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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 507 del 23/02/2011


PRESIDENTE. Passiamo alla votazione.

BRUNO (Misto-ApI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BRUNO (Misto-ApI). Signor Presidente, cinque minuti non saranno sufficienti per mettere in fila tutte le ragioni per le quali siamo contrari allo schema di decreto legislativo proposto. Tuttavia, proverò ad utilizzare il tempo a disposizione per argomentare almeno dieci no a questo provvedimento.

Primo "no": non si prevede affatto alcuna responsabilità fiscale degli amministratori nei confronti degli amministrati. Altro che raddrizzare alberi storti. La quota maggiore delle risorse per i Comuni arriverà da compartecipazioni e dal fondo perequativo (cioè da trasferimenti); la stessa IMU, cioè la principale tassa comunale, non riguarderà i residenti-elettori ma solo i non residenti e le imprese. La retorica federalista del principio di responsabilità come strada privilegiata per l'efficienza in questo testo è praticamente assente.

Secondo "no": in questa riforma non esiste alcuna semplificazione dell'amministrazione locale (aggregazione dei Comuni, riduzione dei livelli di governo, specificazione o specializzazione delle funzioni): semplicemente, verranno ridotti i servizi, senza migliorare né organizzazione né costi.

Terzo "no": il sistema proposto non assicura la copertura finanziaria del fabbisogno dei Comuni. L'addizionale IRPEF e le altre nuove tasse (di soggiorno, di scopo) non andranno a finanziare ulteriori servizi aggiuntivi, ma serviranno solo a coprire il fabbisogno ordinario.

Quarto "no": questo federalismo municipale aumenterà la pressione fiscale. Si sta tentando di realizzare una riforma non riducendo la spesa dello Stato e trasferendo, di rimando, quote di potere fiscale a Regioni e Comuni, ma, semplicemente, lasciando ai Comuni licenza di imporre nuove tasse per compensare i pesanti tagli già effettuati da questo Governo al sistema delle autonomie locali.

Quinto "no": questo federalismo colpisce le imprese con la stangata dell'IMU. Rispetto all'attuale ICI, l'imposta applicata agli immobili destinati alla produzione sarà quanto meno raddoppiata.

Sesto "no": questo meccanismo della cedolare secca non combatte affatto l'evasione, perché non innesta alcun contrasto di interesse tra proprietario e locatario.

Settimo "no": è profondamente iniquo proporre una riduzione del 20 per cento per i proprietari senza prevedere significative agevolazioni fiscali per gli inquilini. Altro che sostegno alle famiglie più bisognose!

Ottavo "no": il complesso della redistribuzione fiscale contenuta in questo decreto va in una direzione precisa: quella di più tasse per famiglie e imprese, meno tasse sulle rendite.

Nono "no": il meccanismo di riequilibrio o di perequazione previsto presenta una preoccupante ed incerta definizione della copertura finanziaria. Resta, dunque, particolarmente oscuro come si realizzerà la perequazione.

Decimo "no": il testo in esame è evidentemente esposto ad un giudizio di incostituzionalità e rischia di generare correlate incertezze e precarietà nell'intero sistema della finanza locale. Non mi voglio abbandonare a tecnicismi; tuttavia ricordo che la procedura prevista per l'emanazione dei decreti delegati attuativi del federalismo fiscale costituisce criterio direttivo della delega stessa. Il rispetto di quella procedura è quindi condizione della legittimità costituzionale dei decreti. In questo caso, invece, siamo davanti ad una palese violazione della legge, che ignora persino il richiamo del Presidente della Repubblica in merito alla necessità che questa riforma sia attuata con il massimo della condivisione e del coinvolgimento del Parlamento e del sistema delle autonomie.

