PERDUCA, PORETTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro degli affari esteri - Premesso che i rapporti con la Sante Sede sono regolati dalla legge 25 marzo 1985, n. 121, che prevede la ratifica ed esecuzione dell'accordo con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modifiche al concordato lateranense dell'11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede;
considerato che il concordato tra la Repubblica italiana e la Santa Sede non abroga esplicitamente il primo comma dell'articolo 6 del vecchio testo del 1929 che prevede che «l'Italia provvederà a mezzo degli accordi occorrenti con gli Enti interessati che alla Città del Vaticano sia assicurata un'adeguata quantità di acqua in proprietà»;
tenuto conto che l'aggettivo "adeguata" presta il fianco a valutazioni a geometria variabile che nulla dovrebbero avere a che fare con la certezza tipica di un regolamento di interessi bilaterale;
considerato che lo Stato si è visto costretto a rimborsare le società responsabili della gestione del servizio idrico in merito alle forniture del Vaticano e delle sue dipendenze che godono del regime di extraterritorialità e che i due testi dei Concordati nulla dicono in merito allo smaltimento delle acque reflue prodotte entro i confini dello Stato vaticano,
si chiede di sapere:
quali siano le ragioni che giustificano l'assetto di simili prebende;
quali siano gli enti, diversi dalla Santa Sede, che si sono giovati nel tempo di questi benefici;
a quanto ammontino le risorse del bilancio dello Stato utilizzate per onorare i debiti nei confronti delle società responsabili della fornitura di acqua potabile e dello smaltimento dei reflui;
se il Governo intenda attivare i canali diplomatici per evitare che questa consuetudine continui a gravare sulla spesa pubblica;
se siano in atto campagne volte al risparmio del consumo idrico da parte della Santa Sede.
(3-01899)
CECCANTI, CHITI, ICHINO, FIORONI, DELLA MONICA, PINOTTI, SANNA, SANGALLI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
in vista del prossimo Consiglio dei ministri da varie dichiarazioni e indiscrezioni sembra che il preannunciato disegno di legge costituzionale di revisione dell'articolo 41 della Costituzione dovrebbe essere imperniato soprattutto sulla abrogazione del terzo comma di detto articolo;
il testo del terzo comma dell'articolo 41 e anche l'esame dei lavori preparatori in sede di Assemblea Costituente non sembrano motivare la necessità di abrogare detto comma per procedere a liberalizzazioni coerenti con un'economia sociale di mercato;
per di più la medesima conclusione sembra potersi agevolmente ricavare anche dall'esame della giurisprudenza costituzionale;
dal 1956 ad oggi, ovvero in quasi 55 anni di attività, il terzo comma dell'articolo 41 della Costituzione è stato utilizzato come parametro di costituzionalità in soli ventitre casi;
di questi, la maggioranza (dodici) è relativa a vicende che avrebbero riguardato casi che non sembrerebbero, almeno oggi, particolarmente fondamentali (27/1964 sui Comitati dei prezzi; 29/1983 e 66/1983 sugli sfratti; 304/1983 sulle tariffe telefoniche; 659/1988 sui prezzi; 1138/1988 su un conflitto pensionistico tra Bnl e INPS; 303/1989 sulla finita locazione; 93/1993 sulla fauna selvatica omeoterma e prelievo venatorio; 404/2001 sulle clausole anatocistiche; 436/2002 sulla clausola di interesse; 237/2003 su un diritto di proprietà su un immobile; 373/2003 sulla finita locazione); quand'anche si ritenessero importanti, ai fini del presente atto non risultano particolarmente rilevanti, atteso che si sono tutte concluse con ordinanze di inammissibilità da parte della Corte costituzionale;
dei restanti undici casi, l'ultima sentenza è stata pronunciata nel 1990, oltre venti anni fa, in un caso relativo a una concessione che rigettava l'istanza di autorizzazione al trasporto merci in conto terzi di un semi-rimorchio (548/1990, sentenza di rigetto), anch'essa quindi in sé non particolarmente rilevante, anche se le motivazioni della stessa sono significative in chiaro senso liberale, precisando, sulla base dell'intero art. 41, che "l'intervento legislativo non sia tale da condizionare le scelte imprenditoriali in grado così elevato da indurre sostanzialmente la funzionalizzazione dell'attività economica di cui si tratta, sacrificandone le opzioni di fondo o restringendone in rigidi confini lo spazio e l'oggetto delle stesse scelte organizzative";
