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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 506 del 22/02/2011


Ripresa della discussione sulle comunicazioni del Governo (ore 17,25)

LEGNINI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LEGNINI (PD). Signor Presidente, chiedo di intervenire dopo avere ascoltato l'ampia relazione introduttiva del ministro Calderoli, per tornare a porre, in modo ancora più stringente oggi, all'inizio dell'esame di questo importante provvedimento, un tema che abbiamo posto in più circostanze, cioè quello della disponibilità di dati numerici sull'impatto finanziario di questo provvedimento.

Non mi riferisco ai profili di copertura finanziaria, che pure abbiamo esaminato facendo osservazioni critiche nei modi che potranno essere ricavati dai resoconti della Commissione bilancio, ma mi riferisco all'impatto economico‑finanziario delle misure sulle quali siamo chiamati a pronunciarci: rispetto alle autonomie locali, in particolare ai Comuni, ma anche rispetto alla pressione fiscale.

Abbiamo ascoltato alcune dichiarazioni del ministro Calderoli che ci lasciano alquanto perplessi, come quella secondo cui si produrrebbe con questo provvedimento una riduzione della pressione fiscale a carico delle imprese, quando invece nel provvedimento c'è scritto esattamente il contrario, cioè che l'aliquota della istituenda IMU arriverà al 7,6 per cento, a fronte di una media attuale del 5 per cento. Ma lasciamo perdere.

Signor Presidente quando fu esaminata, la legge delega, con una discussione molto seria e approfondita, come tutti ricordiamo, ponemmo questo tema - se ne ricorderà il ministro Calderoli - al Ministro dell'economia, il quale rispose con onestà intellettuale - debbo darne atto - che le variabili sottese ai principi di delega erano talmente tante e la complessità di produrre una simulazione, almeno dei dati relativi all'impatto finanziario di questo provvedimento, talmente elevata che non era possibile per il Governo produrre questo materiale informativo, utile anzi necessaria, a nostro avviso, per orientare le scelte normative e politiche: parliamo del sistema finanziario degli enti locali.

Lo stesso Ministro dell'economia e delle finanze, signor Presidente, dopo aver ricordato - cito testualmente - che «Se la scelta è quella del costo standard», così come è, «è evidente che prima bisogna avere il costo standard» - disse correttamente il Ministro dell'economia e delle finanze «e poi calcolare il meccanismo finanziario di finanziamento». Sta di fatto che oggi non si dispone del costo standard e stiamo decidendo il meccanismo finanziario per gli enti locali. Inoltre, aggiunse che nella fase di emanazione dei decreti attuativi del federalismo fiscale, vale a dire quella in cui ci troviamo ora, sarebbero stati prodotti tutti i dati necessari per comprendere le interrelazioni tra i vari provvedimenti, gli effetti finanziari e quant'altro. Anzi, disse che era già in itinere un lavoro di elaborazione dei dati tecnici, alcuni dei quali sono stati messi a disposizione dei colleghi della Bicamerale e anche di tutti i componenti delle Commissioni bilancio, tranne il quadro di riferimento finanziario che riguarda l'impatto sull'approvvigionamento finanziario dei Comuni e degli enti locali.

Una estremamente parziale elaborazione era stata fatta sull'ipotesi di introduzione della compartecipazione IRPEF; senonchè, come tutti sappiamo, la compartecipazione IRPEF è stata sostituita, anche su nostra proposta, con la compartecipazione IVA.

A seguito di tale modifica, il vice presidente della Commissione bicamerale per l'attuazione del federalismo fiscale, l'onorevole Marco Causi, indirizzò una lettera al presidente della commissione stessa La Loggia, con la quale dichiarò che quell'innovazione, che oggi è contenuta nella proposta che il Governo ci sottopone, aveva reso naturalmente obsoleti quei dati, e chiedeva espressamente di investire il Dipartimento delle finanze ed il COPAFF per formulare nuove previsioni ed effettuare nuovi calcoli sulla base di queste innovazioni. Mi riferisco alla compartecipazione IVA, ma non è il solo problema.