Io, onestamente, non sono mai stato particolarmente convinto da questo federalismo all'italiana. Continuo a pensare che sia viziato nella sua genesi. Nonostante le parole del Ministro, e forse anche oltre la sua stessa volontà, questo federalismo nasce dal tentativo di separare il Paese. Credo che tutto ciò sia profondamente sbagliato. L'Italia unita riesce a stento a mantenere un ruolo nel mondo globalizzato. S'illude chi pensa che il Nord d'Italia da solo sia più forte, più competitivo, più sicuro, più stabile. Purtroppo, questo tipo di federalismo, di cui il provvedimento in esame è un tassello importante, è diventato sempre più una bandiera politica.

Per tutte queste ragioni, il voto di Alleanza per l'Italia sulle diverse risoluzioni presentate sarà consequenziale agli argomenti appena esposti.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, do il benvenuto nell'Aula del Senato al senatore Monaco: sono molto lieto che sia presente e gli auguro, a nome di tutti i senatori, buon lavoro per la sua attività. (Applausi).

Invito i senatori che stanno colloquiando ad uscire dall'Aula per consentire ai colleghi di svolgere tranquillamente la propria dichiarazione di voto. Dobbiamo poter ascoltare chi fa la dichiarazioni di voto.

BELISARIO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BELISARIO (IdV). Signor Presidente, signor Ministro per la semplificazione normativa, onorevoli colleghi, il Gruppo Italia dei Valori ha sempre creduto, e crede ancora, in un'articolazione diversa delle autonomie, ed è a favore di un federalismo, di un decentramento autonomistico delle responsabilità, vale a dire di un decentramento che lascia cogliere negli amministratori, per un verso, e negli amministrati, dall'altro, l'essenza vera di un'amministrazione pubblica vicina ai cittadini.

È peraltro vero che ci troviamo a discutere in un'Aula del Parlamento, e dobbiamo rendere grazie al Presidente della Repubblica per aver evitato un colpo di mano del Governo, che aveva approvato un decreto legislativo senza averne i poteri. Siamo tornati quindi a discutere, ad approfondire e a ragionare sugli errori che - a nostro avviso - sono contenuti nel testo del provvedimento.

Noi riteniamo che il decreto legislativo in esame sconfessi la legge 5 maggio 2009, n. 42, almeno sotto tre profili. Innanzitutto, è la negazione della maggiore responsabilizzazione economico-gestionale degli amministratori locali, perché l'autonomia impositiva riservata ai Comuni per tassare le seconde case dei non residenti, oltre che il soggiorno, come ha fatto ben osservare ieri il collega del mio Gruppo, senatore Mascitelli, è in spregio all'adagio «vedo, pago, voto». Infatti, le nuove imposte vengono pagate da quei soggetti che non sono in grado di scegliere e di esprimere un voto dopo aver capito come vengono utilizzate le nuove entrate.

Inoltre, continuiamo a discutere di cosiddetto federalismo fiscale, ma ancora - lo sappiamo bene tutti - non abbiamo la definizione dei fabbisogni standard; ci stiamo cioè arrampicando sugli specchi, perché evidentemente bisogna pagare pegno ad una forza politica che ha fatto del federalismo - non importa se poi tutto il resto dell'azione di governo se ne sta andando a pallino - una bandiera da vendere, magari contro Roma ladrona (anche se il Pio Albergo Trivulzio si trova a Milano, e qualche esponente della Lega è coinvolto anche a Roma nel problema delle case dell'Enasarco). Non bisogna quindi predicare bene e razzolare male: bisogna avere uno sguardo complessivo, e noi dell'Italia dei Valori ci abbiamo provato, intervenendo più volte sul testo, cercando di migliorarlo.

Vi è poi, a nostro avviso, la grande questione dei numeri, l'impatto finanziario della riforma sui conti dello Stato. Noi riteniamo che non solo non risparmieremo, ma, come diceva ieri il procuratore generale della Corte dei conti, è verosimile che il sistema corruttivo e, più in generale, il sistema dell'aumento della spesa pubblica possa trovare la sua esaltazione proprio in un federalismo che parta senza la definizione dei costi, senza la definizione dei numeri, come noi abbiamo sottolineato.

