premesso che:
l'art. 9 della Carta costituzionale recita: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica" ed aggiunge al secondo comma: "Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione";
la Costituzione attribuisce quindi esclusivamente allo Stato l'esercizio della tutela del patrimonio culturale italiano che, vista la sua qualità e vastità e le sue stratificazioni, impareggiabili nel mondo, esige un adeguato e sempre più integrato e complesso sistema;
le politiche pubbliche per la cultura sono fondamento indispensabile della civiltà italiana. Tuttavia, i pesanti tagli inferti al Ministero per i beni e le attività culturali dall'attuale Governo negli ultimi anni rendono di fatto impossibile il rispetto del dettato costituzionale;
le missioni della tutela del patrimonio e del paesaggio, della valorizzazione e gestione dei beni culturali pubblici e privati, della promozione delle attività culturali, dello sviluppo delle produzioni culturali esigono la piena assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti costitutivi la Repubblica, in base alle loro rispettive competenze ed attraverso l'individuazione delle risorse indispensabili per farvi fronte;
tale assunzione di responsabilità è cruciale per la definizione stessa dell'identità nazionale contemporanea dell'Italia, compito specialmente significativo in occasione del centocinquantenario dell'Unità;
l'Italia trae elementi e valori fondamentali per il proprio ruolo nel mondo proprio dalla dimensione culturale, peraltro simboleggiata dal primato conseguito con i siti ed i contesti definiti patrimonio dell'umanità dall'Unesco;
il vasto settore delle industrie creative e delle professioni culturali rappresenta una parte determinante della ricchezza nazionale, in termini di occupazione, di competenze tecnico-scientifiche, di creazione di prodotto interno lordo, stimato nel Libro bianco sulla creatività del 2008 come uno dei principali macrosettori dell'economia italiana;
tuttavia, il bilancio dell'attuale Governo in materia di politiche culturali è disastroso, in quanto la quota del prodotto interno lordo del bilancio destinato alla cultura si riduce per la prima volta, nel 2011, allo 0,18 per cento, mentre le riduzioni programmate del bilancio del Ministero per i beni e le attività culturali nel quinquennio 2008-2013 raggiungono l'impressionante importo di 2.851.192.154,72 euro;
nel settore della manutenzione e del restauro del patrimonio, la capacità annua consolidata di spesa è stata di circa 450 milioni di euro, ma la disponibilità
totale per il 2011 è pari ad appena 102 milioni di euro, incluso il fondo del lotto, così da ridimensionare in modo intollerabile il livello della cura ordinaria e straordinaria del patrimonio, instaurando le condizioni del suo deterioramento e degrado; in particolare, oltre a 4 milioni di euro per il fondo di riserva, i 49 milioni di euro della programmazione ordinaria risultano così ripartiti: 5 milioni di euro a disposizione del Segretariato generale, 7,3 milioni di euro per archivi e beni librari, 132.000 euro per architettura e arte contemporanea, 5,5 milioni di euro per i beni storico-artistici (soprintendenze e musei), 10,4 milioni di euro per il patrimonio archeologico, 20,5 per i beni architettonici e la tutela del paesaggio;
il ridimensionamento del personale del Ministero sta lasciando drammaticamente scoperti settori tecnici indispensabili, tra cui in particolare architetti ed archeologi; la dotazione organica passerebbe in soli tre anni dalle 23.000 unità del 2008 a poco più di 18.000 nel 2011; il personale tecnico in servizio è pari appena al 13 per cento dell'organico; restano scoperti - e spesso coperti con doppi incarichi di sicura inefficienza - decine di posti di dirigenti di prima e soprattutto di seconda fascia, inclusi numerosi soprintendenti; nella recente riorganizzazione del Ministero è stata ulteriormente indebolita la struttura posta a difesa del paesaggio italiano;
i recenti drammatici crolli verificatisi nell'area archeologica di Pompei sono divenuti emblematici presso l'opinione pubblica italiana ed internazionale dello stato di degrado che minaccia il nostro patrimonio culturale;
il Presidente del Consiglio dei ministri superiore per i beni culturali, professor Andrea Carandini, dopo aver reso noto, a nome dell'intero Consiglio, al Presidente della Repubblica che, in tali condizioni, il Ministero non sarebbe stato più in grado di attuare quanto l'articolo 9 della Costituzione impone, ovvero curare il patrimonio culturale, ha dato le dimissioni a causa dei tagli così profondi che hanno leso la possibilità del Ministero di agire;