Peraltro, signor Presidente, sottolineo che una delle pochissime innovazioni contenute nel testo oggi sottoposto al nostro esame rispetto a quello non licenziato dalla Commissione bicamerale per il federalismo fiscale riguarda proprio il tema della compartecipazione dell'IVA, là dove, all'articolo 2, comma 4, si introduce un nuovo criterio di calcolo rispetto a quanto stabilito in Commissione bicamerale, come potranno confermare molto meglio di me i colleghi che hanno attivamente e proficuamente partecipato ai lavori di quella Commissione.

Nel fare espresso riferimento alla compartecipazione IVA, si stabilisce di assumere a riferimento per la compartecipazione IVA il territorio su cui si è determinato il consumo cha ha dato luogo al prelievo. Ora, a prescindere dalla bontà di questa indicazione e dal grado di condivisione su questa indicazione, è evidente - e vorrei che il ministro Calderoli ascoltasse quest'osservazione - che oggi la regola che sovrintende al pagamento dell'IVA è quella del domicilio fiscale del contribuente persona fisica o sede legale: si paga l'IVA dove si ha il domicilio fiscale. Ai fini della compartecipazione, ciò che rileva è il luogo del consumo.

Ciò significa che il Governo, a prescindere dal merito, sta introducendo una norma che determinerà uno spostamento corposo di risorse finanziarie da un territorio all'altro, seppur con riferimento ad uno solo degli elementi del federalismo, quello della compartecipazione: ma noi non sappiamo niente su questo.

È vero che il problema è fortemente attenuato nella fase di avvio del federalismo, quando cioè questo dato sarà provvisoriamente calcolato sulla base del valore pro capite dei residenti dei singoli Comuni, e così via, ma a regime questo problema sarà molto importante e noi non abbiamo nessun dato, nessun elemento per fare un apprezzamento. Non ce l'abbiamo noi, non ce l'ha la maggioranza e non ce l'ha il Governo. Se, invece, il Governo ce l'ha, allora ci deve fornire questi dati.

Aggiungo, in maniera molto sintetica, che ad esempio, sempre per quanto riguarda la compartecipazione IVA, si assume come territorio di riferimento la Provincia, mentre sappiamo che i dati sono disponibili su base regionale. In ogni caso, vedrà il Governo come fare questo calcolo complicatissimo di disaggregazione e riaggregazione dei dati. Ciò che è certo è che per i Comuni italiani oggi non è chiaro, almeno a regime, quale sarà l'entità dei trasferimenti, come saranno i loro bilanci e così via.

Concludo, chiedendole espressamente, signor Presidente, di rivolgere un invito al Governo affinché durante queste discussioni - non sono qui a porre una questione pregiudiziale, che peraltro non sarebbe neanche proponibile - ci possa dire se questi dati ci sono, e se li possa rendere disponibili al Senato, e alla Camera, per poter valutare cosa accadrà nei vari territori. Noi stiamo esaminando questo provvedimento (che, nel merito, è molto pasticciato, e lo diranno i colleghi che interverranno dopo di me, a partire dal collega Vitali) al buio. Nessuno sa con precisione cosa accadrà per i Comuni italiani dei vari territori per effetto dell'applicazione di questo provvedimento. Questa è una lesione delle prerogative del Parlamento, signor Presidente. Non si può approvare una normativa, seppur nel quadro di una procedura consultiva quale quella che ci vede oggi impegnati, senza conoscerne l'effetto. Noi oggi non conosciamo l'effetto di quella normativa, e la preghiamo di metterci nelle condizioni di poter ottenere questi dati, che - ripeto - a nostro avviso sono indispensabili per valutare la portata delle norme in questione. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Senatore Legnini, l'ho ascoltata con molta attenzione e non posso che fare mia la sua esigenza. Pertanto, giro al Governo la sua richiesta, che riguarda appunto l'impatto di questa riforma strategica per il nostro Paese.

