D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Signor Presidente, signor Ministro, svolgiamo questa discussione in Aula sullo schema di decreto legislativo impropriamente definito con la formula federalismo municipale non per volontà del Governo e della maggioranza, né per un capriccio dell'opposizione, ma per rispetto di principi e criteri direttivi contenuti nella legge delega, che l'Unione di Centro non ha votato ma che intende rispettare, cioè quella che ha delegato il Governo a lavorare, insieme alla Commissione bicamerale per l'attuazione del federalismo fiscale, alla redazione dei decreti attuativi, o meglio dei decreti legislativi, in esercizio della delega conferita dal Parlamento.
Tutto ciò ha costretto il Governo a subire politicamente un fermo. Per quale ragione? Per la presunzione di ritenere che anche la legge che la maggioranza ha voluto dovesse essere interpretata in maniera muscolare, e non ancorata ad una procedura che non è solo formale, ma è anche sostanziale. Tale procedura, infatti, prevede il coinvolgimento di soggetti che compongono la Repubblica, come dice la Costituzione, nella fase di attuazione del federalismo fiscale, e nella Commissione bicamerale per l'attuazione del federalismo reale non vedo un organo tecnico, ma la camera di compensazione dal punto di vista politico di tutte le questioni che attengono ad una riforma che, per bocca del Governo, dovrebbe essere epocale.
Questo è quindi il contesto - non dimentichiamolo - nell'ambito del quale stiamo esaminando le comunicazioni del Governo su questo schema di decreto. Il contesto su cui ci muoviamo prende le mosse dal presupposto che la Commissione bicamerale - come incontrovertibilmente definito dal suo regolamento e dalla legge istitutiva - ha respinto la proposta della maggioranza e del Governo.
Tutto ciò, signor Presidente, ha una sua incidenza, e lo vorrei dire con assoluta chiarezza. Infatti, con questo decreto si stanno riscrivendo in maniera sostanziale - entrerò poi nel merito se giusta o sbagliata - i rapporti finanziari tra lo Stato ed il sistema dei Comuni e i rapporti finanziari tra lo Stato, i Comuni ed il cittadino contribuente. Pertanto, qualunque vizio del procedimento relativo all'adozione di questo schema di decreto potrebbe portare a ricorsi alla Corte costituzionale, alla caducazione del decreto stesso e allo scasso finale dei bilanci dei Comuni del nostro Paese.
Di questo bisogna tener conto. E di questo io credo che tutti noi dobbiamo farci carico perché proceduralmente, così come noi abbiamo avuto modo di dire anche in Commissione bicamerale, la via maestra sarebbe stata quella di riattivare il procedimento. Non si può pensare che la Commissione bicamerale sia un orpello che conviene quando è funzionale alle passeggiate mediatiche di qualcuno e, viceversa, quando nel merito pone una serie di questioni, e lo fa con assoluto senso di responsabilità e senza alcuna strumentalità, tutto questo non va bene. Non va bene, non conviene, e quindi è fuori da ogni discussione.
Parlo anche senza il Ministro. Non mi offendo. Non è un problema, signor Presidente.
PRESIDENTE. Il Ministro è presente.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Il Ministro conosce la mia opinione, Presidente. Quindi, può anche essere assentarsi, perché non mi offendo. Non volevo disturbare.
Questa preliminare osservazione sul metodo è fondamentale, anche per comprendere come potranno il Governo e questa maggioranza affrontare prove particolarmente complesse che riguardano, dalla nostra prospettiva e dal nostro punto di vista, almeno il 70 per cento della normativa relativa all'attuazione della legge n. 42 del 2009. Vorrei fare due conti per comprendere come la nostra posizione non sia assolutamente strumentale. È vero infatti che abbiamo votato contro la legge n. 42, e lo abbiamo fatto in maniera chiara, sollevando una serie di questioni, di metodo e di merito, soprattutto, che oggi vengono a galla. Emergono nella loro drammaticità, a tal punto che, a maggio, scadranno i 24 mesi per l'esercizio del potere normativo da parte del Governo, e siamo ancora al 30, forse 40 per cento del procedimento di attuazione del federalismo fiscale.
Abbiamo da fare altri quattro-cinque decreti legislativi, e tutto questo dovrebbe essere fatto in due mesi, quando non si è fatto in due anni. Ma non è un colpevole ritardo del Governo, non ne faccio carico al Governo: è la condizione economica del nostro Paese. È il sistema istituzionale del nostro Paese che rende oggettivamente complicato poter riscrivere una legge di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, senza incorrere in errori, in contraddizioni e, come avvenuto e avviene nel caso di questo decreto, in atti che sono anche più gravi dal punto di vista della sottrazione dell'autonomia ai Comuni di quanto non sia il sistema legislativo vigente. Questo è il tema di fondo.
