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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 498 del 09/02/2011


Ripresa della discussione sull'informativa
del Ministro dell'interno
(ore 17,37)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saia. Ne ha facoltà.

SAIA (FLI). Signor Presidente, chiedo al Ministro un momento di attenzione, perché vorrei soprattutto fare qualche domanda in modo che possa rispondermi già in questa sede, se c'è una replica, o fornirmi le risposte personalmente. In primo luogo, mi congratulo per i dati e, soprattutto, per l'impegno del Ministro relativamente al fatto che sia sui tempi per sburocratizzare celermente le domande...

PRESIDENTE. Signor Ministro, il senatore Saia sta interloquendo proprio con lei.

SAIA (FLI). La collega Boldi avrà sicuramente la possibilità di parlare con il Ministro in altri momenti visto che è dello stesso partito: avrà quindi molte altre occasioni, a differenza di noi.

Mi congratulo quindi per il fatto che ci sia la volontà di accorciare i tempi che, invece, nella precedente regolarizzazione del 2007, e poi nella sanatoria del 2009, sono stati molto più lunghi, per dare le risposte a questi lavoratori extracomunitari. Come anche mi congratulo per il fatto che ci sia un impegno ad aumentare gli accordi con i Paesi d'origine.

Su questo vorrei però soffermarmi, perché tra le tante critiche pervenute dai sindacati - dico tutti, anche quelli di ispirazione di centrodestra - ve ne sono alcune che credo sia giusto sottolineare: la prima è che in qualche caso si può immaginare che, velatamente, dietro agli operatori che attraverso il computer hanno fatto queste richieste, ci siano anche molti irregolari presenti nel nostro territorio, che fanno poi le domande per poter appunto accedere a questo tipo di regolarizzazione.

L'altra riguarda la "lotteria" del click day: meccanismo che sicuramente va perfezionato, ma che ha fatto fare un passo in avanti rispetto alle lunghe code che eravamo abituati a vedere negli anni passati nelle nostre città. Al riguardo, molti fattori hanno influito sulla possibilità di accedere e di essere tra i primi a fare la domanda: l'abilità informatica, la lunghezza dei cognomi, i server più potenti, e così via. I sindacati, però, ci dicono che il numero messo a disposizione dal Governo con questo decreto flussi rimane comunque ancora molto basso rispetto alle richieste del mondo economico.

Partendo dal presupposto che questa è una forza lavoro di cui il nostro Paese ha estremo bisogno, il Governo dovrebbe dare un'indicazione relativamente alla congruità del numero ovvero ad eventuali valutazioni per le quali sarebbe stato meglio che fosse più elevato.

Va benissimo che vi siano accordi in materia di immigrazione con i Paesi di origine, ma auspico che siano rafforzati maggiormente i controlli anche sulle identità, che sappiamo che è uno dei grossi problemi esistenti con gli extracomunitari irregolari, e che quindi siano accordi completi e non solo sui flussi lavorativi.

Inoltre, alla stregua dei numeri forniti, che in parte conoscevamo già in quanto erano stati dati alle agenzie, e che sono importanti anche per fare delle statistiche e vedere quali sono i Paesi di maggiore provenienza (abbiamo visto la Cina, lo Sri Lanka, e così via), abbiamo oltre 22.000 lavoratori provenienti dall'Egitto. Questo mi porta a fare anche un'altra riflessione, che sarebbe utile come invito a questo Governo. Abbiamo avuto il Ministro degli affari esteri che, nei giorni in cui in Egitto vi erano grandi disordini e grande clamore, è venuto in Aula a parlarci d'altro, di un altro Paese extracomunitario che c'interessava forse molto meno. Credo che questa debba essere anche l'occasione, Ministro, per affrontare il tema dell'integrazione degli extracomunitari dal punto di vista non solo lavorativo, ma anche culturale, e per fare, come Parlamento e come Governo, una riflessione per vedere se vi siano modifiche da apportare o accorgimenti da studiare in ordine alla Bossi-Fini, anche a fronte dell'esperienze del click day e della regolamentazione dei flussi.