Mi sarei augurato che in questa lunga gestazione del decreto delegato sul federalismo municipale - lunga, perché ne conosciamo tutti l'iter travagliato - si fosse avuta la possibilità di avere dei dati previsionali. Mi rendo conto che probabilmente non è facile, data la complessità della riforma, però invito il Governo, ove possibile, in questo frangente (Senato o Camera), a mettere nelle condizioni il Parlamento di avere i dati previsionali sull'impatto della stessa, per sapere effettivamente quali possano essere, presumibilmente, gli effetti di un mutamento del sistema fiscale e anche di un eventuale, da lei ipotizzato, spostamento di prelievo fiscale dal luogo in cui il reddito è percepito al luogo del consumo: spostamento che, sostanzialmente, può determinare, non dico delle anomalie, ma comunque delle diversità rispetto all'attuale sistema fiscale.

Pertanto, faccio mia la sua richiesta e la giro al ministro Calderoli, che mi sta ascoltando.

Dichiaro aperta la discussione sulle comunicazioni del Governo.

È iscritto a parlare il senatore Vitali. Ne ha facoltà.

*VITALI (PD). Signor Presidente, signor Ministro, colleghe e colleghi, va innanzitutto ricordato che se ora siamo qui, per discutere la comunicazione del Governo sul decreto in materia di fisco municipale, ciò lo si deve al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al suo rigore istituzionale. Se fosse stato per il Governo, infatti, il decreto sul quale l'apposita Commissione parlamentare il 3 febbraio scorso ha respinto il parere favorevole, sarebbe già legge.

Da parte nostra, che abbiamo votato contro il parere in Commissione, che nel corso della discussione abbiamo presentato precise proposte alternative come hanno fatto anche le altre opposizioni, ci saremmo aspettati che il Governo cogliesse l'occasione per cambiare il testo e per accogliere almeno parte delle osservazioni emerse nella discussione, le quali sono state fatte proprie anche da un largo schieramento di opinione pubblica. Che queste osservazioni siano fondate me lo fa credere il carattere insolitamente difensivo dell'intervento che abbiamo ascoltato or ora in quest'Aula da parte del ministro Calderoli.

C'è infatti qualcosa di molto serio che ci preoccupa e che dovrebbe preoccupare il Governo almeno quanto noi. A causa principalmente di questo decreto, ma in verità anche per l'attuazione parziale e spesso distorta che almeno fin qui è stata fatta delle legge n. 42, l'espressione «federalismo fiscale» viene ormai associata all'aumento delle tasse, alla riduzione delle risorse per i Comuni, al restringimento dei loro spazi di autonomia impositiva. Altro che «vedo, pago, voto», ministro Calderoli: qui la verità è che i cittadini pagheranno sempre di più e voteranno al buio, perché non c'è alcuna responsabilizzazione delle autonomie locali, anzi c'è persino una riduzione di quegli spazi di autonomia impositiva di cui finora hanno goduto e questo è un dato incontrovertibile.

Noi crediamo nella necessità del federalismo fiscale e nella bontà della legge che insieme abbiamo contribuito ad elaborare, in quella che ormai appare l'unica parentesi di confronto autentico tra maggioranza e opposizioni in una legislatura per altro caratterizzata da uno scontro continuo e senza tregua.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 17,40)

(Segue VITALI). La legge n. 42 è una buona legge perché attua il federalismo della nostra Costituzione. Quello dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere riconosciuti su tutto il territorio nazionale, e non quello della territorialità del prelievo fiscale, principio inizialmente sostenuto da PdL e Lega contro il quale ci siamo battuti con successo. Guarda caso finora non c'è alcuna traccia proprio della ricognizione dei livelli essenziali delle prestazioni a legislazione vigente; ciò vanifica anche l'individuazione dei costi e dei fabbisogni standard dei diversi servizi, poiché senza i livelli essenziali non sarà possibile fissare gli obiettivi di superamento della spesa storica, così uno dei cardini del federalismo fiscale, che è stato ricordato anche poco fa dal ministro Calderoli, resta totalmente inattuato.

Un altro principio fondamentale della legge n. 42, introdotto su nostra proposta, è il patto di convergenza verso i livelli essenziali dei servizi, cioè la destinazione di almeno una parte delle risorse derivanti dal superamento della spesa storica all'innalzamento dell'offerta di servizi nelle zone più deprivate del Paese, a partire dal Mezzogiorno. Anche di questo, che doveva essere contenuto nella decisione di finanza pubblica e nella legge di stabilità, non c'è traccia.

