in data 16 dicembre 2010 il Governo e la Conferenza Stato-Regioni hanno firmato un accordo sul documento concernente «Linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell'appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo», tra cui il cosiddetto "Piano di riordino dei punti nascita";
tale Piano prevede la chiusura dei reparti di maternità che effettuano meno di 500 parti ogni anno e la riorganizzazione di quelli che ne registrano meno di 1.000;
la chiusura riguarderebbe complessivamente 158 punti nascita su 559 nell'intero territorio nazionale;
considerato che:
mentre sarebbe contenuto l'impatto di tali disposizioni sulle regioni del Nord Italia (8 punti nascita su 75 a rischio chiusura in Lombardia, nessuno in Piemonte e Veneto), sarebbero invece coinvolte in maniera più rilevante le regioni meridionali con 38 punti nascita su 75 a rischio chiusura in Sicilia, 22 su 72 in Campania, 15 su 29 in Calabria;
in particolare per quanto concerne la Calabria, il decreto del Presidente della Giunta regionale 16 novembre 2010, n. 26, ha disposto che entro il 1° maggio 2011 (ma il termine originariamente previsto era il 10 dicembre 2010) siano disattivati i punti nascita ad oggi esistenti presso le case di cura "Cascini" di Belvedere Marittimo (Cosenza) e "Villa Michelino" di Lamezia Terme nonché presso i presidi ospedalieri di San Giovanni in Fiore (Cosenza), Melito di Porto Salvo (Reggio Calabria) e Acri (Cosenza);
secondo il medesimo decreto, la scelta dei punti nascita da disattivare sarebbe stata effettuata "sulla base di quanto espressamente previsto dalle linee ministeriali e a seguito di valutazione del rischio clinico";
per quanto concerne l'ospedale di Acri, è vero che viene effettuata all'incirca la metà dei parti richiesti, risulta tuttavia molto più pericoloso cercare di raggiungere in tempi utili l'ospedale di Cosenza o quello di Rossano Calabro, a causa della condizione delle strade di collegamento della zona, spesso interessate da eventi meteorologici che le rendono impraticabili e anche seriamente minacciate da eventi franosi;
inoltre il presidio ospedaliero di Acri è stato classificato come "ospedale di montagna", riconoscimento di una specificità geografica che non può essere valido solo per alcune tipologie sanitarie ed essere disatteso per altre;
appaiono dunque palesemente insufficienti valutazioni basate unicamente sui numeri, senza tener conto delle effettive condizioni dei territori;
gli ospedali di Acri e San Giovanni in Fiore - ma anche quello di Soveria Mannelli (Catanzaro) e Serra San Bruno (Vibo Valentia) - saranno fortemente ridimensionati in generale con una drastica riduzione di posti letto (meno di 30) e con attività ridotta nei fine settimana;
Acri e San Giovanni in Fiore sono cittadine che superano i 20.000 abitanti ciascuna e, dunque, ridimensionare drasticamente (in pratica, chiudere) quegli ospedali significa lasciare decine di migliaia di persone senza assistenza e senza cura, violando così il principio costituzionale di cui all'articolo 32 (la tutela della salute come diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività);
anche in conseguenza di tale drastica riduzione dei servizi sanitari, intere e ampie zone di montagna, in forte crisi infrastrutturale, rischiano di essere di fatto abbandonate al loro destino con conseguente rischio di spopolamento,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza delle citate misure adottate dal Presidente della Regione Calabria nella sua veste di commissario ad acta;
quali iniziative concrete si intendano porre in essere affinché si eviti l'abbandono di intere zone di montagna e delle aree interne calabresi, private del diritto alla salute;
che cosa intenda fare per garantire ai cittadini interessati il diritto alla salute, secondo il dettato dell'articolo 32 della Costituzione.
(4-04515)