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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 506 del 22/02/2011


MASCITELLI (IdV). Agli studenti in tribuna va anche il saluto dell'Italia dei Valori.

Dicevo che ci ha regalato, signor Ministro, anche con questo decreto, una nuova scatola vuota dove l'indeterminatezza dei contenuti e delle cifre dell'impatto finanziario ha, di fatto, prodotto una regressione rispetto alle finalità della stessa legge delega nella quale, come lei sa, noi dell'Italia dei Valori abbiamo votato favorevolmente.

Il primo problema è l'ambiguità del decreto: dice poco su quello che avverrà da qui al 2014, e poco più di nulla su quello che succederà dal 2014 in poi.

Nella formulazione dei decreti precedenti, che sono, come lei sa, signor Ministro, cosa ben diversa dalla loro attuazione, da un lato viene rinviata la definizione dei fabbisogni standard agli studi successivi della SOSE e dall'altro - cosa per noi abbastanza grave - si opera nella totale ignoranza del fatto che i costi standard sono il vero parametro di riferimento per la determinazione delle risorse, per il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni e per il fondo della perequazione.

Il decreto che discutiamo oggi aggrava ulteriormente questa impostazione, legando le risorse dei Comuni al gettito di un insieme di imposte. In sostanza, si rivela per quello che non doveva assolutamente essere: un riaggiustamento di un sistema di decentramento fiscale, che altro non è che un modesto riassetto fiscale. In sostanza, si cambia nome all'ICI, che viene ribattezzata IMU, si patrimonializza nell'IMU l'IRPEF sui redditi degli immobili non locati, si crea una compartecipazione sulla tassazione erariale dei trasferimenti immobiliari, si introduce, con la cedolare secca, un'imposta sostitutiva dell'IRPEF sugli affitti. Di fatto questa presunta riforma si esaurisce in uno spostamento del carico fiscale - diciamolo sino in fondo - dai proprietari di case, quelle date in locazione, alle imprese e ai lavoratori autonomi. E

l'unica cosa veramente importante per ricreare un rapporto stretto di responsabilità tra amministratori e cittadini (come ha ricordato il Ministro nella sua relazione), che per noi è il fatto di riportare a tassazione la proprietà della prima casa, non si è avuto il coraggio di affrontarla.

Allora, restano del tutto irrisolti alcuni nodi di fondo. Ne cito due: la limitata autonomia riconosciuta ai Comuni, con la riduzione di fatto (e lo vedremo) delle risorse complessive; l'assenza di una regolamentazione certa e coordinata del sistema perequativo dei Comuni, perché restano del tutto indeterminati gli effetti redistributivi del nuovo finanziamento municipale, non solo tra tipologie di Comuni (i cosiddetti Comuni virtuosi e quelli che, a giudizio della Lega Nord, non lo sono), ma tra territori diversi e quindi ancora di più tra Nord e Sud.

Andiamo per ordine ed entriamo nel merito di alcune questioni che, a nostro giudizio, hanno una ricaduta nulla, se non addirittura negativa, sulle politiche concrete. Gli spazi di autonomia tributaria dei Comuni rimangono quasi nulli (intendiamoci su tale aspetto prima di andare avanti), perché fino al 2013 non avranno alcuna autonomia decisionale sulle aliquote dei tributi loro assegnati con l'unica eccezione della tassa dei rifiuti e dell'addizionale IRPEF; peraltro, quest'ultima vale solo però per una parte dei Comuni (quelli che la Lega Nord definisce virtuosi) e in misura limitata. Poiché viene confermato il taglio dei trasferimenti agli enti locali (in contrasto con l'impegno assunto nel decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, di non tenere conto di quei tagli in sede di attuazione del federalismo fiscale), molti Comuni saranno costretti ad aumentare le addizionali IRPEF per recuperare almeno parte delle minori entrate.