L'altro pilastro della legge n. 42 è il sistema di perequazione di Regioni ed enti locali. Esso stabilisce che per le funzioni fondamentali degli enti locali e per i livelli essenziali delle prestazioni per le Regioni, lo Stato provvede alla perequazione integrale sulla base dei costi e fabbisogni standard, mentre per le altre funzioni e prestazioni la perequazione avviene con l'obiettivo di ridurre le differenze di capacità fiscali tra i diversi territori. E anche questo è un principio del tutto assente dai provvedimenti attuativi finora adottati.

Tutto questo avviene in un quadro nel quale i decreti attuativi già sottoposti all'esame della Commissione e quelli che lo stanno per essere presentano ulteriori e gravi lacune: manca il sistema finanziario per le città metropolitane; mancano le funzioni e il sistema finanziario per Roma capitale. Le norme previste nei prossimi decreti sulla perequazione infrastrutturale e sugli interventi speciali per ridurre le diseguaglianze territoriali ricalcano meramente il testo della legge delega, e risultano perciò inattuate. Inoltre, la legge 42 non è stata finora accompagnata dalla Carta delle autonomie locali, la quale giace nella Commissione affari costituzionali del Senato senza che Governo e maggioranza mostrino una autentica volontà di completarne l'iter.

C'è quindi una ragione di preoccupazione generale sul percorso del federalismo fiscale che oggi vogliamo sottoporre all'attenzione dell'Aula e del Governo, in aggiunta alle nostre considerazioni critiche sul merito del decreto al nostro esame.

Se non si corregge rapidamente la rotta, il federalismo fiscale in via di attuazione non sarà quello della legge n. 42. Sarà un'operazione di pura facciata, con il rischio concreto di produrre complicazioni ulteriori nel già fitto ginepraio del nostro sistema tributario, con effetti di deresposabilizzazione dei livelli locali e di una dipendenza ancor maggiore dell'attuale dalla finanza centrale.

Vado ora ad illustrare rapidamente, nei pochi minuti che mi rimangono, le ragioni di merito per le quali il nostro Gruppo ha espresso parere contrario nella Commissione per il federalismo fiscale, parere peraltro contenuto nella relazione presentata dall'altro relatore, il senatore Giuliano Barbolini, che raccoglieva l'opinione di tutte le opposizioni. Essa poteva essere il punto di riferimento per riscrivere il decreto, per tener conto delle diverse opinioni, ma purtroppo così non è stato.

Comprendiamo che l'ANCI abbia espresso soddisfazione perché alcune sue richieste sono state accolte, ma anche l'ANCI non ha mai nascosto le sue riserve sull'impianto complessivo del decreto. In primo luogo, non c'è un autentico legame con il meccanismo della perequazione ed ho già spiegato le ragioni per cui questo è molto grave.

In secondo luogo, nel decreto manca completamente ogni corrispondenza con il principio federalista in base al quale i contribuenti di un comune devono coincidere con i beneficiari dei servizi, affinché si innesti il circuito virtuoso di responsabilità e autonomia in cui noi crediamo fermamente. Il Governo ha respinto la nostra proposta di introduzione di una Imposta comunale sui servizi che era sostitutiva, non aggiuntiva, delle attuali imposte sui rifiuti e dell'addizionale comunale all'IRPEF, e che veniva pagata da tutti i residenti non in quanto proprietari degli immobili, ma in quanto residenti in un comune. Mi sorprende che il ministro Calderoli si faccia spaventare da una formula matematica, peraltro molto semplice, che valeva a dimostrare come si voleva commisurare quel contributo non solo alla superficie dell'immobile, ma anche alla composizione del nucleo familiare.

