*VITALI (PD). Signor Presidente, signor Ministro, colleghe e colleghi, va innanzitutto ricordato che se ora siamo qui, per discutere la comunicazione del Governo sul decreto in materia di fisco municipale, ciò lo si deve al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al suo rigore istituzionale. Se fosse stato per il Governo, infatti, il decreto sul quale l'apposita Commissione parlamentare il 3 febbraio scorso ha respinto il parere favorevole, sarebbe già legge.
Da parte nostra, che abbiamo votato contro il parere in Commissione, che nel corso della discussione abbiamo presentato precise proposte alternative come hanno fatto anche le altre opposizioni, ci saremmo aspettati che il Governo cogliesse l'occasione per cambiare il testo e per accogliere almeno parte delle osservazioni emerse nella discussione, le quali sono state fatte proprie anche da un largo schieramento di opinione pubblica. Che queste osservazioni siano fondate me lo fa credere il carattere insolitamente difensivo dell'intervento che abbiamo ascoltato or ora in quest'Aula da parte del ministro Calderoli.
C'è infatti qualcosa di molto serio che ci preoccupa e che dovrebbe preoccupare il Governo almeno quanto noi. A causa principalmente di questo decreto, ma in verità anche per l'attuazione parziale e spesso distorta che almeno fin qui è stata fatta delle legge n. 42, l'espressione «federalismo fiscale» viene ormai associata all'aumento delle tasse, alla riduzione delle risorse per i Comuni, al restringimento dei loro spazi di autonomia impositiva. Altro che «vedo, pago, voto», ministro Calderoli: qui la verità è che i cittadini pagheranno sempre di più e voteranno al buio, perché non c'è alcuna responsabilizzazione delle autonomie locali, anzi c'è persino una riduzione di quegli spazi di autonomia impositiva di cui finora hanno goduto e questo è un dato incontrovertibile.
Noi crediamo nella necessità del federalismo fiscale e nella bontà della legge che insieme abbiamo contribuito ad elaborare, in quella che ormai appare l'unica parentesi di confronto autentico tra maggioranza e opposizioni in una legislatura per altro caratterizzata da uno scontro continuo e senza tregua.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 17,40)
(Segue VITALI). La legge n. 42 è una buona legge perché attua il federalismo della nostra Costituzione. Quello dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere riconosciuti su tutto il territorio nazionale, e non quello della territorialità del prelievo fiscale, principio inizialmente sostenuto da PdL e Lega contro il quale ci siamo battuti con successo. Guarda caso finora non c'è alcuna traccia proprio della ricognizione dei livelli essenziali delle prestazioni a legislazione vigente; ciò vanifica anche l'individuazione dei costi e dei fabbisogni standard dei diversi servizi, poiché senza i livelli essenziali non sarà possibile fissare gli obiettivi di superamento della spesa storica, così uno dei cardini del federalismo fiscale, che è stato ricordato anche poco fa dal ministro Calderoli, resta totalmente inattuato.
Un altro principio fondamentale della legge n. 42, introdotto su nostra proposta, è il patto di convergenza verso i livelli essenziali dei servizi, cioè la destinazione di almeno una parte delle risorse derivanti dal superamento della spesa storica all'innalzamento dell'offerta di servizi nelle zone più deprivate del Paese, a partire dal Mezzogiorno. Anche di questo, che doveva essere contenuto nella decisione di finanza pubblica e nella legge di stabilità, non c'è traccia.
L'altro pilastro della legge n. 42 è il sistema di perequazione di Regioni ed enti locali. Esso stabilisce che per le funzioni fondamentali degli enti locali e per i livelli essenziali delle prestazioni per le Regioni, lo Stato provvede alla perequazione integrale sulla base dei costi e fabbisogni standard, mentre per le altre funzioni e prestazioni la perequazione avviene con l'obiettivo di ridurre le differenze di capacità fiscali tra i diversi territori. E anche questo è un principio del tutto assente dai provvedimenti attuativi finora adottati.
Tutto questo avviene in un quadro nel quale i decreti attuativi già sottoposti all'esame della Commissione e quelli che lo stanno per essere presentano ulteriori e gravi lacune: manca il sistema finanziario per le città metropolitane; mancano le funzioni e il sistema finanziario per Roma capitale. Le norme previste nei prossimi decreti sulla perequazione infrastrutturale e sugli interventi speciali per ridurre le diseguaglianze territoriali ricalcano meramente il testo della legge delega, e risultano perciò inattuate. Inoltre, la legge 42 non è stata finora accompagnata dalla Carta delle autonomie locali, la quale giace nella Commissione affari costituzionali del Senato senza che Governo e maggioranza mostrino una autentica volontà di completarne l'iter.
C'è quindi una ragione di preoccupazione generale sul percorso del federalismo fiscale che oggi vogliamo sottoporre all'attenzione dell'Aula e del Governo, in aggiunta alle nostre considerazioni critiche sul merito del decreto al nostro esame.
Se non si corregge rapidamente la rotta, il federalismo fiscale in via di attuazione non sarà quello della legge n. 42. Sarà un'operazione di pura facciata, con il rischio concreto di produrre complicazioni ulteriori nel già fitto ginepraio del nostro sistema tributario, con effetti di deresposabilizzazione dei livelli locali e di una dipendenza ancor maggiore dell'attuale dalla finanza centrale.