Altri Paesi se le stanno ponendo, queste domande: lo abbiamo letto in questi giorni. Mi riferisco sia al dibattito in Francia sul multiculturalismo sia alle dichiarazioni di Cameron in Gran Bretagna sulla Cool Britannia, come la chiamava Blair. Sono momenti di riflessione rispetto a modelli di multiculturalismo o di melting pot come quello americano, che sono in crisi. Quindi, se ci vogliamo avvalere degli errori o comunque delle esperienze altrui, credo che queste siano ottime occasioni per poter immaginare una riflessione. Abbiamo inoltre anche un'area del Mediterraneo tormentato: dobbiamo provare ad immaginare che cosa ci si possa aspettare di fronte alla crisi, potente sul piano economico, che inevitabilmente andrà a riversarsi anche sui nostri territori, e chiederci se questi non siano tutti argomenti sui quali sia opportuno confrontarci e da approfondire con più calma.

Colgo l'occasione, onorevole Ministro, per sottolineare che questi modelli possono portare anche più sicurezza sul territorio, senza nulla togliere alla parte repressiva e - se vogliamo - anche preventiva in termini di sicurezza e di ordine pubblico. Le ricordo, tra l'altro, che ci sono molte Regioni - in particolare nel Nord: in particolare il Veneto - che aspettano ancora addirittura l'indicazione (non dico la creazione, ma l'indicazione) circa la collocazione dei centri di espulsione.

In conclusione, se occorre dare risposte non solo sul piano culturale e dell'integrazione, e magari anche della cittadinanza, ma anche sul piano del controllo del territorio, e penso che le risposte migliori le possa dare solo il suo Ministero e che da esso quindi possano partire delle riflessioni a tutto tondo su questi temi. (Applausi dal Gruppo FLI).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.

CARLINO (IdV). Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, per iniziare credo sia anzitutto necessario sgombrare il campo da un'ipocrisia di fondo.

L'idea, contenuta nell'attuale legislazione, che una famiglia, o anche un'impresa, decida di far arrivare dall'estero una persona sconosciuta per affidarle persone care o macchinari costosi è semplicemente ridicola. E' ovvio che quei medesimi soggetti, invece, sono disposti ad attivarsi per mettere in regola una persona di cui hanno verificato l'affidabilità nel corso di un periodo prolungato di lavoro non dichiarato.

Insomma, come già dimostrato nel 2007, il cosiddetto decreto flussi è in realtà null'altro che una sanatoria mascherata: non serve infatti a programmare l'ingresso di nuovi lavoratori richiesti nominativamente da imprese e famiglie, ma soltanto a regolarizzare lavoratori già soggiornanti in Italia e privi di un permesso di soggiorno che li autorizzi al lavoro.

Ulteriore conseguenza di questa assurdità è che il lavoratore, se la domanda va a buon fine, è obbligato a tornare in patria di nascosto e a rifare i documenti, per poter poi rientrare in Italia ufficialmente con un permesso di lavoro.

Se tutto questo consente di salvare l'immagine propagandistica della fermezza contro i clandestini, comporta costi, ansie e disagi per tutti, compreso un apparato burocratico già affaticato, sovraccarico di pratiche inutili e, soprattutto, disegna un'ingiusta linea di confine, determinata dal caso, oltre che dalla benevolenza dei datori di lavoro, tra chi riesce a vincere alla lotteria del decreto flussi e chi rimane nella trappola del lavoro sommerso, con il rischio dell'espulsione e persino del carcere.

A tutto ciò, questa volta si aggiunge la reintroduzione surrettizia del cosiddetto ingresso sotto sponsor, già previsto dalla legge Turco-Napolitano e abrogato, sempre in nome della fermezza, con l'approvazione della Bossi-Fini. Si prevede infatti che possa fare domanda per un'assunzione dall'estero anche un immigrato in possesso del semplice permesso di soggiorno, purché il suo reddito sia almeno doppio di quello del dipendente. Come è ovvio (e come già notato dagli osservatori più attenti), questo imprevisto slancio di generosità serve a molti immigrati per richiedere l'ingresso di parenti e amici in veste di colf o, in altri casi, come dipendenti delle loro imprese (che sono ormai oltre 200.000 in Italia).

Siamo chiari: l'ingresso con sponsor era una previsione assolutamente sensata, perché è ovvio che è meglio far entrare chi ha parenti e amici in grado di accoglierlo e aiutarlo, piuttosto che degli immigrati isolati e senza appoggi. Tuttavia, sempre per meri motivi di propaganda, si ricorre a strade contorte e ipocrite per cercare di fare cose ragionevoli, perché anche il Governo della linea dura si è probabilmente reso conto di aver messo in piedi un sistema assurdo.