La proposta del Governo prevede che l'IMU, che è il principale tributo comunale sia pagato pressoché esclusivamente dai possessori di seconde e terze case, in prevalenza non residenti e quindi che non votano per gli amministratori chiamati a decidere su quella imposta. Altro che "vedo, pago, voto" Si mettono le tasse su quelli che non risiedono in quel comune. In più quella aliquota è chiaramente sottodimensionata, come tutti, anche le associazioni di impresa, hanno sottolineato, ed anche a questo livello - ma noi riteniamo che aumenterà ancora - determinerà un aumento di pressione fiscale eccome, ministro Calderoli, soprattutto sulle imprese e sui lavoratori autonomi. Ciò avviene per effetto della facoltatività della riduzione di imposta fino al 50 per cento per gli immobili ad uso produttivo e commerciale, mentre sugli immobili locati tale riduzione è automatica.

Lo sblocco delle addizionali IRPEF e il contributo di soggiorno si tradurranno da facoltà in obbligo ad aumentare le tasse, perché vi è stato nel luglio 2010 un taglio di 2,5 miliardi di euro sulle finanze dei Comuni che determina una diminuzione di risorse e quindi un obbligo per i Comuni, se vogliono recuperare, di applicare l'addizionale IRPEF che finora era bloccata.

Infine, il Governo ha voluto inserire in questo decreto la cosiddetta cedolare secca sugli affitti. Si tratta di una norma che noi abbiamo richiesto per tanti anni, ma abbiamo sempre accompagnato questa proposta con forti riduzioni per gli inquilini, perché solo se emerge il conflitto di interessi tra proprietario e inquilino l'obiettivo di fondo che si propone questa misura, e cioè quello di far emergere il largo sommerso che è qui presente, potrà essere raggiunto. Così non sarà, perché il provvedimento del Governo non prevede alcuna detrazione per gli inquilini e in più ci sarà un buco nel bilancio dello Stato, come dimostrato dai documenti dei Servizi studi di Camera e Senato che pervicacemente non si sono neanche voluti prendere in esame. Inoltre, manca qualunque certezza e garanzia per quanto riguarda il mantenimento delle risorse a disposizione dei Comuni dopo il 2012; il Governo ha infatti respinto un apposito emendamento in questa direzione.

Concludo, signora Presidente, dicendo che il nostro Gruppo chiede al Governo di fermarsi. Noi proponiamo che il Governo prenda in esame almeno alcune delle proposte che saranno oggetto di specifiche risoluzioni che sono state proposte dai colleghi del nostro Gruppo. Si discuta del prossimo decreto, quello sulle Regioni sulle Province, e dopo si torni a discutere in Commissione per il federalismo fiscale, una volta che il Governo abbia preso in esame quelle ragionevoli proposte di modifica che avanzeremo nel corso della discussione e che servono ad una autentica e reale attuazione della legge n. 42.

Si sappia che il Partito Democratico - lo dico al Governo - c'è e ci sarà sempre, sul federalismo fiscale, come ha detto anche recentemente il nostro segretario Pierluigi Bersani. Siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità e a collaborare, ma per attuare la legge n. 42 e non per fare altro, che è in contraddizione con essa e che serve solo ad alzare qualche bandierina in vista di una possibile campagna elettorale. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Ubaldo. Ne ha facoltà.

D'UBALDO (PD). Signora Presidente, chiedendo il consenso al mio Gruppo, ribadisco ancora una volta che non appartengo alla schiera dei federalisti. Considero il federalismo una deviazione nel percorso che ha accompagnato per decenni il dibattito politico sullo sviluppo delle autonomie locali. Faccio questa affermazione non citando Luigi Sturzo, cosa che per me sarebbe più ovvia, più facile, data la mia formazione, ma citando un grande intellettuale laico, azionista, Guido Dorso, che, nel suo impareggiabile saggio del 1924, «La rivoluzione meridionale», spiegava come l'autonomismo fosse una dimensione politica che viene prima di ogni configurazione e di ogni articolazione istituzionale: prima del regionalismo, del federalismo, addirittura del modello di organizzazione degli stessi Comuni.

Non vi è dubbio che questo spirito autonomista vero sia quello che si incarna principalmente nella dimensione locale, nella espressione della vita comunale: il Comune come cellula vitale della nostra democrazia. Per questo il percorso di legislazione delegata, nel momento in cui si arriva - con questo schema di decreto legislativo - a colpire, ad interessare questa cellula vitale, ci vede chiamati ad un supplemento di attenzione: stiamo mettendo le mani sulla nostra realtà più viva e più importante.

