PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro degli affari esteri.
È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signora Presidente, signor Ministro, abbiamo constatato che gli accordi bilaterali forse sono l'unico strumento che dà qualche risultato concreto. Infatti l'ultimo Accordo Italia-Libia a noi sembra che abbia impedito tante partenze di clandestini, o meglio abbia fermato tanti clandestini, al punto che la problematica dell'immigrazione clandestina sembrava ormai cosa quasi del passato. Questa dovrebbe essere la formula da riprendere, e a noi è sembrato che il ministro Maroni, nelle sue affermazioni sulla cooperazione di polizia, abbia voluto ripercorrere sostanzialmente questo solco. L'alternativa l'abbiamo sotto gli occhi: ci siamo noi, la Spagna, la Grecia e Malta, che subiremmo sostanzialmente un'autentica invasione.
I problemi che si pongono ora, secondo noi, forse sono ancora più delicati, perché oggi dobbiamo pensare anche alle persone che arrivano sotto un ventaglio di ipotesi. Arriveranno clandestini, arriveranno persone che meriteranno lo status di rifugiato politico. Siamo preoccupati però per quei 10.000 criminali comuni evasi dalle carceri tunisine sotto la rivoluzione, che inevitabilmente arriveranno mescolati tra tanti altri. Questa è una sollecitazione ad essere estremamente accorti.
Vogliamo sottoporle, Ministro, una domanda e una preoccupazione. Questi sì sono problemi rilevanti, ma ne intravediamo uno che è all'orizzonte, e che già da oggi desta grandi dubbi e particolare preoccupazione. Nel 2006 abbiamo stretto forti rapporti commerciali con la Libia. Tra il 2009 e il 2010 sono stati realizzati in Libia stabilimenti per produrre armamenti destinati al continente africano. Non parliamo di armi di poco conto: si produrranno aerei ed elicotteri di una certa rilevanza. L'accordo è tra una società libica e la nostra Finmeccanica, e gli elicotteri di cui parlo sono gli AgustaWestland, gli A109, i Koala, i bimotori, strumentazioni che utilizziamo anche noi.
La domanda che le rivolgiamo con preoccupazione, signor Ministro, è la seguente: se l'instabilità nel Medio Oriente continua a dilagare - le mobilitazioni partono dall'Algeria e arrivano nello Yemen attraversando la stessa Libia - quali garanzie abbiamo che armi prodotte da fabbriche anche italiane non finiscano in mani sbagliate? (Applausi del senatore Perduca) Non vorremmo che le nostre Forze armate subissero perdite a causa di mezzi prodotti da fabbriche in parte anche italiane. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà.
BONINO (PD). Signora Presidente, signor Ministro, per limiti di tempo affronterò solamente due questioni. La prima è quella relativa ai rifugiati. Ogni crisi internazionale produce sempre ondate di rifugiati, ma questo non è un buon motivo per gridare all'emergenza né per paventare 80.000 sbarchi; inoltre, ho trovato del tutto fuori luogo, nel merito, nei toni e nel contenuto, la polemica con l'Europa, un evergreen. (Commenti del ministro Frattini). Non mi riferisco a lei, signor Ministro, ma al Governo nella sua diversa composizione. Un evergreen che ho trovato davvero incomprensibile. Innanzi tutto non si può parlare di un'Europa assente, perché quest'ultima e la Commissione europea agiscono nell'ambito dei Trattati e delle competenze loro attribuite dagli stessi, grazie alla "saggezza" dei 27 Stati membri. È indubbio che sono proprio questi ultimi ad aver sempre negato la possibilità di una politica europea di immigrazione.
L'Europa non è un elastico che tiriamo da una parte o dall'altra a nostro piacimento. Peraltro, questa fantomatica Europa che sembra quasi un marziano, un qualcosa con cui non abbiamo nulla a che fare e a cui non abbiamo niente da dire, ma che ogni tanto invochiamo, è la stessa - signor Ministro devo sottolinearlo - di cui non recepiamo la direttiva sui rimpatri, per un blitz della maggioranza nella legge comunitaria votata la settimana scorsa. (Applausi dal Gruppo PD).E' un modo di procedere non solo privo di coerenza, ma che ci pone in una situazione, se possibile, di ulteriore inaffidabilità.