Non sarebbe meglio, signor Ministro una politica più trasparente? Non sarebbe meglio prevedere, magari, la possibilità di convertire il permesso di soggiorno da turistico a lavorativo, entro quote predeterminate e privilegiando le esigenze delle famiglie con carichi assistenziali, e reintrodurre lo sponsor, magari prevedendo l'intervento di un soggetto terzo (istituzione locale, sindacato, volontariato) che assicuri formazione linguistica e accompagnamento dei nuovi ingressi?

Ancora una volta, inoltre, il decreto flussi non è collegato ad un'organica politica dell'accoglienza e di integrazione sul territorio, contribuendo così a riaprire l'annosa polemica sull'accesso degli immigrati ai servizi di welfare, soprattutto nelle Regioni settentrionali, dove certi amministratori, sempre a caccia di facile consenso, hanno cercato di porre in essere tutta una serie di provvedimenti volti ad ostacolare l'accesso ai servizi ed a varie forme di sostegno sociale. Abbiamo potuto leggere giorni fa della vicenda assurda della scuola dell'infanzia di Fossalta di Piave, nella quale ancora una volta i cittadini si sono dimostrati più pragmatici e di buon senso rispetto a certi amministratori. Anche in questo campo si fa finta di ignorare che al di sopra della normativa nazionale esiste una normativa europea che vieta le discriminazioni nell'accesso ai servizi di welfare per i cittadini stranieri comunitari e per i titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo.

Sempre a proposito di normativa europea, qualche giorno fa, a margine di un incontro internazionale, lei ha dichiarato che porterà entro questo mese in Consiglio dei ministri un decreto-legge per far fronte agli effetti negativi dell'entrata in vigore della direttiva europea n. 115 del 2008, perché alcune procure la stanno interpretando come un «liberi tutti».

Ora, l'attuale normativa italiana sulle espulsioni prevede che l'inottemperanza all'ordine di allontanamento dal territorio nazionale è sanzionata con la reclusione da uno a quattro anni. La procedura descritta dalla citata direttiva europea prevede invece che la volontaria inottemperanza all'ordine di allontanamento può determinare per lo straniero non un procedimento penale ma, al massimo, la sua sottoposizione ad una sanzione amministrativa, da scontare presso un CIE per un periodo non superiore a diciotto mesi.

Signor Ministro, a parte il fatto che è ovvio che il diritto comunitario prevale sul diritto nazionale, quella direttiva è stata emanata nel dicembre 2008 e il Governo Berlusconi ha avuto a disposizione ben due anni per procedere al suo recepimento nell'ordinamento nazionale. Oggi lei ci viene a dire che ritiene che sussistano i presupposti di necessità ed urgenza per l'emanazione di un decreto-legge in materia, non al fine di recepire la direttiva ma per impedire alla magistratura di applicare la normativa comunitaria, cioè, tanto per cambiare, per impedire alla magistratura di fare il suo dovere. Ma questo, per il Governo di cui fa parte, non è certo, signor Ministro, una novità. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alia. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE). Signor Presidente, signor Ministro, anche noi la ringraziamo per i dati che ci ha fornito e per la sua puntuale relazione sulla vicenda della procedura di emersione del lavoro irregolare (quella che, come lei ricordava, nasce dalla legge n. 102 del 2009) e sui criteri relativi alle modalità attraverso cui il Governo ha definito le quote e i decreti flussi.

Non intendo fare degli appunti o delle considerazioni specifiche che riguardino i click day e l'efficienza di questo sistema o i numeri relativi alla determinazione delle quote di ingresso o altri aspetti; penso però che, proprio in ragione dei dati che lei ci ha fornito, sia arrivato il momento di fare una riflessione sul funzionamento della disciplina che riguarda l'immigrazione nel suo complesso, cioè sia con riferimento alla legge Turco-Napolitano che con riferimento alle modifiche introdotte agli inizi della XIV legislatura.

Se infatti guardiamo ai dati relativi alle regolarizzazioni, a quelle che impropriamente sono state definite sanatorie, notiamo che nel 2002 (l'anno in cui fu approvata la legge cosiddetta Bossi-Fini) furono attuate le prime azioni volte all'emersione di lavoro extracomunitario irregolare, da cui risultò che i lavoratori irregolari ammontavano a circa 650.000 unità, anche se si trattava di soggetti che avevano titolo perché svolgevano un rapporto di lavoro. Quindi, vi era un presupposto che non legittimava una sanatoria indiscriminata, ma che consentiva l'emersione di lavoro nero extracomunitario e che certificava che il meccanismo di incontro fra la domanda e l'offerta di lavoro extracomunitario e il sistema di controlli, allora contenuti nella legge Turco-Napolitano soltanto, non avevano funzionato.