due sentenze, la 45/1987 e la 46/1987, sono relative a conflitti Stato/Regioni di cui si rileva la cessata materia del contendere;
delle otto sentenze restanti, la maggioranza, cioè cinque, sono di rigetto su temi marginali: la 9/1959 nasceva da una controversia tra l'ente nazionale per la cellulosa e per la carta e una cartiera; la 91/1996 si riferiva alla riproduzione bovina; la 166/1976 all'Iva in Sicilia; la 221/1976 ai prezzi sullo zucchero, la 572/1988 su una legge umbra in materia di ferrovie;
quelle più rilevanti sono tre, di cui però due in senso "liberale" e una in senso "vincolistico": la 54/1962 (di accoglimento) rimuove una normativa pre-costituzionale che metteva vincoli sul commercio dell'essenza di bergamotto perché veniva violata la riserva di legge; la 78/1970 (di accoglimento) rimuove varie normative, per lo più pre-costituzionali, che ponevano vincoli all'iniziativa privata in materia di fiammiferi e apparecchi automatici di accensione; pertanto rispetto alla legislazione precedente l'articolo 41, terzo comma, è stato ritenuto più liberale; quella rilevante in senso vincolistico è relativa alle assunzioni obbligatorie delle categorie protette (622/1987, di rigetto), previste dalla legge 2 aprile 1968, n. 482, di cui però è difficilmente negabile la valenza civile; tali assunzioni sono comunque, com'è noto, puntualmente inquadrate dalla normativa vigente con ben precisi limiti;
il dato più rilevante è che nell'intera storia costituzionale della Repubblica in nessun caso si è mai avuta una sentenza di accoglimento che abbia interpretato l'articolo 41, terzo comma, della Costituzione nel senso di considerare incostituzionali, e quindi di rimuovere dall'ordinamento, normative ritenute troppo favorevoli alla libertà di iniziativa economica,
si chiede di sapere, alla luce delle considerazioni precedenti, quali motivazioni, che non siano meramente propagandistiche, spingano invece il Governo a ritenere necessaria la revisione costituzionale in oggetto.
(3-01900)
RUTELLI, BRUNO, MILANA, RUSSO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:
da anni ormai in Italia si discute di quote latte ed è arrivato il momento di trovare una soluzione definitiva;
il Paese ha una grande tradizione agricola; i prodotti italiani sono apprezzati sui mercati di tutto il mondo come leader della straordinaria realtà del made in Italy, grazie alla fatica, alla professionalità e al coraggio di centinaia di migliaia di agricoltori, che amano la loro terra e il loro lavoro;
l'agricoltura rappresenta un comparto di eccellenza, con tantissime aziende moderne, tecnologicamente avanzate e con una zootecnia ai più alti livelli mondiali;
il latte, il burro, il grana padano, il parmigiano reggiano sono prodotti tipici apprezzati sulle tavole di tutto il mondo: sono il simbolo di un'Italia capace di coniugare tradizione e innovazione, qualità e lungimiranza;
in particolare, la zootecnia conta alcune decine di migliaia di aziende soggette al regime, imposto dall'Unione europea, delle "quote latte". Senza ripercorrere le fasi salienti di una vicenda che ha certamente alcuni elementi di contraddizione, è necessario ora adottare decisioni risolutive e conclusive;
occorre rimarcare la scelta di legalità compiuta da molti imprenditori ben consigliati dalle associazioni di categoria del mondo agricolo: più di 15.300 hanno riconosciuto di aver rispettato la normativa e accettato, con notevoli sacrifici economici, di pagare la rateizzazione delle multe anche a prezzo dell'indebitamento delle proprie aziende. È stato un gesto di grande responsabilità, di attaccamento al Paese e di rispetto delle norme in vigore;
non tutti purtroppo si sono comportati così: potendo contare sul sostegno di alcune forze politiche, una minoranza di produttori è riuscita a trovare escamotage per aggirare la normativa;
