RUTELLI (Misto-ApI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RUTELLI (Misto-ApI). Signor Presidente, le dimissioni presentate dal collega Rossi credo ci interpellino su un punto particolare che egli stesso ha ritenuto di mettere al centro degli argomenti! Come ha espresso in una intervista rilasciata ad un quotidiano.
Il senatore Rossi, nel motivare questa sua scelta, ha sottolineato questi concetti: «L'indipendenza di giudizio trova un limite nella legge elettorale. Mi sento nominato e per questo sento la mia indipendenza limitata. Non ho altra scelta che riprendermi la libertà riconsegnando la nomina».
Presidente e colleghi, forse, per rendere migliore il nostro dibattito, accanto a considerazioni importanti e molto apprezzabili, come quella del collega Garavaglia e anche di esponenti della maggioranza, occorre prendere sul serio l'argomentazione del collega Rossi. Andando in giro per il nostro Paese, ci sentiamo spesso ripetere che siamo parte di un Parlamento di nominati. Ciò è vero, anche se non interamente. È vero, perché la legge lo prevede. Non è interamente vero, perché ciascuno dei parlamentari immagina di dare un contributo alla formazione del consenso che poi si deposita nei partiti e nelle liste elettorali.
Va anche detto che non è del tutto vero che un meccanismo di collegi uninominali, quale che sia la legge elettorale, non contenga il rovescio di questa medaglia, Presidente, ossia che alla fine ci sia un elemento di scelta per il candidato ma prevalga la scelta per il partito, per l'opzione politica.
Ma il punto che pone il senatore Nicola Rossi - a mio avviso, e spero di interpretare correttamente la sua volontà e opinione - assume rilievo per il fatto che il nostro Parlamento ha visto, in particolare negli ultimi tre anni e mezzo, le legislature rimanere appese per fatti formativi. Nel momento in cui le maggioranze si sono caratterizzate al Senato della Repubblica per numeri molto piccoli, è bastato che un paio di senatori spostassero la loro posizione, dalla maggioranza alle opposizioni o viceversa, per cambiare la sorte della legislatura. È chiaro che questo fa sì che i due articoli fondamentali della Costituzione assumano una natura diversa. Mi riferisco all'articolo 67, secondo cui ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato, e alla prima parte dell'articolo 68, quella secondo cui i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. Infatti, un Parlamento fatto di persone che si sentono troppo condizionate dal livello della nomina politica, anziché da quello di una libera dialettica politica che esercitano nei loro partiti, nella coalizione di cui fanno parte e nella relazione con l'opinione pubblica, è un Parlamento che cambia di segno, di natura, di legittimità, di autorità e di autorevolezza.
Ecco perché reputo che questa sia forse la prima occasione in cui si discute di motivazioni - al di là di quelle di merito riguardanti il suo travaglio politico e personale, su cui non entro - che ci riguardano tutti come senatori, così come riguarderebbero un deputato. Il collega Rossi ci pone il tema per la prima volta con questa crudezza nell'Aula del Senato.
Presidente, il punto di fondo è: chi può presentare agli elettori le ragioni di un dissenso politico, misurandole con un consenso politico ed elettorale?
PRESIDENTE. Senatore Cardiello, dobbiamo ascoltare.
RUTELLI (Misto-ApI). Se è un'interruzione, la accetto.
PRESIDENTE. Non lo è: si tratta di un chiacchiericcio collaterale.
RUTELLI (Misto-ApI). È chiaro che la differenza tra l'espressione di un dissenso e la capacità di misurarsi con il consenso dei cittadini è il tema che interpella qualunque persona politica.
In quest'Aula ci sono alcune persone che hanno vissuto un dissenso politico - mi riferisco al sottoscritto o ai senatori di Futuro e Libertà per l'Italia - sapendo di aver contribuito alla formazione del consenso del partito attraverso il quale sono state elette in Parlamento, e altre che si pongono questo interrogativo: come posso io, che non progetto di candidarmi domani alle elezioni su una piattaforma diversa da quella che attualmente non condivido, presentarmi davanti alla mia coscienza, alla vita parlamentare e agli elettori con le mie opinioni e un grado decente di rappresentatività e credibilità?
Questo mi pare il punto politico che ci viene posto oggi; sarebbe sbagliato sottovalutarlo, colleghi. Da una parte, infatti, si discute nell'opinione pubblica sul fatto che in Parlamento c'è un commercio di voti, per convincimento o piuttosto per convenienza, ovvero che si spostano posizioni dalla maggioranza all'opposizione, o viceversa, non per una battaglia politica, ma per una convenienza; dall'altra ci troviamo di fronte a un parlamentare che intende rimettere il suo mandato perché si chiede quanto possa rappresentare i suoi elettori nel momento in cui vive un dissenso politico. Questo è un tema di primaria importanza e, vorrei ringraziare il senatore Nicola Rossi, nel dichiarare che respingeremo la sua richiesta di dimissioni e il mio apprezzamento per le motivazioni che egli ha portato, perché sono prova di sensibilità, di onestà politica e di civiltà politica, che si aggiungono ovviamente a quei caratteri di qualità professionale, scientifica e parlamentare che tutta l'Aula del Senato mi pare gli riconosca. (Applausi dai Gruppi Misto-ApI, PD e FLI ).