Se, infatti, in quel periodo il Ministero dell'interno, l'amministrazione dello Stato, ha censito 650.000 lavoratori irregolari che avevano titolo perché svolgevano comunque un rapporto di lavoro e quindi erano comunque integrati in un circuito virtuoso di legalità, significava che quel sistema di regolamentazione dell'immigrazione non funzionava.

Se guardiamo i dati del 2007, cui lei stesso, onorevole Ministro, ha accennato e che riguardano il maxidecreto flussi messo a punto all'epoca dal Governo Prodi, ci rendiamo conto che quel decreto flussi fu utilizzato come sanatoria mascherata, tanto è vero che attraverso quel decreto flussi sono state impropriamente regolarizzate circa 350.000 unità di lavoratori extracomunitari, cioè di soggetti che attraverso una procedura predeterminata per l'ingresso legale hanno trovato una loro sistemazione pur non essendo, se dobbiamo essere chiari fino in fondo, fisicamente fuori dal territorio nazionale e, quindi, soggetti alla disciplina che ne prevede l'ingresso attraverso la procedura prevista dalla legge Bossi-Fini.

Oggi, noi leggiamo che dai dati che riguardano la procedura di emersione del lavoro irregolare extracomunitario - parziali, perché, sbagliando, voi avete consentito solo ad alcune categorie di lavoratori extracomunitari irregolari di accedere alla procedura di emersione - risulta che sono state presentate quasi 300.000 domande di emersione, e che ne sono state accolte circa 215.000. Tutto questo sta a significare che nel giro di due anni il sistema ha prodotto una sacca di irregolarità forte, se la consideriamo con riferimento ai rapporti di lavoro, cioè persone extracomunitarie irregolari che si trovano in Italia non per delinquere, non per non fare nulla, ma che hanno ed avevano un rapporto di lavoro in nero, che volevano integrarsi, ai quali la legge non consentiva e non consente di mettersi nelle condizioni di lavorare in regola e, quindi, di fare il loro mestiere in serenità all'interno della comunità nazionale.

Questi dati sono confermati anche dalla programmazione dei flussi, dai dati relativi ai decreti flussi e alle domande presentate nel 2009 e nel 2010. Lei molto opportunamente ha fatto fare una correzione di rotta al suo partito in ordine alla proposta di bloccare gli ingressi, quasi che l'offerta e la domanda di lavoro extracomunitario fossero, in qualche modo, cristallizzate o sterilizzate dalla crisi economica. I dati che lei ci ha fornito dicono infatti l'esatto opposto, e noi prendiamo atto che su questo tema la Lega ha cambiato opinione.

Resta però il punto centrale della vicenda, che è il meccanismo d'ingresso dei cittadini extracomunitari, che giustamente premia coloro i quali provengono da Paesi che hanno accordi di cooperazione con il nostro Paese. Esso però non funziona e produce irregolarità, e non soltanto quella quota fisiologica di irregolarità che poi alimenta la popolazione carceraria. Su questo tema, signor Ministro, credo che il ministro Alfano dovrebbe venire a fornirci alcuni dati sulla popolazione carceraria extracomunitaria, con particolare riferimento alle norme che voi avete introdotto per prevedere l'espulsione immediata dei detenuti extracomunitari che debbano scontare una pena superiore ai due anni, se non ricordo male.

Vorremo capire se queste norme funzionano e come, perché non mi pare che i dati fornitici nella relazione del ministro Alfano sull'andamento della giustizia siano confortanti. Ci sembrano confermare, infatti, il fallimento di alcune politiche di contrasto all'immigrazione clandestina, fatte solo per spot da questa maggioranza e da questo Governo.

Credo, conclusivamente, che sarebbe il caso di interrogarci se il meccanismo della cosiddetta legge Bossi‑Fini sulla determinazione dell'incontro della domanda e dell'offerta di lavoro extracomunitario, cioè del mercato del lavoro extracomunitario, sia efficiente. I dati che riguardano diversi Governi - di destra, di sinistra, di centrodestra, di centrosinistra - vanno tutti in quella direzione: i dati riguardanti l'emersione di lavoro irregolare che hanno esattamente la stessa dimensione numerica per ogni anno che noi censiamo.