Ancora: non ho capito cosa si intende per Europa assente. Cosa stiamo chiedendo all'Europa? Finanziamenti? Una condivisione dei rifugiati? Proprio poco fa il Ministro tedesco e quello francese hanno detto che l'Italia provvederà da sé. L'Italia oggi ha 7000 rifugiati. Vi ricordo che La Germania ne ha 40.000, la Francia 40.000, la Svezia 30.000, il Belgio 20.000: quindi, è inutile percorrere questa strada, se non per demagogia.
Inoltre, una parola sulle prospettive di medio-lungo termine. A mio avviso è l'intera regione che sarà scossa, Libia compresa, da questo grande sommovimento, che non so dove andrà a parare, ma è certo che Paesi come l'Algeria, la stessa Giordania - l'Iran ha appena iniziato - ed altri saranno coinvolti. Io le voglio solo ricordare che il piano Marshall, sempre invocato, non so da chi sostenuto economicamente - vedremo - non era un puro finanziamento per lo sviluppo, l'economia, la crescita e la stabilità, ma accompagnava un grande progetto istituzionale europeo, senza il quale, secondo me, non c'è alcuna politica mediterranea che tenga, e credo che il fallimento, e di Barcellona e dell'Unione per il Mediterraneo, lo abbiano dimostrato.
Infine, chi è sceso in piazza e chi continuerà a farlo non chiede solamente, signor Ministro, un finanziamento per lo sviluppo, l'economia, la crescita e la stabilità. Ahimè, la stabilità l'avevano anche prima, esattamente quella che hanno tentato di rovesciare. Quel che ha mosso milioni di persone è l'aspirazione alla libertà. (Applausi dal Gruppo PD). E se non riconosciamo che questo è il valore universale che muove le genti (come muove noi, muove anche loro), che non c'è un'eccezione araba alla democrazia e alla libertà, le proposte che faremo, puramente economiche, non verranno incontro alle motivazioni di fondo delle proteste in Tunisia, in Egitto, in Iran e in Libia.
Nulla vieta, anzi, sono benvenute, le iniziative bilaterali. Però io credo che la dimensione della crisi che abbiamo di fronte necessiti per lo meno una politica europea. Quindi, le azioni bilaterali non sono sostitutive di una politica europea, che è, quella sì, effettivamente carente. Sicché, libertà, democrazia, Stato di diritto: o aiutiamo anche in questi ambiti e sosteniamo con forza certi principi, oppure credo che ogni altra scorciatoia puramente economicista non sia all'altezza della domanda che quei popoli ci hanno rivolto. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Li Gotti e Serra).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Maraventano. Ne ha facoltà.
MARAVENTANO (LNP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, permettetemi di parlare come vicesindaco di una piccola terra dove la precarietà sociale è all'ordine del giorno. Eppure questa piccola terra ha il cuore grande, un cuore che purtroppo fatica, perché non ha più la linfa vitale della sua economia, della sua vera economia, che, se continua così, verrà distrutta. Abbiamo un grande problema sociale. Mancano le scuole e i presidi ospedalieri. Per partorire bisogna prendere l'aereo e andare a Palermo. Il costo del gasolio sta mettendo sul lastrico i nostri pescatori. Ma io sono fiduciosa sull'operato di questo Governo e, soprattutto, del ministro Maroni, sostenuta dal mio Gruppo parlamentare e dai miei concittadini.
Purtroppo la situazione può degenerare. Sono ancora troppi gli immigrati sull'isola. Io sono una mamma, e sono molto preoccupata. Non capisco perché mia figlia, ancora piccola, debba restare chiusa in casa, mentre gli immigrati tunisini girano a centinaia per Lampedusa. Bisogna continuare con i respingimenti e i rimpatri! (Applausi dal Gruppo LNP). Non possiamo più sostenere questo falso buonismo. Basta, non se ne può più! (Commenti del Gruppo PD). Soprattutto le più giovani hanno paura di uscire, nel pomeriggio o la sera, per la presenza così numerosa degli extracomunitari.