Riteniamo inoltre che siano state introdotte delle nuove imposte, in questo violando la legge n. 42 del 2009. Per dirla tutta (poi entrerò nel merito), l'imposta di soggiorno è stata creata, senza che ve ne sia traccia nella legge delega, e interviene in un settore particolarmente depresso che cerca di far fronte alla concorrenza degli analoghi settori delle altre Nazioni: noi riteniamo pertanto che avrà un impatto depressivo. Ben altro bisognava fare, a cominciare da una riduzione dell'IVA sugli alberghi per riportarla ad una tassazione del 4 per cento, come avviene in altri Paesi dell'Unione europea.

Ecco perché noi riteniamo che si determini un aumento della pressione fiscale; abbiamo provato ad inserire, come cartina di tornasole, un emendamento che recitava: «Il presente decreto non reca aumenti della pressione fiscale». Questo emendamento è stato modificato, argutamente e maliziosamente, nel senso che, al termine dell'attuazione di tutti i decreti legislativi, la pressione fiscale rimarrà invariata: quindi, nell'anno di mai, nel mese di poi, nel giorno sconosciuto, noi non conosceremo i numeri che abbiamo richiesto.

Noi abbiamo provato a modificare il decreto legislativo, considerando il federalismo come un minimo comune denominatore per unire il Paese, non per dividerlo. Noi riteniamo invece che - come d'altra parte, in mancanza di numeri certi, le proiezioni che abbiamo letto da osservatori indipendenti ci confermano - molti Comuni, la gran parte nel Mezzogiorno, avranno una perdita secca pro capite, tale da mettere davvero in condizioni, se non di dissesto, certamente di grave difficoltà il mantenimento dei servizi essenziali.

Riteniamo anche che la cedolare secca che viene introdotta sugli affitti sia fortemente viziata di incostituzionalità, considerando che l'articolo 53 della Costituzione parla di una imposizione progressiva. Noi cosa facciamo invece? La scorporiamo dall'IRPEF, la tassiamo in maniera diversa e, quindi, in maniera proporzionale e non progressiva, favorendo i redditi alti e deprimendo, o quanto meno non avvantaggiando, i redditi più bassi.

Eravamo e siamo convinti che vi fosse la possibilità di migliorare il decreto, e abbiamo provato a farlo, perché come Italia dei Valori riteniamo che i Comuni debbano avere la possibilità di essere indipendenti e di autodeterminarsi, di riuscire a mettere davvero in condizione gli elettori di effettuare una scelta appropriata, puntuale e positiva. Invece, ci troviamo di fronte ad affermazioni di principio.

I Comuni, che in un primo momento erano lieti di poter chiudere i bilanci, si rendono conto che dovranno aumentare l'imposizione per mantenere i servizi.

Ecco perché abbiamo presentato un parere alternativo a quello proposto dal Governo, perché riteniamo che in maniera siffatta il decreto aumenterà la sperequazione sul territorio, la tassazione dei cittadini e non contribuirà ad una articolazione del territorio che sia davvero al servizio della gente. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Signor Presidente, signor Ministro, svolgiamo questa discussione in Aula sullo schema di decreto legislativo impropriamente definito con la formula federalismo municipale non per volontà del Governo e della maggioranza, né per un capriccio dell'opposizione, ma per rispetto di principi e criteri direttivi contenuti nella legge delega, che l'Unione di Centro non ha votato ma che intende rispettare, cioè quella che ha delegato il Governo a lavorare, insieme alla Commissione bicamerale per l'attuazione del federalismo fiscale, alla redazione dei decreti attuativi, o meglio dei decreti legislativi, in esercizio della delega conferita dal Parlamento.

Tutto ciò ha costretto il Governo a subire politicamente un fermo. Per quale ragione? Per la presunzione di ritenere che anche la legge che la maggioranza ha voluto dovesse essere interpretata in maniera muscolare, e non ancorata ad una procedura che non è solo formale, ma è anche sostanziale. Tale procedura, infatti, prevede il coinvolgimento di soggetti che compongono la Repubblica, come dice la Costituzione, nella fase di attuazione del federalismo fiscale, e nella Commissione bicamerale per l'attuazione del federalismo reale non vedo un organo tecnico, ma la camera di compensazione dal punto di vista politico di tutte le questioni che attengono ad una riforma che, per bocca del Governo, dovrebbe essere epocale.

