissioni riunite, la posizione per la quale vogliamo che il nostro Paese sia pienamente impegnato nell'applicazione della risoluzione n. 1973, nei suoi limiti ma anche nella sua interezza. Sicché oggi nel dibattito in corso, nei minuti che ho a disposizione, desidero soffermarmi su due aspetti che mi pare ci vedano ancora distanti, signor Ministro e signori del Governo.
Il primo è la sospensione formale del Trattato. Non condivido, signor Ministro, neanche la tesi per la quale la non sospensione formale consentirebbe all'Italia, una volta passata la bufera, di avere una posizione di maggiore preminenza nei rapporti con il nuovo Governo libico; penso esattamente il contrario. Penso che solamente un segno di discontinuità formale con il passato regime possa forse farci sperare, con il passare del tempo e con una politica diversa, di riacquisire, agli occhi del popolo libico e del nuovo Governo, quella credibilità che invece siamo andati perdendo, di errore in errore, negli ultimi anni, ma anche - a mio avviso - da prima. Per questo la risoluzione che presentiamo insiste perché il Governo assuma tutte le iniziative necessarie in base alle convenzioni internazionali per la sospensione formale del Trattato, dovuta alla violazione dell'articolo 6 del Trattato stesso da parte del Governo libico, da parte del regime di Gheddafi.
La seconda questione riguarda la Corte penale internazionale. Piaccia o no, Gheddafi, come altri Capi di Stato - penso per esempio ad Al Bashir - sono oggi sotto la lente della Corte penale internazionale. Il nostro Paese, che pure è stato dieci anni fa il più grande sostenitore e promotore della Corte penale internazionale, in dieci anni non ha recepito nel nostro ordinamento nazionale gli atti previsti dallo statuto della Corte. Per farla breve: se passassero da queste parti Al Bashir o Gheddafi, il nostro Paese non li potrebbe neppure arrestare. Può far piacere, ma è illegale. Dopo nove anni, chiediamo al Governo un impegno, perché sappiamo bene che il disegno di legge è già uscito dai vari Ministeri ed è fermo da quel dì, forse non a caso, alla Presidenza del Consiglio.
Vengo ora alla questione degli sfollati, che dovremmo smettere di chiamare clandestini, così ci capiamo, e facciamo capire anche alla gente. (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Non stiamo parlando dell'invasione biblica evocata da Maroni di un milione di persone, ma di 15.000 sfollati; se un grande Paese come l'Italia non riesce a gestire un'emergenza di 15.000 persone, c'è da chiedersi di quale Paese stiamo parlando.
ASCIUTTI (PdL). Li mandiamo a casa tua!
BONINO (PD). Dico semplicemente che chi fugge dalle bombe... (Commenti del senatore Asciutti). Questo Paese è un grande Paese legalitario e vicino alla legalità internazionale! Di questo dobbiamo andare orgogliosi, e non di allarmismi che non si verificano neppure!
Infine, signori Ministri, voglio che sia chiaro che il blocco militare serve a impedire le forniture a Gheddafi e non a bloccare gli sfollati che scappano dalla guerra e dalle bombe. (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Vorrei che questo fosse chiaro, e per le ambiguità che esistono nella risoluzione della maggioranza non credo che la voteremo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tonini. Ne ha facoltà.
TONINI (PD). Signor Presidente, signori Ministri, colleghi senatori, di fronte ad una prova così impegnativa e rischiosa come quella che stiamo vivendo è richiesto a tutti chiarezza di linea politica, determinazione nel perseguirla, moderazione nell'uso della forza, legittima e necessaria, e responsabilità tra le forze politiche.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,04)
(Segue TONINI). Signor Presidente, abbiamo colto nelle parole dei Ministri un'attenzione impegnata e unitaria in questa direzione; l'avevamo sentita anche nella Commissione, ed è stata una delle ragioni che ci hanno portato a condividere un testo assieme. Signori Ministri, dobbiamo però dirvi - ci duole farlo - che questa chiarezza, questa determinazione e questa responsabilità non l'abbiamo potuta cogliere nell'incredibile diserzione dal voto da parte di una forza di Governo determinante per la maggioranza; non l'abbiamo colta nel rifiuto incomprensibile del Presidente del Consiglio a venire qui oggi, analogamente a quanto fatto da tutti i leader di tutti i Paesi del mondo e in tutti i Parlamenti impegnati in questa vicenda, a spiegare al Parlamento e al Paese le ragioni dell'impegno del Governo. (Applausi dal Gruppo PD). Devo dire che non l'abbiamo trovata nel metodo, nel deludente testo e nel contenuto della risoluzione proposta dalla maggioranza.
Signor Presidente, noi abbiamo cercato di fare la nostra parte. Venerdì scorso, con il nostro voto determinante, il Parlamento ha impegnato il Governo ad adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare che l'Italia partecipi attivamente alla piena attuazione della risoluzione n. 1973 del 17 marzo 2011, ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto attacco in Libia, ivi compresa la concessione in uso di basi sul territorio nazionale. Abbiamo votato questo dispositivo in Commissione non senza preoccupazione, perché decidere l'uso, sia pur limitato e legittimo, della forza, è sempre difficile, ma lo abbiamo fatto con piena e serena convinzione. Sappiamo infatti di aver preso una decisione coerente con l'articolo 11 della nostra Costituzione, che ripudia la guerra se non per legittima difesa, ma rifiuta anche qualunque concezione neutralista o isolazionista, in favore di un impegno attivo per la creazione di un ordine mondiale giusto e pacifico.
Sulla base dell'articolo 11 della Costituzione, come il Presidente della Repubblica ha ripetutamente ricordato, l'Italia non può restare indifferente rispetto alla qualità dell'ordine mondiale in termini di pace e di giustizia. Al contrario, l'Italia deve intervenire, e deve farlo attivamente, nel contesto internazionale, con il duplice vincolo stabilito dal fine, che deve essere la promozione della giustizia e della pace, e dal mezzo, che deve essere quello della legalità e del diritto internazionale come affermati attraverso la limitazione della sovranità dei singoli Stati e la promozione degli organismi multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite.
La costruzione di un nuovo ordine mondiale di giustizia e di pace passa oggi più che mai per il Mediterraneo, e quindi coinvolge appieno ed in prima linea il nostro Paese. Dobbiamo guardare con speranza, e non con paura, a ciò che sta accadendo nel mondo arabo-islamico, che è attraversato - è del tutto evidente - da tensioni non prive di rischi, ma cariche di straordinaria opportunità di sviluppo e di progresso. È nel nostro interesse nazionale aprire la possibilità di una nuova centralità del Mediterraneo attraverso una nuova stabilità, affidata non più a regimi autocratici, ma a risposte affidabili alla domanda di libertà e di democrazia dei popoli arabo-islamici. Anzi, l'unico modo per difendere e promuovere l'interesse nazionale è quello di ancorarlo ad una visione lungimirante di politica estera, che investa sulle energie di cambiamento anziché sulla conservazione di un ormai indifendibile status quo. (Applausi dal Gruppo PD). Il nostro Governo, lo abbiamo detto più volte, a lungo si è attardato nell'illusione di poter difendere questo status quo, e noi abbiamo fatto il nostro dovere di opposizione, incalzando il Governo ad assumere una posizione più coraggiosa.
Chi ha compreso meglio e per primo cosa si poteva muovere nel mondo arabo-islamico è stato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con il famoso discorso all'Università del Cairo del 4 giugno 2009. Mentre noi ricevevamo con tutti i salamelecchi del caso Gheddafi, il Presidente nero dal nome arabo, immagine vivente di una globalizzazione inclusiva e plurale, affermava la compatibilità tra Islam e democrazia, si schierava dalla parte dei popoli che si battono per il valore universale della libertà e dei diritti umani e, al tempo stesso, ripristinava il rispetto della sovranità altrui e l'opzione preferenziale per il multilateralismo, entrambi violati da Bush con l'intervento in Iraq. La dottrina del Cairo non ha evitato alla Casa Bianca esitazioni ed incertezze dinanzi al precipitare degli eventi, imprevedibile per tutti, almeno nei modi e nei tempi; tuttavia, ha consentito ed offerto un nuovo paradigma per affrontare un passaggio storico così difficile e così impegnativo come quello che riguarda il Mediterraneo.
La crisi libica e l'arroccamento di Gheddafi hanno malamente complicato la situazione. Le violenze e le atrocità che Gheddafi ha commesso contro il suo popolo gli sono valse la condanna unanime della comunità internazionale, con la risoluzione n. 1970, e l'autorizzazione all'uso della forza per imporre il cessate il fuoco e proteggere le popolazioni civili, con la risoluzione n. 1973. Ora il multilateralismo deve dimostrarsi efficace sul difficile, insidioso terreno libico, costringendo Gheddafi a mollare la presa e consentendo al popolo libico di trovare la sua via verso la libertà.
Noi dobbiamo essere dalla parte di questo popolo, offrire a questo popolo la sponda della legalità internazionale e dell'uso misurato e responsabile della forza. Abbiamo davanti a noi una sfida grande, signor Presidente. Cerchiamo tutti di esserne all'altezza. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Serra e Pardi).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. A nome dell'Assemblea voglio salutare gli insegnanti e gli allievi della Scuola secondaria di primo grado «Via Moscati-Mameli» di Milano. Grazie e benvenuti. (Applausi).
Ripresa della discussione sulle comunicazioni del Governo (ore 18,12)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Musso. Ne ha facoltà.
MUSSO (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signora Presidente, signori Ministri, colleghi e senatori, la guerra civile di fatto in corso in Libia non è un fatto isolato, come sappiamo. Si inscrive in una ormai abbastanza lunga teoria di eventi importanti che segnano un distacco tra i popoli ed i regimi di molti Paesi dell'Africa settentrionale. Questo corrisponde ad una richiesta di modernizzazione, di libertà, di democrazia che si radica soprattutto nelle generazioni giovani di quei Paesi, ad alto tasso di scolarizzazione, prevalenti nella demografia di quei Paesi e che fanno sentire ancora più netto lo squilibrio che quelle dittature portano in quelle società.
Questo vento di protesta si è alimentato con la circolazione delle informazioni rese possibile da Internet e dai moderni sistemi di comunicazione, e di fatto è a tutto questo che dobbiamo non soltanto la vicenda libica, ma prima di questo le vicende a cui abbiamo assistito negli ultimi tre mesi, a cominciare dall'Algeria, poi le rivoluzioni quasi pacifiche della Tunisia prima e dell'Egitto poi, e i disordini tuttora in corso e preoccupanti in verità, nel Bahrein e nello Yemen. Insomma, sta mutando profondamente la geografia politica del Mediterraneo, con un fenomeno epocale che trova equivalenti forse nella fine della colonizzazione, negli anni '50, o nella caduta dei regimi del socialismo reale negli anni '80 e '90.
In tutto questo, pesa l'assenza di una strategia dell'Unione europea per il Mediterraneo: non ci sono più lo spirito e gli obiettivi del processo di Barcellona, paiono importanti solo le questioni migratorie di accoglienza, di cui peraltro l'Unione sembra disinteressarsi lasciando la patata bollente in mano ai Paesi di confine come l'Italia. Ma diciamo che sia in Italia che in Europa prevale ed è prevalsa in tutti questi anni la tendenza a preferire la stabilità dei regimi e la conservazione degli interessi economici al rispetto dei diritti umani e civili ed al sostegno dei processi di transizione democratica.
La guerra in Libia si è sviluppata sotto i nostri occhi nel giro di poche settimane con la repressione sanguinosa di migliaia di civili, inaccettabile per la comunità internazionale: una situazione che ha creato gravissimi rischi per l'Italia e l'Europa dal punto di vista degli approvvigionamenti energetici, delle tensioni sull'economia, dei flussi migratori e della sicurezza dell'intera area. L'assetto futuro del Paese è estremamente incerto, ed in questo contesto dalla comunità internazionale è arrivata una dura condanna, prima con la risoluzione n. 1970 che ha deferito unanimemente Gheddafi alla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità, poi con la risoluzione n. 1973 che ha autorizzato l'istituzione di una zona di non sorvolo con tutte le attività accessorie, sulla cui estensione evidentemente la discussione è molto aspra.
La posizione dell'Italia è oggettivamente scomoda. Il trattato in sé -permettetemi di dirlo - non era una cattiva idea, al netto degli episodi folcloristici della nostra politica estera, se visto nella logica della affermazione e del riconoscimento di una responsabilità storica e del porre le basi per un nuovo rapporto di amicizia con un Paese, non con un dittatore. Questo rischia di essere l'errore.
Ed è per questo motivo che vorremmo oggi che quel Trattato fosse formalmente revocato. Certo, il Trattato è servito anche ad aspetti che non sono pienamente accettabili. La diminuzione - diciamo pure il crollo - degli sbarchi e dell'immigrazione è un risultato positivo, ma forse non se conseguito in questo modo, con questa sistematica violazione del diritto di asilo, di cui, secondo i giuristi, potremmo presto essere imputati noi stessi, non soltanto la Libia. Il Trattato, così com'è, è una delle cose che vorremmo vedere formalmente cadere. In questa logica, questo è uno dei punti di una risoluzione che il nuovo Polo per l'Italia ha presentato e della quale io ed alcuni colleghi illustreremo alcuni punti.
C'è poi l'emergenza sanitaria ed umanitaria. Su questo fronte ci sono state delle azioni positive da parte del Governo, come l'invio dei primi aiuti a Bengasi, che è stato ricordato e che sicuramente richiede una gestione ancora assai complessa, che deve andare nella logica di una condivisione degli aspetti relativi ai fenomeni migratori da parte di tutta l'Unione europea, com'è peraltro previsto dal Trattato dell'Unione europea e come era previsto dalla direttiva Kosovo del 2001. Questo è un altro dei punti che chiediamo in questa risoluzione.
Le trasformazioni nel mondo arabo sono state sottovalutate o guardate con sospetto in nome della Realpolitik. Adesso ci sono le risoluzioni ONU: bisogna applicarle con chiarezza e senza tentennamenti, per impedire le violenze contro la popolazione. Quando un dittatore spara sul suo popolo nelle strade, bisogna fermarlo, punto e basta. Si istituisce la no fly zone; lo si deve fare eliminando le minacce per gli aerei della coalizione, quindi le basi aeree e i radar.
Bisogna poi proteggere le popolazioni civili. Sotto questo aspetto, l'atteggiamento del Governo è apparso un poco ondivago (e credo non solo a me). Dall'iniziale "non vogliamo disturbare Gheddafi" abbiamo preso timidamente le parti degli insorti, poi timidamente le parti di Gheddafi, poi l'abbiamo timidamente bombardato, però ce ne siamo detti addolorati. Io credo che forse, da adesso in poi, è bene che ci sia ben altra decisione.
Siamo invece stati molto decisi con la Francia, che ha espresso una diversità politica prima ancora che militare, riconoscendo gli insorti e poi inviando i caccia in tempo utile per salvare Bengasi dalla conquista da parte di Gheddafi. Soprattutto, la Francia si è resa conto che, se Gheddafi la spunta, le speranze delle giovani istanze e della giovane democrazia araba sono veramente a rischio. Siamo a rischio anche noi, perché, se Gheddafi la spunta, le minacce che questo dittatore (che in passato ha fatto ricorso al terrorismo internazionale in modo sistematico) ha già formulato nei confronti dell'Italia e degli altri Paesi della coalizione sono chiare e non equivoche. Quindi la strada è ormai assolutamente obbligata (non è più il tempo di chiedersi se sia la migliore o la peggiore) e dobbiamo seguirla con decisione fino in fondo. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, Misto-FLI e PD. Commenti del senatore Asciutti).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Palmizio. Ne ha facoltà.
PALMIZIO (CN). Signora Presidente, colleghi, signori Ministri, ringrazio il Governo per queste comunicazioni esaustive fornite all'Aula del Senato, che hanno messo in evidenza come l'Italia abbia fin dall'inizio, ancora prima della risoluzione dell'ONU, operato per il meglio a favore del popolo libico. L'Italia è il primo Paese che è intervenuto in Libia, fornendo aiuti umanitari alla città di Bengasi, liberando i cittadini italiani bloccati lì e addirittura creando immediatamente un campo profughi in Tunisia, ai confini con la Libia. Appena l'ONU ha dato il via libera alla risoluzione n. 1973, l'Italia ha immediatamente aderito, mettendo a disposizione le basi militari e aeronautiche del nostro Paese. Ha inoltre messo a disposizione forze militari, aerei (con il compito preciso - come ha chiaramente detto il Ministro - di neutralizzare le batterie radar), navi e quant'altro. Si è resa conto subito che c'era qualche piccolo problema in questo intervento rapidissimo, anche se forse tardivo rispetto ai rischi che correva Bengasi. C'era un problema di catena di comando, con un protagonismo eccessivo da parte di alcuni Paesi e con un'interpretazione della risoluzione dell'ONU che poteva avvenire in vari modi (più restrittiva o più ampia).
L'Italia è intervenuta chiedendo a gran voce, in accordo con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che il comando dell'operazione fosse consegnato alla NATO, più organizzata e meglio operativa, e chiedendo contemporaneamente un'azione navale che bloccasse il rifornimento di armi alla Libia. Nel primo caso, abbiamo ottenuto che il comando venisse affidato alla NATO (non del tutto, perché la Francia non è ancora pienamente convinta). Abbiamo ottenuto inoltre la forza navale per effettuare l'embargo del rifornimento di armi. In questo secondo caso, vanno segnalati due aspetti importanti: il comando è stato affidato all'Italia, con base a Napoli, e il Paese che partecipa di più a questo blocco navale è la Turchia, che fino all'altro ieri era invece incerta su qualsiasi tipo di intervento in questo conflitto.
Quindi, alcuni problemi sono stati risolti, ed altri lo sono stati in misura minore. Abbiamo raggiunto l'obiettivo di impedire una strage a Bengasi; è stata bloccata l'avanzata delle truppe leali al colonnello Gheddafi; ci sono ancora combattimenti complessi da evitare, in quanto si svolgono in centri abitati, dove le azioni militari dal cielo possono creare effetti collaterali.
Ma abbiamo davanti il vero obiettivo: una volta raggiunto il cessate il fuoco, sarà opportuno agire in termini diplomatici e politici per fare in modo che non si assista a uno stallo dei combattimenti, che comporterebbe una suddivisione del Paese in due parti (la Tripolitania e la Cirenaica), creando quindi tutte le premesse peggiori perché si annidi all'interno di questo conflitto il terrorismo internazionale, che vi troverebbe terreno fertile. Dobbiamo portare immediatamente avanti - e l'Italia è il Paese più importante che può farlo, insieme all'Unione europea, all'Unione africana e alla Lega araba - una conferenza di pace, una volta ottenuto il cessate il fuoco, monitorato preferibilmente dall'ONU con l'impiego di truppe dei Paesi arabi. Ma è l'Italia ad avere il diritto e il dovere di essere il primo Paese a portare avanti un processo di pace vero, reale ed efficace, essendo il nostro Stato quello che ha rapporti con la Libia da più tempo di tutti.
Ringrazio nuovamente il Governo. La nostra risoluzione di maggioranza prevede alcuni dei punti che ho esposto, ma verrà illustrata più avanti da altri colleghi. (Applausi dai Gruppi PdL, CN e dai banchi del Governo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Livi Bacci. Ne ha facoltà.
LIVI BACCI (PD). Signora Presidente, signori Ministri, colleghe e colleghi del Senato, la risoluzione n. 1973 ha una finalità portante e preminente, che è quella di offrire protezione alla popolazione civile della Libia, minacciata e colpita dal regime di Gheddafi. Sono preoccupanti le voci dissonanti che si levano dalla coalizione circa la linea di comando delle azioni militari, anche se i dissensi sembrano in via di composizione. Sono ancora più preoccupanti le voci dissonanti pervenute nei giorni scorsi dalla coalizione di Governo. Tra di esse, vi è quella davvero inaccettabile che vorrebbe un blocco navale a due facce: la faccia rivolta verso la Libia, per bloccare l'approvvigionamento di materiale bellico e strategico, e quella rivolta verso l'Europa e verso l'Italia, per bloccare profughi e migranti.
Se quello della protezione umanitaria delle popolazioni civili è il fine principale della coalizione, allora non è possibile ignorare alcuni elementi di fatto. Sei milioni e mezzo sono le persone che vivono in Libia, ma una parte di esse sono più vulnerabili delle altre. Più di tutti lo sono coloro che si sono sollevati contro Gheddafi. Ma vulnerabile è anche quella quarta parte della popolazione libica di altra nazionalità, costituita in parte da immigrati regolari e per due terzi da persone irregolari. Si tratta dei cittadini di altri Paesi della regione sahariana e subsahariana, la cui vulnerabilità giuridica e sociale, già evidente in tempo di pace, è destinata ad accrescersi in tempo di guerra civile: si tratta di immigrati arrivati da Nigeria, Ghana, Ciad, Mali, Somalia, Congo, Sudan, impiegati nel settore informale, oggetti di arbitrarie espulsioni, di arbitri, di violenze a sfondo razziale. Di questo universo a rischio, i più cercheranno di restare, sperando in tempi migliori; altri tenteranno di rientrare in Patria; altri ancora potrebbero avventurarsi in una traversata via mare, in cerca di un approdo europeo.
L'Italia ha un interesse strategico nell'assicurarsi una posizione di rilievo tra i Paesi della coalizione, e potrebbe farlo proprio in ambito umanitario. Si pensi alla situazione paradossale degli eventuali profughi in cerca di asilo e protezione. Questi possono avanzare domanda di asilo solo se arrivano fisicamente nel Paese di destinazione (supponiamo l'Italia); ma per farlo debbono avere passaporto e visto. Altrimenti possono arrivarci solo irregolarmente, via mare, sempre che non vengano intercettati e rimandati al punto di partenza, ossia sulle spiagge libiche, cioè nel Paese dal quale fuggono. Questo è il primo paradosso.
Ma esiste un secondo paradosso: i Paesi europei sono vincolati dalle regole di Dublino II, secondo le quali l'esame di una richiesta di asilo compete al primo Paese comunitario nel quale la persona fa ingresso. Vengono così penalizzati i Paesi geograficamente più esposti (l'Italia per gli arrivi da Libia e Tunisia, la Grecia per gli arrivi dal Mediterraneo orientale, la Spagna per quelli dal Mediterraneo occidentale); ma viene penalizzato anche il richiedente asilo. Il cittadino tunisino che approda in Italia, ma vorrebbe andare in Francia perché lì ha parenti ed amici e potenziale lavoro, avrà la sua domanda d'asilo esaminata in Italia e qui dovrà restare se la domanda verrà accolta.
Ed ecco una proposta. Invece di invocare una barriera protettiva navale che impedisca il passaggio alle persone in fuga, l'Italia ponga a disposizione della coalizione mezzi, risorse e competenze e richieda preminenza nella gestione delle operazioni di protezione per le popolazioni migranti. Proponga, con l'accordo della UNHCR, dell'Unione europea, dei Paesi della coalizione, delle eventuali autorità provvisorie libiche, di Tunisia ed Egitto la costituzione di presìdi attrezzati e con buone risorse, da situarsi in zone protette nel territorio libico e nei Paesi confinanti, nelle quali i profughi vengano posti sotto protezione internazionale e le loro domande di asilo ricevute ed esaminate in attesa della eventuale destinazione verso i Paesi di accoglienza. Si propongano regole di condivisione dell'onere, assumendone tuttavia una quota rilevante (gran parte dei richiedenti avrebbero potuto intraprendere una traversata verso l'Italia).
Una proposta consimile, consigliata e giustificata dall'emergenza, potrebbe poi tradursi nel pilastro di un nuovo assetto delle politiche migratorie nel Mediterraneo. Non è forse questo quel che chiede l'Italia? E come potrebbero essere contrari i leghisti? Ma ci sono altri vantaggi.
Il primo è umanitario ed è inerente il fatto che, dal 2002 a oggi, 4.000 migranti sono morti nelle traversate del canale di Sicilia: la necessità di intraprendere rischiose traversate si ridurrebbe ed altre stragi sarebbero evitate. Il secondo è politico internazionale: ci distingueremmo ad occhi africani per un'azione umanitaria di alto profilo e non solo per la partecipazione ad operazioni belliche. Il terzo vantaggio è invece politico-europeo, poiché porremmo basi concrete per la revisione del regolamento Dublino II, invocata da anni presso partner europei duri d'orecchio, ma anche resi scettici da un atteggiamento italiano che nelle questioni migratorie chiede più Europa quando fa comodo e meno Europa quando le regole che essa esprime ci mettono in imbarazzo. Signori Ministri; lasciamo ai blocchi navali altre funzioni: se tra queste, in posizione preminente, ci fosse il blocco dei migranti, dovremmo estenderlo alla Tunisia - da dove provengono i 15.000 irregolari arrivati a Lampedusa negli ultimi mesi (un fenomeno serio, ma non una emergenza umanitaria, se non per l'isola di Lampedusa dove un terzo di questi irregolari ancor oggi bivacca per colpevoli ritardi nell'evacuazione). E tale blocco dovremmo estenderlo anche agli altri Paesi del Maghreb ed all'Egitto, ma temo che i partner della coalizione solleverebbero qualche obiezione. E daremmo lavoro alle corti di giustizia internazionali per la palese violazione degli obblighi derivanti dalla Convenzione di Ginevra. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signora Presidente, onorevoli Ministri degli esteri e della difesa, noi crediamo innanzitutto di dover ringraziare il presidente Napolitano, perché la sua posizione ha avuto un grandissimo merito: dapprima ha portato un clima di conciliazione (poche volte su questioni di questa natura si è trovata una convergenza bipartisan) ed ha poi letteralmente disarmato i movimenti pacifisti. Sia consentita una punta di vis polemica, ma non capivamo quale differenza vi fosse tra i bombardamenti di Baghdad e quelli di Tripoli, tra un dittatore iracheno ed uno libico, né la differenza tra l'eccidio effettivo di curdi inermi e di cirenaici libici.
Anche se probabilmente ora non è il caso di rivendicare posizioni, vittorie o sconfitte, faccio tuttavia rilevare che la Lega fin dall'inizio è stata molto scettica sull'azione che si stava intraprendendo, ed infatti il segretario del partito, nonché ministro, Bossi ha puntualizzato sulla questione chiedendo cosa significasse il divieto di sorvolo, la no fly zone, e fino a che punto si potessero spingere le azioni militari. E sul punto ognuno ha dato una propria interpretazione (la Francia, forse, è stata la più intraprendente). Ma se un incidente provocato dall'intraprendenza francese avesse creato una situazione oggettivamente difficile, chi avrebbe dovuto rispondere? Probabilmente tutti, e l'Italia per prima.
Riusciamo anche a capire quali possano essere gli interessi reconditi della Francia che, avendo sostanzialmente perso l'influenza sull'Algeria e sulla Costa d'Avorio sta, probabilmente, cercando un altro magazzino africano da cui rifornirsi. Ma anche questo sarebbe scadere in discussioni ampie ed estranee alla materia oggi in questione.
Abbiamo chiesto che vi fosse un controllo effettivo, una catena di comando effettiva. Sembrava avessimo detto una bestialità, mentre oggi pare che tutti convergano sul punto. Abbiamo chiesto poi di ripartire le conseguenze, perché i rifugiati non sarebbero stati sopportabili esclusivamente dall'Italia.
Anche a questa domanda è venuta una risposta: il Consiglio affari esteri dell'Unione europea, infatti, proprio lunedì ha stabilito ed affermato il principio di solidarietà nei confronti degli Stati membri che sarebbero stati più direttamente interessati dai movimenti migratori. Pertanto, quella che all'inizio era una posizione di strappo della Lega nei confronti del Governo è divenuta poi la posizione del Governo e del Paese, ed oggi è divenuta anche la posizione di tutta la coalizione, al punto che anche la Francia aderisce a questa linea. Addirittura la Norvegia, che nella fase iniziale non ha volutamente partecipato alle azioni, oggi, sotto l'egida NATO, sarebbe disponibile a rientrare a farne parte. Anche gli Stati Uniti d'America, peraltro, preferiscono un punto d'ordine e di controllo, forse perché sono loro quelli che internamente stanno pagando di più. È vero che ne abbiamo abbastanza delle confusioni e degli attriti interni al nostro Paese, ma il presidente Obama sta passando un bruttissimo momento: sono gli stessi democratici, quelli del suo partito, ad essere in fermento, avendo dichiarato incostituzionale la decisione del proprio Presidente in quanto priva dell'avallo del Parlamento; qualcuno ha richiamato addirittura l'eventualità di un impeachment per violazione della Costituzione. Per assurdo, i repubblicani sono stati meno aspri nel criticare il Presidente, e perfino il Tea Party ha liquidato la vicenda, sostenendo che la Libia non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti d'America.
Stranamente abbiamo trovato una posizione estremamente ragionevole da parte della Turchia, altro Stato che inizialmente era assai contrario all'intervento, mentre ora si dichiara disponibile ad aggiungere il proprio contributo nel caso la catena di comando fosse allargata anche ai Paesi arabi. Non so cosa ne pensino il Ministro degli affari esteri ed il Ministro della difesa, ma a noi sembra molto ragionevole far sì che i Paesi arabi non facciano quadrato: questo sarebbe, infatti, esattamente ciò che Gheddafi chiede. L'interesse nostro è che la situazione non segua questa direzione in quanto, ahimè, disagi e disastri successivi non vorremmo nemmeno immaginarli.
L'obiettivo di tutti, in sostanza, è quello di un cessate il fuoco della comunità internazionale, seguito quindi da una tregua, vigilata innanzitutto dalle Nazioni Unite, perché si dia vita, infine, ad un'azione che spinga verso il dialogo, che tutti noi capiamo essere estremamente difficile: bisognerebbe indurre all'accordo coloro che si sono sentiti definire «terroristi drogati» dalla parte contrapposta, ma altrettanto difficile è pensare di mantenere al potere chi ha attaccato militarmente i propri oppositori ed ucciso senza pietà la propria gente che protestava.
Tutto questo, signora Presidente, si è già realizzato. Cosa chiediamo noi, anche se manifestiamo sufficiente soddisfazione per il fatto che queste posizioni si sono radicate e non sono più viste come uno strappo? Vorremmo che venissero affrontate alcune questioni che non sono ancora entrate in gioco. Vorremmo che fossero tutelate le nostre imprese, ad esempio quelle che saranno impossibilitate ad onorare i contratti in essere, che fossero assicurate nei pagamenti e precluse da eventuali azioni legali per inadempimenti contrattuali. Inoltre, non vorremmo vedere pregiudicato il nostro approvvigionamento energetico al punto da dover riattivare gli accordi bilaterali, sempre in materia energetica. Infine, vorremmo sostenere la comunità europea - desiderio credo comune - affinché impedisca, con un'azione navale e di pattugliamento, il traffico di esseri umani da parte di organizzazioni criminali, intervento questo che potrebbe essere attuato - non nascondiamolo - anche in funzione di prevenzione migratoria.
Signora Presidente, prima di concludere il mio intervento, vorrei porre alla sua attenzione, in qualità di collega, un piccolo passaggio, anche se capisco che, svolgendo al momento la funzione di Presidente, sarebbe istituzionalmente impedita nel rispondere. Noi intendiamo la solidarietà in un altro modo, signora Presidente. L'Italia ha inviato due convogli, 90 tonnellate di aiuti in viveri e in medicinali. Per noi questa è la solidarietà, e non quella che lei ha poc'anzi illustrato, che a noi sembra più una solidarietà "pelosa". Signora Presidente, il fatto di dire "accogliamoli tutti, lo Stato è grande", salvo poi affermare "ovviamente non davanti a casa nostra", a noi non piace. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.
DI GIOVAN PAOLO (PD). Signora Presidente, signori Ministri, onorevoli colleghi, il Governo di un Paese che scopre con sei mesi di ritardo che ha ospitato con tutti gli onori, rischiando perfino di riceverlo in quest'Aula, un dittatore deferito alla Corte penale internazionale o ha cattivi Servizi di informazione oppure ha una politica estera fallimentare. (Applausi dei senatori Poretti e Perduca). Il Governo di uno Stato che ispeziona, ma non spara, in un Paese con cui ha stretto un patto anche militare scoprendo (se lo avete scoperto) di avere venduto armi da guerra per milioni di euro a chi le usa contro i propri cittadini, ha una politica di difesa ed una politica estera fallimentari. (Applausi del senatore Peterlini). Il Governo di un Paese che non rispetta le convenzioni sul non-refoulement e non ratifica le direttive dell'Unione europea sul rimpatrio volontario, e poi chiede aiuto alla stessa UE in maniera un po' furbesca, e manca del suo Ministro degli affari europei ha una politica europea fallimentare.
Le rivoluzioni popolari nate in Tunisia, in Egitto e in Libia, ma che non si fermano lì, perché sono anche in Bahrein, nello Yemen, e perfino in Arabia Saudita, chiedono un Paese che colga il nesso tra popolo e democrazia che si sta sviluppando in Paesi dove tradizionalmente si era ritenuto impossibile coniugare aspirazioni nazionali e sociali e democrazia. Non solo: la democrazia invocata dalle piazze africane ed arabe ha allontanato lo spettro dello scontro di civiltà e della "fine della storia". Per questo, noi dobbiamo sostenerla. Dovremmo sentire il grido di libertà che ci giunge da quelle piazze e predisporci a politiche organizzate di accoglienza ed asilo politico, di flussi immigratori in un quadro europeo, di cooperazione allo sviluppo e di fraternità (altro che solidarietà!). Gli articoli 10 ed 11 della nostra Costituzione ce lo impongono; la nostra appartenenza alle Nazioni Unite ce lo impone; il nostro interesse nazionale ce lo consiglierebbe.
Tuttavia, il vostro Governo festeggia il centocinquantenario d'Italia come il "re tentenna": voi tentennate, trattate, balbettate, lisciate il pelo all'autocrate trionfante e bastonate lo stesso solo quando è nella polvere. La demagogia non basta più: senza l'ONU e l'Unione europea saremmo ormai declassati come Paese nel mondo.
Se non fosse tragico, sarebbe comico constatare come accanto all'operazione "Alba dell'Odissea" sia in atto nel nostro Paese con il Governo Berlusconi la missione "A luci spente sul viale del tramonto". (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Peterlini. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alì. Ne ha facoltà.
D'ALI' (PdL). Signora Presidente, onorevole ministro La Russa, sono Antonio D'Alì: credo di essere quel senatore cui lei si è rivolto e che invece ha chiamato senatore D'Alia, al quale certamente mi legano profondi rapporti di amicizia e di stima, ma ritengo che nella fattispecie vi sia stata una certa confusione. (Applausi dai Gruppi PD e UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE e del senatore Casoli).
Intervengo per una questione certamente di dettaglio, non di alto e nobile profilo di politica internazionale, ma di concreto dramma del territorio.
Il Governo italiano ha messo a disposizione dell'operazione ONU l'utilizzo di una delle sette basi; peraltro, non si capisce perché solo una su sette, e non anche le altre sei. Pertanto, si è concentrato l'utilizzo sulla base di Trapani Birgi e si è disposta l'immediata chiusura del terzo scalo della Sicilia, che veicola circa 2 milioni di passeggeri all'anno: ho il dettaglio con i dati ENAC, e quindi non sono in errore nell'affermare che nel 2010 sono stati 1,689 milioni, e nel budget 2011, del quale peraltro i primi mesi hanno già segnato un incremento di oltre il 20 per cento, si prevedeva (adesso non più) di arrivare a 1,85 milioni. Rinvio per i dettagli a tutto ciò che potevo dire oggi nel corso del dibattito su una delle mozioni da me presentate e che immagino la Presidenza, e penso anche il Governo, abbiano ritenuto che, essendo questione de minimis, non dovesse essere trattata in questo contesto; sarà quindi trattata in un contesto successivo momento, ahimè, con un drammatico ritardo rispetto all'esigenza alla quale quella mozione fa riferimento.
Nel rinviare quindi al dettaglio di quella mozione per i particolari della vicenda, volevo semplicemente evidenziare che credo che il Governo italiano abbia interesse a ridurre al minimo le conseguenze negative in danno di singole porzioni del territorio nazionale causate da attività collegate a operazioni militari. Volevo segnalarle che questo così non è per la provincia di Trapani, che con i suoi due milioni di passeggeri veicolati dall'aeroporto di Trapani Birgi ha segnato un 53 per cento in più di presenze straniere, unica Provincia in controtendenza in Italia nell'afflusso turistico, e ha avuto la possibilità di mettere in piedi occupazione per 250 persone che lavoravano fino all'altro ieri in quella struttura.
Non si comprende perché, su sette basi messe a disposizione dal Governo italiano, oggi Trapani sia descritta come uno scenario di guerra su tutte le televisioni italiane. Credo che questa sia una questione importante non solamente dal punto di vista del dettaglio, cui certamente lei potrà riferirsi: perché l'Italia ha la necessità di concentrare su una sola base la stragrande maggioranza delle sue attività? Forse perché le altre basi non sono in grado di attivarsi, e quindi c'è bisogno di sopperire? Questo è molto preoccupante sul panorama strategico nazionale. Noi siamo in questo momento vittime, anche dal punto di vista mediatico, di una rappresentazione che ci fa apparire quasi in zona di guerra, e questo non può essere per il territorio trapanese, e non può essere per il territorio siciliano. Bisogna differenziare le presenze, perché si dia la sensazione di un equilibrato riparto dello sforzo e quindi anche del supporto.
E come mai mi giunge notizia che, in queste ore, truppe di terra inglesi stiano occupando il sedime aeroportuale con tende e con apprestamenti che sono il segno evidente di una possibile operazione anche terrestre? Non so se di questo lei è al corrente; certamente non sono stati messi al corrente della chiusura dell'aeroporto civile di Birgi, per loro stessa ammissione, il Presidente del Consiglio, il Ministro dei trasporti, i ministri siciliani Alfano e Prestigiacomo, che sono prontamente intervenuti ma, ahimè, in questo momento senza esito.
Il protrarsi di soli pochi giorni di quella chiusura creerà alla Sicilia un danno superiore alla chiusura di Termini Imerese, perché non è un problema di concentrazione dell'occupazione, ma di diffusione dell'occupazione, che noi abbiamo costruito con anni di durissimo lavoro, con risorse, cari colleghi della Lega, tutte del territorio, che hanno portato ad una esplosione dell'aspetto turistico. Il nostro petrolio lo avevamo e lo abbiamo a casa e non è quello che bisogna andare a conquistarsi con i carri armati. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Garavaglia Mariapia).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carrara. Ne ha facoltà.
CARRARA (CN). Signora Presidente, onorevoli senatori, signori Ministri, l'intervento aereo della coalizione dei volenterosi, attuato sulla base della risoluzione dell'ONU n. 1973, ha impedito alle forze lealiste la conquista di Bengasi e di fatto la sconfitta per il movimento degli insorti.
Attualmente la no fly zone è stata implementata e le difese antiaeree libiche disabilitate, ma la situazione appare ancora di stallo. I ribelli controllano una parte della Cirenaica ed alcune province assediate della Tripolitania, come Misurata o Zenten; le forze di Gheddafi controllano il resto del Paese. Dopo l'avvio dei raid gli insorti hanno cercato di riprendere il controllo di Al Adabiya, in Cirenaica, ma sono stati respinti dalle forze lealiste asserragliate nella città stessa.
In tale contesto, l'utilizzo degli attacchi aerei per la protezione dei civili, come previsto dalla risoluzione dell'ONU, è appunto inibito dal fatto che le forze di Gheddafi operano all'interno delle città, e dunque ci sono alte probabilità di provocare gravi danni collaterali che tutti noi ben possiamo immaginare.
Sul piano politico-diplomatico la comunità internazionale sta nel frattempo discutendo di un passaggio del comando dell'operazione, cioè dalla coalizione dei volenterosi alla NATO. A tal proposito, un primo accordo è stato trovato tra il presidente Obama, il primo ministro britannico Cameron e il presidente francese Sarkozy, anche se la Francia vorrebbe limitare il comando NATO alle questioni operativo-militari, continuando a chiedere una cabina di regia politica, cioè esterna al Consiglio Nord Atlantico, cosiddetto NAC.
Allo stesso tempo, in sede ONU, la Russia sta premendo per una propria mediazione che porti alla stipula di un cessate il fuoco tra le due parti in conflitto. L'andamento degli scontri sul campo sembra del resto andare in questa direzione, con le due parti impegnate a garantirsi il controllo della più ampia fetta di territorio possibile in vista di uno stop delle operazioni militari. In tal caso, la Libia si dividerebbe in due unità: Tripolitania, Fezzan e Golfo della Sirte fino a Brega da una parte, e Cirenaica dall'altra. Questo scenario potrebbe essere favorito anche dal fatto che il regime di Gheddafi è tutt'altro che isolato sul piano internazionale. Il colonnello, infatti, confida nelle divisioni tra i Paesi occidentali e gode ancora di importanti entrature nel mondo arabo e islamico, in importanti Paesi come l'Algeria o la Siria o lo stesso Pakistan o nei Paesi dell'Europa dell'Est, dalla Bielorussia fino all'Ucraina. A tutto ciò bisogna aggiungere la sfera di influenza, costituita in oltre venti anni di attività, di cui può disporre in tutto il Sahel, e che costituisce fonte di supporto politico, soprattutto presso alcuni Governi come quelli del Mali, del Ciad e del Niger, Paesi che potenzialmente costituiscono un bacino di reclutamento di miliziani e mercenari praticamente inesauribile.
È necessario dunque accelerare una risoluzione politica della crisi, tenendo ben presente che la protezione e la sicurezza della popolazione civile è lo scopo per il quale l'ONU ha autorizzato gli Stati membri e, nella fattispecie, quelli che abbiamo definito coalizione dei volenterosi, a intraprendere tutte le misure necessarie affinché questo avvenga.
Vada avanti, signor Ministro. (Applausi dai Gruppi CN e PdL).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pinotti. Ne ha facoltà.
PINOTTI (PD). Signora Presidente, la missione in Libia è stata decisa tardi ed è cominciata male, ma è interesse di tutto il Paese che riesca. Venerdì scorso le Commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato hanno visto il Gruppo del Partito Democratico votare il via libera perché venisse data attuazione alla risoluzione n. 1973 dell'ONU. La risoluzione dice che è necessario fare tutto il possibile per fermare i massacri dei civili: ricordiamolo, perché dall'intervento odierno di qualcuno sembra trapelare che il conflitto e la violenza siano cominciati dopo l'intervento. Ricordiamo le immagini delle fosse comuni sulle spiagge, le fucilazioni sommarie dei soldati che si erano rifiutati di sparare sulla folla, il discorso di Gheddafi che diceva che si sarebbero dovuti inseguire quei "ratti" casa per casa: dobbiamo ricordare tutto ciò perché, altrimenti, sembra che la violenza nasca dal nulla.
Oggi il Partito Democratico conferma con serietà, senso di responsabilità e senza furbizia e ambiguità la posizione di voto che ha espresso in Commissione, che riconosceva nella risoluzione ONU quello che oggi deve fare la comunità internazionale, nello stesso spirito di quella mirabile sintesi che il presidente Napolitano ha fatto dicendo che cosa è necessario fare. Egli ha ricordato che un Paese come il nostro e un continente come l'Europa non possano essere sordi alle richieste di democrazia e libertà che salgono dai popoli del risorgimento arabo.
Il capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, così come la nostra Costituzione, autorizza l'uso della forza per evitare tragedie umanitarie; non un uso della forza, quindi, a fini di sopraffazione, ma per mettere fine ad una sopraffazione. È per questo che si è mossa l'azione militare. E siamo anche soddisfatti che oggi ci sia un coordinamento del comando all'interno della Nato, perché la confusione rispetto alla catena di comando proprio quando c'è un'azione militare è il peggio che si possa fare: è assolutamente deleterio.
Fa male a tutti noi sentire rombare i motori dei caccia, vedere il fumo delle bombe sganciate. Quindi, c'è della sofferenza nell'assumere queste decisioni, e sarebbe sbagliato non sottolinearlo. Ma è un assenso che comunque diamo con determinazione, senza tentennamenti; quindi con sofferenza, ma senza incertezze, perché la mancanza di chiarezza in decisioni di questo tipo può essere causa di sofferenze maggiori. Dispiace, quindi, che nella risoluzione della maggioranza non si sia riproposto il dispositivo asciutto e netto che abbiamo votato in Commissione. Ci appare un testo confuso, che sembra più il frutto di una mediazione utile per tenere unita una maggioranza che sembrava deragliare rispetto al mandato richiesto dalla risoluzione dell'ONU; una maggioranza che - non possiamo non dirlo - negli ultimi giorni ha dato segni di deviazione, quando invece serviva la massima compattezza. Una linea composta che peraltro, invece, abbiamo ritrovato oggi nelle relazioni dei due Ministri.
Ebbene, come ha detto il senatore Tonini, è una sfida alta e bisogna esserne all'altezza. Ci dispiace che oggi, almeno nei testi che ha presentato oggi la maggioranza, quella compattezza che abbiamo ritrovato in Commissione non potrà essere ricomposta. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.
COMPAGNA (PdL). Signora Presidente, onorevoli Ministri, colleghi, una zona di non possibilità di sorvolo, la mitica no fly zone, che è entrata da qualche settimana nel nostro lessico abituale, non può mai essere la gentile concessione di un altro Paese. Per instaurarla e per farla rispettare c'è da abbattere dei caccia, da distruggere batterie antiaeree, da rendere inutilizzabili dei radar, e via dicendo. Sicché, rispetto a venerdì pomeriggio, quando, con molta puntualità e con molta onestà intellettuale, sulla base delle informazioni di cui disponevano, i ministri Frattini e La Russa ci hanno informato sulle misure, sugli ambiti, sui limiti, sulle implicazioni della risoluzione n. 1973 (evidentemente allora un problema di coordinamento, di una meno disordinata catena di controllo e di comando non si poneva ancora) tutto è stato immediato. Dopo le giornate di sabato e di domenica, abbiamo avuto una sguaiata e sgradevole impressione. Ci è sembrato che a loro modo i francesi volessero una guerra affidata soltanto ai generali, il che non è un'ipotesi di scuola, ma piuttosto un incubo, quando si verifica. Invece devo dire che dalla giornata di lunedì l'aver identificato l'idea di un coordinamento della NATO serve ad assicurare un profilo politico (non tecnico, amici francesi) all'intervento occidentale.
Appartengo ad una generazione di democratici italiani per i quali la NATO non è mai stata un riferimento tecnico, ma sempre un riferimento politico, anzi etico- politico, potrebbe dirsi. Fino a ieri sembrava allora francamente inspiegabile come la Francia di Sarkozy sulla Libia potesse nutrire la stessa avversione all'atlantismo e agli Stati Uniti con cui la Francia di Chirac e de Villepin ai tempi dell'Iraq aveva gratificato, in sede di Nazioni Unite e non solo, l'azione della diplomazia e della politica internazionale.