Vado ora ad illustrare rapidamente, nei pochi minuti che mi rimangono, le ragioni di merito per le quali il nostro Gruppo ha espresso parere contrario nella Commissione per il federalismo fiscale, parere peraltro contenuto nella relazione presentata dall'altro relatore, il senatore Giuliano Barbolini, che raccoglieva l'opinione di tutte le opposizioni. Essa poteva essere il punto di riferimento per riscrivere il decreto, per tener conto delle diverse opinioni, ma purtroppo così non è stato.
Comprendiamo che l'ANCI abbia espresso soddisfazione perché alcune sue richieste sono state accolte, ma anche l'ANCI non ha mai nascosto le sue riserve sull'impianto complessivo del decreto. In primo luogo, non c'è un autentico legame con il meccanismo della perequazione ed ho già spiegato le ragioni per cui questo è molto grave.
In secondo luogo, nel decreto manca completamente ogni corrispondenza con il principio federalista in base al quale i contribuenti di un comune devono coincidere con i beneficiari dei servizi, affinché si innesti il circuito virtuoso di responsabilità e autonomia in cui noi crediamo fermamente. Il Governo ha respinto la nostra proposta di introduzione di una Imposta comunale sui servizi che era sostitutiva, non aggiuntiva, delle attuali imposte sui rifiuti e dell'addizionale comunale all'IRPEF, e che veniva pagata da tutti i residenti non in quanto proprietari degli immobili, ma in quanto residenti in un comune. Mi sorprende che il ministro Calderoli si faccia spaventare da una formula matematica, peraltro molto semplice, che valeva a dimostrare come si voleva commisurare quel contributo non solo alla superficie dell'immobile, ma anche alla composizione del nucleo familiare.
La proposta del Governo prevede che l'IMU, che è il principale tributo comunale sia pagato pressoché esclusivamente dai possessori di seconde e terze case, in prevalenza non residenti e quindi che non votano per gli amministratori chiamati a decidere su quella imposta. Altro che "vedo, pago, voto" Si mettono le tasse su quelli che non risiedono in quel comune. In più quella aliquota è chiaramente sottodimensionata, come tutti, anche le associazioni di impresa, hanno sottolineato, ed anche a questo livello - ma noi riteniamo che aumenterà ancora - determinerà un aumento di pressione fiscale eccome, ministro Calderoli, soprattutto sulle imprese e sui lavoratori autonomi. Ciò avviene per effetto della facoltatività della riduzione di imposta fino al 50 per cento per gli immobili ad uso produttivo e commerciale, mentre sugli immobili locati tale riduzione è automatica.
Lo sblocco delle addizionali IRPEF e il contributo di soggiorno si tradurranno da facoltà in obbligo ad aumentare le tasse, perché vi è stato nel luglio 2010 un taglio di 2,5 miliardi di euro sulle finanze dei Comuni che determina una diminuzione di risorse e quindi un obbligo per i Comuni, se vogliono recuperare, di applicare l'addizionale IRPEF che finora era bloccata.
Infine, il Governo ha voluto inserire in questo decreto la cosiddetta cedolare secca sugli affitti. Si tratta di una norma che noi abbiamo richiesto per tanti anni, ma abbiamo sempre accompagnato questa proposta con forti riduzioni per gli inquilini, perché solo se emerge il conflitto di interessi tra proprietario e inquilino l'obiettivo di fondo che si propone questa misura, e cioè quello di far emergere il largo sommerso che è qui presente, potrà essere raggiunto. Così non sarà, perché il provvedimento del Governo non prevede alcuna detrazione per gli inquilini e in più ci sarà un buco nel bilancio dello Stato, come dimostrato dai documenti dei Servizi studi di Camera e Senato che pervicacemente non si sono neanche voluti prendere in esame. Inoltre, manca qualunque certezza e garanzia per quanto riguarda il mantenimento delle risorse a disposizione dei Comuni dopo il 2012; il Governo ha infatti respinto un apposito emendamento in questa direzione.
Concludo, signora Presidente, dicendo che il nostro Gruppo chiede al Governo di fermarsi. Noi proponiamo che il Governo prenda in esame almeno alcune delle proposte che saranno oggetto di specifiche risoluzioni che sono state proposte dai colleghi del nostro Gruppo. Si discuta del prossimo decreto, quello sulle Regioni sulle Province, e dopo si torni a discutere in Commissione per il federalismo fiscale, una volta che il Governo abbia preso in esame quelle ragionevoli proposte di modifica che avanzeremo nel corso della discussione e che servono ad una autentica e reale attuazione della legge n. 42.
Si sappia che il Partito Democratico - lo dico al Governo - c'è e ci sarà sempre, sul federalismo fiscale, come ha detto anche recentemente il nostro segretario Pierluigi Bersani. Siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità e a collaborare, ma per attuare la legge n. 42 e non per fare altro, che è in contraddizione con essa e che serve solo ad alzare qualche bandierina in vista di una possibile campagna elettorale. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Ubaldo. Ne ha facoltà.