Fino ad adesso per fortuna non è accaduto nulla (anche se hanno rotto tutti i plessi dove li abbiamo ospitati) ai nostri cittadini, ma non si sa mai cosa potrebbe accadere. Lampedusa sta per esplodere. Ci sono quasi 2.000 immigrati che entrano ed escono liberamente dal centro di accoglienza. Ecco perché rivolgo l'ennesimo appello a tutti e, soprattutto in questa occasione, all'Unione europea, che si deve fare carico di questo fenomeno. Per dare accoglienza agli extracomunitari ci vogliono risorse, senatrice Bonino.
Stiamo subendo un massacro. Quale immagine si sta dando della mia isola in questo momento? Sta arrivando l'estate, e non ci possiamo permettere disdette di turisti, perché la nostra economia si basa sul turismo e sulla pesca. Ma i lampedusani stiano tranquilli, perché io lavorerò e lotterò per combattere questo fenomeno. Non si può continuare a rimanere sull'isola a queste condizioni: gli immigrati clandestini sono ormai troppi. Basta! Noi vogliamo stare tranquilli, vogliamo stare tranquilli!
Si deve continuare nella politica dei rimpatri e non finirò mai di dirlo. In particolare, rivolgo un ringraziamento speciale a tutte le forze dell'ordine presenti sull'isola, in particolare al comandante De Tommaso e al capitano Asti, che stanno facendo un ottimo lavoro assicurando la presenza sull'isola 24 ore su 24. Non si può continuare ad andare avanti con questa politica buonista, perché il nostro Paese è in pericolo. (Applausi dai Gruppi LNP, PdL e del senatore Pinzger. Congratulazioni)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bettamio. Ne ha facoltà.
BETTAMIO (PdL). Signor Presidente, signor Ministro, cercherò in pochi minuti di captare un concetto che lei ha espresso e che mi sembra meritevole di un minimo di approfondimento, anche perché quanto detto dalla collega Bonino ricalca quanto io penso sia una necessità, oltre che lo svolgimento naturale delle vicende che sono sotto i nostri occhi.
Signor Ministro, lei ha detto che è opportuno - e che anche per la spinta dell'Italia si farà - un piano Marshall europeo per lo sviluppo dei Paesi attraversati dalla crisi. Poi ha aggiunto anche che, oltre a questo, l'Europa si deve preoccupare di porsi alla guida di un processo di transizione senza paternalismi nè interferenze. Vorrei riprendere questo concetto perché credo che i fenomeni cui stiamo assistendo siano di due tipi. Innanzitutto, abbiamo assistito, partendo dalla Tunisia e passando per l'Egitto, ad un movimento di rivolta, non di rivoluzione. Le popolazioni si sono rivoltate contro i rispettivi Governi perché confinate e mantenute in una situazione di povertà e di miserie. Questa rivolta ha permesso all'Egitto di fare un primo passo e alla Tunisia di dare il calcio d'inizio a questo movimento, anche se, dopo questa prima rivolta, si assisterà ad una rivoluzione, perché una volta acquisito il diritto a non essere poveri, una volta compreso che la povertà non è un destino ma una congiuntura che si può modificare con alcune azioni, ma soprattutto sostituendo governi antidemocratici a governi che fanno crescere la democrazia e dunque la gente anche dal punto di vista culturale e politico oltre che economico, una volta compreso questo concetto dalle popolazioni locali, si determinerà un movimento che tenderà a sostituire governi autoritari con governi democratici. Del resto, le prime avvisaglie si sono avute in Egitto e in Tunisia.
Qualcuno che mi ha preceduto ha parlato di un'aspirazione alla libertà. Sì, è una aspirazione alla libertà, alla democrazia e alla costituzione di governi che finalmente si aprano al modello di borghesia e libertà da noi fortunatamente ben conosciuto da molti anni. È auspicabile che questo modello sia adottato anche in queste regioni.