Quindi, credo toccasse all'Italia (e bene ha fatto nelle ultime 36 ore il Governo italiano a farsene interprete), proprio in quanto Paese amico degli Stati Uniti, della Francia e anche della Germania, nonché Paese attento alle connessioni europee del proprio ruolo politico far valere, senza ipocrisie, l'opportunità di un comando NATO. Questo vale guardando la Libia, sia da Bengasi che da Tripoli. Ha detto bene il ministro Frattini: non possiamo scontare una divisione geopolitica.
Ecco perché ho apprezzato la sobrietà del Governo nel renderci informati, ma non informatissimi, di quello che si sa di Bengasi. Francamente, la contrapposizione fra gli amici di Bengasi - tutti e soltanto idealisti dei droits de l'homme francesi - e quelli attenti a Tripoli - tutti e soltanto vedovi dell'affarismo gheddafiano - è sbagliata, superficiale e cinica, ed è triste che si sia riprodotta in quest'Aula un'eco di tal genere. Lo dice uno che, fruendo delle condizioni di libertà dei provvedimenti bipartisan, votò contro il fatidico accordo bilaterale.
Faccio un'ultimissima considerazione, signor Ministro. È giusto aprire il discorso anche in questi giorni, fin da adesso, ad una solidarietà europea con i Paesi più esposti a ricadute in termini di sfollati (15.000 sfollati). Ha fatto bene il ministro La Russa, l'altra sera, ad aver un moto di solidarietà con la cittadinanza e con l'amministrazione di Lampedusa. Guardate che Lampedusa trasformata in una latrina a cielo aperto è una tragedia dell'Italia e dell'Europa, ed è cinico che in sede di Conferenza Stato-Regioni si siano sentiti gli egoismi delle Regioni più forti.
Quanto alla riscrittura in termini europei del diritto d'asilo, della gestione dei flussi e della strategia dell'emergenza, ne ha parlato molto bene, dall'opposizione, il collega Livi Bacci; esso non è affatto negata da una strategia del Governo di barriera protettiva navale degli sfollati. Di questo non ha parlato nessuno, ed è disonesto attribuire al Governo un'intenzione che non ha per polemizzare contro qualcosa di astratto. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signora Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, innanzitutto intendo esprimere la preoccupazione, la forte preoccupazione - mia personale e dei colleghi del Gruppo dell'Italia dei Valori - per i gravi eventi che si stanno verificando in Libia. Vorrei anche rappresentare la vicinanza alla popolazione italiana e in particolare a quella di Lampedusa, fortemente preoccupata per il crescente numero di immigrati in arrivo sulle nostre coste dai Paesi del Nord Africa.
Colleghi, non posso però non sottolineare l'assenza del presidente Berlusconi. Nemmeno fossimo in tribunale! È una vergogna. (Applausi dal Gruppo IdV). Non solo non si presenta a rispondere ai giudici riguardo ai processi in cui è coinvolto, ma ora addirittura scappa vergognosamente e irresponsabilmente anche di fronte ai suoi doveri istituzionali. Speriamo che non si faccia una legge per evitare anche questi. (Commenti della senatrice Rizzotti).
Signora Presidente e signori Ministri, è vergognoso che non si presenti in Parlamento per spiegare la linea politica del Governo italiano sulla guerra in Libia (chiamiamola così).
CARRARA (PdL). Ma cosa dici?
PEDICA (IdV). Tutti i Capi di Governo sono andati a riferire nelle aule parlamentari e noi abbiamo il latitante che dovrebbe spiegare cosa sta facendo del nostro Paese. È vergognoso, ma è ovvio: maggioranza e Governo non sono ancora riusciti a scegliere una linea comune. È una miseria. Non dovrebbe essere, invece, per il Presidente del Consiglio un bisogno impellente quello di riferire davanti al Parlamento? Non ve lo chiedete anche voi, colleghi del centrodestra? La situazione in Libia, purtroppo, è sempre più grave. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 1973 ha autorizzato l'applicazione di una no fly zone sulla Libia e ha acconsentito che siano messi in campo tutti i mezzi necessari per proteggere i civili dalle forze del leader libico Muammar Gheddafi.
Il 18 marzo scorso le Commissioni esteri e difesa di Camera e Senato hanno approvato una risoluzione che dà mandato al Governo ad agire in base ad una risoluzione dell'ONU sulla Libia; così è scattata l'operazione Odissea all'alba, cui partecipano al momento Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e, frettolosamente Italia. Sono ormai diverse centinaia i missili lanciati sugli obiettivi cosiddetti sensibili del colonnello Gheddafi. L'Italia, se è vero che all'inizio non ha preso parte attivamente ai raid limitandosi a fornire un importante supporto logistico attraverso la messa a disposizione di ben sette basi militari, negli ultimi giorni ha fatto alzare in volo anche i propri aerei per realizzare missioni di attacco sul suolo libico. Si tratta di un supporto che mette il nostro Paese di fronte a gravi e possibili ritorsioni del regime di Gheddafi.
Signor Ministro, ancora una volta mi trovo a ricordarle che, in base alla nostra Carta costituzionale, in questo Governo lei è Ministro della difesa, non altro. Spero abbia capito a cosa mi riferisco. Eppure ormai in Italia non si contano più i bombardieri e gli intercettori che decollano dalle nostre basi. È importante rispettare la risoluzione dell'ONU - questo lo abbiamo sottoscritto - ma Gheddafi si sente fortemente tradito dal vostro Presidente del Consiglio. «Berlusconi - ha detto Gheddafi - era un amico» «Era il mio "bacia-mano"» ha tenuto a specificare. Il dittatore, solo poche ore fa, ha parlato dalla sua residenza dichiarando che il complotto fascista, così ha definito l'intervento ONU, finirà nel cestino della polvere della storia. Non dimentichiamo che il collasso del regime del colonnello Gheddafi potrebbe avere per il nostro Paese importanti riflessi. La Libia è il nostro primo fornitore di petrolio e il quarto di gas; gli investitori libici sono attivi in diversi settori strategici della nostra economia.
Ricordiamo tutti benissimo che l'Italia, oltre ad aver firmato il Trattato d'amicizia, che l'Italia dei Valori e qualche altro piccolo partito non hanno votato, convintamente (e questi sono i risultati) si è impegnata a versare alla Libia una tangente di cinque miliardi di dollari, formalmente a titolo di risarcimento per le efferatezze del nostro colonialismo, ma di fatto quale pagamento per il controllo dei flussi migratori: un ricatto al quale il vostro Presidente del Consiglio ha deciso di sottostare.
L'Italia dei Valori, tra le richieste avanzate con la sua risoluzione, ha anche chiesto che il Governo si impegni a prevedere velocemente la sospensione immediata del Trattato d'amicizia del febbraio 2010. Per l'Italia e non solo è una situazione di grande allerta. Occorre muoversi con fermezza. Occorre che tutti i Paesi rispettino la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU e che il Governo e la maggioranza si impegnino con serietà a fronteggiare questa grave emergenza invece di pensare ai propri interessi: è disonorevole che non riescano a trovare una linea comune fuori dalle logiche di partito.
Occorre scongiurare il rischio che alcune Nazioni vadano oltre il mandato delle Nazioni Unite per fini nazionalistici differenti da quelli umanitari. Non sono così certo, infatti che tutte le Nazioni si siano buttate a capofitto contro Gheddafi solo perché lo giudicano un uomo abbietto, solo perché mosse dal desiderio di scongiurare gli attacchi e le violenze contro il popolo libico. Diciamolo, in queste gravi situazioni, è facile avere paura di dire le cose come stanno.
A nome del Gruppo dell'Italia dei Valori, sono a chiedervi, signori Ministri, in rappresentanza di una persona che doveva essere qui come Presidente del Consiglio, oggi latitante nella sua Aula, che il Governo si impegni a dare seguito a quanto disposto in sede ONU con la risoluzione n. 1973, anche vigilando affinché siano rispettati i limiti di mandato.
Sarebbe doveroso che il Governo provvedesse continuamente e tempestivamente a tenere informato il Parlamento sulla situazione libica. Sarebbe opportuno che il Presidente del Consiglio - lo ripeto, quello che non c'è mai - non si tirasse indietro anche di fronte a questo impegno, che è istituzionale ed importante, e sappiamo bene che per gli impegni seri e istituzionali il Presidente è sempre pronto a latitare e a non essere presente. Sarebbe altrettanto doveroso che l'attuazione stretta e rigorosa della risoluzione ONU n. 1973 avvenisse nel pieno rispetto dell'articolo 11 della Costituzione. Ricordo, come ho già fatto in altre occasioni, al ministro La Russa, sempre senza polemica, che la nostra Carta fondamentale recita: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Comincerò da oggi a regalare al ministro La Russa un libricino della Costituzione, ogni giorno, evidenziando l'articolo 11, che a volte dimentica. Signor Ministro, speriamo che almeno questa volta gli enunciati della nostra Costituzione non rimangano solo parole.
Come tutti sappiamo, inoltre, la crisi in questa parte del Mediterraneo sta provocando, e continuerà a provocare, una crescita degli sbarchi verso le nostre coste, corridoio storico per l'accesso e il transito verso l'Europa. Proprio per questo, nella nostra risoluzione abbiamo scritto che vogliamo chiedere all'Unione europea e ai singoli Stati membri, oltre al supporto economico, di farsi anche carico dell'accoglienza degli immigrati, del loro soccorso in mare, nonché del successivo smistamento. Cari Ministri, vi siete affrettati a dare le basi, ma non avete tutelato il nostro Paese, non avete curato il problema principale, quello di Lampedusa. Più volte la Lega, e anche il ministro Calderoli, che ha definito il ministro La Russa "Ministro della guerra", vi hanno ricordato di interessarsi del problema Lampedusa e del problema immigrati, e non solo del problema delle basi, per fini esterni, poi. Dobbiamo risolvere i problemi interni. Questa è la parola che non riuscite ancora a capire a oltre tre anni dall'insediamento del vostro Governo.
Come tutti sappiamo, inoltre, la crisi, ormai davanti ai nostri occhi, sta provocando e continuerà a provocare un aumento degli sbarchi verso le nostre coste. Gli interventi già messi in atto dal Governo non sono sufficienti in relazione alla problematica degli ingenti flussi migratori. L'Europa è parsa da subito refrattaria e reticente, se non a tratti addirittura indifferente al problema. In verità il Governo italiano non ha esercitato alcuna pressione sul problema degli immigrati, ma si è solo preoccupato di dire sì alla destinazione d'uso delle basi aeree in Italia, tralasciando la problematica dei flussi migratori, facendo così esplodere il caso Lampedusa e destinando alle televisioni di tutto il mondo l'immagine del Governo italiano come incapace a risolvere ancora una volta i problemi interni. Tutto, con l'unico risultato che la Francia e l'Inghilterra possono così avere la possibilità di entrare nei traffici economici in Libia, mentre a noi rimangono da risolvere i problemi degli immigrati in arrivo.
Proprio per questo il Gruppo dell'Italia dei Valori ha chiesto che il Governo si impegni a predisporre piani di intervento più efficaci, più forti, più seri, richiedendo all'Unione europea ed ai singoli Stati membri, oltre al supporto economico (che, è vero, è molto importante, ma non basta), anche e soprattutto di farsi carico dell'accoglienza degli immigrati, del loro soccorso in mare e del successivo smistamento, nonché a valutare l'opportunità di promuovere e sostenere fattivamente proposte di modifica della normativa vigente in materia di immigrazione.
Noi dell'Italia dei Valori ripetiamo che così non basta, che occorre fare di più in relazione alla problematica degli ingenti flussi migratori in corso.
Signor Ministro della difesa, signor Ministro degli affari esteri, come definito dagli appunti che leggerete e che dovrete appunto valutare, quella da noi presentata è una risoluzione di rispetto dei diritti umani e del nostro Paese. Abbiamo elencato alcuni punti, e tra questi vogliamo evidenziarne uno che credo sia importante per farvi riflettere: l'Italia deve appoggiare con forza anche l'adozione dei provvedimenti di giustizia internazionale, per fornire prove decisive e inoppugnabili dei crimini commessi dal dittatore Gheddafi.
Vorrei concludere perciò con una frase di Padre Wresinski, sacerdote ormai scomparso, da sempre dedito alla tutela dei diritti umani:«Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella miseria, i diritti dell'uomo sono violati. Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro». Mi auguro che questo possa essere di stimolo e d'insegnamento a voi. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbarbati. Ne ha facoltà.
SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signora Presidente, intervengo per illustrare la risoluzione unitaria presentata dai senatori dell'UDC, dell'ApI, di FLI, dello MPA e dei Repubblicani.
Il Mediterraneo, signor Ministro, a dispetto anche di una indifferenza più o meno lampante dell'Europa, torna a recitare oggi un ruolo di primo piano, seppure in uno scenario di guerra e di rivoluzione. Fernand Braudel, storico che tutti ricordiamo, ha sempre sostenuto la centralità politica, economica e culturale del Mediterraneo che oggi torna alla ribalta per la fine dei regimi che per troppi anni hanno oppresso le popolazioni arabe.
Ciò che è apparso chiaro a tutti è che le migliaia di giovani non organizzati dall'esterno che si sono ritrovati nella volontà di lottare per la libertà, la dignità umana, la democrazia e la Costituzione hanno espresso un'aspirazione incomprimibile per la quale sono disposti a tutto.
L'Occidente, dal canto suo, ha salutato certo positivamente queste insurrezioni dell'Egitto, della Tunisia e di altri Stati. È iniziato così - si è detto - il riscatto del mondo arabo dall'oppressione dei regimi autoritari e corrotti che avrà i suoi tempi e le sue difficoltà, ma che va rispettato, aiutato diplomaticamente, così come lei ha sostenuto nella relazione che ci ha fatto, anche perché non si fermerà.
Ciò che sta accadendo in Libia è però diverso da ciò che è accaduto negli altri Paesi nordafricani. L'insurrezione della Cirenaica fa riferimento ad antiche fratture all'interno della stessa società libica ed è rivolta prevalentemente contro Gheddafi e contro la sua tribù.
Conosciamo poco del Consiglio rivoluzionario di Bengasi, che la Francia, con una mossa repentina, aveva già quasi riconosciuto quando invece dovrebbe essere riconosciuto da tutti i Paesi che partecipano all'operazione, facendo peraltro capire di essere pronta ad agire anche da sola. Il protagonismo di Sarkozy ci ha lasciato interdetti; ha motivazioni che possono essere giustificate e giustificabili, ma che certamente non riguardano il problema centrale di tale questione.
Lui ha spinto fortemente, come Capo di Stato francese, perché si addivenisse alle risoluzioni che l'ONU ha poi pronunciato, coinvolgendo lo stesso Presidente degli Stati Uniti, che non poteva tirarsi indietro per gli interessi politici ed economici ingenti che ha in Oriente e nei Paesi del Nordafrica.
Molti Stati si sono allineati, mentre altri, come la Germania, la Cina e la Russia, si sono defilati. Poi tutto è precipitato di fronte alla determinazione di Gheddafi di soffocare nel sangue la rivolta e di procedere ad una repressione violenta contro il suo stesso popolo, ingaggiando financo mercenari, tanto che la stessa comunità internazionale ha pronunciato una decisiva condanna nei confronti dello stesso Gheddafi. Di fronte a tutto questo, l'ONU ha votato due risoluzioni, la n. 1970 e la n. 1973, che hanno messo a fuoco la determinazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sottolineando l'esigenza di addivenire ad una soluzione della crisi e di dare risposta soprattutto alle legittime esigenze del popolo libico. A tal fine, si sono sottolineate anche le normative sui diritti umani e sui profughi, normative internazionali che vanno rispettate. Gli Stati membri sono stati autorizzati a prendere tutte le misure per proteggere la popolazione civile.
La stessa rivolta di cui abbiamo parlato, che si è scatenata soprattutto nella Cirenaica e che sembra in qualche modo essere stata sobillata dai servizi segreti occidentali o da Paesi che hanno tanto da guadagnare da questa guerra e dal rovesciamento del regime di Gheddafi, si è però configurata in una maniera tale che non possiamo permetterci di ignorarla in nessun modo: dobbiamo dare esecuzione a quanto stabilito dalla risoluzione delle Nazioni Unite.
Si dice che nessuno se l'aspettava, signor ministro Frattini, ma ancora una volta il gioco dell'ipocrisia a mio avviso tiene banco. È come se la disinvoltura con cui il nostro Presidente del Consiglio ha trattato la politica estera non abbia sollecitato riflessioni serie sia in chi gestisce la politica estera americana sia in chi la gestisce a livello europeo, soprattutto a livello francese. Personalmente giudico legittimo e positivo il trattato italo-libico per gli interessi dell'Italia, non solo in campo energetico, ma anche per ciò che riguarda il controllo dei flussi migratori, gli impegni con le nostre banche, con l'ENI e con le nostre grandi imprese. Esso ha coronato peraltro gli sforzi già compiuti dai precedenti Governi di centrosinistra, seppur colorito da qualche sceneggiata imbarazzante, che si poteva evitare. Esso però, invece di aiutarci ad assumere un ruolo chiave a livello diplomatico, in una incresciosa vicenda tutta interna alla Libia, ci ha in qualche modo frenato; questo non può essere disconosciuto. Anzi, signor Ministro, è sembrato paralizzare lo stesso Governo e il Presidente del Consiglio in uno stato confusionale e contraddittorio, contrabbandato poi con il principio della prudenza e con quello della precauzione. Al contrario, noi pensiamo invece che la vicenda della Libia ci chiamasse e ci chiami ad un ruolo primario, per la storia passata e per la storia presente che ci accomunano, oltre che per la vicinanza geografica. Il futuro di una Libia liberata dalla dittatura ci riguarda più di altri e richiede il concorso attivo di tutto il nostro Paese.
Oggi, l'operazione è partita in modo frettoloso, così come lei e il ministro La Russa avete evidenziato. Ci troviamo di fronte ad uno scontro sulla catena di comando e su interpretazioni diverse, più o meno estensive, della risoluzione n. 1973 dell'ONU. La voce dell'Italia si è finalmente fatta sentire a livello della Comunità europea tramite la sua persona, signor ministro Frattini. Lei ha chiesto che il comando della missione passi alla NATO, e noi siamo d'accordo, perché la NATO offre maggiori garanzie e dispone di mezzi tecnici e organizzativi all'altezza di una situazione così delicata e difficile. Il Presidente del Consiglio ha chiesto anche una più chiara definizione degli obiettivi della missione, che non sembra contemplare, quanto meno non in maniera precisa e chiara, la destituzione di Gheddafi, ma semplicemente la no fly zone, l'embargo e la protezione dei civili, alla quale siamo tutti tenuti, Italia in testa. Naturalmente la no fly zone a nostro avviso richiederà un grande numero di mezzi e di intelligence, per cui è chiaro che non si può pensare ad un comando tripartito, ma va pensato, e con urgenza, un comando unificato sotto la NATO e sotto il suo ombrello protettivo, dentro il quale noi crediamo ed auspichiamo che possa essere recuperata anche la Turchia. La NATO ha strutture di uomini e mezzi pari e all'altezza della situazione che dobbiamo affrontare.
Tuttavia, se non ci sarà un'iniziativa politica coerente e unitaria, difficilmente potremo raggiungere questi obiettivi, che desideriamo e che abbiamo saputo evidenziare con queste risoluzioni. Bisogna uscire dall'atmosfera dei veti incrociati. Non si possono sottolineare sempre righe e righine: occorre secondo noi una massima convergenza e un'unità nazionale a sostegno anche delle Forze armate e dell'iniziativa che il nostro Paese, seppur lentamente e con gravi difficoltà, ha cominciato ad intraprendere a testa alta.
Le chiedo ancora un minuto di tempo, signora Presidente. Noi chiediamo un impegno del Governo per dare una piena e rigorosa attuazione alle disposizioni previste dalle risoluzioni nn. 1970 e 1973 del Consiglio di sicurezza. Chiediamo che l'Italia partecipi attivamente...
PRESIDENTE. Senatrice Sbarbati, la Presidenza non vuole essere fiscale ed è stata ampiamente generosa.
SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signora Presidente, sono tanti i Gruppi, e ho bisogno soltanto di un altro minuto.
Chiediamo che l'Italia partecipi con gli altri Paesi disponibili, nell'ambito delle organizzazioni internazionali di cui il Paese è parte, alla piena esecuzione della risoluzione n. 1973 intendiamo altresì impegnare il Governo a promuovere al più presto una cabina di regia politica; a porsi come capofila di un'iniziativa diplomatica con la Lega araba, l'Unione africana e il Consiglio di cooperazione del Golfo; a proporsi come capofila di un grande piano euro-atlantico di rilancio della cooperazione mediterranea e ad intervenire nei confronti dell'Unione europea perché si possa soddisfare una politica all'altezza di una forte ondata migratoria che invaderà il Mediterraneo.
Chiediamo altresì che l'Italia partecipi nel sollecitare l'Unione europea alla piena attuazione del cosiddetto programma di Stoccolma per una gestione integrata delle frontiere esterne, rafforzando anche l'Agenzia Frontex, in vista della trasformazione della stessa da organo di puro coordinamento degli interventi, qual è oggi, a organo di gestione delle crisi legate anche ai fenomeni migratori e, in particolare, alla costituzione di una reale politica nazionale dell'immigrazione, mai avviata in Italia al contrario di tutti gli altri Paesi europei.
Chiediamo soprattutto che il Governo si impegni a favorire la tempestiva approvazione dei disegni di legge pendenti in Parlamento di adeguamento della normativa interna allo Statuto della Corte penale internazionale, al fine di colmare una grave lacuna del nostro ordinamento.
Chiediamo inoltre che si sospenda il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, di cui poco e nulla sappiamo nei particolari, fra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria libica e che si ripristinino immediatamente i voli civili nell'aeroporto di Trapani. Chiediamo infine che si intervenga per distribuire in maniera proporzionale ed equa i migranti e i richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale e che si coinvolga nelle decisioni che saranno adottate la Regione Siciliana, che è in prima linea, su tutte le operazioni che verranno intraprese. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Germontani. Ne ha facoltà.
GERMONTANI (Misto-FLI). Signora Presidente, signor Ministro degli affari esteri, la risoluzione n. 1973, approvata dal Consiglio di sicurezza dell'ONU lo scorso 17 marzo per la no fly zone sulla Libia, autorizza tutte le misure necessarie per proteggere i civili. È da qui che bisogna partire per capire i limiti, ma anche il valore umanitario e politico di una risoluzione che ha ottenuto un larghissimo consenso: ricordo che sono stati dieci i voti a favore e cinque gli astenuti (Brasile, Cina, Germania, India, Federazione russa); non c'è stato un solo voto contrario. Escludendo in modo esplicito l'impiego eventuale di una forza di occupazione straniera sul territorio libico, la risoluzione ha inteso raggiungere l'immediata cessazione del fuoco e l'immediata fine degli attacchi contro la popolazione inerme. In sintesi, l'ONU ha detto che deve cessare lo spargimento di sangue.
Come ha evidenziato il presidente Napolitano, è rimasto pochissimo tempo, poche, pochissime ore per scongiurare il rischio di un'irreparabile tragedia ed evitare che il "risorgimento arabo" - così l'ha definito il Presidente - si concluda con una sconfitta, schiacciato sotto i piedi di una repressione feroce. Tutto quello che poi è seguito dal 17 marzo ad oggi ha dimostrato, purtroppo, una grande divaricazione tra le ragioni della cosiddetta Realpolitik e le ragioni morali e politiche di un completo e disinteressato sostegno verso il popolo arabo.
Sul quotidiano dei vescovi, «Avvenire», leggiamo che «Non c'è dubbio che i raid aerei sulla Libia, iniziati dopo il via libera deciso dal vertice di Parigi, costituiscano un vero e proprio atto di guerra. Ma è la risposta alla guerra che il regime (...) di Gheddafi ha scatenato contro il suo popolo. Se anche Bengasi, città simbolo della rivolta e ultima roccaforte degli insorti, cadesse nelle mani del rais, saremmo posti di fronte non solo alla sconfitta di coloro che in Libia chiedono libertà e democrazia, ma a una tragica battuta d'arresto per tutti quei movimenti che hanno dato vita alla primavera del mondo arabo».
Molti Paesi occidentali - e non soltanto l'Italia - si trovano oggi a fronteggiare un'imbarazzante situazione di palese incoerenza: da un lato, la Realpolitik che induce a trattare con chiunque, pur di garantirsi le materie prime (in questo caso il petrolio); dall'altro lato, il diritto-dovere di intervenire in Libia a difesa della democrazia e della libertà.
Accantonando temporaneamente i risvolti politici, sono evidentemente i problemi economici quelli che poi prendono il sopravvento. Il prezzo del petrolio ha superato ieri l'altro i 114 dollari al barile gettando una seria ipoteca sullo sviluppo di molti Paesi, a cominciare dall'Italia. Tuttavia, quando termineranno le operazioni militari si apriranno nuovi scenari.
Per l'amministratore delegato dell'ENI è prevedibile che chiunque è al potere in Libia avrà bisogno di estrarre petrolio per superare l'attuale fase bellica e per iniziare la ricostruzione. Detto questo gli esperti petroliferi non possono stabilire però quando il conflitto sarà superato. Le valutazioni economiche e le previsioni tornano allora di competenza della politica perché, evidentemente, dovremo sapere quanto tempo andrà avanti il conflitto e fino a quando durerà l'interruzione dell'estrazione di petrolio.
Nessuno se lo augura, evidentemente, ma se dovesse prevalere Gheddafi, tutti sappiamo già come andranno a finire le cose perché il colonnello lo ha già detto: saranno privilegiate le compagnie petrolifere pubbliche o private di Cina, Russia e Iran. Se, invece, vinceranno gli insorti e la rivoluzione della Libia avrà successo - come tutti ci auguriamo - è chiaro che verranno stipulati nuovi contratti di estrazione e distribuzione del greggio da parte delle compagnie petrolifere delle Nazioni della coalizione.
L'Italia, pur essendo la Nazione più vicina al conflitto e pur essendo direttamente coinvolta dall'inarrestabile flusso migratorio, non sembra essere ancora orientata in modo netto e coerente. Va detto, però a chiare lettere che la nostra preoccupazione è rivolta al popolo libico e ai tanti giovani che vedono nell'Italia e nell'Europa un'oasi di democrazia e di libertà, oltre che una risorsa per assistenza e solidarietà.
Per quanto riguarda le esitazioni del nostro Paese e il rischio che la nostra politica estera debba essere condizionata dalla netta chiusura della Lega Nord verso gli immigrati, è chiaro che il nostro punto di riferimento deve essere la risoluzione dell'ONU e, di conseguenza, la risoluzione che abbiamo sottoscritto e che è già stata approvata dalle Commissioni parlamentari congiunte esteri e difesa di Camera e Senato.
Per concludere, deve essere chiara una cosa: la nostra collocazione è atlantica ed europea e la nostra vocazione è democratica e liberale.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 19,28)
(Segue GERMONTANI). È inutile che gli schieramenti politici oggi si mettano a giocare una sorta di ping-pong tipo "Gheddafi sì Gheddafi no". La risoluzione n. 1973 è chiara: il dittatore libico dovrà rispondere di fronte al tribunale internazionale per la violazione dei diritti umani. Questo lo afferma chiaramente anche la nostra proposta di risoluzione, che chiede inoltre di monitorare con attenzione e costanza l'evolversi delle previsioni della risoluzione n. 1970 del Consiglio di sicurezza dell'ONU che, ai punti 4, 5, 6, 7, 8, demanda alla Corte penale internazionale di aprire un fascicolo di indagine su Gheddafi ed altri appartenenti al Governo libico per verificare la sussistenza di eventuali crimini contro l'umanità perpetrati nel corso delle operazioni militari.
Ritengo, inoltre, indispensabile, oltre alla revoca del Trattato di amicizia tra la Repubblica italiana e la Libia (così come si chiede al Governo nella nostra risoluzione), garantire l'incolumità della nostra popolazione, a cominciare dalle Regioni meridionali, e prevenire, con appositi interventi di intelligence le eventuali ritorsioni del dittatore libico.
In conclusione, ringrazio i ministri La Russa e Frattini per i loro interventi anche se ritengo sarebbe stata opportuna la presenza in Aula del Presidente del Consiglio poiché è dal premier che l'azione del Governo viene riassunta e coordinata. Sarebbe stato opportuno e lineare che il presidente Berlusconi fosse stato presente in Aula, ma non credo valga la pena farne una polemica più di tanto. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Alberto Filippi. Ne ha facoltà.
FILIPPI Alberto (LNP). Signor Presidente, anch'io rivolgo un sincero apprezzamento al ministro Frattini per la relazione svolta, che mi è sembrata puntuale e che ha centrato i punti chiave della vicenda. Si tratta inoltre di una relazione che per molti aspetti ha anche già sostanzialmente risposto ad alcuni impegni presenti nella proposta di risoluzione della maggioranza.
La proposta di risoluzione della maggioranza è incentrata su due punti chiave: il primo è la gestione del comando, che deve essere affidata, ovviamente, alla NATO; il secondo è la gestione del tema immigrazione, considerato in senso lato.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 19,31)
(Segue FILIPPI Alberto). Sarà questo l'aspetto sul quale focalizzerò il mio intervento.
Analizziamo, quindi, il punto chiave dato dal filone migratorio. Va ricordato innanzitutto che la materia immigrazione, nel contesto normativo europeo, circa l'aspetto dell'accoglienza è sì lasciata ad ogni singolo Stato ma, come è stato evidenziato, tra l'altro proprio ieri, in Commissione affari esteri del Senato, e ricordato dal presidente Dini, l'articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea indica proprio il principio di solidarietà, e non solo: indica anche il principio di equa ripartizione della responsabilità anche sul piano finanziario fra gli Stati membri proprio in materia di immigrazione. Quindi, emerge la necessità di un coinvolgimento dell'Unione europea anche in questo ambito. Da sempre - ricordiamolo, non fa male, è corretto - il ministro Maroni ha sostenuto questo, ricordando proprio il principio di solidarietà.
Oggi ci troviamo evidentemente in un momento di piena emergenza. Prima qualche mio collega ha ricordato alcuni numeri: 15.000 clandestini in tre mesi. La presidente Bonino ha sdrammatizzato ricordando che, tutto sommato, questi numeri non sono grossi. Tutti coloro che evidentemente hanno libero il proprio giardino di casa la pensano allo stesso modo; vorrei invece che qualcuno andasse a chiedere cosa pensano gli abitanti di Lampedusa di questi numeri. (Commenti dal Gruppo PD).
ARMATO (PD). Appunto!
FILIPPI Alberto (LNP). Quindi, stiamo lavorando in emergenza, e nell'emergenza non si frigna.
SERRA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Ma stai al Governo!
FILIPPI Alberto (LNP). Nell'emergenza si lavora, ed è quello che il Viminale sta facendo. Contemporaneamente, però, vanno chiariti oneri ed onori che l'Unione europea deve comunque assumersi. Perché siamo uniti, siamo Europa, ma solo per dividerci gli onori, o siamo uniti e siamo Europa anche per dividerci gli oneri? (Applausi dal Gruppo LNP). È questa una domanda alla quale evidentemente chiediamo una risposta ed un impegno da parte del Governo.
Il lavoro del Viminale, in un contesto di forte emergenza ed eccezionalità, prosegue. Va però comunque chiarita la distinzione fra profughi e clandestini ricordando che, per quanto riguarda i clandestini, essi troveranno un percorso -ovviamente è previsto - che passerà per i centri di identificazione e di espulsione. Quindi, abbiamo il territorio che, seguendo anche il principio di solidarietà, sta facendo la propria parte, e così dovrà essere anche per l'Unione europea.
Il 21 marzo, l'altroieri, vi è stato il primo atto ufficiale da parte dell'Unione. È come è stato ricordato prima dal collega della Lega Nord Divina: il Consiglio affari esteri dell'Unione europea, come riportato al punto 6 e, soprattutto, al punto 7 del comunicato stampa, ha riaffermato proprio il principio di solidarietà comunitaria nei confronti di quegli Stati membri più direttamente interessati dai movimenti migratori, oltre all'impegno a fornire il sostegno necessario. Da qui si ricavano i coerenti impegni presenti, appunto, nella proposta di risoluzione della maggioranza affinché sia insistentemente ricordata all'Unione europea l'importante azione di pattugliamento nelle acque del Mediterraneo in funzione di deterrenza e contrasto alle organizzazioni criminali e terroristiche, ovviamente (e a quelle legate al traffico di esseri umani, altrettanto ovviamente), ma anche in funzione di prevenzione migratoria.
Altro impegno proposto all'interno della proposta di risoluzione di maggioranza è quello di ottenere da parte dell'Unione europea un apporto di mezzi, anche finanziari, per condividere l'onere di gestione degli sbarchi di immigrati, essendosi l'Unione europea, come prima ricordato, impegnata a fornire con prontezza il supporto necessario in base all'evolversi della situazione di crisi.
Vi è poi, sempre sulla materia dell'immigrazione, un terzo impegno affinché l'Europa si doti di un sistema unico di asilo, teso a ridistribuire la presenza degli immigrati tra tutti i Paesi membri, fornendo assistenza adeguata anche alle operazioni di riconoscimento e identificazione di coloro che si dirigono verso le coste italiane.
PRESIDENTE. Senatore Alberto Filippi, è scaduto il tempo a sua disposizione.
FILIPPI Alberto (LNP). Signor Presidente, le chiedo ancora un minuto di tempo per terminare, visto che è stato concesso anche ad altri colleghi.
Ovviamente quanto contenuto al punto 7 del documento, che riporta le conclusioni del Consiglio dei ministri degli affari esteri europei, non è sufficiente: per noi non è nemmeno da considerare come un bicchiere mezzo pieno. Possiamo affermare piuttosto che abbiamo iniziato a riempire il bicchiere.
Infine, consentitemi un riconoscimento ed un impegno per l'isola di Lampedusa, che in questo momento sta vivendo un inferno, sta svolgendo un compito che vale l'impegno e fa primeggiare tutto il nostro Paese rispetto a tale questione. Se l'Italia merita la solidarietà da parte dell'Unione europea, ovviamente Lampedusa la deve avere dal nostro Paese; l'avrà ora nell'emergenza grazie all'impegno del Governo, e del Viminale in modo particolare, e alla compartecipazione delle Regioni in proporzione. Ripeto, però, che questo è il lavoro nell'emergenza. Lampedusa dovrà avere un equo risarcimento per i danni che il turismo e ogni attività locale hanno dovuto subire in questo periodo, oltre che per i disagi che ogni cittadino ha patito. Non sarebbe male quindi spingere tutti insieme una legge ad hoc, come più volte evidenziato dalla senatrice Maraventano, facendo in modo che possa essere concretizzata. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Pinzger).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marini. Ne ha facoltà.
*MARINI (PD). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, nel poco tempo a mia disposizione vorrei svolgere due considerazioni ed una constatazione. Tengo a fare le due considerazioni che saranno assai brevi a questo punto del dibattito. Una è un riconoscimento al Governo per il lavoro svolto nelle ultime ore e l'altra invece è una critica. Se finissero così, le avremmo potute fare un'altra volta; invece riguardano due aspetti della vicenda, nella quale siamo immersi in mezzo a tante difficoltà e complessità oggettive, che devono essere seguiti nel prossimo futuro perché da tali questioni dipende l'evolversi della situazione.
Il riconoscimento è legato al discorso della NATO che è stato fatto, accettato e valorizzato da tutti; esso è riferito al fatto che questa volta il Consiglio di sicurezza ha adottato un documento nel quale gli obiettivi sono chiari: difesa dei civili, senza fare eccezione anche dei mezzi, e aiuto umanitario. Ha lasciato nel barocchismo più pieno gli strumenti perché tra l'altro - e ricordo certamente bene - mette insieme la possibilità dell'intervento dei singoli Stati nazionali con quella di utilizzare le strutture esistenti a livello mondiale o europeo. Questa situazione resta però aperta.
Credo che gli Stati Uniti non avevano valutato il discorso del ruolo di certezze in una situazione in cui si usa anche la forza, finalizzata in quel modo, come è a tutti noto; nella situazione in cui ci troviamo in Afghanistan, in Iraq ed altrove, non volevano aprire un altro conflitto. Il mondo arabo è in movimento e probabilmente non si fermerà attorno alla questione di Gheddafi; in questa grande realtà che va dall'oceano Atlantico a quello Indiano il problema è per noi importantissimo.
C'è un mondo che dà segni di smuoversi da una chiusura che lo teneva in condizioni di centinaia di anni fa. La fragilità di Stati come l'Egitto, con l'esercito più forte del mondo arabo, che ha mollato i suoi capi e il suo Governo in un batter d'occhio, porta a considerare, come avrei voluto osservare alla fine del mio intervento, ma lo farò ora, questo movimento come inarrestabile, perché chiede più giustizia, il miglioramento delle condizioni di vita, una condizione giovanile più accettabile e il paragone con il mondo oggi è veloce e non lo cancella più nessuno.
In questa situazione, gli Stati Uniti avevano detto che non avrebbero aperto un ulteriore conflitto, ma oggi hanno capito e sono stati loro a volerlo, e hanno smosso la Turchia. La settimana scorsa (ero lì fra i parlamentari della NATO) mi sono fatto tradurre due articoli di giornali turchi nei quali Erdogan esprimeva un durissimo no all'intervento in Libia, ma ora anche la Turchia, che era fondamentale in questo gioco, accetta nei fatti la NATO.
La partita non è chiusa perché la risoluzione dà la possibilità ad uno Stato che voglia comunque intervenire richiamandosi all'utilizzo dei mezzi possibili, anche di spingere la situazione. Bisogna tenere gli occhi aperti, andare avanti, tenere ferma l'attività di coordinamento della NATO.
C'è un discorso da aprire sull'Europa: la figura dell'Alto rappresentante è stata istituita dal Trattato di Lisbona, malgrado ciò oggi l'Europa si trova al punto più basso della sua iniziativa unitaria.
La seconda considerazione riguarda alcune osservazioni critiche all'azione del Governo. La relazione del Ministro degli affari esteri oggi è stata equilibrata e chiara, credo che si possa guardarla con attenzione, ma stando a dichiarazioni recenti che hanno riguardato il Governo e chi lo guida, dinanzi a questa situazione così come si è creata e come si è evoluta, innanzitutto non si è utilizzata la riunione di Parigi per dire che l'Italia voleva svolgere un suo ruolo di mediazione. Un osservatore attento ha detto che Berlusconi poteva anche chiedere il mandato a fare l'ultimo tentativo con Gheddafi, a mio parere poteva farlo per i rapporti fra loro e per la condizione in cui si trova il nostro Paese, una parola finale dell'Italia si poteva provare a dirla. Una volta, però, che si è deciso, in una situazione come questa, al centro di questa immensa area che riguarda il mondo arabo, di usare la forza, sia pure con l'accortezza e i limiti che l'ONU si è data, non è possibile dire: adesso partiamo, partono anche i nostri Tornado quando abbiamo messo a disposizione sette basi e probabilmente l'assistenza logistica, e poi alla fine dire che noi teniamo da parte i nostri mezzi è una furberia che non può essere accettata da chi combatte in ogni modo. Questo non c'è stato, ma non si può affermare i nostri aerei partono ma non usano le loro potenzialità.
Questo lo ha spiegato il ministro La Russa: quando si parte si parte. Lo dico perché ho la preoccupazione che si abbia l'idea di una politica estera fragile, legata ai rapporti personali. (Applausi del senatore Sircana). Lasciamo stare le sciocchezze, nessuno può intervenire e pensare di sistemare le cose, nemmeno Obama, che del resto nemmeno ci prova. Bisogna stare attenti quindi alla nostra posizione con la NATO, perché quella è una garanzia e qui dobbiamo sapere che una volta partiti, una volta accettata una linea, dobbiamo mantenerla.
Se vogliamo sperare, come il senatore Divina diceva, di salvaguardare le aziende e gli interessi italiani, dobbiamo sapere che se non si chiarisce questo punto non si è in grado di difendere nessun interesse. L'interesse passa attraverso la consapevolezza che il mondo arabo cambierà, probabilmente nemmeno fra troppo tempo e quando questo avverrà, il giudizio dovrà essere che l'Italia, al di là dell'incertezza iniziale, ha preso una posizione seria nella soluzione della vicenda della Libia. L'abbiamo votata, tra l'altro, tutti assieme. Non mi pare, stando alla relazione, che ci siano troppe distanze. La manteniamo assieme, ma con grande serietà e senza incertezze, perché, tra l'altro, quello - per chi lo conosce - è un mondo dove queste cose contano più di quanto contano tra di noi. Questa è la raccomandazione che voglio fare che si basa su queste due considerazioni. I nostri interessi passeranno attraverso un'attenzione seria e uno sforzo di comprensione e di aiuto a tutto questo mondo che certamente non resterà come l'abbiamo conosciuto in questi anni.
Sul tema dell'emigrazione ho sentito il nostro amico della Lega Nord, il collega Alberto Filippi, insistere sull'Europa. Prima o poi dovremo vedere chi sono in Europa quelli che non si fanno carico della solidarietà e di una linea accettabile sull'emigrazione, perché non esiste l'Europa in astratto. (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Esiste l'Europa delle forze politiche, dei partiti, delle culture: di questo alla prima occasione dovremmo parlare. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e dei senatori Astore e Russo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà.
*QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente, colleghi senatori, signori del Governo, a dispetto di tanti profeti di sventura, la maggioranza si appresta a dare oggi in quest'Aula una prova di compattezza.
Ringraziamo l'Esecutivo per la sensibilità nei confronti del ruolo del Parlamento, che in altre analoghe occasioni non fu mostrata da quella parte politica che oggi ha ritenuto di polemizzare anche su questo aspetto.
Giungiamo a questo appuntamento con una risoluzione unitaria della maggioranza, che impegna il Governo a condurre la sua azione, tenendo ben saldi allo stesso tempo il rispetto degli impegni verso la comunità internazionale e la tutela degli interessi dell'Italia.
Nell'auspicare fin da ora che le opposizioni sappiano far prevalere il bene della Nazione sulla facile rendita di una polemica di parte, diciamo con chiarezza, presidente Marini, che ci rifiutiamo di guardare alla crisi libica dal buco della serratura delle dinamiche interne alla politica italiana, come se il frangente che stiamo attraversando consentisse di essere piegato all'esigenza di colpire questo o quell'avversario. Il momento richiede ben altra consapevolezza. (Applausi dal Gruppo PdL).
Signor Presidente, colleghi, signori del Governo, quando il mondo era diviso in due blocchi, le politiche europee - quelle dei Sei, per intenderci - erano una variabile del quadro internazionale. I margini di autonomia dei singoli Paesi erano ristretti; si agiva soprattutto cercando di influenzare l'Europa in senso più o meno atlantico. In quegli anni, per opera di uomini come Fanfani, Gronchi, Mattei, l'Italia tentò più volte di svolgere una politica autonoma nel Mediterraneo, soprattutto sul versante energetico. Il nome di quella politica fu "neo-atlantica" per il suo collocarsi al confine, e a volte addirittura oltre il confine, tra la legittimità e l'eresia.
Da allora il mondo è cambiato. L'Europa si è sempre più allargata, l'asse franco-tedesco è saltato e gli Stati nazionali hanno recuperato una concezione originaria della politica estera, piuttosto che devolverla interamente a un continente che ancora in questi giorni - dico purtroppo - ha mostrato tutte le sue difficoltà a interpretare un indirizzo unitario.
In questo nuovo contesto la politica estera del centrodestra ha saputo coniugare il rispetto di un atlantismo non a corrente alternata, incurante del fatto che alla Casa Bianca vi fosse George Bush o Barack Obama, con una strategia di attenzione verso il Mediterraneo. Una strategia che, grazie anche ai buoni rapporti con la Russia, potesse consentire di arrivare laddove in altre epoche altri uomini si erano dovuti fermare, facendo passi in avanti lungo la strada dell'indipendenza energetica e chiudendo pagine tristi della nostra storia nazionale. Perché vedete, cari colleghi, non si può essere politicamente corretti a giorni alterni. Bisognerebbe evitare di essere politicamente corretti, ma quanto meno, se lo si è, bisogna avere coerenza. Non si può un giorno festeggiare i centocinquant'anni dell'Unità d'Italia e il giorno appresso dimenticare che il nostro Paese fu protagonista di una brutta pagina di colonialismo già a partire dal 1911, ragion per cui chiudere quel capitolo con atti di riconciliazione per noi era comunque un obbligo, anche di carattere morale.
Non si può dimenticare neppure quello spartiacque epocale che è stato l'11 settembre 2001, e il recupero di Gheddafi al fronte anti-terroristico che indusse tutti gli Stati europei, a cominciare proprio dalla Francia e dalla Gran Bretagna, a compiere gesti distensivi nei suoi confronti, e che spinse Romano Prodi, presidente allora della Commissione europea, a dichiarare: «Lo dico con chiarezza: sono stato io a sdoganare Gheddafi, a iniziare l'attenuazione del suo isolamento internazionale. Lo feci quando mi fu chiaro (e le informazioni in mio possesso si rivelarono esatte) che il colonnello stava mettendo da parte la politica di tensioni, guerre e inquietudini che fomentava nell'Africa subsahariana». Chiusura della citazione e chiusura anche - spero - delle lezioni che ci vengono impartite. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).
È questo il contesto nel quale ci muoviamo. Ed è in questo stesso contesto che un grande interprete del XXI secolo dal nome di Samuel Huntington, da una parte profetizzò, pur senza augurarselo, che al mondo diviso in blocchi sarebbe seguito uno scontro di civiltà, e dall'altra evidenziò senza alcun riflesso ideologico, ma come constatazione di fatto, l'incontenibile tendenza all'espansione della democrazia nel mondo.
Queste interpretazioni mettono in evidenza la cifra drammatica di questo secolo - di questo primo decennio del secolo - ovvero la coesistenza di due tendenze storiche in conflitto fra loro: da una parte il rischio di sbocchi integralisti, dall'altra la spinta verso processi di democratizzazione e di libertà.
Purtroppo non è possibile dividere con una linea netta queste due tendenze, come pure qualcuno vorrebbe. Né si può dividere con una linea netta il bene e il male, valutando delle dinamiche del mondo solo i rischi, o privilegiando solo le opportunità. Gli scenari con i quali ci confrontiamo non sono esenti da chiaroscuri, e per questo chi ritiene che si possa agire oggi al riparo da ogni contraddizione e in nome di un principio di coerenza tanto astratto quanto assoluto si pone fuori dalla storia e insegue certezze fittizie invece di perseguire l'intelligenza - nel senso letterale - e la comprensione di quanto sta accadendo. Ed è esattamente su questa dicotomia che si colloca il dibattito che ha segnato la situazione nordafricana e in particolare la crisi libica.