quelle del professor Andrea Carandini si aggiungono alle dimissioni di un altro Presidente del Consiglio dei ministri superiore, Salvatore Settis, che già lasciò nel febbraio 2009 in polemica con la politica dei tagli;
l'ex Presidente del Consiglio dei ministri superiore per i beni culturali delega ad un intervento sul "Corriere della Sera" del 15 marzo 2011 il suo sfogo denunciando come nel marzo 2009 «il Ministero poteva contare su 155 milioni di euro per la tutela, cifra già allarmante, che per essere giudicata va comparata con la somma che l'istituzione era ed è in grado di spendere: circa 450 milioni l'anno in media per il 2005-2010»;
attualmente, come ricordato, si può contare solo su 102 milioni di euro per curare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico. A ciò si deve aggiungere oggi un congelamento del 10 per cento del finanziamento, a causa del ridimensionamento dei previsti introiti dell'asta sul digitale terrestre, per cui la disponibilità scende a 92 milioni. Se si dividesse tale somma tra le 269 stazioni appaltanti si otterrebbero 340.000 euro ciascuna;
in merito, il Presidente del Fondo ambiente italiano lancia un grido d'allarme parlando di "situazione catastrofica" per i beni culturali;
rispetto a soli sei anni fa, il finanziamento si è ridotto del 70 per cento e il Ministero per i beni e le attività culturali ha subito, nell'ultimo quadriennio, uno dei maggiori tagli alle proprie risorse, pari al 31 per cento;
il pur inadeguato impegno assunto dal Governo di riportare il Fondo unico per lo spettacolo almeno a 400 milioni di euro è stato disatteso, lasciando le risorse disponibili per il 2011 ad appena 258,610 milioni di euro. Anzi, nei giorni scorsi ulteriori 27 milioni sono stati congelati fino alla fine dell'anno. Le risorse da ripartire tra i vari comparti per l'anno in corso restano dunque 231 milioni di euro;
la proroga delle agevolazioni per il settore cinematografico per il triennio 2011-2013 nel limite di spesa di 920 milioni di euro all'anno prevista dal cosiddetto "Milleproroghe" ha visto l'istituzione, per l'accesso alle sale cinematografiche, di un contributo speciale a carico dello spettatore di un euro;
anche l'unica riforma di settore che è stata approvata, quella relativa alle fondazioni lirico-sinfoniche, è impossibile da attuare a causa della mancanza delle condizioni minime per l'espletamento delle attività già programmate e delle necessità contrattuali;
i pesanti tagli apportati ai trasferimenti verso Regioni ed enti locali si stanno riflettendo in modo generalizzato sui bilanci della cultura, con conseguenze molto gravi di ulteriore impoverimento delle attività di valorizzazione e gestione del patrimonio e di quelle dello spettacolo dal vivo, e con un forte impatto negativo in termini di chiusura di enti ed imprese culturali nonché di occupazione, come documentato da un recente rapporto di Federculture;
considerato che:
inoltre, a seguito dei progressivi tagli del Fondo unico dello spettacolo (FUS), la società Cinecittà-Luce SpA sta ricevendo finanziamenti via via decrescenti. Si è passati infatti gradualmente dai 29 milioni di euro nel 2004, ai 17,2 milioni di euro nel 2010, che sono destinati a ridursi ancora di più nel 2011, attestandosi a soli 7,5 milioni di euro;
la funzione della società Cinecittà-Luce è particolarmente utile, sia per la promozione del cinema italiano all'estero, sia per la valorizzazione di nuovi talenti con la distribuzione di film d'autore;
questo ridimensionamento del FUS rischia di ridurre al minimo l'attività di Cinecittà-Luce mettendo a rischio il posto dei lavoratori, il che rappresenterebbe un fatto sicuramente dannoso per la cultura italiana;
rilevato che:
i lavoratori del settore culturale, con il sostegno di tutte le organizzazioni sindacali di categoria, hanno promosso e intendono promuovere nei prossimi giorni una serie di manifestazioni di protesta. Non ultimo, nel novembre 2010, essi hanno dato vita ad un vero e proprio sciopero generale, con teatri, cinema, auditorium e circhi chiusi. Una mobilitazione senza precedenti che ha visto migliaia di persone nelle piazze a manifestare la propria rabbia e indignazione;
oggetto della protesta sono stati, anche in quel caso, i tagli alle risorse effettuati dal Ministro dell'economia e delle finanze, on. Giulio Tremonti, in un settore che vede oltre 500.000 persone impiegate e che soprattutto dovrebbe essere il fiore all'occhiello dell'industria culturale italiana;