Questo è quindi il contesto - non dimentichiamolo - nell'ambito del quale stiamo esaminando le comunicazioni del Governo su questo schema di decreto. Il contesto su cui ci muoviamo prende le mosse dal presupposto che la Commissione bicamerale - come incontrovertibilmente definito dal suo regolamento e dalla legge istitutiva - ha respinto la proposta della maggioranza e del Governo.

Tutto ciò, signor Presidente, ha una sua incidenza, e lo vorrei dire con assoluta chiarezza. Infatti, con questo decreto si stanno riscrivendo in maniera sostanziale - entrerò poi nel merito se giusta o sbagliata - i rapporti finanziari tra lo Stato ed il sistema dei Comuni e i rapporti finanziari tra lo Stato, i Comuni ed il cittadino contribuente. Pertanto, qualunque vizio del procedimento relativo all'adozione di questo schema di decreto potrebbe portare a ricorsi alla Corte costituzionale, alla caducazione del decreto stesso e allo scasso finale dei bilanci dei Comuni del nostro Paese.

Di questo bisogna tener conto. E di questo io credo che tutti noi dobbiamo farci carico perché proceduralmente, così come noi abbiamo avuto modo di dire anche in Commissione bicamerale, la via maestra sarebbe stata quella di riattivare il procedimento. Non si può pensare che la Commissione bicamerale sia un orpello che conviene quando è funzionale alle passeggiate mediatiche di qualcuno e, viceversa, quando nel merito pone una serie di questioni, e lo fa con assoluto senso di responsabilità e senza alcuna strumentalità, tutto questo non va bene. Non va bene, non conviene, e quindi è fuori da ogni discussione.

Parlo anche senza il Ministro. Non mi offendo. Non è un problema, signor Presidente.

PRESIDENTE. Il Ministro è presente.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Il Ministro conosce la mia opinione, Presidente. Quindi, può anche essere assentarsi, perché non mi offendo. Non volevo disturbare.

Questa preliminare osservazione sul metodo è fondamentale, anche per comprendere come potranno il Governo e questa maggioranza affrontare prove particolarmente complesse che riguardano, dalla nostra prospettiva e dal nostro punto di vista, almeno il 70 per cento della normativa relativa all'attuazione della legge n. 42 del 2009. Vorrei fare due conti per comprendere come la nostra posizione non sia assolutamente strumentale. È vero infatti che abbiamo votato contro la legge n. 42, e lo abbiamo fatto in maniera chiara, sollevando una serie di questioni, di metodo e di merito, soprattutto, che oggi vengono a galla. Emergono nella loro drammaticità, a tal punto che, a maggio, scadranno i 24 mesi per l'esercizio del potere normativo da parte del Governo, e siamo ancora al 30, forse 40 per cento del procedimento di attuazione del federalismo fiscale.

Abbiamo da fare altri quattro-cinque decreti legislativi, e tutto questo dovrebbe essere fatto in due mesi, quando non si è fatto in due anni. Ma non è un colpevole ritardo del Governo, non ne faccio carico al Governo: è la condizione economica del nostro Paese. È il sistema istituzionale del nostro Paese che rende oggettivamente complicato poter riscrivere una legge di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, senza incorrere in errori, in contraddizioni e, come avvenuto e avviene nel caso di questo decreto, in atti che sono anche più gravi dal punto di vista della sottrazione dell'autonomia ai Comuni di quanto non sia il sistema legislativo vigente. Questo è il tema di fondo.

Allora, la prima questione che abbiamo posto e poniamo con la nostra proposta di risoluzione è questa: come si fa a costruire, ancorché in maniera confusa, con sistemi che tentano di tenere insieme diverse posizioni di natura ideologica dal punto di vista fiscale, un sistema di autonomia fiscale ed impositiva dei Comuni nuovo quando, per espresso impegno della maggioranza e del Governo, preliminarmente doveva essere esaminata ed approvata la Carta delle autonomie, che riscrive le funzioni fondamentali di Comuni, Province e Regioni e, in particolar modo, di Comuni, Province ed enti locali? Questo è il punto di fondo.