Signor Presidente, colleghi senatori, signori del Governo, la nostra risoluzione si fa carico responsabilmente della drammatica contraddizione dei tempi e degli avvenimenti. Non propone una semplificazione manichea. Corona un percorso di serietà che si addice alla serietà dei tempi che stiamo vivendo. Il testo che la maggioranza offre alla discussione del Senato è il frutto di un approfondimento ulteriore della situazione rispetto alla deliberazione delle Commissioni congiunte. Questo approfondimento ha consentito alla maggioranza di presentarsi oggi convintamente e consapevolmente unita, chiarendo anche quei punti di sospensione che l'urgenza della situazione aveva determinato.
Nel merito, non possiamo non rilevare come alcune delle nostre istanze stiano già divenendo tema di attuale realizzazione. Cito ad esempio - l'ha fatto il ministro Frattini - la richiesta di attribuzione di un ruolo centrale alla NATO, che l'America sostiene e per la quale la posizione della stessa Francia sta creando condizioni favorevoli.
Noi riteniamo che non ci si possa tirare indietro rispetto a un impegno internazionale frutto di un lavoro diplomatico intenso, che ha prodotto la non scontata rinuncia di Russia e Cina all'esercizio del potere di veto e la non contrarietà della Germania, anch'essa non scontata. E, per rispetto della comunità di cui l'Italia fa parte, non possiamo non sottolineare di quale strumento innovativo e moderno l'ONU abbia inteso dotarla, dando corpo, forza e un nuovo orizzonte al principio del mantenimento della pace e della sicurezza nel mondo, lontano dagli stilemi pacifisti che pure per tanto tempo avevano albergato a sinistra. (Applausi dal Gruppo PdL).
Sarebbe suicida per il nostro Paese mostrarsi defilato o addirittura assente nel momento in cui gli equilibri del Mediterraneo vengono messi in discussione Ma se affermiamo che sarebbe suicida, lo facciamo proprio in nome di quegli stessi interessi nazionali che al nostro Paese impongono di adottare un surplus di prudenza, di evitare fughe in avanti, di pretendere dai partner europei una assunzione di responsabilità. Ce lo chiede la nostra storia. Ce lo chiedono i nostri interessi. Ce lo chiede la nostra posizione geopolitica.
Su questa strada ci auguriamo che anche l'opposizione possa convergere. Se non lo farà - lo dico senza alcuna strumentalità - ci auguriamo almeno che spieghi il perché. Che dimostri insomma un interesse effettivo a questo dibattito e non dia neanche l'impressione di voler piegare un tema così importante a esigenze domestiche, a evidenziare divisioni nella maggioranza che non ci sono, perché questo non le farebbe onore. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sulle comunicazioni del Governo.
Comunico che sono state presentate le seguenti proposte di risoluzione: n. 1, del senatore Gasparri e di altri senatori; n. 2, della senatrice Finocchiaro e di altri senatori; n. 3, del senatore Belisario e di altri senatori; n. 4, del senatore Rutelli e di altri senatori; n. 5, della senatrice Bonino e di altri senatori.
Chiedo al ministro Frattini di esprimere il parere sulle proposte di risoluzione presentate.
FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, ringrazio tutti gli onorevoli senatori che hanno preso la parola e che hanno anche permesso di registrare una importante convergenza di tutte le forze politiche su alcuni punti chiave che hanno giustificato e giustificano l'azione dell'Italia.
Passando proprio alle proposte di risoluzione, in particolare le nn. 1 e 2, presentate a prima firma del senatore Gasparri la prima, e della senatrice Finocchiaro la seconda, credo che esse contengano i punti chiave che possono permettere davvero di rinnovare un appello ad una ancora più forte coesione nazionale in nome dell'interesse dell'Italia.
Intendo dire che quei punti, quelli che trovo nelle proposte di risoluzione nn. 1 e 2, d'altronde già votate dalle Commissioni affari esteri e difesa di Camera e Senato, potrebbero essere davvero la sintesi più completa di una posizione nazionale su questa complessa vicenda.
Esprimo, con riferimento alla proposta di risoluzione n. 1, parere favorevole del Governo e mi permetto di formulare al senatore Gasparri e agli altri firmatari l'invito a voler considerare l'integrazione di questa proposta di risoluzione con alcuni punti che, nella proposta di risoluzione n. 2, sono effettivamente egualmente significativi e su cui comunque, a proposito della proposta di risoluzione n. 2, il Governo darà parere favorevole. Mi riferisco ai tre punti della parte impegnativa del Governo che potrebbero integrare e completare la proposta di risoluzione n. 1, chiarendo meglio la possibilità di «adottare ogni iniziativa per assicurare la protezione delle popolazioni», il riferimento all'informazione costante al Parlamento, che nella proposta di risoluzione n. 1 in verità non c'è, e l'impegno ad assumere le iniziative necessarie per garantire che l'Italia partecipi attivamente alla piena attuazione della risoluzione n. 1973. La mia richiesta ai firmatari della proposta di risoluzione n. 1 è di considerare l'integrazione nel dispositivo con i tre capoversi della parte impegnativa della proposta di risoluzione n. 2.
Sulla proposta di risoluzione n. 2 esprimo parere favorevole.
Sulla proposta di risoluzione n. 3 esprimo un parere favorevole condizionato. Al senatore Belisario e agli altri firmatari dico subito che nel capoverso delle premesse che inizia con «a seguito di quanto sopra esposto è scattata l'operazione», ci sono dei passaggi inaccettabili. Il Governo non può accettare in primo luogo una frase che dica: «Il nostro Paese che, in un primo momento stava fornendo un importante supporto logistico attraverso la messa a disposizione di ben sette basi militari». Questo «ben sette basi militari» introduce un sindacato di merito su una scelta del Governo che è stata tecnica e fondata su ragioni militari. Ma soprattutto, non può accettare la parte in cui si dice: «in questi ultimi giorni ha preso parte attivamente ai bombardamenti sul suolo libico». Il ministro La Russa ha già chiarito che ciò non corrisponde alla realtà. Chiedo, quindi, che questo capoverso sia espunto dalle premesse.
Chiedo ancora ai presentatori di considerare il primo punto della parte impegnativa - questa è un'osservazione che farò anche con le altre proposte di risoluzione - dove si impegna il Governo «a prevedere la sospensione immediata del trattato bilaterale». Onorevoli senatori, il Governo non può prevedere la sospensione immediata, perché la sospensione è scattata di diritto ed è diventata operativa nel momento in cui la risoluzione n. 1973 è stata adottata; non possiamo «prevedere»: dobbiamo solo prendere atto che il Trattato di diritto è sospeso. O si riformula così, oppure chiedo di comprendere che le mie dichiarazioni hanno chiarito quale sia lo stato giuridico di questo Trattato che, ripeto, è sospeso di diritto in via automatica.
Sull'ultimo punto del dispositivo della proposta di risoluzione n. 3, esprimo parere contrario. Si dice: «a valutare l'opportunità di promuovere e sostenere fattivamente proposte di modifica della normativa vigente in materia di immigrazione». Ma è materia del tutto estranea al dibattito di oggi sulla Libia. Sono proposte di modifica che in sostanza non vedrei come negative, ma non possono essere affrontate nel contesto di una risoluzione che riguarda materia del tutto diversa. Esprimo per questo parere contrario sull'ultimo capoverso del dispositivo della risoluzione del senatore Belisario.
Sulla proposta di risoluzione n. 4 ci sono delle osservazioni: è un parere favorevole anch'esso condizionato. Nelle premesse, nel capoverso che inizia con «se, viceversa, le truppe di Gheddafi persevereranno nell'attaccare sistematicamente le città» si dice: «la comunità internazionale dovrà assumere nuovi e più stringenti impegni per evitare il perpetuarsi di crimini». Chiedo al senatore Rutelli e agli altri presentatori: quali sono i nuovi e più stringenti impegni, oltre la risoluzione n. 1973? Francamente, oltre la risoluzione n. 1973 c'è solo la guerra alla Libia, e onestamente il Governo oggi non è minimamente in condizione di accettare un'ipotesi del genere. Vorremmo chiarire cosa avevano in mente i presentatori parlando di nuovi e più stringenti impegni.
Sempre nella proposta di risoluzione n. 4, Rutelli e altri, al secondo punto dei "considerato" si tocca il tema dell'aeroporto di Trapani, già posto dal senatore D'Alì e da altri onorevoli senatori. Non possiamo accettare una formulazione del tipo: «in particolare, tra le scelte discutibili del Governo si segnala quella di aver voluto chiudere, inutilmente, ai voli civili l'aeroporto internazionale di Trapani Birgi». Non è stata una chiusura inutile: è stato un atto che le autorità militari e il Ministro della difesa hanno assunto dopo una approfonditissima valutazione. In generale, c'è l'impegno del Governo ad adoperarsi affinché la chiusura sia della più breve durata possibile, ma il parere su questa formulazione è negativo.
Gli impegni al Governo sono tutti positivi, fino al punto 7, nel quale si dice: «a sostenere, a partire dal pieno riconoscimento, il Consiglio nazionale di transizione insediato a Bengasi». Gli onorevoli senatori sanno che un Paese può riconoscere gli Stati, non gruppi che non sono nemmeno Governi o comitati definibili giuridicamente. Quindi questa formulazione del pieno riconoscimento non si può accettare. Si può accettare una espressione del tipo: «a sostenere il Consiglio nazionale di transizione», perché l'abbiamo fatto e continueremo a farlo.
Ancora nel dispositivo, c'è un punto in cui si dice: «in particolare, alla costituzione di una reale politica nazionale dell'immigrazione mai avviata in Italia al contrario di tutti gli altri Paesi europei». Senatore Rutelli, è chiaro che il Governo non accetta questa parte, sulla quale esprime parere contrario, ritenendo di avere una chiara politica dell'immigrazione.
Andando avanti, sempre nel dispositivo c'è il punto relativo alla sospensione, «secondo le procedure previste dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati», del Trattato di amicizia tra Italia e Libia. Vale lo stesso discorso fatto per la risoluzione a prima firma del senatore Belisario. Il Governo può accettare una frase che dica: «a prendere atto che, di diritto, il Trattato è sospeso a seguito dell'adozione della risoluzione delle Nazioni Unite n. 1973». Il Governo non può sospendere ciò che, di diritto, è già sospeso.
Sono favorevole invece all'ultima parte di questo punto, cioè «ad assumere ogni utile iniziativa che salvaguardi gli interessi economici contrattuali delle imprese italiane che potrebbero essere compromessi dalla gravità e instabilità della situazione socio-politico-economica libica», perché ho spiegato che questi interessi sono preservati dal Regolamento europeo, che rende inesigibili, da parte degli imprenditori italiani, le prestazioni contrattuali fino a che l'embargo non sarà revocato.
Il punto successivo chiede di «ripristinare immediatamente l'apertura ai voli civili dell'aeroporto di Trapani». Come già detto, su questo tema, sollevato anche dal senatore D'Alì, possiamo parlare di ripristinare al più presto possibile, perché non possiamo dare tempi stretti o definiti.
Sulla restante parte del dispositivo della proposta di risoluzione del senatore Rutelli e di altri senatori sono favorevole.
Vengo alla proposta di risoluzione n. 5, a prima firma della senatrice Bonino. Il parere è favorevole anche se condizionato. Quanto alle premesse, siamo d'accordo. Nella parte impegnativa si chiede di «intraprendere le iniziative necessarie per sospendere formalmente il Trattato di amicizia» tra Repubblica italiana e Libia, ma dobbiamo prendere atto che il Trattato è, di diritto, sospeso. Quindi non posso accettare questa formulazione.
Vengo al terzo punto, quando si chiede di «portare a termine entro il nono anniversario dell'entrata in vigore dello statuto di Roma del 2 luglio 2011 l'adeguamento alle norme contenute nella carta fondativa della Corte penale internazionale». Noi prendiamo ovviamente l'impegno di procedere nel più breve tempo possibile all'adeguamento delle norme interne. Mi permetto di dire, senatrice Bonino, che lei nel suo intervento ha detto qualcosa che il Governo non condivide affatto, cioè che se il presidente Bashir o il colonnello Gheddafi venissero in Italia non potrebbero essere arrestati. Senatrice Bonino, lei conosce troppo bene le istituzioni internazionali per pensare di far credere che lo Statuto di Roma non sia già ora immediatamente vincolante per l'Italia, anche senza le norme interne. Questa è giurisprudenza assolutamente pacifica. Noi avremmo l'obbligo assoluto già ora di arrestare persone con un ordine di cattura della Corte penale internazionale. Quindi, non è per questa ragione che reagisco alle sue affermazioni, ma perché è già ora in vigore per l'Italia quest'obbligo. Ciò detto, il Governo si impegna ovviamente ad accelerare, perché è giusto, l'adeguamento delle norme integrative interne.
L'ultimo punto della parte impegnativa riguarda un'iniziativa l'espulsione della Libia dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. La Libia oggi è sospesa. Se noi ci adoperassimo per la sua espulsione e questa si concretizzasse, la nuova Libia, che spero arrivi già domani, si troverebbe fuori per sempre, mentre se noi mantenessimo la sospensione, un nuovo Governo democratico libico potrebbe sedersi di nuovo nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Ecco perché, essendovi già questa sospensione, l'espulsione danneggerebbe il futuro Governo libico, che noi vogliamo arrivi rapidamente nella democrazia. Dunque anche su questo punto, per queste ragioni, esprimo parere contrario.
Per il resto, esprimo parere favorevole.
PRESIDENTE. Grazie, signor Ministro.
Andiamo per gradi. (Brusìo). Colleghi, se prestate un attimo di attenzione, vediamo di fare il punto.
Presidente Gasparri, accoglie il suggerimento del Governo di integrare la proposta di risoluzione a sua prima firma con il dispositivo della proposta di risoluzione n. 2? (Brusìo). Colleghi, vi chiedo un po' di collaborazione.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente, riproducendo la proposta di risoluzione n. 2, presentata dalla presidente Finocchiaro e da altri senatori, il testo della risoluzione che abbiamo votato venerdì presso le Commissioni congiunte, sono favorevole ad integrare la nostra proposta di risoluzione n. 1 con la parte dispositiva della proposta di risoluzione n. 2, così come proposto dal ministro Frattini.
PRESIDENTE. A questo punto, nel caso in cui dovesse essere approvata la proposta di risoluzione n. 1 con l'integrazione della proposta di risoluzione n. 2, la proposta di risoluzione n. 2 verrebbe assorbita.
LEGNINI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LEGNINI (PD). Signor Presidente, in punto di procedura, sarà francamente un mio limite, ma io non ho mai ascoltato il Governo che dice di voler accogliere una proposta di risoluzione purché questa venga integrata con il testo di un'altra proposta di risoluzione. Comunque, il Governo è libero di dire quello che ritiene. Questo però non può precludere in alcun modo, a nostro modo di vedere, la possibilità di esprimere il voto sulla proposta di risoluzione n. 2 nella sua interezza, perché è evidente che il testo complessivamente valutato di quella proposta di risoluzione non è la stessa cosa che trasfondere quel testo in un contesto diverso, come quello costituito dalla proposta di risoluzione n. 1.
Noi non ci opponiamo naturalmente ad integrare la proposta di risoluzione n. 1 con i punti del dispositivo della proposta di risoluzione n. 2 menzionati dal ministro Frattini. Chiediamo però che sulla proposta di risoluzione n. 1 si proceda con la votazione per parti separate, riservandoci di indicare le parti separate, e chiediamo altresì che venga posta ai voti la proposta di risoluzione n. 2, sulla quale peraltro vi è un parere favorevole. Anzi, sottolineo che l'unica proposta di risoluzione sulla quale vi è un parere favorevole senza condizioni è la proposta di risoluzione n. 2: sarebbe curioso che proprio questa non venisse sottoposta al voto. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Chiedo al senatore Belisario se accetta le modifiche proposte dal Governo.
BELISARIO (IdV). Presidente, non accetto le proposte del Governo, ma mi riservo di intervenire successivamente in dichiarazioni di voto.
PRESIDENTE. Chiedo al senatore Rutelli se accetta le modifiche avanzate dal ministro Frattini in merito alla proposta di risoluzione n. 4.
RUTELLI (Misto-ApI). Ringrazio, anche a nome dei colleghi D'Alia, Contini e Pistorio, il Ministro per la puntuale disamina, e dico quali parti accolgo delle modifiche che lui ci propone, restando inteso - se è d'accordo anche la maggioranza - che le parti che intendiamo mantenere verrebbero votate per parti separate. Una parte delle modificazioni vengono quindi accolte, e la residua parte verrà votata con distinte votazioni da parte dell'Assemblea.
Tra le premesse manteniamo nella sua interezza il capoverso che inizia con "se, viceversa"; manteniamo anche la considerazione che si riferisce all'aeroporto di Trapani, ma sopprimiamo l'avverbio «inutilmente».
Tra i punti del dispositivo, al settimo capoverso accettiamo di togliere le parole «a partire dal pieno riconoscimento» e quindi, come ha proposto il Ministro degli affari esteri, resta l'impegno a sostenere il Consiglio nazionale di transizione. Manteniamo la parte che riguarda il giudizio critico sulla politica dell'immigrazione. Prendiamo atto della decisione del Ministro circa il paragrafo che concerne la sospensione del Trattato, ma manteniamo la prima parte del capoverso chiedendone la votazione per parti separate. Infine accettiamo la proposta di riformulazione sul ripristino «al più presto possibile» anziché «immediatamente» dell'apertura dei voli civili dell'aeroporto di Trapani.
PRESIDENTE. Non accettate dunque la proposta del Ministro di prendere atto della sospensione del Trattato?
RUTELLI (Misto-ApI). No, signor Presidente. Accettiamo invece, ripeto, la proposta relativa al paragrafo successivo: per ripristinare al più presto possibile i voli civili dell'aeroporto di Trapani.
PRESIDENTE. Senatrice Bonino, accoglie le proposte del ministro Frattini?
BONINO (PD). Signor Presidente, ringrazio il signor Ministro per le risposte puntuali. Rispetto alle osservazioni e alla richieste rivolteci, manteniamo la nostra formulazione sulla sospensione formale del Trattato e la formulazione sull'adeguamento delle norme contenute nella Carta fondativa della Corte penale internazionale, in particolare con l'indicazione della data del 2 luglio 2011.
Accettiamo invece l'obiezione del Ministro sull'ultimo paragrafo, e lo ritiriamo.
FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, mi rivolgo a tutti i Gruppi parlamentari e al ministro Frattini, che è stato con noi oggi durante il dibattito. Credo che dovremmo prendere molto sul serio l'occasione odierna; noi l'abbiamo fatto sin dal primo momento, chiedendo che fossero le Assemblee del Senato e della Camera a valutare la questione e ad esprimersi con un voto, e chiedendo anche che intervenisse il presidente Berlusconi.
Oggi il ministro Frattini è qui e il dibattito, che è stato davvero importante e serio, ha riguardato una decisione che nessuno di noi ha assunto con superficialità, ma, al contrario, valutando la pesantezza e la complessità della questione che andava a dirimere e della situazione nella quale andava a inserirsi, quella di oggi ed anche quella di domani. Ma noi rischiamo di concludere questo dibattito con una serie di voti incrociati, per parti separate (Applausi dal Gruppo PD e del senatore De Angelis), con la necessità di arricchire una proposta di risoluzione, quella dei colleghi della maggioranza, che mi permetto di definire ambigua e in parte smentita su punti anche cruciali dalle stesse dichiarazioni del ministro Frattini. Rischiamo di chiudere questa discussione con una serie di voti alla fine dei quali anche gli addetti ai lavori avranno difficoltà a rintracciare il filo, la decisione, il senso con il quale il Parlamento si è espresso su una questione così importante per l'Italia, per il suo ruolo, per il suo onore e per la sua credibilità internazionale.
Mi permetto, pertanto, sapendo che chiederò a ciascuno di noi, a cominciare da me e dai senatori e dalle senatrici del mio Gruppo, di rinunciare a qualcosa, di concludere questo dibattito votando tutti insieme una risoluzione semplicissima che dica: udita la relazione e le conclusioni del ministro Frattini, le approva. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e dei senatori Gustavino, Pisanu e Spadoni Urbani).
BRICOLO (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BRICOLO (LNP). Signor Presidente, sono d'accordo sul fatto che probabilmente tanti voti per parti separate, come richiesto da alcuni promotori di proposte di risoluzione dei Gruppi dell'opposizione, possano rendere non molto chiara l'azione che stiamo svolgendo in Parlamento; ma sono convinto che sia giusto arrivare comunque alla votazione delle nostre mozioni. Noi della maggioranza abbiamo presentato una proposta di risoluzione, senatrice Finocchiaro, e siamo convinti che non sia né ambigua, né sbagliata (lei, invece, ha detto questo), dunque non possiamo in alcun modo ritirarla.
Allo stesso tempo però il presidente Gasparri si è dichiarato disponibile ad accogliere la proposta di risoluzione presentata dal Partito Democratico. Credo quindi non si possa trovare all'interno di questo ramo del Parlamento disponibilità maggiore di quella dimostrata dalla maggioranza, che ha dichiarato di voler votare anche la proposta di risoluzione presentata dal più importante Gruppo d'opposizione. Ritengo che questo gesto, che tutti insieme abbiamo voluto esprimere in questo ramo del Parlamento, sia davvero molto importante.
Per quanto ci riguarda, quindi, è giusto procedere con le votazioni: se il Partito Democratico vorrà votare la nostra proposta di risoluzione sarà per noi un piacere; altrimenti si regolerà di conseguenza. (Applausi dal Gruppo LNP).
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, il dibattito parlamentare (di ciò ringrazio il Governo) è stato utile anche per confrontarci su una serie di questioni e su un problema che per ammissione di tutti è complesso, soprattutto perché siamo in una fase evolutiva della situazione: domani si terrà un importante Consiglio europeo che tratterà questo tema insieme ad altri, altrettanto importanti.
Nell'ambito delle Commissioni difesa ed esteri di Camera e Senato abbiamo votato concordemente e serenamente quattro giorni fa il sostegno ad una missione internazionale ricca di insidie anche rispetto all'interesse di questo Paese. Ci sono punti della relazione del ministro Frattini che noi condividiamo ed altri che non condividiamo. Ma tutto questo poco importa se noi riusciamo a sostenere tutti insieme, con un voto unanime del Parlamento, l'azione dei nostri militari e del nostro Governo in Libia e all'ONU e nelle sedi internazionali.
Dunque, ringrazio la collega Finocchiaro; siamo disposti ad accogliere la proposta formulata dai colleghi del PD e perciò siamo pronti a ritirare la nostra proposta di risoluzione, se questo può servire all'espressione di un voto unitario del Senato che dà forza ed autorevolezza al nostro Paese, perché credo che in questo momento ve ne sia davvero bisogno. (Vivi applausi dal Gruppo PD). Chiediamo che i colleghi della maggioranza facciano lo stesso sforzo, perché credo che l'interesse di tutti sia che l'Italia sia forte nello scenario europeo ed internazionale, essendo il primo Paese coinvolto dalla vicenda libica. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, PD, Misto-ApI e Misto-FLI).
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente, questo dibattito era iniziato con l'affermazione politica, che accetto come sfida e come constatazione, che la maggioranza non avesse numeri e posizioni. Noi abbiamo redatto un documento come maggioranza (non avevamo alcun dubbio sulla coesione della maggioranza) e riteniamo corretto porlo in votazione. Peraltro, ribadisco che recepiamo integralmente la proposta di risoluzione n. 2 nella nostra anche perché - lo ricorderà il senatore Zanda - si tratta del testo che abbiamo proposto e concordato, d'intesa con il Governo, noi del PdL alle Commissioni esteri e difesa di Camera e Senato. Quindi è un testo nostro anche quello. (Commenti dei senatori Finocchiaro e Zanda). Pertanto, recepirlo nella proposta di risoluzione n. 1 è assolutamente logico e naturale.
Riteniamo quindi che l'accettazione della proposta di risoluzione n. 2 esprima un momento di condivisione ampia ed importante, ma che la scansione dei contenuti e degli obiettivi della proposta di risoluzione n. 1 sia una conferma politica molto importante per il Senato, per l'opinione pubblica nazionale ed anche internazionale (visto il tema di cui parliamo) per confermare che la maggioranza c'è, si assume le sue responsabilità, ma dialoga e si confronta con le vostre proposte, che abbiamo deciso di recepire integralmente. (Applausi dai Gruppi PdL e CN).
PRESIDENTE. Il tema è estremamente delicato, per cui vorrei cercare di gestirlo compiendo il massimo sforzo per addivenire, quanto più possibile, ad una coincidenza di vedute, se ci riusciamo.
BONINO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BONINO (PD). Signor Presidente, ho molto rispetto per la proposta avanzata dalla presidente Finocchiaro, che non conoscevo (niente di male, ho detto solo una cosa fattuale).
Pensandoci, però, credo di non potervi aderire, perché ritengo che un voto su che fine deve fare questo Trattato, politicamente e giuridicamente parlando, dopo tanti errori, tanti scivoloni ed ambiguità debba essere espresso: è necessario che qualcuno si assuma la responsabilità di ciò. Peraltro, non cambia nulla, dato che mi pare che la maggioranza abbia dichiarato di non essere d'accordo. Insisto quindi sul punto, ribadendo che un dato di chiarezza su quel Trattato mi parrebbe molto utile. (Applausi dei senatori Poretti e Perduca).
PRESIDENTE. Colleghi, mi sembra che la richiesta della presidente Finocchiaro non trovi il consenso della maggioranza e neanche quello della senatrice Bonino, che è presentatrice di una proposta di risoluzione.
LA RUSSA, ministro della difesa. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LA RUSSA, ministro della difesa. Presidente, forse quello che si può fare per andare incontro allo spirito di una votazione largamente condivisa - poi qualcuno non voterà comunque in senso favorevole - nello spirito auspicato dalla presidente Finocchiaro è di proporla quella risoluzione. Il testo potrebbe essere: «Udita la relazione del Governo... (Commenti dal Gruppo PD)» «...o del ministro Frattini - comunque non cambia il senso - la approva». Non è necessario che sia sostitutiva delle altre proposte. (Commenti dal Gruppo PD).
È una proposta di risoluzione che dimostra che vi è una posizione comune dell'intero Parlamento (Applausi dal Gruppo PdL)e che poi si articola nelle varie specificazioni dei singoli Gruppi. Se la vostra non è una posizione strumentale, non c'è motivo di dire no a questa proposta. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
PRESIDENTE. Colleghi, vorrei fare il punto della situazione.
I presentatori della proposta di risoluzione n. 1 hanno accettato di integrare il dispositivo con i tre punti già votati venerdì scorso nelle Commissioni congiunte, che coincidono con i tre punti del dispositivo della proposta di risoluzione n. 2, presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori. La votazione per parti separate, pertanto, consente di salvaguardare il diritto del Gruppo del Partito Democratico di votare la propria risoluzione, perché per parti separate voterà quest'ultima, eventualmente assieme alla maggioranza, se ritiene di votarla, avendo già deciso di accettare l'integrazione.
Io intendo salvaguardare il diritto di tutti e l'identità politica di tutti, quando votano. Il mio dovere è questo. Lungi da me l'idea di privare l'opposizione del diritto di poter votare un documento proprio. Se poi tale documento viene fatto proprio dalla maggioranza, l'opposizione ha il diritto, in sede di votazione, di far chiarezza sul fatto che quella è una sua risoluzione, pur se inserita in un'altra risoluzione. Quindi, sono pronto a garantire che dal dibattito e dalle dichiarazioni di voto traspaia questo dato.
FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Senatrice Finocchiaro, è un problema tecnico. (Commenti dal Gruppo PD).
FINOCCHIARO (PD). No, no.
PRESIDENTE. Non possiamo votare due volte la stessa cosa.
FINOCCHIARO (PD). Presidente, le chiedo scusa: questo è un problema squisitamente politico.
Io ringrazio il ministro La Russa, che si è attivato positivamente, per l'entusiasmo con il quale è intervenuto, ma la mia proposta aveva il senso di fare tabula rasa. La mia proposta voleva far emergere questo principio: il Parlamento italiano, senza un distinguo su niente e senza una votazione assai complessa, il cui esito non si capisce, conviene sulle dichiarazioni che sono state rese in quest'Aula dal rappresentante del Governo ministro Frattini. Se non è così, la proposta di risoluzione che abbiamo già presentato, e che riproduce il testo che è stato votato all'unanimità, con esclusione della Lega, dalle Commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato benissimo riproduce esattamente lo stesso effetto.
Dopo di che, è ovvio che se lo spirito che ci anima non è identico, non possiamo arrivare ad identica conclusione. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Senatrice Finocchiaro, lo auspico più di lei. Avrei sostenuto anch'io l'ipotesi di un voto corale ed unanime del Parlamento sulle dichiarazioni del Governo, ma ogni parte politica è legittimata ad assumere le proprie posizioni, e non sta al Presidente del Senato imporre scelte.
Onorevoli colleghi, con la vostra collaborazione, vorrei fare il punto della situazione. Se la proposta di risoluzione n. 2 viene inserita... (Vivaci commenti dal Gruppo PD). Mi dovete spiegare sotto quale profilo, tecnicamente e proceduralmente, posso negare l'integrazione della proposta di risoluzione n. 1. Chiedo solo questo, perché intendo fare le cose correttamente e non voglio mancare di rispetto a nessuno, soprattutto su un tema che deve essere bipartisan.
Vorrei trovare il massimo della collaborazione da parte di tutti, maggioranza ed opposizione, perché desidero che stasera si esca da quest'Aula senza né vincitori né vinti, ma con un messaggio unitario al Paese. Questo è il mio interesse di Presidente del Senato, e credo sia l'interesse ed il desiderio di tutti voi. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Piscitelli).
LEGNINI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LEGNINI (PD). Signor Presidente, lei ha richiamato una sollecitazione regolamentare - per così dire - ed io allora sottolineo che evidentemente nessuno di noi può precludere alla maggioranza o a qualunque Gruppo di riformulare una propria risoluzione. I Gruppi di maggioranza provvedano come ritengono, dopo aver ascoltato il Governo, a riformulare la propria risoluzione; noi non abbiamo strumenti per impedirlo. Altra cosa è subordinare il parere favorevole all'inserimento nella risoluzione di altri testi; perché questa cosa non si è mai vista: non vi è alcun precedente, e non vi è alcuna norma che autorizzi ad esprimere un parere subordinato all'integrazione di una risoluzione con un'altra risoluzione. È un pasticcio!
Quindi, la maggioranza si assuma le sue responsabilità. Non si è mai visto - mi permetto di sottolinearlo - che l'opposizione proponga di approvare puramente e semplicemente le dichiarazioni del Governo e la maggioranza dica di no: ripeto che non si è mai visto, neanche da questi banchi. Pertanto la maggioranza faccia quello che vuole e noi votiamo la nostra proposta di risoluzione. (Applausi dai Gruppi PD, IdV, Misto-ApI e del senatore D'Alia).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, sospendo brevemente la seduta.
(La seduta, sospesa alle ore 20,39, è ripresa alle ore 20,45).
Colleghi, la Presidenza si rende perfettamente conto che esistono delle regole procedurali che disciplinano la nostra attività, poste a garanzia di tutti; e queste sono il faro principale della corretta legislazione e del corretto comportamento di tutti i componenti del Senato. Purtuttavia, si rende conto che ci sono dei momenti in cui la stessa Presidenza è chiamata ad assumersi delle responsabilità in via del tutto eccezionale e straordinaria, per fare in modo che ad ogni Gruppo parlamentare venga riconosciuto il diritto di paternità della propria iniziativa, ma con la manifestazione del consenso o meno su quella stessa iniziativa.
In relazione a ciò, sono venuto alla determinazione di consentire, innanzitutto, che si proceda alla votazione della proposta di risoluzione n. 1 per parti separate, con l'integrazione del dispositivo della proposta di risoluzione n. 2; inoltre la Presidenza, proprio al fine di garantire il massimo della possibilità di espressione dei Gruppi di opposizione, in questo caso metterà in votazione anche l'intera proposta di risoluzione n. 2, nella premessa e nel dispositivo. Così si procederà.
FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, la ringrazio del suo sforzo nel riconoscimento di un diritto ineliminabile, che è quello di poter vedere poste in votazione le posizioni di ciascun senatore, in questo caso di un intero Gruppo parlamentare. Mi permetto di osservare che questo diritto verrebbe tutelato qualora venisse posta in votazione prima la proposta di risoluzione n. 2 e in secondo luogo la proposta di risoluzione n. 1 così come integrata: questa sarebbe la linearità. (Commenti dal Gruppo PD).
È esattamente così, e ne spiego le ragioni. L'inserimento del dispositivo della proposta di risoluzione n. 2 all'interno della proposta di risoluzione n. 1 non si può dire che completa la proposta di risoluzione n. 1. Se mi consentite, visto che la proposta di risoluzione n. 1 non prevedeva nessuna esplicita adesione alla risoluzione ONU n. 1973 e non prevede peraltro neanche l'interlocuzione continua e necessaria tra Governo e Parlamento nella definizione della vicenda - speriamo il più breve possibile, ma comunque attualmente in corso - della missione libica che ci vede impegnati, non consente di vedere insieme impostazioni che francamente danno, nella lezione che deriva dalla proposta di risoluzione n. 1, un'altra lettura della qualità della partecipazione dell'Italia alla missione internazionale.
È abbastanza semplice: se la maggioranza avesse voluto ribadire l'adesione alla risoluzione n. 1973 e agli impegni che in tal senso il Governo ha onorato (e avesse voluto onorare questo impegno con il voto di tutta la maggioranza), avrebbe o presentato una proposta di risoluzione identica alla nostra, o inserito queste parti nella proposta di risoluzione n. 1, oppure consentito l'approvazione delle dichiarazioni e delle conclusioni del ministro Frattini.
Abbiamo il diritto di vedere votato innanzitutto un deliberato che è già stato votato dalle Commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato: abbiamo il diritto di portare in quest'Aula un voto che è già stato espresso dal Parlamento, sia pure nelle Commissioni. (Applausi dai Gruppi PD e UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Dopo di che, tutte le aggiunte che vorranno essere fatte da ciascun Gruppo su questioni specifiche, con sfaccettature diverse a seconda delle posizioni politiche dei diversi Gruppi, ben vengano; ma il primo impegno che quest'Aula deve onorare è quello già assunto dal Governo italiano nelle sedi internazionali ed europee, ed è quello assunto dall'unanimità del Parlamento, con esclusione della Lega, nelle Commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato. (Applausi dai Gruppi PD e UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE).
PRESIDENTE. Senatrice Finocchiaro, questa è una nuova richiesta, alla quale non posso aderire. La Presidenza si è sforzata di consentire all'opposizione il diritto di votare la propria risoluzione n. 2 forzando il Regolamento. Lei sa che le risoluzioni si mettono in votazione secondo un ordine cronologico di deposito, per cui non possiamo addirittura invertire il voto. Quello che la Presidenza sta facendo in adesione alle vostre richieste è di mettervi nelle condizioni di votare la risoluzione n. 2 come risoluzione Finocchiaro, garantendovi il voto della risoluzione n. 2 nonostante il testo di questa, magari, poco prima sia stato oggetto di votazione per parti separate. Ciò a tutela della vostra identità e della vostra autonomia. Su questo la Presidenza è riuscita a forzare il Regolamento, assumendosene la responsabilità, a tutela vostra; non può andare oltre, perché invertire l'ordine cronologico delle votazioni delle risoluzioni sarebbe un fatto senza precedenti.
MORANDO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MORANDO (PD). Signor Presidente, sulla base del nostro Regolamento, e una volta affermato che certamente la presentazione delle risoluzioni determina un ordine cronologico delle votazioni, salva una valutazione della Presidenza che deve ordinare le votazione e può sempre farlo in qualsiasi circostanza, suggerirei di fare ancora per un attimo - poi naturalmente prenderò atto delle sue decisioni, signor Presidente - una valutazione. In realtà, se si guarda l'esigenza di ordinare le votazioni, sotto il profilo politico, c'è un fatto che non può non essere stato rilevato da tutti noi. Mi riferisco al fatto che l'unica risoluzione sulla quale il Governo si è intrattenuto pochi secondi esprimendo subito un parere favorevole è la proposta di risoluzione n. 2. Dopo di che è passato ad esaminare le altre proposte di risoluzione in ordine alle quali ha avanzato proposte di integrazione e di modifica che sono state variamente... (Commenti dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Colleghi, è una valutazione più politica che procedurale.
MORANDO (PD). È anche procedurale, signor Presidente, mi consenta, perché non c'è dubbio che nell'esercitare la sua potestà di ordinare le votazioni, si potrebbe seguire l'ordine implicito nel parere del Governo. In questo caso è evidente che, essendo la proposta di risoluzione n. 2 l'unica su cui il Governo ha espresso parere favorevole senza condizioni, dovrebbe - anzi potrebbe - essere votata per prima senza ledere alcun aspetto del nostro Regolamento, fermo il suo potere, signor Presidente, di ordinare le votazioni secondo un ordine logico invece che cronologico.
PRESIDENTE. Senatore Morando, ho già forzato il Regolamento prevedendo la votazione autonoma della proposta di risoluzione n. 2 anche se assorbita dalla proposta di risoluzione n. 1. Non posso però ordinare le votazioni se non per ordine cronologico, e non lo posso fare per ordine politico. Non posso stabilire un'altra priorità nel senso che, solo perché il Governo ha espresso parere favorevole su una proposta di risoluzione, essa diventi la prima che si mette in votazione. Non è questa la procedura che posso seguire.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, senza voler appesantire ulteriormente il dibattito, desidero recuperare il senso del ragionamento che poco fa su un'altra questione ha fatto il ministro La Russa. Poiché sulla proposta di risoluzione n. 2 in Commissione c'è stato il voto unanime dei Gruppi parlamentari, potrebbe essere votata prima in quanto attesta un orientamento unitario.
PRESIDENTE. Senatore D'Alia, mi sono già espresso al riguardo.
La proposta di risoluzione n. 2 si vota per seconda. Questa è la decisione della Presidenza, la quale segue un ordine cronologico. Faccio una forzatura facendola votare, anche se sarà stata votata prima come parte integrativa della proposta di risoluzione n. 1. Faccio ripetere un voto perché desidero garantire all'opposizione il diritto di potersi esprimere su una sua proposta, che reca la sua firma e non quella della maggioranza. Più di questo non credo di poter fare, in quanto sto già compiendo una forzatura, ma lo faccio a tutela della vostra identità.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Presidente, mi arrendo.
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Intervengo solo per precisare che integriamo la proposta di risoluzione n. 1 con l'intero testo, dalla prima all'ultima parola, della proposta di risoluzione n. 2, e che prendiamo atto delle procedure di votazione che lei, Presidente, ha proposto.
PRESIDENTE. Senatore Gasparri, ho deciso di far votare in ogni caso la proposta di risoluzione n. 2, anche se sarà stata già votata. Su questo non cambio idea.
GASPARRI (PdL). Siamo d'accordo, Presidente. La mia era solo una precisazione in merito al nostro testo, accettando le procedure da lei proposte.
VIESPOLI (CN). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (CN). Signor Presidente, do atto, anzi do per scontato che ci sia la massima buona fede da parte di tutti nel cercare una soluzione condivisa.
A me pare che ci sia un dato indiscutibile: da una parte, ci sono le comunicazioni del Governo; dall'altra, c'è il contributo che maggioranza e opposizione hanno dato al dibattito. Credo possa esserci una formula, se vi è da parte di tutti buona fede, per recuperare complessivamente questo dato - mi rivolgo in particolare all'opposizione, se mi è consentito - con una formulazione di dettaglio.
Da una parte, l'opposizione afferma di essere pronta ad approvare le comunicazioni del Governo. Queste ultime di fatto hanno recuperato la proposta di risoluzione presentata dalla maggioranza, così come la proposta di risoluzione presentata dall'opposizione. Allora si può anche trovare una formula che approva le comunicazioni del Governo, considerato che nelle stesse comunicazioni sono state recepite le risoluzioni approvate dalle Commissioni parlamentari e quelle della maggioranza. È una fotografia della realtà che risponde alla volontà di trovare una soluzione comune e condivisa.
PRESIDENTE. Mi sono espresso al riguardo abbastanza chiaramente.
Passiamo quindi alla votazione delle proposte di risoluzione.
CONTINI (Misto-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CONTINI (Misto-FLI). Signor Presidente, oggi ho ascoltato con grande attenzione tutti i nostri colleghi, ma soprattutto i nostri Ministri. Non desidero essere assolutamente polemica. Desidero essere vicino ai nostri uomini - come lo sono sempre stata - e quindi vicino al nostro Ministro della difesa. Devo però dire, dal punto di vista del Ministero degli affari esteri e della nostra politica estera, che quest'ultima ha ormai perso in un certo senso - e ora ne spiego il motivo - ogni credibilità. (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, siamo in fase di dichiarazione di voto. Sta parlando la senatrice Contini. Il dibattito verte su un tema delicato. La senatrice ha il diritto di potersi esprimere in un'Aula che l'ascolti e stia in silenzio. Chi non è interessato, è invitato ad uscire.
CONTINI (Misto-FLI). La ringrazio, Presidente.
Perché parlo di rilevanza della nostra politica estera? L'altroieri - pochi lo sanno - il nostro Presidente del Consiglio, a Parigi, è arrivato al Vertice quando Sarkozy aveva già iniziato il suo intervento. Questo è un fatto estremamente negativo. È negativo perché tutta la coalizione internazionale e l'Unione europea dovevano attendere il nostro Presidente italiano, ma ciò non è avvenuto. Si tratta di una delle tante volte in cui vediamo l'imbarazzo della posizione italiana e la derisione di colleghi inglesi, francesi o tedeschi, e ciò mi dà particolarmente fastidio, essendo stata per trenta anni nelle organizzazioni internazionali e nei tavoli internazionali.
Mi dispiace che l'Italia abbia perso un ruolo chiave nel Mediterraneo, e non solo direttamente con la Libia. In questo caso avremmo dovuto essere noi i primi, per tutte le ragioni immaginabili, politiche, economiche, culturali, storiche e di tradizione; dovevamo essere le persone che dovevano decidere o che dovevano mediare. Avremmo dovuto dire alla comunità internazionale che la Libia è una cosa nostra e che avremmo dovuto decidere cosa fare. Siamo stati, invece, sorpassati in modo vergognoso da francesi, inglesi e tedeschi, addirittura con il consenso, purtroppo, del presidente Obama. A me dispiace dirlo da questa parte, e non voglio dire altre cose ancora più negative. Questa è la verità. l'Italia ha perso una grande possibilità; l'Italia ha perso un ruolo di guida nel Mediterraneo, la sua credibilità e soprattutto, purtroppo, la posizione privilegiata che poteva ricoprire gestendo una crisi nazionale, essendo per una volta utile alla comunità internazionale e assumendo una linea di mediazione. Ha dimostrato confusione all'interno e all'esterno: all'interno, prima si è detta una cosa e poi il presidente Berlusconi ha dichiarato che quanto detto dal ministro La Russa non era vero.
Credo, invece, che ciò che ha affermato il ministro La Russa sia vero. Non bisogna sempre sconfessare quello che dicono il nostro Governo e i nostri Ministri. La confusione è stata all'interno e all'esterno, e se lo dico vuol dire che lo so. All'esterno c'è stato uno scarso coordinamento con l'Unione europea. Signori Ministri, tutto questo doveva essere fatto un mese fa; tutto quello che doveva essere fatto è stato fatto un mese dopo e solo ed unicamente perché il Ministero dell'interno ha iniziato una lotta per fare qualcosa in extremis. Dovevamo farlo molto tempo prima, e questo non ha nulla a che vedere con i nostri bravissimi diplomatici, ma con la politica estera che, purtroppo, manca e non c'è più. Siamo stati - mi perdonino il signor Presidente e i signori Ministri - irrilevanti, vergognosamente irrilevanti, con una prudenza eccessiva che non avevamo mai visto nella nostra politica estera. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, Misto-ApI e del senatore Pistorio. Congratulazioni).
VIESPOLI (CN). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (CN). Signor Presidente, vorrei partire da una considerazione e da una valutazione di ordine non nazionale, ma di contesto complessivo e generale, anche perché il contributo che i colleghi Palmizio e Carrara hanno dato attraverso i loro interventi in discussione generale mi esime dall'affrontare alcune questioni e temi di carattere specifico che già sono stati affrontati in maniera esaustiva.
Di fatto, ci troviamo di fronte ad una condizione che per la prima volta determina una sorta di assenza di guida, di leadership, di direzione. Un importante giornale italiano ha titolato un articolo significativo «Un mondo senza leadership». Ciò significa che affrontiamo la vicenda libica così delicata, difficile, critica e problematica, soprattutto per noi, in un contesto di carattere mondiale di fragilità e debolezza perché, al di là del merito e della valutazione dello stesso, è venuto meno quello che qualcuno ha definito il progetto ideologico occidentale, che, comunque, si riconosceva in una guida e in una leadership, al di là, ripeto, della valutazione di merito. Quel progetto è venuto meno ed è fallito. È fallito anche per lo stesso Presidente americano che l'aveva individuato, prospettato e proposto: oggi quella guida non c'è più. L'Occidente è privo di guida e, contestualmente, c'è un'Europa incapace d'intervenire e di coprire questo vuoto, perché essa stessa è incapace di prospettarsi come guida rispetto al venir meno di quel progetto.
Ci troviamo, quindi, in un contesto dove ritorna prepotente in campo quel che si pensava di poter mantenere marginale rispetto al confronto e al dibattito politico internazionale: irrompe nello scenario globale l'interesse nazionale, e la Francia si muove innanzitutto e soprattutto su questo terreno determinando, dentro il vuoto di leadership che si è creato, un'accelerazione che pone tutti nella condizione di dover fare i conti con questo nuovo scenario e questa nuova realtà.
In questo scenario e in questa realtà, che certamente ho semplificato con le mie considerazioni e le mie valutazioni, ma che indico come punto di partenza di una riflessione, è evidente che il punto non è più, e lo sottolinea l'articolo cui facevo riferimento prima, verificare se la missione sia partita tardi o sia cominciata male - questo concetto è riecheggiato nell'intervento della senatrice che mi ha preceduto, la collega Pinotti - ma verificare cosa sia utile per il nostro Paese. Da questo punto di vista, al di là dell'individuazione della tempistica rispetto alla decisione internazionale di intervenire in Libia, c'è un dato certo: il nostro Governo cerca di riportare a coordinamento quel che è separato e frantumato. La proposta di recuperare la catena di comando alla NATO riporta appunto a coordinamento quella diversità, individua un luogo politico e operativo di coordinamento reale, determina la possibilità di trovare un soggetto fortemente rappresentativo che copra quel vuoto di leadership, indicando un percorso di garanzia per tutti coloro che debbono partecipare a questa missione.