Questo è il paradigma al quale probabilmente assisteremo, e allora ben venga l'azione dell'Europa e dell'Unione europea e la guida di tale processo da parte di qualcuno. Si tratta di un processo che non può essere spontaneo, ma deve essere guidato. La sua guida, però, non spetterà a nessuno dei Paesi singolarmente coinvolti, ma all'Unione europea, la quale ha già attraversato periodi storici che assomigliano - grazie a Dio da lontano - a quelli attuali che riguardano i Paesi di cui stiamo parlando. Signor Ministro, secondo me, questo è in un certo senso lo scenario che ci sta davanti e che bisogna capire. Ben venga, quindi, il piano Marshall, ma solo se accompagnato dalla guida di un processo politico, e non solo economico.
Volevo sottolineare proprio questo, perché mi sembra importante cominciare ad analizzare quanto stiamo vedendo tutti i giorni con una ottica più approfondita, e non solo con la gioia per il fatto che alcuni popoli si stanno svegliando e ribellando a forme antidemocratiche che non sono storicamente più plausibili. L'analisi è necessaria soprattutto perché ci avviamo verso una nuova epoca, una nuova era nella quale anche quei continenti tradizionalmente poveri ritroveranno quella democrazia e quella libertà dalle quali sono stati esclusi e alle quali, ancora indistintamente, aspirano. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ironicamente ringraziare il ministro Frattini per la celerità con la quale è venuto a riferire sulle tensioni che stanno interessando i Paesi del Mediterraneo. È passato circa un mese e mezzo dalle prime rivolte in Tunisia (non parliamo, appunto, di ieri): trenta giorni dalla abdicazione del presidente Ben Ali, una settimana dalla deposizione di Mubarak; nel frattempo, sono scoppiate rivolte in Algeria, Libano, Yemen, Nigeria, Marocco, Sudan, Turchia, Libia (l'abbiamo ascoltato ieri), Albania e più di 5.000 immigrati affollano le coste siciliane.
Lei, Ministro, giustamente è presente in Senato a riferire per la seconda volta sugli intendimenti del Governo in questa materia. Lo dico in modo ironico, perché giustamente non può sottrarsi oggi a ciò, come non si è sottratto intervenendo, in meno di 24 ore, alla seduta dedicata all'interrogazione sulle proprietà immobiliari di Montecarlo. Lo ricorderà sicuramente: la sua celerità fu veramente qualcosa di esemplare, solo per quel problema.
Vorrei ora affrontare solo alcuni passaggi del suo discorso, Ministro. Lei ha affermato che non può sottrarsi dall'affrontare i problemi della politica mediterranea, e vorrei ben vedere! Visto che fino ad oggi non l'abbiamo mai fatto, almeno un intendimento c'è. Vediamo poi quando dalle parole si passerà ai fatti.
Lei parla di finanziare le piccole e medie imprese della Tunisia, di dare 5 milioni di euro - almeno sul giornale si parla di quello - e di favorire il turismo. Sono d'accordo con lei sul fatto di attuare queste iniziative, di finanziare le piccole e medie imprese in Tunisia. Vorrei però sapere che cosa ha fatto il Governo per le piccole e medie imprese italiane in Italia; che cosa ha fatto il Governo per il turismo in Italia. Si tratta di «farsi bello» - come si dice a Roma - su situazioni che invece rischiano di far cadere una persona nel ridicolo.
Allora, qualche riflessione deve essere svolta, anche con i colleghi del centrosinistra. Dobbiamo pensare anche al nostro Paese - lo ripeto - e ricordare che le piccole e medie imprese - forse, signor Ministro, l'ha dimenticato - vivono una situazione drammatica, in Italia. Mi ricorda tanto quel personaggio che dove andava diceva «A Fra', che te serve?». Quello non ci interessa. Ci interessano le cose vere, non gli spot pubblicitari, che siamo ormai abituati a vedere e sentire. Lei avanza sempre proposte meritorie, e forse ha preso spunto dal Presidente del Consiglio: si tratta, però, sempre di proposte delle quali poi non ne passa neanche una, ossia non se ne realizza neanche una. Mi chiedo se le proposte che avanza in Europa vengono lasciate perdere perché si dice che, se parla il ministro Frattini, passano poi in secondo piano, oppure perché in quella sede non ascoltano proprio la nostra politica estera.
Questo, credo che sia invece il problema più serio: non ascoltano la nostra politica estera, perché non c'è una politica estera. C'è più una politica personale per gli affari del nostro - anzi, del vostro - Presidente del Consiglio.