Allora, la prima questione che abbiamo posto e poniamo con la nostra proposta di risoluzione è questa: come si fa a costruire, ancorché in maniera confusa, con sistemi che tentano di tenere insieme diverse posizioni di natura ideologica dal punto di vista fiscale, un sistema di autonomia fiscale ed impositiva dei Comuni nuovo quando, per espresso impegno della maggioranza e del Governo, preliminarmente doveva essere esaminata ed approvata la Carta delle autonomie, che riscrive le funzioni fondamentali di Comuni, Province e Regioni e, in particolar modo, di Comuni, Province ed enti locali? Questo è il punto di fondo.
Poiché la Costituzione prevede il principio dell'integrale finanziamento delle funzioni fondamentali dei Comuni, è altrettanto evidente che l'integralità del finanziamento parte dal presupposto che il legislatore fissi con chiarezza quali sono le competenze dei Comuni, e su quelle, e sulla specificità di quelle funzioni e di quelle competenze, ancora il sistema autonomo dal punto di vista impositivo o fiscale.
Tutto questo non c'è, perché la Carta delle autonomie dorme in Parlamento - credo qui in Senato - e questa è una condizione che rischia di far crollare il sistema che si vuole mettere in piedi. È evidente infatti che quando il sistema fiscale poggia su una definizione provvisoria e forfettaria delle funzioni fondamentali dei Comuni, si dà per presupposto o che non si voglia fare la riforma del sistema delle autonomie locali o che comunque esso dovrà essere cambiato quando cambierà il sistema di competenze e di funzioni delle autonomie locali.
La seconda questione, molto chiara, è stata espressa in più circostanze dal senatore Baldassarri e dagli onorevoli Lanzillotta e Galletti in Commissione bicamerale per il federalismo fiscale, e riguarda la circostanza che non si può immaginare di costruire un sistema che nella sua fase transitoria attribuisce al centro la maggior parte delle risorse, deresponsabilizzando i Comuni, per consentire una perequazione i cui criteri non sono peraltro noti e non si capisce quali siano, a tal punto che il Governo chiede di espungere dalla nostra proposta risoluzione proprio la parte che lo vincola a definire questi criteri.
Un sistema allora che parte per essere autonomo, decentrato e più libero dal punto di vista degli enti locali, diventa ancor più centralista in ragione del fatto che per poter far quadrare i conti degli enti locali nella fase transitoria, fino a quando non si arriva a regime, bisogna intervenire con questo fondo perequativo transitorio, le cui regole sono note forse a qualcuno, ma certamente non al Parlamento.
Aggiungo, signor Presidente, che non vorrei che i cittadini non residenti, le piccole e medie imprese, che sono l'oggetto del desiderio di questa riforma fiscale, vengano o debbano essere trattati dai sindaci come degli extracomunitari. Il sistema fiscale si poggia infatti su un'imposta municipale che colpisce le seconde case, sulla speranza di fare introiti sul piano della lotta all'evasione, perché ognuno dichiara o non dichiara se si tratta di prima o seconda casa, e così via: sono tutte cose bellissime, principi condivisibilissimi, ma noi in questa sede dobbiamo fare conti, calcoli e numeri, e non possiamo limitarci a dire che faremo, diremo e colpiremo.
Tale sistema si fonda inoltre sull'imposta di scopo, che è una patrimoniale, perché colpisce ovviamente il patrimonio di tutti per realizzare determinate opere pubbliche, sulla tassa di soggiorno, che riguarda i non residenti, e sulla circostanza che in questo contesto vengano colpite le attività commerciali ed imprenditoriali in misura superiore di quanto non avvenisse prima con la cosiddetta ICI. Tale sistema porta alla logica conclusione che, se autorizziamo anche i sindaci a rilasciare il permesso di soggiorno per i non residenti, probabilmente rendiamo coerente il sistema normativo di cui ci stiamo occupando.
Queste sono alcune delle ragioni che ci portano a confermare il nostro no di merito su questa vicenda, perché, così come noi abbiamo detto in quest'Aula, in sede di dichiarazione di voto sul federalismo fiscale, l'unica cosa certa di questa riforma è che i sindaci per far quadrare i bilanci dopo il decreto Tremonti dovranno utilizzare l'addizionale IRPEF, il sistema delle compartecipazioni e ampliare la pressione fiscale, cioè più tasse per tutti. (Applausi dal Gruppo PD).