Ricordo peraltro che si deve partecipare a questa missione, come è stato ribadito e sottolineato, in coerenza con la risoluzione n. 1973, con un'interpretazione che non può essere garantita dall'asse franco-britannico e che invece può trovare luogo di garanzia solo nella NATO. Altrimenti (non lo dice solo il Governo, ma lo dicono anche gli osservatori più attenti), di fronte all'assenza di questo coordinamento, di questa catena di comando, non resta che la posizione individuata dal ministro Frattini, cioè quella di riprendere sotto il comando italiano le sette nostre basi a disposizione della coalizione, autorizzando gli obiettivi delle sortite degli aerei che vi siano schierati. E questo, non per cambiare posizione o bandiera, ma per una questione - continuo a riferirmi a quell'articolo - di dignità e di diritto, e anche di cautela rispetto allo scenario che si sta aprendo.
Cosa è nell'interesse nazionale oggi? Recuperare questo coordinamento e determinare contestualmente le condizioni per il protagonismo nazionale, attraverso la capacità di guida italiana sul fronte del dopo cessate il fuoco, per individuare un luogo per una conferenza di pace, per fare in modo che l'Italia si intesti in particolare la via diplomatica e politica per affrontare questo nodo e questo conflitto e per concretizzare in questo scenario gli interessi che appartengono alla nostra comunità nazionale.
Nell'esprimere il voto favorevole alla risoluzione presentata dalla maggioranza, ritenendo che nella banalità o nell'ovvietà di una proposta che ho cercato di enucleare, forse c'era il tentativo di chiudere questo dibattito in maniera coordinata, per non dire in maniera unitaria, credo che una qualche riflessione finale si debba fare. Quando si fa riferimento al Presidente della Repubblica, è giusto sottolineare e ribadire che quel riferimento non è alla persona, ma all'istituzione, che è garante dell'unità nazionale. E l'unità nazionale è presupposto fondamentale per tutelare l'interesse nazionale.
Questa vicenda ci richiama anche al dibattito che poi affronteremo sul terreno più interno. Forse bisogna ripensare a recuperare l'autorità, l'autorevolezza, la forza del significato profondo dello Stato nazionale, che è il portato culturale che ci consegna questa crisi, oltre alle riflessioni di politica estera. (Applausi dai Gruppi CN e PdL. Congratulazioni).
RUTELLI (Misto-ApI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RUTELLI (Misto-ApI). Signor Presidente, in questa circostanza è giusto che il Senato esprima la massima responsabilità rispetto ad una condizione critica che coinvolge il nostro Paese e l'intero Mediterraneo. È per questo che annuncio il voto favorevole nei confronti di tutte le proposte di risoluzione presentate dalle forze di opposizione e che noi non parteciperemo al voto proprio per non esprimere una valutazione negativa, ma con l'astensione possibile sulla base del Regolamento del Senato, sulla proposta di risoluzione della maggioranza.
Questa assunzione di responsabilità non può contenere però, signori Ministri degli affari esteri e della difesa, la nostra assoluzione per quella che consideriamo una inadeguata gestione di questa crisi.
Il nostro Governo, attraverso l'espressione dei suoi più autorevoli rappresentanti, è passato: da una linea di non ingerenza e non disturbo nei confronti del dittatore libico ad un impegno senza tregua per la rimozione di Gheddafi (seconda posizione); di fronte ad una constatazione della ripresa del controllo da parte del medesimo dittatore libico, ad una valutazione per la quale ciò avrebbe premiato - cito - una prudenza italiana; quindi ad una quarta posizione, quella di aderire con pieno impegno operativo all'azione militare contro Gheddafi; infine - quinta posizione - alla espressione di rammarico per tale azione, appena decisa.
Non vi è dubbio che vi sia una sproporzione, colleghi, tra gli interessi italiani in campo (prossimità geopolitica, approvvigionamento energetico, controllo delle emigrazioni illegali, accordi economici in essere) ed il reale ruolo svolto dal Governo italiano. Purtroppo, l'autorevolezza personale del Premier esce assai ulteriormente menomata da questa crisi. Purtroppo, vi è motivo per esprimere anche il nostro rammarico sulla debolezza europea.
Il fronte mediterraneo diviene decisivo, e vediamo una nuova stagione necessaria dopo la crisi dell'Unione euromediterranea esemplificata dalla leadership congiunta del presidente francese Sarkozy e del presidente egiziano Mubarak. È una stagione nuova che deve iniziare.
Vorrei sottolineare, Presidente, che ci accomuna nel voto, assieme ai colleghi firmatari di questa proposta di risoluzione (la collega Contini, il collega Pistorio, il collega D'Alia) e come illustrato nel dibattito dalle colleghe Sbarbati e Germontani, anche il giudizio che i nostri partiti politici hanno espresso in precedenza. Voglio ricordare che il leader di Futuro e Libertà è quello stesso Presidente della Camera che, dopo alcune ore di attesa per la capricciosa visita del leader Gheddafi, si è alzato e ha rinunciato a quell'incontro per difendere la dignità del Parlamento. Voglio ricordare che tra di noi ci sono parlamentari, come quelli dell'UDC, che hanno votato contro il Trattato; ed altri, come me ed altri colleghi di Alleanza per l'Italia, che non l'hanno votato o anch'essi hanno votato contro. E così si deve rilevare il grande impegno dei colleghi dello MPA per difendere la delicatissima frontiera siciliana, come è contenuto con chiarezza nel documento che abbiamo presentato.
La nostra proposta di risoluzione, Presidente, contiene posizioni chiare e forti. Le elenco avviandomi alla conclusione. Primo: la promozione di una cabina di regia politica. Secondo: che l'Italia diventi capofila di una iniziativa diplomatica con la Lega araba, l'Unione africana e il Consiglio di cooperazione del Golfo. Terzo: sostegno al Consiglio nazionale di transizione di Bengasi. Quarto: proporsi (l'Italia) come capofila di un grande piano euroatlantico di rilancio della cooperazione mediterranea (quante volte abbiamo sentito Berlusconi parlare di un Piano Marshall!), con precisi strumenti che qui sono indicati. Quinto: il burden sharing, cioè la ripartizione delle responsabilità, con riferimento alle critiche situazioni migratorie di massa. Sesto: l'implementazione delle decisioni dell'ONU (risoluzione n. 1970), con responsabilizzazione piena della Corte penale internazionale. Settimo: favorire l'approvazione dei disegni di legge sull'adeguamento della nostra normativa interna allo statuto della Corte penale internazionale (questo ci accomuna alla collega Bonino). Ottavo: salvaguardare gli interessi economici e contrattuali delle imprese italiane. Nono: ripristinare l'apertura ai voli civili dell'aeroporto di Trapani. Decimo ed ultimo: distribuire in modo equilibrato la responsabilità e gli oneri legati ai flussi migratori.
La mia conclusione è semplice, signor Presidente. Perché non è stata accettata dal Governo la proposta della collega Finocchiaro, alla quale a nostro nome si è associato immediatamente il collega D'Alia? Per un semplice motivo: perché quel giusto compromesso avrebbe comportato...
PRESIDENTE. Senatore Rutelli, concluda, per favore.
RUTELLI (Misto-ApI). Ho terminato.
Dicevo che quel giusto compromesso avrebbe comportato lo spostamento della posizione del Governo e della maggioranza dalla linea non rispondente al vero contenuta nella risoluzione di maggioranza, secondo la quale gli impegni richiamati ai punti 6 e 7 del comunicato conclusivo del Consiglio affari esteri imporrebbero addirittura un'azione navale nel Mediterraneo. Non leggerò tali punti; ma i colleghi, che sono in grado di farlo, sanno che essi non prevedono assolutamente un'azione navale di tipo militare, come la Lega pretende di imporre a quest'Aula.
Purtroppo rispetto alla posizione equilibrata che ha esposto il ministro Frattini, e che noi avremmo sottoscritto, si è voluto far prevalere ancora una volta la posizione e la pretesa totalmente astratta, velleitaria e propagandistica di un partito, la Lega, che, anziché all'interesse della Repubblica italiana, si mostra interessato alla propria propaganda politica. (Applausi dai Gruppi PD, UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, IdV e dei senatori Contini e Pistorio. Congratulazioni).
BELISARIO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, ministri Frattini e La Russa, colleghi, il mio Gruppo ha cercato e cercherà di dare un suo contributo propositivo alla discussione, ma è evidente, e deve essere evidente, che non dobbiamo peccare reciprocamente di ipocrisia. Io ovviamente proverò a non cadere in questo peccato.
Il mio Gruppo è sconcertato. Pur ringraziando i ministri Frattini e La Russa per la correttezza con cui hanno affrontato le loro relazioni, rimango sconcertato per l'assoluta mancanza di sensibilità istituzionale da parte del Presidente del Consiglio, il quale, pur in presenza di una crisi così delicata che è scoppiata appena fuori l'uscio di casa nostra, ha ritenuto ancora una volta di non venire a parlare in Parlamento. (Applausi dal Gruppo IdV). Dico questo nella certezza che avremmo avuto diversità di valutazioni ed anche di conclusioni: ma vi sono delle norme comportamentali di cui il Presidente del Consiglio dovrebbe tener conto. Certo, tra un rimpasto di Governo, un'udienza, un provvedimento ad personam e un videomessaggio, io ritenevo che il Presidente del Consiglio avesse l'obbligo morale di venire in Parlamento a spiegare compiutamente la rotta che collegialmente il suo Governo si è dato.
Credevo che avesse l'obbligo di esporla senza reticenze, non passando da espressioni del tipo «non telefono per non disturbare», piuttosto che ad altre come «Gheddafi è finito», o ancora, per ultimo, «sono vivamente rammaricato per il rais». Noi dobbiamo provare ad essere conseguenti, se vogliamo recuperare - mi rivolgo a lei, signor ministro Frattini - una credibilità internazionale che, mi scuserà e mi scuserete voi, colleghi, al momento non abbiamo: lo dimostrano le concertazioni che fanno alla luce del sole gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna. Indubbiamente qualcuno di questi Paesi avrà commesso degli errori di valutazione, ma non è questo il punto: noi dobbiamo guardare in casa nostra. Io avrei gradito che il Governo fosse partito dal Trattato italo-libico.
Signor Ministro, lei ci ha ricordato l'articolo 103 della Carta delle Nazioni Unite, che è come una Carta fondativa, una Carta costituzionale. Poi ci sono - come lei mi insegna - le leggi ordinarie, come la Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati del 1969, che spiega come e quando i Trattati vengono sospesi, quando si ritengono nulli e come si fa a dichiararli estinti. Ci sono dei passaggi procedurali precisi in base ai quali noi dovevamo notificare la sospensione del Trattato. Ma il Trattato italo-libico non è stato impugnato: si dice sempre che esso è, di fatto, posto nel nulla.
Ecco perché noi non abbiamo accolto la richiesta di togliere dalla nostra proposta di risoluzione questo punto. Abbiamo invece voluto lasciarlo, perché riteniamo che da lì partano tutti i problemi, che troviamo messi bene in evidenza nella proposta di risoluzione della maggioranza. Si sottolineano infatti due punti. Una parte è quasi esclusivamente mercantile, per cui andiamo a salvaguardare gli interessi delle nostre imprese. È evidente che siamo ben attaccati agli interessi, anche economici, del nostro Paese, poiché sappiamo bene che prendiamo petrolio dalla Libia per il 25 per cento delle nostre importazioni, e tanto gas naturale.
Da quel Trattato voi fate però derivare tante altre cose che troviamo anche nella proposta di risoluzione. Nella vostra risoluzione, colleghi della maggioranza, trattate il problema dell'immigrazione in modo davvero improprio, in barba a qualsiasi dichiarazione che ogni tanto sento anche da alcuni di voi. Voi parlate sempre di operazioni di pattugliamento e, quando guardate all'immigrazione, nella vostra risoluzione, parlate sempre di funzione di prevenzione migratoria e di assistenza umanitaria. Non è solo questo: per noi non si tratta di profughi. Qualcuno parlava di sfollati, ma noi parliamo di migranti, che vanno via da fame e persecuzione, e in questo caso anche da guerre. (Applausi dal Gruppo IdV).
Per questo noi riteniamo di conservare i punti della nostra proposta di risoluzione, anche quanto lei, signor Presidente, ha consigliato di eliminare, cioè l'ultima parte della nostra proposta di risoluzione, perché in quella parte, che sembra non essere pertinente, si trovano invece tutti gli argomenti che riguardano il nostro caso: per esempio, l'immigrazione ed il diritto d'asilo (e lo stiamo verificando), il miglior funzionamento dell'Agenzia Frontex (che pure noi abbiamo finanziato e su cui, probabilmente, abbiamo qualcosa da ridire).
Ecco, vogliamo il coinvolgimento pieno dell'Unione europea non per creare un cordone sanitario, ma per dare accoglienza ai migranti, per offrire soccorso in mare ed effettuare lo smistamento negli altri Stati membri dell'Unione europea. Riteniamo infatti che non debbano entrare tutti in Italia; vogliamo solidarietà e partecipazione da parte dell'Unione europea. Abbiamo provato a dare dei suggerimenti al riguardo.
Prendo atto poi delle dichiarazioni e delle puntualizzazioni del ministro La Russa a proposito dei bombardamenti. La nostra proposta di risoluzione ha riportato, con nomi e cognomi, dati e dichiarazioni; il signor Ministro dice che non è così. Ne prendiamo atto. Non abbiamo riportato una diceria ma ciò che ritenevamo un fatto, ma prendiamo atto della comunicazione che egli ci ha dato.
Noi riteniamo che la risoluzione n. 1973 vada rigorosamente e puntualmente applicata. Mi rendo conto...
PRESIDENTE. Il tempo a sua disposizione sta per scadere, senatore Belisario.
BELISARIO (IdV). Presidente, non voglio dire che c'è chi ha raddoppiato il tempo a disposizione...
PRESIDENTE. La volevo informare.
BELISARIO (IdV). Stiamo ragionando di un argomento talmente importante...
PRESIDENTE. Ma non le ho mai tolto la parola, senatore Belisario.
BELISARIO (IdV). ...ma anche se non ho imparato a memoria l'intervento cercherò comunque di riprendere il filo del discorso per avviarmi alle conclusioni.
Abbiamo dato il nostro contributo perché, come è evidente, abbiamo tutto l'interesse a che il nostro Paese riacquisti una dignità internazionale che, a parere del Gruppo dell'Italia dei Valori, è stata smarrita da tre anni a questa parte anche con il baciamano e con la firma del Trattato internazionale. (Applausi dal Gruppo IdV).
È per questi motivi che noi voteremo convinti la proposta di risoluzione presentata dal Partito Democratico. Quando poi capiremo quali e quante parti separate si voteranno della proposta di risoluzione della maggioranza, in quel momento faremo la nostra dichiarazione di voto. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). «Nessun popolo può avere il diritto di sottomettere e governare un altro popolo sottraendogli la propria cultura e le proprie tradizioni». Questa è la dichiarazione che il presidente Berlusconi ha fatto qualche mese fa intervenendo al Congresso generale del popolo libico a Sirte.
Avremmo voluto che qui stasera il presidente del Consiglio pronunciasse le stesse parole dopo i massacri compiuti dal criminale internazionale che va sotto il nome di Gheddafi nei confronti del suo popolo, anziché dichiarare che si trova ad essere personalmente rammaricato. E nel momento in cui, signor Ministro, il nostro Paese poteva e doveva intervenire per fermare il massacro mediando con il leader libico il Presidente del Consiglio ha dichiarato che non telefonava a Gheddafi per non disturbarlo. Non disturbarlo da cosa? Dal massacro e dai bombardamenti sulla propria popolazione e sui civili?
Questa è la ragione per la quale, signor Ministro, abbiamo chiesto che il Presidente del Consiglio venisse qui, in questa Aula, considerato che domani egli, e non lei o il Ministro della difesa, è chiamato al Consiglio europeo a stabilire cose molto importanti di cui tutti intendiamo, nei limiti di ciò che ci è stato consentito dalla miopia di questa maggioranza, farci carico.
Detto questo, con molta e profonda amarezza, non ripeterò le cose che molto meglio di me il collega Rutelli, la collega Contini e gli altri colleghi che sono intervenuti in discussione hanno già detto.
Mi permetto però di sottolineare due questioni che dal nostro punto di vista sono importanti. Perché noi non condividiamo la risoluzione proposta dai colleghi della maggioranza? Perché in quella risoluzione non c'è alcuna parola, né espressa, né inespressa o implicita, di condanna della leadership di Gheddafi e del suo operato, né un riferimento alla risoluzione n. 1970 che affida alla Corte penale internazionale l'inchiesta sull'operato di Gheddafi. Quindi, non vi è chiarezza da parte della maggioranza su che cosa si voglia fare. E la timidezza e l'incertezza che il Governo ha mostrato in queste settimane dipende, dalla nostra prospettiva, dal fatto che c'è chi pensa e spera che Gheddafi resti lì e possa vincere la sua guerra civile.
Questo a noi non sta bene. La nostra proposta di risoluzione lo dice con estrema chiarezza e fermezza, precisando altresì che il nostro Governo non può accettare alcun tipo di iniziativa di Gheddafi che possa continuare a perpetuare questo regime che, peraltro, trova nel Trattato che la maggioranza ha approvato in questo Parlamento una copertura politica, la sospensione del quale da parte delle Nazioni Unite non esime la maggioranza e il Governo dal dire che cosa pensa del rapporto con Gheddafi, e non con la Libia. È un Trattato certamente sospeso nella sua efficacia, in quanto, ovviamente, non sapremmo con chi interloquire, ma che comunque contiene una serie di questioni e di punti critici che noi non condividiamo e che non possono essere oggetto di una prosecuzione sotto il profilo delle relazioni internazionali con chiunque verrà - noi ci auguriamo - dopo Gheddafi.
Questa è la questione centrale che abbiamo posto nella nostra proposta di risoluzione e che ci vede totalmente in disaccordo con chi pensa sotto sotto che questo signore (si fa per dire) ancora se la può cavare e che si può andare avanti così.
L'altra questione che noi riteniamo molto seria e che ci distingue dai colleghi della maggioranza in ordine alla proposta di risoluzione che hanno presentato è la seguente. La causa di questa migrazione epocale non è da rinvenire nell'intervento umanitario fatto in Libia. La causa di questa migrazione epocale è la rivoluzione che è avvenuta nel Nord Africa, in Tunisia, in Algeria, in Egitto, in Marocco e, quindi, anche in Libia. È quella che ha determinato l'incremento dei flussi migratori e, quindi, anche dei clandestini.
Pertanto, si vuole immaginare, come sostengono i colleghi della Lega, che trovare un'intesa con la leadeship libica per continuare a mettere la polvere sotto il tappeto possa essere una soluzione al problema, quasi che quello che avviene in Nord Africa non ci interessa, come se non avessimo alcuna voglia di occuparcene, e non sia invece strettamente connesso agli interessi generali di questo Paese.
Non è che gli interessi economici del nostro Paese, cari amici, si tutelano pensando di tenere buona questa gente. Gli interessi economici del nostro Paese si affrontano individuando quali sono le nuove interlocuzioni nel Nord Africa, e noi su questo siamo stati totalmente in ritardo e disattenti, perché abbiamo pensato che quei signori potessero continuare a governare per altri 50 anni: non ci siamo posti il problema di che cosa stava succedendo in Tunisia, in Algeria, in Egitto e, quindi, anche in Libia. E fino a quando questo lo hanno fatto gli americani o i francesi, che stanno molto lontani da questi territori, è un conto, ma noi, che viviamo dei problemi del Nord Africa, che viviamo dei problemi dell'immigrazione che proviene da quell'area, abbiamo il dovere di prevenire e di porci queste domande. E non averlo fatto è una responsabilità politica a tutti gli effetti che noi vi contestiamo in maniera chiara.
Consentitemi poi, signor Presidente, di dire che in questi giorni abbiamo assistito ad un dibattito stucchevole su Lampedusa, su Trapani e su Mineo. Noi chiediamo, signor Presidente, che il Ministro dell'interno venga a riferirci lo stato di organizzazione del sistema relativo ai clandestini, agli immigrati irregolari. Vogliamo sapere quanti sono oggi quei centri che un tempo si chiamavano di permanenza temporanea presenti in Italia, che capienza hanno, quante persone contengono e perché ci si ostina a tenere sotto ricatto una comunità come quella di Lampedusa per porre un problema diverso. Infatti, Lampedusa poteva essere svuotata almeno da venti giorni, ma ciò non è stato fatto per volontà della Lega Nord. Questo è il punto! (Applausi dal Gruppo IdV. Commenti dal Gruppo LNP). Signor Presidente, le chiedo cortesemente di far smettere quei signori di lagnarsi. (Applausi del senatore Serra. Commenti dal Gruppo Lega Nord).
Lo stesso discorso riguarda Mineo. Ci si deve spiegare perché si sceglie Mineo, che ha un costo esorbitante per le casse dello Stato e non si sceglie una base militare come quella di Comiso che è di proprietà dello Stato, non costa nulla e ha il doppio della capienza; ci si deve spiegare perché si usa l'aeroporto di Trapani e non quello di Sigonella! Non ci si può trincerare dietro motivazioni di carattere tecnico! (Applausi dal Gruppo IdV). Il problema è che questa politica del Governo centrale piega agli interessi della Lega Nord anche l'abbandono del territorio siciliano! Questa è la verità.
A tale riguardo, signor Presidente, voglio sottolineare con molta franchezza che la proposta di risoluzione n. 1 non è d'aiuto per il difficile lavoro che i nostri militari stanno svolgendo in Libia. Quattro giorni fa abbiamo votato una risoluzione unitaria nelle Commissioni congiunte per dare copertura da parte del Parlamento alla missione del Governo. Oggi, per responsabilità vostra, in quest'Aula si cambia posizione, esponendo il Paese ad un atteggiamento ridicolo dal punto di vista del metodo e del merito delle questioni che si affrontano.
Concludo, signor Presidente, evidenziando che noi volevamo trovare un punto di accordo; abbiamo cercato di raggiungerlo perché su questi temi abbiamo a cuore, come sempre abbiamo sostenuto, l'interesse nazionale. Abbiamo proposto di ritirare ciascuno la propria risoluzione, perché la situazione è articolata e complessa, vi sono questioni di merito e diverse sensibilità nel Paese che noi rispettiamo. La proposta avanzata dalla senatrice Finocchiaro era di buon senso e serviva a dare maggiore forza al Governo, attraverso un pronunciamento unitario del Senato, in un momento difficile per l'Italia. Il rifiuto di quella proposta non ci meraviglia, se dobbiamo essere sinceri, perché purtroppo, onorevoli colleghi della maggioranza, voi avete una visione molto piccola del mondo, veramente modesta, che si chiama Padania. (Commenti dal Gruppo LNP). La Padania non è uno Stato, non è una Regione e non sta nel mondo: rendetevene conto!
Per tale ragione, l'unico atto di responsabilità che noi possiamo compiere è quello di astenerci nella votazione della vostra mozione, votando a favore di tutte le altre. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE, IdV, PD, Misto-ApI. Congratulazioni).
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, se dovessi trarre un elemento unificante rispetto a tale vicenda, per quanto mi riguarda lo coglierei nell'imbarazzo e nella incertezza che ha segnato tutta la crisi: all'inizio, la confusione che ha determinato posizioni contraddittorie, con dichiarazioni in contrasto di autorevoli esponenti del Governo e dello stesso Presidente del Consiglio, e poi questa sera - lo ha evidenziato molto chiaramente il collega D'Alia - l'imbarazzo che ho colto sui banchi del Governo e da parte del Presidente del Senato perché non è stato possibile un voto unitario del Parlamento rispetto alla proposta della senatrice Finocchiaro. Non potete negarlo: siete in grave difficoltà in una vicenda drammatica, impegnativa, che ci vincola sullo scenario internazionale, in cui l'ipoteca legittima ma molto gravosa della Lega Nord obbliga il Governo ad una posizione debole.
In questo imbarazzo, mi rivolgo al signor Ministro degli affari esteri, di cui ho apprezzato l'equilibrio e la misura nell'intervento, si inserisce anche l'assenza del Capo del Governo in questo ramo del Parlamento. Oggi il Presidente del Consiglio ha avuto il tempo di impegnare il Capo dello Stato nella nomina di un nuovo Ministro, un Ministro "Responsabile", ma non ha avvertito la responsabilità - lui sì - di venire in Parlamento e farsi carico di questa vicenda nella quale è coinvolto anche personalmente. Perché io ho la sensazione, lo dico senza infingimenti, che senza l'esposizione diretta del presidente Berlusconi in un rapporto di personale amicizia con il leader libico Gheddafi (dittatore conclamato, oggi unanimemente riconosciuto come tale, ma suo amico personale) forse il nostro Paese avrebbe avuto meno incertezze nell'assumere le posizioni che erano dovute sia alla comunità internazionale, sia ai principi del diritto umanitario, ma anche agli interessi nazionali. Il tema che si pone, signor Ministro degli affari esteri, è se la tutela dei nostri interessi nazionali nel Nord Africa più complessivamente, ma in Libia in questo particolare scenario... (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia, così non si può andare avanti.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signor Presidente, quel che dico rimane agli atti, non mi preoccupo.
PRESIDENTE. Lei ha diritto a poter parlare e ad essere ascoltato.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Alzerò il tono della voce: quello che conta è che le posizioni politiche siano sedimentate e formalizzate nel resoconto.
È chiaro che in Libia abbiamo una storia, un'esperienza e degli interessi molto radicati. Ebbene, ho la sensazione che nell'Esecutivo, nella coalizione di maggioranza, negli interessi che vi partecipano in modo più diffuso, vi sia ancora la tentazione di scommettere, o di sperare che questi interessi siano meglio tutelati da una permanenza del colonnello Gheddafi al potere, quantomeno in una quota di territorio. Ritengo che invece sia più intelligente, più lungimirante e più giusto scommettere, dando collaborazione e diventando partner essenziali per la nostra esperienza, sull'avvio di un processo democratico in quel territorio, che ci veda protagonisti nel futuro della Libia a garanzia di quegli interessi nazionali, che sono sì quelli economici dei contratti, che vorremmo tutti fossero confermati, ma anche della gestione condivisa dei flussi migratori, che sono certo un problema che non può essere caricato esclusivamente sull'isola di Lampedusa.
Voglio arrivare a questo, signori Ministri degli esteri e della difesa: c'è un dato, che non posso esimermi dal sottolineare, per la mia legittimazione politica di essere espressione di un movimento territoriale come quello che abbiamo costruito nella nostra Regione. Non possiamo non notare che nella trascuratezza conclamata che questo Governo ha per la Regione Sicilia c'è anche quest'esperienza. Lampedusa poteva essere svuotata molto tempo fa, perché non è la crisi libica ad aver aggravato la situazione, ma è tutta la vicenda della crisi nordafricana ad aver caricato su quest'isola una condizione insopportabile per la sua convivenza civile e per la sua prospettiva economica.
Ho ascoltato gli amici della Lega dire che si faranno carico di Lampedusa, perché glielo ricorda la collega Maraventano, ma la comunità nazionale deve farsi carico di Lampedusa come avamposto di questo Paese che sta sopportando sforzi davvero gravosissimi. Allo stesso modo, signor Ministro della difesa, noi riteniamo che non sia impossibile, senza compromettere le operazioni militari, quali che esse siano, trasferire l'attività militare a Sigonella, base unicamente vocata a questo, liberando Trapani da questa condizione che obiettivamente sta gravando su quel territorio. Vorremmo infine che i flussi fossero gestiti in modo equo e solidale.
BRICOLO (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BRICOLO (LNP). Signor Presidente, Ministri, onorevoli colleghi, la Lega Nord non ha mai gradito in generale l'intervento armato in missioni di pace, e anche in occasione dell'attacco in Libia abbiamo più volte, in modo molto chiaro, espresso le nostre perplessità. Oggi però questa missione è partita, è operativa e diventa dunque fondamentale gestirla nel migliore dei modi. Ringraziamo dunque il Governo per aver aderito alla nostra richiesta di venire immediatamente a riferire in Aula dopo la convocazione delle Commissioni congiunte esteri e difesa della scorsa settimana.
La Lega in quell'occasione non ha partecipato al voto che autorizzava il nostro Paese ad aderire alla coalizione che in questo momento sta facendo rispettare la risoluzione n. 1973 dell'ONU. Lo abbiamo fatto non per ostacolare il Governo, come in molti, erroneamente, hanno riportato, ma semplicemente perché volevamo approfondire la questione in Parlamento allo scopo di votare un documento in grado di tutelare anche gli interessi primari del nostro Paese.
La proposta di risoluzione che abbiamo presentato con i colleghi della maggioranza ha recepito anche tutte le nostre osservazioni impostando l'azione di questa difficile missione.
È giusto aiutare gli altri, ma per quanto ci riguarda la priorità deve essere quella di evitare problemi a casa nostra. Lo scopo è che non vi siano ripercussioni negative nel nostro Paese causate da queste operazioni militari.
In questo momento di grave crisi economica che penalizza le nostre imprese e la vita delle nostre famiglie, in politica estera - a nostro modo di vedere - bisogna essere più pragmatici e meno altruisti. Abbiamo visto che alcuni Paesi hanno immediatamente appoggiato l'azione militare in Libia, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, mentre molti altri non lo hanno fatto, in primis la Germania, pur essendo di fronte ad una risoluzione dell'ONU. Ognuno ha deciso secondo i propri interessi, cosa che dobbiamo imparare a fare anche noi.
Le nostre proposte, inserite nella risoluzione di maggioranza ed accolte dal Governo seguono questo ragionamento, che comprende quattro punti chiari ed efficaci.
Innanzitutto occorre tutelare i contratti energetici sulle materie prime stipulati con la Libia e in vigore prima della guerra civile. Questo per evitare l'aumento dei costi dell'energia ai cittadini e alle imprese.
In secondo luogo, è necessario un pieno rispetto della risoluzione ONU, per evitare fughe in avanti di singoli Paesi della coalizione. Non saranno la Francia e Sarkozy a dettare le regole.
In terzo luogo, occorre un coinvolgimento di tutti i partner europei per l'accoglienza dei profughi. Non potranno rimanere tutti nel nostro Paese. Ognuno dovrà farsi carico di una propria quota.
Infine, è necessario allestire di un blocco navale congiunto anche per contrastare il flusso di immigrati verso il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo LNP). I nostri confini, per quanto ci riguarda, devono essere difesi.
Abbiamo anche concordato con il Governo - cosa a cui tenevamo molto -l'attivazione di tutte le reti diplomatiche per arrivare prima possibile al cessate il fuoco e alla fine, dunque, degli interventi armati sul territorio libico. cosa che credo sia negli auspici non solo di questo Parlamento, ma anche dell'intero Paese.
Nel frattempo, dobbiamo gestire anche le conseguenze delle rivolte che si sono susseguite in tutto il Maghreb arabo. Negli ultimi tre mesi sono sbarcati a Lampedusa 15.000 immigrati, provenienti quasi tutti dalla Tunisia, a fronte delle poche decine arrivate in tutto 2010. Per quanto ci riguarda, questi immigrati sono clandestini (Applausi dal Gruppo LNP) e a loro sarà applicata la legge vigente. (Applausi dal Gruppo LNP. Commenti dal Gruppo PD). Saranno quindi identificati nei centri preposti e poi saranno tutti espulsi. (Commenti del senatore Marcenaro). In questi frangenti non si può indulgere a nessun buonismo. A tutti deve arrivare, fuori e dentro i nostri confini, un messaggio molto chiaro: abbiamo delle leggi rigorose e le vogliamo far rispettare senza eccezioni. (Applausi dal Gruppo LNP). Nei prossimi giorni il ministro Maroni sarà in Tunisia per trovare accordi con i rappresentanti del Governo di quel Paese per bloccare quello che possiamo definire un vero e proprio esodo in atto. Anche per questo vogliamo ringraziare il Ministro dell'interno, che ha agito fin dall'inizio di questa emergenza in maniera decisa, responsabile e senza tentennamenti.
Ricordo che stiamo affrontando questa emergenza nel migliore dei modi. Però lo stiamo facendo da soli, senza avere mai avuto un aiuto concreto dagli altri Paesi europei. Su questo è giusto aprire una riflessione. Ancora una volta l'Europa, quando serve, non c'è. Noi in più occasioni, in passato, abbiamo criticato questa Europa, e per questo siamo stati attaccati praticamente da tutte le forze politiche e dai giornali di questo Paese. Ce lo ricordiamo bene noi della Lega. Venivamo attaccati perché avevamo il coraggio di dire da soli la verità, e cioè che questa è un'Europa che è sempre in prima fila solo per difendere gli interessi delle grandi banche e della finanza (applausi dal Gruppo LNP) e non interviene mai quando i singoli Stati chiedono aiuto su questioni rilevanti.
I fatti purtroppo, oggi come non mai, ci danno ragione. Ma così non può continuare, e ringraziamo il Governo, che si è impegnato ad ottenere quello che da tempo noi chiediamo: aiuti finanziari, mezzi, uomini e una gestione congiunta dei flussi degli immigrati in arrivo sulle nostre coste.
La Lega Nord, dunque, con questa proposta di risoluzione, vuole stimolare l'azione dell'Esecutivo volta ad affermare, in sede europea, in sede NATO e presso tutti i Paesi che partecipano alle operazioni in Libia, il ruolo e gli interessi del nostro Paese.
Invitiamo anche il Governo a riferire in modo costante e continuo in Parlamento sugli sviluppi della missione in Libia e, allo stesso tempo, noi continueremo a monitorare i rischi di questa azione militare, per impedire che sui nostri cittadini alla fine gravi un prezzo ingiusto e immeritato. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).
FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Presidente, verrei meno al dovere di lealtà nei suoi confronti se non premettessi due parole sulla sua decisione e sul voto delle proposte di risoluzione. Non voglio accanirmi su tale questione, perché la nostra posizione si è dimostrata responsabile e pacata nel corso di tutta la discussione e di tutta questa vicenda. Vorrei però fare solo due considerazioni.
Ha fatto aggio una scelta fondata esclusivamente sulla prassi, e cioè che le risoluzioni vengano votate in ordine cronologico. Non esiste alcuna norma del Regolamento che prevede questa regola: è nella disponibilità del Presidente disporre l'ordine di votazione a norma dell'articolo 8 del Regolamento. Se c'è qualche elemento al riguardo, è quello ricordato dal collega Morando, e cioè che si vota per prima la risoluzione approvata dal Governo, in questo caso, una risoluzione che riproduceva il deliberato delle Commissioni esteri e difesa congiunte di Camera e Senato.
Ha fatto aggio un fatto di prassi su un diritto, non una concessione alle opposizioni (applausi dal Gruppo PD): quello di vedere votato autonomamente il proprio testo e di poterne disporre, Presidente. Come posso rifiutare la firma di un collega su un mio emendamento, su una mia interpellanza o risoluzione, posso oppormi ad un uso della mia risoluzione che ne vanifichi l'effetto e il risultato politico. (Applausi dal Gruppo PD). Le chiedo formalmente, signor Presidente, che ci sia una riunione per decidere le procedure per la presentazione delle risoluzioni e la certificazione dell'ordine di presentazione, visto che questa prassi viene ritenuta definitiva e trionfante su diritti conclamati di ciascun parlamentare. (Applausi dal Gruppo PD).
Detto questo, Presidente, noi riteniamo che l'intervento dell'Italia in Libia sia necessario e legale: necessario per ottenere la cessazione delle violenze, degli attacchi e degli abusi ai danni di civili e di oppositori politici (oppositori politici e non fazioni ribelli, come vengono definite nella proposta di risoluzione del PdL e della Lega). Ancora oggi, se gli aerei della missione internazionale non fossero intervenuti a Misurata, i cannoni di Gheddafi avrebbero continuato a sparare, e si sarebbe allungata la lista degli oltre 70 morti, tra cui nove bambini, delle vittime registrate da lunedì.
L'intervento è necessario perché senza un cessate il fuoco delle truppe fedeli al rais nessuna transizione democratica può avviarsi e peraltro neanche alcuna operazione di interposizione potrebbe avere luogo. L'intervento è legale perché è assistito da due risoluzioni dell'ONU.
La nostra posizione è stata fin dall'inizio chiara, coerente e lineare. Abbiamo cominciato con tre risoluzioni presentate, tra il 22 febbraio e il 3 marzo, dai nostri colleghi che recavano alcuni impegni chiave per il Governo, che sono rimasti identici: la condanna delle violenze del regime nei confronti del popolo libico in sede bilaterale e multilaterale; la necessità di iniziative che agevolassero la transizione democratica in Libia, in raccordo ovviamente con le istituzioni multilaterali e con l'alleanza; il coinvolgimento dell'Unione europea e dell'ONU per fronteggiare l'emergenza umanitaria; la necessità di una costante interlocuzione con il Parlamento.
Poi è intervenuto il voto nelle Commissioni congiunte, alle quali abbiamo partecipato dando forza alla posizione del Governo, mentre i colleghi della Lega, né nelle Commissioni congiunte, né in Consiglio dei Ministri ritenevano di esprimersi favorevolmente, pur essendo componenti della maggioranza e del Governo Berlusconi.
C'è stata poi una lettera mia e del presidente Franceschini perché fosse l'Aula a ratificare una decisione così importante per il nostro Paese e c'è stata la nostra insistenza perché il presidente Berlusconi venisse in Aula: ma il presidente Berlusconi la rifugge. Ormai mi sembra rifugga ogni contatto, al punto che commette delle gaffe anche grottesche, come quella di oggi pomeriggio: nel mentre chiedevo, offrendo di ritirare la nostra proposta di risoluzione, di votare le conclusioni del ministro Frattini, lui tuonava contro l'opposizione dicendo che si mette di traverso e toglie forza al Governo. Soltanto non frequentando le Aule parlamentari e non stando sul pezzo si possono commettere queste gaffe. (Applausi dal Gruppo PD).
Oggi presentiamo la nostra proposta di risoluzione che riproduce il testo approvato dalle Commissioni il cui contenuto è noto a tutti. Forse bisogna ribadire le motivazioni: siamo obbligati a ripresentare tale proposta di risoluzione, in primo luogo perché - basterebbe dirlo con le parole del ministro Frattini - non è contenuta nella proposta di risoluzione del PdL. Siamo obbligati a farlo perché dal Parlamento esca rafforzato il ruolo dell'Italia, la sua credibilità internazionale; oggi nelle relazioni con i nostri partner internazionali e domani nelle relazioni con il Governo libico che speriamo si insedi democraticamente il più presto possibile e nella maniera meno sanguinosa possibile. Dobbiamo farlo perché l'Italia sia forte nella sua legittima richiesta all'Europa affinché si attivi una comune e solidale responsabilità di fronte ai flussi di profughi che vengono dalla zona sud del Mediterraneo. Dobbiamo chiederlo perché il presidente Berlusconi rilascia curiose e sconcertanti dichiarazioni su Gheddafi, non ha saputo difendere in maniera appropriata la dignità dell'Italia nei confronti del rais e non viene in Parlamento a spiegare la sua propria posizione e ad asseverare la scelta che pure si è fatta. Dobbiamo farlo perché la maggioranza litiga su questo impegno ed è costretta a nominare un Ministro per assicurarsi domani alla Camera la maggioranza, perché i rappresentanti del Governo e del Parlamento non frequentano le sedi istituzionali dove si assumono le decisioni, perché i rappresentanti del Governo litigano pubblicamente e si mostrano su posizioni discordanti e perché la proposta di risoluzione che la maggioranza oggi ha presentato indebolisce ancora la posizione dell'Italia. È questa la ragione per la quale noi non la voteremo: perché indebolisce la posizione dell'Italia, e spiego perché. (Applausi dal Gruppo PD). Lo ha già detto il ministro Frattini quando ha chiesto che venisse inserito il testo della nostra proposta di risoluzione. La proposta di risoluzione n. 1 è ambigua sulle motivazioni dell'intervento, che viene spiegato solo in ragione delle nostre alleanze internazionali e dei buoni rapporti che abbiamo con gli alleati e non in ragione del genocidio che una dittatura sta compiendo nei confronti di un popolo, bambini compresi. (Applausi dal Gruppo PD). La proposta di risoluzione della maggioranza è mistificatoria dell'accordo raggiunto al Consiglio dei Ministri degli esteri dove lei, Ministro, è andato e ha sostenuto le ragioni dell'Italia, per esempio, ottenendo quel punto 7 che è importante.
Voglio solo leggere un punto. Mentre lei, ministro Frattini, giustamente riproduce l'accordo raggiunto nel Consiglio dei Ministri sull'utilizzo di mezzi navali predisposto al fine di fronteggiare l'emergenza umanitaria e di protezione civile, nel testo della proposta di risoluzione pare che si sia autorizzato quello che i colleghi della Lega hanno definito il blocco navale per fermare i clandestini (peraltro, c'è stata una smentita dello stesso ministro Frattini). Per questo non possiamo votare questa proposta di risoluzione, che indebolisce la posizione dell'Italia rispetto alle conseguenze dell'adozione delle risoluzioni ONU nn. 1970 e 1973, al Trattato tra Italia e Libia e alle transazioni commerciali in itinere. Il ministro Frattini ha dovuto pertanto chiedere che almeno si integrasse con la proposta di risoluzione presentata dal mio Gruppo.
Voi forse con questa vostra proposta di risoluzione avete rimpannucciato, per oggi, la maggioranza, ma rischiate di indebolire l'Italia. Guardate che la linearità della nostra posizione significa non solo tenere conto, ma anche assumersi la responsabilità della complessità delle questioni, dell'oggi e del futuro.
Su un punto vorrei essere molto chiara, e lo dico dopo l'intervento del collega Bricolo. Noi non potremo consentire che una grande questione, quella dei diritti di asilanti e profughi, questione centrale e dirimente delle regole che assicurano la legalità internazionale, venga trattata con i metodi e con i punti di vista che la Lega ha sulle questioni dell'immigrazione, cioè col metro della repressione dell'immigrazione clandestina, che se c'è, ovviamente, va contrastata. Non consentiremo, lo dico pacatamente, che le difficoltà e i problemi che ci sono e che, ho detto, siamo disposti ad affrontare, vengano usati come armi umane nei confronti dell'Europa. Mi riferisco a quello che sta avvenendo a Lampedusa. Che sia scacciata la tentazione di usare quei corpi, compresi quelli di 200 ragazzi tra gli 11 e i 17 anni, che da venti giorni sono alloggiati senza brande, senza materassi, senza suppellettili, assistiti solo dall'organizzazione Save the Children (applausi dal Gruppo PD e del senatore D'Alia), per costringere ad una solidarietà che soltanto un'Italia forte, credibile e autorevole sulla scena internazionale può invece ottenere.
Sono queste le ragioni per le quali, lo ripeto, non voteremo la proposta di risoluzione dei colleghi della maggioranza. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e dei senatori Serra e D'Alia. Congratulazioni).
GASPARRI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente del Senato, rappresentanti del Governo, onorevoli senatori, il tema è vasto e l'ora è tarda, quindi la trattazione non potrà essere esaustiva di tutti gli aspetti, complessi ed importanti, di questa vicenda. Voglio in primo luogo ringraziare il Governo che, a differenza di quanto fecero altri Governi della sinistra, è venuto già venerdì in Parlamento... (Applausi dal Gruppo PdL) ...nelle Commissioni. Prima ancora che si svolgesse il vertice di sabato mattina a Parigi, i ministri La Russa e Frattini sono venuti in Commissione, dove, sapete cosa abbiamo approvato? La proposta di risoluzione n. 2, che avete presentato voi, che io ho concordato con il presidente Zanda e che quindi voteremo in maniera convinta, perché dice delle cose giuste... (Proteste dei senatori Garraffa e Livi Bacci).
PRESIDENTE. Senatore Garraffa, per cortesia.
GASPARRI (PdL). Proposta di risoluzione che abbiamo portato d'intesa con il Governo, che su quello ci ha stimolato e che ha materialmente con noi redatto quel testo, che integralmente colleghiamo (senza alcuna fatica, essendo frutto, anche quel testo, delle nostre proposte) alla proposta di risoluzione n. 1. (Proteste delle senatrici Pinotti e Mariapia Garavaglia).
Ma qui si è tentato un altro espediente, cioè di dar corpo, con una votazione indistinta, a ciò che avevate detto anche in quest'Aula: sulla politica estera la maggioranza non c'è. Forse eravate davanti allo specchio e vi ricordate della sinistra che, senza i nostri voti, non avrebbe avuto maggioranze in politica estera! (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Questo è accaduto in Italia! E noi, quando mancavano i numeri a sinistra, mai facemmo venir meno i voti a sostegno delle nostre missioni di pace e dei nostri militari...
FINOCCHIARO (PD). Neanche noi!
GASPARRI (PdL). ...dicendo: prima l'Italia che i Governi. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Questa è stata la nostra politica! Questo abbiamo fatto!
Abbiamo presentato una risoluzione, perché dopo venerdì abbiamo approfondito i temi, anche dell'ONU e della NATO, che hanno avuto un'evoluzione anche in queste ore. Abbiamo quindi voluto dimostrare in termini propositivi e di contenuti, non solo la piena condivisione del Governo - che peraltro negli interventi dei ministri La Russa e Frattini abbiamo trovato pienamente coincidente con i contenuti della risoluzione che abbiamo presentato - ma dimostrare politicamente che la maggioranza c'è, perché era su questo che ci avete sfidato e su questo vi rispondiamo dal Senato della Repubblica italiana. Vi è una maggioranza con una posizione, vi è una condivisione più ampia su alcuni aspetti e di questo siamo assolutamente lieti. Ma evitare di votare la nostra mozione avrebbe consentito di dire che tutti erano d'accordo, senza chiarire chi era d'accordo e chi non lo era, quali erano i numeri e quali le condizioni. Invece abbiamo voluto mantenere il nostro documento ricco di contenuti e di posizioni, dedicato alla risoluzione ONU, che condividiamo, all'intervento della NATO che auspichiamo. Eleviamo il tono della discussione, colleghi! (Commenti dai Gruppi PD e IdV).
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia. Anche il collega Gasparri, come chi lo ha preceduto, ha diritto di parlare. (Proteste dai Gruppi PD e IdV).
GASPARRI (PdL). Io proseguo, Presidente. Il presidente Marini avrà la cortesia di consentirmi di proseguire, perché lo conosciamo come persona certamente autorevole. Le questioni della NATO sono alquanto complesse: ieri Rasmussen, dico Rasmussen, ha dichiarato: «A questo punto non si capisce per quale motivo»... (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, non costringetemi a sospendere i lavori.
GASPARRI (PdL). Avranno la cortesia, Presidente, di farmi proseguire l'intervento. C'è un senatrice Segretaria di Presidenza che, invece di mettere ordine, alimenta il disordine.