Chiediamo, quindi, se non sia il caso di intervenire per modificare quelle parti della cosiddetta legge Bossi-Fini che non hanno prodotto alcun effetto positivo e che costringono lei a fare decreti flussi che sono delle sanatorie mascherate, e a dover intervenire, giustamente, con procedure di emersione di lavoro irregolare che riguardano parecchi lavoratori immigrati. Ciò non aiuta a capire, infatti, quale sia realmente l'esigenza del mercato del lavoro, quale sia realmente la domanda delle piccole, medie e grandi imprese, sia in termini quantitativi che qualitativi. In buona sostanza c'è bisogno di un nuovo meccanismo selettivo. Di questo credo che dovremmo parlare con serenità, senza che vi impicchiate, sempre e comunque, ideologicamente, a bandiere che ormai sono un po' logore. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-Io Sud-MRE e PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mazzatorta. Ne ha facoltà.

MAZZATORTA (LNP). Signor Presidente, colleghi, signor Ministro, desidero innanzitutto ringraziare il Ministro per l'esauriente relazione che ha svolto in ordine sia all'azione dell'Esecutivo sul governo dei flussi migratori sia in ordine alla fase d'avvio delle domande di nulla osta al lavoro per i lavoratori extracomunitari non stagionali conclusasi pochi giorni fa.

Da parte nostra, abbiamo rilevato in questa Aula dei toni pacati, diversamente da quanto letto in questi giorni. Questo decreto flussi è stato definito in vari modi: «disperata lotteria », «roulette russa», «ipocrita lotteria», «sanatoria mascherata». Abbiamo sentito toni assolutamente esagerati e fuori luogo da parte di alcuni sindacati - mi riferisco alla CGIL - che hanno visto in questa procedura, appunto, una sorta di ipocrita lotteria. La realtà è che questa procedura, codificata dalla legge sull'immigrazione (la legge Turco-Napolitano del 1998 già prevedeva questo meccanismo), come ha ricordato il Ministro, si è già svolta nel 2007 in maniera assolutamente analoga. Allora arrivarono 750.000 domande, a differenza di quanto è avvenuto nel quadro della procedura attuale, che ha visto affluire circa 396.000 domande.

Quel sistema ha funzionato allora e ha funzionato perfettamente in questa occasione. Francamente, non abbiamo visto riportare, nelle rassegne dei giornali di allora, dichiarazioni analoghe a quelle di oggi, e definire la procedura «ipocrita lotteria» o «roulette russa». Questo fa capire che spesso sul fenomeno immigrazione c'è strumentalizzazione da parte di alcuni partiti di centrosinistra. (Commenti del senatore Perduca). Quando il Ministro dell'interno si chiama Giuliano Amato, questi ultimi dicono (se vuole le leggo anche il comunicato stampa del 2007): «Il sistema messo a punto dal ministro dell'interno Amato per il decreto flussi sta funzionando perfettamente». Se allora funzionava perfettamente, credo che abbia funzionato perfettamente anche oggi.

Non abbiamo sentito i toni esasperati che qualche direttore della Caritas ha voluto rivolgerci in questi giorni. Abbiamo letto le dichiarazioni di don Pistolato, direttore della Caritas di Venezia, che ha detto che il decreto flussi 2010 apre un conflitto etnico e umano insieme. In seguito, il capogruppo alla Camera dell'Italia dei Valori Donadi ha dichiarato che mettere la propria firma sotto quel decreto flussi è in questo momento inopportuno e sbagliato.

Anche in questo caso si esasperano i toni in modo che, francamente, ci pare assurdo. È una procedura che serve proprio a consentire ai datori di lavoro, alle imprese e alle famiglie di richiedere nominativamente l'ingresso di nuovi lavoratori stranieri. Dunque, siamo lontani da procedure di sanatoria: non sono domande di emersione del lavoro nero. Il decreto flussi serve per l'ingresso di nuovi lavoratori stranieri, richiesti - ripeto - nominativamente, e non è possibile sanare la posizione di uno straniero che sia entrato illegalmente nel nostro territorio attraverso la sua diretta assunzione ad opera di un datore di lavoro.