Ho ascoltato nella relazione del Ministro un passaggio ricorrente, ascrivibile a quella somma di dotta ignoranza con la quale si tendono a liquidare processi storici di grande importanza: quello riferito alla cosiddetta spesa storica. Al riguardo, staremmo adesso compiendo chissà come - ma vedremo che non è così - un passaggio epocale verso una forma diversa dalla spesa storica. Nel 1978, la spesa storica non fu altro che la fotografia di quello che era avvenuto negli enti locali. Con una manovra gigantesca, che, secondo calcoli attuariali, varrebbe circa 50 miliardi di euro, lo Stato ripulì la finanza locale di tutti i debiti che si erano andati assommando, assunse su di sé quel debito e liberò lo spazio all'intervento delle autonomie locali.

Non dobbiamo fare interventi algidi. Cosa ha significato quella operazione nel 1978? Una grande operazione di equità e di giustizia. Io ho cominciato le scuole medie frequentando il turno di pomeriggio: terminavo alle 18, e dopo c'era ancora il terzo turno pomeridiano, che terminava alle 21, perché si faceva, appunto, il doppio e il triplo turno.

Con quella operazione, negli anni Settanta, i Comuni furono messi in condizione di costruire scuole e asili nido, di creare un servizio sociale più esteso, di costruire le basi del nostro welfare. Per questo, bisogna riconoscere che quella operazione deve essere assunta come uno dei grandi parametri con i quali il nostro Stato ha operato una trasformazione profonda.

Questo sta a significare che i trasferimenti, cioè la politica con la quale lo Stato organizza il finanziamento delle proprie autonomie locali, non sono da demonizzare. C'è stata un'illusione, non vorrei definirla una distorsione grave, con la quale il legislatore ha voluto cancellare, riformando il Titolo V, la politica dei trasferimenti. Noi oggi dobbiamo operare senza avere di fronte il modulo del trasferimento, perché questo è stato cancellato e, quindi, dobbiamo sostituirlo con la fiscalità.

Stiamo tornando indietro, perché fino al 1978 (quindi, per circa 100 anni), nello Stato repubblicano, e prima ancora durante la monarchia, in tutto il periodo post unitario, quindi, i nostri Comuni non sono stati finanziati con i trasferimenti. Adesso ci stiamo accorgendo, signora Presidente, che senza trasferimenti tutte queste operazioni rocambolesche sono senza un parametro vero, e che non c'è più un parametro equità. Nella sostanza, avverrà quanto già avvenuto nel silenzio qualche mese fa, con l'operazione della restituzione dell'ICI sulla prima casa: se si rivedono i conti e si acquisiscono gli elementi di conoscenza (cosa che, ovviamente, il Parlamento riesce a fare con molta fatica), si vedrà come, improvvisamente, i Comuni sottodotati (per esempio, i Comuni del Veneto, che rappresentano un problema storico molto dibattuto) sono diventati improvvisamente Comuni sovradotati. Ciò è avvenuto perché, quando si tocca un punto nevralgico della finanza locale, ci si illude che sia soltanto un fatto tecnico, mentre improvvisamente si determinano cambiamenti molto profondi.

Il decreto prevede che la perequazione scatterà in via stabile da qui a tre anni. Intanto, però, scatta da quest'anno, dal 2011: siamo già in un processo in cui la perequazione è in corso. Andando a esaminare la situazione, si scopre che, molto semplicemente, 11 miliardi, corrispondenti ai vecchi trasferimenti, cambiano di nome, diventando risorse fiscalizzate. A questa somma bisogna poi sottrarre l'IVA, pari a circa 2,6 miliardi, e rimangono così otto miliardi. Ma queste non sono risorse aggiuntive, bensì i soldi che oggi i Comuni ricevono. Questi otto miliardi vengono "frullati" diversamente, con criteri che, apparentemente, sono tutti sani e corretti.