Sarò franco. Mi aspettavo da lei, signor Ministro, che non facesse una semplice ricostruzione degli eventi, che sembra quella che si legge su settimanali tipo «Novella 2000». Non ho sentito parlare di un tema che è quello che più ci interessava: avremmo voluto essere informati sulle strategie di lungo respiro, che è cosa ben diversa dalle iniziative immediate per fronteggiare l'emergenza degli sbarchi di clandestini o dei capovolgimenti politici nella sponda Sud del Mediterraneo. Lei, infatti, ci ha parlato della richiesta fatta all'Europa di 100 milioni di euro per gestire i flussi del potenziamento dell'accordo italo-tunisino sull'immigrazione (mi riferisco allo sblocco di questi soldi). Ho ascoltato la senatrice Maraventano. Andrebbe data una risposta sul nostro Paese: il Paese Italia. Andrebbe fatta una riflessione su quello che ha detto una cittadina italiana, che è anche una senatrice, preoccupata per una non-politica governativa, anche in un'isola italiana.
L'unica iniziativa degna di una progettualità appare quella del cosiddetto piano Marshall per il Mediterraneo (ne ha parlato poco fa), in cui - per quanto ho capito - intende coinvolgere anche l'Europa e gli Stati Uniti. Tuttavia, signor Ministro, mi permetta una riflessione. L'originale piano Marshall, di cui l'Italia beneficiò 60 anni fa, aveva un portato certamente economico, ma - ancora di più - politico. Sappiamo tutti benissimo che l'erogazione dei finanziamenti da parte degli Stati Uniti era finalizzata, in una logica di guerra fredda, a mantenere al governo dell'Italia un partito di centro e ad evitare la vittoria della sinistra. Ebbene, qual è il progetto politico (ritorniamo sempre su questo tasto dolente) che sta dietro il nuovo piano economico che lei propone per il Mediterraneo? Ripeto: qual è? Ritorniamo di nuovo alle frasi, alle parole: io vado, io faccio. Poi, però, quando lei va lì, nessuno se lo fila! Questo è quello che abbiamo visto fino ad oggi.
Le sue parole hanno ingenerato in me un'ulteriore confusione. Non ho capito, infatti, se l'erogazione di aiuti finanziari sarebbe subordinata all'instaurarsi di governi democratici, al riconoscimento dei diritti civili e politici e alla tutela della libertà di espressione e della parità tra uomini e donne, come chiede l'Europa e come pretendiamo dal Governo iraniano. Oppure se, al contrario, saremmo disposti ad erogare tranquillamente i contributi anche a regimi illiberali che chiudono gli immigrati in campi di concentramento nel deserto, che negano un pluralismo politico e che predicano un islamismo militante (cosa che abbiamo fatto con la Libia). Ad accrescere ancora di più la confusione sono stati gli elogi fatti dal presidente Berlusconi a Mubarak, proprio poche ore prima che fosse deposto da un popolo che anelava alla libertà.
Mi pare che il progetto politico del Governo non esista: l'ho detto all'inizio e lo confermo, ne parlano gli altri; ne ha parlato anche l'Europa. Un commissario vi ha detto: «Ma che state dicendo che l'Europa non vi sta dando una mano, se siete voi che non l'avete voluta, mentre noi ve l'abbiamo data?». Leggendo queste cose, la confusione aumenta ancora di più. Il progetto politico del Governo non esiste, e fino ad adesso l'unica seria preoccupazione che ci guida nella nostra politica estera è quella di evitare lo sbarco di clandestini erigendo muri sotto la Sicilia, o di piazzare i nostri prodotti all'estero. Questo è quello che ci fa riflettere. Tuttavia, signor Ministro, questa impostazione è fallimentare. Non credo sia un caso se la Tunisia ha avanzato la richiesta di 5 miliardi per riprendersi dalla crisi e bloccare la partenza dei barconi degli immigrati, in quanto 5 miliardi sono proprio quelli dati dal nostro Paese a Gheddafi. Non so se ricorda anche questo, signor Ministro. Si tratta di un'altra tangente per non avere degli sbarchi in Calabria, Puglia, o Sicilia. Continuiamo noi a pagarla, non con la politica internazionale, non con le idee, ma con il denaro.