È stato poi detto dal collega D'Alia che occorre riflettere sul meccanismo di determinazione dei flussi. Su questo punto, francamente, siamo pronti a confrontarci, anche perché ancora oggi non comprendiamo - collega Livi Bacci, dopo ascolteremo le sue parole - quale sia la posizione del partito principale dell'opposizione. Abbiamo da un lato ascoltato la posizione dell'Italia dei Valori, che parla di un recupero del disegno di legge Amato-Ferrero, quindi della procedura dello sponsor e addirittura del permesso di soggiorno per la ricerca di lavoro, e dall'altra parte abbiamo visto il documento del Partito Democratico approvato a Busto Arsizio nel novembre 2010 nel quale si parla di una politica migratoria selettiva e di una ammissibilità degli immigrati nel nostro territorio legata - leggo dal documento - a una valutazione delle caratteristiche degli immigrati, perché venire e, ancora più, restare in Italia è una opportunità e non un diritto.

Noi siamo attenti alla posizione del principale partito di opposizione e cerchiamo di capire se prevarrà una posizione massimalista, che consente gli ingressi senza nessuna regola e un minimo di rigore, oppure se prevarrà invece un ragionamento di meccanismo selettivo che possa anche superare quello del click day, che si basa su un ordine cronologico di arrivo delle richieste. Su questo punto avevamo proposto il permesso di soggiorno a punti, cercando di sviluppare quel sistema a punti che in altri Paesi (in Canada, in Australia, in Nuova Zelanda, ma anche in Danimarca e in Repubblica Ceca ultimamente) sta funzionando bene. Quindi, siamo pronti anche a un dibattito parlamentare su questo tema.

Termino il mio intervento, signor Ministro, ribadendo innanzitutto il nostro appoggio alla sua azione di governo e stigmatizzando quello che è avvenuto nella città di Brescia pochi giorni fa, dove un gruppo di immigrati, al grido "diritti per tutti", voleva invadere la prefettura e ha scatenato dei violenti tumulti, cercando di forzare anche il cordone che era stato creato dalle forze di polizia attorno alla prefettura. Questi immigrati si rifacevano alla famosa direttiva rimpatri, ma anche su questo tema ci vorrebbe un po' di coerenza.

Quest'ultima - mi ricordo - venne definita una direttiva della vergogna dalla sinistra, perché introduceva il termine di 18 mesi per il trattenimento nei CIE. Mi ricordo l'appello dei soliti Moni Ovadia e di tutti quegli intellettuali di sinistra che dicevano che quella direttiva era una vergogna, e nel Parlamento europeo molti deputati europei, anche radicali, votarono contro questa direttiva. Adesso quest'ultima è diventata la direttiva assolutamente principe da portare ad esempio di come la legislazione comunitaria debba prevalere sulla legislazione italiana.

Purtroppo non accadrà questo, e noi sosterremo qualsiasi iniziativa del Governo su questo tema. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Livi Bacci. Ne ha facoltà.

LIVI BACCI (PD). Signor Ministro, ho pochissimo tempo a disposizione, quindi sintetizzerò i nostri rilievi alla sua esposizione e alla politica del Governo in dieci punti.

Il primo punto, a mo' di premessa. Nel decennio trascorso - governato per 8 anni su 10 da Governi targati Berlusconi, ma con la Lega al volante in tema di immigrazione - lo stock di stranieri in regola con la legge è cresciuto al ritmo di un quarto di milione all'anno. Sarebbe l'ora che il Governo dicesse apertamente: ebbene sì, l'immigrazione è un fenomeno strutturale, non una contingenza congiunturale, e continuerà, numerosa, negli anni a venire. Dobbiamo fare i conti con politiche che prendano atto di questa realtà. Quelle esistenti vanno radicalmente riformate.

Secondo. L'irregolarità, nel nostro Paese, è alimentata da una legislazione degli ingressi impervia - che va riformata - che incentiva l'ingresso regolare con visti turistici di persone che poi ricercano irregolarmente lavoro. È alimentata anche da normative e gestione dei rinnovi che generano - per la loro inefficienza - ulteriore irregolarità. È nutrita da una vasta economia sommersa che richiede lavoro a buon mercato, e quindi al nero, e quindi fornito da immigrati irregolari.

Terzo. La regolarizzazione di 295.000 colf e badanti, di fine 2009, era dovuta, ma è stata parziale e ingiusta. Si è regolarizzata la moldava badante dei bambini, ma non il muratore albanese che ripara la casa dove i bambini vivono o il mungitore indiano che permette, a quei bambini, di bere il latte del mattino. Forse che l'utilità sociale di questi ultimi è diversa, minore o inesistente?