Ad esempio, si afferma che questi soldi devono andare, per una cifra pari al 10 per cento, ai Comuni associati. Certo, questa è una politica di incentivazione all'associazione, che va però guidata, sostenuta, orientata ed agevolata. Non può certo verificarsi che, all'improvviso, ad esercizio aperto, nel corso di quest'anno, improvvisamente, io, sindaco di un Comune che non fa parte di un'associazione, riceva meno soldi. Cosa dovrei fare allora? Bussare alla porta dell'associazione contermine per chiedere di entrare a farne parte? Ma gli associati potrebbero non farmi entrare, perché sono tutti in grado di fare i conti e di capire che, a quel punto, non conviene far entrare qualcun altro, perché la torta si ripartirebbe con più fatica.

Dunque, questa operazione (che, lo ripeto, cari colleghi, è già in corso da quest'anno) è una perequazione senza trasparenza, e si verificherà una circostanza molto semplice, quella che non vogliono rivelarci i nostri interlocutori del Governo. La famigerata contrattazione, o negoziazione, con i sindaci che vengono a Roma con il cappello in mano per chiedere risorse sarà esattamente ciò a cui noi assisteremo nei prossimi mesi, perché l'unico criterio che sopravviverà sarà il negoziato dell'ANCI, che sta già preparando la documentazione, con il Governo. Quindi, circa 4-5 miliardi saranno organizzati con criteri dei quali in questo momento il Parlamento della Repubblica italiana non è nelle condizioni di conoscere né la genesi, né lo sviluppo, né la conclusione. Non credo che questa sia una logica accettabile, perché non è rispettosa per le autonomie locali.

Come diceva Giorgio La Pira, infatti, le istituzioni sono il vestito della comunità, e quando parliamo dei Comuni non parliamo di cose astratte, ma, appunto, del vestito delle nostre comunità locali. Pertanto, quando diciamo che organizziamo i trasferimenti - magari cambiamo loro nome, chiamandoli risorse fiscalizzate - parliamo di soldi che vanno a finanziare i servizi delle nostre comunità.

Abbiamo scelto come parametro l'IVA, al posto dell'IRPEF e siamo stati anche noi dell'opposizione ad acconciarci a questa soluzione. È giusto però che ci fermiamo a riflettere: certo, ormai è cosa fatta, ma, nel momento in cui diciamo che l'IVA va ripartita su base capitaria, se è vero che è l'unico criterio che ci rimane, stiamo comunque sempre discutendo di manovre che si fanno avendo poche leve in mano, perché quello che avevamo prima, vale a dire l'organizzazione razionale attraverso il trasferimento, non si può più fare. Ma se la distribuzione è per quota capitaria, ciò significa che, ad esempio, chi come me è nato in una Provincia poco popolosa, come quella di Rieti, prenderà meno.

Qual è il principio che presiede a questa logica di finanziamento? Qual è il modo con il quale rendiamo giustizia ai territori che sono più ricchi e a quelli che sono più poveri? Tutto questo lo facciamo mentre con un altro decreto, sul quale il Partito Democratico ha votato no, abbiamo deciso che, nell'arco di uno o due anni, si riorganizzi la definizione dei fabbisogni e quindi, successivamente, dei costi standard. Ebbene - e questo è anche il motivo per cui abbiamo votato no - si procede ad occhi chiusi, bendati, senza sapere esattamente di cosa si sta parlando.

Tuttavia, quello che è ancora più paradossale - e lo ripeto ancora una volta - è che non siamo in grado neppure di attendere la definizione dei fabbisogni standard, e quindi quella dei costi standard, perché nel frattempo, cioè già da ora, procediamo all'organizzazione della perequazione, anche se provvisoriamente.

In conclusione, signora Presidente, mi chiedo che cosa succederà quando improvvisamente, da qui ad uno o due mesi, qualche Comune scoprirà di avere un 30 per cento di risorse in meno, e prendo come riferimento una percentuale, Ministro, che spero sia smentita, anche se ho fatto qualche calcolo. Mi auguro, per l'interesse generale del Paese, che il Governo sia in grado di sostenere il confronto con un dato così sconcertante e così duro. A mio avviso, però, non sarà così e l'Esecutivo sarà costretto a tornare in Parlamento a modificare queste norme che così pomposamente ha voluto imporre. (Applausi dal Gruppo PD).