PRESIDENTE. Colleghi, possiamo sentire il senatore Gasparri che ha ancora sei minuti e 36 secondi?
GASPARRI (PdL). Cercherò di usarne meno se non interrompono.
Rasmussen ha dichiarato: «A questo punto non si capisce per quale motivo la NATO dovrebbe continuare ad esistere così com'è, con questo assetto con una struttura così estesa ed articolata nel comando se poi i Paesi membri non sono intenzionati ad usarli. È inconcepibile», parla ancora il Segretario generale della NATO «che una Nazione - si riferiva alla Francia - precedentemente rientrata nelle strutture di comando integrate della NATO oggi non voglia utilizzarle per un'operazione nella quale è già impegnata». Abbiamo chiesto il coinvolgimento della NATO. Su questo c'è condivisione e questo si realizzerà. È un risultato italiano. Come noi rivendichiamo qui la politica mediterranea fatta dal Governo Berlusconi. Gli interlocutori non ce li scegliamo noi. Ci sono interlocutori scomodi talvolta, (Applausi dal Gruppo PdL), compreso Gheddafi: scomodo, scomodissimo.
Noi nella continuità di una politica italiana abbiamo garantito gli approvvigionamenti energetici, e il presidente Berlusconi ha fatto una cosa che la sinistra, forse più di me, dovrebbe applaudire: ha chiuso la vertenza coloniale, con prese di posizione molto chiare e coraggiose che hanno ricucito ferite storiche tra le sponde del Mediterraneo, e con la Libia e con la Tunisia abbiamo realizzato accordi che hanno azzerato gli sbarchi di clandestini sulle nostre coste! (Applausi dal Gruppo PdL). Questo lo rivendichiamo! Abbiamo fatto bene! Abbiamo fatto l'interesse del nostro Paese e vogliamo continuare a farlo come maggioranza di questo Parlamento e di questa Nazione. Non ci vergogniamo, colleghi, di difendere l'interesse nazionale. Ha scritto ieri sul «Corriere della Sera» Piero Ostellino: «Siamo rimasti i soli a ritenere l'interesse nazionale un "mostro morale", e a non perseguirlo con sano realismo, incoraggiati da una cultura progressista e ondivaga, che un giorno è internazionalista e l'altro è nazionalista, un giorno è interventista e l'altro no».
Vogliamo difendere l'interesse nazionale, che vuol dire rispettare anche le delibere dell'ONU, vuol dire dare forza alla NATO, vuol dire avere una strategia nel Mediterraneo, avere approvvigionamenti energetici per il nostro Paese, bloccare gli sbarchi di clandestini, volere la condivisione dell'accoglienza dei profughi con gli altri Paesi europei e del mondo, ma respingere i clandestini. Se in Tunisia non c'è più il dittatore Ben Ali, dovrebbero tornare, festosi, tutti i tunisini in Tunisia e non venire in Italia, visto che lì non c'è né guerra né dittatura! (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Questa è la realtà dei fatti: non c'è più l'autocrate, non c'è il dittatore.
E allora si torni in quel Paese. Mi auguro, colleghi, che la Tunisia che l'Egitto, che la Libia conoscano stagioni di libertà e di democrazia. I giovani di Internet, i giovani che non bruciano bandiere americane, i giovani che vogliono libertà, sono una risorsa per il futuro del pianeta. Ma, quando cadde lo Scià in Iran, Khomeini, che era in esilio a Parigi (città ospitale: anche Khomeini stava lì!), andò in Iran. Lo Scià cadde e tutti tripudiarono. È nato il regime più oscurantista della storia del mondo, che oggi vorrebbe distruggere Israele con le armi nucleari! Israele: l'unica democrazia vera che c'è in quella parte del mondo, e che noi dobbiamo tutelare e garantire nel suo diritto di esistenza! (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
E allora io mi auguro che il futuro della Tunisia, della Libia, dell'Egitto sia di libertà e di democrazia e che non ci siano i Fratelli Musulmani. Mubarak se n'è andato; ma Mubarak subentrò... (Commenti dal Gruppo PD) a Sadat, che non si era dimesso. Sadat fu ucciso dai fondamentalisti islamici perché aveva raggiunto la pace con Israele. E allora riconosciamo la storia del mondo, che è un po' più complicata!
L'ONU fa bene a fare le delibere: sulla Libia le sosteniamo. Ci auguriamo che gli organismi internazionali si ricordino di tutte le dittature. Ci sono stati morti nello Yemen, ci sono proteste in Bahrein, ci sono stati massacri in Ruanda, ci sono stati eccidi nel Sudan, c'è la mancanza di democrazia in Cina, il più popoloso Stato del pianeta! (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). C'è Fidel Castro, mi ricorda il collega Quagliariello, ma gli facciamo la grazia, perché è anziano e malato e quindi ha ceduto lo scettro al fratello. (Commenti dal Gruppo PD).
Concludo, signor Presidente, perché il tema è vasto. Noi andiamo avanti in questa politica, contenti di alcune condivisioni che si possono realizzare, ma avendo una maggioranza. La sinistra, che aveva assistito scettica alle interviste di Berlinguer sull'ombrello protettivo della NATO che era meglio del Patto di Varsavia, adesso è talmente evoluta che nell'esaltazione della NATO quasi quasi ci supera. Avete scelto il tricolore, avete scelto la NATO: benvenuti, in ritardo, sulla strada giusta! E allora votate insieme a noi! (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PdL, LNP e CN. Molte congratulazioni).
LEGNINI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LEGNINI (PD). Signor Presidente, il contenuto della proposta di risoluzione n. 1 (testo 2), così com'è venuto definendosi nel corso del dibattito (con l'aggiunta di parti della nostra proposta di risoluzione) e il nostro dissenso su altre parti della stessa proposta di risoluzione n. 1 ci costringerebbero a chiederne la votazione per parti separate. Poiché noi, per le ragioni politiche che ha espresso in modo assolutamente chiaro ed efficace la presidente Finocchiaro, non vogliamo partecipare al pasticcio che la maggioranza ha posto in essere con questa proposta di risoluzione, appunto, confusa e pasticciata, esprimeremo il nostro dissenso rimanendo in Aula e non partecipando al voto.(Commenti dal Gruppo PdL).
GRAMAZIO (PdL). Bravo!
PRESIDENTE. Colleghi, la proposta di risoluzione n. 1 (testo 2) è stata integrata sia dalle premesse che dal dispositivo della proposta di risoluzione n. 2. Disporrò d'ufficio la votazione elettronica, senza registrazione dei nomi, su tutte le proposte di risoluzione: mi sembra una questione di trasparenza, data la delicatezza del tema.
Metto pertanto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la proposta di risoluzione n. 1 (testo 2), presentata dal senatore Gasparri e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:
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Senatori presenti |
173 |
|
Senatori votanti |
172 |
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Maggioranza |
87 |
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Favorevoli |
156 |
|
Contrari |
15 |
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Astenuti |
1 |
Il Senato approva. (Applausi del senatore Ramponi).
Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 2.
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente, il nostro Gruppo non parteciperà a questa votazione, avendo già votato il testo in questione nella proposta di risoluzione n. 1. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Metto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la proposta di risoluzione n. 2, presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:
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Senatori presenti |
133 |
|
Senatori votanti |
132 |
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Maggioranza |
67 |
|
Favorevoli |
127 |
|
Contrari |
0 |
|
Astenuti |
5 |
Il Senato approva.
Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 3.
Essendo stati tutti respinti i suggerimenti del Governo, qual è il suo parere, ministro Frattini?
FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, il parere del Governo è contrario.
PRESIDENTE. Metto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la proposta di risoluzione n. 3, presentata dal senatore Belisario e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:
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Senatori presenti |
278 |
|
Senatori votanti |
277 |
|
Maggioranza |
139 |
|
Favorevoli |
114 |
|
Contrari |
153 |
|
Astenuti |
10 |
Il Senato non approva.
Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 4 (testo 2).
Alcune proposte di modifica sono state accolte ed altre no. Qual è il suo parere, ministro Frattini?
FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, purtroppo non posso esprimere parere favorevole, perché le proposte di modifica che non sono state accolte riguardano dei punti importanti. Pertanto, esprimo parere contrario.
RUTELLI (Misto-ApI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RUTELLI (Misto-ApI). Signor Presidente, avevamo chiesto una votazione per parti separate, e precisamente due votazioni: una sulle parti accolte e una su quelle non accolte.
PRESIDENTE. Lei chiede sostanzialmente due votazioni: una sulle parti accolte e l'altra su quelle non accolte. Mi sembra che in questo modo ci complichiamo la vita. Ad ogni modo, colleghi, sapete che sul voto per parti separate è necessaria l'unanimità. Se non c'è consenso, devo mettere in votazione la richiesta di votazione per parti separate.
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente, nel suo intervento il Governo aveva accolto alcune parti. Se si fa una separazione tenendo conto di ciò che aveva detto il Governo, non ho nessuna obiezione, però è molto complesso, perché è un intarsio che non so quante votazioni comporterebbe.
RUTELLI (Misto-ApI). Solo due votazioni.
GASPARRI (PdL). Due votazioni, ma bisogna specificarle con precisione.
LA RUSSA, ministro della difesa. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LA RUSSA, ministro della difesa. Signor Presidente, forse il Capogruppo del PdL era distratto, poiché il Governo ha appena chiarito che, non essendo state accolte tutte le sue richieste, ma solo una parte, il giudizio complessivo è negativo. (Applausi del senatore Serafini Giancarlo).
PRESIDENTE. A questo punto vorrei capire se c'è consenso sul voto per parti separate oppure no.
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente, trattandosi di temi molto delicati, condividiamo il parere del Governo, per non alimentare confusione. Il nostro parere sul voto per parti separate è pertanto contrario.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-VN-MRE). Signor Presidente, è naturale, è normale: non ci scandalizziamo, è possibile cambiare opinione. Ma il ministro Frattini quando ha espresso il parere sulla nostra proposta di risoluzione (Commenti dal Gruppo PdL. Richiami del Presidente) ha detto che su alcune cose poteva essere dato un parere favorevole, su altre no e che si sarebbe votato, per conto del Governo, per parti separate.
Prendiamo atto che il Governo ha cambiato opinione: non succede niente. Vuol dire che la maggioranza si assumerà la responsabilità di votare contro alcune cose su cui invece è d'accordo. Per carità, non succede nulla. (Applausi del senatore Rusconi).
PRESIDENTE. Metto pertanto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la richiesta di votazione per parti separate, avanzata dal senatore Rutelli.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:
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Senatori presenti |
280 |
|
Senatori votanti |
279 |
|
Maggioranza |
140 |
|
Favorevoli |
129 |
|
Contrari |
145 |
|
Astenuti |
5 |
Il Senato non approva.
Metto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la proposta di risoluzione n. 4 (testo 2), presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori.
Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:
|
Senatori presenti |
279 |
|
Senatori votanti |
278 |
|
Maggioranza |
140 |
|
Favorevoli |
113 |
|
Contrari |
148 |
|
Astenuti |
17 |
Il Senato non approva.
Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 5 (testo 2).
La senatrice Bonino, presentatrice della proposta di risoluzione, non ha accolto le richieste del Governo, dunque chiedo al rappresentante del Governo di esprimersi al riguardo.
FRATTINI, ministro degli affari esteri. Il parere del Governo è contrario nel suo complesso, come nel caso precedente.
BONINO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BONINO (PD). Signor Presidente, ministro Frattini, quando lei ha espresso il suo parere ha detto che era favorevole ad eccezione del primo, del terzo e dell'ultimo capoverso del dispositivo. L'ultimo l'ho ritirato.
Lei si è dichiarato contrario al primo capoverso dell'impegno, che - per capirci - è quello con cui si chiede la sospensione del Trattato perché, diversamente dal presidente Gasparri, io non ritengo che la politica del Governo sul Mediterraneo, tanto per essere chiari e perché resti agli atti, sia stata una meraviglia (Applausi dal Gruppo PD e del senatore D'Alia), senza usare toni da stadio, perché credo che momenti di questo tipo richiedano toni più sobri e consoni alla situazione. (Applausi dal Gruppo PD).
Ho chiesto poi che il Governo, dopo nove anni, si impegni a recepire le norme della Corte penale internazionale e su questi due punti il Ministro ha espresso la propria contrarietà. Quindi, è a favore di tutto il resto. (Commenti). Lo ha detto lui, scusate. Poi ha cambiato idea, ma lo ha detto lui: l'ho sentito con le mie orecchie.
A fronte di tutto ciò, chiedo la votazione per parti separate.
PRESIDENTE. Chiedo se vi è unanimità sulla richiesta.
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente, siamo contrari.
PRESIDENTE. Metto dunque ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la richiesta di votazione per parti separate, avanzata dalla senatrice Bonino.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva.
Metto ai voti, mediante procedimento elettronico, senza registrazione dei nomi, la proposta di risoluzione n. 5 (testo 2), presentata dalla senatrice Bonino e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva.
Si è così conclusa la discussione sulle comunicazioni del Governo.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di giovedì 24 marzo 2011
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, giovedì 24 marzo, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 22,25).
Allegato A
Comunicazioni del Governo sulla crisi libica
PROPOSTE DI RISOLUZIONE
(6-00071) n. 1 (23 marzo 2011)
V. testo 2
GASPARRI, BRICOLO, VIESPOLI, QUAGLIARIELLO.
Il Senato,
premesso che:
la risoluzione Onu 1973/2011 fornisce alla comunità internazionale un doppio orizzonte di intervento. Il primo, anche in ordine di importanza, riguarda la protezione dei civili; il secondo, è l'applicazione di una no fly zone, cioè una interdizione di tutti i voli nello spazio aereo libico, anche questa con lo scopo precipuo della protezione dei civili, obiettivo per il quale si autorizzano gli Stati membri a "prendere tutte le misure necessarie per imporre l'osservanza dell'interdizione sui voli";
il Consiglio affari esteri dell'Unione europea (UE) del 21 marzo 2011 ai punti 6 e 7 del documento relativo alla situazione in Libia ha affermato il principio di solidarietà comunitaria nei confronti degli Stati membri più direttamente interessati dai movimenti migratori e assunto l'impegno a fornire il sostegno necessario in relazione all'evolversi della situazione, anche attraverso la pianificazione di un'apposita azione navale nel Mediterraneo;
considerato che:
la risoluzione è il frutto di un intenso lavoro diplomatico che ha portato all'astensione di due Paesi con diritto di veto - Cina e Russia - che in precedenza si erano detti contrari all'intervento ed è la diretta conseguenza di esplicite richieste che alla comunità internazionale sono giunte dall'Organizzazione della Lega Araba;
l'azione militare è sostenuta dalla partecipazione di Paesi arabi quali il Qatar e gli Emirati arabi uniti, a cui potrebbero aggiungersi altri Paesi e la risoluzione ha il pieno sostegno dei nostri alleati a iniziare dagli Stati Uniti e dai principali partner europei;
l'intervento internazionale si è reso inevitabile quando la rotta del fronte anti-Gheddafi, costretto ormai nella sola zona di Bengasi, rischiava di trasformarsi in una sanguinosa repressione delle fazioni ribelli e in azioni punitive "casa per casa" come aveva già minacciato il figlio del Rais, Saif Gheddafi, mentre già giungevano notizie di violenze contro la popolazione civile che il segretario di Stato americano ha definito "atrocità inenarrabili";
in questo quadro la partecipazione dell'Italia all'intervento internazionale non poteva mancare. Essa è stata motivata dalla reciproca fedeltà e fondamentale comunanza di principi che lega l'Italia ai nostri alleati storici impegnati sullo stesso fronte, dal rispetto che essa nutre nei confronti dei consessi multilaterali di cui fa parte, dalle particolari condizioni geografiche, storiche, economiche e politiche che vedono un primario interesse del nostro Paese nel tutelare la stabilità dell'area mediterranea;
vi sono comunque delle condizioni che occorre siano garantite affinché il Paese possa tener fede ai suoi impegni senza che siano messi in pericolo i suoi interessi nazionali;
rilevato che:
l'Italia riceve il 25 per cento del petrolio e il 14 per cento del gas naturale di cui ha bisogno dalla Libia;
l'Italia è il Paese più esposto ad eventuali ritorsioni militari o terroristiche da parte libica; ha quindi un interesse primario nel non valicare i confini dettati dalla risoluzione Onu che giustificano l'intervento con il solo criterio della protezione delle popolazioni civili. Ogni altra azione che possa essere intesa come ostile dalla popolazione della Libia e dalle opinioni pubbliche dei Paesi arabi metterebbe a serio repentaglio la nostra sicurezza nazionale;
l'Italia è anche il Paese più esposto alle ondate migratorie dalle coste Nord africane che si annunciano di dimensioni difficilmente prevedibili. Tale flusso, se incontrollato, riveste anche profili di sicurezza nazionale poiché è noto che tra quanti potrebbero giungere si potrebbero inserire terroristi di varia provenienza;
l'Italia sarà comunque esposta ad una fortissima pressione di rifugiati e richiedenti asilo in fuga dalle zone di guerra e di instabilità della sponda sud del Mediterraneo,
impegna il Governo:
ad adoperarsi per far emergere in tutte le sedi opportune il punto di vista dell'Italia e le circostanze che rendono possibile il suo sostegno all'intervento internazionale;
a garantire, nell'ambito di un rigoroso rispetto della risoluzione Onu anche attraverso opportune iniziative politico diplomatiche e alla intimazione del cessate il fuoco, il ritorno più rapido possibile a uno stato di non conflittualità;
a rappresentare nelle sedi proprie la necessità di assegnazione alla Nato del comando e del controllo delle operazioni militari, al fine di giungere a un coordinamento degli sforzi alleati;
ad assumere ogni utile iniziativa affinché le imprese europee impossibilitate ad onorare i contratti in essere in ragione delle sanzioni ONU e UE trovino una tutela negli articoli 10 e 12 del regolamento UE 204/2011, che rispettivamente prevedono le modalità per assicurare i pagamenti dovuti alle imprese europee in base a contratti precedenti l'entrata in vigore delle sanzioni e la preclusione di eventuali azioni legali per inadempimento contrattuale;
a riattivare, non appena le circostanze e le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU lo renderanno possibile, gli accordi bilaterali, in particolare quelli in materia energetica, stipulati dall'Italia con la Libia;
ad adoperarsi, nelle opportune sedi, in primo luogo in ambito NATO, affinché sia attuato, anche in ottemperanza di quanto previsto dalla risoluzione ONU 1973, l'embargo sulle armi nei confronti della Libia;
ad insistere, così come stabilito dai punti 6 e 7 del Consiglio affari esteri dell'UE del 21 marzo 2011 richiamati in premessa, affinché l'UE renda immediatamente operativa un'azione di pattugliamento del Mediterraneo in funzione di deterrenza e di contrasto alle organizzazioni criminali legate anche a gruppi terroristici e dedite al traffico di esseri umani, nonché in funzione di prevenzione migratoria e di assistenza umanitaria;
a ottenere dai partner europei e dalla Commissione un apporto di mezzi, anche finanziari, per condividere l'onere della gestione degli sbarchi di immigrati, secondo quanto stabilito nelle conclusioni del Consiglio europeo straordinario dell'11 marzo;
ad attivarsi nelle sedi proprie affinché l'Europa si doti al più presto di un "sistema unico di asilo", che fin da subito preveda un sistema di burden sharing teso a redistribuire la presenza degli immigrati tra i Paesi membri e fornisca una maggiore assistenza nelle operazioni di riconoscimento e identificazione di coloro che si dirigono verso le coste italiane.
(6-00071) n. 1 testo 2 (23 marzo 2011)
Approvata
GASPARRI, BRICOLO, VIESPOLI, QUAGLIARIELLO.
Il Senato,
premesso che:
la risoluzione Onu 1973/2011 fornisce alla comunità internazionale un doppio orizzonte di intervento. Il primo, anche in ordine di importanza, riguarda la protezione dei civili; il secondo, è l'applicazione di una no fly zone, cioè una interdizione di tutti i voli nello spazio aereo libico, anche questa con lo scopo precipuo della protezione dei civili, obiettivo per il quale si autorizzano gli Stati membri a "prendere tutte le misure necessarie per imporre l'osservanza dell'interdizione sui voli";
il Consiglio affari esteri dell'Unione europea (UE) del 21 marzo 2011 ai punti 6 e 7 del documento relativo alla situazione in Libia ha affermato il principio di solidarietà comunitaria nei confronti degli Stati membri più direttamente interessati dai movimenti migratori e assunto l'impegno a fornire il sostegno necessario in relazione all'evolversi della situazione, anche attraverso la pianificazione di un'apposita azione navale nel Mediterraneo;
considerato che:
la risoluzione è il frutto di un intenso lavoro diplomatico che ha portato all'astensione di due Paesi con diritto di veto - Cina e Russia - che in precedenza si erano detti contrari all'intervento ed è la diretta conseguenza di esplicite richieste che alla comunità internazionale sono giunte dall'Organizzazione della Lega Araba;
l'azione militare è sostenuta dalla partecipazione di Paesi arabi quali il Qatar e gli Emirati arabi uniti, a cui potrebbero aggiungersi altri Paesi e la risoluzione ha il pieno sostegno dei nostri alleati a iniziare dagli Stati Uniti e dai principali partner europei;
l'intervento internazionale si è reso inevitabile quando la rotta del fronte anti-Gheddafi, costretto ormai nella sola zona di Bengasi, rischiava di trasformarsi in una sanguinosa repressione delle fazioni ribelli e in azioni punitive "casa per casa" come aveva già minacciato il figlio del Rais, Saif Gheddafi, mentre già giungevano notizie di violenze contro la popolazione civile che il segretario di Stato americano ha definito "atrocità inenarrabili";
in questo quadro la partecipazione dell'Italia all'intervento internazionale non poteva mancare. Essa è stata motivata dalla reciproca fedeltà e fondamentale comunanza di principi che lega l'Italia ai nostri alleati storici impegnati sullo stesso fronte, dal rispetto che essa nutre nei confronti dei consessi multilaterali di cui fa parte, dalle particolari condizioni geografiche, storiche, economiche e politiche che vedono un primario interesse del nostro Paese nel tutelare la stabilità dell'area mediterranea;
vi sono comunque delle condizioni che occorre siano garantite affinché il Paese possa tener fede ai suoi impegni senza che siano messi in pericolo i suoi interessi nazionali;
rilevato che:
l'Italia riceve il 25 per cento del petrolio e il 14 per cento del gas naturale di cui ha bisogno dalla Libia;
l'Italia è il Paese più esposto ad eventuali ritorsioni militari o terroristiche da parte libica; ha quindi un interesse primario nel non valicare i confini dettati dalla risoluzione Onu che giustificano l'intervento con il solo criterio della protezione delle popolazioni civili. Ogni altra azione che possa essere intesa come ostile dalla popolazione della Libia e dalle opinioni pubbliche dei Paesi arabi metterebbe a serio repentaglio la nostra sicurezza nazionale;
l'Italia è anche il Paese più esposto alle ondate migratorie dalle coste Nord africane che si annunciano di dimensioni difficilmente prevedibili. Tale flusso, se incontrollato, riveste anche profili di sicurezza nazionale poiché è noto che tra quanti potrebbero giungere si potrebbero inserire terroristi di varia provenienza;
l'Italia sarà comunque esposta ad una fortissima pressione di rifugiati e richiedenti asilo in fuga dalle zone di guerra e di instabilità della sponda sud del Mediterraneo;
valutata positivamente la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1973 del 17 marzo 2011,
impegna il Governo:
ad adoperarsi per far emergere in tutte le sedi opportune il punto di vista dell'Italia e le circostanze che rendono possibile il suo sostegno all'intervento internazionale;
a garantire, nell'ambito di un rigoroso rispetto della risoluzione Onu anche attraverso opportune iniziative politico diplomatiche e alla intimazione del cessate il fuoco, il ritorno più rapido possibile a uno stato di non conflittualità;
a rappresentare nelle sedi proprie la necessità di assegnazione alla Nato del comando e del controllo delle operazioni militari, al fine di giungere a un coordinamento degli sforzi alleati;
ad assumere ogni utile iniziativa affinché le imprese europee impossibilitate ad onorare i contratti in essere in ragione delle sanzioni ONU e UE trovino una tutela negli articoli 10 e 12 del regolamento UE 204/2011, che rispettivamente prevedono le modalità per assicurare i pagamenti dovuti alle imprese europee in base a contratti precedenti l'entrata in vigore delle sanzioni e la preclusione di eventuali azioni legali per inadempimento contrattuale;
a riattivare, non appena le circostanze e le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU lo renderanno possibile, gli accordi bilaterali, in particolare quelli in materia energetica, stipulati dall'Italia con la Libia;
ad adoperarsi, nelle opportune sedi, in primo luogo in ambito NATO, affinché sia attuato, anche in ottemperanza di quanto previsto dalla risoluzione ONU 1973, l'embargo sulle armi nei confronti della Libia;
ad insistere, così come stabilito dai punti 6 e 7 del Consiglio affari esteri dell'UE del 21 marzo 2011 richiamati in premessa, affinché l'UE renda immediatamente operativa un'azione di pattugliamento del Mediterraneo in funzione di deterrenza e di contrasto alle organizzazioni criminali legate anche a gruppi terroristici e dedite al traffico di esseri umani, nonché in funzione di prevenzione migratoria e di assistenza umanitaria;
a ottenere dai partner europei e dalla Commissione un apporto di mezzi, anche finanziari, per condividere l'onere della gestione degli sbarchi di immigrati, secondo quanto stabilito nelle conclusioni del Consiglio europeo straordinario dell'11 marzo;
ad attivarsi nelle sedi proprie affinché l'Europa si doti al più presto di un "sistema unico di asilo", che fin da subito preveda un sistema di burden sharing teso a redistribuire la presenza degli immigrati tra i Paesi membri e fornisca una maggiore assistenza nelle operazioni di riconoscimento e identificazione di coloro che si dirigono verso le coste italiane;
ad adottare ogni iniziativa per assicurare la protezione delle popolazioni della regione, nello scrupoloso rispetto della risoluzione n. 1973 e delle relative prescrizioni;
ad adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare che l'Italia partecipi attivamente con gli altri Paesi disponibili, ovvero nell'ambito delle organizzazioni internazionali di cui il Paese è parte, alla piena attuazione della risoluzione n. 1973 ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto pericolo di attacco, ivi compresa la concessione in uso di basi sul territorio nazionale;
a tenere costantemente informato il Parlamento.
(6-00072) n. 2 (23 marzo 2011)
Approvata
FINOCCHIARO, ZANDA, LATORRE, CASSON, BONINO, LEGNINI, PEGORER, GASBARRI, CECCANTI, GIARETTA, INCOSTANTE, TONINI, CABRAS, SCANU, PINOTTI, LIVI BACCI, MARCENARO, MARINARO, MARINI, MICHELONI, AMATI, CRISAFULLI, DEL VECCHIO, NEGRI.
Il Senato,
valutata positivamente la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1973 del 17 marzo 2011,
impegna il Governo:
ad adottare ogni iniziativa per assicurare la protezione delle popolazioni della regione, nello scrupoloso rispetto della risoluzione n. 1973 e delle relative prescrizioni;
ad adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare che l'Italia partecipi attivamente con gli altri Paesi disponibili, ovvero nell'ambito delle organizzazioni internazionali di cui il Paese è parte, alla piena attuazione della risoluzione n. 1973 ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto pericolo di attacco, ivi compresa la concessione in uso di basi sul territorio nazionale;
a tenere costantemente informato il Parlamento.
(6-00073) n. 3 (23 marzo 2011)
Respinta
BELISARIO, GIAMBRONE, PEDICA, CAFORIO, BUGNANO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI.
Il Senato,
premesso che:
il primo trimestre del 2011 ha fatto registrare un grande fermento politico e sociale che ha attraversato il Maghreb ed il Medio Oriente;
si è evidentemente in presenza di un'epocale svolta nel mondo arabo. Le cause di questi rivolgimenti sono certamente da individuare nel crescente disagio di vasti strati delle popolazioni, soprattutto giovani - scolarizzati ma sottoccupati - per la loro costante e prolungata esclusione sociale, economica e politica. Giovani che rivendicano il pieno rispetto dei diritti umani, civili e politici, la fine di regimi autoritari e corrotti e una rapida e piena transizione verso sistemi fondati sulla libertà e la democrazia;
contro i regimi autoritari dei Paesi arabi, si sono verificati significativi moti popolari che, accesisi in Algeria, si sono tumultuosamente estesi in Tunisia, con conseguente caduta e fuga del presidente Ben Alì, in Egitto, con le inevitabili dimissioni del presidente Mubarak, in Bahrein e nello Yemen; contestualmente si sono verificate rivolte anche in Libia, dove purtroppo la crisi in questo momento risulta essere molto più grave;
dopo una prima avanzata degli oppositori storici al regime di Gheddafi in Cirenaica - i quali avevano conquistato le città di Bengasi, al Zawiya, Misurata, Ras Lanuf, Tobruk, Brega, Zuara - si è dovuta registrare la feroce reazione delle forze di sicurezza fedeli al Governo, grazie anche all'aiuto di milizie mercenarie provenienti da altri Paesi africani, probabilmente ciadiani e ugandesi, e all'impiego di armi, con un pesante bilancio di vittime non ancora stimabile per la difficoltà di avere notizie attendibili;
già il 27 febbraio 2011 il Consiglio di Sicurezza dell'Onu aveva approvato all'unanimità la risoluzione 1970/2011 che prevedeva l'adozione di misure contro Muammar Gheddafi e i suoi sodali quali: il blocco di tutti i loro beni all'estero, il divieto di viaggio e l'embargo di vendita di armi;
numerosi Stati hanno prontamente annunciato il congelamento dei beni di Gheddafi e della sua famiglia e di tutte le transazioni finanziarie con il Governo e le altre istituzioni libiche, compresa la banca centrale, lanciando un appello al leader libico per porre fine al bagno di sangue con contestuali dimissioni;
la situazione è comunque precipitata in quanto la violenta reazione militare delle forze governative libiche, attraverso ripetuti bombardamenti dell'aviazione sulla popolazione civile, ha scosso la comunità internazionale che, solo a questo punto, tra ritardi e indecisioni, si è mossa alla ricerca di una soluzione con la convocazione di una riunione dei Ministri degli esteri del G8 a Parigi, imperniata soprattutto sull'imposizione di una no fly zone sulla Libia;
il 17 marzo 2011 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato un'altra risoluzione, la 1973/2011, sulla Libia, con il voto favorevole di 10 Paesi (Francia, Gran Bretagna, Usa, Bosnia, Gabon, Nigeria, Sudafrica, Portogallo, Colombia e Libano) e l'astensione di Russia, Cina, Germania, Brasile e India; la risoluzione ha autorizzato l'applicazione di una no fly zone sulla Libia e l'impiego di "tutti i mezzi necessari" per proteggere i civili dalle forze del leader libico Muammar Gheddafi; l'Unione europea, con un comunicato congiunto della Rappresentante per la politica estera, Catherine Ashton, e del Presidente permanente, Herman Van Rompuy, si è detta pronta ''a mettere in pratica'' la risoluzione dell'Onu sulla Libia;
le Commissioni congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato hanno approvato il 18 marzo 2011 la risoluzione che dà mandato al Governo ad agire in base alla risoluzione dell'Onu sulla Libia; la suddetta risoluzione ha autorizzato il Governo a mettere in campo le misure necessarie a proteggere i civili e la concessione dell'uso delle basi militari in territorio italiano, in piena adesione alla risoluzione n. 1973 dell'Onu sulla Libia;
a seguito di quanto sopra esposto è scattata l'operazione "Odissey Dawn" (odissea all'alba), cui partecipano al momento Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Canada. Diverse centinaia di missili da crociera Tomahawk sono stati lanciati su degli "obiettivi sensibili" libici, batterie contraeree e depositi di carburante. Il nostro Paese, che in un primo momento stava fornendo un importante supporto logistico attraverso la messa a disposizione di ben sette basi militari, in questi ultimi giorni ha preso parte attivamente ai bombardamenti sul suolo libico, come dichiarato il 20 marzo 2011 dal colonnello Mauro Gabetta, comandante del 37esimo Stormo della base militare di Trapani Birgi. La Lega degli Stati arabi ha comunicato la propria contrarietà a questi attacchi ritenendoli eccessivi, anche se è rimasta favorevole ad una no fly zone;
l'azione militare in corso, intrapresa dalla "coalizione di volenterosi" (coalition of the willing), qualora non dovesse mantenersi nei limiti consentiti dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu n. 1973, potrebbe risultare illegittima;
il collasso del regime del colonnello Gheddafi potrebbe avere per il nostro Paese importanti riflessi: l'anno scorso, infatti, la Libia è stato il nostro primo fornitore di petrolio e il quarto di gas; investitori libici sono attivi in diversi settori strategici della nostra economia; l'Italia si è impegnata a versare alla Libia 5 miliardi di dollari in 20 anni, formalmente a titolo di risarcimento per le efferatezze del nostro colonialismo, di fatto a sostegno delle opere infrastrutturali che impegnano nostre imprese sul suolo libico (impegni che afferiscono al Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia firmato a Bengasi il 30 agosto 2008, entrato successivamente in vigore il 2 marzo 2009) e per il controllo dei flussi migratori;
la crisi in questa parte del Mediterraneo sta già provocando e continuerà a provocare una crescita degli sbarchi verso le nostre coste, corridoio storico per l'accesso e il transito verso l'Europa, la quale è parsa balbettante e reticente, quando non indifferente al problema; non da meno si è comportato il Governo italiano che non ha esercitato alcuna pressione, come Paese mediterraneo, per rendere più definita e assertiva la posizione europea, e per di più, come è noto, ha ritardato a esprimersi su quanto di drammatico stava accadendo, in particolare sul versante libico, proposto addirittura a modello per il mondo arabo e islamico;
l'Italia non solo è uno dei principali partner commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi; i rapporti dell'Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari certificano che nel biennio 2008-2009 l'Italia ha autorizzato alle proprie ditte l'invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che rappresentano più di un terzo (il 34,5 per cento) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall'Unione europea (circa 595 milioni di euro);
considerato che tra i principi supremi del nostro ordinamento, l'articolo 11 della nostra Carta costituzionale recita: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo",
impegna il Governo:
a prevedere la sospensione immediata del trattato bilaterale ratificato dall'Italia nel febbraio 2009;
a sospendere l'esportazione di armi agli apparati militari libici sia in applicazione della risoluzione Onu n. 1970, sia del paragrafo 13 della risoluzione n. 1973, che ne ha rafforzato la portata;
a chiedere al regime libico la cessazione immediata delle violenze e il pieno rispetto dei diritti umani e civili;
a dare attuazione alla risoluzione Onu n. 1973, garantendo il rigoroso rispetto dei limiti di mandato ivi contenuti;
a provvedere ad informare costantemente e tempestivamente il Parlamento;
a farsi promotore dell'avvio di un dialogo tra le parti in conflitto per favorire, con tempi e modalità concordate, la transizione verso lo stato di diritto e la democrazia;
analogamente, a promuovere, di concerto con i partner europei, con i nostri alleati e con il pieno appoggio della Lega degli Stati arabi, iniziative per una soluzione pacifica e diplomatica della drammatica situazione;
a predisporre efficaci piani di intervento in relazione agli ingenti flussi migratori in corso e futuri, nel pieno rispetto dei diritti umani;
a richiedere all'Unione europea ed ai singoli Stati membri, oltre al supporto economico, di farsi anch'essi carico dell'accoglienza degli immigrati, del loro soccorso in mare, nonché del successivo smistamento;
a valutare l'opportunità di promuovere e sostenere fattivamente proposte di modifica della normativa vigente in materia di immigrazione, prevedendo tra l'altro - in applicazione delle determinazioni adottate dal Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre 2009, in riferimento al cosiddetto Programma di Stoccolma 2010, relativamente agli aspetti riguardanti l'immigrazione ed il diritto d'asilo - un essenziale coordinamento tra le attività poste in essere nel nostro Paese e le attività svolte sia dall'Agenzia FRONTEX che dall'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo, al fine di offrire concreta protezione per le persone e i gruppi vulnerabili, con particolare riguardo all'accoglienza dei minori non accompagnati.
(6-00074) n. 4 (23 marzo 2011)
V. testo 2
RUTELLI, CONTINI, D'ALIA, PISTORIO.
Il Senato,
premesso che:
in Libia le manifestazioni di protesta nate in modo spontaneo contro il Governo di Muhammar Gheddafi sono state duramente soffocate dagli apparati di sicurezza del potere libico che non hanno esitato ad usare la forza contro i civili che partecipavano alle stesse per chiedere la fine del regime e l'avvio di riforme democratiche;
la violenta repressione ha assunto dimensioni totalmente inaccettabili per la comunità internazionale;
la stessa ha maturato una dura condanna per gli episodi di ferocia perpetrati ai danni della popolazione, esprimendo profonda preoccupazione per il deteriorarsi della situazione, l'incremento della violenza e le numerose vittime civili;
il Consiglio di sicurezza dell'ONU, il 27 febbraio 2011, approvando all'unanimità la risoluzione n. 1970, ha assunto, in virtù della violazione estesa e reiterata dei diritti umani, della repressione di pacifici dimostranti, dell'incitamento alla ostilità e alla violenza contro la popolazione civile, che configurano crimini contro l'umanità perseguibili ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani, del diritto umanitario internazionale e del diritto internazionale penale, delle sanzioni economiche nei confronti del leader libico Muhammar Gheddafi e dei suoi familiari e collaboratori: embargo sull'importazione e sull'esportazione di armi, nonché divieto di movimento dei membri della famiglia Gheddafi e di altri nominativi indicati, congelamento dei loro fondi e deferimento, per la prima volta all'unanimità, di un Capo di Stato, alla Corte Penale Internazionale;
l'Unione europea ha adottato in data 2 marzo 2011 il regolamento 204/2011 per dare compiuta attuazione alla citata risoluzione n. 1970;
il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in data 17 marzo 2011, deplorando il mancato rispetto della risoluzione n. 1970 da parte delle autorità libiche, ha adottato la risoluzione n. 1973;
in essa si chiede, tra l'altro, l'immediata adozione di un cessate il fuoco e la completa interruzione di ogni violenza e di qualsiasi attacco o abuso a danno di civili; si sottolinea l'esigenza di intensificare gli sforzi per addivenire ad una soluzione della crisi che risponda alle legittime richieste del popolo libico e a facilitare il dialogo per approdare alle riforme politiche necessarie per trovare una soluzione pacifica e sostenibile; si esige che le autorità libiche ottemperino ai loro obblighi in base al diritto internazionale, compreso il diritto umanitario internazionale e la normativa sui diritti umani e sui profughi, e prendano tutti i provvedimenti necessari per proteggere i civili e soddisfare i loro bisogni essenziali, nonché per assicurare il passaggio rapido e senza ostacoli dell'assistenza umanitaria;
a tal fine la risoluzione autorizza gli Stati Membri a prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili e le aree a popolazione civile minacciate di attacco nella Jamahiriya Araba di Libia attraverso, tra le altre cose, un'interdizione su tutti i voli nello spazio aereo della Jamahiriya Araba di Libia e un embargo sulle armi;
premesso altresì che:
le rivolte che stanno attraversando l'area del Nord Africa-Medio Oriente rappresentano un cambiamento di primaria importanza negli assetti geopolitici globali, in particolare perché, a fronte dello spostamento negli ultimi anni degli assi strategici verso Est, per quanto concerne l'Europa, e verso il Pacifico, per quanto attiene la dimensione transatlantica, il Mediterraneo torna oggi centrale anche nei maggiori equilibri planetari;
dovremo attenderci, nel prossimo futuro, ulteriori rivolgimenti in tutta l'area, che risparmieranno quei governi e quelle istituzioni in grado di aprire opportunità concrete di mobilità sociale e di affrancamento dal bisogno;
l'Italia, per la sua collocazione geopolitica, ha molto da perdere da tali rivolgimenti; salvo che non riesca a cogliere il senso profondo del vento del cambiamento e non intervenga per sostenerne la rapida affermazione e per promuovere una stagione del tutto nuova di relazioni politico-diplomatiche, di opportunità e progettualità di sviluppo e di stabilità politica;
dopo i primi giorni di operazioni militari si è senz'altro sensibilmente danneggiata la capacità di Gheddafi e delle forze lealiste di commettere odiosi crimini contro le popolazioni. Se tali misure militari saranno sufficienti a condurre Gheddafi all'immediato cessate il fuoco, pienamente verificabile dalla comunità internazionale, e all'apertura di un negoziato, allora l'azione internazionale potrà proseguire verificando la piena rispondenza degli impegni del Governo di Tripoli rispetto alla missione di interdizione al volo nei cieli, così come richiesto dalla già citata Risoluzione n. 1973;
se, viceversa, le truppe di Gheddafi persevereranno nell'attaccare sistematicamente le città controllate dai ribelli, la comunità internazionale dovrà assumere nuovi e più stringenti impegni per evitare il perpetuarsi di crimini contro le popolazioni e il possibile collasso dello Stato libico, come già drammaticamente accaduto in Afghanistan o in Somalia;
il Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, Ammiraglio Mike Mullen, e il Ministro della Difesa Robert Gates, hanno annunciato l'intenzione degli USA di lasciare il comando delle operazioni militari e, pur partecipando alla missione internazionale, di trasferire le primarie competenze in tema di pianificazione, comando e controllo agli alleati europei e internazionali; il Consiglio atlantico dovrà decidere per un pieno utilizzo di asset NATO per la conduzione delle future operazioni militari;
occorre ribadire che le atrocità commesse da Gheddafi e dai suoi uomini più fedeli rappresentano un punto di non ritorno, e che la restaurazione del controllo militare e politico del Colonnello libico sul Paese, così come la divisione in due della Libia, sono opzioni non contemplabili;
considerato che:
la Sicilia non è più solo terra di frontiera ma è ormai luogo di confine particolarmente esposto, per la sua collocazione geografica e la vicinanza all'area delle operazioni, alle conseguenze dirette e indirette dell'intervento militare in forza della Risoluzione dell'ONU n. 1973;
in particolare, tra le scelte discutibili del Governo si segnala quella di aver voluto chiudere, inutilmente, ai voli civili l'aeroporto internazionale di Trapani Birgi causando gravissimi danni all'economia e al turismo di quell'area della Sicilia; l'ormai insostenibile situazione che si è creata a Lampedusa per una presenza di immigrati superiore agli abitanti dell'isola aggrava la già forte crisi economica di un'isola che vive dei soli proventi derivati dalla pesca e dal turismo;
il centro di accoglienza di Mineo, economicamente dispendioso per l'erario, rischia di replicare la situazione emergenziale di Lampedusa,
impegna il Governo:
a dare piena e rigorosa attuazione alle disposizioni previste dalle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nn. 1970 e 1973;
in particolare, ad adottare ogni iniziativa per assicurare la protezione delle popolazioni della regione, nello scrupoloso rispetto della risoluzione n. 1973 e delle relative prescrizioni;
ad adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare che l'Italia partecipi attivamente con gli altri Paesi disponibili, ovvero nell'ambito delle organizzazioni internazionali di cui il Paese è parte, alla piena esecuzione della risoluzione n. 1973 ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto pericolo di attacco, ivi compresa la concessione in uso di basi sul territorio nazionale;
a promuovere al più presto una cabina di regia politica che accompagni le operazioni militari e faciliti la creazione di un largo consenso internazionale per esercitare la dovuta pressione sul Governo di Tripoli, affinché, come ribadito anche dal Presidente americano Obama, Gheddafi decida non solo di fermare le azioni militari, ma anche di lasciare il potere e di favorire l'apertura di una fase politica nuova;
in particolare, ad adoperarsi affinché la partecipazione italiana alla completa attuazione della risoluzione n. 1973, ai fini della tutela della popolazione civile, avvenga nell'ambito e sotto l'egida della NATO e a concorrere a far sì che si trasferisca a tale organismo internazionale il comando e il coordinamento di tutte le operazioni da mettere in campo in esecuzione della citata risoluzione;
a porsi, in tal senso, come capofila di un'iniziativa diplomatica con la Lega Araba, l'Unione Africana e il Consiglio di Cooperazione del Golfo, il cui sostegno è quanto mai essenziale, nonché con il Governo turco quale cerniera strategica verso il mondo arabo;
a sostenere, a partire dal pieno riconoscimento, il Consiglio Nazionale di Transizione insediato a Bengasi, fornendo allo stesso un concreto supporto sul campo, anche attraverso la nostra intelligence;
a proporsi come capofila di un grande piano euro-atlantico di rilancio della cooperazione mediterranea, anche attraverso la costituzione di un Fondo per lo sviluppo economico e l'avvio di un processo di confidence-building nell'intera regione, sul modello di quanto accaduto con la CSCE. Tale iniziativa avrà gli obiettivi di sostenere lo sviluppo economico dell'area, anche con il supporto di adeguate istituzioni finanziarie (Banca del Mediterraneo) e con un adeguato finanziamento da parte dell'Italia e della comunità internazionale, anche reimpiegando risorse già investite presso la BEI e la BERS; nonché di diffondere e consolidare lo stato di diritto e le istituzioni democratiche in tutti i paesi dell'area mediterranea;
ad intervenire nei confronti dell'Unione europea, in nome del principio di solidarietà europea e del principio del burden sharing tra tutti gli Stati membri, ai fini di una condivisione economica, umana e strumentale dell'eventuale fenomeno migratorio di massa frutto della situazione emergenziale nel Mediterraneo, e più in generale a sollecitare l'Unione europea ad elaborare una strategia mirata a trovare un'equa e soddisfacente soluzione di fronte al pericolo di forti ondate di migrazione irregolare nel Mediterraneo rispettosa dei diritti umani e a favorire un'omogenea distribuzione dei rifugiati per il tramite di un sistema comune europeo di asilo e un meccanismo di reinsediamento interno, anche con il supporto dell'Organizzazione Internazionale delle Migrazioni;
a sollecitare l'Unione europea alla piena attuazione del cosiddetto programma di Stoccolma per una gestione integrata delle frontiere esterne e l'attuazione di politiche comuni in materia di asilo e immigrazione e al rafforzamento dell'Agenzia Frontex, in vista della trasformazione della stessa da organo di puro coordinamento degli interventi a organo di gestione delle crisi legate ai fenomeni migratori, essendo l'Italia interessata da settemila chilometri di costa come nessun altro paese europeo nel mediterraneo;
in particolare, alla costituzione di una reale politica nazionale dell'immigrazione mai avviata in Italia al contrario di tutti gli altri paesi europei;
a monitorare con attenzione e costanza l'evolversi delle previsioni della Risoluzione n. 1970 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che, ai punti 4, 5, 6, 7, 8 demanda alla Corte Penale Internazionale di aprire un fascicolo di indagine su Gheddafi ed altri appartenenti al Governo libico, per verificare la sussistenza di eventuali crimini contro l'umanità perpetrati nel corso delle operazioni militari, e che invita il Prosecutor della Corte a riferire presso lo stesso organismo ONU entro il prossimo 26 aprile 2011;
a fornire ogni utile sostegno all'attività della Corte Penale Internazionale e al Procuratore generale;
a favorire la tempestiva approvazione dei disegni di legge pendenti in Parlamento di adeguamento della normativa interna allo Statuto della Corte Penale Internazionale ai fin di colmare una grave lacuna del nostro ordinamento;
a sospendere, secondo le procedure previste dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, di cui poco e nulla sappiamo nei particolari, fra la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008, in quanto i drammatici avvenimenti cui si sta assistendo e la realtà che si sta concretizzando sul terreno lo hanno reso ormai nella sostanza incompatibile con le pronunce dell'Unione europea e della comunità internazionale nonché con i nostri interessi nazionali e ad assumere ogni utile iniziativa che salvaguardi gli interessi economici e contrattuali delle imprese italiane che potrebbero essere compromessi dalla gravità e instabilità della situazione socio-politico-economica libica;
a ripristinare immediatamente l'apertura ai voli civili dell'aeroporto di Trapani trasferendo tutte le operazioni militari presso la sola base di Sigonella, con il conseguente ristoro dei danni subiti dal territorio trapanese e dall'isola di Lampedusa;
ad intervenire immediatamente per distribuire in maniera proporzionale ed equa i migrati e i richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale;
visto il livello del coinvolgimento del territorio della Regione siciliana connesso alla crisi dell'area del Mediterraneo, a garantire la partecipazione della Regione siciliana e tutte le fasi, anche decisionali, che coinvolgono le istituzioni e il territorio dell'Isola;
a tenere costantemente informato il Parlamento sull'evoluzione dello scenario.