Quarto. Il Governo non ha - e non vuole avere - una politica migratoria. Una prova è di questi giorni: il disegno di legge n. 2494, recante «nuove disposizioni in materia di sicurezza pubblica», in esame presso le Commissioni di merito del Senato, abolisce le disposizioni che impongono al Governo di presentare al Parlamento un documento programmatico triennale (cito dal decreto legislativo n. 286 del 1998) «relativo alla politica dell'immigrazione» che «indica le azioni e gli interventi che lo Stato Italiano (...) si propone di svolgere in materia di immigrazione» nonché «le misure di carattere economico e sociale nei confronti degli stranieri soggiornanti». Troppa fatica, signor Ministro? Troppo impegnativo un documento programmatico, e per giunta triennale? Meglio il giorno dopo giorno?

Quinto. Il click day, che chiamerei il giorno del pulsante, è sicuramente il modo più semplice per far rientrare nella quota fissata una massa di postulanti multipla di tale quota. Ma è una lotteria (il senatore Mazzatorta l'ha detto), che affida gli ingressi al caso. È come se il Governo (qualsiasi Governo) dicesse: scusate, non so ragionare e quindi non so scegliere. E perciò vado a caso. La nostra politica, signor Ministro, continuerà ad essere paragonabile al gioco del lotto?

Sesto. Nel giorno del pulsante è andata in scena una clamorosa finzione. Esso è servito - per lo più - a regolarizzare chi è già nel Paese; è la rata 2011 di una sanatoria continua. È vero che si sono saltate due rate (nessun decreto flussi per il 2009 e per il 2010), ma il risultato era stato raggiunto con la sanatoria sostitutiva ed una tantum per colf e badanti di fine 2009. La nostra politica migratoria, signor Ministro, continuerà ad essere una sanatoria a rate?

Settimo. I decreti flussi disegnano un paradosso. Quasi tutti i posti disponibili non assorbiti dalle quote destinate a Paesi con i quali esistono accordi, sono riservati alle badanti. Così fu anche nel 2008. È questa l'unica categoria di migranti che intendiamo incentivare? Può lo sviluppo dell'Italia basarsi sull'apporto continuo di un esercito crescente di colf e badanti?

Ottavo. Signor Ministro, perché nell'attribuzione delle quote, si riservano 4.000 posti ai tunisini, tanti quanti quelli che si riservano ai marocchini, che hanno un numero quadruplo di residenti in Italia? Perché se ne riservano 8.000 agli egiziani, che hanno una comunità in Italia assai meno numerosa di quella dei filippini, cui si riservano 5.000 posti? In altre parole, non andrebbe rivista la logica della riserva geografica, rimasta quasi invariata nel decennio?

Nono. Il reato d'immigrazione clandestina - di cui si può macchiare un povero lavoratore regolare licenziato che tarda a trovare un altro lavoro - è una mostruosità etica, e forse anche giuridica. Ma è anche un clamoroso autogol, perché impedisce il ritorno in patria «volontario», che l'Unione europea saggiamente suggerisce come via prioritaria di fronte alle situazioni di irregolarità. Non crede, signor Ministro, che la normativa sia clamorosamente autolesionistica?

Decimo e ultimo punto. Non ci piacciono molte altre cose della politica migratoria del Governo, a cominciare dalla scarsa considerazione del diritto d'asilo operata con i respingimenti nel Mar Mediterraneo. Ma soprattutto, non ci piace, e ci preoccupa seriamente, la mancanza di una visione generale del fenomeno migratorio che vada oltre l'aspetto securitario e la gestione del giorno dopo giorno.

Infine, una considerazione ancora. Io spero che il ministro Maroni vorrà dire due parole, al termine di questo dibattito, anche sulla questione, tragica, dei rom morti nel rogo di Roma. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Castro. Ne ha facoltà.

CASTRO (PdL). Signor Presidente, signor Ministro, signor Sottosegretario, il Popolo della Libertà esprime schiettamente e sinceramente il suo apprezzamento per l'approccio culturale che ha generato questo decreto flussi: un approccio progressivo, adattativo, flessibile, dinamico, modulato, che ricorda complessivamente lo stesso approccio culturale che ha caratterizzato la reazione del Governo all'irrompere alluvionale della grande crisi. E tale approccio, come l'altro, ha dimostrato di saper conseguire successi perspicui. Verrebbe voglia di definirlo un approccio girondino, soprattutto perché segna e marca la differenza con i tanti giacobinismi che invece ogni volta si appalesano: il giacobinismo di chi troppe volte ha invocato frontiere spalancate, irruzioni illimitate di immigrati, e che magari oggi, invece, con un capovolto ma non per questo meno insidioso ideologismo giacobino, pretende rattrappimento, chiusura, serrature. Non è un caso che nel nostro Veneto proprio il segretario provinciale della CGIL di Treviso ed il responsabile veneziano della Caritas, che già militavano nel partito dell'illimitatezza, oggi invece militino, con un'inaspettata energia, nel partito della chiusura.