Adottando una politica bilaterale basata su meri accordi economici, il nostro Paese si sta rendendo, oltre che poco affidabile agli occhi dell'Unione europea, anche ricattabile dai Paesi del Mediterraneo, perché continuiamo a dare questa immagine dell'Italia, ossia di un Paese che blocca gli sbarchi pur continuando a dare contributi, anziché bloccare partecipando - come lei suggerisce - a summit per trovare la soluzione e risolvere il problema. Il problema viene risolto dal Governo italiano dando contributi e addirittura - lo ripeto per la seconda volta, perché mi fa accapponare la pelle - aiutando le piccole e medie imprese, non italiane, ma locali. Lo fa aiutando il nostro turismo? No, perché sono imprese delle coste tunisine. C'è qualcosa che non va nella politica del vostro Governo. Io penso anche al mio Paese. Ripeto: io darei i 5 miliardi di euro alla Tunisia, ma dopo il voto di fiducia di stamattina non li toglierei al nostro Paese. Magari darei questi contributi sia a loro che a noi (è anche giusto che sia così), ma non li negherei all'Italia. Vi invito a riflettere su questo punto.
Ecco perché, colleghi, onorevoli Ministri, signor Presidente, come Gruppo dell'Italia dei Valori chiediamo che la riflessione non si limiti all'emergenza attuale, ma si occupi del futuro del Mediterraneo. Stabiliamo innanzitutto che il nostro ruolo non possa essere altalenante. Non possiamo essere per la libertà e l'uguaglianza ad intermittenza, come non possiamo essere europeisti ad intermittenza, pena l'estromissione dall'Europa che decide.
Signor Presidente, consegnerò il testo integrale ed articolato del mio intervento, affinché sia allegato ai Resoconti della seduta, ma voglio richiamare alcune delle nostre proposte. Come Italia dei Valori siamo convinti che si debba: agire in maniera propositiva e sostanziale in Europa, rivitalizzando la tanto screditata Unione per il Mediterraneo invece di sostituirla con il nuovo patto di stabilità e sicurezza come ha annunciato il Ministro e riprendendo le fila del processo di Barcellona; ripristinare i fondi tagliati alla cooperazione allo sviluppo; incentivare una cooperazione europea con i Paesi d'origine dei flussi migratori, aprendo veri e propri centri europei per l'impiego dei Paesi del Mediterraneo al fine di qualificare sul fronte occupazionale e della formazione professionale i migranti; rivedere l'impianto della legge Bossi-Fini, adeguandola anche alle norme comunitarie; sostenere i movimenti popolari democratici dei Paesi interessati dalle tensioni. Soprattutto, però, noi riteniamo che si debba abbandonare la politica unilaterale di sostegno incondizionato a Gheddafi, dopo le indiscrezioni dell'AISI per cui sarebbe stata proprio la Libia ad aprire ai clandestini le frontiere con la Tunisia per evitare un effetto domino delle contestazioni su Tripoli, dopo i 38 feriti negli scontri di questa notte a Bengasi.
Se l'Italia non rivede la sua politica estera, ho paura che il pericolo prossimo non sia rappresentato dagli 80.000 immigrati che affolleranno le nostre coste e che porteranno anche la collega e amica Maraventano a lamentarsi ancora di più e a chiedere al Governo di fare e non di chiacchierare, ma dal fatto che dovremo contare proprio su quegli immigrati, che hanno saputo lottare per la libertà nella loro patria, per importare la democrazia anche in Italia.
Ascolti le persone che vivono questo malessere, signor Ministro: glielo dico con la passione che l'Italia dei Valori mette sempre su questi temi, mettendoci anche la faccia. Credo che, rispetto al tema del rapporto con questi Paesi, bisogna ragionare in modo collegiale e non personale: lei sta ragionando, purtroppo, come fa il suo Presidente del Consiglio, in modo personale, e dell'Italia non gliene frega niente. (Applausi dal Gruppo IdV. Commenti dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza a consegnare il testo integrale del suo intervento.