(6-00074) n. 4 testo 2 (23 marzo 2011)
Respinta
RUTELLI, CONTINI, D'ALIA, PISTORIO.
Il Senato,
premesso che:
in Libia le manifestazioni di protesta nate in modo spontaneo contro il Governo di Muhammar Gheddafi sono state duramente soffocate dagli apparati di sicurezza del potere libico che non hanno esitato ad usare la forza contro i civili che partecipavano alle stesse per chiedere la fine del regime e l'avvio di riforme democratiche;
la violenta repressione ha assunto dimensioni totalmente inaccettabili per la comunità internazionale;
la stessa ha maturato una dura condanna per gli episodi di ferocia perpetrati ai danni della popolazione, esprimendo profonda preoccupazione per il deteriorarsi della situazione, l'incremento della violenza e le numerose vittime civili;
il Consiglio di sicurezza dell'ONU, il 27 febbraio 2011, approvando all'unanimità la risoluzione n. 1970, ha assunto, in virtù della violazione estesa e reiterata dei diritti umani, della repressione di pacifici dimostranti, dell'incitamento alla ostilità e alla violenza contro la popolazione civile, che configurano crimini contro l'umanità perseguibili ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani, del diritto umanitario internazionale e del diritto internazionale penale, delle sanzioni economiche nei confronti del leader libico Muhammar Gheddafi e dei suoi familiari e collaboratori: embargo sull'importazione e sull'esportazione di armi, nonché divieto di movimento dei membri della famiglia Gheddafi e di altri nominativi indicati, congelamento dei loro fondi e deferimento, per la prima volta all'unanimità, di un Capo di Stato, alla Corte Penale Internazionale;
l'Unione europea ha adottato in data 2 marzo 2011 il regolamento 204/2011 per dare compiuta attuazione alla citata risoluzione n. 1970;
il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in data 17 marzo 2011, deplorando il mancato rispetto della risoluzione n. 1970 da parte delle autorità libiche, ha adottato la risoluzione n. 1973;
in essa si chiede, tra l'altro, l'immediata adozione di un cessate il fuoco e la completa interruzione di ogni violenza e di qualsiasi attacco o abuso a danno di civili; si sottolinea l'esigenza di intensificare gli sforzi per addivenire ad una soluzione della crisi che risponda alle legittime richieste del popolo libico e a facilitare il dialogo per approdare alle riforme politiche necessarie per trovare una soluzione pacifica e sostenibile; si esige che le autorità libiche ottemperino ai loro obblighi in base al diritto internazionale, compreso il diritto umanitario internazionale e la normativa sui diritti umani e sui profughi, e prendano tutti i provvedimenti necessari per proteggere i civili e soddisfare i loro bisogni essenziali, nonché per assicurare il passaggio rapido e senza ostacoli dell'assistenza umanitaria;
a tal fine la risoluzione autorizza gli Stati Membri a prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili e le aree a popolazione civile minacciate di attacco nella Jamahiriya Araba di Libia attraverso, tra le altre cose, un'interdizione su tutti i voli nello spazio aereo della Jamahiriya Araba di Libia e un embargo sulle armi;
premesso altresì che:
le rivolte che stanno attraversando l'area del Nord Africa-Medio Oriente rappresentano un cambiamento di primaria importanza negli assetti geopolitici globali, in particolare perché, a fronte dello spostamento negli ultimi anni degli assi strategici verso Est, per quanto concerne l'Europa, e verso il Pacifico, per quanto attiene la dimensione transatlantica, il Mediterraneo torna oggi centrale anche nei maggiori equilibri planetari;
dovremo attenderci, nel prossimo futuro, ulteriori rivolgimenti in tutta l'area, che risparmieranno quei governi e quelle istituzioni in grado di aprire opportunità concrete di mobilità sociale e di affrancamento dal bisogno;
l'Italia, per la sua collocazione geopolitica, ha molto da perdere da tali rivolgimenti; salvo che non riesca a cogliere il senso profondo del vento del cambiamento e non intervenga per sostenerne la rapida affermazione e per promuovere una stagione del tutto nuova di relazioni politico-diplomatiche, di opportunità e progettualità di sviluppo e di stabilità politica;
dopo i primi giorni di operazioni militari si è senz'altro sensibilmente danneggiata la capacità di Gheddafi e delle forze lealiste di commettere odiosi crimini contro le popolazioni. Se tali misure militari saranno sufficienti a condurre Gheddafi all'immediato cessate il fuoco, pienamente verificabile dalla comunità internazionale, e all'apertura di un negoziato, allora l'azione internazionale potrà proseguire verificando la piena rispondenza degli impegni del Governo di Tripoli rispetto alla missione di interdizione al volo nei cieli, così come richiesto dalla già citata Risoluzione n. 1973;
se, viceversa, le truppe di Gheddafi persevereranno nell'attaccare sistematicamente le città controllate dai ribelli, la comunità internazionale dovrà assumere nuovi e più stringenti impegni per evitare il perpetuarsi di crimini contro le popolazioni e il possibile collasso dello Stato libico, come già drammaticamente accaduto in Afghanistan o in Somalia;
il Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, Ammiraglio Mike Mullen, e il Ministro della Difesa Robert Gates, hanno annunciato l'intenzione degli USA di lasciare il comando delle operazioni militari e, pur partecipando alla missione internazionale, di trasferire le primarie competenze in tema di pianificazione, comando e controllo agli alleati europei e internazionali; il Consiglio atlantico dovrà decidere per un pieno utilizzo di asset NATO per la conduzione delle future operazioni militari;
occorre ribadire che le atrocità commesse da Gheddafi e dai suoi uomini più fedeli rappresentano un punto di non ritorno, e che la restaurazione del controllo militare e politico del Colonnello libico sul Paese, così come la divisione in due della Libia, sono opzioni non contemplabili;
considerato che:
la Sicilia non è più solo terra di frontiera ma è ormai luogo di confine particolarmente esposto, per la sua collocazione geografica e la vicinanza all'area delle operazioni, alle conseguenze dirette e indirette dell'intervento militare in forza della Risoluzione dell'ONU n. 1973;
in particolare, tra le scelte discutibili del Governo si segnala quella di aver voluto chiudere ai voli civili l'aeroporto internazionale di Trapani Birgi causando gravissimi danni all'economia e al turismo di quell'area della Sicilia; l'ormai insostenibile situazione che si è creata a Lampedusa per una presenza di immigrati superiore agli abitanti dell'isola aggrava la già forte crisi economica di un'isola che vive dei soli proventi derivati dalla pesca e dal turismo;
il centro di accoglienza di Mineo, economicamente dispendioso per l'erario, rischia di replicare la situazione emergenziale di Lampedusa,
impegna il Governo:
a dare piena e rigorosa attuazione alle disposizioni previste dalle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nn. 1970 e 1973;
in particolare, ad adottare ogni iniziativa per assicurare la protezione delle popolazioni della regione, nello scrupoloso rispetto della risoluzione n. 1973 e delle relative prescrizioni;
ad adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare che l'Italia partecipi attivamente con gli altri Paesi disponibili, ovvero nell'ambito delle organizzazioni internazionali di cui il Paese è parte, alla piena esecuzione della risoluzione n. 1973 ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto pericolo di attacco, ivi compresa la concessione in uso di basi sul territorio nazionale;
a promuovere al più presto una cabina di regia politica che accompagni le operazioni militari e faciliti la creazione di un largo consenso internazionale per esercitare la dovuta pressione sul Governo di Tripoli, affinché, come ribadito anche dal Presidente americano Obama, Gheddafi decida non solo di fermare le azioni militari, ma anche di lasciare il potere e di favorire l'apertura di una fase politica nuova;
in particolare, ad adoperarsi affinché la partecipazione italiana alla completa attuazione della risoluzione n. 1973, ai fini della tutela della popolazione civile, avvenga nell'ambito e sotto l'egida della NATO e a concorrere a far sì che si trasferisca a tale organismo internazionale il comando e il coordinamento di tutte le operazioni da mettere in campo in esecuzione della citata risoluzione;
a porsi, in tal senso, come capofila di un'iniziativa diplomatica con la Lega Araba, l'Unione Africana e il Consiglio di Cooperazione del Golfo, il cui sostegno è quanto mai essenziale, nonché con il Governo turco quale cerniera strategica verso il mondo arabo;
a sostenere il Consiglio Nazionale di Transizione insediato a Bengasi, fornendo allo stesso un concreto supporto sul campo, anche attraverso la nostra intelligence;
a proporsi come capofila di un grande piano euro-atlantico di rilancio della cooperazione mediterranea, anche attraverso la costituzione di un Fondo per lo sviluppo economico e l'avvio di un processo di confidence-building nell'intera regione, sul modello di quanto accaduto con la CSCE. Tale iniziativa avrà gli obiettivi di sostenere lo sviluppo economico dell'area, anche con il supporto di adeguate istituzioni finanziarie (Banca del Mediterraneo) e con un adeguato finanziamento da parte dell'Italia e della comunità internazionale, anche reimpiegando risorse già investite presso la BEI e la BERS; nonché di diffondere e consolidare lo stato di diritto e le istituzioni democratiche in tutti i paesi dell'area mediterranea;
ad intervenire nei confronti dell'Unione europea, in nome del principio di solidarietà europea e del principio del burden sharing tra tutti gli Stati membri, ai fini di una condivisione economica, umana e strumentale dell'eventuale fenomeno migratorio di massa frutto della situazione emergenziale nel Mediterraneo, e più in generale a sollecitare l'Unione europea ad elaborare una strategia mirata a trovare un'equa e soddisfacente soluzione di fronte al pericolo di forti ondate di migrazione irregolare nel Mediterraneo rispettosa dei diritti umani e a favorire un'omogenea distribuzione dei rifugiati per il tramite di un sistema comune europeo di asilo e un meccanismo di reinsediamento interno, anche con il supporto dell'Organizzazione Internazionale delle Migrazioni;
a sollecitare l'Unione europea alla piena attuazione del cosiddetto programma di Stoccolma per una gestione integrata delle frontiere esterne e l'attuazione di politiche comuni in materia di asilo e immigrazione e al rafforzamento dell'Agenzia Frontex, in vista della trasformazione della stessa da organo di puro coordinamento degli interventi a organo di gestione delle crisi legate ai fenomeni migratori, essendo l'Italia interessata da settemila chilometri di costa come nessun altro paese europeo nel mediterraneo;
in particolare, alla costituzione di una reale politica nazionale dell'immigrazione mai avviata in Italia al contrario di tutti gli altri paesi europei;
a monitorare con attenzione e costanza l'evolversi delle previsioni della Risoluzione n. 1970 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che, ai punti 4, 5, 6, 7, 8 demanda alla Corte Penale Internazionale di aprire un fascicolo di indagine su Gheddafi ed altri appartenenti al Governo libico, per verificare la sussistenza di eventuali crimini contro l'umanità perpetrati nel corso delle operazioni militari, e che invita il Prosecutor della Corte a riferire presso lo stesso organismo ONU entro il prossimo 26 aprile 2011;
a fornire ogni utile sostegno all'attività della Corte Penale Internazionale e al Procuratore generale;
a favorire la tempestiva approvazione dei disegni di legge pendenti in Parlamento di adeguamento della normativa interna allo Statuto della Corte Penale Internazionale ai fin di colmare una grave lacuna del nostro ordinamento;
a sospendere, secondo le procedure previste dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, di cui poco e nulla sappiamo nei particolari, fra la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008, in quanto i drammatici avvenimenti cui si sta assistendo e la realtà che si sta concretizzando sul terreno lo hanno reso ormai nella sostanza incompatibile con le pronunce dell'Unione europea e della comunità internazionale nonché con i nostri interessi nazionali e ad assumere ogni utile iniziativa che salvaguardi gli interessi economici e contrattuali delle imprese italiane che potrebbero essere compromessi dalla gravità e instabilità della situazione socio-politico-economica libica;
a ripristinare al più presto possibile l'apertura ai voli civili dell'aeroporto di Trapani trasferendo tutte le operazioni militari presso la sola base di Sigonella, con il conseguente ristoro dei danni subiti dal territorio trapanese e dall'isola di Lampedusa;
ad intervenire immediatamente per distribuire in maniera proporzionale ed equa i migrati e i richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale;
visto il livello del coinvolgimento del territorio della Regione siciliana connesso alla crisi dell'area del Mediterraneo, a garantire la partecipazione della Regione siciliana e tutte le fasi, anche decisionali, che coinvolgono le istituzioni e il territorio dell'Isola;
a tenere costantemente informato il Parlamento sull'evoluzione dello scenario.
(6-00075) n. 5 testo corretto (23 marzo 2011)
V. testo 2
BONINO, FERRANTE, CAROFIGLIO, MUSSO, CARLONI, PERDUCA, PORETTI, DELLA SETA, MARCUCCI, SIRCANA, SANGALLI, DELLA MONICA, MARITATI, BIANCO, VITA (*), MAZZUCONI (*).
Il Senato, udite le comunicazioni del Governo,
premesso che:
il 30 agosto 2008 a Bengasi, l'Italia e la Libia hanno firmato il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, che tra le altre cose afferma che entrambi i paesi sono impegnati a "operare per il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità, in particolare nella regione del Mediterraneo";
l'articolo 6 di detto Trattato intitolato "Rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali" stipula che le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta della Nazioni unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo;
considerato che:
dal 15 febbraio 2011 si sono verificati in Libia rivolte esplose sull'onda delle proteste verificatesi in Tunisia, Egitto, Algeria, Bahrein, Yemen, Giordania e altri Stati mediorientali, mosse dal desiderio di rinnovamento politico contro il regime quarantennale del presidente della Jamāhīriyya Muammar Gheddafi, salito al potere il 1º settembre 1969 dopo un colpo di Stato che condusse alla caduta della monarchia filo-occidentale del re Idris;
che in più occasioni osservatori internazionali indipendenti hanno confermato l'uso sproporzionato di forza contro la popolazione civile con attacchi militari contro gli insorti;
nella seduta plenaria del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite del 25 febbraio 2011 l'Alto Commissario Onu per i diritti umani Navy Pillay ha sostenuto che il Consiglio non avrebbe dovuto "allentare la sua vigilanza in Libia perché la minaccia di rappresaglie violente sui civili è ancora presente'', ricordando che ''la repressione della pacifica espressione di dissenso è intollerabile'' e che ''gli attacchi diffusi contro la popolazione civile possono ammontare a crimini di diritto internazionale'';
si trattava della prima volta dalla sua fondazione che il Consiglio si riuniva per discutere di possibili violazioni dei diritti fondamentali di uno dei suoi 47 membri;
a seguito del dibattito il Consiglio ha votato per sospendere la Libia dal Consiglio stesso decidendo anche di creare una commissione indipendente per accertare quanto paventato dall'Alto Commissario per i diritti umani;
il 26 febbraio 2011 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha adottato la risoluzione n. 1970 che impone sanzioni politiche ed economiche alla Libia, riferendo la situazione di quel paese all'ufficio del Procuratore generale della Corte penale internazionale;
il 17 marzo 2011 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha adottato la risoluzione n. 1973 con cui ha accertato che il Governo libico si è reso responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, incluso detenzioni arbitrarie, di sparizioni forzate, tortura ed esecuzioni sommarie e che i suoi diffusi e sistematici attacchi contro la popolazione civile costituiscono gravi crimini contro l'umanità;
la stessa risoluzione n. 1973 ha pertanto rafforzato le misure adottate in precedenza ed in particolare ha autorizzato gli Stati membri ad adottare "tutte le misure necessarie" per proteggere la popolazione civile. La risoluzione inoltre stabilisce il divieto di sorvolo dello spazio aereo libico al fine di proteggere i civili (c.d. "no-fly zone") istituendo de facto un bando ai voli di aerei libici fuori dallo spazio aereo libico; rafforza il bando al traffico di armi con la Libia e ribadisce le sanzioni individuali;
che l'articolo 103 prevede che "In caso di contrasto tra gli obblighi contratti dai Membri delle Nazioni Unite con il presente Statuto e gli obblighi da essi assunti in base a qualsiasi altro accordo internazionale prevarranno gli obblighi derivanti dal presente Statuto";
inoltre che l'articolo 60 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, ratificata dall'Italia il 12 febbraio 1974 relativo alla "Estinzione di un trattato o sospensione della sua applicazione come conseguenza della sua violazione" stipula che, tra le altre cose, "Una violazione sostanziale di un trattato bilaterale ad opera di una delle parti legittima l'altra ad invocare la violazione come motivo di estinzione del trattato o di sospensione totale o parziale della sua applicazione";
considerato infine che l'Italia non ha ancora incorporato tutte le norme contenute nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale entrato in vigore nel 2002,
impegna il Governo:
ad intraprendere le iniziative necessarie per sospendere formalmente il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008 anche per dare un chiaro messaggio di dissociazione da un regime messo sotto tutela dalle Nazioni unite attraverso una serie di gravi sanzioni imposte dal mese di febbraio 2011 dalla Comunità internazionale;
ad applicare in tutti i suoi aspetti senza ritardo alcuno le sanzioni derivanti dalle risoluzioni n. 1970 del 26 febbraio e n. 1973 del 17 marzo 2011 adottate dal Consiglio di sicurezza tenendo informato costantemente il Parlamento dello stato di aderenza a tali dettami da parte dei vari soggetti imprenditoriali coinvolti;
a portare a termine entro il nono anniversario dell'entrata in vigore dello Statuto di Roma del 2 luglio 2011 l'adeguamento alle norme contenute nella carta fondativa della Corte penale internazionale al fine di esser pronta a collaborare pienamente con l'Ufficio del procuratore generale qualora la leadership libica venisse incriminata per crimini contro l'umanità;
a continuare la propria opera in soccorso delle persone che fuggono dalla Libia verso i paesi vicini sia attraverso azioni dirette, sia sostenendo gli sforzi delle varie agenzie internazionali presenti: dall'Alto Commissario per i diritti umani, il Fondo Mondiale per l'Alimentazione e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni;
a mettere in atto tutte le misure necessarie al fine di fornire assistenza a tutti coloro che fuggono via mare verso l'Italia coordinando coi partner europei eventuali distribuzioni straordinarie anche in altri Stati membri dell'Unione europea in deroga alla Convenzione di Dublino del 1990;
a avviare un'iniziativa che possa espellere la Libia dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite.
________________
(*) Firma aggiunta in corso di seduta.
(6-00075) n. 5 testo 2 (23 marzo 2011)
Respinta
BONINO, FERRANTE, CAROFIGLIO, MUSSO, CARLONI, PERDUCA, PORETTI, DELLA SETA, MARCUCCI, SIRCANA, SANGALLI, DELLA MONICA, MARITATI, BIANCO, VITA, MAZZUCONI.
Il Senato, udite le comunicazioni del Governo,
premesso che:
il 30 agosto 2008 a Bengasi, l'Italia e la Libia hanno firmato il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, che tra le altre cose afferma che entrambi i paesi sono impegnati a "operare per il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità, in particolare nella regione del Mediterraneo";
l'articolo 6 di detto Trattato intitolato "Rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali" stipula che le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta della Nazioni unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo;
considerato che:
dal 15 febbraio 2011 si sono verificati in Libia rivolte esplose sull'onda delle proteste verificatesi in Tunisia, Egitto, Algeria, Bahrein, Yemen, Giordania e altri Stati mediorientali, mosse dal desiderio di rinnovamento politico contro il regime quarantennale del presidente della Jamāhīriyya Muammar Gheddafi, salito al potere il 1º settembre 1969 dopo un colpo di Stato che condusse alla caduta della monarchia filo-occidentale del re Idris;
che in più occasioni osservatori internazionali indipendenti hanno confermato l'uso sproporzionato di forza contro la popolazione civile con attacchi militari contro gli insorti;
nella seduta plenaria del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite del 25 febbraio 2011 l'Alto Commissario Onu per i diritti umani Navy Pillay ha sostenuto che il Consiglio non avrebbe dovuto "allentare la sua vigilanza in Libia perché la minaccia di rappresaglie violente sui civili è ancora presente'', ricordando che ''la repressione della pacifica espressione di dissenso è intollerabile'' e che ''gli attacchi diffusi contro la popolazione civile possono ammontare a crimini di diritto internazionale'';
si trattava della prima volta dalla sua fondazione che il Consiglio si riuniva per discutere di possibili violazioni dei diritti fondamentali di uno dei suoi 47 membri;
a seguito del dibattito il Consiglio ha votato per sospendere la Libia dal Consiglio stesso decidendo anche di creare una commissione indipendente per accertare quanto paventato dall'Alto Commissario per i diritti umani;
il 26 febbraio 2011 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha adottato la risoluzione n. 1970 che impone sanzioni politiche ed economiche alla Libia, riferendo la situazione di quel paese all'ufficio del Procuratore generale della Corte penale internazionale;
il 17 marzo 2011 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha adottato la risoluzione n. 1973 con cui ha accertato che il Governo libico si è reso responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, incluso detenzioni arbitrarie, di sparizioni forzate, tortura ed esecuzioni sommarie e che i suoi diffusi e sistematici attacchi contro la popolazione civile costituiscono gravi crimini contro l'umanità;
la stessa risoluzione n. 1973 ha pertanto rafforzato le misure adottate in precedenza ed in particolare ha autorizzato gli Stati membri ad adottare "tutte le misure necessarie" per proteggere la popolazione civile. La risoluzione inoltre stabilisce il divieto di sorvolo dello spazio aereo libico al fine di proteggere i civili (c.d. "no-fly zone") istituendo de facto un bando ai voli di aerei libici fuori dallo spazio aereo libico; rafforza il bando al traffico di armi con la Libia e ribadisce le sanzioni individuali;
che l'articolo 103 prevede che "In caso di contrasto tra gli obblighi contratti dai Membri delle Nazioni Unite con il presente Statuto e gli obblighi da essi assunti in base a qualsiasi altro accordo internazionale prevarranno gli obblighi derivanti dal presente Statuto";
inoltre che l'articolo 60 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, ratificata dall'Italia il 12 febbraio 1974 relativo alla "Estinzione di un trattato o sospensione della sua applicazione come conseguenza della sua violazione" stipula che, tra le altre cose, "Una violazione sostanziale di un trattato bilaterale ad opera di una delle parti legittima l'altra ad invocare la violazione come motivo di estinzione del trattato o di sospensione totale o parziale della sua applicazione";
considerato infine che l'Italia non ha ancora incorporato tutte le norme contenute nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale entrato in vigore nel 2002,
impegna il Governo:
ad intraprendere le iniziative necessarie per sospendere formalmente il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008 anche per dare un chiaro messaggio di dissociazione da un regime messo sotto tutela dalle Nazioni unite attraverso una serie di gravi sanzioni imposte dal mese di febbraio 2011 dalla Comunità internazionale;
ad applicare in tutti i suoi aspetti senza ritardo alcuno le sanzioni derivanti dalle risoluzioni n. 1970 del 26 febbraio e n. 1973 del 17 marzo 2011 adottate dal Consiglio di sicurezza tenendo informato costantemente il Parlamento dello stato di aderenza a tali dettami da parte dei vari soggetti imprenditoriali coinvolti;
a portare a termine entro il nono anniversario dell'entrata in vigore dello Statuto di Roma del 2 luglio 2011 l'adeguamento alle norme contenute nella carta fondativa della Corte penale internazionale al fine di esser pronta a collaborare pienamente con l'Ufficio del procuratore generale qualora la leadership libica venisse incriminata per crimini contro l'umanità;
a continuare la propria opera in soccorso delle persone che fuggono dalla Libia verso i paesi vicini sia attraverso azioni dirette, sia sostenendo gli sforzi delle varie agenzie internazionali presenti: dall'Alto Commissario per i diritti umani, il Fondo Mondiale per l'Alimentazione e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni;
a mettere in atto tutte le misure necessarie al fine di fornire assistenza a tutti coloro che fuggono via mare verso l'Italia coordinando coi partner europei eventuali distribuzioni straordinarie anche in altri Stati membri dell'Unione europea in deroga alla Convenzione di Dublino del 1990 .
Allegato B
Congedi e missioni
Sono in congedo i senatori: Alberti Casellati, Augello, Caliendo, Castelli, Chiti, Ciampi, Cicolani, Comincioli, Davico, Dell'Utri, Giovanardi, Mantica, Mantovani, Maraventano, Palma, Papania, Pera, Ramponi e Viceconte.
Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Marino Ignazio Roberto Maria, per attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale; Compagna, per attività dell'Assemblea parlamentare dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE); Dini e Malan per attività dell'Assemblea parlamentare della Nato.
Disegni di legge, annunzio di presentazione
Senatori Caruso Antonino, Cardiello Franco, Gentile Antonio, Pastore Andrea, Saltamartini Filippo, Sarro Carlo, Allegrini Laura, Ferarra Mario, Compagna Luigi, Baldini Massimo, Valentino Giuseppe. - Disposizioni in materia di trasparenza delle candidature nelle elezioni per il Senato della Repubblica, per la Camera dei deputati, per il Parlamento europeo, per i Consigli regionali, provinciali e comunali, nonché per la nomina di amministratori di enti e società pubbliche (2632)
(presentato in data 23/3/2011 ) .
Disegni di legge, presentazione del testo degli articoli
In data 23/03/2011 la 11ª Commissione permanente Lavoro ha presentato il testo degli articoli proposti dalla Commissione stessa, per i disegni di legge:
Dep. Lo Presti Antonino ed altri
"Modifica all'articolo 8 del decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103, concernente la misura del contributo previdenziale integrativo dovuto dagli esercenti attività libero - professionale iscritti in albi ed elenchi" (2177)
C.1524 approvato dalla Camera dei deputati.
Governo, trasmissione di atti e documenti
Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, con lettere in data 15 marzo 2011, ha dato comunicazione, ai sensi dell'articolo 1 della legge 8 agosto 1985, n. 440, in merito alla deliberazione - su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri - del Consiglio stesso relativamente alla concessione dell'assegno straordinario vitalizio a favore dei signori Domenico Colantoni e Maria Parazzini.
Tale documentazione è depositata presso il Servizio dell'Assemblea a disposizione degli onorevoli senatori.
Il Ministro dello sviluppo economico, con lettera in data 14 marzo 2010, ha inviato, ai sensi dell'articolo 5 della legge 26 maggio 1975, n. 184, la relazione sullo stato di avanzamento del progetto di collaborazione Alenia Aeronautica - Boeing, relativa al secondo semestre 2010.
Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 5a e alla 10a Commissione permanente (Doc. XXXIX, n. 6).
Consigli regionali e delle province autonome, trasmissione di voti
E' pervenuto al Senato un voto del Consiglio provinciale della Provincia autonoma di Bolzano concernente la richiesta di modifica del Codice della Strada nella parte in cui, per determinate infrazioni, si prevede la confisca dell'automobile.
Tale voto è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 138, comma 1, del Regolamento, alla 8a Commissione permanente (n. 68).
Commissione europea, trasmissione di progetti di atti normativi per il parere motivato ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità
La Commissione europea, in data 22 marzo 2011, ha inviato, per l'acquisizione del parere motivato previsto dal protocollo n. 2 del Trattato sull'Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativo all'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, la proposta di direttiva del Consiglio relativa a una base imponibile consolidata comune per l'imposta sulle società (COM (2011) 121 definitivo).
Ai sensi dell'articolo 144 del Regolamento, il predetto atto è deferito alla 6ª Commissione permanente che, ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, esprimerà il parere motivato entro il termine del 5 maggio 2011.
Le Commissioni 3ª e 14ª potranno formulare osservazioni e proposte alla 6ª Commissione entro il 28 aprile 2011.
Interrogazioni, apposizione di nuove firme
La senatrice Soliani ha aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-01689 della senatrice Sbarbati e all'interrogazione 3-01981 dei senatori Lusi ed altri.
Mozioni, nuovo testo
La mozione 1-00343, della senatrice Carlino ed altri, pubblicata il 10 novembre 2010, deve intendersi riformulata come segue:
CARLINO, BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA - Il Senato,
premesso che:
il Paese si è attardato per troppo tempo sul fronte della ricerca e dell'innovazione tecnologico-industriale in campo energetico. In luogo di investire efficacemente sulle fonti rinnovabili pulite indicate dalla normativa comunitaria si è in tal modo accumulata, nel corso dei decenni, una forte dipendenza dalle fonti fossili più altamente inquinanti, con pesanti conseguenze dal punto di vista sia ambientale che economico;
l'Unione europea ha fissato in modo vincolante il percorso da intraprendere, da oggi al 2020, per combattere i cambiamenti climatici e promuovere l'uso delle energie rinnovabili. Ciò consentirà all'Unione di ridurre del 20 per cento le emissioni di gas a effetto serra rispetto al 1990, di conseguire un risparmio energetico del 20 per cento e di aumentare al 20 per cento la quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale di energia entro il 2020. Per l'Italia l'incremento finale, entro il 2020, dovrà essere non inferiore al 17 per cento, laddove gli ultimi dati disponibili attestano che le fonti rinnovabili di energia hanno contribuito complessivamente al consumo interno lordo italiano di energia per una percentuale inferiore al 10 per cento. È dunque necessario un significativo sforzo per il potenziamento e il miglioramento di tale produzione;
a partire dalla legge 23 luglio 2009, n. 99, e prima ancora dal decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, il Governo italiano ha tuttavia deciso, in un periodo di grave crisi economica ed in sostanziale controtendenza, di impegnare ingentissime risorse e sforzi organizzativi a beneficio di una tecnologia, il nucleare di terza generazione, che risulta particolarmente costosa ed ormai arretrata. Tale tecnologia, senza eliminare la dipendenza dell'Italia dai Paesi esteri produttori di petrolio, comporterà anche una dipendenza dalle importazioni di uranio, il cui costo si avvia a crescere in relazione al ridursi dei giacimenti e la cui estrazione determina peraltro importanti immissioni di anidride carbonica in atmosfera. Inoltre, l'Italia dovrà importare anche la tecnologia dal Paese di riferimento per i reattori EPR, la Francia. Una confusa, tardiva e comunque giuridicamente non vincolante "dichiarazione di moratoria" sul nucleare a seguito dell'incidente nucleare di Fukushima, non ha peraltro bloccato, da parte dello stesso Governo l'adozione di norme procedurali che accelerano il programma nucleare. Impiegando le risorse in tal modo, si rischia quindi seriamente di paralizzare per i molti anni necessari all'entrata in funzione di impianti nucleari costosi e pericolosi, la politica energetica nazionale su un progetto imposto alle comunità locali e potenzialmente pericolosissimo, tale comunque da assorbire una quota di risorse ben altrimenti e più utilmente destinabili alle fonti rinnovabili;
la crescita dell'attenzione verso le energie rinnovabili, grazie all'impulso dato dalle politiche dell'Unione europea e delle Nazioni Unite, costituisce in verità un fenomeno relativamente recente nella legislazione nazionale, sia in termini di agevolazioni amministrative e procedurali che in termini di sostegno agli investimenti. Tale positiva tendenza potrebbe essere gravemente danneggiata dalla scelta di rilanciare una tecnologia nucleare che, anche a prescindere dai noti ed enormi rischi per la sicurezza degli impianti e delle stesse scorie radioattive prodotte, non appare né conveniente né realistica, per quegli stessi motivi economici che ne hanno finora limitato lo sviluppo su scala mondiale, come dimostra anche il fatto che nel mondo da circa 20 anni il numero di reattori non aumenta e da qui al 2015 dovrebbe anzi diminuire;
l'Italia ha l'interesse economico, prima ancora che ambientale, a perseguire gli obiettivi stabiliti dall'Unione europea per il 2020 con riferimento ad un modello energetico effettivamente sostenibile, moderno ed efficiente, nel quale il nucleare e il carbone non possono trovare posto, in quanto incentrato sulle fonti rinnovabili, come il solare termico e fotovoltaico, la geotermia e l'eolico. L'Italia è oggi uno dei Paesi europei con la maggior crescita delle fonti energetiche rinnovabili e le 389 operazioni - investimenti in nuovi impianti e attività di finanza straordinaria - rilevate nel biennio 2008-2009 dall'Irex annual report di Althesys ne sono una dimostrazione evidente. Facendo tesoro delle lezioni del passato, occorre indirizzare con decisione e coerenza gli investimenti su tali settori innovativi, superando la frammentazione delle norme, i ritardi nei tempi di allacciamento, la confusione delle competenze e delle procedure che, in taluni casi, hanno favorito una pianificazione caotica e poco coerente di progetti concernenti grandi impianti, spesso programmati senza quell'adeguato presidio di salvaguardia paesaggistica che l'articolo 9 della Costituzione imporrebbe;
considerato che:
con due distinti provvedimenti sono state recentemente individuate le procedure autorizzative, cui dovranno adeguarsi le Regioni, per l'installazione degli impianti che producono energia da fonte rinnovabile nonché le nuove condizioni per accedere al terzo "conto energia" per il fotovoltaico. I due decreti in questione del Ministro dello sviluppo economico (il decreto ministeriale 6 agosto 2010 relativo alla terza versione del "conto energia", pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 24 agosto 2010, ed il decreto ministeriale 10 settembre 2010, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 219 del 18 settembre 2010 sulle "Linee guida nazionali per l'autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili") rappresentano in questo momento il punto di riferimento per la produzione di energia elettrica da impianti fotovoltaici;
il piano di azione nazionale per le energie rinnovabili, notificato nel mese di luglio 2010 alla Commissione europea, delinea un percorso di crescita delle rinnovabili dai 40 ai 50 terawattora (TWh) dal 2010 al 2020, prevedendo quindi il raddoppio rispetto alla produzione attuale, in linea con la strategia comunitaria. In tale prospettiva, i meccanismi di sostegno devono rispondere anzitutto alla strategia di promozione delle rinnovabili e dell'efficienza energetica nell'ambito della politica energetica del nostro Governo in sede di Unione europea. Ciò impone evidentemente di sgombrare il campo dalle troppe incertezze prodotte - soprattutto in queste ultime settimane - con il comportamento del Governo e poter ridare garanzie ai consumatori e, soprattutto, alle imprese;
il decreto legislativo attuativo della direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, approvato definitivamente dal Governo e in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ha causato forti polemiche e contestazioni da parte degli stessi operatori delle rinnovabili a causa delle drastiche penalizzazioni che impone al settore, a cominciare dalla iniziale previsione di un tetto complessivo di 8.000 megawatt (Mw) di fotovoltaico e alla limitazione dei «premi» del terzo conto energia sul fotovoltaico al 31 maggio 2011, con grave incertezza per i progetti autorizzati, finanziati o in corso, che dovessero risultare allacciati dopo la suddetta scadenza del 31 maggio 2011. In altre parole, invece di provvedere alla correzione dei fenomeni patologici rilevati in alcuni momenti di gestione del sistema delle rinnovabili e di prevedere conseguentemente un sistema di regole più precise e trasparenti e una condivisa revisione complessiva dei sistemi di incentivazione, rafforzando opportunamente anche le linee guida per la realizzazione degli impianti in modo da rafforzare la tutela paesaggistica e prevenire gli abusi, il Governo ha inteso procedere, in coincidenza con l'avvio del programma nucleare, ad un'improvvisa e drastica opera di penalizzazione di tali fonti, in netta controtendenza rispetto alla politica comunitaria che prevede di portare dal 20 al 25 per cento il livello di riduzione delle emissioni di gas-serra nel 2020;
il Governo si è di recente impegnato, ma solo successivamente all'approvazione del suddetto decreto legislativo, ad emanare un decreto per stabilire regole certe e un nuovo quadro di incentivi in materia, confermando una linea di totale improvvisazione in un settore strategico e «anticiclico», quale è quello delle energie pulite, giudicato talmente importante da indurre la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) a provvedere al cofinanziamento per le energie rinnovabili;
un corretto e trasparente sistema di incentivi alle fonti energetiche rinnovabili consentirebbe all'Italia di attrarre investimenti con effetti concreti sia sul lato della produzione di energia senza impatto negativo sull'ambiente, sia sul lato occupazionale, con la creazione di nuovi posti di lavoro su tutto il territorio nazionale. Anche negli ultimi due anni, caratterizzati dalla più grave crisi economica e finanziaria globale del secondo dopoguerra, il settore delle fonti rinnovabili ha continuato ad attrarre investimenti, generare utili, occupazione, filiere industriali importanti;
la maggior parte degli oneri pagati in bolletta dai cittadini riguardano ancora gli incentivi CIP6 a favore delle fonti impropriamente "assimilate" alle fonti rinnovabili, le quali altro non sono che energie prodotte da impianti che utilizzano calore di risulta o fumi di scarico (termovalorizzatori, impianti di raffinazione del petrolio gassificato e bruciato nelle centrali elettriche, impianti che usano gli scarti di lavorazione o di processi, impianti di cogenerazione ed altro). Secondo i dati forniti dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas del 2009, a fronte di meno di un miliardo di euro derivante dalla componente tariffaria A3 per le fonti rinnovabili propriamente dette, oltre 1,4 miliardi sarebbe destinato alle fonti assimilate, gravando sui cittadini per oltre il 3 per cento della spesa complessiva, al netto delle tasse. Questo meccanismo di tipo parafiscale (ulteriormente appesantito dall'applicazione dell'Iva in bolletta) è palesemente distorsivo ma il Governo, in sede di adozione del decreto legislativo sulle rinnovabili, non ha inteso prevedere alcuna significativa riduzione della remunerazione complessiva riconosciuta alle fonti assimilate né garantire una più ragionevole ed equa ripartizione degli oneri di incentivazione delle fonti rinnovabili;
il recente decreto legislativo sulle rinnovabili, rendendo alcune procedure ancora più opache, imprevedibili e discrezionali di quelle attualmente vigenti, rischia paradossalmente di favorire, anziché disincentivare, quei fenomeni patologici che altri Paesi, come la Germania e la Danimarca, che investono e ottengono molto più dell'Italia sul fronte delle rinnovabili, non conoscono e non hanno mai conosciuto;
tutela paesaggistica, trasparenza delle procedure e difesa dei terreni fertili rappresentano quindi i fattori che, se correttamente ed uniformemente applicati, permettono all'impiantistica fotovoltaica, come all'eolica, di taglia non piccola, di coesistere ottimamente con il paesaggio e con il territorio agricolo, i quali notoriamente costituiscono un bene non illimitato. Pertanto numerose amministrazioni, regionali e locali, stanno considerando o procedendo a revisioni della normativa autorizzativa vigente. In particolare, la Giunta della Provincia autonoma di Bolzano ha recentemente adottato una regolamentazione che, con riferimento alle grandi installazioni fotovoltaiche a terra, preserva i siti vergini privilegiando invece una loro collocazione su superfici in copertura di edifici industriali e commerciali, ovvero in aree marginali ed ex aree industriali dismesse o degradate,
impegna il Governo:
a far propria ed attuare una strategia coerente, stabile ed organica di potenziamento ed incentivazione delle fonti rinnovabili pulite, che, in ossequio alla normativa comunitaria e procedendo secondo il metodo del confronto positivo con gli operatori del settore, le associazioni ambientaliste, le istituzioni e gli enti locali, provveda a rivedere i meccanismi di incentivazione nel senso di favorire l'innovazione tecnologica, la trasparenza delle procedure, la garanzia degli investimenti effettuati con adeguati tempi di transizione, la trasparenza dei costi e delle tariffe e la riduzione del carico sulla bolletta elettrica impropriamente destinato a beneficio delle cosiddette fonti assimilate di cui al provvedimento del Comitato interministeriale dei prezzi 29 aprile 1992, n. 6, in modo da assicurare il raggiungimento degli obiettivi comunitari e la certezza del quadro normativo-finanziario per gli operatori, confermando la definitiva cessazione, alla scadenza, delle convenzioni attualmente in essere stipulate tra i produttori e il gestore dei servizi elettrici (Gse), di ogni incentivazione per gli impianti funzionanti con fonti energetiche assimilate alle rinnovabili;
a prevedere un quadro regolatorio chiaro che non leda il principio della certezza del diritto, provvedendo ad assicurare che la rimodulazione progressiva degli incentivi sia compatibile con una valutazione dei tempi necessari a garantire stabilità economica per quelle imprese che hanno effettuato investimenti sulla base del sistema di incentivazione vigente, provvedendo ad emanare, nel più breve tempo possibile i provvedimenti correttivi in materia di definizione del quantitativo incentivabile, diversificazione degli incentivi e durata dell'incentivazione;
ad adottare prontamente ogni iniziativa al fine di porre rimedio alle conseguenze più gravi che si stanno generando rispetto alla previsione di una improvvisa e drastica riduzione degli incentivi, al fine di evitare la sospensione delle linee di credito da parte degli istituti di credito, il blocco degli impianti e la cancellazione di importanti commesse;
a prevedere, in ogni caso, l'allineamento degli incentivi per le fonti rinnovabili stabiliti nel nostro Paese a quelli applicati negli Stati membri dell'Unione europea;
a procedere conseguentemente con urgenza ad una revisione, condivisa e trasparente, delle strategie energetiche nazionali, nella direzione di accrescere il risparmio energetico, l'efficienza e la riqualificazione energetica nell'edilizia e l'innovazione e la ricerca nel settore delle rinnovabili, in particolare del solare termodinamico, abbandonando il programma nucleare sin qui privilegiato senza tener conto dei costi e degli insormontabili problemi di sicurezza che tale fonte energetica da sempre pone, anche in ragione della presenza di un quadro d'azione che non garantisce minimamente trasparenza e condivisione istituzionale nelle scelte di localizzazione;
a definire e coordinare con le Regioni, nella fase seguente all'approvazione delle citate linee guida nazionali ed in relazione agli incentivi di cui al decreto ministeriale 6 agosto 2010, criteri omogenei, precisi e trasparenti per la localizzazione dei grandi impianti fotovoltaici a terra, al fine di garantire l'ottimale difesa del paesaggio ed il necessario contrasto al consumo di suolo, assicurando comunque le migliori tecniche e le più adeguate modalità di integrazione tra la tecnologia fotovoltaica e l'agricoltura, ove occorra procedendo, a tal fine, ad ulteriori interventi normativi di salvaguardia e sul sistema delle incentivazioni;
ad adottare ogni iniziativa volta a promuovere la produzione di energia elettrica da fonte solare mediante cicli termodinamici per i possibili sviluppi di tale tecnologia sia a livello nazionale che internazionale, provvedendo alla definizione di ulteriori ed opportune forme di incentivazione, nonché all'implementazione di quelle già definite;
a favorire prioritariamente l'incentivazione e la diffusione degli impianti con minore impatto territoriale, dei piccoli fotovoltaici sui tetti degli edifici nonché la collocazione delle strutture non domestiche, ove possibile, in aree marginali, in modo da produrre energia in una misura più integrata al paesaggio ed alla specifica storia e tradizione locale, procedendo d'intesa con le Soprintendenze regionali e di settore e sempre secondo logiche di utilità pubblica;
ad assicurare, in fase attuativa, il coordinamento e l'integrazione tra il contenuto dei piani nazionali e regionali di sviluppo energetico, di tutela ambientale e dei piani paesaggistici, con l'obiettivo di perseguire l'equo contemperamento dei rilevanti interessi pubblici in questione nell'ambito dello svolgimento del procedimento unico per il rilascio dell'autorizzazione agli impianti di cui in premessa, con particolare riferimento ai casi di concentrazione di grandi impianti in aree agro-silvo-pastorali;
a favorire lo sviluppo delle bioenergie al fine di incrementare la produzione combinata di calore ed elettricità (co-tri-generazione) in moderni impianti di piccole dimensioni, secondo un concetto di filiera corta, sottoponendo preventivamente ogni singola iniziativa ad un accurato bilancio energetico, comprensivo di trasporto, e di emissioni relativo all'intera filiera (coltivazione, lavorazione dei prodotti, trasporto, uso finale) e garantendo il mantenimento delle funzionalità essenziali degli ecosistemi interessati;
a garantire una puntuale e concreta applicazione dei criteri progettuali volti ad ottenere il minor consumo possibile di territorio, il riutilizzo di aree già degradate (tra cui siti industriali, cave, discariche, siti contaminati) e il collegamento tra progettazione e specificità dell'area in cui viene realizzato l'intervento, ai fini della valutazione dell'impatto dei progetti e alla valutazione degli impianti di produzione di energia elettrica e delle rispettive connessioni, nonché una individuazione dei siti che sia coerente con le finalità di armonizzazione tra grandi impianti e corretta gestione del territorio;
a favorire la più ampia informazione e partecipazione della cittadinanza, degli agricoltori e degli enti locali alle scelte concernenti l'utilizzo corretto del territorio, in modo da preservare le aree aperte a vocazione agricola che conservano elementi paesaggistici di valenza originaria e da collegare ogni decisione sui singoli progetti di grandi impianti a terra ad una pianificazione più ampia e condivisa, in cui si privilegino le aree vocate a questo tipo di impianti secondo un contesto di unicità paesaggistica in cui agricoltura, aree protette e ambiti vasti non subiscano cesure poco rispettose dei fondamentali valori tutelati dall'articolo 9 della Costituzione.