poco più di 150 aziende hanno ottenuto, ad avviso degli interroganti ingiustamente, nel giugno 2010, una proroga di sei mesi rispetto alla rateizzazione dei pagamenti delle multe, mentre circa 560 aziende, deliberatamente, non hanno mai rispettato il regime delle "quote latte" e si ritrovano a fronteggiare multe molto elevate,
si chiede di sapere:
se il Governo ritenga che tali aziende possano continuare a produrre nonostante non abbiano pagato le multe, o che debbano rispettare la legge come tutte le altre aziende;
se ritenga accettabile e corretto che il Paese sia chiamato a pagare una sanzione dell'Unione europea dell'ordine di diversi miliardi di euro, che è così posta a carico della fiscalità generale;
se si predisponga a sostenere ulteriori provvedimenti dilatori ad hoc, o maldestri tentativi di sanatoria che alcune forze politiche della maggioranza stanno già tentando di proporre;
se non ritenga, viceversa, indispensabile schierarsi dalla parte dei 40.000 agricoltori onesti, poiché non avrebbe senso stravolgere la legge e danneggiare l'intero sistema, privilegiando un gruppo di Cobas (l'1,4 per cento delle aziende e l'1 per cento della produzione) a scapito di tutti gli altri operatori.
(3-01902)
LANNUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico - Premesso che:
scrive Vittorio Malagutti, in un articolo pubblicato su "Il Fatto Quotidiano" del 4 febbraio 2011: «"Che c'azzeccano le polizze con i giornali?", chiede in sostanza Diego Della Valle al presidente delle Generali, Cesare Geronzi. "Niente", sostiene l'imprenditore delle Tod's e vorrebbe che la compagnia di Trieste mettesse in vendita la sua quota del 3,7 per cento nella Rcs Mediagroup, la società quotata in Borsa che pubblica il Corriere della Sera. Ma la stessa domanda posta a Geronzi potrebbe essere rivolta anche ad Emanuele Erbetta, da pochi giorni amministratore delegato della Fondiaria assicurazioni del gruppo Ligresti, forte del 5,4 per cento di Rcs. E che dire del rapporto tra le automobili Fiat e i giornali targati Rcs? Perché anche Sergio Marchionne, il manager all'americana tutto concentrato sul prodotto, pare non voglia assolutamente privarsi della partecipazione (il 10,09 per cento) posseduta dal Lingotto nel gruppo editoriale. E il cinturato Pirelli? Marco Tronchetti Provera siede anche lui tra i grandi azionisti del Corriere con una quota del 5,3 per cento, ma è difficile individuare il nesso tra gli pneumatici e la carta stampata. Poi c'è Intesa, la più grande banca italiana con un altro 5 per cento del Corriere»;
come afferma il quotidiano, «Anche gli osservatori più attenti, però, faticano a trovare il rapporto che lega l'attività creditizia e l'editoria. Il più importante azionista del Corriere, con una quota del 14 per cento, si chiama Mediobanca, ma quantomeno l'istituto che fu di Enrico Cuccia è una banca d'affari che, per mestiere, tra le altre cose, compra e vende partecipazioni. E invece Fiat, Generali, Fondiaria, Pirelli, tutte società quotate in Borsa con migliaia di azionisti, sono impegnate in settori lontani mille miglia dalla carta stampata», pertanto «Puntare (...) su Rcs dovrebbe servire a garantirsi voce in capitolo nella gestione del giornale più importante d'Italia. Il fatto è, però, che Geronzi, Ligresti, Tronchetti, gli Agnelli con la Fiat, Giovani Bazoli e Corrado Passera con Intesa hanno pagato il biglietto d'ingresso nel club del Corriere con i soldi delle loro società quotate in Borsa. Soldi che appartengono anche ai piccoli azionisti, che invece hanno ben poco da guadagnare dai giochi di potere di banchieri e grandi manager. Peggio ancora se l'investimento in questione produce perdite. É il caso della Rcs, che è tornata all'utile (probabilmente striminzito) solo nel 2010 dopo la maxi perdita di 120 milioni registrata nel 2009. Per non parlare della quotazione del titolo, che dopo il crollo del 2009 fa molta fatica a riprendere la strada del rialzo.Così, adesso, i grandi soci del Corriere viaggiano tutti in perdita. Ci sono le passività già iscritte a bilancio con le svalutazioni degli anni scorsi. E poi ci sono le perdite potenziali, quelle che per il momento non sono