come analizza un articolo de "la Repubblica" del 22 febbraio 2011 l'Italia «rischia di pagare un conto salatissimo alla crisi libica. Il primo scossone è arrivato ieri da Piazza Affari (crollata del 3,59%, con l'oro decollato oltre i 1.400 dollari l'oncia e il petrolio schizzato ai massimi dal 2008), dove le aziende tricolori più attive nel paese africano - Eni, Unicredit, Finmeccanica e Impregilo - hanno bruciato da sole 6 miliardi del loro valore»;
da "La Stampa" del 21 febbraio si apprende che «Decisamente male si è comportata del resto anche Unicredit che non ha attività locali dirette ma vede i libici primi azionisti con oltre il 7,5% del capitale. Il titolo della banca ha perso il 5,75%, scendendo a 1,86 euro, ma i vertici di Piazza Cordusio non sembrano troppo allarmati»;
secondo l'articolo citato da "la Repubblica" l'Italia «complice l'asse di ferro Berlusconi-Gheddafi - è il primo partner commerciale del Colonnello. È a rischio il fiume di greggio (un quarto del nostro fabbisogno) che scorre ogni giorno daTripoli a Roma. Sono in bilico commesse e investimenti italiani per una quarantina di miliardi. Molti decollati tre anni fa, quando il Cavaliere ha firmato il "patto d'amicizia" bilaterale regalando al leader dalle Jamahiriya un assegno da 5 miliardi in 20 anni (più la Venere di Cirene) per chiudere le ferite del colonialismo»;
l'articolo continua spiegando che il "nodo energetico" rappresenta «il capitolo più delicato. La Libia è il primo fornitore di petrolio dell'Italia: Tripoli garantisce il 23,3% del nostro fabbisogno di greggio (ogni giorno ce ne "spedisce" 50mila tonnellate)»;
inoltre Gheddafi ha in mano il gasdotto che collega la Libia con l'Italia controlla da cui passa «il 12% del gas consumato nel Belpaese, dopo che qualche mese fa - per ridurre i propri debiti - l'Eni ha girato alla libica National Oil Corporation una quota e la gestione del gasdotto Greenstream che collega la costa africana a Gela (Sicilia). Spostare le fonti di approvvigionamento - dicono gli esperti - è complesso in situazioni di normalità. Oggi, con il Medio Oriente in fiamme e il Canale di Suez nell'occhio del ciclone, l'addio al petrolio di Gheddafi rischia di trasformarsi in una Caporetto per l'economia italiana. Anche perché gli altri nostri fornitori di fiducia - Russia (14,8%), Iran (13,8%) e Azerbaijan (13,1%) non brillano per stabilità politica. (...) L'Eni, come ovvio, è l'azienda italiana più esposta.» Nel 2009 la produzione di idrocarburi in quota Eni in Libia è stata di 244 mila barili di olio equivalente al giorno, pari al 13% circa dell'intera produzione del gruppo. «Il numero uno Paolo Scaroni, forte del feeling Berlusconi-Gheddafi, ha ottenuto l'anno scorso un allungamento di 25 anni delle concessioni in loco in cambio di 28 milioni di dollari di investimenti in 25 anni, tra cui diversi progetti di edilizia sociale»;
si legge ancora che Finmeccanica «ha appena aperto un impianto per l'assemblaggio di elicotteri Agusta e ha incassato commesse per 1.750 milioni per rifarei sistemi di segnalamento ferroviario nel paese e 300 destinati a sistemi per il controllo dei confini meridionali della Libia in chiave anti-immigrazione. Un miliardo di appalti ha pure Impregilo, cui è stata affidata la costruzione di tre centri universitari. L'Istituto per il commercio estero stima in 130 aziende e 600 dipendenti la presenza italiana in Libia. Sirti sta posando 7mila km. di cavi (valore 68 milioni), Trevi segue grandi progetti nel cuore di Tripoli, alcune imprese lavorano al terminal container nel porto di Tripoli. "Commesse per diverse centinaia di milioni", dice l'Ice, sono state assegnate a Friulana Bitumi e Pontello» & Vannucchi nel campo delle infrastrutture. «Un altro grande business (potenziale) a rischio è l'"autostrada dell'amicizia": 1.700 km di asfalto lungo la costa tra Tunisia ed Egitto finanziati da Roma - quasi 3 miliardi la spesa prevista - la cui costruzione doveva essere affidata a realtà italiane. (...) Un'altra grande incognita è il destino degli investimenti finanziari libici in Italia. Dopo l'operazione Fiat negli anni '70, Tripoli è tornata a investire in Italia i suoi petrodollari con la benedizione di Berlusconi. I fondi di Gheddafi, forti di 100 miliardi di liquidità, sono i primi soci con il 7% di Unicredit, controllano il 2% di Finmeccanica e della Fiat, il 7,5% della Juventus, il 21,7% della Olcese (tessile) e il 14,8% della Retelit. Secondo l'Ice, la Gheddafi Spa era pronta a investire in Mediobanca («fino a 500 milioni»), in Telecom, Impregilo e Generali»;
considerato che:
si apprende dalla lettura di un articolo pubblicato su "Il Tempo" il 23 febbraio che ieri 22 febbraio «proprio nel momento più delicato delle contrattazioni con la crisi libica che metteva in fibrillazione i titoli delle società più esposte con Tripoli», si è registrato un blocco di sei ore. «Piazza Affari ha vissuto ieri una giornata di passione con un guasto tecnico che di fatto ha azzerato il fuso orario tra Milano e New York, facendo aprire in contemporanea le due borse, con la piazza italiana in ritardo di 6 ore e mezza. La seduta in Italia si è così ristretta a solo un paio d'ore ore con il blocco di tutti i mercati, dalle azioni ai titoli di stato. L'Adusbef, l'associazione dei consumatori ha insinuato il sospetto che il guasto sia stato provvidenziale giacché da una parte ha permesso agli investitori di ragionare più lucidamente su quanto sta succedendo nel nord Africa, e sugli effetti che ci potranno essere su titoli come Unicredit, Impregilo ed Eni, dall'altra ha impedito loro di muoversi dopo la pessima seduta di lunedì. Sospetti subito smentiti dall'ad di Borsa Italiana, Raffaele Jerusalmi: "c'è stato un guasto sulla piattaforma come accade per i pc: poco più di un mese fa è successo a Euronext, poi è capitato anche a quella di New York. Qualsiasi altra fantasia non ha nessuna attinenza". Ma a Piazza Affari quello di ieri è l'ultimo e il più eclatante di una serie di disagi dall'introduzione del sistema telematico. Lo scorso 3 gennaio si verificò un errore nel calcolo dell'indice Ftse Mib, che per due ore non è stato comunicato, mentre il mercato funzionava regolarmente; il 7 maggio un blocco che ha comportato la sospensione della seduta tra le 15.45 e le 17. Ieri è subito intervenuta la Consob che, in una lettera a Jerusalmi ha chiesto "chiarimenti". La Commissione ha poi invitato la Borsa a "predisporre i necessari meccanismi affinché non si ripetano episodi del genere". Borsa Italiana ha risposto di essere "già impegnata attivamente per impedire il ripetersi di tale situazione",
si chiede di sapere:
se al Governo risulti quali siano stati i guasti tecnici che hanno bloccato per oltre sei ore la contrattazione in Piazza Affari, procurando danni agli investitori che volevano negoziare i propri titoli, e se questi non abbiano coinciso con gli interessi delle società quotate esposte con la Libia, come Unicredit, Impregilo e Finmeccanica, che il giorno precedente avevano subito un crollo delle quotazioni;
se sia a conoscenza di quale sia la ragione per cui il signor Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato della Borsa italiana, abbia affermato che ci sia stato un guasto sulla piattaforma come accade per i personal computer, definendo di fantasia qualsiasi altra interpretazione come quella avanzata dall'Adusbef, sulla strana coincidenza del blocco in concomitanza con la crisi libica, senza fornire i dettagli sui guasti stessi, e se Borsa italiana non subisca l'influenza di banche e grandi gruppi quotati in Piazza Affari;
se risponda al vero che il sistema informatico di Piazza Affari sembri "fare acqua" da tutte le parti, considerato che quello del 22 febbraio 2011 è solo l'ultimo e il più eclatante di una serie di disagi dall'introduzione del sistema telematico;
quali misure urgenti si intendano attivare al fine di evitare che i dittatori sanguinari, come Gheddafi, il quale ha ordinato i bombardamenti della popolazione civile che protesta nel Nord Africa contagiata dalla guerra del pane, a giudizio dell'interrogante scatenata dai banchieri speculatori non adeguatamente contrastati dalle banche centrali come la Banca di Italia, Fed e BCE, che con le scommesse di azzardo sui derivati e le materie prime hanno prodotto un aumento sconsiderato dei prezzi dei beni alimentari, possano essere accolti in Italia con tutti gli onori, così come gli investimenti nelle grandi aziende patrimonio del Paese, secondo il principio pecunia non olet;
quali misure di competenza intenda intraprendere per salvaguardare i diritti delle imprese indotte ad investire in Libia, in virtù di un accordo sottoscritto dal Governo con il dittatore libico che impegna ben 5 miliardi di dollari, mentre al contrario gli italiani cacciati dalla Libia non vengono affatto ristorati;
quali siano le esposizioni del sistema bancario italiano verso la Libia, posto che solo banca Unicredit, in deroga ai principi diritti di voto ed ai regolamenti della Consob, a quanto risulta all'interrogante ha nel proprio capitale quote azionarie pari al 7,5 per cento circa e se ritenga che la decisione dei manager di banca Unicredit di istituire una banca italo-libica non abbia costituito un azzardo;
se non intenda denunciare il Trattato Italia- Libia firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 che impegna 5 miliardi di dollari per risarcire un dittatore.
(4-04620)