(1-00343) (Testo 2)
La mozione 1-00387, della senatrice Finocchiaro ed altri, pubblicata il 15 marzo 2011, deve intendersi riformulata come segue:
FINOCCHIARO, ZANDA, FERRANTE, DELLA SETA, BUBBICO, AGOSTINI, CASSON, DELLA MONICA, FIORONI, GIARETTA, INCOSTANTE, MARINO Mauro Maria, PASSONI, PEGORER, PERTOLDI, PINOTTI, TOMASELLI, CARLONI, SANGALLI, CHITI, MARITATI, BOSONE, FONTANA, PORETTI, CHIURAZZI, DE SENA, DI GIOVAN PAOLO, DE LUCA, MAZZUCONI, ARMATO, GARRAFFA, GRANAIOLA, BARBOLINI, PINZGER, LEGNINI, MONGIELLO - Il Senato,
premesso che:
il Governo il 3 marzo 2011 ha approvato in via definitiva lo schema di decreto legislativo in attuazione della direttiva 2009/28/CE del Parlamento europeo e del Consiglio europeo sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili;
il settore delle fonti rinnovabili contribuisce in misura significativa all'obiettivo di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, e, in particolare, ogni gigawatt di fotovoltaico implica 740.000 tonnellate in meno di anidride carbonica all'anno;
il decreto avrebbe dovuto riformare gli incentivi in modo da conseguire gli obiettivi europei che per il nostro Paese prevedono il raggiungimento del 17 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili sul consumo energetico finale al 2020, come previsto anche dal Piano di azione nazionale per le energie rinnovabili che il Governo italiano ha inviato a Bruxelles;
tale obiettivo va perseguito garantendo procedure certe e trasparenti per contrastare speculazioni e illegalità, puntando ad una progressiva riduzione degli incentivi fino al raggiungimento della grid parity con l'azzeramento del differenziale tra il costo dell'energia rinnovabile e quello dell'energia in rete;
il decreto legislativo approvato dal Governo non ha recepito le numerose e rilevanti condizioni poste nei pareri resi dalle Commissioni competenti della Camera dei deputati e del Senato;
in particolare il Governo non ha ritenuto di aderire alla richiesta di elevare la soglia di potenza - prevista nel testo iniziale a 5 megawatt - oltre la quale si prevede l'applicazione di un sistema di aste al ribasso; tutti gli operatori del settore considerano tale sistema farraginoso, poco comprensibile e con esito incerto; tale modalità non è stata, infatti, adottata con successo in nessun altro Paese e potrebbe, in concreto, determinare l'impossibilità di programmare gli investimenti, in particolare negli impianti eolici;
l'anticipazione al 31 maggio 2011 della scadenza, inizialmente prevista al 31 dicembre 2013, del terzo conto energia sul fotovoltaico, rinviando la definizione delle nuove tariffe incentivanti a un decreto del Ministro dello sviluppo economico, da emanarsi di concerto con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare entro il 30 aprile, determina il blocco degli investimenti in essere e delle linee di credito per le nuove iniziative; rilevanti sono anche gli effetti sulle imprese dell'indotto; alcune imprese accusano perdite per la disdetta di commesse per centinaia di milioni di euro a seguito dell'emanazione delle nuove norme;
l'Associazione delle banche estere in Italia (AIBE), con una lettera al Governo italiano, prospetta il definanziamento non solo degli investimenti sugli impianti per energie rinnovabili ma di tutti gli investimenti esteri nelle infrastrutture: strade, autostrade, ospedali; l'AIBE sottolinea "un rischio di inaffidabilità del legislatore italiano già oggetto di attenzione da parte delle agenzie di rating"; il blocco dei finanziamenti nelle infrastrutture italiane - scrive l'AIBE - avrà "un sicuro impatto in termini di crescita economica ed occupazionale per l'Italia"; l'intervento dell'AIBE è giustificato dal fatto che le banche straniere in pool con altri istituti di credito italiani hanno sino ad oggi finanziato progetti - su base no-recourse (accentando il massimo livello di rischio e facendo affidamento sull'attuale regime incentivante) - per complessivi 5,6 miliardi di euro nel settore fotovoltaico e circa 6,8 miliardi nel settore eolico, per un totale di circa 12 miliardi;
il sistema bancario italiano ha annunciato la sospensione dei finanziamenti al settore e la decisione di convocare una riunione dell'Associazione bancaria italiana sull'argomento entro il 16 marzo 2011;
l'approvazione del decreto legislativo ha suscitato un diffuso ed elevatissimo allarme in tutte le imprese e nelle associazioni di settore (tra cui Anev, Aper, Anie-Gifi, Assosolare, Assoenergie Future): nelle ore precedenti all'approvazione del decreto, il Governo ha ricevuto oltre 14.000 e-mail di protesta;
il settore delle imprese che producono energie rinnovabili in questo periodo di crisi economica è stato tra i pochi che, in controtendenza, ha aumentato l'occupazione e ha un peso rilevante nella nostra economia; in particolare, nel fotovoltaico ci sono circa 1.000 aziende che occupano direttamente 15.000 lavoratori e oltre 100.000 lavoratori nell'indotto, con un volume d'affari stimato nel 2010 di circa 8 miliardi di euro;
Gifi-Anie, associata a Confindustria, ha denunciato che sono a rischio 40 miliardi di euro di investimenti programmati nei prossimi mesi nel fotovoltaico e che per almeno 10.000 persone si dovrà far ricorso immediato alla cassa integrazione; anche i nuovi investimenti nell'eolico sono attualmente a rischio a causa dell'incertezza dovuta al non chiaro funzionamento dei nuovi meccanismi basati sulle aste al ribasso;
di recente sono stati diffusi dati imprecisi e confusi sugli oneri in bolletta dovuti agli incentivi per le rinnovabili; se è vero che gli italiani dal 1992 ad oggi hanno pagato in bolletta anche gli oneri per le rinnovabili, in realtà tali risorse sono state quasi esclusivamente utilizzate, grazie ad un cavillo giuridico condannato dall'Unione europea, per finanziare le fonti fossili e la chiusura del ciclo del vecchio nucleare; quindi gli italiani hanno pagato impropriamente dal 1992 ad oggi più di 50 miliardi di euro per le fonti fossili che in realtà dovevano essere destinate esclusivamente alle fonti effettivamente rinnovabili; le risorse finalizzate esclusivamente alla promozione delle energie rinnovabili, negli anni, sono state utilizzate anche per il finanziamento di termovalorizzatori;
l'onere effettivamente sostenuto nel 2010 per incentivare le rinnovabili è stato pari a 2,7 miliardi di euro quando nello stesso anno cittadini e imprese hanno dovuto sostenere oneri ulteriori e impropri in bolletta per oltre 3 miliardi di euro;
gli oneri generali di sistema elettrico incidono per circa il 9,5 per cento sul costo totale lordo di un utente domestico tipo e includono costi associati a diverse voci tra cui la componente A3 che è pari al 68 per cento degli oneri generali;
all'interno della componente A3, con un peso di circa il 20 per cento sul totale, rientrano anche gli incentivi per il fotovoltaico, complessivamente pari a 800 milioni di euro per il 2010, che rappresentano l'1,6 per cento della bolletta, e si traducono in 0,60 euro al mese per il contribuente contro, ad esempio, i quasi 2 euro al mese della Germania;
il costo di una bolletta elettrica "tipo" è pari a circa 450 euro all'anno sui quali come precedentemente ricordato il fotovoltaico nel 2010 ha inciso per appena 7,2 euro annui;
la Germania, vero caso di successo in Europa nel settore, produce già oltre 40 terawatt all'ora di energia elettrica da eolico contro poco più di 6 terawatt all'ora in Italia e prevede di produrne 100 terawatt all'ora nel 2020, mentre ha già installati oltre 16.000 megawatt di fotovoltaico e prevede di arrivare a 52.000 megawatt nel 2020;
il sistema di incentivazione tedesco ha consentito al Paese di conquistare la leadership europea e mondiale nelle rinnovabili e ha determinato uno sviluppo impetuoso delle imprese del settore; nessuno in Germania mette in discussione il sostegno in bolletta alle rinnovabili che, solo nel 2010, è stato di 9 miliardi di euro;
il decreto, nella sua versione approvata, di fatto rende molto difficile conseguire gli obiettivi europei che per il nostro Paese prevedono il raggiungimento del 17 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili sul consumo energetico finale al 2020;
nell'intento di colpire abusi, speculazioni e infiltrazioni criminali, si colpisce di fatto l'intero mercato delle rinnovabili, senza considerare che gli abusi trovano spazio proprio nell'incertezza normativa e nella complessità e discrezionalità delle procedure;
il quadro regolatore in continua mutazione è una delle prime cause della difficoltà ad attrarre investimenti esteri;
la decisione del Governo di far cessare gli incentivi del conto energia il 31 maggio 2011, senza prevedere un periodo transitorio, di almeno 14 mesi come prima previsto, mette a rischio gli investimenti già avviati e determina possibili sospensioni dei finanziamenti bancari;
considerata la positiva esperienza del credito d'imposta al 55 per cento per spese finalizzate all'efficienza energetica,
impegna il Governo:
ad approvare, ai sensi dell'art. 1, comma 5, della legge comunitaria per il 2009, disposizioni correttive al decreto legislativo tenendo conto delle condizioni espresse nei pareri delle Commissioni parlamentari competenti e della Conferenza unificata;
a fare salvi gli investimenti che siano stati avviati sulla base del precedente quadro normativo di incentivazione, ristabilendo un orizzonte di certezza sull'ammontare degli incentivi di cui beneficiano le imprese e che assicurano il rimborso dei finanziamenti bancari;
a non lasciare nell'incertezza tutto il settore delle energie rinnovabili e, constatata la grave crisi di centinaia di aziende tra le più innovative del nostro sistema economico per effetto delle nuove disposizioni, ad anticipare l'emanazione del decreto ministeriale di cui all'articolo 24 del decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE;
a rivedere, nel medesimo decreto ministeriale, i meccanismi dei tetti annuali e a prevedere un obiettivo in termini di potenza installata al 2020 che, in linea con le migliori performance in Europa, non limiti le potenzialità di sviluppo del settore, mantenendo e ampliando il ruolo delle energie rinnovabili quale componente attiva della crescita del nostro Paese;
a favorire, nell'ambito delle bioenergie, la filiera corta attraverso il ricorso agli impianti di piccola taglia e l'utilizzo di materie prime provenienti dal territorio;
a favorire la microgenerazione distribuita da rinnovabili e l'efficienza energetica;
nella definizione dei nuovi incentivi, a mantenere un adeguato sostegno al settore delle energie rinnovabili con una progressiva riduzione degli incentivi fino al raggiungimento della grid parity in linea con la progressiva riduzione dei costi di produzione del kilowattora da fonti rinnovabili.
(1-00387) (Testo 2)
La mozione 1-00390, del senatore Cagnin ed altri, pubblicata il 16 marzo 2011, deve intendersi riformulata come segue:
CAGNIN, MONTI, VALLARDI, MURA, MAZZATORTA, BODEGA, VALLI, PITTONI - Il Senato,
premesso che:
nel campo dell'energia elettrica ottenuta tramite fonti rinnovabili l'Unione europea ha da tempo provveduto a definire un ordinamento normativo chiaro ed esaustivo, allo scopo approvando specificatamente la direttiva n. 2001/77/CE del Parlamento europeo e del Consiglio sulla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità;
tale direttiva è stata successivamente sostituita dalla direttiva 2009/28/CE, in corso di recepimento dal nostro Paese, con un decreto legislativo il cui schema è stato definitivamente approvato dal Consiglio dei ministri del 3 marzo 2011, previo parere delle Commissioni parlamentari;
l'Unione europea riconosce la necessità di promuovere in via prioritaria le fonti energetiche rinnovabili, attribuendo a tali fonti un'importanza strategica per la protezione dell'ambiente, lo sviluppo sostenibile e la lotta ai cambiamenti climatici e anche ai fini del raggiungimento della sicurezza degli approvvigionamenti energetici nell'ambito del mercato interno dell'elettricità;
con il «pacchetto clima-energia, obiettivo: 20/20/20», finalizzato a ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra entro il 2020, lo Stato italiano è tenuto a ridurre, entro tale data, le emissioni di anidride carbonica del 20 per cento rispetto al 1990;
oltre a puntare sul risparmio e sull'efficienza energetica, sia nei trasporti sia nei consumi di energia elettrica e calorica, l'obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti si può efficacemente conseguire soprattutto sfruttando l'energia solare, la fonte energetica rinnovabile più compatibile con le caratteristiche geografiche e paesaggistiche del nostro Paese;
infatti, il nostro Paese gode di un'insolazione ampiamente superiore rispetto ad altri Paesi europei, come la Germania, che puntano più dell'Italia sull'approvvigionamento energetico dal settore fotovoltaico;
lo sviluppo del settore delle fonti energetiche rinnovabili e l'indotto ad esso connesso, specialmente nell'attuale momento di crisi economica mondiale, creano occupazione locale e hanno un impatto positivo sulla coesione sociale;
uno degli esempi più virtuosi in questo campo è rappresentato proprio dal settore fotovoltaico, che nel nostro Paese è composto da circa 1.000 aziende, 15.000 posti di lavoro diretti ed oltre 100.000 indiretti, con una stima di volume d'affari nel 2010 compresa tra i 6 e gli 8 miliardi di euro;
soprattutto, il settore del fotovoltaico a concentrazione è oggi in forte fermento e si stanno sviluppando, anche nel nostro Paese, tecnologie innovative, interamente italiane, che, se supportate dagli atti necessari per promuoverne lo sviluppo, possono adeguatamente maturare e trovare un definitivo sbocco industriale e commerciale a tutto vantaggio del «sistema Paese»;
la direttiva 2001/77/CE è stata recepita nel nostro Paese con il decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387; in particolare, l'articolo 7 di tale decreto legislativo è specificatamente dedicato all'energia solare, demandando ad un apposito decreto ministeriale la disciplina e l'entità dell'incentivazione per l'elettricità prodotta mediante conversione fotovoltaica e prevedendo una specifica tariffa incentivante, di importo decrescente e di durata tale da garantire un'equa remunerazione dei costi di investimento e di esercizio degli impianti («conto energia»);
con il decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare del 6 agosto 2010, recante «Incentivazione della produzione di energia elettrica mediante conversione fotovoltaica della fonte solare», in attuazione dell'articolo 7 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387, sono stati ridefiniti i criteri e le modalità per incentivare la produzione di energia elettrica mediante conversione fotovoltaica della fonte solare, specificando che le relative tariffe incentivanti si applicano per l'energia elettrica prodotta dagli impianti fotovoltaici che entrano in esercizio nel 2012 e 2013;
il parere sullo «Schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili - Atto n. 302», approvato dalla 10ª Commissione permanente del Senato, in particolar modo invita il Governo a posticipare dal 1o gennaio 2013 al 1o gennaio 2014 la decorrenza della soppressione dell'articolo 7 del decreto legislativo n. 387 del 2003, concernente le tariffe incentivanti del «conto energia», allo scopo di rendere coerente tale soppressione con la parte dello stesso schema di decreto legislativo, inerente ai meccanismi di incentivazione (articolo 24, comma 5, lettera a)), che fa salve le decorrenze fissate ai sensi dei decreti attuativi previsti dal citato articolo 7, per gli impianti che entrano in esercizio nel 2012 e 2013;
lo scopo della Commissione è stato quello di garantire, con norme chiare, la continuità degli investimenti, la garanzia del credito bancario e la certezza del diritto, fermo restando l'obbiettivo del decrescere degli incentivi sancito dallo stesso decreto legislativo n. 387 del 2003;
infatti, anche la Commissione europea, in data 31 gennaio 2011, ha adottato una raccomandazione in cui invita gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, causa di incertezza sul mercato e di congelamento degli investimenti;
lo schema di decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri del 3 marzo 2011, invece, all'articolo 25, blocca al 31 maggio 2011 le tariffe incentivanti già previste dal «conto energia», prevedendo l'emanazione di un ulteriore decreto ministeriale che dovrà ridefinire gli incentivi per gli impianti che entrano in esercizio a decorrere dal 1o giugno 2011 e fino al 31 dicembre 2012, lasciando ad altri decreti ministeriali la disciplina degli incentivi a regime, con doppia modalità di incentivazione, tariffa incentivante o asta pubblica; da questo contesto normativo sono esclusi gli impianti incentivati ai sensi dell'articolo 2-sexies del decreto-legge 25 gennaio 2010, n. 3 («decreto-legge Alcoa»), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 marzo 2010, n. 41, che entrano in esercizio entro il 30 giugno 2011, per i quali si applicano le tariffe incentivanti del decreto ministeriale 19 febbraio 2007, cosiddetto «secondo conto energia»;
occorre evitare conseguenze gravi e non volute sugli investimenti programmati, assegnando tempi congrui per il completamento degli impianti e l'allaccio alla rete;
a tal fine occorre definire nell'immediato norme che possano porre rimedi al blocco degli incentivi del «conto energia» al 31 maggio 2011, attraverso una graduale diminuzione degli incentivi che in ogni caso garantisca la certezza degli investimenti ai soggetti - imprese o privati cittadini - che abbiano sottoscritto impegni sulla base di norme precedenti;
occorre garantire procedure certe e trasparenti per contrastare speculazioni nel settore delle fonti rinnovabili, puntando ad una progressiva riduzione degli incentivi fino al raggiungimento della coincidenza tra il costo del kilowattora da fonti rinnovabili con il costo del kilowattora prodotto da fonti convenzionali per tutte le categorie di utenti e per tutte le fasce orarie;
una disincentivazione rigida del settore delle energie da fonti rinnovabili potrebbe compromettere il raggiungimento della quota del 17 per cento stabilita ai fini del conseguimento degli impegni comunitari;
specialmente in questo periodo di crisi energetica, anche conseguente alla crisi libica, occorre sfruttare la posizione geografica italiana, non trascurando la sostenibilità delle nostre bellezze naturali, magari rivedendo le percentuali tra fotovoltaico ed eolico dichiarate alla Commissione europea per il raggiungimento degli obiettivi «post Kyoto»;
un buon punto di confronto potrebbe essere il modello tedesco, che, nonostante preveda meno incentivi di quelli italiani sull'energia prodotta, garantisce sostanziosi incentivi per la ricerca, lo sviluppo e il sostegno delle proprie aziende, strategia che è riuscita ad allargare la diffusione del mercato dei prodotti tedeschi all'estero;
nell'ambito della disciplina del decreto ministeriale di cui all'articolo 25, comma 10, del nuovo decreto legislativo, sarebbe comunque opportuno garantire l'applicazione delle tariffe incentivanti per l'energia elettrica prodotta dagli impianti fotovoltaici, come previste dalle lettere a), b) e c) della tabella A del comma 2 dell'articolo 8 del decreto ministeriale 6 agosto 2010, per gli impianti che entrano in esercizio entro il 31 dicembre 2011, al fine di garantire gli investimenti già avviati;
il Governo ha dovuto comunque garantire che, dall'applicazione delle norme del nuovo decreto legislativo, non derivassero costi eccessivi a carico della bolletta elettrica che altrimenti avrebbero gravato oltre misura sui bilanci delle imprese e dei cittadini, prevedendo l'allineamento degli incentivi per le fonti rinnovabili stabiliti nel nostro Paese a quelli applicati negli Stati membri dell'Unione europea,
impegna il Governo:
a convocare immediatamente un tavolo di confronto con tutti gli operatori del settore delle fonti rinnovabili, per poter definire al più presto un nuovo sistema di incentivi, in attuazione dell'emanando decreto legislativo, basato sul raggiungimento graduale della nuova disciplina di incentivazione;
a fare salvi gli investimenti avviati sulla base del precedente quadro di incentivazione definendo un quadro normativo certo e garantendo stabilità economica per le imprese che investono nel settore del fotovoltaico e per le banche che finanziano tali interventi;
ad emanare in tempi strettissimi il decreto attuativo di cui all'articolo 25, comma 10, del nuovo decreto legislativo, inerente al settore del fotovoltaico, allo scopo di definire con certezza il quadro di incentivazione per i prossimi anni, permettendo a imprese e banche di pianificare lo sviluppo futuro del settore, con particolare riguardo alle imprese che abbiano già avviato propri investimenti sulla base del precedente quadro di incentivazione, ma non riescono a giungere alla messa in esercizio degli impianti entro il 31 maggio 2011;
nell'ambito della quantificazione delle tariffe incentivanti, a favorire la realizzazione di impianti integrati su edifici e manufatti, salvaguardando il territorio agricolo dalle speculazioni;
ad assumere iniziative per porre definitivamente fine al sistema di incentivazione tariffaria, noto come CIP6, di cui alla delibera del Comitato interministeriale dei prezzi n. 6 del 29 aprile 1992;
a rivedere il piano di azione nazionale per le energie rinnovabili, anche al fine di ridefinire gli obiettivi relativi al fotovoltaico e all'eolico, allo scopo di sfruttare la posizione geografica del nostro Paese che gode di un'insolazione ampiamente superiore rispetto ad altri Paesi europei, senza trascurare la tutela delle bellezze naturali italiane;
a sostenere la ricerca e lo sviluppo dei processi di industrializzazione delle nuove tecnologie del settore fotovoltaico;
a far salva la possibilità di scambio sul posto fino a 200 kilowatt per i comuni fino a 20.000 abitanti così come previsto dalla legge n. 99 del 2009.
(1-00390) (Testo 2)
La mozione 1-00392, del senatore Gasparri ed altri, pubblicata il 22 marzo 2011, deve intendersi riformulata come segue:
GASPARRI, QUAGLIARIELLO, VICARI, CURSI, PICCONE, PARAVIA, CARUSO, CASELLI, GHIGO, CASOLI, SPADONI URBANI, MESSINA, GIORDANO, SPEZIALI - Il Senato,
premesso che:
il decreto legislativo sulle fonti rinnovabili è stato adottato nella seduta del Consiglio dei Ministri del 3 marzo 2011 in attuazione della Direttiva 2009/28/CE e si inserisce nel quadro della politica energetica europea volta a ridurre la dipendenza dalle fonti combustibili fossili e le emissioni di CO2, definendo gli strumenti, i meccanismi, gli incentivi ed il quadro istituzionale, finanziario e giuridico necessari al raggiungimento degli obiettivi fino al 2020 in materia di quota complessiva di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo di energie e di quota di energia da fonti rinnovabili nei trasporti;
la 10ª Commissione permanente del Senato (Industria, commercio, turismo), in occasione dell'esame dello schema di decreto legislativo sulle fonti rinnovabili, ha svolto un ampio ciclo di audizioni di tutti i soggetti interessati, dalle associazioni di categoria agli operatori del settore, al fine di acquisire tutti gli elementi informativi utili per l'espressione al Governo del prescritto parere, che è stato reso nella seduta della Commissione del 16 febbraio 2011, tenendo inoltre conto del parere inviato dalla 13ª Commissione permanente (Territorio, ambiente, beni ambientali);
secondo il World Energy Outlook 2010 la lotta ai cambiamenti climatici ed il loro contenimento è possibile, ma solo attraverso un profondo cambiamento del settore energetico e per questo le fonti rinnovabili avranno un ruolo di cruciale importanza nell'indirizzare il mondo verso un percorso energetico più sicuro, affidabile e sostenibile;
risulta evidente però che il solo impegno europeo in tale direzione, in mancanza di un analogo sforzo da parte delle principali economie mondiali, grandi produttrici di CO2, rischia di essere insufficiente;
in Italia, all'obiettivo definito in sede europea e finalizzato alla riduzione di CO2, si aggiungono altri due importanti obiettivi, la riduzione degli inquinanti chimico fisici prodotti dalla combustione delle fonti fossili, quali micro polveri, NOx ed altri, che pongono molte aree del nostro Paese tra le più inquinate d'Europa con conseguenti danni alla salute umana ed all'ambiente e l'aumento dell'indipendenza energetica reso ancora più strategico in considerazione delle turbolenze geopolitiche che stanno interessando i nostri principali fornitori di fonti fossili;
la rapidità con cui le energie rinnovabili contribuiranno a soddisfare la quota parte della domanda di energia dipende soprattutto dalla efficacia delle misure di supporto che attueranno i governi al fine di renderle competitive con altre fonti e tecnologie;
in questo contesto un ruolo centrale deve inoltre essere svolto dalla capacità di sostenere il nostro sistema produttivo ed i consumi domestici nel raggiungere un significativo aumento dell'efficienza nell'uso finale dell'energia riducendo conseguentemente i consumi finali di energia;
a livello comunitario la Commissione ha attuato diversi programmi pluriennali volti a promuovere politiche di efficienza energetica, basate sull'utilizzo più razionale dell'energia e sulla diffusione di fonti energetiche rinnovabili;
con l'adozione del cosiddetto pacchetto "clima-energia", l'Unione europea punta a ridurre, entro il 2020, del 20 per cento le emissioni di CO2, rispetto ai livelli del 1990, ad aumentare l'efficienza energetica del 20 per cento ed a raggiungere una quota di produzione di energia da fonti rinnovabili del 20 per cento;
con la direttiva 2009/28/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2009 sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, recante modifica e successiva abrogazione delle direttive 2001/77/CE e 2003/30/CE, si stabilisce un quadro comune finalizzato al raggiungimento di tali obiettivi;
ogni Stato membro deve assicurare che il raggiungimento degli obiettivi assegnati, calcolati conformemente ai criteri dettati dalla direttiva stessa, sia almeno pari al proprio obiettivo nazionale generale per quell'anno; a loro volta, questi obiettivi nazionali generali devono concorrere a raggiungere gli obiettivi della Comunità europea al 2020;
l'Italia, in relazione al raggiungimento degli obiettivi assegnati in sede europea nel settore energetico tra cui in particolare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, ha recentemente approvato le linee guida nazionali ed il Piano d'azione nazionale (PAN) per le energie rinnovabili;
l'obiettivo fondamentale che emerge dal Piano di azione nazionale è il forte impegno che l'Italia intende affrontare per arrivare a soddisfare il 17 per cento dei consumi nazionali tramite lo sfruttamento delle energie rinnovabili entro il 2020, in sintonia con le linee guida europee;
l'Italia è interessata a porre lo sviluppo delle energie rinnovabili e la promozione dell'efficienza energetica tra le priorità della sua politica energetica, avendo, come obiettivi, la promozione di filiere tecnologiche ed industriali innovative, la riduzione dei costi dell'energia per cittadini e le imprese, la riduzione degli impatti ambientali determinati dal grande uso di fonti fossili, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, la creazione delle condizioni per nuovi investimenti, il miglioramento del livello di sicurezza del sistema;
al fine di raggiungere gli obiettivi descritti risulta infine necessario assicurare una stabilità del quadro normativo che garantisca un contesto certo alle iniziative imprenditoriali ed una adeguata tutela per gli investimenti già avviati,
impegna il Governo:
a proseguire in tempi rapidi i lavori del tavolo istituito presso il Ministero dello sviluppo economico, coinvolgendo i Ministeri interessati, le associazioni del settore e gli operatori, in modo da definire prima del 30 aprile 2011, così come previsto all'articolo 23, comma 9-ter, il decreto che disciplina in modo stabile l'incentivazione della produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici, favorendo le iniziative imprenditoriali e scoraggiando quelle speculative;
a definire un periodo transitorio con incentivi decrescenti, in modo da evitare una penalizzazione degli investimenti fino ad ora avviati dalle famiglie e dalle imprese;
a contenere i futuri aumenti del carico sulla bolletta elettrica della componente A3 relativa al finanziamento degli incentivi per le fonti rinnovabili, dato che l'entità complessiva di tale componente di prelievo obbligatorio sulla bolletta ha già raggiunto valori molto elevati, ben oltre la media europea;
a rendere ancor più trasparente e consapevole l'impatto di tutti i costi delle agevolazioni per la produzione di energia elettrica nelle bollette di famiglie ed imprese;
a determinare gli incentivi previsti in modo tale da armonizzarli con il livello di incentivazione adottato nei principali paesi dell'Unione europea;
ad assumere iniziative per definire un sistema di incentivazione che, evitando aggravi del costo complessivo dell'energia, garantisca una prospettiva di crescita per il settore fotovoltaico, in un contesto di misure incentivanti che deve sostenere le fonti rinnovabili maggiormente compatibili con le caratteristiche ambientali e paesaggistiche del nostro territorio, con lo sviluppo di possibili filiere industriali nazionali, con le opportunità di integrazione con il settore agricolo e con stabili ricadute occupazionali;
a favorire, nella definizione degli incentivi del decreto, cosiddetto "quarto conto energia", gli impianti fotovoltaici collocati in aree già compromesse e salvaguardando così i terreni agricoli di pregio, quelli realizzati in interventi di bonifica di coperture in Eternit di edifici industriali, nonché quelli installati sui tetti degli edifici in forma totalmente integrata. Sotto questo profilo si ribadisce quanto già segnalato nel parere della 10ª Commissione permanente del Senato finalizzato a sollecitare i Comuni affinché nei loro strumenti di pianificazione urbanistica e di regolamentazione edilizia privilegino le installazioni in aree già fabbricate con priorità per gli stabilimenti industriali artigianali e commerciali. Particolare attenzione si dovrebbe porre nell'incentivare gli impianti di piccola taglia connessi ad interventi di efficienza energetica promossa da enti locali su edifici pubblici;
in merito al sistema delle aste, introdotto con il sopracitato decreto legislativo 3 marzo 2011 a prevedere, come già richiesto dal parere della 10ª Commissione permanente del Senato, un floor minimo, al di sotto del quale le offerte al ribasso non potranno scendere;
a valutare la possibilità di adottare nei decreti attuativi, così come previsto dall'articolo 1, comma 5, della legge comunitaria per il 2009, le ulteriori osservazioni espresse dalle Commissioni parlamentari competenti in occasione dell'esame dello schema di decreto legislativo sulle fonti rinnovabili;
nella definizione dei nuovi incentivi, a mantenere un adeguato sostegno al settore delle energie rinnovabili con una progressiva riduzione degli incentivi fino al raggiungimento della grid parity in linea con la progressiva riduzione dei costi di produzione del kilowattora da fonti rinnovabili;
a prevedere adeguati strumenti di incentivazione dei biocarburanti, così come individuati nel parere reso dalla 10ª Commissione permanente;
a favorire, nell'ambito delle bioenergie, la filiera corta attraverso il ricorso agli impianti di piccola taglia e l'utilizzo di materie prime provenienti dal territorio, nonché, nella rimodulazione degli incentivi, a favorire gli investimenti degli enti pubblici e la produzione destinata all'autoconsumo;
a sostenere la ricerca e lo sviluppo dei processi di industrializzazione delle nuove tecnologie del settore fotovoltaico, delle biomasse, dei biocombustibili e di tutte le rinnovabili in generale;
ad adottare misure che responsabilizzino il gestore della rete elettrica al fine di assicurare tempi contenuti e certi per l'allaccio alla rete elettrica;
ad aggiornare, qualora necessario, il Piano di azione nazionale (PAN) per le energie rinnovabili, anche al fine di meglio tarare gli obiettivi delle diverse fonti rinnovabili, sostenendo quelle maggiormente compatibili con le caratteristiche ambientali del nostro territorio, con le possibili filiere industriali nazionali, con le opportunità di integrazione con il settore agricolo e con stabili ricadute occupazionali;
tale scelta deve tener conto di un mix energetico complessivo in grado di dare un costo finale dell'energia in linea con i Paesi competitori europei e generare una legislazione stabile tale da incoraggiare investimenti imprenditoriali e non speculativi;
a valutare la possibilità di prevedere per le aree colpite da calamità naturale così come individuate dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri il 10 marzo 2011, pubblicato nella G.U. n. 65 del 21 marzo 2011 che ha dichiarato lo stato di emergenza, una proroga al 31 dicembre 2011 del termine per la fruizione degli incentivi per gli impianti fotovoltaici di cui al decreto del Ministro dello sviluppo economico del 6 agosto 2010.
(1-00392) (Testo 2)
Mozioni
MENARDI, VIESPOLI, CARDIELLO, CARRARA, CASTIGLIONE, PALMIZIO, PISCITELLI, POLI BORTONE, SAIA, VILLARI - Il Senato,
premesso che:
l'attuale sistema degli incentivi alle fonti energetiche rinnovabili ha consentito all'Italia di attrarre negli ultimi anni investimenti per miliardi di euro, con effetti concreti sia sul lato della produzione di energia sia sul lato occupazionale, con la creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro sparsi su tutto il territorio nazionale;
anche negli ultimi due anni, caratterizzati dalla più grave crisi economica e finanziaria globale dal secondo dopoguerra, il settore delle fonti rinnovabili ha continuato ad attrarre investimenti, generare utili, occupazione, filiere industriali importanti;
la spina dorsale di tutto ciò è stato un sistema nazionale di incentivi modulato anche secondo le esperienze compiute da altri Paesi europei;
tuttavia, questo sistema di incentivi necessita oggi di una profonda revisione che consenta di eliminare alcune distorsioni interne e di rispondere in maniera efficace agli ambiziosi obiettivi europei al 2020 in tema di incidenza delle fonti rinnovabili e di riduzione delle emissioni di gas serra;
allo stesso tempo, un processo di revisione generale non può generare equivoci sugli obiettivi, modificare parametri chiave che hanno spinto tanti soggetti a pianificare investimenti a lungo termine in settori chiave quali quello dell'energia eolica e solare fotovoltaica;
l'approvazione del Nuovo conto energia per il solare e delle Linee guida sulle autorizzazioni per gli impianti rinnovabili, e il conseguente adattamento della normativa regionale, hanno avuto il fondamentale pregio di definire un orizzonte temporale di stabilità, condizione ideale per attrarre nuovi investimenti e per non fermare quelli incorso;
il decreto legislativo di attuazione della Direttiva 2009/28/CE, anche se presenta indubbi meriti di chiarezza e di sistematicità della materia e contiene notevoli passi in avanti per quanto concerne l'incentivazione della generazione termica e della biomassa, include alcune soluzioni potenzialmente in grado di "inceppare" la macchina messa in moto negli ultimi tempi e di ostacolare lo sviluppo di settori chiave per il raggiungimento degli obiettivi al 2020. Dunque il testo, emanato con il proposito di sistematizzare la materia degli incentivi alle rinnovabili, rischia in realtà di bloccare alcune delle tecnologie più promettenti e in rapido sviluppo come l'eolico e il solare fotovoltaico;
la Commissione europea, in data 31 gennaio 2011, ha adottato una raccomandazione in cui invita gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, causa di incertezza sul mercato e di congelamento degli investimenti;
il decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri del 3 marzo 2011, invece, all'articolo 25, blocca al 31 maggio 2011 le tariffe incentivanti già previste dal conto energia, prevedendo l'emanazione di un ulteriore decreto ministeriale che dovrà ridefinire gli incentivi per gli impianti che entrano in esercizio a decorrere dal 10 giugno 2011 e fino al 31 dicembre 2012, lasciando ad altri decreti ministeriali la disciplina degli incentivi a regime, con doppia modalità di incentivazione - tariffa incentivante o asta pubblica; da questo contesto normativo sono esclusi gli impianti incentivati ai sensi dell'articolo 2-sexies del decreto-legge 25 gennaio 2010, n. 3, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 marzo 2010, n. 41, che entrano in esercizio entro il 30 giugno 2011, per i quali si applicano le tariffe incentivanti del decreto ministeriale 19 febbraio 2007, cosiddetto secondo conto energia (decreto-legge Alcoa);
con l'obiettivo di colpire abusi e speculazioni nel settore fotovoltaico, il blocco previsto dal nuovo decreto legislativo rischia di colpire l'intero mercato del settore fotovoltaico;
l'obiettivo di evitare le speculazioni sui terreni agricoli è ampiamente soddisfatto dal testo del nuovo decreto legislativo che riconosce la possibilità dell'installazione degli impianti fotovoltaici ai soli proprietari dei terreni agricoli, nel contempo ponendo limiti rigorosi alla potenza degli impianti e alla superficie agricola occupata;
occorre dunque emanare nell'immediato norme che possano porre rimedi al blocco degli incentivi del «conto energia» al 31 maggio 2011, attraverso una graduale diminuzione degli incentivi che in ogni caso garantisca la certezza degli investimenti ai soggetti - imprese o privati cittadini - che abbiano sottoscritto impegni sulla base di norme precedenti;
occorre garantire procedure certe e trasparenti per contrastare speculazioni nel settore delle fonti rinnovabili, puntando ad una progressiva riduzione degli incentivi fino al raggiungimento della coincidenza tra il costo del kilowattora da fonti rinnovabili con il costo del kilowattora prodotto da fonti convenzionali per tutte le categorie di utenti e per tutte le fasce orarie;
nell'ambito della disciplina del decreto ministeriale di cui all'articolo 25, comma 10, del nuovo decreto legislativo, sarebbe comunque opportuno garantire l'applicazione delle tariffe incentivanti per l'energia elettrica prodotta dagli impianti fotovoltaici, come previste dalle lettere A), B) e C) della Tabella A del comma 2 dell'articolo 8 del decreto ministeriale 6 agosto 2010, per gli impianti che entrano in esercizio entro il 31 dicembre 2011, al fine di garantire gli investimenti già avviati,
impegna il Governo:
a convocare al più presto un tavolo di confronto con tutti gli operatori del settore delle fonti rinnovabili, per poter definire un nuovo sistema di incentivi basato sul raggiungimento graduale della nuova disciplina di incentivazione;
a non lasciare nell'incertezza tutto il settore delle energie rinnovabili e a fare salvi gli investimenti che siano stati avviati sulla base del precedente quadro normativo di incentivazione;
a contribuire alla riduzione del carico sulla bolletta elettrica della componente A3 relativa al finanziamento degli incentivi per le fonti rinnovabili e le energie assimilate e a rendere ancor più trasparente l'impatto di tutte le agevolazioni dei costi dell'energia elettrica di famiglie e imprese;
a determinare gli incentivi previsti in modo tale da armonizzarli con il livello di incentivazione adottato nei principali paesi dell'Unione europea;
nell'ambito della quantificazione delle tariffe incentivanti, a favorire la realizzazione di impianti integrati su edifici e manufatti, salvaguardando il territorio agricolo dalle speculazioni;
nella definizione dei nuovi incentivi, a mantenere un adeguato sostegno al settore delle energie rinnovabili con una progressiva riduzione degli incentivi fino al raggiungimento della grid parity in linea con la progressiva riduzione dei costi di produzione del kilowattora da fonti rinnovabili;
a favorire, nell'ambito delle bioenergie, la filiera corta attraverso il ricorso agli impianti di piccola taglia e l'utilizzo di materie prime provenienti dal territorio, nonché, nella rimodulazione degli incentivi, a favorire gli investimenti degli enti pubblici e la produzione destinata all'autoconsumo;
a sostenere la ricerca e lo sviluppo dei processi di industrializzazione delle nuove tecnologie del settore fotovoltaico;
per quanto riguarda le fonti tradizionali, ad assumere iniziative per porre definitivamente fine al sistema di incentivazione tariffaria, noto come CIP6, di cui alla delibera del Comitato interministeriale prezzi n. 6 del 29 aprile 1992;
a valutare l'opportunità, in prospettiva, di ridurre la soglia di potenza degli impianti, oltre al quale può essere adottato il sistema delle aste a ribasso, fissata dal decreto legislativo in 5 Megawatt, ai fini di uno sviluppo del settore basato su meccanismi reali di mercato;
a rivedere il Piano di azione nazionale (PAN) per le energie rinnovabili, anche al fine di ridefinire gli obiettivi relativi al fotovoltaico e all'eolico, allo scopo di sfruttare la posizione geografica del nostro Paese che gode di un'insolazione ampiamente superiore rispetto ad altri Paesi europei, senza trascurare la tutela delle bellezze naturali italiane, e a distribuire gli obiettivi del PAN annualmente senza tuttavia penalizzare gli investimenti;
a prevedere che i meccanismi di sostegno, laddove giustificati da maggiori costi rispetto alle tecnologie non rinnovabili, rispondano innanzitutto alla strategia di promozione delle rinnovabili e dell'efficienza energetica nel quadro della politica energetica del Governo in sede europea;
ad eliminare, quindi, al più presto l'incertezza sul futuro per ridare certezza a consumatori e imprese, ma soprattutto credibilità alle politiche del Governo. La riforma deve rappresentare l'occasione per una visione politica allargata della materia, con un maggiore e più ampio riferimento alle esperienze internazionali, deve essere la premessa per una strategia di sviluppo delle energie e delle tecnologie rinnovabili che analizzi i costi e i benefici sociali dei possibili scenari di crescita.
(1-00395)
D'ALIA, SBARBATI, GERMONTANI, PISTORIO, BIANCHI, FISTAROL, GIAI, GUSTAVINO, GALIOTO, MUSSO, SERRA - Il Senato,
premesso che:
la ricerca e la promozione delle fonti energetiche rinnovabili e delle tecnologie tese alla riduzione delle emissioni inquinanti costituiscono, oltre che un impegno assunto dall'Italia in seno alla comunità internazionale e nell'ambito delle politiche energetiche comunitarie, una sfida strategica per il futuro del Paese;
la politica energetica nazionale va orientata alla creazione di un «paniere» ampio di fonti energetiche, che coniughi sicurezza dell'approvvigionamento, tutela dell'ambiente, efficienza e competitività del sistema economico, cogliendo le opportunità di sviluppo e innovazione della cosiddetta green economy;
la direttiva comunitaria 2009/28/CE stabilisce un quadro comune per la promozione dell'energia da fonti rinnovabili e fissa al 20 per cento la quota minima di energia da fonti rinnovabili da consumare nell'Unione europea entro il 2020, assegnando a ciascuno Stato membro un obiettivo nazionale da raggiungere entro tale data. Al fine di consentire tale obiettivo, gli Stati membri sono autorizzati ad adottare, tra l'altro, regimi di sostegno atti a promuovere l'uso di tali forme di energia. Per quanto riguarda l'Italia, la quota di consumo di energia da fonti rinnovabili da raggiungere entro il 2020 è fissata al 17 per cento;
la legge comunitaria n. 96 del 4 giugno 2010 ha stabilito, all'articolo 17, i principi e i criteri direttivi cui avrebbe dovuto attenersi il legislatore nella predisposizione del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2009/28/CE. Tali principi includono, tra l'altro, la necessità di «adeguare e potenziare il sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili e della efficienza e del risparmio energetico, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, anche mediante l'abrogazione totale o parziale delle vigenti disposizioni in materia, l'armonizzazione ed il riordino delle disposizioni di cui alla legge 23 luglio 2009, n. 99, e alla legge 24 dicembre 2007, n. 244»;
il 31 gennaio 2011 la Commissione europea ha adottato una raccomandazione in cui invita gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, che sono causa di incertezze del mercato e di congelamento degli investimenti; in base a tali principi, gli Stati membri dovranno tenere conto e garantire un'equa remunerazione dei costi di investimento e di esercizio, in modo da salvaguardare la convenienza dell'investimento complessivo nel tempo;
è ampiamente condivisa l'opportunità di intervenire in un sistema normativo - quale è quello relativo agli incentivi della produzione di energia da fonti rinnovabili - che, nonostante le recenti riforme, è ancora considerato farraginoso e distorsivo; le procedure autorizzative vigenti necessitano di uno snellimento, di una maggiore trasparenza e di tempi certi, mentre è opportuno riformare i meccanismi di sostegno agli investimenti privati, razionalizzandoli sulla base delle dinamiche di mercato e orientandoli all'innovazione di processo e al minor consumo di territorio;
considerato che:
nel nostro Paese, terra di conquista di multinazionali straniere, si è verificata un'opera selvaggia di installazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che ha indotto alcune Regioni e enti locali ad adottare appositi provvedimenti di divieto di realizzare impianti fotovoltaici e altri impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili con moduli ubicati al suolo, qualora gli stessi non siano finalizzati alla produzione di energia per la conduzione dell'azienda agricola;
i recenti dati sul consumo di suolo nel territorio nazionale denunciano che negli ultimi 50 anni alla produzione agricola è stato sottratto un terzo del territorio con una perdita giornaliera attuale di 200.000 metri quadri di terreno;
il limite di un megawatt non sembra infatti contenere le spinte distorsive del sistema, per cui alcuni Paesi europei, come la Repubblica ceca, la Spagna, la Francia, hanno già adottato misure restrittive o veicolato gli impianti sui tanti capannoni inutilizzati o sulle aree industriali dismesse, oppure hanno chiesto ai proprietari dei terreni una variazione di destinazione d'uso (si veda il caso della Francia);
la corsa al pannello è stata così frenetica che quest'anno gli utenti dovranno pagare, fra maggior costo della bolletta ed altro, una sovratassa di 5,7 miliardi di euro per le energie alternative, di cui 3 miliardi di euro per il solo fotovoltaico. Nel solo 2009 se l'elettricità prodotta con fonti rinnovabili è salita al 13 per cento e l'eolico è cresciuto del 35 per cento, mentre gli impianti solari hanno registrato un balzo clamoroso pari al 418 per cento in più;
il sistema incentivante "in conto energia", che ha consentito il decollo accelerato della filiera fotovoltaica, sta producendo risultati opposti agli obiettivi prefissati a causa dell'incremento di fenomeni speculativi legati all'installazione di vere e proprie centrali elettriche fotovoltaiche in aree agricole, formate da distese di pannelli, disposti in file parallele, sopraelevati rispetto al piano della campagna, installate su terreni di fatto sottratti alla produzione agricola;
la localizzazione spesso non adeguata e scarsamente controllata dei suddetti impianti, oltre ad incidere negativamente sulla produttività agricola, interrompe la continuità paesaggistica dei luoghi compromettendo il valore aggiunto dei prodotti agricoli che sono legati intimamente alla qualità del territorio;
rilevato che:
pur operando per il perseguimento degli obiettivi sopra richiamati, il decreto legislativo di attuazione della direttiva 2009/28/CE (approvato dal Governo il 3 marzo 2011) - rimandando la disciplina puntuale dell'incentivazione della produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici ad un successivo decreto del Ministro dello sviluppo economico, da adottare entro il 30 aprile 2011, e limitando l'efficacia delle attuali disposizioni in materia, previste dal decreto del Ministro dello sviluppo economico del 6 agosto 2010 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 197 del 24 agosto 2010), agli impianti che entrino in esercizio entro il 31 maggio 2011 - non fissa alcun parametro economico per la determinazione del futuro regime d'incentivazione, determinando in questo modo un'incertezza normativa per gli operatori, che, sulla base delle disposizioni vigenti, avevano impostato e realizzato i loro investimenti pluriennali nel settore;
tale incertezza investe, tra l'altro, quanti si trovano attualmente a implementare o a valutare l'opportunità di un investimento nel settore della produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici e, più in generale, nell'economia italiana, come recentemente evidenziato dall'Associazione delle banche estere operanti nel nostro Paese;
sin dall'entrata in vigore del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387, recante attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità, gli operatori del settore della produzione di energia da impianti fotovoltaici hanno fatto legittimo affidamento sull'esistenza di una tariffa garantita, certa e prestabilita, idonea a garantire un'equa remunerazione dei costi di investimento e di esercizio degli impianti;
stante l'assenza di una disciplina relativa al periodo successivo al 31 maggio 2011, quanti abbiano conseguito l'autorizzazione alla realizzazione e alla messa in funzione di impianti fotovoltaici dalla fine del 2010 in avanti, ma che non siano ancora operanti, rischiano di vedere seriamente compromesso il proprio investimento; a fortiori, considerato che la possibilità di realizzazione di impianti fotovoltaici è solitamente subordinata alla stipula, da parte dell'imprenditore, di un contratto di finanziamento con uno o più istituti di credito, che gli stessi concedono sulla base di un piano pluriennale di ritorno dell'investimento, gli imprenditori non ancora operanti rischiano di non poter accedere al mercato del credito o di poterlo fare solo a condizioni particolarmente onerose;
il decreto legislativo non supera alcune delle attuali contraddizioni in materia di semplificazione amministrativa: pur introducendo una cosiddetta «procedura semplificata» per gli impianti fino a 1 megawatt di potenza, resta irrisolto il nodo della tempistica per l'espletamento della procedura di autorizzazione, con la conseguente lievitazione dei costi per gli investitori,
impegna il Governo:
a provvedere in tempi rapidi all'adozione del decreto ministeriale che dovrà disciplinare il sistema degli incentivi agli impianti di produzione di energia da pannelli solari fotovoltaici che sarà in vigore dopo il 31 maggio 2011, superando l'incertezza normativa ed evitando che la medesima, oltre a ridurre l'attrattività dell'Italia per gli investimenti esteri nel settore, danneggi quanti - sulla base di un legittimo affidamento alla stabilità della disciplina degli incentivi - hanno investito e stanno investendo nel settore;
a tenere conto delle condizioni ed osservazioni poste dalle competenti Commissioni parlamentari nella stesura del prossimo decreto ministeriale che dovrà disciplinare il sistema degli incentivi agli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, in particolare per il fotovoltaico;
a provvedere, nel quadro di un riordino della normativa settoriale, anche attraverso modifiche al decreto legislativo 3 marzo 2011 recentemente approvato:
a) ad estendere agli impianti fotovoltaici autorizzati entro il 31 maggio 2011, nonché agli impianti la cui richiesta di autorizzazione sia stata effettuata entro la data di emanazione del decreto legislativo 3 marzo 2011, la vigenza dell'attuale sistema d'incentivazione;
b) ad assicurare una maggiore semplificazione del quadro delle autorizzazioni degli impianti, al fine di ridurre i tempi di attesa - e i relativi costi per gli operatori - e rendere più trasparente l'iter amministrativo di approvazione;
c) ad adottare meccanismi d'incentivazione che premino l'innovazione di processo;
a procedere ad una riorganizzazione e rimodulazione del sistema di incentivi alle fonti rinnovabili, e a convocare un tavolo di concertazione con gli operatori di settore, le associazioni di categoria e gli enti locali, per la definizione della nuova disciplina;
ad adottare provvedimenti più incisivi volti al perseguimento degli obiettivi europei sull'energia prodotta dalle fonti rinnovabili;
a promuovere le attività di ricerca nel settore delle fonti rinnovabili;
a promuovere misure atte a disincentivare i comportamenti speculativi degli operatori, in particolare quelli orientati a realizzare investimenti esclusivamente orientati a logiche finanziarie;
ad intervenire su tutte le concessioni date nel momento del vuoto normativo e su quelle ancora da riconoscere, sia per fermare la speculazione, sia per evitare il rischio che installazioni progettate frettolosamente e altrettanto frettolosamente realizzate prima che scattino le tariffe del nuovo conto e le limitazioni delle linee guida non siano poi in grado di produrre il quantitativo di energia previsto, e di evitare altresì che i cittadini, che sulle bollette elettriche sopportano i relativi costi dei sussidi elargiti con denaro pubblico, al danno uniscono anche la beffa subita;
a provvedere ad integrare il quadro normativo e/o a modificarlo per fronteggiare la contraddizione che emerge dalla corretta applicazione delle disposizioni in materia, tenendo nella giusta considerazione la necessità e l'urgenza di assicurare velocemente un adeguato contemperamento dei diversi interessi in campo e contenere l'irreversibile trasformazione del paesaggio agrario, impedendo il consumo indiscriminato di suolo agricolo, fattore non rinnovabile di produzione, e salvaguardare altresì l'ambiente, il paesaggio, la biodiversità ed i beni culturali;
ad impegnarsi affinché gli operatori deputati all'allaccio degli impianti alla rete elettrica stabiliscano regole certe ed impegni sostanziali a beneficio degli operatori in regola con le autorizzazioni e pronti a far entrare in esercizio gli impianti entro il 31 maggio 2011.