Poiché la Costituzione prevede il principio dell'integrale finanziamento delle funzioni fondamentali dei Comuni, è altrettanto evidente che l'integralità del finanziamento parte dal presupposto che il legislatore fissi con chiarezza quali sono le competenze dei Comuni, e su quelle, e sulla specificità di quelle funzioni e di quelle competenze, ancora il sistema autonomo dal punto di vista impositivo o fiscale.

Tutto questo non c'è, perché la Carta delle autonomie dorme in Parlamento - credo qui in Senato - e questa è una condizione che rischia di far crollare il sistema che si vuole mettere in piedi. È evidente infatti che quando il sistema fiscale poggia su una definizione provvisoria e forfettaria delle funzioni fondamentali dei Comuni, si dà per presupposto o che non si voglia fare la riforma del sistema delle autonomie locali o che comunque esso dovrà essere cambiato quando cambierà il sistema di competenze e di funzioni delle autonomie locali.

La seconda questione, molto chiara, è stata espressa in più circostanze dal senatore Baldassarri e dagli onorevoli Lanzillotta e Galletti in Commissione bicamerale per il federalismo fiscale, e riguarda la circostanza che non si può immaginare di costruire un sistema che nella sua fase transitoria attribuisce al centro la maggior parte delle risorse, deresponsabilizzando i Comuni, per consentire una perequazione i cui criteri non sono peraltro noti e non si capisce quali siano, a tal punto che il Governo chiede di espungere dalla nostra proposta risoluzione proprio la parte che lo vincola a definire questi criteri.

Un sistema allora che parte per essere autonomo, decentrato e più libero dal punto di vista degli enti locali, diventa ancor più centralista in ragione del fatto che per poter far quadrare i conti degli enti locali nella fase transitoria, fino a quando non si arriva a regime, bisogna intervenire con questo fondo perequativo transitorio, le cui regole sono note forse a qualcuno, ma certamente non al Parlamento.

Aggiungo, signor Presidente, che non vorrei che i cittadini non residenti, le piccole e medie imprese, che sono l'oggetto del desiderio di questa riforma fiscale, vengano o debbano essere trattati dai sindaci come degli extracomunitari. Il sistema fiscale si poggia infatti su un'imposta municipale che colpisce le seconde case, sulla speranza di fare introiti sul piano della lotta all'evasione, perché ognuno dichiara o non dichiara se si tratta di prima o seconda casa, e così via: sono tutte cose bellissime, principi condivisibilissimi, ma noi in questa sede dobbiamo fare conti, calcoli e numeri, e non possiamo limitarci a dire che faremo, diremo e colpiremo.

Tale sistema si fonda inoltre sull'imposta di scopo, che è una patrimoniale, perché colpisce ovviamente il patrimonio di tutti per realizzare determinate opere pubbliche, sulla tassa di soggiorno, che riguarda i non residenti, e sulla circostanza che in questo contesto vengano colpite le attività commerciali ed imprenditoriali in misura superiore di quanto non avvenisse prima con la cosiddetta ICI. Tale sistema porta alla logica conclusione che, se autorizziamo anche i sindaci a rilasciare il permesso di soggiorno per i non residenti, probabilmente rendiamo coerente il sistema normativo di cui ci stiamo occupando.

Queste sono alcune delle ragioni che ci portano a confermare il nostro no di merito su questa vicenda, perché, così come noi abbiamo detto in quest'Aula, in sede di dichiarazione di voto sul federalismo fiscale, l'unica cosa certa di questa riforma è che i sindaci per far quadrare i bilanci dopo il decreto Tremonti dovranno utilizzare l'addizionale IRPEF, il sistema delle compartecipazioni e ampliare la pressione fiscale, cioè più tasse per tutti. (Applausi dal Gruppo PD).