Questa non è una denuncia di parte. È significativo che il Servizio del bilancio del Senato, al quale notoriamente tutti riconosciamo terzietà e competenza, scriva: «Nello specifico della problematica del coinvolgimento delle autonomie territoriali nella programmazione economico-finanziaria, si sottolinea una certa vaghezza della formulazione normativa che non specifica secondo quali modalità si concorra alla definizione degli obiettivi programmatici relativi a ciascun comparto». Noi parliamo molto più semplicemente di vuoto di contenuti e di normative.

Dal 2014 in poi, il principale tributo proprio dei Comuni verrà pagato prevalentemente da soggetti non residenti, accentuando ancora di più la contraddizione aperta dall'abolizione dell'ICI sulla prima casa. Tale scelta va in senso contrario e deresponsabilizza gli amministratori locali negando il principio basilare del federalismo fiscale «vedo, pago, voto», che voi del Governo più volte avete richiamato. Ancora, il federalismo municipale, così come proposto, comporterà più tasse per le attività produttive per via dell'aliquota IMU superiore a quella ICI, e più tasse per i redditi da lavoro e da pensione per effetto dello sblocco parziale delle addizionali IRPEF, mentre sarà notevolmente ridotta l'imposizione sui proprietari di immobili locati grazie all'introduzione della cedolare secca sugli affitti.

Quest'ultima non solo non ha nulla a che vedere con una riforma in senso federalista della finanza comunale, ma - sottolineiamolo chiaramente - comporta almeno due problemi. Il primo riguarda la perdita di gettito derivante dallo sconto fiscale riconosciuto ai contribuenti e che difficilmente sarà compensata, in termini di neutralità finanziaria, dall'ipotesi di un consistente recupero di evasione fiscale o dal forte rafforzamento delle sanzioni. Ci muoviamo, infatti, ad un livello virtuale.

Il secondo problema della cedolare secca è rappresentato dal fatto che è quanto meno discutibile che il Governo voglia destinare risorse così rilevanti alla riduzione dell'imposizione fiscale sui proprietari di immobili, con benefici, al contrario, del tutto teorici a favore degli inquilini; in realtà questi ultimi sono completamente penalizzati. Si tratta del 20 per cento delle famiglie italiane, di cui oltre il 30 per cento è a rischio di povertà.

L'altra grande questione che abbiamo sollevato nel nostro lavoro in Commissione riguarda le modalità di alimentazione e di riparto del fondo sperimentale di riequilibrio, tutte da definire, a parte la quota del 30 per cento da distribuire in base al numero dei residenti; per il resto non è chiaro se e in che misura la perequazione avverrà in base ai fabbisogni standard o alla capacità fiscale degli enti. Cosa succede al fondo di riequilibrio e alla perequazione tra i Comuni? Non lo sappiamo perché il decreto non lo dice.

Come si fa poi a calcolare esattamente quanta parte del gettito IMU di un Comune deve tornare al fondo perequativo? Chi e in che modo lo decide? Non lo sappiamo perché il decreto questo non lo dice. E se poi i tributi confluiti nell'IMU finiscono interamente nelle casse comunali, i Comuni che presentano ricchezza immobiliare nelle seconde case, avranno oggettivamente (questo è un dato di fatto) un sistema che li avvantaggerà rispetto agli altri territori.

L'atto del Governo n. 292 è per noi un esempio di come l'Esecutivo stia procedendo nell'attuazione del federalismo fiscale. Quella che domina è soltanto (diciamo la verità sino in fondo) la preoccupazione della Lega di portare a casa un risultato spendibile sul piano elettorale e non quella di costruire un sistema di stabili relazioni finanziarie tra i diversi livelli di governo.

Signor Ministro, se mi consente, per la stima e la simpatia che le portiamo, le consigliamo di leggere un buon testo, un testo del professor Gianfranco Viesti, il quale usa una espressione che per noi vale come raccomandazione che rivolgiamo al Governo. A proposito del federalismo dice: «La chiave del successo non sta, oggi, nella diversa ripartizione del gettito,» - che è quello, io aggiungo, che state facendo - «ma domani negli effetti virtuosi che deve produrre». Noi di questi effetti non vediamo nessuna traccia. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gustavino. Ne ha facoltà.