le richieste dei lavoratori si articolavano, in quell'occasione, in una serie di punti: riportare le risorse del FUS 2011 almeno al livello del 2008, ossia a circa 450 milioni di euro; la conferma del rifinanziamento per il prossimo triennio degli incentivi fiscali già esistenti (tax shelter e il tax credit); la modifica del disegno di legge sul cinema per riorganizzare risorse e incentivi volti a rilanciare l'intero settore; i rinnovi dei contratti collettivi nazionali delle fondazioni lirico-sinfoniche e dei teatri di prosa e della produzione cinematografica; l'apertura di un tavolo ministeriale per accedere a tutti gli strumenti di protezione sociale (a partire dalle figure artistiche) e per attivare politiche di riemersione per i settori della produzione culturale e dello spettacolo per la tutela dei lavoratori stabili e precari del settore;
preso atto che:
tutti i ripetuti appelli rivolti dal ministro Bondi al Governo, nonché le sue richieste rese pubbliche per il ripristino di risorse economiche e professionali indispensabili allo svolgimento dei compiti istituzionali del Ministero per i beni e le attività culturali sono stati ignorati, ed i suoi pubblici impegni sono stati disattesi - a titolo di esempio, quelli per le assunzioni di personale tecnico all'indomani dei crolli a Pompei, quelli per il finanziamento dello spettacolo assunti in occasione della Festa del cinema di Roma e nel corso di cerimonie alla presenza del Presidente della Repubblica;
a nulla sono valsi i crolli; gli appelli del Presidente della Repubblica e le reazioni del mondo;
dunque, il Ministro non è stato in grado di far valere la propria iniziativa presso il Presidente del Consiglio dei ministri, presso il Ministro dell'economia e delle finanze e in seno alla collegialità del Consiglio dei ministri, così non riuscendo ad arginare un irreparabile limite delle politiche pubbliche per la cultura in Italia, che la linea prevalente nel Governo tende a definire come un costo superfluo per le finanze pubbliche;
non solo, ad oggi, gli effetti del vuoto politico delle annunciate dimissioni del ministro Bondi, in polemica con la sua stessa maggioranza, aggravano ulteriormente la già catastrofica situazione lasciando il Ministero senza orientamento. Di più, il ritardo nella nomina del nuovo Ministro è un segnale che scoraggia;
sono amare e preoccupanti le parole dell'ex Presidente del Consiglio dei ministri superiore per i beni culturali il quale dichiara: "Ho riflettuto su questi dinieghi e sono giunto alla conclusione (...) che nella politica italiana hanno vinto (...) gli avversari della cultura e dei beni culturali tutelati dallo Stato che, non potendo abolire il Ministero (...), sono riusciti a deprivarlo di uomini e mezzi per neutralizzarlo";
è del tutto inaccettabile che al disinteresse totale si accompagni uno scientifico accanimento per annichilire, umiliare e mortificare un settore così vitale per il nostro sviluppo,
impegna il Governo:
a ripristinare i fondi del Ministero per i beni e le attività culturali progressivamente ridotti negli ultimi anni affinché siano ripristinate le condizioni per rispettare il dettato costituzionale di cui all'art. 9 e lo stesso Dicastero possa dotarsi dei necessari mezzi umani e strumentali ai fini di tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione, nell'ottica di una politica che consideri questi non in termini di spesa ma di investimento, di crescita, sviluppo e competitività del Paese e quale elemento essenziale dell'identità nazionale;
a dare impulso e tutelare il bene culturale, meta del turismo culturale, attraverso un'unitaria strategia di promozione nazionale e una cultura dell'accoglienza che sia motore di sviluppo economico del nostro Paese;
a riconsiderare la decisione del taglio dei finanziamenti, al fine di consentire la continuazione dell'attività ed il rilancio di una struttura culturale storicamente assai importante per il Paese, quale è appunto Cinecittà-Luce;
a riportare le risorse del Fondo unico dello spettacolo per il 2011 almeno al livello del 2008, ossia a circa 450 milioni di euro;
a riorganizzare risorse e incentivi volti a rilanciare l'intero settore cinematografico;
a rinnovare i contratti collettivi nazionali delle fondazioni lirico-sinfoniche e dei teatri di prosa e della produzione cinematografica;
ad aprire un tavolo ministeriale per accedere a tutti gli strumenti di protezione sociale (a partire dalle figure artistiche) e per attivare politiche di riemersione per i settori della produzione culturale e dello spettacolo per la tutela dei lavoratori stabili e precari del settore.
(1-00391)