emerse nei conti. Se la Fiat mettesse in vendita adesso le sue azioni nel gruppo editoriale perderebbe una ventina di milioni. Fondiaria è sotto di circa 6 milioni, mentre Pirelli e Intesa viaggiano in rosso di una dozzina di milioni. Certo, in teoria le quotazioni di Rcs nei prossimi mesi potrebbero risalire e quelle perdite trasformarsi in profitti. Semprechè Tronchetti, Ligresti e soci decidano di mettere in vendita le partecipazioni nel Corriere. Eventualità che al momento appare piuttosto remota. Proprio ieri il numero uno di Fondiaria, l'amministratore delegato Erbetta, ha illustrato i piani dell'azienda per il 2011. In rampa di lancio ci sono una serie di cessioni per incassare risorse utili a tappare le falle in bilancio. Erbetta ha però escluso che verrano vendute le partecipazioni in società quotate in Borsa, compresa, quindi, le azioni di Rcs. Il motivo è ovvio: semmai Ligresti volesse privarsi del suo personale strapuntino al Corriere, certamente farà di tutto per non vendere in perdita. Nel frattempo decine e decine di milioni di euro che, a maggior ragione in tempi di crisi, potevano andare a sostenere le attività principali di grandi aziende come Fiat o Pirelli restano bloccati in azioni Rcs che non rendono nulla. Anzi, producono perdite. Anche altri grandi soci del Corriere come l'imprenditore ospedaliero Giuseppe Rotelli, la famiglia Benetton e lo stesso Della Valle negli anni corsi hanno comprato titoli Rcs a prezzi molto più elevati di quelli correnti in Borsa. Rotelli, Benetton e Della Valle, però, hanno investito il denaro delle loro società personali e non hanno prelevato risorse da aziende quotate in Borsa. Insomma, perdono soldi in gran quantità, il solo Rotelli è sotto di oltre 100 milioni, ma almeno sono soldi loro»,
si chiede di sapere se risulti al Governo:
quali siano le ragioni che impediscono alle Generali di mettere in vendita la sua quota del 3,7 per cento nella Rcs Mediagroup, la società quotata in borsa che pubblica il "Corriere della Sera" e perché Emanuele Erbetta, da pochi giorni amministratore delegato della Fondiaria assicurazioni del gruppo Ligresti, non alinei il 5,4 per cento di Rcs;
per quale motivo Sergio Marchionne, amministratore delegato Fiat, il manager "all'americana" tutto concentrato sul prodotto che ha messo a rischio migliaia di posti di lavoro, dividendo con le sue ristrutturazioni a giudizio dell'interrogante selvagge e prive di regole il sindacato, non dismetta la partecipazione, pari al 10,09 per cento posseduta dal Lingotto nel gruppo editoriale Rcs;
come mai il signor Marco Tronchetti Provera di Pirelli, che si è contraddistinto con una sciagurata gestione della Telecom Italia arrecando nocumento ad azionisti, risparmiatori e consumatori-utenti, non alieni le sue quote nella Rcs che equivalgono al 5,3 per cento;
quali siano le ragioni reali che inducono banca Intesa, la più grande banca italiana, che ha nel portafoglio azionario il 5 per cento del "Corriere" ad uscire dall'azionariato e dal patto di sindacato con Rcs;
quali siano le finalità reali del più importante azionista del "Corriere della Sera", con una quota del 14 per cento, qual è Mediobanca, ad accrescere la sua influenza sull'editoria;
che Intesa San Paolo, Mediobanca, Fiat, Generali, Fondiaria, Pirelli, tutte società quotate in borsa con migliaia di azionisti, impegnate in settori particolarmente lontani dalla carta stampata, abbiano assunto tali investimenti per questioni di potere e per influenzare, mediante le quote detenute dai soci delle loro società quotate in borsa, l'informazione per finalità di parte;
che il cosiddetto "salotto buono", che governa le più grandi aziende quotate tramite patti di sindacato ed accordi trasversali spesso occulti, abbia messo le mani sull'informazione per condizionarne e piegarne l'obiettività ai loro esclusivi interessi, volti ad imporre polizze più onerose, conti correnti e tassi tra i più alti d'Europa in veri e propri cartelli ed oligopoli che danneggiano i consumatori, perseguendo finalità che non coincidono con gli interessi delle famiglie, della concorrenza e del mercato e con quelli più generali del Paese.