Ragioniamo invece con pacatezza e con serenità. Il tasso di disoccupazione nel nostro Paese è ancora saldamente attestato all'8,6 per cento, il che non vuol dire soltanto, in comparazione esterna, 1,5 punti meglio della media europea, ma significa anche un 8,6 per cento frutto di un Paese divaricato, di un Paese spaccato, dove nelle principali Province industriali del Centro e del Nord il tasso di disoccupazione si colloca al 5 per cento (quel tasso cioè che gli studiosi hanno sino a poco tempo fa costantemente considerato fisiologico in una democrazia industriale matura). È pertanto evidente che, in presenza di una ripresa certo lenta, selettiva e discontinua, ma che comunque si appalesa sempre più nitidamente, non possiamo immaginare che non vi sia una programmazione di flussi di lavoratori immigrati nel nostro Paese.

Molto adeguatamente, il decreto concentra la sua attenzione alle professionalità funzionali, ai servizi di assistenza alle persone e alle famiglie. È altrettanto evidente che un'altra delle divisioni che attraversano il Paese è quella tra un sistema sociosanitario integrato largamente diffuso nel Nord del Paese, che funziona e consente il presidio domiciliare, e quell'altro pezzo di sanità, tutto malamente conchiuso intorno ad un'ospedalità tanto più arrogante quanto più inefficace. Ciò genera evidentemente ancora il bisogno di professionalità orientate al sostegno delle persone e delle famiglie, come il decreto prevede. Sotto questo profilo, non può non essere apprezzata la prudenza con la quale il decreto flussi si è mosso.

Nel momento in cui tale provvedimento privilegia i lavoratori provenienti da Paesi che abbiano rapporti di cooperazione con l'Italia; nel momento in cui privilegia lavoratori che siano stati previamente formati nel Paese di origine; nel momento in cui privilegia lavoratori la cui origine sia italiana; nel momento in cui privilegia professionalità riferite non tanto al mondo industriale quanto al mondo dei servizi, possiamo dunque parlare di pragmatismo, di un approccio girondino.

Il focus si sposta pertanto su un tema cruciale, quello delle politiche per l'integrazione. L'unico modo per non fare integrazione, ma invece sdrucciolare, signor Ministro, in un ideologismo davvero insidioso è proprio quello di invocare l'eretismo della cittadinanza anticipata, anziché serie, compiute, articolate ed impegnate politiche di integrazione.

E per tornare, signor Ministro, a una vecchia battuta che tanti anni fa facemmo insieme, la guerra all'immigrazione clandestina in Italia si vince, più e prima che con la Bossi-Fini, con la Biagi, nel senso che è evidente che dobbiamo inibire l'ingresso di manodopera extracomunitaria facendo salire il tasso di occupazione dei nostri cittadini e guardando, soprattutto, a quelle condizioni, giovanile e femminile, che sono ancora disallineate rispetto alle migliori esperienze europee. Ecco, quindi, che in questa direzione bisogna completare il percorso di flessibilizzazione delle opportunità di lavoro per evitare che si abbiano commistioni e contaminazioni improprie.

Infine, mi sia consentita un'ultima osservazione, signor Presidente, perché se da un lato c'era quell'ideologismo, quella tentazione giacobina del rattrappimento, dall'altra parte c'è anche quella del lassismo, quella di una sorta di egoismo datoriale che troppe volte indulge nel: «A noi servono, facciamoli arrivare». Credo che anche i puntuali rilievi del Ministro abbiano confermato come un'operazione trascurata in questa direzione potrebbe celare i pericoli di polluzione criminale particolarmente pericolosi.

In conclusione, da un lato, no al rattrappimento, dall'altro, no al lassismo. E credo che, se sono in gioco il bene collettivo della sicurezza e il bene individuale all'agio organizzativo, sia giusto che il Governo abbia preferito il primo.

Se mi è consentita una battuta un po' corriva, meglio una badante in meno che un delinquente in più. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del ministro dell'interno, onorevole Maroni, che ringrazio per la disponibilità e la puntualità del suo intervento.