(1-00396)
MOLINARI, RUTELLI, BAIO, BRUNO, MILANA, RUSSO, GUSTAVINO, FISTAROL - Il Senato,
premesso che:
il recente decreto legislativo, approvato dal Governo il 3 marzo 2011, in materia di fonti energetiche rinnovabili mentre persegue gli obiettivi indicati dalla direttiva europea 2009/28/CE, non sembra avere accolto in modo sistematico le osservazioni proposte dalle competenti Commissioni parlamentari;
la politica energetica nazionale deve valorizzare il maggior numero di fonti energetiche, avendo come obiettivo la diversificazione e, nello stesso tempo, la qualità dell'approvvigionamento, con particolare riguardo alla tutela ambientale e alla complessiva efficienza e competitività del nostro sistema;
l'obiettivo di potenziare la ricerca e di promuovere lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, anche al fine di ridurre le emissioni inquinanti, corrisponde ad un preciso obbligo internazionale e ad un impegno strategico per il Paese, anche con riferimento alle potenzialità di progresso e di innovazione connesse alla green economy;
occorre integrare i riferimenti normativi riguardanti, in particolare, il sistema di incentivi alla produzione di energie da fonti rinnovabili ed intervenire sia sulle procedure autorizzative attuali, che sulle modalità di sostegno agli investimenti con lo scopo di offrire sicurezza ai cittadini, agli imprenditori e al sistema bancario, tutelando inoltre in maniera significativa il territorio anche limitandone il consumo,
impegna il Governo:
a far proprie le condizioni e le osservazioni espresse dalle competenti Commissioni parlamentari, tendenti a disciplinare il sistema degli incentivi agli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, in particolare per il fotovoltaico, il solare termodinamico e l'idroelettrico;
ad adottare un decreto ministeriale integrativo che regolamenti, in via definitiva, gli incentivi per il settore fotovoltaico, dopo la scadenza del 31 maggio 2011, dando certezza agli investimenti nazionali ed esteri;
a concertare con gli operatori, le associazioni di categoria, le Regioni e gli enti locali una nuova disciplina normativa per riorganizzare il sistema di incentivi alle fonti rinnovabili, al fine di perseguire gli obiettivi europei condivisi;
ad investire in maniera significativa nel campo della ricerca, anche riguardo al fotovoltaico nanotecnologico che permette di innalzare di molto il rendimento;
ad adoperarsi presso i gestori della rete elettrica, per facilitare e favorire gli allacci degli impianti alla stessa;
ad attivare tutti i dispositivi possibili per contrastare le speculazioni nel settore, compresi quelli orientati a realizzare esclusivamente rendite finanziarie.
(1-00397)
Interrogazioni
TOMASELLI - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
nella notte tra venerdì 18 e sabato 19 marzo 2011 nel Centro di identificazione ed espulsione di Restinco, località nei pressi di Brindisi, a seguito di disordini causati da alcuni immigrati tunisini, utilizzando accendini e liquido infiammabile, è stato appiccato un incendio che ha distrutto parte delle camerate e dei arredi della struttura;
per porre fine ai disordini è stato necessario l'intervento degli agenti di Polizia (Digos e Squadra mobile), dei militari in servizio nel centro e dei Vigili del fuoco;
nelle ore seguenti tali disordini una commissione della prefettura ha effettuato un sopralluogo per valutare la situazione e, pur in presenza di notevoli danni riportati dalla struttura, è stato deciso di non procedere alla chiusura del centro;
precisato che:
quello di Brindisi è l'unico caso in Italia di struttura al cui interno coesistono centri dalla funzione assolutamente diversa e lontana, come il CARA, Centro di accoglienza per i richiedenti asilo politico, e il CIE, Centro di identificazione ed espulsione;
la presenza di gruppi di immigrati con prospettive di vita così diverse (espulsione dall'Italia o riconoscimento di asilo politico) all'interno di un'unica struttura produce il rischio di promiscuità e crea oggettivi problemi di gestione, sia agli operatori sociali che alle stesse Forze dell'ordine preposte alla sicurezza del centro, a volte anch'esse stesse vittime di incidenti;
la rivolta dei giorni scorsi non è che l'ultimo episodio di disordini e violenza in pochi mesi, spesso sfociati in tentativi di fuga di diverse decine di immigrati, accompagnati da un conseguente ingente impiego di Forze dell'ordine, costrette, spesso a turni massacranti e a trascurare l'essenziale attività di controllo del territorio, come, peraltro, ripetutamente denunciato dalle organizzazioni sindacali di polizia;
considerato che:
l'interrogante ha avuto modo di visitare personalmente negli scorsi mesi Restinco in più occasioni, verificando con soddisfazione gli sforzi notevoli compiuti nella gestione del centro, sia dal punto di vista dei servizi che dell'accoglienza, grazie all'umanità e alla competenza degli operatori sociali nonché alla professionalità e alla disponibilità delle Forze dell'ordine che lo presidiano;
la casistica riscontrata conferma l'insostenibilità ambientale di tale situazione: persone da oltre 20 anni in Italia oggi rinchiusa nei CIE per scadenza di permessi di soggiorno; immigrati con famiglie in Italia impossibilitati al ricongiungimento; presenze nei CIE ben oltre i 30 giorni e fino al termine massimo di sei mesi per poter essere poi "nei fatti" lasciati liberi, per via della normativa che ha esteso da 60 a 180 giorni il termine massimo di permanenza per le necessarie identificazioni; sovraffollamento delle strutture: tutti elementi che producono tensioni che poi sfociano anche in tentativi di fuga o atti violenti,
si chiede di sapere:
come il Ministro in indirizzo, anche alla luce di quanto rendicontato dalla stampa, intenda procedere per evitare il ripetersi di ogni episodio di violenza all'interno del CIE di Restinco;
se non si ritenga quantomai urgente e prioritario disporre il superamento della doppia funzione, non più tollerabile, del centro di Restinco, attraverso la chiusura del CIE e il potenziamento del CARA;
se, a tale scopo, non ritenga utile verificare i fatti e le condizioni richiamati anche per mezzo di un'ispezione ministeriale.
(3-01997)
PORETTI, PERDUCA - Al Ministro della salute -
(3-01998)
(Già 4-03839)
ARMATO, ANDRIA, CARLONI, CHIAROMONTE, DE LUCA, INCOSTANTE - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:
la situazione della cantieristica nazionale è assolutamente preoccupante e vive ormai da molto tempo in uno stato di crisi che coinvolge numerosissimi stabilimenti e migliaia di lavoratori e rischia di precipitare senza un serio impegno del Governo ad adottare un progetto industriale;
nel corso del 2010, l'interrogante, insieme ad altri parlamentari del Partito democratico, ha più volte chiesto al Governo di adottare con urgenza misure, interventi e iniziative per far fronte alla grave crisi che investe la cantieristica navale, indirizzando l'attenzione soprattutto alla salvaguardia dei posti di lavoro e agli stabilimenti che versano in condizioni più critiche;
desta particolare preoccupazione lo stabilimento di Castellammare di Stabia (Napoli), già duramente colpito dalla crisi, e soprattutto creano apprensione le conseguenze cui sarebbero esposti i milioni di operai e le loro famiglie che rischiano di perdere il posto di lavoro senza commesse pubbliche;
di recente, il ministro Romani, durante lo svolgimento di un'interrogazione a risposta immediata alla Camera dei deputati (3-01463), si è impegnato a rilanciare i siti liguri di Fincantieri, ma nessuna attenzione è stata rivolta al sito di Castellammare di Stabia, generando malcontento e preoccupazione tra tutti gli addetti ai lavori;
il 22 marzo 2011, gli operai dello stabilimento stabiese hanno nuovamente protestato, occupando la strada statale sorrentina per chiedere alle istituzioni competenti risposte concrete sul futuro dello stabilimento di Castellammare, sulla necessità di mantenere gli attuali livelli occupazionali del cantiere e sull'urgenza di avviare il progettato ampliamento del bacino di carenaggio;
il 25 marzo, il Partito democratico parteciperà alla una nuova manifestazione organizzata dai lavoratori dello stabilimento di Castellammare di Stabia,
si chiede di sapere:
quali siano le prospettive per il cantiere di Castellammare di Stabia e per i suoi lavoratori;
quali iniziative si intendano adottare per garantire il mantenimento degli attuali livelli occupazionali ed evitare il ricorso alla cassa integrazione;
se non si ritenga urgente ed improcrastinabile l'adozione di un serio progetto industriale;
se non si ritenga necessario convocare un tavolo di lavoro con la partecipazione della Regione Campania per avviare il progettato ampliamento del bacino di carenaggio e per garantire nuove commesse.
(3-01999)
Interrogazioni con richiesta di risposta scritta
DE LUCA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
nella regione Campania la crisi relativa alla gestione del ciclo dei rifiuti potrebbe conoscere una nuova recrudescenza, con l'ormai prossimo esaurimento delle discariche attualmente in funzione sul territorio regionale e, in particolare, nel napoletano e nel casertano;
con il decreto-legge 26 novembre 2010, n. 196, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 gennaio 2011, n. 1 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 18 del 24 gennaio 2011), recante "Disposizioni relative al subentro delle amministrazioni territoriali della regione Campania nelle attività di gestione del ciclo integrato dei rifiuti", è stata cancellata la previsione di aprire nuove discariche nei siti individuati nel decreto-legge 23 maggio 2008, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 14 luglio 2008, n. 123, e cioè Andretta (Avellino) - località Pero Spaccone, località Cava Vitiello - Terzigno (Napoli) e Serre (Salerno) - località Valle della Masseria;
nel suddetto decreto-legge è stata recepita (all'art. 1 comma 3, lettera b)) l'indicazione, di utilizzare per l'allocazione di alcune tipologie di rifiuti, previo trattamento preliminare, le cave abbandonate e dimesse presenti sul territorio regionale;
tale istanza è stata rappresentata dal Partito democratico, su proposta dell'interrogante, sin dal 2008 con un ordine del giorno presentato dal gruppo del Pd e approvato dal Senato all'unanimità il 9 luglio di quell'anno, che impegna il Governo ad utilizzare, per le suddette finalità, anche le cave abbandonate e dismesse presenti nella Regione Campania, così come individuate dal Piano regionale attività estrattive (PRAE), nonché dal Piano di recupero ambientale del territorio della Provincia di Caserta;
nel territorio della Campania risultano dislocati numerosi siti di cave abbandonate e/o dismesse, quindi non più in attività e privi di alcuna legittima titolarità o aspettativa privatistica nonché sprovvisti di vincoli amministrativi o obblighi per gli ex gestori o proprietari, sulla base di quanto risulta dal PRAE, approvato con ordinanza del Commissario ad acta n. 11 del 7 luglio 2006, pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione Campania n. 27 del 19 giugno 2006 e dal Piano di recupero ambientale del territorio della Provincia di Caserta;
da uno studio effettuato dai tecnici della Regione Campania nell'ambito della predisposizione del PRAE è emerso che in Campania su 1.501 cave 264 sono attive, mentre 1.237 sono abbandonate, abusive o dismesse;
considerato che:
come si è detto, le discariche attualmente in uso in Campania sono in esaurimento;
previo recupero ambientale, potrebbero essere utilizzate le cave abbandonate e/o dismesse che risultano compatibili allo scopo;
l'utilizzo di tali siti, previe le opportune verifiche e nel rispetto della normativa tecnica di settore nazionale e comunitaria, consentirebbe di eliminare tipologie di rifiuti compatibili con dette aree ed al contempo di realizzare un'azione di ripristino ambientale delle cave abbandonate e dismesse;
da molte inchieste della magistratura è emerso che nella gestione delle cave abbandonate e dismesse si riscontrano infiltrazioni della criminalità organizzata, a vari livelli, presente nella gestione del ciclo dei rifiuti in Campania;
utilizzare tali siti secondo i modi stabiliti dal decreto-legge 26 novembre 2010, n. 196 avrebbe come conseguenza anche l'allontanamento della camorra da questo ambito del settore rifiuti;
sono trascorsi ormai due mesi da quando, il 20 gennaio 2011, il disegno di legge di convenzione del decreto-legge 26 novembre, n. 196, approvato il giorno precedente al Senato, ha ricevuto il via libera alla Camera;
come si evince dagli organi di stampa, nelle ultime settimane è tornata in auge l'ipotesi di individuare nuove discariche in alcune zone della Campania;
tale situazione ha già sollevato proteste da parte delle comunità che vivono sui territori ai quali si è fatto riferimento;
è giunto il momento di avviare un percorso definito che, sulla base di un disegno normativo preciso, porti la Campania fuori dalla crisi dei rifiuti nella quale ancora si dibatte;
il 18 novembre 2010 dieci senatori del Partito democratico hanno presentato un disegno di legge (AS n. 2463), recante "Norme per il superamento della gestione emergenziale e per il funzionamento ordinario del ciclo dei rifiuti, nonché interventi in materia ambientale nella regione Campania", che il Governo potrebbe prendere in considerazione per definire gli interventi da attuare in Campania,
si chiede di sapere quali iniziative il Governo abbia promosso o abbia in programma di promuovere per dare attuazione alla disposizione recepita al comma 3, punto b), dell'articolo 1 del decreto-legge 26 novembre 2010, n. 196.
(4-04836)
FLERES - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
il tratto della variante dell'ex strada statale 288, Catania-Enna, ricadente nel territorio di Raddusa (Catania), è interrotto e chiuso al transito per una frana da almeno tre anni;
in particolare, la galleria presente nel tratto in oggetto è quasi completamente ostruito dalla fanghiglia;
nonostante le ripetute richieste, gli enti competenti, cioè Consorzio di bonifica 7 Caltagirone, Anas, Provincia di Catania e Protezione civile, non hanno ancora ripristinato la transitabilità;
considerato che:
la gestione del tratto di strada, affidato in precedenza al Consorzio di bonifica 7, è passato dal 1998 alla Provincia di Catania;
negli ultimi decenni, pur in presenza di un progetto finanziato per 500.000 euro, non sono mai stati realizzati i necessari interventi di manutenzione;
all'interrogante risulta che:
la Provincia di Catania non avrebbe approvato alcuna delibera riguardante il ripristino della ex strada statale 288;
secondo indiscrezioni di stampa, per il ripristino la Provincia di Catania necessiterebbe di 20 milioni di euro, allo stato indisponibili,
l'interrogante chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto sopra e, in caso affermativo, se e in quali modi ritenga di dover intervenire al fine di accelerare il ripristino della transitabilità della ex strada statale 288.
(4-04837)
BIANCHI - Al Ministro della salute - Premesso che:
la Corte di cassazione nella sentenza n. 8254 del 2011 della IV Sezione penale ha annullato l'assoluzione di un medico dall'accusa di omicidio colposo di un paziente dimesso, seguendo i criteri delle linee guida in uso nella struttura sanitaria, dopo 9 giorni, da un intervento cardiaco in quanto la volontà di contenere la spesa sanitaria non può prevalere sul diritto alla salute dei cittadini e le dimissioni dei pazienti dagli ospedali devono essere decise solo in base a valutazioni di ordine medico;
con questa decisione la IV Sezione penale della Cassazione ha accolto il ricorso della procura della Corte d'appello di Milano e dei familiari del paziente deceduto per essere stato dimesso troppo frettolosamente, contro l'assoluzione di Roberto G., medico dell'ospedale civile di Busto Arsizio (Varese) nel quale Romildo B. era stato ricoverato il 9 giugno 2004 per infarto al miocardio;
il paziente veniva dimesso dopo 9 giorni dal momento che risultava «asintomatico e stabilizzato». La notte del giorno in cui veniva dimesso, 18 giugno, Romildo B. aveva un nuovo scompenso e giungeva in ospedale già in arresto cardiocircolatorio. La perizia legale ha accertato che se il paziente non fosse stato dimesso sarebbe sopravvissuto per le rapide cure che avrebbe ricevuto in reparto;
in primo grado il medico che firmò le dimissioni venne condannato a 8 mesi di reclusione e a risarcire i danni morali ai familiari. In appello, invece, fu assolto «perché il fatto non costituisce reato» in quanto il medico aveva seguito le linee guida in tema di dimissioni;
secondo la Cassazione si deve verificare che le linee guida, «che legittimamente potrebbero essere ispirate anche a logiche di economicità di gestione, non siano (...) in contrasto con le conclamate esigenze di cura del paziente»;
le linee guida sono raccomandazioni sviluppate in modo sistematico per assistere medici e pazienti nelle decisioni sulla gestione appropriata di specifiche condizioni cliniche. Uno strumento fondamentale che ha senza dubbio contribuito a sviluppare la qualità della sanità attraverso la standardizzazione dei trattamenti medici; le logiche economiche, tuttavia, non possono prevalere sul diritto alla salute, costituzionalmente garantito e lo standard di comportamento stabiliti dalle linee guida non può azzerare il giudizio individuale del medico;
il processo di cura deve essere adeguato alle esigenze del paziente. La progressiva crescente crescita tecnologica e l'incremento dei costi sanitari (la cui quota maggiore è ascrivibile all'assistenza ospedaliera) ha determinato scelte di politica sanitaria che definiscono a priori le giornate di degenza per le singole patologie, i cosiddetti DRG (raggruppamenti per diagnosi). Pertanto, chi definisce la durata del ricovero è la patologia e non il paziente. Tuttavia, se ciò è coerente con i tempi di diagnosi e terapia per molti pazienti, soprattutto giovani, non lo è per le persone che presentano più patologie come gli anziani;
oggi circa un terzo dei letti ospedalieri è occupato da pazienti oltre i 65 anni. Considerato che oggi gli over 65 sono il 20 per cento e fra 40 anni saranno il 37 per cento e pertanto il Paese si troverà in un contesto in cui ci sarà aumento della popolazione anziana; aumento delle pluripatologie; riduzione del supporto familiare; insufficienza dell'offerta sociale di integrazione ai bisogni sanitari. Le conseguenze di tali prospettive sono: aumento dei ricoveri ripetuti (il paziente viene dimesso ed entra in altro ospedale); utilizzo improprio dei posti letto di riabilitazione (usati al solo scopo di completare la cura); costo sanitario in incremento;
il costo di degenza negli ospedali è pari a 800 euro al giorno per un posto letto per pazienti acuti, mentre un posto letto per assistenza intermedia costa 160 euro al giorno;
l'assistenza intermedia viene definita come un'area di servizi integrati, sanitari e socio-domiciliari, residenziali e semi-residenziali, finalizzata a garantire la continuità assistenziale dopo la dimissione ospedaliera e a favorire il rapido recupero funzionale e la massima autonomia dei pazienti. Il rafforzamento di questa area assistenziale può favorire, inoltre, la prevenzione dei ricoveri non necessari e/o impropri, accorciare le degenze in strutture per acuti ed evitare un'assegnazione precoce ai sistemi di lunga assistenza (riabilitativi, domiciliari o residenziali),
si chiede di sapere:
quali misure di competenza il Ministro in indirizzo intenda adottare, alla luce della sentenza della Corte di cassazione che sottolinea, da un lato, l'importanza della tutela della salute e le esigenze delle cure del paziente al di là delle logiche di economicità di gestione degli ospedali e, dall'altro, il problema dell'efficienza correlata all'utilizzo dei posti letto negli ospedali e alle scelte diagnostiche-terapeutiche dei medici;
se non ritenga utile valorizzare e potenziare l'assistenza intermedia. L'utilizzo dei posti letto ad assistenza intermedia è fondamentale per la stabilizzazione dei pazienti che, dimessi dal ricovero, medico o chirugico o cardiologico, se non hanno necessità riabilitative e non sono ancora trasferibili a domicilio, possono completare, in ambiente protetto ma con minori servizi assistenziali, la guarigione.
(4-04838)
LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
la fondazione è un ente senza finalità di lucro costituito da un patrimonio preordinato al perseguimento di un determinato scopo. È creata dalla persona fisica o giuridica (fondatore) che destina il patrimonio allo scopo; i fondatori possono essere più d'uno. Può anche essere costituita attraverso una disposizione testamentaria: in tal caso sorge solo dopo la morte del fondatore e ha come patrimonio un suo lascito;
da qualche anno, in Italia, quasi ogni partito, e molti leader politici, Ministri, ex Presidenti del Consiglio dei ministri, nonché manager d'azienda hanno la propria fondazione, associazione, organizzazione, centro studi o think tank che dir si voglia. Tutte rivendicano una funzione culturale, più che politica in senso stretto, ergendosi a fucina di idee all'interno dei propri partiti di riferimento, ma con esiti spesso lontani dalle intenzioni;
un'inchiesta del 2009 de "l'Espresso", a firma del giornalista Primo di Nicola sulle fondazioni rileva che «Dietro al ruolo crescente delle fondazioni c'è il meglio dell'economia. Già, perché le idee non sono tutto. A fare la differenza è anche la forza degli sponsor. Oltre a uno scopo da perseguire deve dimostrare un adeguato patrimonio. Una cifra precisa non esiste, ma le prefetture che vigilano sulle fondazioni riconosciute, se non esercitano controlli sulla loro gestione finanziaria almeno su questo sono severe: la dote deve essere credibile. Di solito si parte dai 50 mila euro per arrivare anche oltre il milione. Soldi che vanno immobilizzati in investimenti sicuri e non possono essere utilizzati per le attività correnti. E qui si entra in una zona d'ombra, dove le nuove creature aggirano le vecchie leggi sul finanziamento dei partiti. E vanno a caccia di risorse per il loro stakanovismo di convegni, riviste e centri studi. A cominciare dai fondi ministeriali, surrogato delle sovvenzioni pubbliche ai movimenti politici. Vi ricorrono un po' tutte, da Magna Carta a Liberal che, insieme a Italianieuropei e Nuova Italia di Gianni Alemanno, da quest'anno si è anche attrezzata per incassare le donazioni Irpef del 5 per mille. Per il resto puntano sui contributi degli associati e sugli assegni dei grandi donatori. Ma tracciare un identikit degli sponsor, che mettano mano al portafogli per i patrimoni o per le spese, non è facile. Le fondazioni non hanno infatti alcun obbligo a rendere pubblici bilanci e fonti di finanziamento. "L'espresso" ha provato comunque a fare luce scandagliando sulle attività delle fondazioni più dinamiche: Italianieuropei, Fare futuro, Magna Carta, Liberal, Formiche, Nuova Italia e Medidea. Cominciamo da Italianieuropei, costituita nel 1999 da Giuliano Amato e da Massimo D'Alema, in quel momento a Palazzo Chigi, dal costruttore Alfio Marchini, dal presidente della Lega cooperative Ivano Barberini e dal consulente aziendale Leonello Giuseppe Clementi. Dotazione iniziale, un miliardo di lire fornito da una nutrita lista di sostenitori: 200 milioni di lire li offre la Cooperativa estense; 100 l'Associazione nazionale cooperative e la Lega coop di Modena; 50 milioni la Brown Boveri, la Lega coop di Imola, Ericsson e Pirelli. Tra i privati, con cifre intorno ai 50 milioni spiccano l'industriale Claudio Cavazza, gli stessi Clementi e Marchini, mentre 1 milione ciascuno versano Amato e Barberini. Con il ritorno di Amato al governo, presidente viene nominato D'Alema che, curiosamente, non ci mette una lira. A differenza di altri noti benefattori che rimpinguano successivamente la dotazione patrimoniale con offerte fino a 80 mila euro. Tra loro, la Romed di Carlo De Benedetti, Fiat Geva (Gianni Agnelli), Philip Morris, Waste management (discariche), e.Biscom, Glaxo Wellcome, Tosinvest (famiglia Angelucci) e altri imprenditori come Guidalberto Guidi, Francesco Micheli, Vittorio Merloni, Gianfranco Dioguardi e Paolo Marzotto. Fare futuro nasce invece nel 2007 grazie a Fini, Adolfo Urso e Ferruccio Ferranti, un manager ora indagato a Bari per una storia di appalti sanitari. Patrimonio iniziale: un milione di euro, 930 mila dei quali versati da un comitato. Tra i promotori, c'è chi continua a versare ogni anno fino a 20 mila euro: Emilio Cremona, presidente di Assofond, la federazione delle fonderie; Lia Viviani, titolare dell'omonima casa editrice; gli imprenditori metallurgici Michele Mazzucconi e Giancarlo Ongis e Sergio Vittadello, della Intercantieri. Seguono, oltre a Biondi Santi, personaggi come il sociologo Sabino Acquaviva, l'avvocato Nicolò Amato, l'attore e deputato Luca Barbareschi, la presentatrice Rita Dalla Chiesa, la cantante Cecilia Gasdia. Natali nobili anche per Magna Carta, varata nel 2004 su impulso di Marcello Pera, allora presidente del Senato. Motore operativo è da sempre Gaetano Quagliariello, che è stato anche il primo presidente. Tra i fondatori, Giuseppe Calderisi (parlamentare di Fi), Giuseppe Morbidelli (professore di diritto alla Sapienza) e soprattutto la Erg della famiglia Garrone, la Fondiaria di Ligresti e la Nuova editoriale, una srl di Firenze. Ciascuno versa 100 mila euro cui si aggiungono più tardi identiche cifre da Mediaset, Gianmarco Moratti con la Secofin holding, Acqua pia antica marcia di Francesco Bellavista Caltagirone e British american tobacco, il cui vecchio ad Francesco Valli è l'attuale presidente di Magna Carta. Non basta: nella lista dei donatori, oltre la Korus srl del senatore Pdl Filippo Piccone (nel mirino dei pm di Pescara per la compravendita di candidature), compaiono pure Finmeccanica, la telefonica H3G, Viaggi del ventaglio e Meliorbanca. Nasce bene (maggio 1996) anche Liberal di Adornato: 200 milioni di lire di patrimonio versati da Diego Della Valle, Alfio Marchini (sempre lui), Vittorio Merloni e Marco Tronchetti Provera. Ma il progetto piace anche a un altro illustre sponsor: Cesare Romiti. Come illustre è il promotore di Medidea, varata nel 2008 da Giuseppe Pisanu, ex ministro dell'Interno e ora presidente dell'Antimafia, con il figlio Angelo e a Massimo Pini, stretto collaboratore di Ligresti. Con tre assegni da 20 mila euro i tre hanno dato vita al think tank che a maggio ha visto entrare nel cda Tarak Ben Ammar, alleato storico di Berlusconi. Ad una svolta invece la vita di Formiche, costituita nel 2005 dopo le dimissioni di Marco Follini dalla segreteria dell'Udc. Per vararla radunò alcuni fedelissimi, tra i quali Alberto Brandani e Paolo Messa, capo ufficio stampa del partito, che con pochi altri versarono i 95 mila euro di dotazione iniziale. Con il passaggio al Pd di Follini il pensatoio ha però conosciuto qualche difficoltà. Chi non molla invece è il sindaco di Roma Alemanno saldamente alla guida della Nuova Italia. La fondò nel 2003 con 250 mila euro di patrimonio raggranellato con il contributo di Antonio Buonfiglio (sottosegretario alle Politiche agricole), Francesco Biava e Aldo Di Biagio (deputati Pdl), oltre a Franco Panzironi, un fedelissimo piazzato dal sindaco di Roma ai vertici dell'Ama, l'azienda rifiuti capitolina. Ma soprattutto il denaro arrivò dagli aderenti sparsi per l'Italia. Costituire il patrimonio iniziale è compito facilissimo rispetto a quello di finanziare le spese correnti. Prendiamo Italianieuropei: con il suo milione abbondante di fatturato, la sede romana da 7 mila euro mensili (altre due sono a Milano e Napoli, dove divide gli uffici con Mezzogiorno Europa, fondazione voluta da Giorgio Napolitano), la dozzina di dipendenti, il sito Internet, i libri, i quaderni e la rivista (distribuiti da Mondadori danno circa 50 mila euro di ricavi), oltre alla nutrita agenda di convegni, è ormai una macchina costosa. "E non riscuotiamo quote di aderenti", spiega il segretario Andrea Peruzy: "Per finanziarci ricorriamo al mercato". Come? Anzitutto con la pubblicità sulle riviste: pacchetti da 30 mila euro acquistati tra gli altri da Allianz, Sisal, Mps, Banca di Roma, Sky, Enel, Eni, Fastweb, Telecom, Rai, Unicredit, Aeroporti di Roma e Novartis. Oppure con le sponsorizzazioni per i gruppi di lavoro, come quello sulla sanità animato dal senatore Ignazio Marino. Poi ci sono i convegni su commissione: British tobacco, sborsando 20 mila euro, ne ha chiesto uno sui danni del fumo minorile. Infine, con i proventi della "capitalizzazione del marchio", così la definisce Peruzy, con cui la fondazione monetizza proponendosi come consulente per festival, ultimo quello della Salute di Viareggio che frutterà 100 mila euro»;
si legge ancora: «Diverso il caso di Fare futuro (una decina di dipendenti), anch'essa attiva con libri e riviste ("Fare futuroweb magazine" e "Charta minuta"), summer school, convegni e sito. Un dinamismo che richiede un budget di oltre 800 mila euro, per il 70 per cento garantito dai soci e per il resto da sponsor. Oltre ai cento promotori vanta 700 affiliati che versano 500 euro e una trentina di benemeriti che ne offrono 10 mila l'anno. Entrate alle quali si sommano le sponsorizzazioni: Unicredit e Finmeccanica hanno dato 50 mila euro per il rapporto "Fare Italia nel mondo". Mentre 30 mila euro sono stati donati per lo studio 'Pacchetto clima' da Eni, Unicredit, Enel, E.on energia, Pirelli ambiente e A2A, la multiutility lombarda. Poi c'è la pubblicità pagata con decine di migliaia di euro da sponsor come Cremonini, Todini, Alenia Aermacchi e Condotte d'acqua, per non parlare di Mps, con Finmeccanica ed Elt Elettronica (sistemi di difesa) tra i finanziatori più fedeli dei convegni di Liberal (Siena e Venezia), che a sua volta ha un budget di 500 mila euro accumulati anche con il sostegno di Esteri e Beni culturali. Esigenze più modeste a Nuova Italia di Alemanno, organizzata come una corrente di partito con circoli sparsi per la penisola e budget di 300 mila euro che se ne vanno per la sede romana, il sito e attività come il "Master di decisione" e il "Progetto salvamamma" contro l'infanticidio. Nessuna grossa impresa: le risorse vengono dalle quote da 500 euro dei 600 iscritti. Esattamente il contrario di quello che capita a Formiche, che sforna l'omonima rivista e vive grazie alla pubblicità: un milione l'anno, pagati tra gli altri da Mediaset, Sorgenia, Bat, Generali e da vari ministeri, tra cui Infrastrutture e Pari opportunità. Infine Magna Carta, budget intorno ai 900 mila euro con i quali finanzia sito Web, libri, convegni, summer school e il tradizionale meeting di Norcia. Soldi che arrivano dai fondi statali (nel 2005 33 mila euro dagli Esteri), dalle pubblicazioni e soprattutto dalle quote degli affiliati, una trentina tra fondatori e aderenti, che pagano ciascuno 15-20 mila euro l'anno. In questo modo mettono insieme almeno 400 mila euro, cui si aggiungono i proventi delle collette durante gli eventi. "Tutte iniziative autofinanziate", assicura il direttore Giuseppe Lanzillotta. Come il meeting sulle relazioni transatlantiche realizzato a New York con Westinghouse e American Enterprise che hanno provveduto agli alloggi. Tariffa agevolata invece per i biglietti aerei della United, mentre il resto è arrivato da Mediaset (30 mila euro) e dagli Esteri. Ciononostante, il momento non è dei migliori per Quagliariello e soci. Uno dei fondatori, il gruppo Ligresti, ha mollato per andare a foraggiare Medidea di Pisanu. La quale è generosa di informazioni sulle proprie attività, la rivista trimestrale da 4 mila copie o i convegni organizzati con Berlusconi, ma si rifiuta di fornire dati sui finanziatori»;
considerato che:
un articolo di "Italia Oggi" del 3 marzo 2011 ha evidenziato che nelle recenti scelte effettuate dai contribuenti «nella destinazione del 5 per mille del loro reddito Irpef 2009» le fondazioni dei parlamentari sono presenti in maniera irrisoria;
riferisce l'articolo che «Del resto, in un periodo di vacche magre per le casse dello stato, dove si fa fatica a finanziare anche servizi fondamentali, non è che fondazioni o altri organismi politici, spesso di dubbia utilità, possano pretendere di ricevere altri soldi pubblici. In ogni caso la politica, come ogni anno, ha provato ad accedere anche a questa forma di finanziamento delle onlus. Ma è stata sonoramente bocciata dai contribuenti italiani. Si prenda la fondazione Italianieuropei che non è stata in grado di andare oltre le 93 preferenze, incassando 14.955 euro. Oppure la fondazione Nuova Italia presieduta dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, a cui solo 104 contribuenti hanno destinato il loro 5 per mille Irpef, per un totale di 7.292 euro. Non deve sorprendere, peraltro, il fatto che spesso un maggior numero di preferenze, come avviene nel caso della Nuova Italia rispetto alla fondazione Italianieuropei, si traduca in un minore incasso. La cifra finale, infatti, dipende dall'entità della dichiarazione Irpef presentata, sulla quale si applica appunto il 5 per mille. In più, sempre per arrivare al gettone finale, incide anche la ripartizione proporzionale che viene effettuata in base alle scelte generiche fatte dai contribuenti. Tali sono, tanto per essere chiari, le scelte che vanno appannaggio di un settore, come può essere quello delle onlus o della ricerca scientifica, senza l'indicazione di un organismo in particolare. Meccanismo a parte, ciò che emerge dalle griglie recentemente pubblicate dall'Agenzia delle entrate, fanno proprio emergere un grande disinteresse nei confronti delle fondazioni «politiche». Fino ad arrivare al caso forse più umiliante, quello della fondazione Amintore Fanfani, che è risultata destinataria di una sola preferenza, incassando appena 4,99 euro. Quasi uno smacco, per la fondazione che si richiama all'ex esponente di punta della Dc che fu, se solo si pensa che l'ente è presieduto dall'ex presidente della Consulta, Cesare Mirabelli, e nel suo consiglio figurano personaggi come l'ex ragioniere generale dello stato, Andrea Monorchio, il presidente di Generali, Cesare Geronzi, il presidente di Fintecna, Maurizio Prato, e un alto prelato come il cardinale Achille Silvestrini. Insomma, nemmeno i suoi consiglieri hanno destinato qualcosa alla fondazione Fanfani. Briciole sono andate anche alla fondazione Rosselli, nel cui international advisory board spiccano ancora Amato e all'ex ministro forzista Giuliano Urbani. L'organismo, infatti, ha ottenuto appena 9 preferenze, che hanno fruttato 2.591 euro, a dimostrazione del fatto che, se non altro, le nove dichiarazioni Irpef in questione sono di un certo rilievo economico. Poca roba è arrivata anche alla fondazione Craxi, animata da Stefania Craxi, sottosegretario agli esteri e figlia dell'ex premier socialista Bettino Craxi: 16 scelte e 2.296 euro incassati. C'è però da segnalare che tale cifra è stata assegnata alla fondazione Craxi nella "categoria" degli enti di ricerca. L'ente, per non farsi mancare niente, si era infatti candidato a ottenere il 5 per mille anche nella categoria delle onlus. Qui le preferenze sono state 306, il numero più consistente, per un totale di 19.344 euro. L'Agenzia delle entrate, però, ha escluso la fondazione da quest'ultima assegnazione. Più in generale, troviamo anche la fondazione Ugo La Malfa, che ha ottenuto 135 preferenze per 14.924 euro, la fondazione Basso, che tra categoria "onlus" ed "enti di ricerca" ha ottenuto 177 scelte per 19.023 euro, e la fondazione Liberal di Ferdinando Adornato, con 72 scelte per 6.233 euro»,
si chiede di sapere:
quali iniziative, alla luce dei fatti esposti in premessa, il Governo intenda assumere al fine di garantire la trasparenza nella gestione patrimoniale delle fondazioni obbligando le stesse a rendere pubblici i propri bilanci e fonti di finanziamento considerate le ingenti somme di danaro pubblico e privato, a partire da petrolieri e colossi del tabacco, di cui beneficiano;
se risulti in quale modo tali fondazioni si comportino per difendere i desiderata delle società investitrici.
(4-04839)
GRAMAZIO - Ai Ministri della salute e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale - Premesso che:
l'Associazione laziale motulesi Onlus (ALM) di Roma risulta tra le strutture socio-sanitarie private accreditate presso la Regione Lazio per l'erogazione di attività riabilitativa estensiva e/o di mantenimento (art. 26 della legge n. 833 del 1978);
con un ampio servizio dal titolo "Truffavano sui disabili", a firma Fabiana Ferri, giovedì 13 gennaio 2011 il quotidiano "Libero" riportava la storia della truffa ai danni della Regione Lazio da parte dell'ALM, delle modalità con cui avveniva la falsificazione delle cartelle cliniche, e delle vessazioni, fino a giungere al licenziamento, subite da quei dipendenti, fra i quali il signor Andrea Paliani, che si rifiutavano di sottoscrivere le false dichiarazioni;
considerato che:
da riscontri effettuati nei primi mesi del 2009 sono state evidenziate difformità nell'attività erogata dal centro, sia per numero di trattamenti non residenziali effettuati che per lo standard del personale (carenza di personale infermieristico e del dirigente assistenza infermieristica);
a seguito dell'ispezione dell'11 febbraio 2010 del comando Carabinieri per la tutela del lavoro presso l'ALM, sono state riscontrate delle irregolarità di gestione amministrativa e funzionale della struttura medesima;
a seguito dell'ispezione del 18 febbraio 2010 della Asl Roma C presso la stessa associazione, è stato riscontrato l'utilizzo di locali non autorizzati;
con verbale n. 5/14 del 12 maggio 2010 i Carabinieri del comando per la tutela del lavoro hanno richiesto al Dipartimento programmazione economica e sociale della direzione regionale assetto istituzionale, prevenzione e assistenza territoriale, di sospendere in via cautelativa o di interrompere definitivamente l'attività dell'ALM, al fine di tutelare la salute e la sicurezza dei disabili presenti nella struttura, ravvisata la mancanza dei requisiti di legge previsti per una struttura socio-sanitaria accreditata,
l'interrogante chiede di sapere dai Ministri in indirizzo, ciascuno per le proprie competenze, se quanto sopra esposto corrisponda a verità, ed in caso affermativo quali siano le azioni finora intraprese per tutelare i pazienti, i lavoratori e coloro che sono stati ingiustamente licenziati dell'ALM e se risulti quali azioni intenda intraprendere la Regione Lazio nei confronti di detta associazione e dei suoi responsabili.
(4-04840)
CASTIGLIONE - Ai Ministri della difesa e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:
la comunità trapanese vive in queste ore drammatiche, a causa della grave crisi libica, momenti di grande angoscia per le popolazioni coinvolte in questo confronto armato fra genti che si bagnano sullo stesso mare;
allo sconforto per le vite umane messe a repentaglio in un assurdo quanto incomprensibile scontro, si aggiunge la notizia che la nostra comunità ha davanti a sé giorni, se non settimane, di chiusura dell'aeroporto civile di Trapani Birgi;
lo scalo aereo civile in questi ultimi anni è diventato il motore di tutta l'economia trapanese. L'aeroporto civile, infatti, è cresciuto, poco alla volta, fino a raggiungere 1.800.000 passeggeri;
all'aeroporto sono legate le sorti di centinaia di lavoratori che finalmente avevano trovato una risposta alla domanda di lavoro, visto che allo scalo di Birgi sono svolte tutte le attività legate all'accoglienza e alla ristorazione;
con la chiusura, decisa per garantire le operazioni militari, si è colpita l'economia trapanese e in maniera pesantissima il turismo;
a questo motore di sviluppo i trapanesi hanno creduto e per questo hanno investito tutto ciò che era nelle loro possibilità per creare occupazione e lavoro buono per tutta la comunità;
Trapani non può continuare ad avere il suo scalo aereo chiuso solo perché attiguo all'aeroporto militare,
si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo non intendano mettere in atto tutte quelle azioni che possano portare alla riapertura dello scalo aereo di Trapani Birgi, evitando così che siano ancora una volta i trapanesi a pagare il conto più salato dello scontro armato.
(4-04841)
DE ECCHER - Ai Ministri degli affari esteri e per la pubblica amministrazione e l'innovazione - Premesso che la legge 15 febbraio 1989, n. 54, "Norme sulla compilazione di documenti rilasciati a cittadini italiani nati in comuni ceduti dall'Italia ad altri Stati in base al trattato di pace", all'articolo 1, comma 1, recita che "tutte le amministrazioni (...) hanno l'obbligo di riportare unicamente il nome italiano del comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene";
all'interrogante risulta che:
sono numerosissimi i cittadini che lamentano l'inefficienza da parte degli impiegati degli uffici pubblici, nei più disparati comuni italiani, che non applicano e/o non conoscono la norma sopra riportata;
in alcuni casi, in particolare, sono gli stessi sistemi informatizzati che non accettano l'inserimento dell'indicazione della Provincia originaria accanto al nome del Comune - per esempio Rovigno, provincia di Pola - ma indicano automaticamente la sigla del nuovo Stato di appartenenza - nella fattispecie Rovigno "Ju" ovvero Jugoslavia;
l'interrogante chiede ai Ministri in indirizzo, ciascuno per quanto di competenza, di sapere se siano a conoscenza di quanto sopra riportato e, in caso affermativo, se e in quali modi intendano intervenire, ciascuno per quanto di competenza, al fine di garantire l'applicazione della norma citata su tutto il territorio italiano e consentire, in conseguenza, ai cittadini provenienti da comuni oggi appartenenti ad altri Stati di vedere correttamente indicata la loro nascita.
(4-04842)
Interrogazioni, da svolgere in Commissione
A norma dell'articolo 147 del Regolamento, la seguente interrogazione sarà svolta presso la Commissione permanente:
10ª Commissione permanente(Industria, commercio, turismo):
3-01999, della senatrice Armato ed altri, sulle misure per la cantieristica, specie a Castellammare di Stabia (Napoli).