(3-01903)
CARRARA - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:
il programma di Governo prevede la revisione della legge n. 157 del 1992, meglio conosciuta come legge sulla caccia, al fine di adeguarla agli standard europei;
detta legge, di attuazione della direttiva 79/409/CEE, infatti, ha spesso dato origine a conflitti con la Commissione europea soprattutto per quanto riguarda la disciplina del regime delle deroghe ai divieti di caccia imposti per la tutela dell'ecosistema;
ad oggi, il legislatore non ha inteso promuovere una disciplina organica per tutto il territorio italiano;
considerato che in Parlamento giacciono numerosi progetti di revisione della citata legge, il cui iter è, però, fermo;
rilevato che nel nostro Paese è in corso da tempo un animato dibattito fra favorevoli e contrari all'attività venatoria,
l'interrogante chiede di sapere:
quale sia l'orientamento del Ministro in indirizzo per quanto riguarda l'effettiva volontà di tener fede all'impegno di procedere alla revisione della legge n. 157 del 1992 e, in caso positivo, quali siano i tempi previsti per la sua armonizzazione;
in particolare, se voglia attivarsi affinché sia sancita in un documento, sottoscritto dalle associazioni di categoria, la liceità dell'attività venatoria, così come disciplinata dalla legge, ed i diritti-doveri di chi la pratica.
(3-01905)
ADAMO, BASTICO, BAIO - Ai Ministri dell'istruzione, dell'università e della ricerca e per la pubblica amministrazione e l'innovazione - Premesso che:
da recenti notizie a mezzo stampa nonché da segnalazioni provenienti da alcuni cittadini si apprende che il Ministro dell'istruzione utilizzerebbe strumenti del Ministero, segnatamente l'Ufficio stampa, per intervenire direttamente nella polemica politica di questi giorni attraverso delle dichiarazioni;
suddette dichiarazioni, sotto forma di comunicati stampa recanti come intestazione "Ministero dell'Istruzione, dell'università e della ricerca", contengono esplicite prese di posizione, ad esempio sul cosiddetto Rubygate o sull'operato della magistratura;
all'interno di un comunicato datato 4 febbraio 2011, diffuso su carta intestata del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca (MIUR) e recante la denominazione "Dichiarazione del Ministro Mariastella Gelmini", il Ministro si premura di valutare la qualità e il tenore politico dei servizi di due importanti telegiornali nazionali, quali il Tg1 e il Tg3,
si chiede si sapere:
se i Ministri in indirizzo ritengano corretto e legittimo questo comportamento, sia dal punto di vista della distinzione tra ruoli istituzionali e ruoli politici che da quello del corretto utilizzo delle risorse e degli uffici pubblici;
se intendano adottare tutte le misure atte a porre termine ad una prassi tanto più discutibile in quanto riscontrabile nell'operato del MIUR, Ministero preposto a gestire un aspetto tanto delicato quale la formazione e l'istruzione di milioni di studenti.
(3-01906)